QUEEN – Sheer Heart Attack (EMI)  

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Una delle (non moltissime) chance per i Queen di farsi un giro sul mio giradischi gli è concessa con Sheer Heart Attack, album dove il cattivo gusto cui si abbandoneranno sempre più spesso lungo la loro carriera e i cui prodromi sono già avvertibili in alcuni passaggi di questo loro terzo album è bilanciato da una scaletta memorabile, piena di fuochi d’artificio proto-metal e una conturbante anima glam che con buona approssimazione potremmo individuare tra la Alice Cooper Band e i Mott the Hoople.

Un disco dove le due anime gender convivono fianco a fianco, si corteggiano e lottano già dall’iniziale Brighton Rock dove Mercury dà sfoggio di una delle sue prime prove di istrionismo vocale mutando registro nell’interpretare i dialoghi tra uomo e donna che ne sono protagonisti. Dietro di lui, tutto si accende di una vitalità elettrica esaltante fino a che la chitarra di Brian May arriva a prendersi tutto, divampando in un rifferama che porta in seno già tutto il metal che arriverà e che più avanti, su Stone Cold Crazy, è già arrivato: sta tutto lì. E lo avremmo avuto anche se non fossero arrivati i Metallica o i Motörhead. E sta tutto lì non dal 1974 ma dal 1969, l’anno in cui Mercury la compone e la esibisce al pubblico con la sua band di allora.

Killer Queen e i due movimenti di In the Lap of the Gods sperimentano già con i timbri da operetta e le sovrapposizioni vocali che raggiungeranno l’apice di perfezione l’anno successivo su Bohemian Rhapsody.

Now I’m Here trasferisce i giochi vocali su un tipico rock ‘n’ roll vizioso e camp figlio del Bowie di Suffregette City.      

Ma sono le canzoni dove il muro di suono diventa feltro a costituire il vero tesoro del disco: Tenement Funster, She Makes Me (Stormtroopers in Stilettos) e Misfire, cantate rispettivamente da Roger Taylor, Brian May e su doppio registro da Freddie Mercury (ma scritta da John Deacon) sono tra i capolavori del glamour-rock inglese, piccole delizie androgine strapazzate da qualche critico in preda al fuoco di Sant’Antonio testosteronico e assetato di melodramma, trascurate da chi “ti faccio una cassetta dei Queen, ci metto i brani più belli”, considerate molto banalmente di serie-B da chi mette in serie A l’inno al Super-uomo di We Are the Champions. Non da me.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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RINO GAETANO – Ingresso libero (It)  

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Una sequenza di piccoli mattoni e una porta malmessa, bruciata dal sole dalla cui maniglia ciondola un cartello con scritto Ingresso libero.

Così, graficamente il cantautore di Crotone Rino Gaetano fa il suo curioso ingresso nel mondo della musica.

Ma a ben guardare il ventiquattrenne Rino sta già lasciando l’edificio. È già entrato, si suppone. E ora sta andando via con passo deciso. Come se fosse appena uscito dopo aver incontrato qualcuno. La storia ci rivela che in effetti è andata proprio così: dietro quella porta Rino Gaetano ha appena incontrato Agapito Malteni, Crotonese anch’egli, ora di pianta a Manfredonia dove fa il macchinista ferroviere.

Il revisionismo complottista cui le straordinarie coincidenze e oscure citazioni dei testi di Gaetano inevitabilmente porteranno a rileggere la sua storia dopo la sua morte (anch’essa descritta con minuziosa precisione da lui stesso su una delle sue primissime canzoni) ci dirà che invece forse no, non è andato ad incontrare un proletario meridionale qualsiasi ma è appena uscito dopo essersi affiliato alla Massoneria, stringendo un patto laico col diavolo pur di scalare i gradini del successo.

Comunque sia, la storia di Agapito Malpeni è una delle prime storie di antieroi sociali che Rino Gaetano ci racconterà nella sua brevissima carriera. Uno dei suoi più viscerali atti di amore per quel Sud che egli stesso sarà costretto a tradire per inseguire un sogno, ché a sud di Roma i sogni fanno fatica ad attecchire. Al di là dei facili e voluti rimandi di Agapito Malteni il ferroviere a due canzoni come La locomotiva di Guccini e Il bombarolo di De André, Ingresso libero è accostabile per temi ed ispirazione a quel capolavoro che è Il giorno aveva cinque teste scritto da Roberto Roversi e musicato da Lucio Dalla. Se l’occhio puntato a Sud di Rino Gaetano è un occhio velato dalla cataratta della malinconia, l’altro occhio è libero di esorcizzare tutto con filastrocche e giochi lessicali ineguagliabili, che già si ravvisano qui in A Khatmandu e che saranno sempre presenti nella sua scrittura (Glu glu, Nuntereggaepiù, Standard, Su e giù), usando un linguaggio libero dalle prigioni ideologiche del cantautorato italiano classico e mediato da un’ironia e una satira giullaresca. È questo strabismo artistico a rendere Rino Gaetano sin da subito un personaggio atipico, istrionico, sfuggente (come nello scatto di copertina) nel panorama italiano.

Ad un passo dal cantautorato impegnato ed uno dalla canzonetta.  

Libero, come l’ingresso del portone dietro cui vive e lavora Agapito Malteni, ferroviere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LOVE – Reel to Real (High Moon)  

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L’ultimo atto d’”amore” dei Love è una vertigine funky/soul come mai avremmo potuto immaginare ai tempi di Forever Changes, che pur di cambiamenti era foriero. Un disco da aggiungere alla collezione di Otis Redding o degli Ohio Players, con fiati gonfi come zampogne e ritmi grassi come lardo di maiale.

Reel to Real è il tentativo estremo di rientrare in un mercato che non ha dato ad Arthur Lee, musicista ed autore dal talento inimmaginabile, quanto avrebbe meritato. Ma è anche un disco con una dignità che spesso gli è stata negata dai libri di storia e che questa preziosa ristampa della High Moon ci dà ora l’occasione di rivalutare. Magari, se proprio siete allergici alla propulsione dei fiati black, arpionate l’album spostando la puntina sulla seconda facciata del disco: You Said You Would e Busted Feet  proiettano il suono dei Love vicino a quelle galassie che Hendrix sognava di esplorare una volta rinchiuso il baule psichedelico. Sono due pezzi carnali e sensualissimi che esplodono in una incontrollata colata di chitarre prima di lasciare spazio alla bella, acustica e altrettanto liberatoria Everybody’s Gotta Live.

Ma prima, per almeno tutta la prima facciata, Arthur Lee ci obbliga ad infilare le dita in un vasetto di miele funk. With a Little Energy, Good Old Fashion Dream, Who Are You?, Time Is Like a River sono come i sogni bagnati ed osceni di Tina Turner e del marito Ike. O del marito Ike con le Ikettes, se preferite fare le cose con tanta gente. Questa prima ristampa in CD è una succulenta occasione per rivalutare Reel to Real, considerato anche il bellissimo booklet firmato da David Fricke di Rolling Stone che ne racconta la gestazione e il parto e la copiosa messe di out-takes che ne raddoppia la durata e il piacere, andando a recuperare tra le altre meraviglie ben sei inediti fra cui un esclusivo provino da Forever Changes intitolato Wonder People.     

Siamo davvero a molte miglia dalle malinconie folk-rock dei primi due album, alla deriva in balia delle onde sussultorie del groove più lascivo degli anni Settanta. Reel to Real è decisamente, consapevolmente figlio di un altro decennio, di un’altra epoca, di altri Love, di un altro sogno d’amore, stavolta più fisico che simbiotico. Se voi siete rimasti seppelliti sotto le macerie di Da Capo o Love, non è un problema di Mr. Lee.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BOB MARLEY & THE WAILERS – ‘Natty Dread’ (Tuff Gong)  

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Il tour di supporto a Burnin’ è l’ultimo atto ufficiale del triumvirato Marley/Wailer/Tosh (un atto già monco, in realtà, con Bunny Wailer sostituito sul palco con Joe Higgs, NdLYS). ‘Natty Dread’ è dunque a tutti gli effetti il primo disco “solista” di Bob Marley, realizzato come tutti col preziosissimo contributo dei fratelli Aston e Carlton Barrett e con i nuovi ingressi del tastierista Jean Alain Roussel (suo l’Hammond famoso di No Woman No Cry) che finirà come tastierista aggiunto nei Police e del chitarrista Al Anderson, primo musicista non giamaicano ad essere reclutato nella band.

Ma le novità più importanti di ‘Natty Dread’ sono in realtà altre: la scelta in parte obbligata di sostituire il ruolo vocale lasciato vacante da Tosh e Wailer con delle voci femminili (tra cui quella della moglie) e il tentativo di sfruttare quel nuovo marchingegno elettronico che è la drum machine. Un approccio timido e neppure troppo felice nei risultati che però mostra l’esigenza di trovare nuove soluzioni ad un suono che Marley e Chris Blackwell vogliono riuscire a vendere ad ogni costo. Ma, nonostante questa fallita e per fortuna presto abbandonata tentazione, ‘Natty Dread’ è disco di una bellezza estrema, dove l’amore per il rastafaresimo e l’ancora vivida attitudine ribelle convivono in piena simbiosi (Natty Dread, Rebel Music, Revolution, So Jah Se, Them Belly Full, Talkin’ Blues), l’abbandono definitivo nel concetto dell’“I and I” della religione rasta come atto lirico di fede.         

L’album contiene inoltre il primo set di canzoni che avrebbero costretto Rita Marley a comparire molti anni dopo in tribunale assieme, fra gli altri, agli avvocati della Island e della Tuff Gong per difendersi dalle accuse della Cayman Music di Danny Sims cui Marley in quel periodo era ancora legato da un contratto di edizioni musicali e che pur tuttavia il cantante giamaicano pensò bene di “raggirare” garantendo una pensione tranquilla alla moglie e all’amico Vincent Ford costretto ad una carrozzina da un diabete particolarmente affamato. A loro e ai musicisti della band Marley pensò di intestare 2/3 del set (sul disco successivo avrebbe loro affidato la paternità di tutta la scaletta, con la sola eccezione di Night Shift, NdLYS), riuscendo a procedimento giuridico concluso, a raggiungere il suo intento. Se non fosse riuscito a salvare le moltitudini con la spiritualità, avrebbe quantomeno riuscito a garantire economicamente il sostegno dei pochi.

Perché in fin dei conti nell’attesa di sapere se ti sarà destinato un pezzo di giardino nell’aldilà, puoi sempre comprare un bel pezzo di terra e fartelo qui, il tuo piccolo paradiso.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

TIM BUCKLEY – Sefronia (Edsel) / Look at the Fool (Edsel)  

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I due album eretici di Tim Buckley. Quelli sui quali per anni ci si è arrovellati riguardo cosa abbia spinto un artista di così pregiato valore e di così elevata sensibilità (più presunta che reale, come dimostrerà la gelida accoglienza riservata al figlio Jeff) ad arrugginire così selvaggiamente, così testardamente, così consapevolmente.

Sono i dischi “volgari” del musicista californiano.

Quelli pieni di insipidi blues che sembrano rubati ai Doors anziché ai musicisti neri di Chicago, di pallida soul music ispirata a Stevie Wonder e Al Green buona per i balletti di Soul Train, di musiche che sembrano pensate per qualche telefilm californiano con le macchine dei cops che inseguono un delinquente qualsiasi mentre il sole picchia sull’asfalto ed evapora nella skyline.

Se i dischi precedenti erano stati il trionfo della spiritualità (contemplativa, sofferta, estatica, onirica), negli ultimi dischi e negli ultimi anni della sua vita Buckley riscopre il valore della carnalità, della musica che parte dal corpo e al corpo arriva. È un modo per scrollarsi di dosso il dolore, anche quello fisico, che attanaglia Tim ormai da un po’. Sefronia e Look at the Fool sono due modi per cancellare la sua immagine, per tornare a guardare allo specchio qualcuno che non sia lui, per prostituirsi pur di accrescere la sua autostima ridotta allo spessore friabile di un cracker.

L’effetto, nonostante i dischi non siano inferiori a tanta roba “crossover” pubblicata in quegli anni, è scabroso. Più per i vecchi fan di Buckley che per i pochi nuovi che gli album riescono a raccattare. È come se un vecchio amico con cui amavi parlare di stelle, misticismo e filosofia trascendente ti piombasse a casa per commentare le cosce della nuova cameriera alla panineria all’angolo sotto casa. Sefronia e Look at the Fool lasciano interdetti perché sono dei dischi di Tim Buckley, l’autore di album come Starsailor e Blue Afternoon, l’uomo che cercava le stelle e che adesso si limita a cercare i delfini dell’amico Fred Neil o a raccattare le cartacce dalle strade del rock ‘n roll (la rilettura di Louie Louie e che chiude  in maniera imbarazzante la lista cronologica delle canzoni incise da Buckley durante la sua breve ma folgorante carriera). L’accoglienza riservata a questi ultimi lavori adesso ristampati da Edsel (e tenuti fuori, continuando ad alimentare lo sgradevole senso di lavori “apocrifi”, dal box della Rhino in uscita contenente tutta la restante discografia, NdLYS) con rimasterizzazione dai masters originali e libretto con testi (ai tempi anche quelli tenuti fuori dall’inutile libro pubblicato nel 2000 dalla Papergraf dove Giancarlo Susanna si prendeva pensiero di inserire le traduzioni delle cover presenti in Sefronia ma non il materiale autoctono, facendo scempio su scempio, NdLYS) fu spietata all’epoca e, se avete letto quel che ho scritto fra parentesi, lo continua ad essere a più di quarant’anni dalla loro uscita.

I critici che incensavano Steely Dan e Joe Cocker non gli perdonarono di aver ceduto ai peccati capitali proprio mentre stava ascendendo al cielo.

Io li riascolto oggi e mi sembrano dei dischi bellissimi. Suonati magistralmente. Cantati con voce inossidabile. Funky. Sensuali. Sfrontati.

Voi continuate pure ad ascoltarli come vi hanno insegnato Scaruffi e Bertoncelli.

A Buckley di certo non interesserà più.

E men che meno a me.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FRANCO BATTIATO – “Clic” (Bla Bla)

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L’ultimo disco su cui Battiato fa sfoggio del suo VCS3 (di cui in Italia fu, assieme a Piero Umiliani, un autentico pioniere) fu “Clic”, ovvero il disco con cui per un breve periodo potemmo orgogliosamente dire agli inglesi che, se loro avevano i Pink Floyd, noi…be’, si, noi avevamo Battiato. Che detto oggi sembra quasi un’eresia o al massimo una barzelletta. Ma che allora, mettendo a confronto un pezzo come Propiedad Prohibida con uno a caso del loro Obscured by Clouds, non suonava affatto come tale.

“Clic” è uno dei più esoterici dischi di Battiato. Il lavoro con cui il musicista siciliano riflette, come colpito da un sonar attivo, l’eco dei suoni lanciati dal suo mentore Stockhausen. Per nulla cedevole al compromesso e, anzi, inorridito e disgustato dalla distratta benevolenza con cui i giovani si lasciano incantare da musiche prive di ogni anelito di caos culturale Battiato elabora un lavoro dal fascino cupo, onirico e permeato da uno spirito errabondo e solitario. Un buco nero che inghiotte il mondo moderno e lo risputa in una dimensione parallela, aliena, spirituale. Disciolto, polverizzato nell’etere universale come lievito madre dentro un impasto di acqua e farina. “Clic”, con le sue autobahn di sintetizzatori, le piazzole di sosta illuminate dai neon, i suoi pianoforti che gocciolano come rubinetti nei bagni degli autogrill, le sue onde radio destinate a perdersi, a sovrapporsi, ad annientarsi l’un l’altra, è la fotografia di un mondo che avrebbe potuto sacrificare alla curiosità l’ultimo suo brandello di imene e che invece non lo ha fatto.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

SPARKS – Kimono My House (Island)  

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Il confine tra genio e demenza ha un margine sottile.

Magari non quanto un capello. Ma quanto la costina di un vinile, questo si.

Quello stesso, effimero margine separa spesso i gruppi di culto dagli artisti di successo, le “one-hit wonders” dalle band destinate a cavalcare la storia. Una schizofrenia che si traduce in una curva cartesiana alquanto bizzarra dove accanto a picchi di vendite clamorose si alternano irreversibili discese verticali tendenti allo zero.

È il caso degli Sparks. Una di quelle band che ha perseverato per interi decenni a stampare dischi, avviare collaborazioni e tentare l’assalto del guinness dei primati (e della nostalgia) riproponendo per intero e in ordine cronologico i loro album in altrettanti spettacoli londinesi in un tour stanziale e stravagante chiamato SPARKS LIVE! SPECTACULAR – 21 ALBUMS IN 21 NIGHTS. In quella scaletta, così come nella loro discografia, a Kimono My House è riservato cronologicamente il terzo posto. Ma all’epoca, siamo nel 1974, i fratelli Mael dovettero lasciare la loro patria per trasferirsi in Inghilterra, pur di tentare la scalata a quel successo che coi primi tentativi era miseramente fallito. In Gran Bretagna invece, la loro miscela kitsch di musica da cabaret e glitter-pop, deflagrò con un singolo rimasto nella storia e l’album che lo conteneva. Un disco senza il quale, narrano le cronache, gente come Alex Kapranos e Morrissey non avrebbero mai pensato di darsi al mondo della musica.

Ma cosa c’era dentro Kimono My House?

C’era tutto quello che ai T. Rex non avremmo mai perdonato e che agli Sparks invece perdonammo, non pretendendo da loro altro che non una messinscena, come dicevo in apertura, a tratti geniale e a tratti demenziale.

Un rock effeminato che guardava al glam sotto una palla stroboscopica, con eccessi di stravaganza sopra le righe e di fregi decorativi rinascimentali che ai tempi solo Zappa e i Queen avevano osato (più tardi lo faranno, in maniera diversa, band come Primus e Faith No More) e che in qualche modo faranno da leva, artistica ma soprattutto visiva ed estetica, all’ala più transgender della disco music che infatti gli Sparks frequenteranno collaborando con un altro “rifugiato” americano come Giorgio Moroder. Un album pieno di paradossi che al rigore formale del rock sostituiva il vezzo da avanspettacolo e che piuttosto che gli assolo di chitarra preferiva esibire le gambe in un can-can. Senza avere neppure la premura di depilarle, per rendere tutto più disgustevole.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FABRIZIO DE ANDRÉ – Canzoni (Produttori Associati)  

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Il settimo disco, Faber si riposò.

L’infelice storpiatura biblica non piacerebbe a De André. E non piace neppure a me.

Ma rende bene l’idea di quello che accadde dopo la genesi di “Storia di un impiegato” e le critiche che ne accolsero l’arrivo nei negozi di dischi. De André è sfinito e rimugina addirittura di lasciare il mondo della canzone, ritirandosi in un esilio professionale ancora più severo di quello personale che spesso si imponeva. Canzoni nasce, e all’ascolto non tradisce questo progetto, dall’esigenza di risolvere il contratto con la sua etichetta senza dover pagare per il mancato rispetto della clausola che prevede la pubblicazione di un altro disco. Per ottemperare a quello che è più un obbligo che una esigenza, Fabrizio decide di dedicarsi alle riletture di qualche cantautore affine al suo sentire, da Brassens a Cohen fino al recente nuovo amore per Dylan che la frequentazione con De Gregori gli ha appena rivelato.

A queste traduzioni risolte con grande maestria De André affianca alcune delle cose cui sta lavorando, come una tetralogia sull’amore che resterà incompiuta e della quale, in previsione della sua abiura, “brucia” qui i primi capitoli come La canzone dell’amore perduto e Ballata dell’amore cieco. Si tratta insomma, quasi, di un disco di “scarti”. Poco rifinito e privo dei tratti già adulti degli ultimi tre album, Canzoni si riavvicina inaspettatamente ma con cognizione di causa al De André dei primi tre album, quello ancora “prigioniero” delle ballate, della poesia provenzale e delle filastrocche.

Il bombarolo pare aver seppellito i propri ordigni, per tornare a cantarci di un mondo che viaggia, con le sue illusioni e le sue piccole truffe, in asincrono rispetto al quadrante del tempo che le ospitano.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED – Sally Can’t Dance (RCA)  

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Ci sono i fiati. Come un disco/Disco.

Ma Sally non balla.

E ci sono capelli ossigenati, coriste scosciate e pavimenti a scacchiera che si illuminano più forte quando il basso spinge, meno quando a picchiettare è il piano, di nuovo più forte quando qualche schitarrata glam sembra venuta a spargere sangue sulla pista.

Ma Sally non balla.

Sally non può ballare.

Sally, chiusa nel bagagliaio di un’auto, non può più ballare.

Dentro quelle discoteche, quei club dove si va per affogare la noia di un sabato sera, ballano i suoi aguzzini. Lei, li attende in auto.

Tutte le contraddizioni di una città come New York stridono dentro Sally Can’t Dance. Tutte le contraddizioni di Lou Reed, pure.

Lui che ha sempre scelto il lato buio della strada e che, quando si accende qualche flash è costretto a ripararsi dietro degli occhiali scuri, è adesso nudo sotto una pioggia di bagliori colorati, protetto solo da un paio di Ray-Ban™.

Perduto dentro un disco impostogli dall’alto e di cui parlerà sempre di malavoglia e a monosillabi, guardando i suoi intervistatori con uno sguardo di sfida misto a noia.

Costretto a rendersi gradevole, pur di arrivare in cima alle classifiche cercando di aggiustare il mezzo disastro di un disco infetto come Berlin.  

E che, pur di creare disgusto ed orrore, parla di omicidi e di elettroshock. Cercando il suo lato scuro anche in quel fascio di luci, in quell’impasto di sudori e puzza di urina e sesso.

Appeso alla fune della palla a specchi Lou Reed urla come una bertuccia dentro la bolgia del Bottom Line, aspettando che il mondo smetta di ballare e si ricordi di Sally, là fuori, nel parcheggio, chiusa dentro un’auto con le luci spente.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BACHMAN-TURNER OVERDRIVE – Not Fragile / Four Wheel Drive (Lemon)

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Mi piacciono i gruppazzi di hard-rock cafone e tamarro.

Più sono bistrattati dalla critica “che conta” e più mi piacciono.

Roba tipo Grand Funk Railroad, Black Oak Arkansas, James Gang, Mountain, Bachman-Turner Overdrive.

Dovessi trovarmi ad affiancare con la mia auto quella di un giornalista colto qualsiasi, alzerei il volume a palla, per sfregio.

Volumi altissimi, chitarre brandite come le nerchie su cumbang.com, batterie pesanti come mandrie di bufali, testi sempliciotti e tanta energia, come dentro i dischi di Randy Bachman e compagni. 

Tutto in un liofilizzato di heavy-blues, southern rock e pacchianate assortite per addolcire la merenda e renderla vendibile nei motel dell’highway americana vicino al banco degli hamburger e alla vetrina delle muffin al cioccolato.

Robaccia grassa e unta d’olio in spregio alla vita sana.

Le cose migliori, quelle che assaltarono le classifiche in virtù di un rock lardoso ma digeribile, sono quelle che la BTO racchiuse su Not Fragile e Four Wheel Drive: muscolose banalità AOR come Roll On Down the Highway, You Ain‘t Seen Nothing Yet, Sledgehammer, Hey You, Four Wheel Drive, Don’t Let the Blues Get You Down puzzano di sudore e grasso-motore.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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