THE BARBARIANS – The Barbarians (Laurie) 

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Vi ricordate di Jerry Lee?

E di John Lennon?

Dei T. Rex?

E del vecchio Moulty?

Al quarto e ultimo interrogativo, prima del rush conclusivo di Do You Remember Rock’n’Roll Radio, sull’album più squisitamente sixties-oriented dei Ramones (ma più in là negli anni realizzeranno un album quasi garage-punk come Acid Eaters) molti strenui tenaci dei “fratellini” newyorkesi si guardarono vicendevolmente cercando negli occhi dell’altro la risposta che non riuscivano a trovare in cuor proprio: chi cazzo era il vecchio Moulty?

A quel punto qualcuno più bravo degli altri, o solamente più fortunato, tira fuori Nuggets. Ed ecco che il nome Moulty salta fuori: è il titolo di una canzone di tali Barbarians, che le note di copertina ricordano aver partecipato al T.A.M.I. Show del ’64 accanto a niente-poco-di-meno-che James Brown, Chuck Berry, Beach Boys, Rolling Stones e Supremes e che sul disco raccontano della malasorte del loro batterista a cui sette anni prima una bomba ha voluto stringere la mano un po’ troppo forte.  

Ed è a allora che a qualche fratello maggiore di quei quindicenni che stanno ascoltando i Ramones sovviene di aver visto in tv quel cazzo di batterista con un uncino al posto della mano sinistra e con la scritta The Barbarians messa nera su bianco, proprio sulla pelle anteriore della grancassa. Oh cazzo…ecco chi era il vecchio Moulty!  

A quello spettacolo i Barbarians parteciperanno coi sandali ai piedi e, quando dopo due anni da quell’infruttuoso singolo (Hey Little Bird) che è uno dei più vecchi e anche più rozzi e volgari reperti garage punk della storia riscoperto anni dopo da band come Miracle Workers, Cannibals e Chesterfield Kings, si tratterà di tirar su un intero album i Barbarians, sulla foto di copertina quei sandali li hanno ancora ai piedi. Il disco non è quell’orgia punk anti-litteram che Hey Little Bird prometteva: è più orientato verso il folk, verso il rock & roll basico o addirittura verso gli strumentali di marca Champs (Linguica, Maria Elena) ma due cose ignorantone come Are You a Boy or Are You a Girl (erroneamente citata impropriamente come titolo dell’album) e What the New Breed Say ma anche la cover capellona di I’ve Got a Woman meritano il prezzo del biglietto.

Moulty e il suo uncino il suo posto accanto a Jerry Lee, a John Lennon e ai Ramones.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE BLUE THINGS – The Blue Things (RCA Victor)  

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Nel loro territorio, il Kansas, il miglior branco di folk-rocker dei mid-Sixties. 

Messi da parte i vestiti blu e gli strumenti analoghi con cui girano nei club sotto il nome di Blue Boys, arrivano alla RCA con un outfit più in sintonia con la beatlesmania che nel frattempo è esplosa dappertutto, pur senza tradire la loro natura di ragazzacci del Midwest. Nel frattempo, il suono si è raffinato ulteriormente attorno a quel folk che Val Stoecklein frequenta già prima di entrare nel gruppo per diventarne il cantante.

Per Val il folk non è solo un vezzo di moda ma resta, come da tradizione, un veicolo per cantare di sé stesso e della società che lo circonda. E così sarà anche dopo aver lasciato il gruppo e fino al suo suicidio nel Maggio del ’93 quando di storie da cantare ne aveva ancora tante ma la voglia di farlo era passata da un pezzo.

Anche per questo The Blue Things è un disco motivatissimo, oltre che luccicante di perle preziose imbastite con ottimo gusto e un’abilità manuale invidiabilissima. A parte un paio di scivoloni nel barattolo della marmellata, i pioli della scaletta approntata dalla band americana tengono saldamente. I beatnik possono avventurarsi sul tetto a guardare la ferrovia spaccare in due i campi di frumento e pannocchie che coprono il cuore dell’America.  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

KINKS – Face to Face (Pye)  

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Il rientro in patria alla fine dell’infausto tour Americano del ’65 che era costato alla band il divieto da parte della American Federation of Musicians di esibirsi negli Stati Uniti per quattro anni è per Ray Davies un rientro da esule.

La scrittura di Davies ne risente in maniera decisiva: l’amore e il sesso scompaiono dai suoi dischi così come viene spianato quel suono crudo che aveva fatto la loro fortuna. Ray Davies diventa un attento osservatore e un acuto ritrattista della sua Inghilterra e il suono dei Kinks diventa più elaborato e più ricco di chiaroscuri, esaltando il gusto dolceamaro delle liriche del loro leader. Questo rinnovato approccio vignettista viene esibito ad inizio del 1966 sulla fantastica Dedicated Follower of Fashion, critica per nulla velata sulla Swinging London per essere poi elaborato in maniera più compiuta su Face to Face, l’album dello stesso anno dove la campagna inglese, eletta a rifugio simbolico di un Davies sempre più schivo, viene arata a suon di chitarre acustiche e clavicembali dando una solennità vittoriana a canzoni come Rosie Won’t You Please Come Home e Too Much on My Mind. Scrosci d’acqua colorano invece la Holiday in Waikiki spudoratamente copiata dalla 19th Nervous Breakdown degli Stones e la greve Rainy Day in June mentre House in the Country e Party Line sono i rifugi dove i nostalgici dei “giovani” Kinks possono trovare riparo lungo il tragitto. Il capolavoro del disco è però Sunny Afternoon, un piccolo melodramma in forma di giullaresca in cui Davies veste i panni di un ricco rampollo cui l’esattore delle tasse rovina l’estate, posto quasi in chiusura di un lavoro che, nonostante la sua lunghissima gestazione (otto mesi al posto degli “abituali” cinque giorni dei tre dischi precedenti), rimane abbastanza incompiuto e il cui spirito progressista non è bastato a garantirgli la salvaguardia dalla ruggine del tempo.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

SYNDICATE OF SOUND – Little Girl (Bell)  

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Uno dei più sguaiati inni del garage-rock dentro un album che di garage rock non ha praticamente nulla. È il caso di Little Girl dei californiani di San Josè Syndicate of Sound, immarcescibile classicone registrato nel gennaio del ’66 che sarebbe passato di mano in mano da quelle dei Dead Boys a quelle di Stiv Bators e poi via via tra quelle di Dwight Yoakam, Hypstrz, Outta Place, Unclaimed, Chesterfield Kings per diventare un successo in Australia tra quelle birichine di Chrissy Amphlett e dei suoi Divinyls.

Una canzone sulla perdita della verginità che si agita su uno scampanellante giro di chitarra e che il tono da sberleffo con cui Don Baskin conduce tutto il brano fino alla risatina di scherno finale sublima in una delle più allusive canzoni del periodo.   

Peccato che dentro l’album che la contiene e che da quella prende il titolo di questa sottile perversione, lirica, musicale, attitudinale, non ci sia altra traccia e che il potenziale del gruppo venga dissipato dentro una scaletta da manuale delle buone maniere, tra innocue cover rock ‘n’ roll e altrettanto inoffensive dialettiche sull’amore spalmate su classici giri folk-rock.

L’album nasce in realtà dall’esigenza dell’etichetta di capitalizzare in fretta sul nome dei Syndicate of Sound e da quel piccolo e inaspettato successo regionale del loro pezzo, imponendo al gruppo di finire tutto in meno di un mese, con un budget che non consente al gruppo nessuna sperimentazione e pochissimi margini di errore. Meglio dunque concentrarsi su brani semplici: Big Boss Man, Dream Baby, I’m Alive, Almost Grown, Is You Is or Is You Ain’t My Baby e una serie di pezzi scritti in fretta da John Sharkey che lascerà il gruppo appena ultimate le registrazioni del disco che spegnerà come un fuoco di paglia una delle più belle scintille del garage-rock americano. Per sempre.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE EASYBEATS – Volume 3 (Albert Productions)  

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Il terzo capitolo discografico degli Easybeats si apre con Sorry.

Quindi le istruzioni d’uso sono queste:

Abbassare la puntina sul primo solco, rialzarla dopo due minuti e mezzo, riposizionarla sul solco iniziale. Continuare così fino a morte sopraggiunta.

Basterebbero questi due minuti e mezzo per fare di Volume 3 l’album da possedere a tutti i costi. Viaggiando per paralleli (oltre che per meridiane, visto che ci troviamo in Australia) è un po’ come quando vedi un bel paio di tette, e quella porzione di corpo ti basta per accendere il desiderio della restante parte del corpo.

Ecco, con Sorry gli Easybeats mostrano le tette. E sono due tette bellissime. Due ghiandole mammarie ruspanti, prosperose e ricche di latte beat. Due ghiandole da grattare con veemenza ma senza usare le unghie, come lo strumming della chitarra ci lascia immaginare prima di quel ritornello intoccabile, inviolabile come l’altro paradiso che le ragazze degli anni Sessanta cominciavano a mostrare ancora nascosto dietro un velo spesso di cotone bianco come zucchero filato.

Ho reso l’idea? Credo di si.

Sorry è una delle vette della produzione pop australiana di tutti i tempi. Ovvio che al suo cospetto anche la restante scaletta scompaia, nonostante pezzi come You Said That, Promised Things o Going Out of My Mind siano lì come la Madonna sull’altare di tutto il power-pop che da quella terra arriverà dagli anni Settanta in poi. Stems compresi, ovviamente.

C’è, ovvio, una dipendenza a volte eccessiva dagli zuccheri beatlesiani nella musica del quintetto australiano. Che in quel periodo è mal comune e gaudio altrettanto comune. Ma anche quando si tratta di tirar giù qualche schizzo a ricalco, pochissimi possono vantare un tratto preciso come quello degli Easybeats. Voi riuscite a farlo senza sporcarvi il bordo della mano?  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LUIGI TENCO – Tenco (RCA)  

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Non ho mai perdonato a Tenco la banalità di quel sacrificio compiuto sull’altare fiorito e benvestito del Festival della Canzone Italiana. Una beffa, quell’epilogo senza possibilità di appello, che ci ha privato del miglior cantautore dell’epoca facendocelo giocare al tavolo verde del successo effimero, delle canzonette, delle gare. Lui che non era uomo avvezzo alle competizioni, che lasciava passare chi da dietro strombazzava per superare la sua Alfa Romeo. Lui così fatalista eppure così poeticamente sospeso fra promesse d’amore eterno e di vite migliori, così sensibile alla noia e così refrattario alla mondanità. E infine così pronto ad immolarsi per un pubblico che non l’aveva compreso e che se lo farà piacere suo malgrado, proprio per lavarsi la coscienza da quella tragedia.  

Pochi mesi prima di quella tragica notte in cui “presero il vino e ci lavarono la strada” era uscito Tenco, album che alla sua consueta canzone d’amore dolorosa e struggente, chiazzata di malinconie così profonde da perforare anche gli stomaci più robusti, ammalata di un’accidia così apatica, da una svogliatezza così masochista da risultare insopportabile, assetata di attenzioni così ascetiche e così nemiche della frivolezza tipiche della sua scrittura (Un giorno dopo l’altro, il nuovo arrangiamento di Vedrai vedrai, Un giorno di questi ti sposerò, Lontano, lontano) coniuga qualche frizzante beat al passo coi tempi “capelloni” (Io sono uno, Come tanti altri, Ognuno è libero, E se ci diranno, Ma dove vai) che lo rende brioso, ironico e pungente seppur disomogeneo nella forma e nei contenuti lasciandoci solo percepire, annusare, intuire con fugace e superficiale ammirazione quel che Tenco ci avrebbe con perfidia sottratto sotto il naso lasciandoci per sempre uno stiletto infilzato al cuore e un sepolcro sotto la moquette del Teatro Ariston.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MANFRED MANN – The Five Faces of Manfred Mann / Mann Made / Mann Made Hits / Soul of Mann (Umbrella Music)

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Mentre mi appresto a scrivere di queste ennesime reissues dedicate al materiale dei Manfred Mann mi chiedo a chi possa interessare, oggi, mettersi in casa delle ristampe del gruppo inglese ormai relegato da tempo immemore fra quelli che io chiamo gli “artisti da autogrill” ovvero quei gruppi che la storia ha, spesso in maniera ingrata, costretto ai margini della storia e la cui vicenda artistica è spesso confinata in discutibili raccolte (sovente di materiale ri-registrato in studio) economiche vendute nelle ceste delle stazioni di servizio o di qualche edicola. Yardbirds, Animals, Hollies, Spencer Davis Group, Them li trovate spesso lì dentro, assieme a Louis Armstrong o i Dik Dik. I Manfred Mann, sempre. Andate pure a controllare.

I Manfred Mann dei primi anni, sorta di incrocio fra il soul-blues guidato dall’organo degli Animals e Spencer Davis Group e il sobrio jazz da beat club di Georgie Fame, hanno ancora un loro pubblico? Ne dubito. La musica del quintetto guidato dal tastierista Manfred Mann ha un garbo che mal si sposa ai tempi moderni e anche con quelli antichi non è che ci andasse giù duro o si arrampicasse su chissà quali specchi sensazionalistici. L’urgenza pre-punk di altre band della British Invasion (penso a Who, Troggs, Kinks, Stones o alle cattive vibrazioni degli Yardbirds) è per esempio del tutto assente dalle produzioni e dalle pose della formazione della capitale inglese. Si fa avanti, piuttosto, un approccio da giovani intellettuali eruditi alla musica black (le cover degli standard del primo album) contrapposto o ab binato al tentativo di assaltare le classifiche con pezzi dalla cantabilità sfacciata (quelli raccolti su Mann Made Hits: da Pretty Flamingo a 5.4.3.2.1., da Come Tomorrow a Do Wah Diddy Diddy, da Sha La La a If You Gotta Go, Go Now). La musica non si prende nessun rischio e non esprime nessuna ferocia. Ecco perché forse ai primi due dischi del lotto è preferibile la restante metà, ovvero Mann Made (che scegliendo un repertorio meno compromesso col blues cattivo appare nettamente più onesto nel mettere in mostra il loro approccio più disimpegnato) ed il Soul of Mann approntato dalla HMV mentre il gruppo si sta ricompattando nella nuova line-up e sta passando ad altra casa discografica e che vede il gruppo impegnato in una piacevolissima sequenza di strumentali a metà strada fra Bacharach ed il jazz. La totale assenza di bonus su questa tornata di ristampe rende però il tutto ancor meno appetibile di quanto sia già di per sé il nome dei Manfred Mann per orecchie vecchie e nuove.             

   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE TROGGS – From Nowhere (Fontana)  

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Quando nel 1966 i Troggs lanciano nell’etere la loro versione di Wild Thing, la gioventù britannica ha già trovato i suoi cattivi maestri. Sono gli Stones di Satisfaction, gli Who di My Generation e i Kinks di You Really Got Me ad aver dato una svolta al rock ‘n’ roll inglese recidendo da un lato i legami con la musica nera che l’avevano tenuta imprigionata e allo stesso tempo fornendo all’insoddisfazione e alle pulsioni sessuali tipiche dell’età adolescenziale un canale di legittimazione popolare. Wild Thing era però un ulteriore passo avanti, un classico da erotismo volgare e allusivo che trasmetteva un senso di lasciva apoteosi del piacere, una bomba d’eros lanciata sull’Inghilterra perbenista, enfatizzata da una struttura proto-punk di assoluta mediocrità strumentale che la rendeva primitiva e urgente come un bisogno fisiologico. E il sesso, nonostante vi ostiniate a strumentalizzarlo con amore, empatia e tutte le altre minchiate in cui credete fin che durano (mediamente più di un coito, ma con molto molto meno piacere) rientra fra questi.

Quello di Wild Thing rappresenta il canovaccio di gran parte del repertorio dei “trogloditi”, anche se non l’unico. Ma questa sorta di livida perversione “spinta” in maniera talmente elementare da ricordare davvero i movimenti di un amplesso sarà uno dei tratti distintivi del loro repertorio, anche quello meno dichiaratamente allusivo (in questo album, ad esempio, su From Home, I Just Sing, Louie Louie, Ride Your Pony). I Troggs proseguono dunque l’assedio alle ragazzine lentigginose al primo ciclo mestruale già tallonate dai Rolling Stones con un’ossessione per il gentil sesso e un maschilismo sfrontato ed arrogante che il tono beffardo del cantante Reg Presley non fa che rendere ancora più disinibito e molesto.

I Troggs di From Nowhere sembrano una macchina costruita per fertilizzare il mondo, un’accolita di drughi che fra uno stupro e una sevizia si divertono pure a sbeffeggiare le loro vittime, farsi una bella partita a squash o azzardare una bella corsa in macchina per andare a far carico di droghe e alcol (Hi Hi Hazel, The Kitty Cat Song, Jaguar and Thunderbird) pronti per una nuova nefandezza.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GODZ – Contact High with The Godz (ESP-Disk)  

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Assieme ai Fugs e ai Monks, i newyorkesi Godz furono una delle cose con cui potevi mandare in pappa il cervello se avevi sedici anni nel 1966. Gente senza talento che aveva deciso di delirare sconnessamente su un palco e, se ce ne fosse stata l’occasione, su disco.

Quell’occasione gliela fornì la ESP-Disk, un’etichetta altrettanto folle che progettava di pubblicare dischi in lingua esperanto e il cui catalogo, a metà degli anni Sessanta, divenne il rifugio dei più grandi cani sciolti dell’epoca. Gente come Pharoah Sanders, Albert Ayler, Sun Ra, i Fugs, Timothy Leary.

Le ”musiche” dei Godz erano completamente disconnesse da tutto ciò che poteva anche lontanamente essere vicino al gusto popolare ed erano totalmente prive di una qualsiasi progettualità melodica, armonica, ritmica. Le nove “canzoni” di Contact High vengono registrate all’ASCAP per adempire agli obblighi di copyright, ma Jay Dillon, Jim McCarthy e Larry Kessler sanno benissimo che non beccheranno un quattrino in diritti d’autore: quella roba è irriproducibile e non godrà di nessun passaggio radiofonico.

Sono miagolii di gatti, filastrocche dislessiche, armoniche fuori tono, Dylan-dylaniato su un asse da lavare, Hank Williams sbeffeggiato dai pellirossa, folk disarticolati e tamburi che rotolano giù per le scale della metropolitana.

Contact High è l’inascoltabile elevato a modello di vita.

Musica che non offre ristoro, suonata da musicisti che volevano graziarsi gli Dei offrendo loro tutto il peggio che sapevano fare, mostrando ogni loro difetto, la propria inutilità.

Qui e solo qui sta la grandezza di un disco come Contact High.

Non cercateci dentro altro significato.

                                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

                                                                                                      

THE MOTHERS OF INVENTION – Freak Out! (Verve)  

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L’ultima frontiera della follia “social” si chiama Sarahah: tu individui qualcuno cui vuoi paventare il tuo odio, il tuo risentimento, il tuo amore e, in maniera anonima, gli scrivi quello che pensi. Una baggianata inutile e meschina di cui Frank Zappa non avrebbe certo avuto bisogno. Lui ci ha sempre messo la faccia, in quello che diceva. Anche quando si scagliava, con il disco pubblicato nella culla del movimento hippie, contro il movimento stesso. Scegliendo sin dall’inizio di farsi odiare anche da chi era chiamato a legittimare la musica e le idee dei suoi Mothers of Invention.

Inimicandosi gli amici, che tanto i nemici erano già tali.

Vendendo ai capelloni la stessa musica da cui stavano scappando (l’eleganza lambiccata del doo-wop, ad esempio), criticandone gli eccessi liberali (l’uso delle droghe di cui Zappa si professò da subito acerrimo nemico), restaurando la vetusta ideologia sessista in loco delle nuove spinte femministe sul ribaltamento o la parità dei diritti di genere e imponendo al suo gruppo e a chiunque gli si avvicinasse un dispotismo dittatoriale che cozzava con gli inconcludenti aneliti democratico-popolari del “movimento” e travestendo il tutto con le vesti dell’eccesso e sotto la bandiera di una chiamata alle armi, Frank Zappa metteva in atto, nel pieno del fermento hippie, la sua prima scellerata azione di follia dissacratoria e di satira al vetriolo puntando il dito sulla stessa controcultura e i suoi miti pacifisti da cui egli si sarebbe sempre tenuto alla larga e che sarebbe tornato a sbeffeggiare a più riprese durante tutta la carriera, fino ad oltrepassare la barriera del buon gusto sulla astiosa We’re Turning Again venti anni dopo.  

Per realizzarla il musicista di origini siciliane si era trasferito ad Hollywood, prendendo in affitto un cottage al 1819 di Bellevue Avenue, a ridosso della Hollywood Freeway e a pochi isolati dal Sunset Boulevard, l’arteria dove fiorivano i locali “in” della città: il Whiskey au Go-Go, il Ciro’s (dove i Byrds suonavano come gruppo “di casa” e dove i Mothers avvicinarono, con successo, la combriccola dei “Freaks” di Vito Paulekas che facevano da coreografia viva e pulsante alle esibizioni della band di Los Angeles), El Mocambo, il Trocadero, il Roxy, il Rainbow, il London Fog, il Ben Frank, il 5th Estate, il Trip (dove i Mothers si sarebbero esibiti accanto ai compagni di scuderia e di produttore Velvet Underground sputandosi quasi in faccia), il Galaxy, il Gazzari’s, l’Action (dove i Mothers ottennero il primo ingaggio per un mese di concerti).

L’incontro con Tom Wilson, reduce dal successo al banco produzione per Dylan e Simon & Garfunkel (e artefice della svolta elettrica di entrambi) e appena nominato A&R dalla Verve-MGM, è determinante nella realizzazione del progetto Freak Out!. La grande considerazione di cui gode Wilson negli ambienti frutta ai Mothers un budget impensabile per una produzione di quel tipo, assecondando le manie di grandezza di Zappa che può così svestire in qualche occasione i panni di burlone per vestire quelli più accademici di direttore di orchestra, pur se vestito come l’Ape Maia.  

Il risultato è un disco dalle anime molteplici. Figlio del surrealismo e delle avanguardie della musica colta così come delle musiche popolari e di consumo (sconfinando nei jingle delle rèclame), degli esperimenti su nastro cui Zappa si dedicherà con dedizione maniacale e della parodia cui si applicherà con altrettanto metodo, rabberciato tra denuncia sociale, cronaca, proclami di appartenenza, squarci di vita privata, sprezzante amore per il cattivo gusto, omaggi satirici (da Dylan a Presley), esaltazione del delirio orgasmico in opposizione al sentimentalismo affettivo da ottuagenario in crisi emotiva, sguardi da voyeur, pop-art e dadaismo.  

È un disco che vaga con nonchalance tra gli estremi del commestibile (i quadretti rassicuranti di How Could I Be Such a Fool, Go Cry on Somebody Else’s Shoulder, You Didn’t Try to Call Me) e dell’assolutamente indigeribile (le pièce quasi paranormali di Who Are the Brain Police?, Help, I’m a Rock, o The Return of the Son of Monster Magnet), dal formalismo più bieco e bigotto all’anticonformismo più dissennato e disinibito. Fra questi due estremi vagano, quasi sperdute, due meteoriti rock come Hungry Freaks, Daddy e Trouble Every Day. Roba che, una volta entrata a contatto con l’atmosfera, si incendia come palla di zolfo.

In quell’universo variegato, plurivalente, a metà fra burla e ossessiva esaltazione dell’orrido Zappa vagherà per tutta la seconda metà della sua breve vita creando, senza droghe, una delle discografie più alterate di tutti i tempi.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro