TIM BUCKLEY – Sefronia (Edsel) / Look at the Fool (Edsel)  

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I due album eretici di Tim Buckley. Quelli sui quali per anni ci si è arrovellati riguardo cosa abbia spinto un artista di così pregiato valore e di così elevata sensibilità (più presunta che reale, come dimostrerà la gelida accoglienza riservata al figlio Jeff) ad arrugginire così selvaggiamente, così testardamente, così consapevolmente.

Sono i dischi “volgari” del musicista californiano.

Quelli pieni di insipidi blues che sembrano rubati ai Doors anziché ai musicisti neri di Chicago, di pallida soul music ispirata a Stevie Wonder e Al Green buona per i balletti di Soul Train, di musiche che sembrano pensate per qualche telefilm californiano con le macchine dei cops che inseguono un delinquente qualsiasi mentre il sole picchia sull’asfalto ed evapora nella skyline.

Se i dischi precedenti erano stati il trionfo della spiritualità (contemplativa, sofferta, estatica, onirica), negli ultimi dischi e negli ultimi anni della sua vita Buckley riscopre il valore della carnalità, della musica che parte dal corpo e al corpo arriva. È un modo per scrollarsi di dosso il dolore, anche quello fisico, che attanaglia Tim ormai da un po’. Sefronia e Look at the Fool sono due modi per cancellare la sua immagine, per tornare a guardare allo specchio qualcuno che non sia lui, per prostituirsi pur di accrescere la sua autostima ridotta allo spessore friabile di un cracker.

L’effetto, nonostante i dischi non siano inferiori a tanta roba “crossover” pubblicata in quegli anni, è scabroso. Più per i vecchi fan di Buckley che per i pochi nuovi che gli album riescono a raccattare. È come se un vecchio amico con cui amavi parlare di stelle, misticismo e filosofia trascendente ti piombasse a casa per commentare le cosce della nuova cameriera alla panineria all’angolo sotto casa. Sefronia e Look at the Fool lasciano interdetti perché sono dei dischi di Tim Buckley, l’autore di album come Starsailor e Blue Afternoon, l’uomo che cercava le stelle e che adesso si limita a cercare i delfini dell’amico Fred Neil o a raccattare le cartacce dalle strade del rock ‘n roll (la rilettura di Louie Louie e che chiude  in maniera imbarazzante la lista cronologica delle canzoni incise da Buckley durante la sua breve ma folgorante carriera). L’accoglienza riservata a questi ultimi lavori adesso ristampati da Edsel (e tenuti fuori, continuando ad alimentare lo sgradevole senso di lavori “apocrifi”, dal box della Rhino in uscita contenente tutta la restante discografia, NdLYS) con rimasterizzazione dai masters originali e libretto con testi (ai tempi anche quelli tenuti fuori dall’inutile libro pubblicato nel 2000 dalla Papergraf dove Giancarlo Susanna si prendeva pensiero di inserire le traduzioni delle cover presenti in Sefronia ma non il materiale autoctono, facendo scempio su scempio, NdLYS) fu spietata all’epoca e, se avete letto quel che ho scritto fra parentesi, lo continua ad essere a più di quarant’anni dalla loro uscita.

I critici che incensavano Steely Dan e Joe Cocker non gli perdonarono di aver ceduto ai peccati capitali proprio mentre stava ascendendo al cielo.

Io li riascolto oggi e mi sembrano dei dischi bellissimi. Suonati magistralmente. Cantati con voce inossidabile. Funky. Sensuali. Sfrontati.

Voi continuate pure ad ascoltarli come vi hanno insegnato Scaruffi e Bertoncelli.

A Buckley di certo non interesserà più.

E men che meno a me.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FRANCO BATTIATO – “Clic” (Bla Bla)

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L’ultimo disco su cui Battiato fa sfoggio del suo VCS3 (di cui in Italia fu, assieme a Piero Umiliani, un autentico pioniere) fu “Clic”, ovvero il disco con cui per un breve periodo potemmo orgogliosamente dire agli inglesi che, se loro avevano i Pink Floyd, noi…be’, si, noi avevamo Battiato. Che detto oggi sembra quasi un’eresia o al massimo una barzelletta. Ma che allora, mettendo a confronto un pezzo come Propiedad Prohibida con uno a caso del loro Obscured by Clouds, non suonava affatto come tale.

“Clic” è uno dei più esoterici dischi di Battiato. Il lavoro con cui il musicista siciliano riflette, come colpito da un sonar attivo, l’eco dei suoni lanciati dal suo mentore Stockhausen. Per nulla cedevole al compromesso e, anzi, inorridito e disgustato dalla distratta benevolenza con cui i giovani si lasciano incantare da musiche prive di ogni anelito di caos culturale Battiato elabora un lavoro dal fascino cupo, onirico e permeato da uno spirito errabondo e solitario. Un buco nero che inghiotte il mondo moderno e lo risputa in una dimensione parallela, aliena, spirituale. Disciolto, polverizzato nell’etere universale come lievito madre dentro un impasto di acqua e farina. “Clic”, con le sue autobahn di sintetizzatori, le piazzole di sosta illuminate dai neon, i suoi pianoforti che gocciolano come rubinetti nei bagni degli autogrill, le sue onde radio destinate a perdersi, a sovrapporsi, ad annientarsi l’un l’altra, è la fotografia di un mondo che avrebbe potuto sacrificare alla curiosità l’ultimo suo brandello di imene e che invece non lo ha fatto.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

SPARKS – Kimono My House (Island)  

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Il confine tra genio e demenza ha un margine sottile.

Magari non quanto un capello. Ma quanto la costina di un vinile, questo si.

Quello stesso, effimero margine separa spesso i gruppi di culto dagli artisti di successo, le “one-hit wonders” dalle band destinate a cavalcare la storia. Una schizofrenia che si traduce in una curva cartesiana alquanto bizzarra dove accanto a picchi di vendite clamorose si alternano irreversibili discese verticali tendenti allo zero.

È il caso degli Sparks. Una di quelle band che ha perseverato per interi decenni a stampare dischi, avviare collaborazioni e tentare l’assalto del guinness dei primati (e della nostalgia) riproponendo per intero e in ordine cronologico i loro album in altrettanti spettacoli londinesi in un tour stanziale e stravagante chiamato SPARKS LIVE! SPECTACULAR – 21 ALBUMS IN 21 NIGHTS. In quella scaletta, così come nella loro discografia, a Kimono My House è riservato cronologicamente  il terzo posto. Ma all’epoca, siamo nel 1974, i fratelli Mael dovettero lasciare la loro patria per trasferirsi in Inghilterra, pur di tentare la scalata a quel successo che coi primi tentativi era miseramente fallito. In Gran Bretagna invece, la loro miscela kitsch di musica da cabaret e glitter-pop, deflagrò con un singolo rimasto nella storia e l’album che lo conteneva. Un disco senza il quale, narrano le cronache, gente come Alex Kapranos e Morrissey non avrebbero mai pensato di darsi al mondo della musica.

Ma cosa c’era dentro Kimono My House?

C’era tutto quello che ai T. Rex non avremmo mai perdonato e che agli Sparks invece perdonammo, non pretendendo da loro altro che non una messinscena, come dicevo in apertura, a tratti geniale e a tratti demenziale.

Un rock effeminato che guardava al glam sotto una palla stroboscopica, con eccessi di stravaganza sopra le righe e di fregi decorativi rinascimentali che ai tempi solo Zappa e i Queen avevano osato (più tardi lo faranno, in maniera diversa, band come Primus e Faith No More) e che in qualche modo faranno da leva, artistica ma soprattutto visiva ed estetica, all’ala più transgender della disco music che infatti gli Sparks frequenteranno collaborando con un altro “rifugiato” americano come Giorgio Moroder. Un album pieno di paradossi che al rigore formale del rock sostituiva il vezzo da avanspettacolo e che piuttosto che gli assolo di chitarra preferiva esibire le gambe in un can-can. Senza avere neppure la premura di depilarle, per rendere tutto più disgustevole.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FABRIZIO DE ANDRÉ – Canzoni (Produttori Associati)  

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Il settimo disco, Faber si riposò.

L’infelice storpiatura biblica non piacerebbe a De André. E non piace neppure a me.

Ma rende bene l’idea di quello che accadde dopo la genesi di “Storia di un impiegato” e le critiche che ne accolsero l’arrivo nei negozi di dischi. De André è sfinito e rimugina addirittura di lasciare il mondo della canzone, ritirandosi in un esilio professionale ancora più severo di quello personale che spesso si imponeva. Canzoni nasce, e all’ascolto non tradisce questo progetto, dall’esigenza di risolvere il contratto con la sua etichetta senza dover pagare per il mancato rispetto della clausola che prevede la pubblicazione di un altro disco. Per ottemperare a quello che è più un obbligo che una esigenza, Fabrizio decide di dedicarsi alle riletture di qualche cantautore affine al suo sentire, da Brassens a Cohen fino al recente nuovo amore per Dylan che la frequentazione con De Gregori gli ha appena rivelato.

A queste traduzioni risolte con grande maestria De André affianca alcune delle cose cui sta lavorando, come una tetralogia sull’amore che resterà incompiuta e della quale, in previsione della sua abiura, “brucia” qui i primi capitoli come La canzone dell’amore perduto e Ballata dell’amore cieco. Si tratta insomma, quasi, di un disco di “scarti”. Poco rifinito e privo dei tratti già adulti degli ultimi tre album, Canzoni si riavvicina inaspettatamente ma con cognizione di causa al De André dei primi tre album, quello ancora “prigioniero” delle ballate, della poesia provenzale e delle filastrocche.

Il bombarolo pare aver seppellito i propri ordigni, per tornare a cantarci di un mondo che viaggia, con le sue illusioni e le sue piccole truffe, in asincrono rispetto al quadrante del tempo che le ospitano.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED – Sally Can’t Dance (RCA)  

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Ci sono i fiati. Come un disco/Disco.

Ma Sally non balla.

E ci sono capelli ossigenati, coriste scosciate e pavimenti a scacchiera che si illuminano più forte quando il basso spinge, meno quando a picchiettare è il piano, di nuovo più forte quando qualche schitarrata glam sembra venuta a spargere sangue sulla pista.

Ma Sally non balla.

Sally non può ballare.

Sally, chiusa nel bagagliaio di un’auto, non può più ballare.

Dentro quelle discoteche, quei club dove si va per affogare la noia di un sabato sera, ballano i suoi aguzzini. Lei, li attende in auto.

Tutte le contraddizioni di una città come New York stridono dentro Sally Can’t Dance. Tutte le contraddizioni di Lou Reed, pure.

Lui che ha sempre scelto il lato buio della strada e che, quando si accende qualche flash è costretto a ripararsi dietro degli occhiali scuri, è adesso nudo sotto una pioggia di bagliori colorati, protetto solo da un paio di Ray-Ban™.

Perduto dentro un disco impostogli dall’alto e di cui parlerà sempre di malavoglia e a monosillabi, guardando i suoi intervistatori con uno sguardo di sfida misto a noia.

Costretto a rendersi gradevole, pur di arrivare in cima alle classifiche cercando di aggiustare il mezzo disastro di un disco infetto come Berlin.  

E che, pur di creare disgusto ed orrore, parla di omicidi e di elettroshock. Cercando il suo lato scuro anche in quel fascio di luci, in quell’impasto di sudori e puzza di urina e sesso.

Appeso alla fune della palla a specchi Lou Reed urla come una bertuccia dentro la bolgia del Bottom Line, aspettando che il mondo smetta di ballare e si ricordi di Sally, là fuori, nel parcheggio, chiusa dentro un’auto con le luci spente.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BACHMAN-TURNER OVERDRIVE – Not Fragile / Four Wheel Drive (Lemon)

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Mi piacciono i gruppazzi di hard-rock cafone e tamarro.

Più sono bistrattati dalla critica “che conta” e più mi piacciono.

Roba tipo Grand Funk Railroad, Black Oak Arkansas, James Gang, Mountain, Bachman-Turner Overdrive.

Dovessi trovarmi ad affiancare con la mia auto quella di un giornalista colto qualsiasi, alzerei il volume a palla, per sfregio.

Volumi altissimi, chitarre brandite come le nerchie su cumbang.com, batterie pesanti come mandrie di bufali, testi sempliciotti e tanta energia, come dentro i dischi di Randy Bachman e compagni. 

Tutto in un liofilizzato di heavy-blues, southern rock e pacchianate assortite per addolcire la merenda e renderla vendibile nei motel dell’highway americana vicino al banco degli hamburger e alla vetrina delle muffin al cioccolato.

Robaccia grassa e unta d’olio in spregio alla vita sana.

Le cose migliori, quelle che assaltarono le classifiche in virtù di un rock lardoso ma digeribile, sono quelle che la BTO racchiuse su Not Fragile e Four Wheel Drive: muscolose banalità AOR come Roll On Down the Highway, You Ain‘t Seen Nothing Yet, Sledgehammer, Hey You, Four Wheel Drive, Don’t Let the Blues Get You Down puzzano di sudore e grasso-motore.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BOWIE – Diamond Dogs (RCA)  

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Ziggy Stardust e Aladdin Sane avevano messo in corto circuito la creatività di Mr. Bowie. La ricerca di nuove ispirazioni lo porta a pubblicare un pallido disco di cover degli anni Sessanta per tenere buono il pubblico mentre Bowie cerca nuove fonti di ispirazione. Tra il 1973 e il 1974 tra i libri e i film da cui cerca nutrimento, resta impressionato dal mondo distopico e crudele di 1984 di George Orwell e da Metropolis di Fritz Lang. L’idea nuova, che però cozzerà su una montagna di permessi, diritti ed autorizzazioni troppo alta da sormontare anche per uno venuto da Marte, è quella di realizzare una sorta di musical ispirato a quello che Orwell e Lang dipingono, credibilmente, come il futuro prossimo venturo. I divieti imposti dagli eredi e dal copyright (a scavalcare Bowie per la rilettura del secondo ci penserà Moroder nel 1984 pagando, secondo quanto dichiarato dallo stesso produttore italiano, delle royalties vertiginose) costringono David Bowie ad accantonare il progetto e a ridimensionarne il contenuto, consegnato al suo pubblico di fedelissimi nel 1974 ed inscatolato dentro una copertina inquietante sotto il titolo di Diamond Dogs. Il nuovo personaggio messo in scena da Bowie si chiama Halloween Jack, un cocainomane terminale che vive sui tetti di Manhattan introdotto sul disco da una folla urlante (in realtà il pubblico californiano accorso per l’ultimo tour dei Faces, NdLYS) e braccato dai Cani di Diamante. Assieme al riff topico di Rebel Rebel con Bowie costretto a sopperire alla sei corde di Mick Ronson (però sul disco la sua chitarra è sapientemente doppiata da quella di Alan Parker) è l’unica vera concessione che David/Jack fa al rock ‘n roll sfavillante dei dischi precedenti e che, nonostante le si voglia identificare con l’anima del disco, sono quasi del tutto marginali allo spirito dell’album che vuole invece replicare il clima opprimente del libro di Orwell e del suo “controllore” con la voce di Bowie che, mentre esplora la devastazione psicologica di una città spettrale, sperimenta le tonalità più cavernose della sua carriera profetizzando quello che diventerà il registro vocale preferito dalle successive compagini dark e facendosi largo dentro quello che, perseguendo gli obiettivi originali, ha tutta l’aria di un musical decadente e perverso.

Attenti ai Cani di Diamante.

Attenti alle fauci feroci del 1984.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BUFFALO – Dead Forever… / Volcanic Rock / Only Want You For Your Body (Aztec Music)    

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Cosa? Un bufalo nella terra dei canguri? Proprio così. Un enorme, smisurato Bufalo cresciuto fuori da ogni mandria, dentro le comunità urbane circondate dal deserto australiano.

Ricordo ancora quando nel 1991 uscì Badmotorfinger dei Soundgarden. Ricordo soprattutto certi episodi come Outshined o Rusty Cage, con quella voce di Chris Cornell che si stendeva sopra uno spesso strato di chitarre elettriche e bassi in ebolizzione. E ricordo come quella voce, più che il Robert Plant che tutti si sforzavano di trovare, mi ricordasse invece quella di Dave Tice, in particolare il Dave Tice dei nove minuti di Freedom. Dave Tice lo avevo conosciuto quando, alla fine degli anni settanta, era andato a rimpiazzare Mike Spenser tra le fila dei Count Bishops, una delle mie ossessioni di allora. Una ossessione che mi portò ad indagare sulla vita di Dave e che mi portò a conoscere i Buffalo. Incredibili Buffalo. Eroi dell’hard rock australiano prima ancora che AC/DC e Rose Tattoo uscissero fuori coi loro dischi e comunque rispetto a loro diversi. Non a torto adesso vengono sbandierati come tra i precursori dello stoner rock, per quell’uso di riff pesanti e circolari (sentite The Prophet su Volcanic Rock e ve ne renderete conto da voi, NdLYS). Peccato che allora, nonostante le 15.000 copie vendute di Dead Forever…, il loro debutto del ’72, fossero stati costretti allo scioglimento da qualche promoter che li vedeva come un fiasco commerciale (del resto pochissime radio, anche in Australia, se li filarono, NdLYS).

Fu la Vertigo, la stessa label dei Black Sabbath, a chiedere al gruppo di serrare le fila per supportare il tour australiano della band di Osbourne. E Dio gliene renda merito, perché fu proprio Volcanic Rock, più che il precedente Dead Forever… o il successivo Only Want You il disco migliore dei Buffalo, quello in cui il suono usciva fuori in tutta la sua potenza e allo stesso tempo allentava i muscoli senza perdere un’ oncia del suo peso, malgrado la formazione abbia perso per strada due dei suoi pezzi. E brani come Shylock e Sunrise basterebbero, se ci fosse una qualche sorta di giustizia anche tra i tanti infimi compilatori di scontate e grottesche enciclopedie rock, a consegnare i Buffalo alla storia. Musicalmente siamo dinanzi a un hard blues iperamplificato e rotondo, affine a quello dei Ten Year After di Shhh e Watt (da cui i Buffalo riprenderanno egregiamente I‘m Comin’ On sul loro terzo album), modulato su un uso massivo della distorsione e la reiterazione circolare e psichedelica del basso.

Dopo l’avventuroso Volcanic Rock i Buffalo tornano con Only Want You For Your Body ad un suono più diretto, con la chitarra di John Baxter e la voce di Dave ad altissimi livelli su pezzi come I‘m a Skirt Lifter o sulla più scolastica What‘s Going On (un classico prototipo di heavy metal per quel modo marziale di fare “avanzare” il riff e le strilla di Dave che si affacciano sul finale). L’eccesso di elettricità riversata da John Baxter su quel disco (ascoltate un pezzo come Kings Cross Ladies con John che finisce per dialogare con se stesso lungo quei sette minuti e mezzo, NdLYS) fu forse uno dei motivi che ne causarono l’allontanamento: John venne letteralmente sbattuto fuori dal gruppo e rimpiazzato con uno dei più grandi chitarristi di slide-guitar in giro in quegli anni, ovvero Norm Roue dei Band of Light, con l’obiettivo di ammansire il suono del gruppo e renderlo più addomesticabile e, quindi, vendibile. Ma la storia dei veri Buffalo resta qui, dentro il ruggito di questi tre dischi pachidermici, dentro queste scariche elettriche che ancora oggi ci fanno ribollire il cuore.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE ROLLING STONES – It‘s Only Rock ‘n Roll (Rolling Stones)    

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Licenziato Jimmy Miller prima del Natale del 1973, Jagger e Richards decidono di curare in proprio la produzione dell’annunciato ritorno al rock ‘n roll dopo l’incerto Goats Head Soup. È l’ufficializzazione dei Glimmer Twins, nomignolo nato quasi per caso sei anni prima durante una traversata oceanica verso il Brasile. Ma It’s Only Rock ‘n Roll è anche l’addio di Mick Taylor che abbandona gli Stones con un capolavoro come la delicata Time Waits For No One arricchita da una chitarra “sintetica” artefice dell’atmosfera sospesa del brano. Sarà proprio il mancato riconoscimento come autore che porterà Taylor a lasciare i gemelli mangiasoldi e a versare loro royalties ogni qualvolta (spesso) si accingesse a suonare quel pezzo nei suoi show in solitario. È il segno di una eccentricità che torna in diverse fasi di un disco che se da un lato (più nelle intenzioni che nei risultati, a dire il vero) vuole riappropriarsi del linguaggio asciutto del rock ‘n roll basico, dall’altro cerca di evolversi verso nuove forme di black music, tracciando di fatto il ponte verso i successivi Black and Blue e Some Girls. I sintomi di questa metamorfosi, sottile e strisciante in molte tracce del disco (il Philly Sound che riveste If You Really Want to Be My Friend e la cover di Ain‘t Too Proud to Beg, per esempio) si rendono manifeste su un paio di brani: il funky torbido e purpureo di Fingerprint File che svela l’influenza di due recenti dischi di Stevie Wonder come Talking Book e Innervisions e Luxury, un brano rock “alleggerito” dalle sincopi reggae assorbite durante il recente soggiorno giamaicano per la registrazione di Goats Head Soup. Sul versante “tradizionale” del rock basico si pongono invece If You Can‘t Rock Me, il manifesto programmatico della title track e lo street-rock ‘n roll di Dance Little Sister dove Richards elargisce uno dei più alti esercizi di stile della sua carriera.

Un colpo al cerchio, uno alla botte.

Fuori dai Musicland Studios di Monaco, la disco music aspetta per aggredirli.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

    

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ALBEROMOTORE – Il grande gioco (Akarma)

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La Akarma apre infine le sue porte alla riedizione di vecchio materiale italiano inaugurando la serie con lo storico unico albo pubblicato dai romani Alberomotore nel ’74 su Intingo con la complicità di Ricky Gianco. Il grande gioco, in lussuriosa sottana apribile, si muove su traiettorie comuni a quelle di molti complessi italiani del periodo. Dopo il disimpegno dell’epoca bitt era il momento di tirare fuori le prese di coscienza politico-sociali (vedi Israele) e lo scimmiottamento spesso sterile degli eroi zazzerati d’oltremanica tipico del decennio precedente provava ad emanciparsi cercando di adeguare le altrui intuizioni ad una sensibilità mediterranea. In questo caso i Traffic rappresentano il modello da cui trarre linfa e la cui clorofilla sbuca fuori in più di un passaggio senza pregiudicarne però il valore intrinseco.

L’intento della casa ligure di proseguire a setacciare le memorie del primo rock italiano mi pare lodevole e necessaria affinchè certi dischi finiscano di essere piatti feticci per i mausolei del rock e tornino ad essere il cotton fioc con cui pulirci le orecchie quotidianamente.

 

Franco “Lys” Dimauro

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