SHA NA NA – The Golden Age of Rock ‘n’ Roll (Kama Sutra)  

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Una di quelle band inoffensive che piacevano, e piacciono ancora, solo agli americani.

Anche quelli insospettabili. Tipo Jimi Hendrix che li volle sul palco di Woodstock prima della sua esibizione. E così, la terza alba del festival venne investita da una discutibile febbricciola revival e da un’ancora più discutibile e fuori contesto coreografia di balletti old-fashion, pomate per capelli, pailettes.

Una merda assoluta in fatto di stile, diciamolo pure. Ma il pubblico del festival, rintontito da due giorni di musica, sesso e droghe, non se ne rese conto nemmeno (tanto che dell’esibizione del gruppo venne ripresa solo una piccolissima porzione, NdLYS). Lo scialbo fifties-rock degli Sha Na Na che aveva infiammato i cuori del campus universitario servì giusto come colonna sonora per accompagnare lo sciame di hippies che andava a svuotare vesciche ed intestini ai bordi del campo, in attesa che salisse sul palco il mancino di Seattle. Il loro show era più roba da avanspettacolo che un concerto rock, la loro visione del rock ‘n roll una roba che sapeva di lacca, gli intrecci vocali delle loro voci roba buona per le feste di fine anno accademico del campus universitario. Insomma, roba da musical. E infatti qualche anno dopo sarebbero finiti dentro Grease, il musical che celebrava l’America dei teenagers degli anni Cinquanta e che stavano a quelli della generazione hippie come Gianni Morandi con gli anni di piombo.

In realtà dietro il progetto effimero e frivolo degli Sha Na Na si nascondeva l’intenzione del loro creatore di sanare la spaccatura tra le frange pacifiste più intransigenti e i fanatici interventisti che di fatto scindevano in due il movimento studentesco della Columbia University, unendo di fatto le due fazioni sotto un’unica bandiera: quella del rock ‘n roll più spensierato. L’obiettivo era distrarre i ragazzi da ogni velleità o schieramento politico per invitarli a riassaporare il piacere degli impulsi primordiali. Tornare al pre-politico simulando una nostalgia che in realtà era studiata a tavolino e del tutto fasulla.  

Gli eccessi che covavano sotto quel mondo di cristallo sarebbero emersi nel 1974, quando dopo un concerto nella locale università di Charlottesville Vinnie Taylor, il venticinquenne chitarrista entrato nel gruppo tre anni prima, era stato trovato nella sua suite all’Holiday Inn con le vene così piene di eroina che le si erano irrigidite come le corde della sua chitarra.   

La sua chitarra è quella che si può ascoltare sul doppio live The Golden Age of Rock ‘n’ Roll, ennesima ripetitiva pantomima di figuranti di Elvis e di Bill Haley pubblicata dalla Kama Sutra nel 1973 e che avrebbe di fatto dato il via a tutto il fifties-revival degli anni Settanta, imperversato su piccoli e grandi schermi a suon di American Graffiti, Happy Days, Grease e lo show televisivo degli stessi Sha Na Na.

A quel punto Vincent Taylor scompare dalla faccia della terra ma continua a vivere in quell’universo parallelo che è il pianeta del rock ‘n roll. Perché nel Giugno del ’74, durante una visita alla sorella morente, il killer Elmer Edward Solly decide di mandare affanculo la custodia cautelare e l’accompagnatore affidatogli dal penitenziario e di darsi alla macchia. Ha bisogno di una nuova identità e quella notizia che aveva letto sul New York Times durante la detenzione un paio di mesi prima gli torna prepotentemente alla memoria. Così Mr. Solly decide di diventare Vincent Taylor. Non un Vincent Taylor qualunque, ma “quel” Vincent Taylor. Si reinventa una vita da rockstar e si presenta agli agenti di spettacolo come l’ex Sha Na Na, dichiara che tutto quello che era accaduto quel 17 Aprile era solo una messinscena per uscire fuori dalla band e si presenta al pubblico con il nuovo nome di battaglia: Danny C. “The Bad Boy”. Lo avrebbe tenuto per ben venticinque anni, facendo serate con tanto di scritta Sha Na Na cucita sulla giacca, firmando autografi e rispondendo alle email dei suoi fan dal suo sito web ufficiale, mostrando un’innata capacità di entertainer, a suo completo agio nei panni di un Frank Sinatra del doo-wop.

Una mandrakata mandata a monte da una telefonata fra professionisti dello spettacolo. Non dall’FBI, non dalla CIA, non dalla Polizia della Florida o della Virginia o dello stato di New York. Semplicemente, una telefonata fra Tommy Mara e Peter Endleson dell’entourage degli Sha Na Na. Come se Raul Casadei chiamasse Guido Elmi per ringraziarlo per avergli mandato Massimo Riva e scoprisse invece di avere nei camerini Renato Vallanzasca. Uguale.

Una storia inverosimile, un’”americanata” nell’”americanata” che tuttavia regge, alla faccia degli identikit, per un quarto di secolo e che è stata raccontata su Who The (Bleep) qualche anno fa (visibile in lingua originale a questo link: http://www.dailymotion.com/video/x19lakc). Una storia che da sola vale forse più di tutta quella degli Sha Na Na. Che artisticamente erano il vuoto assoluto e che tuttavia sarebbero durati più di ogni altro gruppo presente sul prestigioso palco di Woodstock.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – Io sono nato libero 1973-2017 (Legacy Edition) (Sony Music)  

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Nella memoria collettiva l’11 Settembre resterà probabilmente per sempre associato all’attentato delle Torri Gemelle di Manhattan che si portò via tremila anime nel 2011. Un colpo inferto al cuore dell’Occidente in maniera troppo clamorosa in grado di cancellare il ricordo dell’11 Settembre più atroce della storia contemporanea. Ovvero quello del 1973 che invece garantì a Dio un numero dieci volte superiore di vittime e al godimento di Satana gli atroci spettacoli di tortura per un numero equivalente al doppio di quello, assicurando un’equa spartizione del bottino. Quel giorno, poco prima di essere ucciso, il presidente Salvador Allende concludeva con queste amare parole il suo ultimo discorso via radio: “andate avanti con la certezza che molto presto si apriranno grandi viali attraverso cui passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste e solo queste sono le mie ultime parole, con la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Con la certezza che ci sarà una punizione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento.

Quello stesso giorno Victor Jara, il più importante cantautore cileno, viene condotto nello stadio di Santiago trasformato in un improvvisato ma non meno crudele campo di concentramento e gli vengono maciullate le mani, pestate dalle suole degli scarponi delle truppe fasciste di Pinochet e dai calci dei loro fucili, punite per aver cantato la libertà. Qualche giorno dopo averlo ucciso, il nuovo regime non solo confischerà tutte le copie disponibili o già vendute dei suoi dischi ma porterà al macero le matrici, affinchè scompaiano dalla storia.

In Italia le notizie e le immagini di quel golpe arrivano coi tempi e la qualità che la tecnologia di allora permettevano. Sono immagini sgranate di rastrellamenti, di bombardamenti, di aerei in volo che lanciano dall’alto i corpi agonizzanti di uomini legati col fil di ferro, di prigionieri accatastati come bestie destinate al macello sotto le tribune dell’Estadio Chile. Sarà con quel titolo che Pete Seeger metterà in musica gli ultimi versi scritti da Jara proprio in quel luogo. Lente, sgranate, ma arrivano. E colpiscono l’immaginario delle menti più fertili della nostra penisola. Tra queste, quelle di Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo che decidono di dedicare alla terra cilena martoriata dalla dittatura e dai militari il loro nuovo, terzo disco. Io sono nato libero viene scritto di getto, ispirato dall’orrore di quegli avvenimenti. Appena un mese dopo quell’11 Settembre il Banco è già in sala d’incisione per registrare quei quaranta minuti di musica. Io sono nato libero è un disco politico, lo è al di là di ogni ragionevole dubbio. Lo è apertamente sin dal titolo della lunghissima traccia inaugurale. Ma, come nella tradizione del gruppo romano, utilizza il pretesto per un viaggio metaforico che si sgancia dai luoghi reali e dalle trappole del tempo per diventare percorso onirico, visionario sospeso tra fiaba e realtà. Non si schiera mai apertamente, se non dalla parte della libertà ideologica che è diritto universale ed imprescindibile su cui fondare un concetto di pacifismo reale, di democrazia liberale.

A ben vedere non siamo molto distanti dal concetto già espresso su Darwin! sul quale l’evoluzione dell’uomo e la sua emancipazione intellettuale era vista come strettamente legata alla propria capacità di liberarsi dai vincoli imposti dal suo Creatore. Musicalmente l’album ribadisce l’idea senza lasciarsi imprigionare da nessuna forma musicale, mutando costantemente atmosfere e suggestioni, rifuggendo anche dalle tirannie del cronometro, creando una tensione drammatica di ritmi dispari, sviluppandosi orizzontalmente e verticalmente in un dilagare di rarefazioni ed accelerazioni, di stratificazione e di esposizione cromatica di ogni strumento. Un disco barbaro, che non conosce la rassegnazione e mal tollera le redini. Questa meritata e meritevole riedizione gli affianca quello che può considerarsi il suo ideale seguito, figlio di quella identica fame di libertà che ancora oggi continua a divorare l’intestino del mondo. La libertà difficile condivide con il suo progenitore ispirazione e tematica e ne rielabora alcuni frammenti e, nell’intervista conclusiva a Vittorio Nocenzi, ne racconta la genesi dell’uno e dell’altro. L’umore ha sfumature diverse, perché diverso è il contesto personale e sociale in cui il Banco di muove adesso e se il risultato può sembrare anacronistico nel suono, con le sue esasperazioni prog che adesso suonano antiche anziché innovative e premiano più la memoria che il coraggio, di certo non lo è la ricontestualizzazione degli argomenti. La libertà resta uno dei traguardi più difficili da conquistare e da preservare, oggi come allora. Io sono nato libero ci aiuta a rifletterci sopra, mentre stiamo comodamente seduti nel nostro bel salotto pieno di belle cose che diamo per scontato nessuno ci porterà via.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TIM BUCKLEY – Sefronia (Edsel) / Look at the Fool (Edsel)  

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I due album eretici di Tim Buckley. Quelli sui quali per anni ci si è arrovellati riguardo cosa abbia spinto un artista di così pregiato valore e di così elevata sensibilità (più presunta che reale, come dimostrerà la gelida accoglienza riservata al figlio Jeff) ad arrugginire così selvaggiamente, così testardamente, così consapevolmente.

Sono i dischi “volgari” del musicista californiano.

Quelli pieni di insipidi blues che sembrano rubati ai Doors anziché ai musicisti neri di Chicago, di pallida soul music ispirata a Stevie Wonder e Al Green buona per i balletti di Soul Train, di musiche che sembrano pensate per qualche telefilm californiano con le macchine dei cops che inseguono un delinquente qualsiasi mentre il sole picchia sull’asfalto ed evapora nella skyline.

Se i dischi precedenti erano stati il trionfo della spiritualità (contemplativa, sofferta, estatica, onirica), negli ultimi dischi e negli ultimi anni della sua vita Buckley riscopre il valore della carnalità, della musica che parte dal corpo e al corpo arriva. È un modo per scrollarsi di dosso il dolore, anche quello fisico, che attanaglia Tim ormai da un po’. Sefronia e Look at the Fool sono due modi per cancellare la sua immagine, per tornare a guardare allo specchio qualcuno che non sia lui, per prostituirsi pur di accrescere la sua autostima ridotta allo spessore friabile di un cracker.

L’effetto, nonostante i dischi non siano inferiori a tanta roba “crossover” pubblicata in quegli anni, è scabroso. Più per i vecchi fan di Buckley che per i pochi nuovi che gli album riescono a raccattare. È come se un vecchio amico con cui amavi parlare di stelle, misticismo e filosofia trascendente ti piombasse a casa per commentare le cosce della nuova cameriera alla panineria all’angolo sotto casa. Sefronia e Look at the Fool lasciano interdetti perché sono dei dischi di Tim Buckley, l’autore di album come Starsailor e Blue Afternoon, l’uomo che cercava le stelle e che adesso si limita a cercare i delfini dell’amico Fred Neil o a raccattare le cartacce dalle strade del rock ‘n roll (la rilettura di Louie Louie e che chiude  in maniera imbarazzante la lista cronologica delle canzoni incise da Buckley durante la sua breve ma folgorante carriera). L’accoglienza riservata a questi ultimi lavori adesso ristampati da Edsel (e tenuti fuori, continuando ad alimentare lo sgradevole senso di lavori “apocrifi”, dal box della Rhino in uscita contenente tutta la restante discografia, NdLYS) con rimasterizzazione dai masters originali e libretto con testi (ai tempi anche quelli tenuti fuori dall’inutile libro pubblicato nel 2000 dalla Papergraf dove Giancarlo Susanna si prendeva pensiero di inserire le traduzioni delle cover presenti in Sefronia ma non il materiale autoctono, facendo scempio su scempio, NdLYS) fu spietata all’epoca e, se avete letto quel che ho scritto fra parentesi, lo continua ad essere a più di quarant’anni dalla loro uscita.

I critici che incensavano Steely Dan e Joe Cocker non gli perdonarono di aver ceduto ai peccati capitali proprio mentre stava ascendendo al cielo.

Io li riascolto oggi e mi sembrano dei dischi bellissimi. Suonati magistralmente. Cantati con voce inossidabile. Funky. Sensuali. Sfrontati.

Voi continuate pure ad ascoltarli come vi hanno insegnato Scaruffi e Bertoncelli.

A Buckley di certo non interesserà più.

E men che meno a me.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE UNDISPUTED TRUTH – Nothing But the Truth (Kent)  

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La scelta di Norman Whitfield, l’autore cui era toccato in sorte di riempire in casa Motown il vuoto creativo lasciato da ben tre autori (i fratelli Eddie e Brian Holland e Lamont Dozier), di spostare la direzione del repertorio dei suoi pupilli Temptations verso le terre (quasi) vergini del soul psichedelico non provocò grande entusiasmo tra le fila della formazione di Detroit, suscitando un malcontento che culminò con la defezione di Eddie Kendricks e Paul Williams, per niente a loro agio nei nuovi vestiti creati dal sarto della Motown.

Eppure su quel repertorio Whitfield crede tantissimo. Tanto da mettere in piedi dal nulla una formazione nuova di zecca cui affidarlo, sovrapponendo per qualche anno il repertorio dei Temptations a quello loro e creando dei duplicati d’autore con l’ausilio dei migliori turnisti della casa (e anche di una primitiva e dozzinale drum machine chiamata Bentley Rhythm Ace sul terzo album, NdLYS).

Le due ragazze vengono reclutate tra le coriste più talentuose dell’etichetta madre mentre il cromosoma Y viene garantito da Joe Harris dei Fabolous Peps. Nessuno di loro sa suonare uno strumento, ma la loro miscela di voci è perfetta per quello che Norman ha in mente.  

Con questa formazione a tre gli Undisputed Truth incidono tre dischi fra il ’71 e il ’73, tutti qui raccolti in questa doppia ristampa targata Kent e usciti in origine su etichetta Gordy, una delle quattro divisioni principali in cui è strutturato il grande catalogo Tamla-Motown. Il successo vero sarebbe arrivato solo più tardi, con la band adeguatamente acconciata per fare il “salto” verso la pista da ballo, ma questi tre album di pop-soul con dentro versioni sgargianti di Ball of Confusion, Smiling Faces Sometimes, I Heard It Through the Grapevine, Feelin’ Alright, With a Little Help From My Friends, Papa Was a Rollin’ Stone, If I Die, Big John Is My Name, Law of the Land, Brother Louie e più convenzionali stomper northern-soul come You Got the Love I Need o inni hippie (adesso) un po’ ammuffiti come California Soul e Aquarius rimangono fra le perle del soul che trasmutava dal nero al colore arcobaleno.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PINK FLOYD – The Dark Side of the Moon (Harvest)  

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The Dark Side of the Moon è il disco con cui i Pink Floyd cominciano ad arruolare i propri sudditi. Il disco con cui li condannano ad essere loro prigionieri fino alla fine dei tempi, costruendo attorno a loro una gabbia dorata. Un’opera d’arte così perfetta che provochi loro la sindrome di Stendhal, l’offerta irrinunciabile di un viaggio alla scoperta del lato oscuro della luna che svela il suo inganno solo a tragitto concluso, nello stesso attimo in cui il loro cuore batte all’unisono con il respiro universale: non c’è nessun lato oscuro, sulla Luna. Essa è tutta buia. A portare la buona novella non è il capitano. E neppure un membro dell’equipaggio. Un semplice uomo comune vestito da portiere.

Ma ormai è troppo tardi.

La luna pinkfloydiana, a differenza di quella altrettanto rosa dipinta da Nick Drake appena un anno prima, è diventata una terra popolosa. Abitata da schiavi felici di esibire la propria schiavitù al tempo, al denaro, alla malattia e alla morte.

Poco, nulla importa che artisticamente, più che il trionfo degli stessi Pink Floyd, The Dark Side of the Moon sia l’apoteosi dell’alchimista Alan Parsons, abilissimo a misurare e dosare ogni ingrediente con la severità infallibile di uno speziale eliminando ogni sbavatura dal suono della band, riempendo ogni piccolissima crepa, smussando ogni spigolo, tenendo sotto continuo controllo le valvole d’ego pronte ad esplodere e soprattutto abbellendo l’architettura con talmente tante suppellettili da farla somigliare ad una sorta di antico, immutabile, sacro monumento funebre impossibile da profanare sfuggendo illesi da qualche sorta di maledizione.

Lo scarto stilistico con le precedenti opere della band appare dunque enorme, incolmabile, la follia diventa la parola chiave per decifrarne il percorso ma la sua evocazione è avvolta in una patina di compostezza esasperata e di equilibrio geometrico da risultare ingannevole e subdola.

Per anni il disco verrà usato per testare gli impianti di alta fedeltà più che come setaccio per separare il nostro lato oscuro da quello che gli altri credono di veder brillare quando il sole ci illumina fra l’ora prima e l’ora nona. E che noi siamo ben felici di offrire loro come pane che sazi un qualche bisogno di fame. Gabbando noi stessi e gli altri. Calpestando la superficie della luna, senza che nessuno si accorga che il nostro corpo non proietta più alcuna ombra.

     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FABRIZIO DE ANDRÉ – “Storia di un impiegato” (Produttori Associati)  

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Nel 1973 De André avverte in qualche modo il bisogno di riscattare la sua posizione agli occhi delle frange politiche del suo pubblico, disorientate dalle divagazioni laico-religiose e poetiche dei due concept album pubblicati agli inizi degli anni Settanta. “Storia di un impiegato” viene dunque pensato come un disco fortemente politicizzato e confusamente schierato, mediando fra il pensiero politico libertario di Fabrizio e quello comunista di Bentivoglio, il giornalista chiamato ancora una volta a far da paroliere a fianco di De André nelle produzioni dell’artista genovese.

Ne viene fuori un album controverso, bocciato un po’ anche dalle fazioni sinistroide ed anarchiche per certi passaggi allegorici e l’uso di un linguaggio a volte ermetico che mal di addice a quello che nei fatti vuole essere un disco-manifesto del periodo del dissenso. Un album che però, col passare degli anni, ha messo in mostra il suo carattere vero: un disco profetico che è più un canto sulla disillusione e sullo spegnimento di un ideale rivoluzionario che un elogio delle sue gesta e delle motivazioni che lo hanno attivato. “Storia di un impiegato” è in realtà un disco sulla solitudine e i dubbi di un uomo, probabilmente la solitudine e i dubbi dello stesso Faber. L’apologia del reato terroristico che si insinua prepotente in molte canzoni (La bomba in testa, Il bombarolo, Al ballo mascherato) rivela la voglia di abbattere i paladini del potere costituito ma al tempo stesso emerge forte e chiara la consapevolezza di esser diventati, non importa se schierati dalla parte dei dissidenti o dei cecchini, un meccanismo dell’enorme macchina del potere. Una parafrasi fin troppo evidente della storia del brigatismo italiano, con le sue pedine isolate in una solitudine orgogliosa ma, proprio perché non condivisa, inoffensiva (la lettera vergata a mano di Verranno a chiederti del nostro amore tra le cui righe affiora una analisi amara delle contraddizioni ordinarie di una coppia borghese, le ultime rinunce virtuose di Nella mia ora di libertà) o plagiate dallo stesso male che erano desiderosi di abbattere (le arringhe di Sogno Numero Due e il transfert catartico di Canzone del padre), neutralizzate dalla lusinga di diventare essa stessa dispensatrice di regole e condizionatrice delle altrui volontà.

Musicalmente (o, sarebbe meglio dire tecnicamente) il disco paga il pegno di alcune scelte forse necessarie per l’epoca ma che oggi risultano sicuramente datate, come quella di “avanzare” la voce sul corpo strumentale (in onore dei dischi di protesta dei vari Pietrangeli e Della Mea, veicoli di un messaggio più che dispensatori di arte musicale tout-court) e di renderla quanto più naturale possibile, tanto da ribaltare il criterio cronologico delle produzioni di De André e riavvicinare il suo timbro a quello implume dei primissimi dischi. Eppure, forse per i dubbi di cui si fa portavoce e con i quali ancora oggi ci troviamo a combattere davanti allo scempio politico di cui siamo vittime, conflittualmente sballottati fra slanci di dignità rivoluzionaria e assoggettamento idealistico ed economico all’ordine costituito, “Storia di un impiegato” rimane disco di una attualità sconcertante.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BOWIE – Pin Ups (RCA)  

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Bryan Ferry non accolse con grande entusiasmo la notizia che Bowie stava per realizzare un album di cover. David glielo confida al telefono, dopo le date al Rainbow Theatre in cui i Roxy Music sono stati scelti come gruppo spalla. Ferry sul momento non dice nulla ma il mattino dopo si reca all’ufficio legale della Island perché costringa la RCA a pubblicare il disco di Bowie solo dopo che i negozi si sono riforniti del suo album solista. Che è un disco di cover, infatti.

Proprio come quello che ha deciso di pubblicare un po’ illogicamente Bowie al rientro dal tour devastante di Ziggy Stardust. Pin Ups è un commiato un po’ sottotono per gli Spiders from Mars e, nonostante lo si ascolti con piacere, rappresenta una sorta di bug artistico fra la fase glam che lo precede e quella soul che lo segue. Un disco che schiaccia nell’ovvietà superflua il demone insano del rock ‘n roll.

È un omaggio tutto sommato abbastanza fedele e a tratti anche poco riuscito all’epoca della Swinging London che Bowie ha frequentato come musicista ma soprattutto come appassionato tra il 1966 e il 1967. Pretty Things, Who, Yardbirds, Pink Floyd, Them, i trasfughi Easybeats fra i prescelti di questo tardo saluto alla stagione della ribellione beat che qui, decontestualizzata storicamente, diventa un’operazione nostalgia che non lascia graffi sulla schiena.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CAPTAIN BEYOND – Captain Beyond / Sufficiently Breathless (Raven)

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La storia dovreste conoscerla: dopo un ultimo gig nel Galles Rod Evans lascia i Deep Purple.

L’attesa dura due anni. Poi Rod incrocia le sorti di Lee Dorman e Rhino che hanno appena disintegrato gli Iron Butterfly. Reclutato il fantasioso drummer di Johnny Winter Bobby Caldwell, il nuovo androide è pronto: si chiama Captain Beyond.

I bigotti dell’hard-rock lo ignorano ma il loro primo album fu capace di mettere in piedi gli imponenti muri di suono su cui anni dopo bands come Monster Magnet (che ruberanno per intero Mesmerization Eclipse per tirarci su Twin Earth, NdLYS) o Obsessed getteranno altre colate di cemento (o vogliamo dire di quanto Fu Manchu c’ è dentro un pezzo come I Can‘t Feel Nothin’?, NdLYS) tagliandoli a volte con surreali, dolcissimi intermezzi lunari come in As the Moon Speaks.

Il 2° album si apre alle influenze latine portate dai nuovi percussionisti finendo su Everything‘s a Circle paurosamente vicino ad Abraxas e cedendo alle lusinghe acustiche e agli accenti prog di una ballad come Starglow Energy.

Del resto, lo dicevano anche loro: sufficientemente senza fiato.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

LINK WRAY – 3-Track Shack (Ace)  

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Dopo il rumoroso tour con i Raymen lungo la costa est degli Stati Uniti, Link Wray sente l’esigenza di riposarsi e mettere a tacere il fuzz che lo ha reso famoso. Si ritira quindi nel ranch del fratello Vernon a respirare l’odore dei campi. La sera, sfinito ma soddisfatto del lavoro, mette le mani sulla sua chitarra folk e improvvisa un repertorio che della terra conserva intatto il profumo. Il fratello, piacevolmente incuriosito da quelle canzoni, improvvisa un minuscolo studio di registrazione nel pollaio e invita Link a registrare quei brani scritti assieme al percussionista Steve Verroca. Viene fuori così la trilogia di album raccolti su 3-Track Shack pubblicati tra il 1971 e il 1973 (dopo un tentativo fallito di approdare alla Apple dei Beatles, NdLYS) su Polydor e Virgin che rappresenta un decisivo taglio con il sound ribelle dei Raymen e che si abbandona definitivamente ad un abbraccio con la musica delle radici. Country, blues, folk. Musica acustica, docile, onesta su cui Link adesso non ha nessuna remora a cantare o ad affidare il compito ai suoi fidati musicisti. In uno spirito del tutto nuovo che lo avvicina ai capolavori di Van Morrison e degli Stones campestri. Dischi che spiazzano il pubblico del musicista di Dunn, secondo le previsioni (e la volontà) degli stessi fratelli Wray e che invece sono avvolti da una pellicola di bellezza taumaturgica. Piccoli vagoni che attraversano la campagna americana senza aggredire il territorio, in processione discreta e riguardosa. Il potere annichilente delle prime registrazioni è ovviamente un ricordo lontano e dentro questi dischi si respira la stessa aria di quiete che Link aveva cercato rifugiandosi nella fattoria del fratello.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BOWIE – Aladdin Sane (RCA)  

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La netta virata di Bowie verso la musica americana della metà degli anni Settanta ha in realtà una sua deviazione progressiva che parte da molto lontano e che viene accentuata dal tour americano dei primi anni del decennio (fruttando, tra l’altro, la produzione di Transformer e il missaggio di Raw Power). Al rientro da quel soggiorno Bowie mette mano ad Aladdin Sane, un disco che, senza tranciare di netto le visioni orgasmiche di Ziggy Stardust e inserendo molte suggestioni pianistiche retaggio della sempre viva fascinazione del musicista inglese per il teatro e l’avanspettacolo decadente europeo, rende omaggio all’America e alle sue città sfolgoranti. Ma, al centro di tutto, resta ancora Bowie e il suo fortissimo ego, scrutatore attento e vigile del presente, custode del passato (al cui ricordo si dedicherà con dedizione sul successivo Pin Ups), precursore di tendenze, mode, pose e attitudini di là da venire. Aladdin Sane è in bilico fra tutto ciò, con un’aria da musical che ha già in se tutto l’odore dell’uscita di scena del mostro Ziggy eppure vivendone ancora tutta la sua provocante, androgina bellezza. Dentro le sue viscere falene di pailettes come The Jean Genie, Time, Panic in Detroit, Cracked Actor, Aladdin Sane si avvicinano al fuoco, proiettando ombre di farfalla sul muro.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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