MILES DAVIS – On the Corner (Columbia)  

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Chi pensasse che la musica jazz sia una roba per borghesi con ostriche e puzza sotto il naso, dovrebbe provare ad ascoltare On the Corner. Senza arricciare il suo, di naso. On the Corner è pura street music, autentica musica del ghetto. Siamo nel 1972 e, conquistato dal funky di James Brown, Miles Davis getta le basi per quella che esploderà a New York come no-wave e in Inghilterra come avant-funk.

Non è un disco nero, quello cui Miles Davis mette mano scompigliando ancora una volta le regole per poi abbandonare per dieci lunghi anni i lavori in studio.

È un disco che trasmette piuttosto un senso di fluorescenza.

Campanacci, bongos, l’uso minimalista e ripetitivo del basso e quello liquido e psichedelico del wha wha, le unghiate di chitarra e le chiazze della tromba contribuiscono a creare un’atmosfera contaminata da autentico ghetto metropolitano. Ogni strumento agisce come un batterio, andando a creare un microclima da giungla urbana.

Nessuno sfoggio di virtuosismo fine a se stesso, nessuna esibizione di protagonismo. Miles Davis si butta nella mischia, si incarna uomo. Uomo nero fra gli uomini neri. Scimmia evoluta fra le scimmie evolute.

L’uomo bianco resta a guardare, impotente, davanti all’apoteosi del ritmo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – Darwin! (Dischi Ricordi)  

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Uno dei dischi più maestosi dello spaghetti-prog fu senz’altro Darwin! dei romani Banco del Mutuo Soccorso, nome preso in prestito dalle società di mutuo soccorso create dai contadini come cassa comune. Il tema del disco è, come rivelato dal titolo, quello dell’evoluzione della specie ma a colpire è la teatralità che avvolge l’intera opera, degna di essere portata in scena come un musical, se anche lì non si finisse sempre per rappresentare il Gobbo di Notre-Dame o La Bella e la Bestia.

La copertina è affidata a Wanda Spinello, la stessa disegnatrice che ha messo la firma in calce alle copertine dei due dischi della Premiata Forneria Marconi dello stesso anno e coi quali la stampa italiana mette in piedi una supposta rivalità Roma/Milano di cui esiste traccia solo, appunto, sulle riviste dell’epoca.  

Siamo nel 1972 e anche il rock, seguendo l’iter Darwiniano, sta “progredendo”. La figura del chitarrista, fino a quel momento usata come vero parafulmine capace di convogliare tutte le energie elettriche scaraventate sulla Terra dal Dio del rock, viene soppiantata da quella un po’ più borghese del manovratori di tasti d’avorio. Moog, Hammond, VCS3 hanno repentinamente soppiantato le Fender e le Gibson nell’immaginario collettivo. E i Banco del Mutuo Soccorso, grazie a Vittorio Nocenzi, possono vantarsi di averne uno che in quanto ad inventiva e abilità ha davvero pochi rivali. Ma il vero protagonista del disco è lo “scimmione” Francesco Di Giacomo. Il personaggio che manca ai presunti rivali della P.F.M. fucina di grandi musicisti ma privi di un vero front-man. Cosa che invece è Di Giacomo, assoluto padrone delle sue possibilità vocali e fisicamente intrappolato nella figura di un orco barbuto perfettamente calzante con l’”ingombro” parossistico e il romanticismo grottesco che la musica del suo gruppo riesce metaforicamente a proiettare. Le sue capacità interpretative e l’innegabile raffinatezza affabulatoria delle sue liriche sono il quid che li distanzia da ogni altro gruppo pop del periodo e Darwin! il disco con cui il prog italiano conquista la posizione eretta.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

CURTIS MAYFIELD – Superfly (Curtom)  

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Agli inizi degli anni Settanta, sulle “città di cioccolata”, cade la neve.

L’assassinio di Martin Luther King aveva spento, oltre all’uomo, anche il suo sogno.

E la comunità nera pensò che l’emancipazione sociale poteva essere conquistata attraverso la conquista del rispetto. E che questo rispetto doveva a sua volta passare attraverso la conquista della ricchezza. A qualunque costo.

L’arricchimento più rapido e prodigioso si rivelò essere quello del narcotraffico e dello spaccio, anche a scapito della stessa comunità nera.

Fu così, come dicevo, che la neve cominciò a fioccare sulla cioccolata. Assieme a tantissimo sciroppo di mirtillo. Che credo sia la melassa cromaticamente più vicina al colore del sangue. I fatti di cronaca trovarono una loro collocazione in una sacca hollywoodiana chiamata blaxploitation, dove la violenza, le armi, le pose mafiose, il lusso venivano esibiti con fierezza ed orgoglio, dando il via all’universo scenografico che avrebbe dilagato nei testi e nei video di black music che ancora oggi riempiono i palinsesti di radio e tv. Una delle prime pellicole ad infilarsi in questo filone fu Superfly di Gordon Parks Jr. la cui colonna sonora, nel tentativo di replicare il successo di Shaft (il film diretto dal padre e che di fatto aveva lanciato il fenomeno e ne aveva fatto un successo di botteghino) e di sposare la celluloide ad un adeguato supporto di plastica vinilica, venne affidata a un altro genio della musica nera. Uno che all’emancipazione sana ha sempre creduto e che storce un po’ il naso quando Parks gli mette sotto il naso la sceneggiatura del suo film. Lui che a quel cognome aveva sempre associato l’abnegazione e il gesto di orgoglio di Rosa Parks giù nell’Alabama. E che tuttavia pensa di sfruttare quell’occasione per mettere in guardia sui pericoli delle droghe e del mortale cappio sociale che può stringersi al collo di chi finisce nel giro. Inoltre, assecondando una specifica richiesta del regista, può sperimentare quelle languide strutture easy-funk che il collega Isaac Hayes ha usato per musicare Shaft.

Il risultato è un disco erotico come pochi. Tutto poggiato lascivamente su chitarre morbidissime e funky, bassi sinuosi, fiati erotici e quei tappeti orchestrali che faranno la fortuna di Barry White qualche anno dopo. E, quasi in ogni anfratto, il falsetto di Mayfield. Seducente ed accattivante.

Transgender.

Androgino.

Perché, come dice lui,

I’m your mama, I’m your daddy, I’m the nigga in the alley.

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

                                                                       

NICK DRAKE – Pink Moon (Island)  

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Il posto è la notte.

Una notte placidissima rischiarata da una luna rosa.

Nick Drake è completamente solo. Con le dita ad uncino che pizzicano le corde della sua chitarra. Dopo le timide compagnie dei primi dischi, Nick aveva scelto la solitudine come unica compagna. Il volto era così scavato dalla malinconia che la Island si sarebbe rifiutata di pubblicarlo sulla copertina.

Qualsiasi cosa sarebbe stata più facile da vendere. La malinconia no.

Era poco gestibile su quegli scaffali che avevano appena ospitato vagonate di dischi natalizi e raccolte di canzoni d’amore per il giorno di San Valentino del 1972 che si era spento come tutti gli altri San Valentino di ogni anno, coprendo la cenere con le paillettes.

Una luna rosa risplendeva su tutto. Una luna della quale avrebbero fatto scempio i pubblicitari sostituendola con il logo di una industria di automobili, dimostrando che invece la malinconia era spendibile, se adeguatamente firmata. Così la luna fu venduta. E molti scoprirono che su quella luna Drake c’era già salito da venticinque anni.

Ma allora, in quel lontano 1972, le dita di Drake spiccano il volo verso la luna tutte da sole, facendo un rumore identico al battere d’ali ovattato della civetta. Non hanno altre dita da stringere, come invece succede troppo facilmente nelle tenerezze studiate ad arte della pubblicità.

Lui, con quel cognome così carico di aspettative eroiche che promettono fiamme e voli maestosi, coperto a malapena dalla cassa di una chitarra acustica con cui cerca di farsi scudo dalle piogge che cadono o che potrebbero cadere, come quando le cataratte del cuore cedono al peso di quella tristezza capace di trasformare in nostalgia anche i giorni che devono arrivare e non solo quelli già andati spenti dal sagrestano prodigo ed ubbidiente della nostra anima, dentro le navate di una chiesa deserta come la parrocchia di Padre MacKenzie, costretto a vedere esplodere le sue bolle di sapone, nei riflessi dolcissimi di un satellite rosa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BATTIATO – Fetus (Bla Bla)  

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Esempio tangibile del saṃsāra di dottrina induista, Battiato nasce e rinasce artisticamente infinite volte. Quando arriva al mondo sottoforma di feto traslucido è in realtà al suo secondo ciclo di rinascita artistica. Il primo si è consumato tra canzonette sentimentali, dischi per le belle estati degli anni Sessanta, qualche delusione sanremese senza che il mondo si accorga di lui e un passaggio da cometa tra le stelle neppure troppo vivide degli Osage Tribe.

Il nuovo ciclo terreno, quello dei primi anni Settanta, viene concepito e portato a gravidanza compiuta grazie ad una serie di piccole e grandi rivoluzioni personali che spingono l’embrione Battiato in un dedalo di trasmutazioni di carattere mistico e religiose da un lato e di scoperte e studi sull’elettronica applicata alla musica dall’altra. L’incontro con Gianni Sassi, pubblicitario e grafico strabordante, avrebbe fatto il resto. E’ lui ad immortalare il feto raggomitolato su carta paglia che tanto scandalizzerà i rivenditori di dischi che furono costretti a rigirare il disco di retro per non incappare in guai con gli organi preposti al controllo sulla censura e non alimentare disgusto tra i pochi acquirenti.   

Fetus catapulta Battiato dentro un pozzo di avanguardia aliena e concettuale ancora acerba e “deturpata” da molte ingenuità vocali, da testi astrusi declinati, nella sua versione per il mercato estero, in un inglese incerto e formule matematiche (che invece non verranno tradotte). Un disco creato insomma per alienarsi quelle già poche simpatie riservate all’artista siciliano sia nella terra natìa che nella Milano dabbene che lo ha accolto malvolentieri ma che ovviamente lancia chiari segnali di appartenenza a quel mondo mitteleuropeo che vigila sulle scorribande elettroniche di band come Tangerine Dream e Amon Düül, trovando cova accogliente nel ventre della musica cosmica tedesca.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro  

 

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LOU REED – Lou Reed (RCA)  

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Costruito con gli scarti dei Velvet Underground, Lou Reed è il debutto solista “forzato” di Reed, pubblicato dopo due anni durante i quali il musicista di New York tiene le sue dita impegnate su quelle di una macchina da scrivere lavorando come dattilografo per il padre, schifato dal mondo del rock, deluso e forse pentito di aver lasciato il timone dei Velvet nelle mani di Doug Yule e permettendogli di affondare tutta l’imbarcazione, ormai priva di equipaggio.

A ritirarlo nel mondo del rock ‘n roll è Richard Robinson, l’uomo che aveva già salvato i Flamin’ Groovies assicurando loro un contratto discografico per la Kama Sutra. È lui a convincerlo che c’è ancora un mondo che aspetta la “sua versione” della storia. E che lui può raccontarla cantando le sue canzoni. E che può dimostrare che si, in qualche modo la vita può essere salvata dal rock ‘n roll più di quanto possa essere salvata da una macchina da scrivere.

Il risultato è un disco prodotto dallo stesso Robinson con lo stesso piglio robusto di Loaded ottenuto radunando attorno a Reed dei session men di grande mestiere (Steve Howe e Rick Wakeman degli Yes, Caleb Quaye del giro di Elton John e Clem Cattini ovvero il batterista di fiducia di Joe Meek) con una serie di canzoni che mediano tra qualche riff stonesiano e le visioni metropolitane del Dylan di Blonde on Blonde. Wild Child, I Can’t Stand It, Walk It and Talk It e la decadente bellezza di Berlin dentro cui si muovono i germi di buona parte del punk che uscirà dalla Grande Mela cinque anni dopo (dai Voidoids ai Television) sono le prime piume della nidiata del Reed solista (qui raffigurato col pulcino di sterna fotografato sulla barriera corallina da Fritz Goro nel 1950) a spargersi sul suolo di New York.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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HAWKWIND – Doremi Fasol Latido (United Artists)  

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Le sempre più frequenti missioni Apollo finanziate dalla NASA alla fine degli anni Sessanta avevano acceso l’immaginario delle nuovi generazioni e reso in qualche modo accessibili le strade che potevano ricongiungerci con l’energia primordiale. La fascinazione per l’insondabile bellezza dominatrice che sembrava guardarci dall’alto e per i viaggi interstellari che erano cammini di abbandono in quell’incanto ma anche di perdizione nei labirinti interiori era già stata abilmente tracciata a livello artistico dai Pink Floyd, dai Gong, dall’Experience, raccontata su binari meno visionari da David Bowie e celebrata come Terra Promessa da Sun Ra e dai cavalieri cosmici delle terre germaniche ma fu con l’arrivo degli Hawkwind che lo “space-rock” si calò nella sua dimensione più esasperata e maniacale. Doremi Fasol Latido (titolo giocato sulla teoria della musica delle sfere e degli intervalli cosmici come modello delle ampiezze melodiche del nostro sistema diatonico, con tanto di logo che richiama apertamente l’organo cosmico generatore dell’universo di Athanasius Kircher, NdLYS) metteva in mostra, più ancora dei due dischi che lo avevano preceduto, uno spazio inospitale, luogo di barbarie e dimora di forze spietate e devastatrici. Il Capitano Nik e il Barone Brock guidano la truppa attraverso oceani di rumori dalle sembianze mostruose e innaturali.

Brainstorm, ovvero l’avvio della missione, è una cavalcata insostenibile per la sua ostinazione ossessiva e la sua durata. Flussi di sintetizzatori si sovrappongono alle frequenze delle chitarre, spinti da una ritmica implacabile. Non ci sono feritoie, nel lungo tunnel che ci inghiotte come un cono d’imbuto o più verosimilmente come la canna di una siringa da eroina. Nessuna via di fuga. Nessuna piazzola di sosta dove far riposare i motori. Il ristoro ci viene concesso solo quando, dopo dodici minuti, la tempesta si spegne sfumando nelle distese acustiche di Space Is Deep.

Quindi, si manifesta a noi uno degli abominevoli Prìncipi di questo regno. Il Signore della Luce, introdotto da una scia luminosa di gorgoglii spaziali e spinto dal basso possente di Lemmy domina sui sette minuti di Lord of Light con la sua voce incolore e ammonitrice come quella di Ozzy Osbourne.

La terza interminabile porzione del viaggio è Time We Left the World Today, ancora irrorata dai riflessi al neon dei sintetizzatori e dominata da un basso che sembra riprodurre i conati di nausea provocati dall’assenza di ossigeno.

L’approdo ultimo è alla corte di The Watcher, il guardiano silenzioso che abita la terra dove nessuno sorride e che sorveglia disgustato il nostro Pianeta soccombere all’ingordigia umana che la devasta. Un piccolo, ascetico abisso di quiete in cui Lemmy si lascia sprofondare, aggrappato alle corde di una chitarra acustica in grado di far vibrare la malinconia e la bellezza sconfinata di tutta la nostra galassia.             

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BUFFALO – Dead Forever… (Repertoire)

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Un bufalo nella terra dei canguri.

Già: un enorme, smisurato bufalo cresciuto fuori da ogni mandria, dentro le comunità urbane circondate dal deserto australiano.

Quando nel ‘91 uscì Badmotorfinger dei Soundgarden ricordo come la voce di Chris Cornell che tutti si sforzavano di paragonare a Robert Plant mi ricordasse invece quella di Dave Tice che avevo conosciuto quando, alla fine degli anni ‘70, era andato a rimpiazzare Mike Spenser tra le fila dei Count Bishops, una delle mie ossessioni di allora. Un’ossessione che mi portò ad indagare sulla vita di Dave e che mi fece conoscere i Buffalo.

Incredibili Buffalo.

Eroi dell’hard rock australiano prima ancora che AC/DC e Rose Tattoo venissero allo scoperto e tuttavia da loro diversi. Musicalmente siamo dinanzi a un hard blues iperamplificato e rotondo, affine a quello dei Ten Year After di Shhh e Watt (da cui i Buffalo riprenderanno egregiamente I‘m Comin’ On sul loro terzo LP, NdLYS), modulato su un uso massivo della distorsione e la reiterazione circolare e psichedelica del basso. Non a torto vennero poi sbandierati come tra i precursori dello stoner rock, per quell’uso di riff pesanti e circolari. Ma allora, nonostante le 15.000 copie vendute di Dead Forever…, furono costretti allo scioglimento da qualche promoter che li vide come un fiasco commerciale. Fu la Vertigo, la stessa label dei Black Sabbath, a chiedere al gruppo di serrare le fila per supportare il tour australiano della band di Osbourne. E Dio gliene renda merito, perché Volcanic Rock più che questo Dead Forever… sarebbe stato il disco migliore dei Buffalo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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NEU! – Neu! (Brain)

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Ai tempi a passarli in radio era solo John Peel, usando una copia d’importazione di questa misteriosa “nuova” band tedesca.

Poi gli ascoltatori e i deejay si sono emancipati e a passarli in radio…è rimasto solo John Peel. Usando una copia d’importazione di questa misteriosa “nuova” band tedesca.

È andata così almeno fino alla metà degli anni ’00. Ovvero fino a quando, dopo un trentennio di stampe illegali, e dieci anni dopo la pubblicazione del Krautrocksampler di Julian Cope e la storicizzazione del movimento post-rock che li erge a paladini e muse ispiratrici dell’intero fenomeno, la Astralwerks e la EMI decidono sia giunta l’ora di rendere disponibile anche ai pagani uno dei testi sacri del krautrock. Che se era “nuovo” allora, rimane attualissimo anche dopo tantissimi anni. Un disco che per suoni, attitudine, iconografia, preannuncia un sacco di cose che verranno e del cui arrivo non si sa ancora nulla. Dallo stile essenziale della copertina che in un solo secondo spazza via decine di opere d’arte sprecate sulle copertine di Genesis e Yes facendo avanguardia su quello che sarà lo stile punk all’industrial che fa breccia nel mondo del rock con il martello pneumatico di Negativland, dai Tortoise che esordiscono con Hallogallo ai lavori di coibentazione acustica di Brian Eno, dalla new wave più solipsista (gli Ultravox!, per carpirne il segreto, prenderanno in prestito il loro produttore) alle amnesie post con cui i Radiohead dimenticarono il rock. Ma anche ispiratrici della tecnica del remix, a dirla tutta, perché le loro cavalcate dove si annidano proto-punk e ambient si prestano benissimo all’arte della manipolazione.  

Dentro c’è il motorik beat che diventerà uno dei marchi di fabbrica del kraut-rock (ma in realtà di battesimo italiano, con un padrino di eccezione come il “nostro” Renzo Restuccia, NdLYS), una pulsazione ritmica pressante che spinge canzoni private di ogni melodia, costrette a correre lungo corridoi senza finestre, senza vie d’uscita. Imprigionate dentro un labirinto da cui solo raramente sarebbero uscite fuori, perché i loro ideatori si rifiutarono più e più volte di riproporle su un palco, sopraffatti dall’astio, dal rancore, dal disprezzo, fino a bersagliare chi di loro aveva fatto degli idoli, con Cope in cima alla lista.

La Germania tornava alle ambizioni espansionistiche del decennio nazista, su autostrade nuove di zecca.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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MATCHING MOLE – Matching Mole / Little Red Record (Esoteric)

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La rottura con i Soft Machine dà il via a un periodo creativamente esaltante per Robert Wyatt che lo porta a suonare in svariati album di amici, a realizzare il suo primo disco solista e ad organizzare una nuova band messa su tra la puzza di fritto del suo garage di St. Luke‘s Mews.

La musica dell’artista di Bristol vola verso il cielo.

Da altezze molto meno celestiali il suo corpo volerà giù solo un paio di anni dopo.

Il nuovo gruppo è un’ altra “macchina molle” che viaggia in fiumi di free-jazz e prog-rock canterburyano. Cerebrale e “macchinosa”, la musica del quartetto (oltre a Wyatt ci sono Phil Miller, Bill McCormick e David Sinclair, sostituito da Dave McRae per il secondo album) si muove come un flusso ininterrotto di improvvisazioni di tastiere (il mellotron di Wyatt sul primo, il sintetizzatore di Brian Eno e il Fender Rhodes e l’Hammond di McRae sull’altro) a volte immalinconite dal canto insolito di Wyatt, più spesso libere di scandagliare gli spazi siderali come un satellite delle astronavi Gong e Caravan. Queste due edizioni “definitive” arricchiscono la resa sonora degli ormai logori nastri originali e aggiungono un secondo disco zeppo di sessions e inedite jam in studio offrendovi la doppia opportunità di farvi due coglioni grandi quanto il dirigibile sulla copertina del primo Led Zep o di accrescere la vostra consapevolezza di essere parte di un grande disegno divino.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimaurorockprog16 

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