LINK WRAY – 3-Track Shack (Ace)  

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Dopo il rumoroso tour con i Raymen lungo la costa est degli Stati Uniti, Link Wray sente l’esigenza di riposarsi e mettere a tacere il fuzz che lo ha reso famoso. Si ritira quindi nel ranch del fratello Vernon a respirare l’odore dei campi. La sera, sfinito ma soddisfatto del lavoro, mette le mani sulla sua chitarra folk e improvvisa un repertorio che della terra conserva intatto il profumo. Il fratello, piacevolmente incuriosito da quelle canzoni, improvvisa un minuscolo studio di registrazione nel pollaio e invita Link a registrare quei brani scritti assieme al percussionista Steve Verroca. Viene fuori così la trilogia di album raccolti su 3-Track Shack pubblicati tra il 1971 e il 1973 (dopo un tentativo fallito di approdare alla Apple dei Beatles, NdLYS) su Polydor e Virgin che rappresenta un decisivo taglio con il sound ribelle dei Raymen e che si abbandona definitivamente ad un abbraccio con la musica delle radici. Country, blues, folk. Musica acustica, docile, onesta su cui Link adesso non ha nessuna remora a cantare o ad affidare il compito ai suoi fidati musicisti. In uno spirito del tutto nuovo che lo avvicina ai capolavori di Van Morrison e degli Stones campestri. Dischi che spiazzano il pubblico del musicista di Dunn, secondo le previsioni (e la volontà) degli stessi fratelli Wray e che invece sono avvolti da una pellicola di bellezza taumaturgica. Piccoli vagoni che attraversano la campagna americana senza aggredire il territorio, in processione discreta e riguardosa. Il potere annichilente delle prime registrazioni è ovviamente un ricordo lontano e dentro questi dischi si respira la stessa aria di quiete che Link aveva cercato rifugiandosi nella fattoria del fratello.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BOWIE – Hunky Dory (RCA)  

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Nel 1971 Bob Ringe della RCA, decide di rinnovare l’immagine dell’etichetta per cui lavora, invischiata in torbide storie di finanziamento all’industria delle armi e artisticamente troppo legata alla bigotta scena country, per tacere delle simpatie filonaziste di Dennis Katz. La ricerca del nuovo lo spinge a scoprire personaggi dalla forte ambiguità gender, nuova frontiera della libertà sessuale nata dopo la spinta della controcultura giovanile del decennio appena trascorso. Lou Reed e David Bowie finiscono sotto contratto quasi contemporaneamente. Il primo esordirà su RCA da lì a breve mentre Bowie lo batte sul tempo licenziando per la nuova label il suo quarto disco, quello che ha l’ingrato compito di riportare il cantante inglese al successo del 1969 dopo il fiasco di vendite e lo scarso scroscio di applausi di The Man Who Sold the World. Per riuscire nell’intento, David si affida di nuovo al fascino per il cosmo e i suoi misteri, stavolta scrivendo Life On Mars? con tanto di furba e seminascosta citazione della Also Sprach Zarathustra usata da Kubrick per la sua Odissea Nello Spazio e più di un ammiccamento alla sua Space Oddity.

In realtà Hunky Dory è il primo di frequenti  “viaggi americani” che Bowie effettuerà nel corso della sua discografia con omaggi più o meno dichiarati ad icone come Warhol, Sinatra, Reed e Dylan. L’impianto musicale è ancora fondamentalmente acustico, con l’unica eccezione dello squarcio glam di Queen Bitch dove Mick Ronson ruba la scena a Rick Wakeman, vero protagonista dell’intero lavoro ed eroe semiclandestino di tutta la prima stagione del glam-rock (lavorerà sul disco di debutto di Reed e su diversi singoli dei T. Rex). Bowie è ancora Bowie, anche se si atteggia a Marlene Dietrich e comincia ad assaporare il gusto per la prostituzione.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro   

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FUZZY DUCK – Fuzzy Duck (Akarma)

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Compito primario delle ristampe dovrebbe essere quello di riportare alla luce angoli nascosti della storia del rock il quale ha spesso, nella sua corsa rovinosa, ingoiato troppo in fretta bocconi che meritavano di essere invece assaporati con più flemma. È il caso dei Fuzzy Duck, passati troppo velocemente sui manuali per godere dei frutti meritati del loro lavoro.

Boicottata dalla sua stessa etichetta che decise di bocciare la stampa dei suoi due 45 e di limitare ad una prudente tiratura di 500 esemplari l’uscita del suo unico album, per la Papera di Mick Hawskworth il sipario si chiuse troppo repentinamente nel disinteresse del loro manager impegnato altrove a gestire il successo di Gilbert O’Sullivan e Tom Jones.

Fuzzy Duck, ora ristampato assieme ai pezzi dei singoli e ad un inedito di pregevole fattura intitolato No Name Face, è invece profuso di belle soluzioni hard-progressive vicine alle intuizioni di Deep Purple e Atomic Rooster, cromaticamente ricche di sfumature avviluppate ai suoni di chitarra e tastiere e pressate da un ritmo potente e dinamico (magistrali i grooves di Time Will Be Your Doctor e Country Boys, NdLYS) e soprattutto senza gli scivoloni negli eccessi di autoindulgenza comuni a tanti altri peccatori di quegli anni che lo rendono uno dei migliori lost album di tutti i seventies.

                          Franco “Lys” Dimauro

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JANIS JOPLIN – Pearl (Columbia)  

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Muore qui dentro, dentro questa ostrica, il sogno hippie di una musica libera da ogni compromesso, lanciata contro il sistema e voce di una generazione che crede in un sogno così grande e bellissimo da cui ci si sveglia solo passando dal sonno alla morte.

Pearl trova la Joplin già desta.

Stroncata da un dolore più forte dei tanti che lo hanno preceduto, da un bisogno vecchio che torna a farle visita, quando pensava l’avesse abbandonata per sempre, sostituito dalla carezza confortevole di un amore.

Per registrarlo Janis “La Perla” ha dovuto rinunciare alla sua band, come le è stato imposto dalla casa discografica, venendo meno al patto etico della sua comunità. Perché da sempre ciò che è scritto conta di più di ogni accordo tacito. In qualunque epoca. Pure in quella hippie.

E poi ha dovuto rinunciare a molto altro. Mascherando ad esempio la sua dichiarata bisessualità dovuta in larga parte ad un bisogno famelico di amore e di sesso difficile da saziare.

Tutto in nome di un successo al quale qualcuno le fa credere di poter sperare. Perché tutto è vendibile.

Anche un personaggio scomodo e dicotomico come la Joplin.

Anche la morte.

Ed infatti Pearl viene ultimato anche se la sua protagonista ha già lasciato il proscenio lasciando solo una bottiglia di Southern Comfort semivuota e i pochi spicci avanzati dall’acquisto del suo ultimo pacchetto di sigarette.

Bruciata viva nel blues. Anzi, di blues.

Ironia beffarda, quel pezzo lì Janis non potrà cantarlo. Ne’ durante le sessions del disco, ne’ mai. Se Pearl, nella sua interezza, rappresenta dunque l’ultimo domicilio conosciuto della sacerdotessa californiana, Buried Alive in the Blues può essere a ragione essere considerato il sepolcro lasciato vacante, ad annunciare una resurrezione che è ovviamente solo simbolica e del tutto pagana ed inverosimile.

Per il resto, Pearl è il disco che tutti si aspettano di ascoltare da una come la Joplin: un blues rock che la Full Tilt Boogie Band rende con meno follia freak rispetto a quello delle band che l’hanno vista diventare la regina dell’era di Monterey e di Woodstock (e che la produzione di Paul A. Rothchild avvicina, più o meno intenzionalmente, a quello dei suoi “protetti” Doors e Butterfield Blues Band, NdLYS) e che la sua voce domina in maniera vibrante ed appassionata, con una espressività che è per metà istinto viscerale e per l’altra capacità virtuosa di modularne le sfumature mostrando filigrane, opalescenze o nervi scoperti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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JOHN CALE & TERRY RILEY – Church of Anthrax (Esoteric)

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Sottoposto ad adeguato intervento di ristrutturazione digitale, viene finalmente ri-commercializzato dalla Cherry Red Church of Anthrax, il disco che segna di fatto l’avvio della carriera compositiva post-Velvetiana per Mr. Cale, ingaggiato da John McClure per quella Masterworks che aveva già pubblicato due capolavori minimalisti di Riley come In C e A Rainbow In Curved Air. La volontà del manager di attirare l’attenzione verso la sua etichetta da parte del pubblico rock si concretizza con la proposta di contratto con John Cale per due album di cui questo avrebbe dovuto rappresentare il primo atto ma che, a causa dei capricci di Riley (che rigetterà il progetto fino al punto di richiederne il disconoscimento ufficiale già prima della pubblicazione in quanto insoddisfatto del missaggio finale che a sua opinione avrebbe fatto volutamente pendere l’ago della bilancia esecutiva sull’ex muso lungo dei Velvet, NdLYS) finirà per venire pubblicato con enorme ritardo addirittura dopo la pubblicazione del secondo disco di Cale Vintage Violence. Disco polimorfo, Church of Anthrax si risolve in fittissime improvvisazioni fusion (Ides of March, in cui sembra volteggiare sottoforma di piano honky-tonk, il fantasma dei Velvet), sinfonie spaziali per organi sovrapponibili (la lunghissima title-track), tetre ballate folk (The Soul of Patrick Lee, unico pezzo cantato del disco, con traccia vocale affidata ad un giovane Adam Miller che sarebbe poi diventato autore per l’hit-maker David Cassidy), morbidissime e vaporose musiche da camera (The Hall of Mirrors in the Palace of Versailles dentro la quale affiorano con anni di anticipo molti dei Tuxedomoon che verranno un decennio dopo), appannate diapositive di bolgie metropolitane (The Protégé) combinando elementi ed atmosfere dissimili e mettendo a frutto un disco dalle anime molteplici che non ha confronti con la pur poliedrica discografia di Cale. Un album che ancora oggi, a quarantacinque anni dalla sua ideazione, suona incredibilmente moderno, carico di un groove che pone le basi, forse a sua insaputa, per le derive acid-jazz, per l’avanguardia new-wave e per le nuove tribù della world-music pronte a cannibalizzare il mondo.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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ALICE COOPER – Love It to Death (Straight)  

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Il rientro di Mr. Vincent Furnier e della sua band a Detroit a chiusura del soggiorno Californiano segna l’esplosione e l’ascesa vertiginosa del fenomeno Alice Cooper dopo il fiasco commerciale dei primi due dischi pubblicati sotto l’egida di Frank Zappa e il definitivo abbandono della “merda psichedelica” in favore di un hard rock gotico e stradaiolo che la sua voce sgraziata svuota di ogni ulteriore, possibile residuo di umanità e che, abbinato all’effetto shockante delle scenografie di dubbio gusto che Furnier sceglie come veicolo provocatorio per sottolineare i passaggi più macabri del suo nuovo repertorio (Black JujuHallowed Be My NameBallad of Dwight Fry) contribuiscono a tirare fuori dal cilindro magico del rock ‘n roll il nuovo personaggio estremo in grado di catalizzare occhi e orecchie di tutti coloro che hanno piantato semi di girasole sul prato di Woodstock e non hanno più visto nascere alcun fiore, finita la stagione dell’Amore.

La vita sregolata di “Alice” nel suo mondo delle meraviglie (all’epoca capace di spendere oltre 250.000 Dollari l’anno per imbottirsi di alcol) associata ad uno spettacolo truculento che sazia i suoi fan con una apoteosi di oltraggio trash dove sesso, horror e provocazione religiosa vengono estremizzati fino a trasformarsi in catarsi collettiva, diventano, nel reflusso storico e sociale dei primi anni Settanta, un nuovo modello di edonismo esasperato e volgare, una “messa a terra” delle tensioni che si agitano in quegli anni.
Love It to Death, il disco che inaugura questo nuovo corso, alimentando il bisogno post-Vietnam della gioventù americana di esorcizzare il demone della violenza attraverso la sua spettacolarizzazione diventa un fenomeno che conquista centinaia di migliaia di anime e disegna l’archetipo per tutto il metal che verrà ma diventa pure fortissima seppur non dichiarata fonte di ispirazione per il punk (e certo garage-punk dalle tinte dark) e per un musical come The Rocky Horror Picture Show. Un album dove la teatralità è già parte pregnante di ogni singola traccia anche se Bob Ezrin ha la capacità di dare identità egocentrica ad ogni pezzo, costruendo uno dei migliori, ineffabili puzzle rock mai realizzati e anche il primo tassello della sua lunghissima storia di produttore. Un lavoro che, pur inserendosi alla perfezione nel solco della musica del Michigan (Still Got a Long Way to Go sarebbe stata benissimo dentro Back In the USA degli MC5, così come I‘m Eighteen si proietta già dentro il suono decadente della chitarra di James Williamson) rivela una personalità non solo già ben definita ma addirittura ingombrante. Quella di Alice Cooper, ovviamente.

Nato Vincent Damon Furnier. Ma solo per caso.  

Morto strega, verosimilmente.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro       

  

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TRIPSICHORD – Tripsichord (Akarma)

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Bisogna immergersi tra i flutti spumosi della San Francisco della Summer of Love per tirare fuori i relitti dell’imbarcazione Trispichord. Guidato dalle mani sapienti del nostromo Matthew Katz (già timoniere manageriale di filibuste come Moby Grape e Jefferson Airplane, NdLYS), il vascello Tripsichord si inabissò troppo velocemente per lasciare un segno meno labile sulle mappe nautiche di quella favolosa stagione, eppure questo loro diario di bordo è uno dei pià affascinanti e vibranti dell’epoca: le chitarre intrecciate all’organo elettrico di Oliver McKinney creano puro delirio orgiastico, sinuoso e pulsante sia nelle nove tracce della tiratura originale che nelle cinque bonus trafugate dalle stive del vascello per questa ristampa. Tra le quali si eleva la bellissima trama hard di You’re the Woman.
Un capolavoro di acid rock acceso e fluorescente. Se mi è lecito, una delle migliori ristampe dell’anno.

                         Franco “Lys” Dimauro

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ATOMIC ROOSTER – Resurrection (Akarma)

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Vicenda tra le più travagliare dell’intero sussidiario del rock, la storia degli Atomic Rooster rimane una delle più affascinanti pagine che l’hard rock dei seventies ci abbia tramandato, suggellata tragicamente dal martirio di Vincent Crane, il triste principe nero bruciato da quelle stesse fiamme che lo avevano portato in cima alle charts inglesi con il “bruciante” successo di Fire!, quando il Pazzo Mondo di Arthur Brown ardeva di fuochi pirotecnici e il mondo sembrava un po’ più bello di adesso.

Il riacceso interesse verso il retro-rock generato in larga parte dal modello stoner che ha dominato in questi ultimi anni non poteva rimanere orfano di un accurato lavoro di recupero di materiale cardine per l’evoluzione del rock di deriva hard.

Ed è quasi ovvio quindi che ci si preoccupi di rimettere in circolo il nome degli Atomic Rooster, a quasi dodici anni dalla scomparsa del loro leader. Riedizione deluxe per i primi tre titoli del loro catalogo, racchiusi in uno splendido cofanetto battezzato Resurrection in formato 12″ con in allegato libretto con foto della band, storia del gruppo (magari qualche ripetizione in meno non avrebbe nuociuto alla scorrevolezza dell’insieme…NdLYS) e dei suoi gregari, discografia completa e testi integrali dei tre albums. Dei tre, Death Walks Behind You è unanimamente riconosciuto tra i capolavori del rock ossianico di tutti i tempi. Ma l’esordio e In Hearing of non sono da meno, credetemi. Il lavoro all’Hammond di Crane rimane tra le cose da salvare di tutto un decennio di abusi di ogni sorta.

Nonostante aver fatto capolino nelle classifiche inglesi con un paio di singoli (tra cui Devil’s Answer qui inclusa come bonus alla ristampa del terzo album assieme a un gruppetto di pezzi dal vivo), il successo vero non arrivò mai e Vincent si trovò combattuto tra i suoi sbalzi psichici e cambi di line-up (7 formazioni per 7 albums credo rimanga un record insuperato, NdLYS). L’avvicendamento di Chris Farlowe alla voce produsse tuttavia altri due albums dignitosi: Made in England Nice ‘n Greasy anche questi ora ristampati. Tutto prima dello sfaldamento definitivo della band e della successiva rinascita nei primi anni del decennio successivo. Il treno era tuttavia ormai passato e gli Atomic Rooster rimasero fermi alla stazione. La loro leggenda rivive adesso in questi riediting, non lasciate passare anche voi.

 

Franco “Lys” Dimauro

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GIL SCOTT-HERON – Pieces of a Man (BGP)

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L’assassinio di Martin Luther King e l’inasprirsi del conflitto vietnamita alla fine degli anni Sessanta contribuiscono in maniera decisa alla lotta per l’affermazione dei diritti civili della popolazione afro-americana statunitense dando una coraggiosa e motivata spinta culturale alla musica nera.

È nei primi degli anni ’70 che i proclami di orgoglio razziale sparati a salve in qualche produzione black del decennio precedente (A Change Is Gonna Come di Sam Cooke, Stay With Your Own Kind di Patrice Holloway, People Get Ready degli Impressions) diventano proiettili vaganti esplosi da mani che hanno fame di riscatto sociale. In rapida successione, gli scaffali di musica popolare si popolano di album “neri” in cui si agita una consapevolezza nuova.

Gli schiavi che hanno per anni cantato il proprio dolore, adesso incitano all’ammutinamento. Dischi come The Last PoetsThere‘s a Riot Going OnWhat‘s Going OnPieces of a ManSuperfly, usciti uno a ridosso dell’altro, sono le nuove trincee da cui il popolo nero scaglia la sua sassaiola di parole.

Album con cui gli artisti neri si tirano fuori dagli altri “ghetti” che sono stati costruiti per loro (quelli della musica soul e dell’R ‘n B sorridente) ed elaborano forme musicali complesse che servono sempre più da veicolo comunicativo e sempre meno da mezzo di intrattenimento.

Gil Scott-Heron diventa “cantante” quasi per caso, spinto da Bob Thiele (l’A&R man della Coral che aveva già trascinato in studio gente come Buddy Holly e Jackie Wilson, NdLYS) che lo invita a recitare le sue poesie sopra una linea di percussioni e pianoforte, realizzando così un disco di spoken word come Small Talk at 125th and Lenox che vende pochissimo ma che suscita l’interesse delle radio più “schierate” grazie all’introduttiva The Revolution Will Not Be Televised.

Thiele crede nella forza di quelle parole più di quanto ci creda il suo autore, tanto da obbligare Gil ad entrare in studio pochissimi mesi dopo per dare un seguito a quel disco, offrendogli la possibilità di scegliersi i musicisti che lavoreranno al progetto di Pieces of a Man. La scelta cade, oltre all’inseparabile Brian Jackson, su Ron Carter, Hubert Laws e Bernard Purdie.

Gente che ha suonato con Miles Davis, James Brown, Quincy Jones e tutto il gotha della musica nera e che costruiscono la calibratissima miscela di chitarra, pianoforte, contrabbasso e flauto che sorregge le liriche accese di Scott-Heron lungo i dodici brani registrati in due uniche session di incisione nel 19 e 20 Aprile del 1971 e che riascoltati oggi in questa nuova ristampa non hanno perso un’oncia della loro lucidità lirica e musicale, anticipando da un lato la prospettiva culturale dell’hip-hop militante e dall’altro il linguaggio musicale di tanto acid-jazz dei decenni successivi. A suggello del capolavoro, la ristampa BGP include le tre registrazioni inedite dei Black & Blues (la vecchia college band di Scott-Heron e Brian Jackson con Victor Brown alla voce) dello stesso periodo che hanno uno spessore del tutto inadatto a confrontarsi con quello storico dell’album-capolavoro di Scott-Heron di cui mi auguro i vostri scaffali non siano ancora sforniti.  

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro 

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THE WHO – Who‘s Next (Track)  

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Incuneato tra due opere rock come Tommy e Quadrophenia, Who‘s Next è il risultato “ridotto” dell’incompiuta terza opera partorita dalla mente di Townshend a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.

Il progetto iniziale, intitolato Lifehouse, si rivelerà però talmente complicato a livello concettuale ed artistico, da venire accantonato in favore della più snella scaletta del quinto album della band, diventando il tormento di Townshend (al pari di Smile per Brian Wilson, NdLYS) che lo ultimerà e pubblicherà molti anni dopo sulla sua etichetta personale. Quello che viene invece consegnato alla storia è Who‘s Next, ritenuto quasi all’unanimità il capolavoro del gruppo inglese.

È un disco lontano anni luce dal primitivo suono degli Who, adesso fautori di un sound molto complesso che si apre ora anche alla musica elettronica, esibita subito in apertura col giro di sintetizzatore che introduce Baba O’Riley dedicata ai nuovi guru spirituali e musicali di Pete. La chitarra di Townshend arriva solo quasi allo scadere del secondo minuto per ammutolirsi nuovamente dopo venti secondi.

La rivoluzione “sintetica” (usata non solo per la storica intro di Baba O’Riley ma anche per Bargain, Won‘t Get Fooled Again, The Song Is Over, Going Mobile) viene bilanciata dall’uso di parecchia strumentazione acustica (il pianoforte melodrammatico suonato da Nicky Hopkins nei pezzi centrali del lavoro, armonica, fiati, chitarre acustiche) facendo di Who‘s Next un disco molto equilibrato su cui regna sovrano un Roger Daltrey ormai in grado di modulare la sua voce in maniera esemplare, adattandosi con grande abilità istrionica alle escursioni termiche che il nuovo repertorio gli impone.

L’età adulta, quella tanto temuta ai tempi di My Generation, li ha privati di una  rabbia hooligan che adesso rischierebbe di farli diventare degli alieni per nulla credibili.

Gli Who ascendono all’Olimpo.

Per provare quanto sia infinitamente più piccolo il mondo da lassù.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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