THE KINKS – The Kink Kontroversy (Pye)  

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Una seconda tripletta di K dopo quella sfoggiata con tanto di esaltazione cromatica su Kinda KinKs fa bella mostra di sé su The KinK Kontroversy, alimentando la “controversa” (appunto) posizione dei Kinks riguardo sospette simpatie antisemite. Posizione resa alquanto ambigua per la scelta di affidarsi sovente (I’m a Lover Not a Fighter, Naggin’ Woman) alla penna di J.D. Miller, controverso autore, produttore e discografico conosciuto per aver fondato la Reb Rebel Records, ovvero quella che storicamente viene ricordata come la più razzista etichetta discografica della storia. Nessuno tuttavia recepisce il messaggio più o meno voluto, più o meno simbolico, più o meno esoterico, all’epoca. Del presunto razzismo di Davies si parlerà solo anni dopo, a proposito della sua Black Messiah, cercando di rileggere tutta la sua aristocratica aria “british” come un evidente manifesto di snobismo razziale, se non peggio. “Controversie” etiche a parte, The Kink Kontroversy è un disco nodale nella storia dei Kinks, un album “prismatico” che riesce a mostrare ogni lato della scrittura della band. Il taglio proto-punk è garantito da una tripletta eccezionale come la rendition di Milk Cow Blues (di Sleepy John Estes e che per tutti, da quel 1965, diventerà la Milk Cow Blues dei Kinks), Gotta Get the First Plane Home e la bellissima Till the End of the Day mentre la folky-side è garantita da canzoni come Ring the Bells, I Am Free e la mediocre It’s Too Late. Se Where All the Good Times Gone serve da anello per coniugare magistralmente questi due aspetti (con un abile incrocio tra citazioni di Stones e Beatles e rime di chiara ascendenza Dylaniana, NdLYS), pezzi come I’m On an Island e The World Keeps Going Round anticipano i temi “isolazionisti” e il sarcasmo amaro che scorrerà a profusione sui dischi successivi.

Quelli su cui inizia a piovere.

E il Tamigi a straripare, portando con sé uno moltitudine di naufraghi. Tutti inglesi, tutti bianchi, tutti in abiti eleganti. Portati via mentre Ray ne racconta il passaggio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE WAILERS – The Wailing Wailers (Studio One)  

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L’unico disco ska dei Wailers.

L’unico in cui le pulsioni pacifiste che Marley sentirà vibrare sempre più forte fanno ancora i conti con gli atteggiamenti non esattamente miti e bonari dei rude boys e la fiera indipendenza giamaicana finalmente conquistata fa invece i conti con la musica che arriva dalle stazioni radio americane, quando di notte le radio locali spengono i loro ripetitori e lasciano campo libero al jazz, al soul e alle ballate di gente come Bacharach e Gershwin.

E i giamaicani anziché il loro Sole nascente, guardano la stessa luna degli odiati yankees.

Siamo nel 1965, nell’ultima estate infuocata dallo ska, rimpiazzato l’anno successivo dai ritmi più morbidi del rocksteady. E Bob Marley sta piano piano diventando il leader naturale dei Wailers, mettendo fuorigioco Junior Braithwaite.

Marley, Tosh e Livingstone (i tre superstiti della band originale) sono ancora, fondamentalmente, un gruppo vocale. Il loro approccio agli strumenti è rude, essenziale, modesto. Per questo, ma non solo per questo, Clement Dodd affianca loro i Soul Brothers, la resident-band del suo Studio One appena tirata su.

Sir Coxsone è a casa sua e può far quello che gli pare. E anche se fosse a casa di altri, chi lo sa, probabilmente farebbe quel cazzo che gli pare lo stesso. Del resto maneggiare armi e microfoni per lui e per gli altri artisti giamaicani è la regola.

Non si va tanto per il sottile, in Giamaica. Neppure la musica ska è gentile, del resto.

Ha un suono di chitarre che ricorda quello di un arrugginito letto in ferro quando i loro occupanti non sono esattamente intenti a dormire. E il rullante di batteria tirato al massimo in modo che quando ci picchi nel modo corretto, somigli allo scoppio di un’arma da fuoco. Dietro l’eleganza ostentata dai suoi musicisti (compresi i Wailers, tanto che la silhouette di Tosh verrà “adottata” dalla 2Tone prima e da tutto il movimento poi come icona definitiva dello ska) si cela in realtà una raffinatezza da malaffare del tutto simile a quella dei gangster mafiosi, eletti ad idoli di una rivendicazione sociale ottenuta ad un prezzo altissimo.

Il debutto dei Wailers è il prodotto di tre ragazzini che guardano a questo immaginario e che producono musica per ballare e per rimorchiare ragazze, cantando d’amore o cercando di far da pacieri tra i rissosi amici del ghetto (come succede su Simmer Down, inaspettato numero uno nelle classifiche locali di quell’anno).

Per parlare di rivoluzione occorrerà aspettare un lustro buono.

E nel frattempo, quel ritmo scalcagnato da bettola si sarà trasformato, lentamente, nella sinuosa onda melliflua del reggae.

E i Wailers, nel gruppo spalla di Bob Marley.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JOHN COLTRANE – A Love Supreme (Impulse!)  

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Dio può manifestarsi in tanti modi.

A John Coltrane Dio si manifesta con un pugno che gli modifica il setto nasale e la vita. Il messaggero di Dio è Miles Davis. È lui che, stanco delle smanie eroinomani dell’amico John che stanno minando l’avventura del loro quintetto, gli tatua le sue cinque nocche sul grugno. Facendolo rinsavire.

È il 1957 e da quel momento, oltre a disintossicarsi le vene, John Coltrane inizia un percorso di disintossicazione dello spirito che lo conduce alla riscoperta della spiritualità e di “un amore supremo”. Aggrovigliato a questo amore anelato e infine raggiunto è A Love Supreme, pubblicato nel 1965 e registrato con fervore mistico-musicale in un’unica session il 9 Dicembre dell’anno precedente. Un disco dalla bellezza selvaggia dove il jazz si mescola col blues (il giro di basso di Jimmy Garrison che poi si tramuta nella dichiarazione d’amore “cantata” dallo stesso Coltrane) e gli accenti sudamericani (avvertibili nelle sincopi di Elvin Jones) ma tenta pure l’assalto poetico traducendo in note un intero salmo di lode a Dio, come nei fantastici dieci minuti di Psalm. Nessuno dei musicisti sa quali siano le parole che Coltrane sta “traducendo” in suono ma ne avvertono l’estasi mistica, costruendo una languidissima e soave mareggiata di jazz spirituale. Lo scopriranno solo un mese dopo, quando Coltrane consegna nelle loro mani le copie finite di A Love Supreme, con la sua preghiera a Dio scritta all’interno della copertina.

Una preghiera così bella e ispirata che Dio stesso ne rimarrà ammaliato, tanto da convincere Coltrane a recitarla direttamente nel suo attico su al settimo cielo, appena due anni e mezzo dopo.

‘Trane aveva appena quaranta anni.

E Dio gli si era già rivelato due volte.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE TURTLES – It Ain’t Me Babe / You Baby / Happy Together / The Turtles Present the Battle of the Bands / Turtle Soup / Wooden Head (Edsel)

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Ancora oggi (anche nelle note di copertina di queste ristampe dell’opera completa della formazione americana) è facile trovare il nome dei Turtles associato a quello dei grandi gruppi di folk-rock californiano della loro epoca. Nomi come Byrds, Love e Leaves.

In realtà per le tartarughe della West Coast quello del “folk elettrico” fu soltanto uno dei tanti canoni stilistici scelti per musicare quelli che erano dei piccoli ma prestigiosi manufatti di musica pop il cui accostamento più azzeccato, in termini stilistici così come di disimpegno, è piuttosto con l’alta sartoria dei biondi Beach Boys. O, guardando alla costa Est, con le amabili pop songs dei Lovin’ Spoonful. Più che le chitarre Rickenbacker sfoggiate in televisione per presentare le loro prime canzoni saranno infatti le preziosissime armonie vocali a riservare ai Turtles un posto nella storia. Intrecci così sopraffini che finiranno per arricchire i dischi di T. Rex, Mothers of Invention, Ramones, Steely Dan, Blondie, Psychedelic Furs, Bruce Springsteen, Alice Cooper su su fino a quelli dei Duran Duran. Sono le voci di Phlorescent Leech e Eddie. Sempre in quelle clip, oppure nella commedia My Dinner with Jimi scritta proprio da Eddie, sono i due senza strumento in mano eccetto uno o due cembali. Sono anche i più bruttini tra i sei, ma non ha molta importanza. Perché i Turtles arrivano in Top Ten, ancora minorenni, già al primo singolo, sfruttando l’idea dei Byrds di dare un vestito nuovo agli stracci folk di Dylan. La versione corale di It Ain’t Me Babe piace al pubblico e il singolo viene premiato con un ottavo posto in classifica e scelto come titolo per l’album che arriva subito dopo.

Proprio come hanno fatto i Byrds.

E che di canzoni di Dylan ne contiene tre. Ancora una volta proprio come i Byrds.

L’altro canzoniere da cui i Turtles attingono è quello di Phil Sloan. Un canzoniere altrettanto ricco ma dal successo meno imperituro. Chiedete oggi ad un ventenne qualsiasi chi fosse e vi risponderà con una pernacchia. E invece negli anni Sessanta Sloan ad ogni scorreggia scrive una canzone. Anche di molto belle, da solo o in coppia col fidato Steve Barri, altro newyorkese trapiantato in California ad ornare di canzoni i viali verdeggianti di palme delle strade di Los Angeles.

I Turtles ne registreranno ben sette, superati solo (ovviamente) dai Grass Roots (la band creata appositamente da Lou Adler per incidere le canzoni della ditta Sloan/Barri) e, potenzialmente, dai Vogues (per i quali Sloan scriverà due dozzine di brani senza vederne mai pubblicato mezzo).

Una di queste è scelta come secondo singolo e, l’anno dopo, come pezzo portante e title-track del loro secondo album. Ancora una volta armonizzazioni impeccabili da far impallidire Beach Boys (You Baby) e Zombies (Give Love a Trial), impianto strumentale fondamentalmente acustico e un tamburello che non dà tregua. Con il finale affidato ad una versione ripulita di quella perla garage-punk degli esordi intitolata Almost There che in Italia gli italiani Kings registreranno alla SIAE come Trovane un altro e negli anni Ottanta gli Stomachmouths riproporranno nella sua primitiva, feroce versione originale.

Ma il colpo gobbo dei Turtles non porta ne’ la firma di Dylan ne’ quella di P.F. Sloan ma bensì quelle di Alan Gordon e di Gary Bonner. Quello che è uno “scarto” dei Magicians, diventa un’hit in grado di sbarrare la strada alla Penny Lane dei Beatles.

Ancora una volta il “tema trainante” è pure quello scelto per dare il titolo all’intero album che ne segue. Happy Together è un disco dagli arrangiamenti sfarzosi ideati da Chip Douglas, il nuovo acquisto della band il cui gusto ricercato farà gola ai Monkees di cui diventerà da subito il produttore dei loro dischi più belli. L’album è una classica donut americana. Una di quelle robe grasse cariche di zuccheri e di surrogati di crema e cioccolata. È il trionfo del disimpegno e del romanticismo da soap opera.

Il vero capolavoro del gruppo è però un disco che trascende il concetto di vincolo stilistico per liberare la vera anima della band e le sue qualità trasformiste. The Battle of the Bands è un eccentrico disco-parodia in cui i Turtles reinventano se stessi vestendo i panni dei vari complessi che avevano effettivamente vivacizzato le famose Battle of the Bands sfidandosi l’un l’altra portando in scena il loro repertorio svolazzante tra surf-music, boogaloo, psichedelia, folk-rock, country, rock ‘n roll, musica da ballo e canzoni concettuali. A portare a casa il “trofeo” sono Howie, Mark, Johny, Jim & Al, un quintetto in smoking e papillon che affronta i vari Quad City Ramblers, Cross Fires, Nature’s Children, Fabolous Dawgs e anche il fantastico beat di Chief Kamanawanalea (che verrà campionato praticamente da chiunque, dai Freak Power a Drake passando per Beastie Boys, De La Soul, Ice Cube e KRS-One) con una canzone di pop melodico intitolata Elenore che farà sfaceli anche nell’italiana Canzonissima nella traduzione fattane da Franco Migliacci.  

Il disco è il primo del lotto di ristampe della Edsel a presentare un intero secondo cd di bonus (i primi tre presentano esclusivamente le versioni mono e stereo dello stesso disco, NdLYS) con tutti i singoli del periodo e le outtakes dell’album completato quanto iniziato dalla Sundazed ormai più di venti anni fa.

Il canto del cigno (visto che le tartarughe non cantano neppure in punto di morte) dei Turtles è una zuppa preparata dallo chef Ray Davies ma lungi dall’essere “cotta” Turtle Soup dimostra che la formazione californiana continua ad affinare il proprio stile con un’altra consistente dose di melodie da manuale pop come Somewhere Friday Night, You Don’t Have to Walk in the Rain, Love in the City, Torn Between Temptations (sulla quale l’eco di Davies si sente davvero in maniera prepotente), stavolta tutte frutto della penna sempre più vivace della band.

Le pressioni dell’etichetta a produrre successi con lo stampino si fanno però a quel punto intollerabili e la band decide di lasciare gli studi di registrazione dove stanno preparando il sesto album (una mezza dozzina di estratti sono qui inclusi sul secondo CD mentre l’opera (in)completa è reperibile da tempo sul catalogo Rhino.

A chiudere il progetto di reissue della Edsel arriva infine la versione in doppio disco della raccolta di inediti e rarità del primissimo periodo che nel 1970 la White Whale pensò bene di usare per mettere la parola fine alla vicenda Turtles. Un ritorno al tintinnio folk-rock del primo periodo con una perla di valore ASSOLUTO come Outside Chance, scritta dal compagno di scuderia Warren Zevon.

Ora sapete chi erano i Turtles.

Ora, se non lo sapete, potete apprenderne l’intera storia.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

OTIS REDDING – Otis Blue/Otis Redding Sings Soul (Volt)  

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Per tutta la sua breve carriera, Otis Redding sognò di sedersi sul trono occupato da Sam Cooke. Il trono del Re del soul.

Senza mai mancargli di rispetto. In maniera onesta. Senza sgambettare o barare. Usando le sue stesse carte: quelle che scoprirà su King & Queen, il bell’album del 1967 condiviso con Carla Thomas.

Gli sta alle calcagna, sognando quel momento.

E quel momento arriva. E’ un momento triste ma arriva.

Quando nelle due afosissime giornate del Giugno ’65 in cui Redding è chiuso in studio con il Memphis Group e Isaac Hayes per registrare il suo terzo album, il vecchio Re aveva lasciato il suo trono e il suo regno terreno da sei mesi. Beffardamente, lo stesso giorno in cui Redding dovrà lasciare il suo, tre anni dopo.

L’omaggio a Cooke che non era mai mancato sui dischi precedenti di Otis, si triplica per quello che ha tutte le carte in regola per diventare l’album soul per eccellenza. Quello con gli ingredienti tutti al posto giusto. Quello con Otis ora inginocchiato a supplicare canzoni d’amore e struggimento ora in piedi, dall’alto del suo metro e novanta, a cerimoniare un tripudio di fiati che splendono nel cielo della musica nera come dei fuochi pirotecnici.

Come quelli di (I Can’t Get No) Satisfaction. Quelli che, confesserà il suo stesso autore, Keith Richards aveva sognato come contorno festoso a quella canzone ma che non era previsto nel rigoroso assetto rock ‘n roll degli Stones.

Dopo essere stato incoronato dalla sua gente, penetrare il mercato dei bianchi era del resto uno degli obiettivi di Mr. Otis Redding. Tanto che per la copertina venne scelta una modella di origini ariane che negli anni è stata identificata con Nico e Dagmar Dreger, senza in realtà venirne mai a capo. È un passo in avanti verso quel “cambiamento” culturale caldeggiato da Cooke con la sua A Change Is Gonna Come che è una delle tre canzoni prescelte da Redding per la scaletta di Otis Blue.

Un passo verso l’integrazione e il rispetto, quell’altra cosa di cui parla Mr. Big O su questo album, di cui nessuno dei due mostri del soul potranno trarre alcun vantaggio. Volati entrambi via troppo presto, lasciando incustoditi i loro tesori su questa terra.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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BOB DYLAN – Bringing It All Back Home (Columbia)  

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C’è un preciso momento in cui il folk di Dylan si unisce carnalmente al rock ‘n roll.

Quel momento ha un’esatta connotazione temporale, identificabile con l’anno 1965 D.C.. L’anno del contestato concerto elettrico di Newport, chiuso a Dicembre con una storica conferenza stampa dove prende le distanze non solo dal folk ma anche dal neologismo folk-rock creato appositamente per lui e aperto a Gennaio con le sessions per il suo quinto album in studio, il disco dello scompiglio. Il lavoro con cui Dylan, con un salto audace, si lancia giù dal piedistallo di menestrello del Village su cui era stato piazzato, rischiando di diventare una statua di marmo con una chitarra in mano riproducibile in serie sugli adesivi da appiccicare al culo di un pick-up.

Il vento che doveva portare risposte mai arrivate si era gonfiato fino a diventare un piccolo uragano, almeno a livello artistico, incapsulando al suo interno schegge di rock ‘n roll come i rigurgiti Chuck Berry che spingono nell’esofago di Subterranean Homesick Blues o la ritmica da giungla con cui presenta la sua Maggie’s Farm a Newport facendola somigliare al suono psicotico degli Yardbirds. Dylan non lavorerà più nella fattoria di Maggie ne’ in quella di nessun altro. Lasciando i campi per la città, Bob trascina simbolicamente il suo immaginario nella grande metropoli e nei suoi abusi elettrici senza ammainare la bandiera ma andando a devastare i suoi sogni in quello più grande e condiviso del capitalismo e del benessere del grande boom.  

Vestendo gli abiti di un fuorilegge o di un barbone.

Inviando a casa delle cartoline per rassicurare mamma che va tutto bene, nonostante il sangue si sia mischiato all’inchiostro. O scrivendo alla sua Baby Blue ed esortandola a fare lo stesso, malgrado tutto.

Perché restare è spesso lasciarsi morire. E senza facce da incontrare non ne hai una buona da poter mostrare.

Bringing It All Back Home è l’opera esaltante di un Dylan guerriero che conosce la rabbia e la compassione, l’ambizione, il dolore, il gusto amaro della sconfitta e quello agrodolce della nostalgia, il rassicurante benessere della sazietà e l’austerità del digiuno. È il Dylan che lancia i dadi e li lascia rotolare sul tavolo mentre lui è già altrove, lasciando i compagni seduti al tavolo, a guardare il prodigio del suo lancio miracolato.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BYRDS – Turn! Turn! Turn! (Columbia)  

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La fusione tra Merseybeat e folk americano incantevole e splendente su disco, si rivela presto inconciliabile negli equilibri interni della band-simbolo del folk-rock statunitense, con un McGuinn sempre più deciso a fare dei Byrds una sorta di cover-band di Dylan e un Gene Clark che si vede spesso “bocciare” le canzoni per impedirgli di avere il predominio sul songwriting (e sui diritti ad esso connessi).

In barba al tono serafico e quasi ecumenico trasmesso dal disco, Turn! Turn! Turn! venne registrato in un periodo di grande tensione e di stress emotivo causati sia dagli attriti interni che porteranno a meno di due mesi dalla sua pubblicazione all’allontanamento volontario di Clark, sia dall’inaspettato successo del disco precedente che ha acceso sulla band le luci della ribalta mentre era ancora con gli occhi semichiusi, abbagliandola.  

Il disco sembra non risentirne, anche se una maggiore presenza di brani originali non gli avrebbe di certo nuociuto.  Le perle dell’album sono infatti proprio le canzoni scritte da Clark, McGuinn e Crosby: It Won’t Be Long, Wait and See, Set You Free This Time, The World Turns All Around Her, If You’re Gone disegnano un arcobaleno di chitarre arpeggiate e voci sublimi.

Dio c’è. E in qualche modo, al di là dei versi dell’Ecclesiaste che ne inaugurano il cammino, è finito qui dentro.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SPENCER DAVIS GROUP – Their First LP (Fontana)  

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Il primo “turno” di registrazioni per il gruppo messo su a Birmingham nell’Agosto del ’63 dal chitarrista Spencer Davis e da due talentuosi fratelli fanatici del jazz e dell’R&B americano che rispondono ai nomi di Mervyn e Stevie Winwood è fondamentalmente un giro di rodaggio sui circuiti di musica nera in cui la band esercita la propria tenuta di strada ad inizio carriera. È lo standard di molti “album” dell’epoca, quella di “testare” la prestazione di una band mettendo su un album il singolo fortunato e circondandolo di cover più o meno occasionali che servano a definirne i contorni culturali e stilistici. Sarà così un po’ per tutti, dagli Stones ai Them, dagli Animals ai Pretty Things, dagli Yardbirds ai Beatles.

La band di Spencer Davis non si sottrae alla regola.

Il “loro primo album” serve per esibire la capacità di confrontarsi con numeri di rhythm ‘n blues buono per le sale da ballo (I Can’t Stand It, Searchin’, Jump Back, Midnight Train), per i palchi dei club dove qualche teppista va a rifugiarsi per sentire la musica del diavolo (My Babe, Dimples) o per tormentarsi l’anima in perfetta solitudine (Every Little Bit Hurts e il primo grande numero dell’allora sedicenne Steve Winwood come It Hurts Me So).

È l’inizio di una ascesa veloce e folgorante che con gli aggiustamenti e gli abbinamenti voluti da Chris Blackwell produrrà a breve alcuni dei più grandi successi della stagione.

Qui, si prepara soltanto il campo alla prossima mietitura.   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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MISUNDERSTOOD – The Legendary Goldstar Album / Golden Glass (Cherry Red)

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Torniamo a parlare dei Misunderstood a pochi mesi dall’uscita dei Lost Acetates di Mike Stax in virtù di queste traccie scovate tra gli archivi Goldstar: otto tracce di puro distillato blues, secondo le coordinate indicate in simultanea (siamo nel ‘65) dagli Yardbirds. E proprio la band inglese e la sua visione dapprima seminaristica e poi sempre più personale ed eccentrica del blues può essere presa a paragone del percorso seppur brevissimo del gruppo americano che, come dimostrato dagli otto pezzi del secondo CD già edito nell‘84, cominciò presto a vestire i panni di una band dalle inflessioni psichedeliche e dalle maglie progredite tipiche di bands come Traffic o Action. L’aura di leggenda che circonda questi pupilli di un giovanissimo John Peel è comunque dovuta più alle vicissitudini che ne fratturarono l’ascesa che a quanto lasciato ai posteri.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE MISSING LINKS – The Missing Links (Philips)  

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Pochissime altre band dei mid-60 ‘s possono descrivere altrettanto bene il concetto di punk style più che i Missing Links di Peter Anson, capelloni australiani scomodi a tutti, impresari, presentatori televisivi e genitori inclusi. Cacciati fuori dai TV shows, simpaticamente invitati a lasciare le città dove si esibivano e si intrattenevano amorevolmente con le loro fans e capaci di rendersi odiosi dando alle stampe, nell’Ottobre del 1965, un 45 con un’unica canzone divisa in due parti e incisa totalmente al rovescio. Gente non banale, fastidiosa, malsana, perfetto manifesto visivo e musicale di quegli anni di rottura.

Sei disadattati che sul palco sfasciano tutto il possibile e che si divertono ad alternarsi al microfono mentre tutt’intorno chitarre e batteria si aggrovigliano in un portentoso punk della giungla carico di feedback e riverberi. Come degli Yardbirds che sono volati nel tropico sbagliato. The Missing Links è infatti il perfetto “anello mancante” tra il For Your Love uscito sei mesi prima e lo Psychotic Reaction dei Count Five che arriverà da lì a breve.

Blues, folk e beat versati sulla pelle come acido muriatico da una mini orchestra aborigena educatasi alla civiltà attraverso i dischi di Leadbelly, Bo Diddley, Rolling Stones e Kinks.

Provate a stilare una classifica definitiva delle garage songs più distruttive dei sessanta omettendo pezzi come Wild About You o Drivin’ Me Insane e ditemi se ne siete capaci. Loro erano i pescecani che abitavano l’Oceano tropicale e spezzavano le tavole ai surfisti, prima di lasciare il posto a barracuda affamati come Saints e Radio Birdman.

Ora, se avete a casa questo disco e non lo avete consumato, probabilmente non sapete cosa sia il garage-punk e non vi è mai interessato saperlo. Perché, in caso contrario, l’unico album della formazione di Sydney dovrebbe essere adesso una quasi inutilizzabile selce di vinile nero che frigge come gli sparklers che tenete in mano la sera del Capodanno. Pubblicato in sole 500 copie nel Dicembre del 1965, solo cinque mesi dopo che la formazione si è assestata e quattro mesi prima che si separasse del tutto, The Missing Links è uno dei primissimi testi sacri della musica beat-punk.  

Se non la Genesi, l’Esodo.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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