THE TURTLES – It Ain’t Me Babe / You Baby / Happy Together / The Turtles Present the Battle of the Bands / Turtle Soup / Wooden Head (Edsel)

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Ancora oggi (anche nelle note di copertina di queste ristampe dell’opera completa della formazione americana) è facile trovare il nome dei Turtles associato a quello dei grandi gruppi di folk-rock californiano della loro epoca. Nomi come Byrds, Love e Leaves.

In realtà per le tartarughe della West Coast quello del “folk elettrico” fu soltanto uno dei tanti canoni stilistici scelti per musicare quelli che erano dei piccoli ma prestigiosi manufatti di musica pop il cui accostamento più azzeccato, in termini stilistici così come di disimpegno, è piuttosto con l’alta sartoria dei biondi Beach Boys. O, guardando alla costa Est, con le amabili pop songs dei Lovin’ Spoonful. Più che le chitarre Rickenbacker sfoggiate in televisione per presentare le loro prime canzoni saranno infatti le preziosissime armonie vocali a riservare ai Turtles un posto nella storia. Intrecci così sopraffini che finiranno per arricchire i dischi di T. Rex, Mothers of Invention, Ramones, Steely Dan, Blondie, Psychedelic Furs, Bruce Springsteen, Alice Cooper su su fino a quelli dei Duran Duran. Sono le voci di Phlorescent Leech e Eddie. Sempre in quelle clip, oppure nella commedia My Dinner with Jimi scritta proprio da Eddie, sono i due senza strumento in mano eccetto uno o due cembali. Sono anche i più bruttini tra i sei, ma non ha molta importanza. Perché i Turtles arrivano in Top Ten, ancora minorenni, già al primo singolo, sfruttando l’idea dei Byrds di dare un vestito nuovo agli stracci folk di Dylan. La versione corale di It Ain’t Me Babe piace al pubblico e il singolo viene premiato con un ottavo posto in classifica e scelto come titolo per l’album che arriva subito dopo.

Proprio come hanno fatto i Byrds.

E che di canzoni di Dylan ne contiene tre. Ancora una volta proprio come i Byrds.

L’altro canzoniere da cui i Turtles attingono è quello di Phil Sloan. Un canzoniere altrettanto ricco ma dal successo meno imperituro. Chiedete oggi ad un ventenne qualsiasi chi fosse e vi risponderà con una pernacchia. E invece negli anni Sessanta Sloan ad ogni scorreggia scrive una canzone. Anche di molto belle, da solo o in coppia col fidato Steve Barri, altro newyorkese trapiantato in California ad ornare di canzoni i viali verdeggianti di palme delle strade di Los Angeles.

I Turtles ne registreranno ben sette, superati solo (ovviamente) dai Grass Roots (la band creata appositamente da Lou Adler per incidere le canzoni della ditta Sloan/Barri) e, potenzialmente, dai Vogues (per i quali Sloan scriverà due dozzine di brani senza vederne mai pubblicato mezzo).

Una di queste è scelta come secondo singolo e, l’anno dopo, come pezzo portante e title-track del loro secondo album. Ancora una volta armonizzazioni impeccabili da far impallidire Beach Boys (You Baby) e Zombies (Give Love a Trial), impianto strumentale fondamentalmente acustico e un tamburello che non dà tregua. Con il finale affidato ad una versione ripulita di quella perla garage-punk degli esordi intitolata Almost There che in Italia gli italiani Kings registreranno alla SIAE come Trovane un altro e negli anni Ottanta gli Stomachmouths riproporranno nella sua primitiva, feroce versione originale.

Ma il colpo gobbo dei Turtles non porta ne’ la firma di Dylan ne’ quella di P.F. Sloan ma bensì quelle di Alan Gordon e di Gary Bonner. Quello che è uno “scarto” dei Magicians, diventa un’hit in grado di sbarrare la strada alla Penny Lane dei Beatles.

Ancora una volta il “tema trainante” è pure quello scelto per dare il titolo all’intero album che ne segue. Happy Together è un disco dagli arrangiamenti sfarzosi ideati da Chip Douglas, il nuovo acquisto della band il cui gusto ricercato farà gola ai Monkees di cui diventerà da subito il produttore dei loro dischi più belli. L’album è una classica donut americana. Una di quelle robe grasse cariche di zuccheri e di surrogati di crema e cioccolata. È il trionfo del disimpegno e del romanticismo da soap opera.

Il vero capolavoro del gruppo è però un disco che trascende il concetto di vincolo stilistico per liberare la vera anima della band e le sue qualità trasformiste. The Battle of the Bands è un eccentrico disco-parodia in cui i Turtles reinventano se stessi vestendo i panni dei vari complessi che avevano effettivamente vivacizzato le famose Battle of the Bands sfidandosi l’un l’altra portando in scena il loro repertorio svolazzante tra surf-music, boogaloo, psichedelia, folk-rock, country, rock ‘n roll, musica da ballo e canzoni concettuali. A portare a casa il “trofeo” sono Howie, Mark, Johny, Jim & Al, un quintetto in smoking e papillon che affronta i vari Quad City Ramblers, Cross Fires, Nature’s Children, Fabolous Dawgs e anche il fantastico beat di Chief Kamanawanalea (che verrà campionato praticamente da chiunque, dai Freak Power a Drake passando per Beastie Boys, De La Soul, Ice Cube e KRS-One) con una canzone di pop melodico intitolata Elenore che farà sfaceli anche nell’italiana Canzonissima nella traduzione fattane da Franco Migliacci.  

Il disco è il primo del lotto di ristampe della Edsel a presentare un intero secondo cd di bonus (i primi tre presentano esclusivamente le versioni mono e stereo dello stesso disco, NdLYS) con tutti i singoli del periodo e le outtakes dell’album completato quanto iniziato dalla Sundazed ormai più di venti anni fa.

Il canto del cigno (visto che le tartarughe non cantano neppure in punto di morte) dei Turtles è una zuppa preparata dallo chef Ray Davies ma lungi dall’essere “cotta” Turtle Soup dimostra che la formazione californiana continua ad affinare il proprio stile con un’altra consistente dose di melodie da manuale pop come Somewhere Friday Night, You Don’t Have to Walk in the Rain, Love in the City, Torn Between Temptations (sulla quale l’eco di Davies si sente davvero in maniera prepotente), stavolta tutte frutto della penna sempre più vivace della band.

Le pressioni dell’etichetta a produrre successi con lo stampino si fanno però a quel punto intollerabili e la band decide di lasciare gli studi di registrazione dove stanno preparando il sesto album (una mezza dozzina di estratti sono qui inclusi sul secondo CD mentre l’opera (in)completa è reperibile da tempo sul catalogo Rhino.

A chiudere il progetto di reissue della Edsel arriva infine la versione in doppio disco della raccolta di inediti e rarità del primissimo periodo che nel 1970 la White Whale pensò bene di usare per mettere la parola fine alla vicenda Turtles. Un ritorno al tintinnio folk-rock del primo periodo con una perla di valore ASSOLUTO come Outside Chance, scritta dal compagno di scuderia Warren Zevon.

Ora sapete chi erano i Turtles.

Ora, se non lo sapete, potete apprenderne l’intera storia.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE KINKS – Something Else by The Kinks (Pye)  

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Se vuoi farti un tatuaggio dell’Inghilterra, tatuati i Kinks.

Così suggerì ad un amico che voleva tatuarsi con qualcosa di tipicamente inglese, una volta arrivato a Londra.

Tornò con il famoso logo che Mick Avory esibiva sulla cassa della sua batteria e con un pacco di dischi dei Kinks per me. Ringraziandomi per il consiglio e per avergli fatto scoprire la cosa più vicina all’aroma di Londra che avesse mai sentito.

Tra questi, Something Else scoprì essere il suo preferito. E pure il mio.

Il loro capolavoro. Nonostante fosse intitolato, con l’ironia beffarda di Mr. Ray Davies, “qualcos’altro”. Niente di più, solo qualcos’altro scritto e suonato dai Kinks. Una dichiarazione di modestia che, visti i risultati, forse nascondeva dietro il sarcasmo una grandissima dose di egocentrismo. È il disco di Waterloo Sunset, dove l’amore perfetto fra Terry e Julie viene coperto da una stagnola di malinconia per rendersi impenetrabile dalla meschinità del mondo. Ma è anche l’album in cui Dave Davies pretende ed ottiene finalmente il suo posto sul podio, regalando al disco tre perle come Death of a Clown, Love Me till the Sun Shines e Funny Face e in cui Ray porta a parziale compimento, sfruttandone sovente alcune ambientazioni neobarocche e integrandole con un’ancora più frizzante aria vaudeville, le intuizioni del lavoro precedente, sfoggiando la sua personalissima visione di un’Inghilterra sovrastata da un autunno perenne, resa biologicamente incapace di godere della pienezza della felicità e obbligata a mangiarne a piccole fette, come la crostata all’ora del tè.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVID BOWIE – David Bowie (Deram)  

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David Jones diventa Bowie nel 1966.

Ma nessuno ne conosce il volto, fuori dai ristretti ambienti mod di Londra, visto che i suoi timidissimi esordi su 45 giri vengono impacchettati dentro delle anonime company sleeves (le buste in carta dove viene solo riportata l’etichetta che ha stampato il prodotto).

La sua faccia arriva su una copertina di un disco l’anno successivo. E arriva nel momento sbagliato. Nel giorno in cui i negozi di dischi straboccano di ragazzi. Che però sono lì per comprare l’atteso capolavoro psichedelico dei Beatles.

Il caschettino biondo di David, anche se sottolineato da un affascinante sguardo bicromatico e da due zigomi perfetti, resta parcheggiato lì sugli scaffali, per essere comprato a prezzo maggiorato solo due anni dopo. Portandosi a casa un Bowie che già non esiste più. Il suo disco di debutto è il frutto acerbo di una stagione che è già passata e di cui già nessuno sente nostalgia: quel paese incantato abitato da folletti e gnomi è già stato raso al suolo dai dirigibili e oltraggiato dagli uomini schizoidi del ventunesimo secolo.  

Ma anche fosse successo quello che Bowie e Les Conn speravano, David Bowie rimaneva un disco marginale anche per l’ambito folk in cui era maturato, del tutto inadeguato anche in confronto ai dischi e agli artisti cui poteva essere associato per affinità visionaria e gusto scenografico (Donovan, Syd Barrett, Ray Davies).

L’uomo è ancora lontano dalla Luna. Bowie, dalle stelle.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LEONARD COHEN – Songs of Leonard Cohen (Columbia)  

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La poesia è il gioco di prestigio delle parole.

Se sei abile ad usarle, troverai un mondo pronto a lasciarsi incantare.

E Cohen, già più che trentenne all’epoca del suo debutto nel mondo parallelo della musica, era (e sarà) uno capace. L’incanto fu pertanto assicurato, evaporando gradualmente solo quando quel “secondo lavoro” accettato malvolentieri sarebbe diventato la sua attività principale, costringendo le parole a vestire panni a volte poco adeguati alla porta del cuore da cui erano uscite.

Ma nei primi suoi dischi, di cui questo fu il primo in assoluto, le parole si creavano da sole lo spazio che abbisognava loro e le potevi sentire espandersi in tutta la loro solenne autorità, cariche di una colta e discreta eleganza e di una sobria lusinga ingannatrice perfettamente calzante con quel viso scuro e ben pettinato che guardava da una copertina che avrebbe concesso a Sherlock Holmes l’agiatezza di risolvere con destrezza il caso senza dover neppure poggiare la puntina sui solchi del disco che conteneva. La voce di Cohen riempie ogni cosa, mentre anche l’angelo Nancy Priddy e i demoni Kaleidoscope si mettono al suo servizio.   

Songs of Leonard Cohen è il disco che, meglio di qualunque altro prima di lui, aveva raccolto la folk music dalla strada e le aveva concesso ospitalità dentro un hotel di lusso, le aveva lavato le vesti, sfilato i sandali dai piedi e le aveva fatto indossare un abito severo da seduttore, calzare delle scarpe di vernice. Di quelle con lo scrocchio che piacevano tanto alle donne d’alta classe. Strappandola alle sue radici, aveva fatto della canzone popolare e di protesta una musica intimista e schiva. Imprigionandola dentro una stanza (e da lì tornerà a cantarne, appena un anno dopo nell’altrettanto scheletrico Songs from a Room) definirà in gran parte il canone per la musica folk degli anni a venire, ne disegnerà i nuovi confini. Mettendola per la prima volta davanti ad uno specchio, la costringerà ad arrendersi al lavoro pigro ma tenace del dolore proprio ed altrui.

Con compostezza. Chinando il capo in una sorta di inchino rispettoso quando lo vedi passare a mezzo metro da te. Per nulla intimorito dal suo mantello nero.            

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE BEATLES – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Parlophone)  

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Pur non essendo il migliore ne’ fra i dischi dei Beatles, ne’ fra i dischi della stagione psichedelica inglese, Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band è l’album cui la storia ha affidato il compito di fare della cultura psichedelica degli anni Sessanta un prodotto di consumo e di rappresentarne simbolicamente il suo manifesto popolare. 

Uno dei dischi “intoccabili” della storia della cultura moderna e a cui, per questa sua sacralità, è difficile approcciarsi senza scontentare qualcuno.

Un lavoro che sin dal collage di copertina (57 volti tra cui anche quello di un architetto italiano, NdLYS) si presenta carico di un fardello di simboli e simbolismi che diventeranno uno dei più grossi rompicapo non solo per tutta l’estate del 1967 ma per tutte quelle che verranno e che rappresenta in realtà, in termini di approccio e teatralità, il vero ponte di collegamento dal rock ‘n roll al rock.

I trucchi da studio diventano parte integrante del processo creativo, fino a diventare essi stessi strumenti, seppur artificiali, essenziali per il raggiungimento dell’effetto desiderato amplificando a dismisura le proporzioni architettoniche di ogni singolo brano e creando di riflesso lo stupore uditivo di chi, nel 1967, si trova nel cono d’ombra di questi piccoli miracoli di estetica sonora. 

Pur nella sua complessità visionaria, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è, quasi paradossalmente, quello maggiormente ispirato dalla quotidianità tutto sommato banale della vita inglese, finendo per avvicinarsi di molto alla poetica di Ray Davies. I personaggi che si muovono dentro questo circo sono tutti in fuga da qualcosa, da qualcuno o da se stessi e allo stesso tempo rimangono intrappolati da ciò cui stanno cercando di sfuggire. La costruzione “circolare” dell’opera ravviva il senso di questa enorme giostra/trappola, facendo scorrere degli ingannevoli titoli di coda del tutto speculari a quelli di testa e poi, sorprendentemente, riazionando un nuovo tentativo di fuga, stavolta almeno apparentemente riuscito, con un ultimo brano che implode letteralmente mentre si solleva spingendo in un’altra dimensione in una deflagrazione finale che lo fa precipitare ed accartocciare su se stesso, all’apice del climax emozionale per venire poi inghiottito da un buco nero di frequenze avvertibili solo dall’apparato uditivo canino, lasciando aperta una possibilità di ascolto per quanti hanno abbracciato la fede della reincarnazione.  

In realtà la messinscena serve a coprire il tentativo di fuga di cui i Beatles sentono il invece il bisogno concreto. Dichiarerà McCartney a tal proposito: “eravamo stufi di essere i Beatles. Sviluppare degli alter-ego ci avrebbe dato possibilità illimitate. Così abbiamo messo su una band inesistente dal nome surreale che prendesse il nostro posto”. I Beatles scompaiono infatti da quello che fino a quel momento era il proscenio di ogni rock ‘n roll band, ovvero il palco, stufi di un isterismo che sta seppellendo la creatività della band. “Potevamo pure essere di cera”, confesserà Lennon, “Nessuno in platea sentiva nulla, neppure il ritmo di base. Erano tutti troppo impegnati a sgomitare per guardare muoversi la sagoma del suo Beatle preferito”.

Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band offre dunque un ampio campionario di vie di fuga dal peso insostenibile della realtà, come è tipico dei dischi pubblicati nel medesimo periodo: l’infanzia, le droghe, il misticismo, il sogno, il surrealismo, l’ambizione, l’idealizzazione di un amore (I need “somebody” to love = l’amore, spersonalizzato, diventa flusso liberatore di emozioni), molte delle quali apprese e studiate nel breve soggiorno californiano con cui si era concluso l’ultimo tour americano dei baronetti e un ventaglio di canzoni sospese fra stralunati tuffi onirici, parodie vaudeville, scanzonate marce circensi, stranianti vortici indiani e profondi pozzi artesiani di malinconia.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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OUTSIDERS – Outsiders (Relax)  

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“Sono certo che un giorno la gente apprezzerà le mie canzoni più di quanto non lo abbia fatto quando avrebbe dovuto”. Così dichiarava Wally Tax in una intervista degli anni Settanta.

E quel giorno arrivò.

Tardi, ma arrivò.

Le sue canzoni verranno recuperate. Quasi tutte.

Su svariati dischi di chi, negli anni Ottanta, si professò fanatico della sua band.

Fino ad un vero e proprio, peraltro bellissimo, disco tributo intitolato Misfit pubblicato dalla Screaming Apple nel 1994.

Il loro album d’esordio esce quando hanno già vomitato una raffica di singoli uno più bello dell’altro, con una stropicciatissima canzone su un lato e una crepitante ballata sull’altro lato. Verranno raccolti, in parte, quasi contemporaneamente al loro disco di debutto su una raccolta intitolata Songbook.

Fatevi un regalo: compratela.

E magari fatevelo doppio e comprate pure questo. Registrato per metà dal vivo e per metà in studio. Ci sentirete vibrare dentro una delle più selvagge compagini di capelloni europei dei mid-Sixties. Ci sono dentro R’ n B indemoniati dominati dall’armonica (in realtà un po’ fuori tono sulle tracce live) mentre vengono letteralmente pestati dagli strumenti e altri pezzi dall’andatura più mesta, malinconica. Filthy Rich, Don’t You Cry, Won’t You Listen, If You Don’t Treat Me Right sono quattro delle cose più sporche mai prodotte durante quel decennio che di lordure ne produsse a iosa. Forse troppo cattive per poter essere amate come Wally avrebbe voluto, almeno finchè i tempi sarebbero stati maturi per riprendere quei rifiuti sparsi per le strade pulite e ordinate dell’Olanda e sparpagliarli per tutto il mondo.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GONG – Camembert Electrique (Charly)

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E’ il 1967 quando la più eccentrica comune hippie inglese sbarca in Gallia esportando il suo carico di freakerie assortite. Una vera confetteria di musiche aliene e voci venusiane. Come ascoltare la musica popolare di Marte, migliaia di anni luce lontano. Il Camembert Elettrico esce nel ‘71 ed è il primo album ufficiale dei Gong, dopo il terremoto giovanile del Maggio Parigino cui Allen e gli altri prendono attivamente parte (rischiando pure l’arresto) ma quegli scossoni politici e sociali vengono qui dispersi in un liquido amniotico LYSergico (You Can‘t Kill Me), caricati su una carovana da circo equestre marziano (Dynamite, Selene), sciolti nell’acido (I‘ve Been Stone Before, I Am Your Fantasy). E’ un disco ancora oggi fondamentale, una Odissea in uno spazio popolato da folletti e gnomi, un mondo fantastico che la ricerca spaziale sfaterà a breve consegnandoci un Universo vuoto e desolato.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE 13th FLOOR ELEVATORS – Easter Everywhere (International Artists)  

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Quando Roky Erickson deciderà di giocarsi la carta della demenza psichica per evitare un arresto per droga, dichiarerà di essere in contatto spirituale con almeno due profeti.

Uno in più rispetto a San Paolo.

Uno è Gesù Cristo, l’altro Bob Dylan.

Oltre che con un numero pressochè infinito di mostri, demoni, gremlins e zombi.

La prima testimonianza dell’incontro con lo spirito di Dylan è racchiusa dentro il disco che nel 1967 proclama a gran voce l’arrivo della Pasqua universale. Si tratta di una cover (l’ennesima) della It’s All Over Now, Baby Blue sulla quale in tanti si cimenteranno ma che pare sia la preferita del Dio Dylan in persona. E’ l’unica eccezione che gli Elevators consentono sui loro tre dischi in studio a chi è nato fuori dal perimetro urbano di Austin. Una versione spiraloidale del classico numero folk che ben si amalgama al resto del materiale che la band, adesso supportata da una sezione ritmica diversa, mette assieme per il secondo disco, ancora più indolente, oppiaceo e pigro del primo, ancora più di quello intenzionato ad esplorare gli stati percettivi alterati. E ad alterarli ulteriormente, ovvio.

Easter Everywhere sacrifica un po’ dell’irruenza del debutto sviluppando maggiormente il lato folk della band, ovviamente sempre filtrato dal fisheye altamente lisergico e straniante che è in mano a Tommy Hall, Stacy Sutherland e Roky Erickson. Anche negli episodi più accesi, come Earthquake o Levitation la chitarra si sgrana in riff deformi shakerati dai vortici onirici di un jug autoritario e caleidoscopico. Un piccolo mostro di acid-rock mutante, l’ennesimo occhio dilatato aperto verso il cielo, come un girasole innaffiato di atropina.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CAPTAIN BEEFHEART AND HIS MAGIC BAND – Safe as Milk (Buddah)  

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I grandi album li riconosci dai primi 30 secondi e i grandi artisti dai titoli delle loro canzoni. Safe as Milk si apre con una slide e una voce da cane randagio e porta un titolo come Sure Nuff ‘n Yes I Do: dislessico quanto il suo autore ovvero Mr. Don Van Vliet, il profanatore del blues. Accreditata a se stesso, in realtà si tratta di una versione sconcia di Rollin’ & Tumblin’ di Muddy Waters. Una prassi che i Led Zeppelin avrebbero adottata fino a farne consuetudine.

Tutto quello che segue serve a presentare al mondo il genio di Capt. Beefheart. Le sevizie al corpo del blues sono qui ancora sopportabili. Sfregiato e maltrattato (come in Electricity, uno dei monumenti al blues elettrico, talmente terrificante da intimorire la A&M che decide di recidere il contratto alla band obbligandola a rifugiarsi nella pagoda della Buddah) riesce ancora, nonostante tutto, a non cedere alle mutilazioni che gli verranno inflitte sui dischi seguenti.

Safe as Milk è ancora un disco “ordinario”, per quanto questo aggettivo sia un evidente ossimoro quando applicato alla nave di folli guidata con mano sicura da Don Vliet, diventato Capitano quasi per caso, dopo che il suo amico Frank Zappa lo ha investito del ruolo di Captain Beefheart nella sceneggiatura di un film che non verrà mai realizzato. Sulla falsariga dell’altro teatro degli orrori pubblicato proprio da Zappa con le sue Mothers of Invention, Beefheart cerca di bilanciare in qualche modo gli acidi con una banalità doo-wop come I’m Glad, una malformazione country come Yellow Brick Road e una comunque bellissima ballata alla Them come Call on Me.  Ma Safe as Milk rimane fondamentalmente una sorta di tenda cilindrica da prestigiatore dentro cui il blues (deviato, come suggerisce lo scatto al fisheye, dalle molteplici tentazioni che stanno venendo fuori dalla California in quegli anni) tenta il suo numero di escapismo per riemergere dopo qualche colpo di bacchetta nudo e privo di catene, per mostrare a tutti le sue deformità, inquietanti quanto quelle del bambolotto usato per promuovere il disco sulle riviste dell’epoca e inizialmente progettato come retrocopertina.

La Magic Band si prepara per le sevizie che verranno, intonando scioglilingua squilibrati e goderecci come Abba Zabba e Zig Zag Wanderer.  

Incredibile pensare come da quel vorace branco di predatori sia poi venuto fuori uno dei più grandi restauratori della tradizione come Ry Cooder.

Benvenuti al Buena Vista Fecal Club.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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THE JIMI HENDRIX EXPERIENCE – Axis: Bold as Love (Track)  

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Il 23 Dicembre del 1967, sulla copertina del settimanale Record Mirror un Hendrix agghindato da Santa Claus porge i suoi auguri di Buon Natale al pubblico inglese.

Da pochissime settimane è sulle vetrine dei negozi il suo secondo disco che il contratto con la Track lo obbliga a consegnare entro la fine dell’anno, imponendo una scadenza fiscale al genio del chitarrista di Seattle.

Dopo l’incandescente spettacolo al Festival di Monterey Hendrix è del resto una santabarbara di fuochi psichedelici che è necessario far brillare il più possibile, disseminando le classifiche delle sue polveri.

Pur ripristinando i ponti con il rhythm ‘n blues e il doo-wop più di quanto non facesse Are You Experienced e mostrando quindi un animo conservatore, seppur deformato dalla forza orgiastica e visionaria del trio in grado di approcciarsi alle forme basiche della musica nera con uno stile tormentato assolutamente fresco e moderno che evoca, su almeno un paio d’episodi (Wait Until Tomorrow, She’s So Fine), lo stile beat impregnato di vernice black del team mod di Shel Talmy (Who, Kinks, Small Faces, Eyes, Creation).

Ricco di suoni liquidi e stellari insieme, carico di nastri registrati a rovescio e di altre bizzarrie, Axis: Bold as Love è il vero, seppur frettoloso, manifesto psichedelico della Experience.

È su questo disco che Hendrix sperimenta per la prima volta il wah-wah a pedale ad esempio (sul disco precedente quello che fa capolino è un rozzissimo e artigianale crybaby manuale, NdLYS), così come Redding fa sfoggio di un basso ad otto corde o Eddie Kramer decide di filtrare col phasing la voce di Jimi rendendola acquatica.  

Nulla viene rivelato da Jimi ai suoi comprimari prima di mettere piedi nello studio. Mitchell e Redding si trovano dunque ad arginare o assecondare ogni suono partorito dalla mente di Hendrix sul momento, travolti da una giungla di rumori che sono una eco cosmica dell’urlo terrestre del blues e indotti ad adattare il loro mood secondo le indicazioni astratte della “”tavolozza” visionaria del leader (“un’esplosione viola”, “un abisso blu”, “una distesa rossa”, “un ondeggiante campo di fiori giallo ocra ed arancio”).   

Su esplicito desiderio di Chas Chandler il disco “economizza” sulle fantasie surreali di Hendrix riducendo drasticamente il minutaggio delle canzoni per favorirne i passaggi radiofonici. Si assiste così a clamorose troncature che smorzano quella sorta di misticismo che pare avvolgere il disco, come quella impietosa sfumatura su Little Wing che è da annoverare fra i peggiori crimini contro l’umanità mai operati in ambito pop o quella non meno efferata di Spanish Castle Magic

Ciò nonostante la chitarra di Hendrix prosegue senza sosta nel suo viaggio visionario ed ascetico trasformandosi ora nel suono di un’astronave, ora in quello di un sottomarino, ora di un elicottero, ora in quello dell’intero Grande Carro che scivola lungo le traverse di un rock-blues dalle cui rotarie sono stati rimossi tutti i sistemi di ancoraggio.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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