CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL – Creedence Clearwater Revival (Fantasy)  

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Ciò che il resto del mondo importa dalla rivoluzione californiana degli anni Sessanta è qualcosa che con quella rivoluzione non ha nulla a che spartire, ne’ a livello filosofico ne’ in ambito strettamente musicale. Fatte salve le vendite mainstream occasionali dei Doors di Light My Fire e dei Byrds di Turn! Turn! Turn! la vera dominatrice delle charts, fra tutte le formazioni che hanno infiammato i palchi dei grandi festival, è una band “volgarmente” restauratrice. Una formazione che piuttosto che volare in alto come molte delle formazioni della Summer of Love, preferisce viaggiare verso sud su scomodi e inquinanti trabiccoli diesel. L’originale suono della band, ovvero un validissimo garage-rock portato su disco e sul palco sotto il nome di Golliwogs, si è via via sempre più sporcato con la musica nera, quella della Louisiana, quella di New Orleans, quella del Delta, quella di Porterville che guarda caso è la stessa città a dare il titolo all’ultima canzone incisa come Golliwogs e la prima ad essere ripubblicata dalla Fantasy sotto il nuovo nome di Creedence Clearwater Revival. Tom Fogerty ha intanto lasciato il posto di cantante al fratello John il cui timbro rauco e verace si combina alla perfezione con i timbri paludosi della musica che stanno elaborando. Un suono che del misticismo lisergico degli altri compagni californiani non sa che farne. Il suono dei Creedence è un ritorno agli elementi base non solo del rock ‘n roll ma anche a quelli classici della materia.

Aria, fuoco ma soprattutto terra e acqua.

Terra da affondarci i piedi, acqua da inzupparsi come in un rito battesimale.  

Terra e acqua come quelle che segnano il lungo viaggio del Mississippi.

E ad avvolgere questa distesa di paludi, acquitrini, campi da coltivare, fattorie, boschi e piogge rigeneranti il turbante color sabbia di Marie Laveau e il macabro mantello di Bayou John, il grande evocatore di spiriti della Louisiana.

La musica dei Creedence Clearwater Revival esercita sin da subito un appeal grandissimo, ma non è musica “per giovani”. Anzi, mi correggo: la musica dei Creedence esercita un appeal grandissimo perché non è musica “per giovani”.

È il corpo (che si credeva) morto del passato che riemerge dalle acque dopo che il sogno d’amore delle comunità hippie è evaporato, dimostrando che, svanito l’inganno, quello che resta è un mondo immutabile e forse proprio per questo, rassicurante. Una tecnica che la band californiana affinerà l’anno successivo in un trittico mozzafiato di grandissimo successo e che in questo disco d’esordio emerge ancora in sordina sul materiale autoctono mostrando invece un’ottima carburazione sui pezzi altrui (Susie Q, I Put a Spell On You, Ninety-Nine and a Half), quelli dove il gruppo inizia a sfoderare il suo mood e a liberarsi dalle ultime (e uniche) esfoliazioni acide del suo repertorio.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

ULTIMATE SPINACH® – Ultimate Spinach® / Behold and See / III (Akarma)

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Non ebbero vita lunga i bostoniani Ultimate Spinach®: i tre album incisi tra il ’68 e il ’69 e adesso ristampati da Akarma ne tracciarono la parabola discendente prima che la “verdura” sfiorisse tornando alla terra.

Formati dal polistrumentista Ina Bruce-Douglas, gli Ultimate Spinach® esordirono con un omonimo album di classica impronta flower-power. L’armamentario è quello tipico dell’epoca con sfoggio di theremin, harpsichord, tablas, flauti e sitar ma usati in modo funzionale ai brani e mai, a dispetto di quegli anni facili al fascino della ricerca strabordante e fine a se stessa, viceversa.

Malgrado il cuore del disco, Hip Death Goddess, si attacchi alla coda del velivolo Jefferson con maestria non certo impari, il debutto di questi vegetali per il cervello si lascia ricordare soprattutto per i brevi quadretti che le fanno da cornice: uno specchio deformante in cui la tradizione si trasfigurava in ritratti buffi, visionari, divertenti o poeticamente bucolici dilatando i propri contorni fino all’alterazione cromatica del proprio corpo.

Intuizioni confermate e sviluppate su Behold and See dello stesso anno, altro albo dal valore indiscutibile.

L’enfasi si smarrisce ma la quota rimane altissima.

Al confronto gli Ultimate Spinach® di III sembrano un’altra band. Oh, pardon…gli Ultimate Spinach®  di III SONO un’altra band.

Rimasta la sola Barbara Hudson a sfogliare l’album di famiglia, l’ultimo atto della band brucia, nell’inutilità dannosa di riutilizzare la vecchia sigla, quanto di buono era stato creato, con un disco stanco ed incapace di spiccare non il volo ma un semplice salto, perdendosi in pallosissimi esercizi di stile e musica da FM eccezion fatta forse solo per l’inaugurale Romeo and Juliette, trafugata dagli archivi delle nuggets americane. Roba pericolosa da cui è meglio stare alla larga.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE BYRDS – Sweetheart of the Rodeo (Columbia)  

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Dall’alto del loro tappeto magico i Byrds vedono le praterie americane. E se ne innamorano. Accanto alle mandrie bovine corre un abilissimo cowboy. Cappello a falde larghe e camperos, tira il laccio e ad ogni lancio centra un toro. Si chiama Gram Parsons e McGuinn ora ribattezzatosi Jim lo vuole nella sua banda, accanto a lui. Vicino a lui quelle che sul disco precedente erano solo percezioni, diventano un fatto concreto. Con lui, può iniziare a dare caccia alla mandria e tornare a sognare di incassare i dollari per la cattura di Bob Dylan che insegue da anni. Le sagome di cartone approntate come trappola si intitolano stavolta You Ain’t Goin’ Nowhere e Nothing Was Delivered, abilmente sistemate agli estremi del percorso dove si svolge questo grandissimo rodeo, sperando che la polvere alzata dai manzi giochi a loro favore.

Non riusciranno a catturarlo. E la caccia proseguirà negli anni successivi.

Ma i Byrds ci offrono un grande spettacolo popolare, con tanto di pedal steel, mandolini, banjo e fischietti.

I puristi non ci cascano.

Sanno che in qualche modo si tratta di una farsa.

Al Grand Ole Opry, nel cuore di Nashville, hanno salva la pelle per un soffio.   

Non andrà meglio quando si tratterà di promuovere il disco in radio, dove vengono derisi a microfoni aperti e accusati di aver profanato la più sacra tra le musiche popolari americane.

I Byrds si rialzano in volo mentre i fucili dei rednecks di mezza America li tengono sotto tiro. Scampando miracolosamente ai proiettili.

Non andrà meglio nella nobile Inghilterra, dove la country music è ritenuta da sempre un affare volgare. Gli inglesi snobberanno il disco, senza alcun rimorso o senso di colpa.

A monetizzare le intuizioni di quel disco ci penseranno altri uccelli, qualche anno dopo. Altri rapaci partiti dai medesimi nidi dei Byrds e capace di volare ben oltre la gittata di quei proiettili che avevano preso i Byrds di striscio disperdendone il volo.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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DR. JOHN, THE NIGHT TRIPPER – GRIS-Gris (ATCO)  

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Mi chiamano Dr. John, il viaggiatore della notte. Ho il mio sibilante amuleto in mano. Ho tantissimi clienti che vengono anche da lontano per avere la mia ricetta. Ho la medicina giusta per ogni tuo male, sono l’uomo del voodoo.

Non era uno scherzo. Il Dottor John vero esisteva per davvero e Malcolm Rebennack lo aveva conosciuto a New Orleans quando era ancora un ragazzino. Era uno stranissimo spilungone nero che si vantava di essere un principe senegalese e di avere quindici mogli e una schiera infinita di figli.

E forse era vero tutto. O solo in parte.

Malcolm ci credeva comunque.

Cincischiava nello stesso quartiere e vendeva degli amuleti voodoo chiamati gris-gris. Dei piccolissimi sacchettini di cuoio che contenevano numeri della cabala, versi del corano e altre idiozie.

Che però parevano funzionare. O funzionare solo in parte.  

Malcolm ci credeva comunque.

Ne rimase talmente impressionato che quando si trattò di offrire la sua versione della musica di New Orleans, decise di adottarne il nome, di diventare egli stesso lo stregone voodoo del blues. GRIS-Gris fu il disco con cui tentò di piegare il mondo alle sue stregonerie. Senza riuscirci.

Però avrebbe potuto farcela. O farcela solo in parte.

Malcolm ci credeva comunque.

Uno dei dischi più straordinari, perversi, trasversali, malvagi, paludosi mai partoriti da mente umana. Una roba vischiosa di “Merda Gras” che a volte suona come un sinistro asilo nido frequentato da bimbi mai nati, altre volte come la colonna sonora di un film di Joe D’Amato. Un disco meticcio da cui avrebbero attinto in tantissimi, dagli Zeppelin ai Clash di Sandinista!, da David Byrne agli Stones di Sympathy for the Devil, da Tom Waits ai Parliament, dai Gun Club al Beck Hensen che proprio da I Walked on Gilded Splinters rubò il riff per la sua Loser dimostrandosi più furbo che perdente.

A differenza di Mac Rebennack.

Conosciuto come Dr. John.

Venuto dall’Inferno per portarci il voodoo, scuotendo il suo GRIS-gris.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE EASYBEATS – Vigil (Albert Productions)  

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Perfetta.

Così perfetta che pare un Paul McCartney eccitatissimo abbia chiamato alla BBC dopo averla sentita la prima volta per pregare la trasmettessero ancora una volta.

Si intitola Good Times e gli Easybeats l’avevano registrata assieme a Steve Marriott, Nick Hopkins e Glyn Johns a Londra nell’estate del 1967 come traccia-guida per un album dallo stesso titolo che non verrà pubblicato in nessuna delle due patrie della formazione di Sydney. Una pop-song immodificabile. Tanto che, nonostante si siano cimentati in tanti e per decenni nella sua reinterpretazione, le “variazioni” sul tema sono soltanto piccole accentuazioni di colore che non stravolgono quello che è, nella musica di consumo, un cerchio perfetto.

Sbloccate le beghe contrattuali con la Albert Publishing, gli Easybeats sfrutteranno quella canzone l’anno successivo, come apertura di Vigil, il disco che ha il compito di vestire i panni del sabato dopo il successo di Good Friday e Friday on My Mind.

Un album che non ha la perfezione di quei tre minuti e ventitre secondi iniziali e che in chiusura si trascina un po’ troppo nella ricerca di una formula efficace per un romanticismo che volge al lezioso ma che è purnondimeno uno dei pop album più belli della storia della musica australiana, carico di quell’ottimismo forse un po’ troppo ingenuo ma contagioso che è proprio del beat migliore e capace di fare le boccacce alle comuni hippie (We All Live Happily Togheter) con un’impertinenza che il viso da ragazzino birbaccione di Stevie Wright rende ancora più simpatica.  

Avrei voluto comprarlo allora, Vigil. Sentire fra i primi al mondo la vibrazione trasmessa da Good Times, da See Saw, da Bring a Little Lovin’. Portarlo in giro a farlo sentire agli amici, credendo di essere il profeta della buona novella beat mentre il resto del mondo non aveva ancora potuto goderne.

Distribuirne il sorriso e non il ricordo.

Grazie Easybeats, per questo “facile beat”.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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APHRODITE‘S CHILD – End of the World / It‘s Five O’Clock (Esoteric)

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Premetto che odio il pop barocco, quelle merdate rock con vezzi da opera sinfonica e che ho sempre mal sopportato anche Sgt. Pepper‘s, universalmente riconosciuto come il capolavoro dei Beatles.

Il 1 Giugno del 1967 il rock ‘n roll diventa adulto e, contemporaneamente, muore.

Al suo posto nascerà il rock. Che è altra cosa. Carino, ben vestito, pieno di suppellettili da bazar indiano, affascinante. Ma un’ altra cosa.

I primi due album degli Aphrodite‘s Child ne sono un esempio calzante.

Due dischi elaborati dove convivono organi da chiesa, mellotron, arie medievali, tradizionali greci, carillon, tablas, voci in falsetto, folk psichedelico e sperimentazioni assortite. Con dentro cose ignobili (Rain & Tears, It‘s Five O’Clock o Marie Jolie p.e.) ma anche pregiata sartoria freak (Don‘t Try to Catch Me, You Always Stand In My Way, The Shepherd and the Moon o Let Me Love, Let Me Live) che ora, per la prima volta, vengono rimasterizzate e arricchite da tutti i singoli pre-666.

Una cartocciata di musica leggera con la pretesa di voler essere ingombrante.

Demis Roussos ci riuscirà anche fisicamente, Vangelis solo artisticamente.

Qui, su questi due barbecue stracolmi di carne, c’era il preludio a tutto.

 

                                                                         Franco “Lys” Dimauro

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THE BYRDS – The Notorious Byrd Brothers (Columbia)  

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Su come l’abbia presa David Crosby su quella storia del cavallo è affare controverso. Pare non abbia mai perdonato a McGuinn quello “scherzo” tramando addirittura una vendetta. Altre fonti dicono invece che il buon Crosby non gli abbia mai dato peso.

Sicuramente la prese malissimo per l’esclusione della sua Tried dalla scaletta del disco che è già in fase di registrazione quando Crosby va via portando lo spartito e la demo fra le amorevoli mani dei Jefferson Airplane.

Fatto sta che la copertina di The Notorious Byrd Brothers è veramente un calo di stile nella bella carrellata di cover che la band ci aveva sino ad allora regalato, nonostante volesse in qualche modo documentare una fase di cambiamento che verrà attuata più avanti nell’anno, in quel caposaldo della nuova musica country che sarebbe stato Sweetheart of the Rodeo. The Notorious Byrd Brothers era dunque un disco di “passaggio”, nonostante fossero ancora presenti tutti gli elementi del vecchio suono Byrdsiano. Chitarre aperte e cinguettanti, armonie vocali perfette, ballate in volo ad otto miglia dalla terra, qualche intervento invasivo di fiati e qualche altro effetto di lievitazione psichedelica.

Un microcosmo di anfetamine e palloncini colorati ammazzato da una copertina terribile.

Non si uccidono così anche gli uccelli?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TOMORROW – Tomorrow (Parlophone)  

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Un albero di primizie che ha dato frutto troppo tardi. Così potremmo sintetizzare l’unico, stupendo album dei Tomorrow, rigoglioso di rami frondo si carichi di frutti psichedelici maturati troppo tardi per poter stare al passo che i tempi folli del freakbeat inglese allora richiedevano, in una scena che esplodeva attorno a nebbie e lampi purpurei e seguiva il passo favolistico di pifferai e sergenti vestiti come addomesticatori da circo pur di raggiungere i cancelli dell’alba o afferrare qualche diamante sputato in cielo da bambine dai capelli intrecciati nell’edera.

Il domani dei Tomorrow era stato insomma “troppo” domani, tanto da rischiare quasi di essere la sigla conclusiva a tutto il movimento psych inglese.

La loro bicicletta bianca non era stata abbastanza veloce (le chitarre espanse che simulano, sul singolo di debutto, il rumore del vento che taglia i raggi del velocipede restano fra le meraviglie di tutto il post-beat inglese, NdLYS), il loro passo da provos non aveva raggiunto il resto del gruppo troppo agilmente. Peccato.

Tanto che il disco, nonostante una creatività visionaria davvero invidiabile, cede già alla celebrazione del fenomeno, con una fedele cover della Strawberry Fields Forever dei Beatles. 

Del successo, comunque minimo, del loro album non ne avrebbero goduto neppure loro, sciogliendosi come neve al sole appena due mesi dopo la pubblicazione facendo di Tomorrow una delle più belle occasioni mancate della storia del rock, resa ancora più leggendaria dalle memorabili esibizioni all’UFO Club, da mitologiche jam sessions con Hendrix e Barrett e dalla partecipazione di Keith West a quella che, concettualmente, può essere considerata la prima opera-rock in assoluto, ovvero la A Teenage Opera ideata da Marc Wirtz degli Abbey Road Studios. Peccato, di nuovo.

Perché Tomorrow, nonostante tematiche e suoni lo leghino tenacemente a quegli anni e malgrado il tempo delle fate si sia definitivamente sciolto come un orologio molle di Dalì è un disco ancora oggi capace di creare fortissime suggestioni psichedeliche e di esercitare un carisma attualissimo (quanto Blur c’è dentro una The Incredible Journey of Timothy Chase?). Peccato, per l’ennesima volta.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BOHEMIAN VENDETTA – Bohemian Vendetta (Tapestry)

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Gran messe di reissues psichedeliche su vinile 180gr. dalle presse Tapestry. Quella che tocchiamo su questo numero riguarda la ristampa dell’ unico album dei Bohemian Vendetta, gruppo di adozione newyorkese che fu tra i “prescelti” per allestire la scaletta della prima storica Pebble. L’omonimo album dei Bohemien era intriso del beat progressivo che stava dilagando un po’ ovunque, gettando i ponti per quello che diventerà a breve l’hard-rock storico dei primi anni ’70. Le destrutturazioni di classici come Satisfaction e House of the Rising Sun erano il manifesto programmatico di un bisogno di allargare le maglie del suono 60’s lasciandolo bruciare nella sua stessa griglia di fuzztones gracchianti. In futuro bands come Vietnam Veterans, Plan 9 o addirittura Stranglers avrebbero dovuto pagare il proprio compromesso con la band di Brian Cooke.

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE OTHER HALF – The Other Half (Radioactive)

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Randy Holden è da tutti ricordato come l’uomo che ruppe il sacro triumvirato dei Blue Cheer durante le sessions di New! Improved!, disco dalla dura gestazione (in pratica girando il disco ti trovi ad ascoltare un’altra band) e dagli esiti disomogenei. E francamente sono proprio i tre pezzi di Holden quelli più riusciti. Prima di quel gruppo (e di un raffinato quanto introvabile disco solista dello stesso anno) e di una mancata audizione per succedere a Jeff Beck alla sei corde degli Yardbirds per Holden c’ erano state però le esperienze formative nei Sons of Adam e negli Other Half. Era l’ala dura del suono di San Francisco. In pratica un girone infernale dentro il paradiso hippie dei figli dei fiori. Le distorsioni di Randy Holden erano l’archetipo punk perfetto (Mr. Pharmacist, il loro primo 45, rimane un pezzo tra i più grandi mai partoriti da mente umana NdLYS) ovviamente secondo un’ottica ancora perfettamente sixties/blues e un feeling che li legava ai Love (Feathered Fish è infatti firmata proprio da Arthur Lee) e ai Moving Sidewalks. Brani come Dragon Lady, Bad Day o I Need You rimbalzano ancora tra le pareti di casa con una potenza devastante cariche di scosse elettriche e furiosa potenza soul.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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