THE BEACH BOYS – Surfin’ Safari (Columbia)

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È il 1962 quando i Beach Boys prendono le armonie vocali doo-wop e le agganciano ai riff di Chuck Berry. Poi, dalla riva, raccontano quel che succede fra le onde che loro non riescono a cavalcare ma che altri usano come una pista acquatica semovibile. Così, da un granello di sabbia, inventano la California e i suoi archetipi climatici e di genere (“blue eyes, blonde hair, lips like a movie star”) perennemente attivati in modalità “fun” (“surfin’ is the only life, the only way for me”).

La spiaggia come un immenso parco divertimenti dove è possibile dimenticare la noia domestica o, come nel caso dei fratelli Wilson, le cinghiate e i pugni in testa del padre, proprio quel Murry Wilson che si impone da subito come manager del gruppo, privando i figli anche di quella libertà artistica che il successo del primo singolo gli sta già garantendo e su cui lui si butta come uno sparviero, cercando di placare l’acredine accumulata per non essere riuscito a fare in quarantacinque anni quello che i figli hanno fatto in sei mesi e intestandosi i diritti delle canzoni dei Beach Boys per poi rivenderle per l’equivalente di cinque milioni di dollari odierni nel 1969. Insomma, di merda su cui galleggiare ne hanno tanta i Beach Boys. Eppure la loro musica suona sempre come la celebrazione del divertimento più sfrenato e del disimpegno come legge universale, vendendo al mondo un’immagine spensierata a metà strada fra quella dei cherubini e quella di una boy band provocando la prima febbre pandemica dai tempi di Elvis mentre a Liverpool quattro coetanei trascinano a spalla i loro strumenti dal Cavern Club dentro gli studi di Abbey Road per preparare un antidoto similia similibus curantur.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

BOB DYLAN – Bob Dylan (Columbia)  

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La follia di Hammond.

Così lo chiamavano tra i corridoi della Columbia il disco di questo menestrello ventenne che voleva confrontarsi con la musica dei grandi, protetto e prodotto da quel John Hammond che aveva già scritturato Pete Seeger e stampato in cinquecento copie di cui metà giacevano ancora tra gli invenduti. Tredici canzoni cantate con le adenoidi e suonate, come vuole la tradizione folk, in completa solitudine, se non si vogliono considerare compagni l’armonica a bocca e la chitarra acustica indispensabili per affrontare i classici della tradizione popolare americana.

Sono canzoni suonate con il piglio dei vent’anni (basterebbe ascoltare la rendition di Fixin’ to Die di Bukka White o quella di Highway 51 di Curtis Jones), manovrando la chitarra in modo approssimativo ed eludendo con la sola eccezione di Baby Let Me Follow You Down la tecnica insidiosa del finger-picking adottata dai suoi colleghi e maestri, soffiando nell’armonica accordi pieni come di un treno destinato a schiantarsi sin dal primo fischio in stazione. Ma nessuno, davvero nessuno, può immaginare di quale bufera culturale siano premonizione ed annuncio.  

Sembra di sentirlo digrignare i denti, il giovane Dylan, mentre cinge d’assalto quelle canzoni folk. Forse per un impeto di rabbia vera, urgente. Forse per un eccesso di timidezza cui prova a farsi scudo con quelle quattro ossa sporgenti. La rivoluzione che arriverà è ancora progettuale. Bob Dylan sta disegnando il personaggio della sua storia artistica. Il passo successivo e immediato sarà riempire adeguatamente i fumetti che sta tratteggiando ai lati della sua bocca.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

JOHN ZACHERLE – Monster Mash / Scary Tales (Ace)

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Più che le canzoni, parodie in chiave horror di standard dell’epoca e truculente e buffe composizioni su vampiri, mostri e pipistrelli colorate con rumori di catene e scricchiolii di bauli, qui conta il personaggio.

Zacherley diventa famoso nel 1957 quando, vestiti i panni di Row-Land, tetro signore delle tenebre, entra nelle borghesi case americane traviando le menti di grandi e piccini e presentando tutti i classici horror del periodo.

Ogni fine settimana.

Per dodici mesi.

Durante i quali Bernie Lowe, proprietario della Parkway, scopre che il suo bimbo tredicenne preferisce vestirsi da vampiro anziché da cowboy.

E si chiede perché.

Il perché è Row-Land.

Da lì nasce l’idea di Dinner with Drac, spooky song poi ripresa anche dai Fuzztones e che inaugura la breve stagione dello Zacherle “cantante”: due album dove un folle aristocratico signore della notte farnetica sulle novelty songs della Cameo Parkway e che oggi, anno 2011, è il più longevo vampiro sulla terra.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

zacherle