PRETTY THINGS – Parachute (Harvest)  

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Cosa avrebbero potuto fare i Beatles dopo Abbey Road? E chi lo sa.

Però, ad esempio, avrebbero potuto fare qualcosa come Parachute. E nessuno avrebbe avuto da ridire. A farlo invece ci pensarono i Pretty Things, anche loro sull’orlo del collasso fisico ed artistico.

Anche se nel frattempo la band continua a registrare da sola o con improbabili compagni (il playboy Philippe DeBarge, ad esempio), siamo ufficialmente al passo successivo rispetto a S.F. Sorrow, l’album con cui Phil May e compagni si sono presi lo sfizio di spostarsi verso gli album concettuali, battezzando di fatto gli anni Settanta.

Il nuovo disco ne replica la formula ma non gli ingredienti.

La psichedelia è di fatto sfumata dentro un rock più “ordinario”, un po’ come era stato appunto per i Beatles del dopo Sgt Pepper’s e gli Stones del ’67 con quelli degli anni immediatamente successivi. Piccolissime scorie “etniche” come sitar (su In the Square, che anticipa di cinque lustri uno dei passaggi di Paranoid Android, NdLYS) o tablas (su What’s the Use) restano sullo sfondo, come uno sciame della library music con la quale stanno sperimentando da qualche anno sotto le mentite spoglie degli Electric Banana, lasciando spazio a qualche sparuto accenno di mellotron e a piccole perle melodiche aggredite da chitarre e pianoforte elettrico. Gli anni Sessanta si sono definitivamente eclissati. I Pretties si lanciano nel nuovo decennio affidandosi ad un paracadute che non riuscirà ad attutire lo schianto che invece li travolgerà. Le mirabolanti canzoni di Parachute saranno, di fatto, le uniche cose pregevoli che la band londinese riuscirà a produrre nel lunghissimo avanzo di carriera che le resta. Come detto in apertura, sul disco si respira la stessa astuzia “restauratrice” dei tardi dischi dei Beatles, esprimendo la necessità di riappropriarsi di un linguaggio più asciutto, seppur non più severamente legato alla dottrina blues degli esordi.

Soffici esercizi proto-glam, pastiche vocali degne di un coro di voci bianche e luminose derive folkedeliche faranno innamorare il mondo dei Pretty Things per la prima e l’ultima volta. Poi, nessuno più si ricorderà di loro. Nemmeno loro stessi.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE TURTLES – It Ain’t Me Babe / You Baby / Happy Together / The Turtles Present the Battle of the Bands / Turtle Soup / Wooden Head (Edsel)

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Ancora oggi (anche nelle note di copertina di queste ristampe dell’opera completa della formazione americana) è facile trovare il nome dei Turtles associato a quello dei grandi gruppi di folk-rock californiano della loro epoca. Nomi come Byrds, Love e Leaves.

In realtà per le tartarughe della West Coast quello del “folk elettrico” fu soltanto uno dei tanti canoni stilistici scelti per musicare quelli che erano dei piccoli ma prestigiosi manufatti di musica pop il cui accostamento più azzeccato, in termini stilistici così come di disimpegno, è piuttosto con l’alta sartoria dei biondi Beach Boys. O, guardando alla costa Est, con le amabili pop songs dei Lovin’ Spoonful. Più che le chitarre Rickenbacker sfoggiate in televisione per presentare le loro prime canzoni saranno infatti le preziosissime armonie vocali a riservare ai Turtles un posto nella storia. Intrecci così sopraffini che finiranno per arricchire i dischi di T. Rex, Mothers of Invention, Ramones, Steely Dan, Blondie, Psychedelic Furs, Bruce Springsteen, Alice Cooper su su fino a quelli dei Duran Duran. Sono le voci di Phlorescent Leech e Eddie. Sempre in quelle clip, oppure nella commedia My Dinner with Jimi scritta proprio da Eddie, sono i due senza strumento in mano eccetto uno o due cembali. Sono anche i più bruttini tra i sei, ma non ha molta importanza. Perché i Turtles arrivano in Top Ten, ancora minorenni, già al primo singolo, sfruttando l’idea dei Byrds di dare un vestito nuovo agli stracci folk di Dylan. La versione corale di It Ain’t Me Babe piace al pubblico e il singolo viene premiato con un ottavo posto in classifica e scelto come titolo per l’album che arriva subito dopo.

Proprio come hanno fatto i Byrds.

E che di canzoni di Dylan ne contiene tre. Ancora una volta proprio come i Byrds.

L’altro canzoniere da cui i Turtles attingono è quello di Phil Sloan. Un canzoniere altrettanto ricco ma dal successo meno imperituro. Chiedete oggi ad un ventenne qualsiasi chi fosse e vi risponderà con una pernacchia. E invece negli anni Sessanta Sloan ad ogni scorreggia scrive una canzone. Anche di molto belle, da solo o in coppia col fidato Steve Barri, altro newyorkese trapiantato in California ad ornare di canzoni i viali verdeggianti di palme delle strade di Los Angeles.

I Turtles ne registreranno ben sette, superati solo (ovviamente) dai Grass Roots (la band creata appositamente da Lou Adler per incidere le canzoni della ditta Sloan/Barri) e, potenzialmente, dai Vogues (per i quali Sloan scriverà due dozzine di brani senza vederne mai pubblicato mezzo).

Una di queste è scelta come secondo singolo e, l’anno dopo, come pezzo portante e title-track del loro secondo album. Ancora una volta armonizzazioni impeccabili da far impallidire Beach Boys (You Baby) e Zombies (Give Love a Trial), impianto strumentale fondamentalmente acustico e un tamburello che non dà tregua. Con il finale affidato ad una versione ripulita di quella perla garage-punk degli esordi intitolata Almost There che in Italia gli italiani Kings registreranno alla SIAE come Trovane un altro e negli anni Ottanta gli Stomachmouths riproporranno nella sua primitiva, feroce versione originale.

Ma il colpo gobbo dei Turtles non porta ne’ la firma di Dylan ne’ quella di P.F. Sloan ma bensì quelle di Alan Gordon e di Gary Bonner. Quello che è uno “scarto” dei Magicians, diventa un’hit in grado di sbarrare la strada alla Penny Lane dei Beatles.

Ancora una volta il “tema trainante” è pure quello scelto per dare il titolo all’intero album che ne segue. Happy Together è un disco dagli arrangiamenti sfarzosi ideati da Chip Douglas, il nuovo acquisto della band il cui gusto ricercato farà gola ai Monkees di cui diventerà da subito il produttore dei loro dischi più belli. L’album è una classica donut americana. Una di quelle robe grasse cariche di zuccheri e di surrogati di crema e cioccolata. È il trionfo del disimpegno e del romanticismo da soap opera.

Il vero capolavoro del gruppo è però un disco che trascende il concetto di vincolo stilistico per liberare la vera anima della band e le sue qualità trasformiste. The Battle of the Bands è un eccentrico disco-parodia in cui i Turtles reinventano se stessi vestendo i panni dei vari complessi che avevano effettivamente vivacizzato le famose Battle of the Bands sfidandosi l’un l’altra portando in scena il loro repertorio svolazzante tra surf-music, boogaloo, psichedelia, folk-rock, country, rock ‘n roll, musica da ballo e canzoni concettuali. A portare a casa il “trofeo” sono Howie, Mark, Johny, Jim & Al, un quintetto in smoking e papillon che affronta i vari Quad City Ramblers, Cross Fires, Nature’s Children, Fabolous Dawgs e anche il fantastico beat di Chief Kamanawanalea (che verrà campionato praticamente da chiunque, dai Freak Power a Drake passando per Beastie Boys, De La Soul, Ice Cube e KRS-One) con una canzone di pop melodico intitolata Elenore che farà sfaceli anche nell’italiana Canzonissima nella traduzione fattane da Franco Migliacci.  

Il disco è il primo del lotto di ristampe della Edsel a presentare un intero secondo cd di bonus (i primi tre presentano esclusivamente le versioni mono e stereo dello stesso disco, NdLYS) con tutti i singoli del periodo e le outtakes dell’album completato quanto iniziato dalla Sundazed ormai più di venti anni fa.

Il canto del cigno (visto che le tartarughe non cantano neppure in punto di morte) dei Turtles è una zuppa preparata dallo chef Ray Davies ma lungi dall’essere “cotta” Turtle Soup dimostra che la formazione californiana continua ad affinare il proprio stile con un’altra consistente dose di melodie da manuale pop come Somewhere Friday Night, You Don’t Have to Walk in the Rain, Love in the City, Torn Between Temptations (sulla quale l’eco di Davies si sente davvero in maniera prepotente), stavolta tutte frutto della penna sempre più vivace della band.

Le pressioni dell’etichetta a produrre successi con lo stampino si fanno però a quel punto intollerabili e la band decide di lasciare gli studi di registrazione dove stanno preparando il sesto album (una mezza dozzina di estratti sono qui inclusi sul secondo CD mentre l’opera (in)completa è reperibile da tempo sul catalogo Rhino.

A chiudere il progetto di reissue della Edsel arriva infine la versione in doppio disco della raccolta di inediti e rarità del primissimo periodo che nel 1970 la White Whale pensò bene di usare per mettere la parola fine alla vicenda Turtles. Un ritorno al tintinnio folk-rock del primo periodo con una perla di valore ASSOLUTO come Outside Chance, scritta dal compagno di scuderia Warren Zevon.

Ora sapete chi erano i Turtles.

Ora, se non lo sapete, potete apprenderne l’intera storia.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PINK FLOYD – Atom Heart Mother (Harvest)  

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Nell’autunno del 1970 I fan dei Pink Floyd si ritrovarono con una mucca per casa.

Una semplice, bonaria mucca frisona. Ingombrante quanto il disco che era stata scelta per rappresentare.  

Il disco con cui i Pink Floyd rientravano sulla Terra.

Ed è un rientro pomposo, trionfale.

Come se tutte le creature del mondo si fossero radunate ad assistere a quell’atterraggio. Strette in un abbraccio corale e orchestrale.

I Pink Floyd sono i Cesari.

Le folle si aprono come le acque davanti al bastone di Mosè.

I Cesari marciano nella loro terra di conquista. Verranno stigmatizzati da una lercia T-shirt con scritto I Hate Pink Floyd, ma gli anni Settanta resteranno nella memoria collettiva come il decennio dei Pink Floyd, tanto quanto quello precedente sarà ricordato come quello dei Beatles. Ogni famiglia occidentale ha in casa un disco dei Pink Floyd o una sua copia su cassetta. E ogni regista vuole la loro musica per le proprie immagini. E’ già successo per Peter Skyes, Barbet Schroeder, Michelangelo Antonioni. Stavolta tocca a Stanley Kubrick, cui però il permesso per l’uso di Atom Heart Mother sulle scene di Arancia Meccanica viene negato (ma uno dei movimenti verrà concesso ai pubblicitari italiani che la richiederanno per lo spot dell’acqua Fiuggi, inaugurando un lungo rapporto di amore con la nostra patria nonostante il maestro Dario Argento incasserá il loro diniego quando proverá a contattarli per chiedere loro le musiche per Profondo Rosso, NdLYS). Kubrick dovrà accontentarsi della concessione di esporre la copertina del disco nella scena in cui Alex va ad abbordare al Chelsea Drug Store. 

Atom Heart Mother, la lunga suite che occupa metà del lavoro, è una delle mini-opere più ambiziose tentate dalla band inglese. Un’Aida per gruppo e orchestra che non mantiene quel che promette e che suona artificiosa e vaga senza raggiungere alcuna meta precisa tra musica classica, capsule di musica concreta e inserti di morbido prog-rock.

Va molto meglio sulla seconda side del disco, dove tutto diventa più vulnerabile, più disponibile a farsi coprire dalla polvere della malinconia, dal velo nostalgico che depone le sue uova a forma di lacrima. I polmoni dei Pink Floyd si riempiono di aria inglese, finendo per respirare all’unisono con i Beatles di Abbey Road e i Kinks di Something Else.

Poi Roger, Nick, David, Rick e il loro roadie Alan si siedono a fare colazione, nella immensa brughiera britannica.

Caffè, marmellata, bacon, uova strapazzate, salsicce, latte, cereali.

Il nostro ruminare diventa totalmente sovrapponibile a quello di Lulubelle III, che ci guarda svagata dai pascoli che si stendono fin dove l’occhio può arrivare.

Pian pianino ognuno finisce la sua porzione e si siede a suonarci qualcosa. Finchè lo scrosciare delle cavallette non si sostituisce a quello altrettanto croccante dei cereali.

Madre Terra manda i suoi piccoli alfieri per tenere lontano i suoi abitanti più avidi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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JAMES BROWN – Sex Machine (King)  

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Sei concerti al giorno, altrettanti album all’anno, per dieci anni.

Quello che anche la più grande band produce oggi in una intera carriera, James Brown lo realizzava in soli tre mesi.  

Una vera macchina da offensiva militare. Solo che James Brown non sparava altro se non capsule di testosterone e granate funky.

Non per niente lo chiamano Mister Dinamite. Ed è un titolo a cui lui tiene tantissimo. Negli anni Sessanta, non puoi rivolgerti a James Brown senza chiamarlo Mister. O sei spacciato.

Sex Machine è l’ultimo disco live pubblicato su King, prima della stagione Polydor e arriva a suggello di un decennio che ha visto Brown schiantarsi come un uragano sulla comunità bianca (la storica partecipazione all’Ed Sullivan Show dove impone alla produzione la sostituzione dell’orchestra con la sua band), conquistarsi il rispetto di quella nera (come nel famoso show di Boston dove James riesce a sedare una rivolta facendo a meno degli sbirri. Semplicemente parlando alla sua gente. Come un vero Re.) e diventare il cantante più temuto e stimato dello show-biz.

James è sul palco del Bell Auditorium di Augusta. Non ha più i capelli impomatati. Il nuovo taglio afro è una rivendicazione tangibile, fiera, onesta, di orgoglio nero coerente con quanto dichiarato su Say It Loud e con la targa affissa sul suo tour bus parcheggiato fuori dal locale: B Proud!

Dietro di lui, una band IMMENSA che Brown governa con un solo cenno di mano, imponendo loro di non spostare lo sguardo da lui, pena una riduzione immediata del cachet della serata, mostrando l’ammontare dell’ammenda direttamente sul palco, guardando in faccia il musicista che ha sbagliato e indicando l’importo con un rapido cenno delle dita.

Chi suona nella sua band non è pagato per divertirsi, ma per fare il più grande spettacolo itinerante del mondo.

A divertirsi deve essere la sua gente. Urlando che sono neri ed orgogliosi.  

Sex Machine è uno dei dieci live imprescindibili. Mr. James Brown l’uomo che trasportò il soul dall’anima al corpo, digrignando i denti. Perché, come diceva lui: “se un uomo ha i capelli e i denti, ha tutto”.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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FABRIZIO DE ANDRÈ – La Buona Novella (Produttori Associati)  

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Il primo disco della trilogia concettuale di De Andrè è un album arrivato fra le sue mani quasi per caso. A proporglielo è Roberto Danè, il fondatore della sua etichetta del periodo. E’ il periodo in cui i “concept album” fanno mercato, in Italia forse più che altrove. Ed è anche un periodo di grandi rivoluzioni culturali figlie di quel ’68 che ha tracciato uno spartiacque fra la stagione dell’amore e quella del piombo. Gesù Cristo è una figura ambivalente adatta a rappresentarle entrambi. Profeta dell’amore e grande rivoluzionario.

La Buona Novella offre una vista trasversale e laica della figura del Cristo, concentrandosi più che sulle sue opere divine, sul tramestio di sentimenti terreni, sui turbamenti umani che segnano le vite di chi si è approcciato involontariamente alla sua figura.

E’ dunque un disco politico e non religioso.

Ed è politico più che nelle intenzioni con cui è viene concepito, per il contesto storico in cui nasce e che non permette a nessun artista di non prendere posizione anche quando si canta d’amore, di pietà e di rinunce, come De Andrè fa in questo disco.

A dare colore musicale al lavoro vengono chiamati i Krel e Mauro Pagani, offrendo una variopinta e spesso liturgica veste alla narrazione del cantautore genovese.  

Proprio in quegli studi, durante quelle incisioni, nasce ufficialmente la Premiata Forneria Marconi.

Fuori dagli studi una folla di ex-beatnick coperti con i sai di rivoluzionari urla “Barabba! Barabba!”

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

 

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GROUNDHOGS – Split / Thank Christ for the Bomb (Akarma)

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Non è più nero ma non è ancora cianotico il blues che sta riemergendo a cavallo tra gli anni ’60 e i primi timidi anni ’70 aprendosi a nuove forme di contaminazione, allargando le maglie delle sue semplici strutture legnose, sgranando le sue fibre.
E’ ancora blues eppure non lo è più. E’ ancora disperazione e rassegnazione eppure è già qualcos’altro. La Akarma ci dà ora la possibilità di riaprire due dei documenti più importanti di quella fertilissima stagione. Nati come Dollarbills nei primissimi anni 60, i Groundhogs saono infatti un nome importantissimo per gli sviluppi del blues elettrico inglese e Thank Christ for the Bomb e Split (terzo e quarto album per il gruppo londinese) riemergono vivi e pulsanti nella pioggia di ristampe di questi mesi. Due dischi “a tema”, come era d’uso in quegli anni: la guerra e l’alienazione concatenata ad essa per il primo, la demenza per il secondo. Per entrambi, brani epocali: Strange Town, Soldier, Rich Man Poor Man, Cherry Red con la chitarra di Tony McPhee a farla da padrona attenta a non straboccare fuori dalla tazza come tanti altri paventati, gonfiati guitar-heroes.


Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BOWIE – The Man Who Sold the World (Mercury)  

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Il 22 Febbraio del 1970 sul palco della Roundhouse, fanno il loro ingresso quattro supereroi armati di strumenti: Space Star, Hypeman, Gangsterman e Cowboyman.

È l’entrata in scena degli Hype, la band che presto si trasformerà negli Spiders from Mars. Ufficialmente, è in quel preciso momento che il glam-rock si affaccia alla ribalta cortocircuitando la scena folk da cui lo stesso Bowie proviene mescolandola con la sottocultura omosessuale e del travestitismo. Già il mese successivo Bowie è iconizzato come nuovo idolo gay sulle pagine di Jeremy.

Quando la Mercury deciderà di pubblicare anche per il mercato europeo il frutto di quella esperienza, chiederà a Bowie di posare in abiti da vecchia signora, speculando sulle capacità del suo autore di trasformarsi in quel che vuole e nella sua innata volontà di creare scandalo. The Man Who Sold the World è in effetti il primo dei dischi di Bowie a cogliere con puntualità le scommesse che la ruota del tempo gli ha destinato in sorte. Le chitarre di Mick Ronson agganciano il ronzio del moderno timbro sabbathiano e lo innestano in una corposa struttura acustica, strappandone le fibre (The Width of a CircleShe Shook Me Cold) così come la natura schizofrenica e gli innesti di sintetizzatore di molte canzoni (Black Country Road, con Bowie che gorgheggia parodiando Marc Bolan, Saviour MachineThe Supermen) scivolano con gran dignità verso il prog, dimostrando la scaltrezza del musicista inglese nel costringere il pubblico a girare comunque lo sguardo verso di lui.

I ragni cominciano a tessere la loro tela. Space Star, col suo sguardo eterocromatico, sceglie chi sarà la prossima vittima.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SIMON AND GARFUNKEL – Bridge Over Troubled Water (CBS)  

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L’ingresso di Simon & Garfunkel nel nuovo decennio è sottolineato dalle note di un pianoforte che non è ne’ dell’uno, ne’ dell’altro. È Larry Kenchtel, il bassista aggiunto dei Doors oltre che pregiatissimo session man aggiunto per un nugolo di artisti, dai Byrds (sarà lui assieme alla sua Wrecking Crew a suonare quasi per intero sul primo album della formazione di Los Angeles, NdLYS) ai Beach Boys passando per Chet Baker ed Elvis, ad aprire quello che diventerà l’ultimo lavoro discografico del duo americano. Il disco che li consegna definitivamente alla storia della musica moderna non come folksingers ma come autori di raffinatissimo pop. Bridge Over Troubled Water , il pezzo che intitola e apre il loro quinto album, è una struggente ballata gospel che simula speranza ed ottimismo ma lascia intuire che qualcosa ha intorbidito le acque su cui Paul e Art scivolavano veloci fino a pochi mesi prima.

Il segno dissimulato che qualcosa quel treno della metro che passava veloce sulla copertina di Wednesday Morning, 3 A.M. sia arrivato alla fine della sua corsa.

Nessuno tuttavia, a parte le persone coinvolte in quelle sparute ma pesanti sedute di registrazione, sembra averne la reale percezione. Perché Bridge Over Troubled Water, nella sua complessità che non è più artigianale, è un disco che porta a compimento le ambizioni creative che Simon & Garfunkel hanno già manifestato sul precedente Bookends. Un album che si riaffaccia sul passato remoto (lo skiffle di Why Don‘t You Write Me, la cover dei sempiterni Everly Brothers) e prossimo (il folk autunnale di The Boxer) dei due ma che si apre anche alle contaminazioni con la musica etnica (la reinterpretazione del classico andino El Condor Pasa con il supporto dei Los Incas, i pattern ritmici di Cecilia) che faranno la fortuna, anni dopo, di un disco come Graceland. Un album che nella sua complessità risulta molto più confidenziale e diretto rispetto all’introverso Bookends.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FRIJID PINK – Frijid Pink (Repertoire)    

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Credo che pochi abbiano dimestichezza con questo moniker apparentemente impronunciabile. Ma chi ha memoria della Detroit inquieta dei tardi anni Sessanta ricorderà che, all’epoca, i Led Zeppelin aprivano per loro e non viceversa. E anche il presidente Nixon li considerava tra le sue bands preferite.

Poi la storia ha seguito il suo corso e sui Pink è calato l’oblio, appena rischiarato dalla venerazione dei seguaci dell’hard-psichedelico di varia guisa ed estrazione, Dave Wyndorf compreso. La ristampa del loro debutto arricchita da cinque bonus tratte dai 45rpm dello stesso anno riapre le porte a questo suono fortemente compromesso col blues, secondo il gusto del periodo, ma pregiudicato da una marcata predisposizione alle alterazioni psichedeliche e dall’amore per i volumi efferati. Un disco che ha resistito con gran dignità all’erosione del tempo e che i fanatici di bands come Guess Who o Amboy Dukes non dovrebbero trascurare.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SIMON & GARFUNKEL – The Complete Albums Collection (Columbia/Legacy)

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Cinque dischi in studio, quattro album dal vivo, una colonna sonora, una raccolta. Tutto quello che potieva essere costruito attorno a una sessantina scarsa di canzoni sta qui dentro, in questo cofanetto che la Legacy mette insieme a poche settimane dal Natale del 2014 e che perpetua la storia e il ricordo di quelli che mia moglie, non sbagliando poi di tanto, si ostina a chiamare Simon & Garfield. Perché in effetti, quando Paul Simon e Art Garfunkel decidono di far sentire per la prima volta il blend delle loro voci nel lontano 1957, decidono di affidarsi a un rassicurante ed innocuo moniker fumettistico come Tom & Jerry sotto il cui nome incidono un paio di singoli che portano un bel po’ di soldi in tasca al loro manager ma non a loro. Al disinganno segue una prima separazione durante la quale Paul Simon ha modo di frequentare la frizzante scena del Greenwich Village e di innamorarsi del folk irrequieto di Bob Dylan. Cinque anni dopo, quando i due decidono di riprovarci, è proprio Mr. Tom Wilson, il produttore che lavora fianco a fianco con Dylan, a notare il loro talento e a volerli portare in studio dando vita, forse senza rendersene neppure conto, a una delle più celebrate icone pop-folk della storia.

“Exciting new sounds in the folk tradition”.

Così viene venduto nell’Ottobre del 1964 il disco di debutto di Paul Simon e Art Garfunkel. Perchè è vero che i Beatles sono già arrivati.

Ma a quell’epoca è ancora Bob Dylan il più forte di tutti.

Soprattutto per la Columbia.

Eppure la timidezza gentile e autunnale di Wednesday Morning, 3 AM non riesce a confrontarsi ne’ con l’angst giovanile dei primi ne’ con il vocabolario forbito del secondo.

Il folk del duo newyorkese è ancora fin troppo educato, e lo rimarrà per gran parte della lunga carriera. Ma su questo disco di debutto è addirittura sommesso e, causa la scelta di un repertorio tradizionale fin troppo legato ai canti spirituali, la musica di Simon & Garfunkel sembra quasi parrocchiale.

Un rigurgito da sagrestia mentre tutto intorno si agita una rivoluzione di costumi senza pari. I tempi stanno cambiando insomma. E Simon e Garfunkel se ne rendono conto solo alla fine, quando il minutaggio del loro primo disco volge quasi al termine.

Il pubblico invece se ne accorge subito, lasciando i due a suonare in quel terminal della subway newyorkese situato sotto la Fifth Avenue. Passando loro accanto senza però avere la voglia e il tempo di fermarsi ad ascoltarli.

Certo, in un pezzo come Sparrow ci sono già dentro tutti i Kings of Convenience e i Turin Brakes che verranno. Ma questo ancora nessuno può saperlo.

E dentro The Sounds of Silence (al plurale, in questa sua prima versione) si affronta il tema dell’incomunicabilità che verrà sviscerato da schiere e schiere di musicisti di ogni estrazione per interi decenni. Cantata con le pattine ai piedi, per non turbare la quiete di chi ci è vicino ma ugualmente irraggiungibile.

A profanare quell’ode al silenzio ci pensa, all’insaputa dei due, Tom Wilson che, sull’onda emotiva devastante creata dall’elettrificazione del folk operata da Byrds e Dylan, ripubblica in forma meno vulnerabile il pezzo nel Settembre del 1965 richiamando alle armi non solo deejay e pubblico ma i due stessi soldatini armati di chitarra acustica che avevano regalato al mondo quel sospiro. Simon & Garfunkel si rimettono in gioco, affidando a quel brano il titolo del loro secondo album e usandolo come un richiamo per le allodole.  

Le gracili cartilagini di quel disco verranno schiacciate da un concerto al Central Park più grande del mondo stesso. Eppure Sounds of Silence è ancora lì, fragile e croccante come una foglia d’autunno. La faccia pulita degli anni Sessanta.

A chi possono fare paura due che si fanno chiamare Tom & Jerry?

Borghese e garbato, il folk-rock di Simon & Garfunkel arriva senza voler uccidere nessuno. Senza nessuna targhetta politica appiccicata sulle chitarre. È un truciolo di legno che si stacca dal tronco robusto della canzone di protesta americana, un carezzevole abbraccio che ti accoglie quando hai paura delle ombre, il più delle volte accartocciato su se stesso, con le ginocchia che toccano il petto come dentro un poema suicida di Leonard Cohen (Kathy‘s SongHomeward BoundApril Come She Will), altre volte appeso all’uncino del fingerpickin’ di Davey Graham (Angie e la sua metamorfosi in Somewhere They Can‘t Find Me), disteso sul tappeto raga dei Byrds (Blessed) o sui copridivani di Dylan (Leaves That Are Green). Capace di trasformarsi in un sordinato beat da fare invidia ai Monkees e agli Zombies (Richard CoryI Am a Rock ma soprattutto We‘ve Got a Groovey Thing Goin’).

Maturato nella consapevolezza tenace di aver scritto una delle più belle canzoni del secolo e nell’attesa cosciente ed ambiziosa che il mondo prima o poi dovrà fare i conti col silenzio, nonostante tutti si sforzino di fare rumore per tentare di soffocare quell’eco dove è solo il nostro cuore e il nostro respiro a misurare l’affanno del mondo.

 

Prezzemolo, salvia, rosmarino e timo.

Con queste quattro spezie si ripresentano al pubblico Paul Simon e Art Garfunkel sul fare dell’autunno di quello che è l’anno decisivo per la coppia di folksingers newyorkesi.

Due album e cinque singoli in classifica, per festeggiare degnamente il Natale del 1966. Magari cantando sulle note di Silent Night mentre la radio passa il suo notiziario. Perché lo spettacolo atroce della vita non si ferma neppure durante la magia del Natale.

Parsley, Sage, Rosemary and Thyme.

Ripetuti all’ossessione, nell’inaugurale Scarborough Fair. Come fossero erbe magiche che possono portarti nel paese incantato degli Elfi. Dunque lontano da qui.

Sono questi i “porti sicuri” che Paul Simon concede stavolta al suo pubblico.

Il resto, ora che il successo di The Sounds of Silence gli ha ridato quella sicurezza che aveva vacillato, è tutta farina del suo sacco. Scritte spesso in porti che sicuri non sono come la stazione Londinese dove scrive, di getto, Homeward Bound o come il Queensboro Bridge che proietta la sua ombra di asfalto e metallo sulla Welfare Island e che ispira The 59th Street Bridge Song.

Oppure recuperate, come per il precedente album, dal “libro di canzoni” soliste dell’anno prima, il nido sicuro dove Paul si ritira in attesa che il silenzio di cui ha cantato con tanta convinzione ma senza troppo successo ad inizio carriera, si trasformi nel rumore che poi sarebbe diventato grazie all’intuizione di Tom Wilson di elettrificarne lo scheletro.

Ignoro il perchè lo storico Bud Scoppa che si occupa, come del resto sul sito ufficiale di S&G, di redigere la succinta biografia del duo americano indichi PSR&T come il debutto di Simon e Garfunkel in veste di produttori visto che sarà di fatto necessario aspettare il successivo Bookends per salutare il Bob Johnston che per la seconda volta in quell’anno è invece fattivamente impegnato al banco di produzione per la coppia di folksingers. Le cui melodie e i preziosi arrangiamenti vocali non si discostano molto da quanto hanno già regalato nei due dischi precedenti con un’appena più marcata suggestione fiabesca a soffiare su questi accoglienti abbracci acustici.

Senza spine, il soffice cespuglio di Simon & Garfunkel.

Nessun aculeo minaccerà il piede degli ignari turisti.

Solo foglie di prezzemolo.

E di salvia.

E di rosmarino.

E di timo.

                                     

La colonna sonora de Il Laureato chiude finalmente in misura definitiva l’apparentemente interminabile operazione di riciclaggio del primo canzoniere di Paul Simon. Alternate alle musiche di Dave Gruisin, Simon la volpe e Garfunkel il gatto offrono alla CBS un mazzo dei loro piccoli classici (The Sound of SilenceScarborough FairApril Come She WillThe Big Bright Green Pleasure Machine) prima di calare l’asso. Che si intitola Mrs. Robinson e che però mostrerà le gambe per intero solo sul successivo Bookends. Qui, si limita a mostrarne solo una parte, come nel famoso scatto di copertina con un Dustin Hoffman che guarda il polpaccio di Anne Bancroft con le mani dentro le tasche. Due frammenti, uno strumentale, uno cantato, di quello che è destinato a diventare il nuovo tormentone del duo più famoso d’America, dopo Gianni e Pinotto. Musicalmente insomma, niente di rilevante. Una semplice sega da voyeur in attesa della grande orgia che i due stanno per regalare al mondo.  

 

La visibilità che la celluloide dà alla musica di Paul Simon proietta il duo americano nell’Olimpo dello star system. Alimentato dalla febbre de Il Laureato e dall’assalto discreto ma deciso al carrozzone di Monterey, Bookends è un successo annunciato e confermato. Il disco ribadisce l’adesione al modello folk ma ne rielabora la forma con una scelta di arrangiamenti, vocali e strumentali, molto più elaborati. È, per la prima volta, un disco di “ricerca” anche se preferisce tenersi fuori da ogni sommossa, come nella tradizione del duo, tutto sommato tra i più conformisti tra i “rivoluzionari” degli anni Sessanta. Paul Simon è un esistenzialista che predilige guardare dentro lo specchio piuttosto che fuori dalla finestra. I maglioni a dolce vita agli striscioni.

Eppure…

Eppure una sorta di strisciante e amara disillusione sembra affiorare tra le pieghe di un disco che si svincola in maniera decisa dalle influenze dei primissimi anni (gli Everly Brothers su tutti) e che sembra una presa di coscienza sull’inevitabile scorrere del tempo. Un disinganno che sembra avvolgere anche quella che dovrebbe essere (e lo è) una bella canzone da “mondo dietro i finestrini” come America. Come se quel mondo lì fuori non avesse più un posto accogliente per accoglierci. Come se si cercasse altrove quello che non riusciamo a trovare dentro.

Sono vuoto e ho paura. E sto contando le auto sulla New Jersey Turnpike” confessa il protagonista della canzone. Viaggiare scorrendo le crune di un rosario.

Partiti per cercare un’America. Sperando di ritrovare se stessi.

Il ritorno a casa è a fianco di Mrs. Robinson, che qui svela quello che su The Graduate lasciava solo intravedere. Ed è davvero di una bellezza incantevole.

Tanto da schizzare in vetta alle classifiche e di trascinarsi dietro un disco che di commercialmente appetibile ha in realtà quasi nulla.

L’ingresso di Simon & Garfunkel nel nuovo decennio è sottolineato dalle note di un pianoforte che non è ne’ dell’uno, ne’ dell’altro. È Larry Kenchtel, il bassista aggiunto dei Doors oltre che pregiatissimo session man aggiunto per un nugolo di artisti, dai Byrds (sarà lui assieme alla sua Wrecking Crew a suonare quasi per intero sul primo album della formazione di Los Angeles, NdLYS) ai Beach Boys passando per Chet Baker ed Elvis, ad aprire quello che diventerà l’ultimo lavoro discografico del duo americano. Il disco che li consegna definitivamente alla storia della musica moderna non come folksingers ma come autori di raffinatissimo pop. Bridge Over Troubled Water, il pezzo che intitola e apre il loro quinto album, è una struggente ballata gospel che simula speranza ed ottimismo ma lascia intuire che qualcosa ha intorbidito le acque su cui Paul e Art scivolavano veloci fino a pochi mesi prima.

Il segno dissimulato che forse quel treno della metro che passava veloce sulla copertina di Wednesday Morning, 3 A.M. è arrivato alla fine della sua corsa.

Nessuno tuttavia, a parte le persone coinvolte in quelle sparute ma pesanti sedute di registrazione, sembra averne la reale percezione. Perché Bridge Over Troubled Water, nella sua complessità che non è più artigianale, è un disco che porta a compimento le ambizioni creative che Simon & Garfunkel hanno già manifestato sul precedente Bookends. Un album che si riaffaccia sul passato remoto (lo skiffle di Why Don‘t You Write Me, la cover dei sempiterni Everly Brothers) e prossimo (il folk autunnale di The Boxer) dei due ma che si apre anche alle contaminazioni con la musica etnica (la reinterpretazione del classico andino El Condor Pasa con il supporto dei Los Incas, i pattern ritmici di Cecilia) che faranno la fortuna, anni dopo, di un disco come Graceland. Un album che nella sua complessità risulta molto più confidenziale e diretto rispetto all’introverso Bookends.

Tutto questo con l’aggiunta del prezioso ma, in questa sede, trascurabile Greatest Hits ufficiale, riguarda tutta la produzione in studio della coppia newyorkese.

La sezione “live” del cofanetto comprende invece le riedizioni dello storico The Concert in Central Park, di Old Friends-Live, di Live 1969 e di Live in New York, 1967.

Registrato il 19 Settembre del 1981 nel cuore di New York e pubblicato nei primi mesi dell’anno successivo, The Concert In Central Park è il meno rumoroso dei dischi live del 1982. L’unico dove il rumore che giunge dal pubblico fa più chiasso di quello che arriva dal palco.

Non è la prima volta che Simon e Garfunkel si rincontrano, dopo la separazione artistica avvenuta ormai più di dieci anni prima. Ma è quella che fa, assecondando i piani di Gordon Davis (all’epoca sopraintendente per la custodia e la promozione delle aree verdi dell’area metropolitana newyorkese), più audience.

Quella sera, in quella vigilia di autunno, il Central Park accoglie tutte le anime che è capace di accogliere. Senza chiedere un prezzo d’ingresso. Perché le anime non hanno un tariffario. Non qui. Non a New York. Non per ricambiare a Paul Simon e Art Garfunkel il sorriso che ci avevano donato anni prima.

Diecimila persone o forse qualcuna in più, cantano Tom e Jerry, all’unisono.

Ma i fari che li illuminano come scoiattoli in fuga sorpresi dai fanali dei rangers, in quell’immensità di rami e foglie che si preparano a lanciarsi già dai rami come riccioli di corn flakes li traggono in inganno. Perché quella sera, davanti a loro, c’è un mare di 500.000 persone. Un mare effervescente che produce un boato che sommerge tutta New York mentre Simon & Garfunkel, più vulnerabili del solito, snocciolano tutto il loro repertorio migliore: Mrs. RobinsonOld FriendsThe BoxerAmericaHomeward BoundApril Come She WillThe 59th Street Bridge SongBridge Over Troubled Water e quella The Sound of Silence che torna fragile e nuda così come era stata quando era stata partorita. Alla scaletta vengono aggiunte alcune sortite dai cataloghi privati dell’uno e dell’altro. Perché non ci sia solo nostalgia, in quella lunga serata newyorkese che allunga le mani al cielo salutando l’Estate. Cinquecentomila mani in alto per Simon. Cinquecentomila in alto per Garfunkel. Prima che arrivi l’alba a strappare via l’ennesimo sogno.

 

Nel 2003, quarantotto anni dopo il primo incontro e a trentatre anni dalla prima separazione, i “vecchi amici” tornano insieme per trenta date su e giù per gli Stati Uniti, facendo il tutto esaurito ovunque decidano di imbracciare la chitarra. Il documento di quelle serate, Old Friends – Live, viene impacchettato e rivenduto esattamente un anno dopo, ravvivando un mito che ormai è tale solo per i cinquantenni. Un mito che si chiama nostalgia, resa ancora più vibrante dallo scongelamento degli Everly Brothers che interpretano se stessi su tre pezzi (il loro mini-show verrà pubblicato però solo sulla versione DVD mentre qui, sul doppio CD audio, trova posto solo la Bye Bye Love già omaggiata da S&G su Bridge Over Troubled Water, NdLYS). Per l’occasione, Tom & Jerry ripercorrono per intero la loro storia, accennando addirittura al loro minuscolo primo singolo del 1957 e scrivendo un nuovo ordinario inedito in studio intitolato Citizen of the Planet

 

Poco prima della pubblicazione di quello che sarebbe diventato il loro ultimo album in studio, Simon & Garfunkel avevano portato in giro per gli Stati Uniti e per l’Europa le loro nuove canzoni, alternandole ai classici del loro repertorio. Sono attorniati dai musicisti che proveranno a sostenere una frattura che diventerà presto insanabile.

Le date del tour sono quel tripudio di folla che nelle registrazioni di Live 1969 (carpite dai concerti di New York, Detroit, Carbondale, Long Beach, Toledo e St. Louis e pubblicate ufficialmente per la prima volta solo nel 2009) si può avvertire tra la fine di un pezzo e l’inizio di quello che lo segue. Qualcuno, col senno di poi, interpreta quelle poche parole che i due si scambiano sul palco come il trailer della crisi che sta per abbattersi sulla loro storia artistica. E invece chi è lì, in quei giorni di Novembre, cede alla gentile grazia di una musica che è gracile e solenne allo stesso tempo.                                        

 

Una chitarra acustico e due voci. Questo erano Simon & Garfunkel prima dell’arrivo prepotente del successo de Il Laureato, sorta di spartiacque tra le due fasi della carriera del duo folk americano. Prima di passare il guado della sperimentazione dei due album conclusivi della propria carriera, Paul e Art portano sul palco la fragile efficacia di canzoni costruite su pochi arpeggi di chitarra e un’armonizzazione vocale che ha del miracoloso. Live from New York City, 1967, pubblicato nel 2002 e registrato nel Gennaio del 1967 al Lincoln Center della loro città è la cristallizzazione di quel preciso momento. Con la folla già vociante e le loro canzoni che sono larve acustiche che si tardano a lasciare il bozzolo. Una buona metà del Songbook di Simon, che a quell’epoca è ancora il libro liturgico da cui i due estraggono i propri salmi. Il resto pescato un po’ qui e un po’ là dai tre album registrati in coppia e dal fortunato ultimo singolo A Hazy Shade of Winter

Ventidue mesi dopo il rimissaggio elettrico di The Sounds of Silence. Diciannove mesi dopo l’assalto alle classifiche dei Byrds. Diciotto mesi dopo il concerto di Newport in cui Dylan uccide, per la terza volta il folk acustico, Tom & Jerry si prendono la loro rivincita. 

Adesso voi riprendetevi il piacere.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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