THE TURTLES – It Ain’t Me Babe / You Baby / Happy Together / The Turtles Present the Battle of the Bands / Turtle Soup / Wooden Head (Edsel)

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Ancora oggi (anche nelle note di copertina di queste ristampe dell’opera completa della formazione americana) è facile trovare il nome dei Turtles associato a quello dei grandi gruppi di folk-rock californiano della loro epoca. Nomi come Byrds, Love e Leaves.

In realtà per le tartarughe della West Coast quello del “folk elettrico” fu soltanto uno dei tanti canoni stilistici scelti per musicare quelli che erano dei piccoli ma prestigiosi manufatti di musica pop il cui accostamento più azzeccato, in termini stilistici così come di disimpegno, è piuttosto con l’alta sartoria dei biondi Beach Boys. O, guardando alla costa Est, con le amabili pop songs dei Lovin’ Spoonful. Più che le chitarre Rickenbacker sfoggiate in televisione per presentare le loro prime canzoni saranno infatti le preziosissime armonie vocali a riservare ai Turtles un posto nella storia. Intrecci così sopraffini che finiranno per arricchire i dischi di T. Rex, Mothers of Invention, Ramones, Steely Dan, Blondie, Psychedelic Furs, Bruce Springsteen, Alice Cooper su su fino a quelli dei Duran Duran. Sono le voci di Phlorescent Leech e Eddie. Sempre in quelle clip, oppure nella commedia My Dinner with Jimi scritta proprio da Eddie, sono i due senza strumento in mano eccetto uno o due cembali. Sono anche i più bruttini tra i sei, ma non ha molta importanza. Perché i Turtles arrivano in Top Ten, ancora minorenni, già al primo singolo, sfruttando l’idea dei Byrds di dare un vestito nuovo agli stracci folk di Dylan. La versione corale di It Ain’t Me Babe piace al pubblico e il singolo viene premiato con un ottavo posto in classifica e scelto come titolo per l’album che arriva subito dopo.

Proprio come hanno fatto i Byrds.

E che di canzoni di Dylan ne contiene tre. Ancora una volta proprio come i Byrds.

L’altro canzoniere da cui i Turtles attingono è quello di Phil Sloan. Un canzoniere altrettanto ricco ma dal successo meno imperituro. Chiedete oggi ad un ventenne qualsiasi chi fosse e vi risponderà con una pernacchia. E invece negli anni Sessanta Sloan ad ogni scorreggia scrive una canzone. Anche di molto belle, da solo o in coppia col fidato Steve Barri, altro newyorkese trapiantato in California ad ornare di canzoni i viali verdeggianti di palme delle strade di Los Angeles.

I Turtles ne registreranno ben sette, superati solo (ovviamente) dai Grass Roots (la band creata appositamente da Lou Adler per incidere le canzoni della ditta Sloan/Barri) e, potenzialmente, dai Vogues (per i quali Sloan scriverà due dozzine di brani senza vederne mai pubblicato mezzo).

Una di queste è scelta come secondo singolo e, l’anno dopo, come pezzo portante e title-track del loro secondo album. Ancora una volta armonizzazioni impeccabili da far impallidire Beach Boys (You Baby) e Zombies (Give Love a Trial), impianto strumentale fondamentalmente acustico e un tamburello che non dà tregua. Con il finale affidato ad una versione ripulita di quella perla garage-punk degli esordi intitolata Almost There che in Italia gli italiani Kings registreranno alla SIAE come Trovane un altro e negli anni Ottanta gli Stomachmouths riproporranno nella sua primitiva, feroce versione originale.

Ma il colpo gobbo dei Turtles non porta ne’ la firma di Dylan ne’ quella di P.F. Sloan ma bensì quelle di Alan Gordon e di Gary Bonner. Quello che è uno “scarto” dei Magicians, diventa un’hit in grado di sbarrare la strada alla Penny Lane dei Beatles.

Ancora una volta il “tema trainante” è pure quello scelto per dare il titolo all’intero album che ne segue. Happy Together è un disco dagli arrangiamenti sfarzosi ideati da Chip Douglas, il nuovo acquisto della band il cui gusto ricercato farà gola ai Monkees di cui diventerà da subito il produttore dei loro dischi più belli. L’album è una classica donut americana. Una di quelle robe grasse cariche di zuccheri e di surrogati di crema e cioccolata. È il trionfo del disimpegno e del romanticismo da soap opera.

Il vero capolavoro del gruppo è però un disco che trascende il concetto di vincolo stilistico per liberare la vera anima della band e le sue qualità trasformiste. The Battle of the Bands è un eccentrico disco-parodia in cui i Turtles reinventano se stessi vestendo i panni dei vari complessi che avevano effettivamente vivacizzato le famose Battle of the Bands sfidandosi l’un l’altra portando in scena il loro repertorio svolazzante tra surf-music, boogaloo, psichedelia, folk-rock, country, rock ‘n roll, musica da ballo e canzoni concettuali. A portare a casa il “trofeo” sono Howie, Mark, Johny, Jim & Al, un quintetto in smoking e papillon che affronta i vari Quad City Ramblers, Cross Fires, Nature’s Children, Fabolous Dawgs e anche il fantastico beat di Chief Kamanawanalea (che verrà campionato praticamente da chiunque, dai Freak Power a Drake passando per Beastie Boys, De La Soul, Ice Cube e KRS-One) con una canzone di pop melodico intitolata Elenore che farà sfaceli anche nell’italiana Canzonissima nella traduzione fattane da Franco Migliacci.  

Il disco è il primo del lotto di ristampe della Edsel a presentare un intero secondo cd di bonus (i primi tre presentano esclusivamente le versioni mono e stereo dello stesso disco, NdLYS) con tutti i singoli del periodo e le outtakes dell’album completato quanto iniziato dalla Sundazed ormai più di venti anni fa.

Il canto del cigno (visto che le tartarughe non cantano neppure in punto di morte) dei Turtles è una zuppa preparata dallo chef Ray Davies ma lungi dall’essere “cotta” Turtle Soup dimostra che la formazione californiana continua ad affinare il proprio stile con un’altra consistente dose di melodie da manuale pop come Somewhere Friday Night, You Don’t Have to Walk in the Rain, Love in the City, Torn Between Temptations (sulla quale l’eco di Davies si sente davvero in maniera prepotente), stavolta tutte frutto della penna sempre più vivace della band.

Le pressioni dell’etichetta a produrre successi con lo stampino si fanno però a quel punto intollerabili e la band decide di lasciare gli studi di registrazione dove stanno preparando il sesto album (una mezza dozzina di estratti sono qui inclusi sul secondo CD mentre l’opera (in)completa è reperibile da tempo sul catalogo Rhino.

A chiudere il progetto di reissue della Edsel arriva infine la versione in doppio disco della raccolta di inediti e rarità del primissimo periodo che nel 1970 la White Whale pensò bene di usare per mettere la parola fine alla vicenda Turtles. Un ritorno al tintinnio folk-rock del primo periodo con una perla di valore ASSOLUTO come Outside Chance, scritta dal compagno di scuderia Warren Zevon.

Ora sapete chi erano i Turtles.

Ora, se non lo sapete, potete apprenderne l’intera storia.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL – Creedence Clearwater Revival (Fantasy)  

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Ciò che il resto del mondo importa dalla rivoluzione californiana degli anni Sessanta è qualcosa che con quella rivoluzione non ha nulla a che spartire, ne’ a livello filosofico ne’ in ambito strettamente musicale. Fatte salve le vendite mainstream occasionali dei Doors di Light My Fire e dei Byrds di Turn! Turn! Turn! la vera dominatrice delle charts, fra tutte le formazioni che hanno infiammato i palchi dei grandi festival, è una band “volgarmente” restauratrice. Una formazione che piuttosto che volare in alto come molte delle formazioni della Summer of Love, preferisce viaggiare verso sud su scomodi e inquinanti trabiccoli diesel. L’originale suono della band, ovvero un validissimo garage-rock portato su disco e sul palco sotto il nome di Golliwogs, si è via via sempre più sporcato con la musica nera, quella della Louisiana, quella di New Orleans, quella del Delta, quella di Porterville che guarda caso è la stessa città a dare il titolo all’ultima canzone incisa come Golliwogs e la prima ad essere ripubblicata dalla Fantasy sotto il nuovo nome di Creedence Clearwater Revival. Tom Fogerty ha intanto lasciato il posto di cantante al fratello John il cui timbro rauco e verace si combina alla perfezione con i timbri paludosi della musica che stanno elaborando. Un suono che del misticismo lisergico degli altri compagni californiani non sa che farne. Il suono dei Creedence è un ritorno agli elementi base non solo del rock ‘n roll ma anche a quelli classici della materia.

Aria, fuoco ma soprattutto terra e acqua.

Terra da affondarci i piedi, acqua da inzupparsi come in un rito battesimale.  

Terra e acqua come quelle che segnano il lungo viaggio del Mississippi.

E ad avvolgere questa distesa di paludi, acquitrini, campi da coltivare, fattorie, boschi e piogge rigeneranti il turbante color sabbia di Marie Laveau e il macabro mantello di Bayou John, il grande evocatore di spiriti della Louisiana.

La musica dei Creedence Clearwater Revival esercita sin da subito un appeal grandissimo, ma non è musica “per giovani”. Anzi, mi correggo: la musica dei Creedence esercita un appeal grandissimo perché non è musica “per giovani”.

È il corpo (che si credeva) morto del passato che riemerge dalle acque dopo che il sogno d’amore delle comunità hippie è evaporato, dimostrando che, svanito l’inganno, quello che resta è un mondo immutabile e forse proprio per questo, rassicurante. Una tecnica che la band californiana affinerà l’anno successivo in un trittico mozzafiato di grandissimo successo e che in questo disco d’esordio emerge ancora in sordina sul materiale autoctono mostrando invece un’ottima carburazione sui pezzi altrui (Susie Q, I Put a Spell On You, Ninety-Nine and a Half), quelli dove il gruppo inizia a sfoderare il suo mood e a liberarsi dalle ultime (e uniche) esfoliazioni acide del suo repertorio.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

ULTIMATE SPINACH® – Ultimate Spinach® / Behold and See / III (Akarma)

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Non ebbero vita lunga i bostoniani Ultimate Spinach®: i tre album incisi tra il ’68 e il ’69 e adesso ristampati da Akarma ne tracciarono la parabola discendente prima che la “verdura” sfiorisse tornando alla terra.

Formati dal polistrumentista Ina Bruce-Douglas, gli Ultimate Spinach® esordirono con un omonimo album di classica impronta flower-power. L’armamentario è quello tipico dell’epoca con sfoggio di theremin, harpsichord, tablas, flauti e sitar ma usati in modo funzionale ai brani e mai, a dispetto di quegli anni facili al fascino della ricerca strabordante e fine a se stessa, viceversa.

Malgrado il cuore del disco, Hip Death Goddess, si attacchi alla coda del velivolo Jefferson con maestria non certo impari, il debutto di questi vegetali per il cervello si lascia ricordare soprattutto per i brevi quadretti che le fanno da cornice: uno specchio deformante in cui la tradizione si trasfigurava in ritratti buffi, visionari, divertenti o poeticamente bucolici dilatando i propri contorni fino all’alterazione cromatica del proprio corpo.

Intuizioni confermate e sviluppate su Behold and See dello stesso anno, altro albo dal valore indiscutibile.

L’enfasi si smarrisce ma la quota rimane altissima.

Al confronto gli Ultimate Spinach® di III sembrano un’altra band. Oh, pardon…gli Ultimate Spinach®  di III SONO un’altra band.

Rimasta la sola Barbara Hudson a sfogliare l’album di famiglia, l’ultimo atto della band brucia, nell’inutilità dannosa di riutilizzare la vecchia sigla, quanto di buono era stato creato, con un disco stanco ed incapace di spiccare non il volo ma un semplice salto, perdendosi in pallosissimi esercizi di stile e musica da FM eccezion fatta forse solo per l’inaugurale Romeo and Juliette, trafugata dagli archivi delle nuggets americane. Roba pericolosa da cui è meglio stare alla larga.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE BYRDS – Sweetheart of the Rodeo (Columbia)  

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Dall’alto del loro tappeto magico i Byrds vedono le praterie americane. E se ne innamorano. Accanto alle mandrie bovine corre un abilissimo cowboy. Cappello a falde larghe e camperos, tira il laccio e ad ogni lancio centra un toro. Si chiama Gram Parsons e McGuinn ora ribattezzatosi Jim lo vuole nella sua banda, accanto a lui. Vicino a lui quelle che sul disco precedente erano solo percezioni, diventano un fatto concreto. Con lui, può iniziare a dare caccia alla mandria e tornare a sognare di incassare i dollari per la cattura di Bob Dylan che insegue da anni. Le sagome di cartone approntate come trappola si intitolano stavolta You Ain’t Goin’ Nowhere e Nothing Was Delivered, abilmente sistemate agli estremi del percorso dove si svolge questo grandissimo rodeo, sperando che la polvere alzata dai manzi giochi a loro favore.

Non riusciranno a catturarlo. E la caccia proseguirà negli anni successivi.

Ma i Byrds ci offrono un grande spettacolo popolare, con tanto di pedal steel, mandolini, banjo e fischietti.

I puristi non ci cascano.

Sanno che in qualche modo si tratta di una farsa.

Al Grand Ole Opry, nel cuore di Nashville, hanno salva la pelle per un soffio.   

Non andrà meglio quando si tratterà di promuovere il disco in radio, dove vengono derisi a microfoni aperti e accusati di aver profanato la più sacra tra le musiche popolari americane.

I Byrds si rialzano in volo mentre i fucili dei rednecks di mezza America li tengono sotto tiro. Scampando miracolosamente ai proiettili.

Non andrà meglio nella nobile Inghilterra, dove la country music è ritenuta da sempre un affare volgare. Gli inglesi snobberanno il disco, senza alcun rimorso o senso di colpa.

A monetizzare le intuizioni di quel disco ci penseranno altri uccelli, qualche anno dopo. Altri rapaci partiti dai medesimi nidi dei Byrds e capace di volare ben oltre la gittata di quei proiettili che avevano preso i Byrds di striscio disperdendone il volo.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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DR. JOHN, THE NIGHT TRIPPER – GRIS-Gris (ATCO)  

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Mi chiamano Dr. John, il viaggiatore della notte. Ho il mio sibilante amuleto in mano. Ho tantissimi clienti che vengono anche da lontano per avere la mia ricetta. Ho la medicina giusta per ogni tuo male, sono l’uomo del voodoo.

Non era uno scherzo. Il Dottor John vero esisteva per davvero e Malcolm Rebennack lo aveva conosciuto a New Orleans quando era ancora un ragazzino. Era uno stranissimo spilungone nero che si vantava di essere un principe senegalese e di avere quindici mogli e una schiera infinita di figli.

E forse era vero tutto. O solo in parte.

Malcolm ci credeva comunque.

Cincischiava nello stesso quartiere e vendeva degli amuleti voodoo chiamati gris-gris. Dei piccolissimi sacchettini di cuoio che contenevano numeri della cabala, versi del corano e altre idiozie.

Che però parevano funzionare. O funzionare solo in parte.  

Malcolm ci credeva comunque.

Ne rimase talmente impressionato che quando si trattò di offrire la sua versione della musica di New Orleans, decise di adottarne il nome, di diventare egli stesso lo stregone voodoo del blues. GRIS-Gris fu il disco con cui tentò di piegare il mondo alle sue stregonerie. Senza riuscirci.

Però avrebbe potuto farcela. O farcela solo in parte.

Malcolm ci credeva comunque.

Uno dei dischi più straordinari, perversi, trasversali, malvagi, paludosi mai partoriti da mente umana. Una roba vischiosa di “Merda Gras” che a volte suona come un sinistro asilo nido frequentato da bimbi mai nati, altre volte come la colonna sonora di un film di Joe D’Amato. Un disco meticcio da cui avrebbero attinto in tantissimi, dagli Zeppelin ai Clash di Sandinista!, da David Byrne agli Stones di Sympathy for the Devil, da Tom Waits ai Parliament, dai Gun Club al Beck Hensen che proprio da I Walked on Gilded Splinters rubò il riff per la sua Loser dimostrandosi più furbo che perdente.

A differenza di Mac Rebennack.

Conosciuto come Dr. John.

Venuto dall’Inferno per portarci il voodoo, scuotendo il suo GRIS-gris.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE EASYBEATS – Vigil (Albert Productions)  

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Perfetta.

Così perfetta che pare un Paul McCartney eccitatissimo abbia chiamato alla BBC dopo averla sentita la prima volta per pregare la trasmettessero ancora una volta.

Si intitola Good Times e gli Easybeats l’avevano registrata assieme a Steve Marriott, Nick Hopkins e Glyn Johns a Londra nell’estate del 1967 come traccia-guida per un album dallo stesso titolo che non verrà pubblicato in nessuna delle due patrie della formazione di Sydney. Una pop-song immodificabile. Tanto che, nonostante si siano cimentati in tanti e per decenni nella sua reinterpretazione, le “variazioni” sul tema sono soltanto piccole accentuazioni di colore che non stravolgono quello che è, nella musica di consumo, un cerchio perfetto.

Sbloccate le beghe contrattuali con la Albert Publishing, gli Easybeats sfrutteranno quella canzone l’anno successivo, come apertura di Vigil, il disco che ha il compito di vestire i panni del sabato dopo il successo di Good Friday e Friday on My Mind.

Un album che non ha la perfezione di quei tre minuti e ventitre secondi iniziali e che in chiusura si trascina un po’ troppo nella ricerca di una formula efficace per un romanticismo che volge al lezioso ma che è purnondimeno uno dei pop album più belli della storia della musica australiana, carico di quell’ottimismo forse un po’ troppo ingenuo ma contagioso che è proprio del beat migliore e capace di fare le boccacce alle comuni hippie (We All Live Happily Together) con un’impertinenza che il viso da ragazzino birbaccione di Stevie Wright rende ancora più simpatica.  

Avrei voluto comprarlo allora, Vigil. Sentire fra i primi al mondo la vibrazione trasmessa da Good Times, da See Saw, da Bring a Little Lovin’. Portarlo in giro a farlo sentire agli amici, credendo di essere il profeta della buona novella beat mentre il resto del mondo non aveva ancora potuto goderne.

Distribuirne il sorriso e non il ricordo.

Grazie Easybeats, per questo “facile beat”.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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APHRODITE‘S CHILD – End of the World / It‘s Five O’Clock (Esoteric)

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Premetto che odio il pop barocco, quelle merdate rock con vezzi da opera sinfonica e che ho sempre mal sopportato anche Sgt. Pepper‘s, universalmente riconosciuto come il capolavoro dei Beatles.

Il 1 Giugno del 1967 il rock ‘n roll diventa adulto e, contemporaneamente, muore.

Al suo posto nascerà il rock. Che è altra cosa. Carino, ben vestito, pieno di suppellettili da bazar indiano, affascinante. Ma un’ altra cosa.

I primi due album degli Aphrodite‘s Child ne sono un esempio calzante.

Due dischi elaborati dove convivono organi da chiesa, mellotron, arie medievali, tradizionali greci, carillon, tablas, voci in falsetto, folk psichedelico e sperimentazioni assortite. Con dentro cose ignobili (Rain & Tears, It‘s Five O’Clock o Marie Jolie p.e.) ma anche pregiata sartoria freak (Don‘t Try to Catch Me, You Always Stand In My Way, The Shepherd and the Moon o Let Me Love, Let Me Live) che ora, per la prima volta, vengono rimasterizzate e arricchite da tutti i singoli pre-666.

Una cartocciata di musica leggera con la pretesa di voler essere ingombrante.

Demis Roussos ci riuscirà anche fisicamente, Vangelis solo artisticamente.

Qui, su questi due barbecue stracolmi di carne, c’era il preludio a tutto.

 

                                                                         Franco “Lys” Dimauro

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THE BYRDS – The Notorious Byrd Brothers (Columbia)  

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Su come l’abbia presa David Crosby su quella storia del cavallo è affare controverso. Pare non abbia mai perdonato a McGuinn quello “scherzo” tramando addirittura una vendetta. Altre fonti dicono invece che il buon Crosby non gli abbia mai dato peso.

Sicuramente la prese malissimo per l’esclusione della sua Tried dalla scaletta del disco che è già in fase di registrazione quando Crosby va via portando lo spartito e la demo fra le amorevoli mani dei Jefferson Airplane.

Fatto sta che la copertina di The Notorious Byrd Brothers è veramente un calo di stile nella bella carrellata di cover che la band ci aveva sino ad allora regalato, nonostante volesse in qualche modo documentare una fase di cambiamento che verrà attuata più avanti nell’anno, in quel caposaldo della nuova musica country che sarebbe stato Sweetheart of the Rodeo. The Notorious Byrd Brothers era dunque un disco di “passaggio”, nonostante fossero ancora presenti tutti gli elementi del vecchio suono Byrdsiano. Chitarre aperte e cinguettanti, armonie vocali perfette, ballate in volo ad otto miglia dalla terra, qualche intervento invasivo di fiati e qualche altro effetto di lievitazione psichedelica.

Un microcosmo di anfetamine e palloncini colorati ammazzato da una copertina terribile.

Non si uccidono così anche gli uccelli?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TOMORROW – Tomorrow (Parlophone)  

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Un albero di primizie che ha dato frutto troppo tardi. Così potremmo sintetizzare l’unico, stupendo album dei Tomorrow, rigoglioso di rami frondo si carichi di frutti psichedelici maturati troppo tardi per poter stare al passo che i tempi folli del freakbeat inglese allora richiedevano, in una scena che esplodeva attorno a nebbie e lampi purpurei e seguiva il passo favolistico di pifferai e sergenti vestiti come addomesticatori da circo pur di raggiungere i cancelli dell’alba o afferrare qualche diamante sputato in cielo da bambine dai capelli intrecciati nell’edera.

Il domani dei Tomorrow era stato insomma “troppo” domani, tanto da rischiare quasi di essere la sigla conclusiva a tutto il movimento psych inglese.

La loro bicicletta bianca non era stata abbastanza veloce (le chitarre espanse che simulano, sul singolo di debutto, il rumore del vento che taglia i raggi del velocipede restano fra le meraviglie di tutto il post-beat inglese, NdLYS), il loro passo da provos non aveva raggiunto il resto del gruppo troppo agilmente. Peccato.

Tanto che il disco, nonostante una creatività visionaria davvero invidiabile, cede già alla celebrazione del fenomeno, con una fedele cover della Strawberry Fields Forever dei Beatles. 

Del successo, comunque minimo, del loro album non ne avrebbero goduto neppure loro, sciogliendosi come neve al sole appena due mesi dopo la pubblicazione facendo di Tomorrow una delle più belle occasioni mancate della storia del rock, resa ancora più leggendaria dalle memorabili esibizioni all’UFO Club, da mitologiche jam sessions con Hendrix e Barrett e dalla partecipazione di Keith West a quella che, concettualmente, può essere considerata la prima opera-rock in assoluto, ovvero la A Teenage Opera ideata da Marc Wirtz degli Abbey Road Studios. Peccato, di nuovo.

Perché Tomorrow, nonostante tematiche e suoni lo leghino tenacemente a quegli anni e malgrado il tempo delle fate si sia definitivamente sciolto come un orologio molle di Dalì è un disco ancora oggi capace di creare fortissime suggestioni psichedeliche e di esercitare un carisma attualissimo (quanto Blur c’è dentro una The Incredible Journey of Timothy Chase?). Peccato, per l’ennesima volta.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BOHEMIAN VENDETTA – Bohemian Vendetta (Tapestry)

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Gran messe di reissues psichedeliche su vinile 180gr. dalle presse Tapestry. Quella che tocchiamo su questo numero riguarda la ristampa dell’ unico album dei Bohemian Vendetta, gruppo di adozione newyorkese che fu tra i “prescelti” per allestire la scaletta della prima storica Pebble. L’omonimo album dei Bohemien era intriso del beat progressivo che stava dilagando un po’ ovunque, gettando i ponti per quello che diventerà a breve l’hard-rock storico dei primi anni ’70. Le destrutturazioni di classici come Satisfaction e House of the Rising Sun erano il manifesto programmatico di un bisogno di allargare le maglie del suono 60’s lasciandolo bruciare nella sua stessa griglia di fuzztones gracchianti. In futuro bands come Vietnam Veterans, Plan 9 o addirittura Stranglers avrebbero dovuto pagare il proprio compromesso con la band di Brian Cooke.

 

Franco “Lys” Dimauro

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