FRANCESCO DE GREGORI – Rimmel (RCA)  

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Gli autoriduttori e i contestatori degli anni Settanta avevano un setaccio.

Un crivello stretto col quale si arrogavano il compito di filtrare ciò che era culturalmente buono da ciò che non lo era analizzando ogni opera creativa secondo dei parametri che non prevedevano una critica oggettiva e funzionale ad un criterio artistico ma che ne esaminava solo il “messaggio” di cui si faceva portavoce e la coerenza dell’artista con quel messaggio. Era qualcosa che, in termini di arroganza e ferocia, aveva più a che fare con il fascismo e la censura bigotta centrista che con le argomentazioni progressiste di sinistra. Ma allora, nel fervore di quegli anni, nessuno se ne rese conto. E la gogna tornò di moda. E la ghigliottina sostituì la sua lama inclinata con un profilo curvo di falce, prima di tornare in scena in un tripudio di cori e pugni alzati al cielo.

Era cominciata un’altra caccia alle streghe. E, fra tutte le streghe, quella di Rimmel fu una delle più perseguitate. Perché, fra tutte le streghe, era quella che parlava una lingua oscura e impenetrabile, per quei setacci così attenti eppure così inadeguati.

Un disco dove tutto quel che aveva un nome, aveva un nome taciuto. E ogni protagonista si prodigava in arti “provvisorie” che nulla avevano a che fare con la militanza che gli anni imponevano. Zingari che leggono le carte, fachiri che camminano su cocci di vetro, banditi con le colt caricate a salve, spettatori che applaudono senza capire neppure chi siano gli attori che stanno recitando (il geniale applauso che scandisce la storia incomprensibile di Pablo), pianisti mestieranti e dittatori senza cuore che scrivono poesie appassionate. 

Un disco che si apre con la storia di una disfatta amorosa. Una storia d’amore dove tutto è un trucco. E che, con un lampo di genio poetico, De Gregori ci racconta rendendoci complici di un ritardo colpevole quanto enigmatico. Siamo all’inizio di un racconto che è già l’epilogo del racconto stesso, che infatti era cominciato un anno prima su quell’altra perla intitolata Bene, in cui la parola amore non era ancora stata recisa.

Non una canzone d’amore, nonostante sia una delle più belle canzoni d’amore, ma una canzone sulle ombre che l’amore proietta. E che dell’amore hanno la forma ma non la sostanza.

Una piccola perla regalata ai porci. Posta in cima a una tiara tempestata di altri piccole pietre preziose del cantautorato italiano.

Rimmel consegna definitivamente De Gregori alla storia della canzone italiana regalandogli il podio della classifica e, allo stesso tempo, porta a pieno compimento quella trasfigurazione da semplice cantautore a perfetto capro espiatorio preannunciata l’anno precedente sulla copertina del disco omonimo. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ULTIMA SPIAGGIA – Il disco dell’angoscia (Ultima Spiaggia)  

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Uno dei dischi più inafferrabili (non solo in senso artistico: provate ad afferrarne una copia, visto che non è mai stato ristampato in alcun formato, NdLYS) degli anni Settanta italiani porta la firma di Ricky Gianco, il baffuto agitatore Lodigiano che era stato tra i primi a sdoganare il rock ‘n roll nella nostra bella penisola e a tradurre nella nostra ridente lingua i testi dei Beatles. E che attraverserà gli anni Settanta lanciando una nuova genie di cantautori (da Enzo Jannacci a Gianfranco Manfredi), dando rifugio al Canzoniere del Lazio appena “ripudiato” da I Dischi del Sole, e mettendo in piedi un paio di etichette discografiche sotto i cui marchi stampa bizzarrie per tutti i gusti e tutte le età.

Tra questi Il disco dell’angoscia è uno dei più stravaganti. E non solo nella sua discografia. Un disco stilisticamente paradossale e che nel suo paradosso finisce per essere uno dei lavori della stagione “prog” che ha meglio superato la prova del tempo. Proprio perché alla fine, di prog, Il disco dell’angoscia finiva per averne poco. È piuttosto una giostra musicale dove finiscono per vivere fianco a fianco musiche di ogni tipo, dalla romanza al rock ‘n roll, dalla samba brasiliana (probabilmente “consigliata” da Ivan Cattaneo, coinvolto assieme a Tullio De Piscopo, Manfredi, Ellade Bandini, Hugo Heredia e Nanni Ricordi nel progetto) alla pop-music artificiosa tipica di quegli anni, dal funky al free-jazz, interrotte (ma in realtà unite, per dare senso al tema “concettuale” del disco basato sull’incidente stradale che coinvolge il protagonista) da voci trattate, canti gregoriani, sussurri, cori da stadio, rumori di pneumatici e ferraglia.

Un disco incredibilmente vitale e ingiustamente dimenticato da noi italiani vittime da sempre di Alzheimer precoce.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

COUNT BISHOPS – Speedball plus 11 (Chiswick)  

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Il famoso SW1.

Ovvero il Penny Black della musica indipendente britannica.

La nascita dei Count Bishops e della Chiswick è contestuale ed è databile nell’estate del 1975 quando, dalle ceneri dei Chrome londinesi e dopo aver reclutato un paio di nuovi musicisti attraverso un annuncio sul Melody Maker, Mike Spenser e Zenon Hierowski danno fuoco alle polveri pub-rock della vecchia band dentro i serbatoi dei Count Bishops. A portarli in studio per registrare una dozzina di cover è Roger Armstrong, che decide di pubblicare i pezzi che possono starci dentro un sette pollici tenendo da parte gli altri e mette in piedi a tal proposito un’etichetta da cui da lì ad un paio d’anni si troveranno a transitare band come Damned e Motörhead. Speedball esce il 28 Novembre di quell’anno, “distribuito” e venduto nel cofano della Peugeot del socio di Armstrong, fino ad esaurimento delle mille copie. Dentro ci sono quattro cover rock ‘n roll asciutte come non si sentiva dai tempi dei Downliners Sect di cui i Bishops si legittimano da subito come gli eredi perfetti.

Gli “scarti” di quelle sedute vengono ora finalmente pubblicati in coda a quel fantastico singolo e a due documenti dell’unica registrazione in studio dei Chrome fra cui una cover di quella I Want Candy che qualche anno dopo, con Mike Spenser ormai sceso dall’auto per dare vita ai Cannibals, porterà al gruppo inglese una discreta visibilità in madre patria. Il resto del mondo continuerà invece ad ignorare una delle meraviglie del pre-punk inglese, una di quelle che con arroganza e spregiudicatezza teppista si permetterà di sfrondare i rami dell’intricata foresta prog per riportare l’orto botanico inglese all’incontaminata essenzialità dei primi anni Sessanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DR. FEELGOOD – Malpractice (United Artists)  

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Nel 1975 i Dr. Feelgood sono la perfetta cartolina del quartiere da dove provengono. Un’autentica tanica di petrolio, come quelle delle raffinerie che tagliano la skyline di Canvey. Un serbatoio di benzina pronto ad esplodere.

Un ventre fertile dove il seme del rock ‘n roll, dell’R&B e del beat più intransigente può fecondare a ritmi incessanti. Tanto che a soli nove mesi dal disco d’esordio, sono già al secondo parto. Malpractice rinnova tenacemente il sogno di Wilko Johnson di perpetuare il ricordo di Johnny Kidd and The Pirates (spingendo, forse indirettamente ma forse neppure tanto, gli stessi Pirates alla reunion celebrata proprio dopo pochi mesi dall’uscita di questo album, NdLYS) tanto da sistemare in apertura una versione della I Can Tell di Bo Diddley perfettamente sovrapponibile a quella datane dal gruppo londinese tredici anni prima.

Il Dottor Feelgood asciuga ancora una volta il grasso accumulatosi attorno al rock ‘n roll e lo riporta nella sua forma più asciutta. Come delle bacche di Goji ne scioglie l’accumulo adiposo, riportando in mostra i contorni e le sporgenze delle sue ossa, imprimendo un’accelerazione al pub-rock (proprio con i proventi delle vendite di Malpractice Lee Brilleaux presterà a Jack Riviera i primi 400 pounds necessari per mettere in piedi la Stiff Records, NdLYS).

Un disco necessario per curare le malattie di cui è vittima il rock nella metà degli anni Settanta, portandolo a guarigione completa.   

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro  

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GOBLIN – colonna sonora originale del film Profondo Rosso (Cinevox)  

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Forse non ci credevano neppure loro. E di certo non ci credeva Dario Argento, che a loro era arrivato come ripiego dopo aver ricevuto le pernacchie di gente come Pink Floyd ed Emerson, Lake & Palmer in risposta alla sua educata richiesta di avere delle musiche per quello che sarebbe diventato il “suo” film. E che invece, oltre a diventare il suo, diventò pure quello dei Goblin. Per sempre.

La mezz’ora scarsa di musica che i Goblin impacchettarono dentro gli Ortophonic Recording Studio nel Febbraio del 1975 riarrangiando in parte quanto già scritto dal primo affidatario Giorgio Gaslini e scrivendo di sana pianta una buona metà del materiale, tra cui l’epocale tema del film destinato a diventare l’imprimatur di tutto il lavoro contribuendo ad incollarlo alla memoria collettiva per tutto il secolo a venire, è uno dei più colossali, fantasmagorici lavori di tutta la stagione prog italiana.

Costretti a vivere artisticamente una vita di “serie B” (i fanatici del prog li tratteranno sempre come “semplici” autori di colonne sonore, cosa che peraltro continueranno a fare egregiamente per altri quindici anni, come degli Umiliani o Piccioni qualsiasi) e ad essere relegati ai margini di qualsiasi enciclopedia sul fenomeno prog-rock, i Goblin qualche bella soddisfazione artistica (i Van der Graaf Generator come gruppo spalla fecero mordere le mani dall’invidia a molti nomi altisonanti, in Italia e anche all’estero) ed economica se la presero, alimentando un culto che non accenna a spegnersi e che ancora oggi fa ombra su nomi all’epoca più rispettati. Profondo Rosso, con quell’inquietante giro di moog e quell’esplosione di organo a canne (il primo realizzato con un presettaggio del sintetizzatore, le seconde con l’ausilio di qualche buon amico borgataro, NdLYS) è diventato forse più ancora di quella Tubular Bells scelta per L’esorcista a cui si ispirava con ostentata fierezza il “classicone” da musica horror. Ma la spericolata fusion di Death Dies, le flatulenze Soft Machine di Wild Session e il Crimsoniano intreccio jazz tenuto assieme dall’incredibile basso di Fabio Pignatelli di Deep Shadows sono esempi di un virtuosismo e una capacità evocativa che ha del prodigioso, risparmiandoci buffe e paradossali avventure in mondi fatati promossi dalle agenzie di viaggio del progressive e trascinandoci nell’incubo, fino a vederci annegare nelle nostre stesse angosce.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BATTIATO – Sulle corde di Aries (Bla Bla)  

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Sulle corde di Aries segna l’ennesima rinascita (guarda caso, la costellazione dell’Ariete cui allude il titolo e sotto la cui luce diafana era nato il musicista catanese quasi trent’anni prima astrologicamente sta a simboleggiare proprio il rinnovarsi della vita dopo i letarghi invernali) di Battiato dopo la fase causticamente sperimentale dei primi due album. Una rinascita che ha del prodigioso. Sulle corde di Aries è il disco-crisalide del Battiato anni Settanta, un immenso vivaio di cristallo  dove i boccioli elettronici di Fetus e Pollution giungono alla compiuta fioritura.

Gli studi sulle modulazioni vocali, sulle spazializzazioni musicali operate da Cage e Stockhausen, sulla musica etnica e sul minimalismo colto di Philip Glass e Steve Reich in cui Battiato si immerge negli ultimi giorni di permanenza nella capitale lombarda mutano efficacemente lo scenario avanguardista un po’ naif dei due album precedenti in un disco strabiliante, caleidoscopico, fatato sviluppato su quattro movimenti che vanno dai cinque minuti di Aria di rivoluzione in cui nascono ufficialmente i C.S.I. ai quasi diciassette che occupano l’intera prima facciata sotto il lapalissiano titolo di Sequenze e frequenze. L’elettronica, rinunciando in parte al  rigore snob dei lavori precedenti, diventa una foresta di orb luminescenti dentro cui fluttuano percussioni arabe, sassofoni jazz, clarinetti e violoncelli saltati fuori dalla finestra socchiusa di una piccola orchestra da camera da cui passano spifferi di calda aria mediterranea che trasportano la polvere dei ricordi.  

Il piccolo mondo antico si trasforma in una sacca schiumosa di mercurio fuso.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ENO – Another Green World (Island)  

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Nel 1975 fa la comparsa sul mercato un cofanetto contenente un mazzo di carte firmate personalmente da Brian Eno e da Peter Schmidt. Su ogni carta, c’è una frase per un totale di 113, queste:

 

Sempre dei primi passi.
Una linea ha due estremi.
Il minimo comune denominatore.
Respira più profondamente.
Non è che una questione di lavoro.
A cosa stai veramente pensando in questo istante ?
Cascate.
La cosa più importante è quella più facilmente dimenticata.
Vi sono delle selezioni ? Considera delle transizioni.
Decora, decora.
Rivalorizzazione (una piacevole sensazione).
Riunisci alcuni elementi in un gruppo e opera sul gruppo.
China il capo.
Bisogna cambiare le parole ?
Metti in ordine.
Indietro.
Qual’è la realtà della situazione ?
Corto circuito (prendi una scorciatoia).
Diminuisci, continua.
Accentua le ripetizioni.
Torna sui tuoi passi.
Esamina attentamente i dettagli più imbarazzanti e amplificali.
Valorizza uno spazio vergine collocandolo entro una cornice raffinata.
Il nastro è la musica.
Riempi ogni spazio.
Sottrai gli elementi in ordine di irrilevanza apparente.
Non devi vergognarti di utilizzare le tue idee.
Cambia il ruolo degli strumenti.
Scarta un assioma.
Non cambiare nulla e continua con una consistenza immacolata.
Utilizza personale non qualificato.
Accentua i difetti.
Elimina le ambiguità e sostituiscile con delle specificità.
Fa’ una lista esauriente di tutto ciò che potresti fare ed esegui l’ultima cosa che vi si trova.
È finito ?
L’acqua.
Intenzioni: Nobiltà? Umiltà? Credibilità?
Continua.
Sii più spesso meno critico.
Allontanati dal desiderio.
Il principio dell’inconsistenza.
Consulta altre fonti: promettenti / non promettenti.
Quando la ricerca avrà progredito, qualche cosa si troverà.
Entra nel regno dell’impossibile.
…(carta bianca).
Non lasciarti intimorire dalle cose solo perché sono facili a farsi.
Incremento.
…(altra carta bianca).
Analizza dei mucchi.
Considera più modi di connettere.
Compi un’azione improvvisa, distruttiva e imprevedibile: incorpora.
Fa’ qualcosa di noioso.
Ricorda quelle dolci serate.
Sei un ingegnere.
Immagina quel che fai come una serie di eventi irrelati.
Autoindulgenza disciplinata.
Echi fantasmatici.
Onora il tuo errore come un’intenzione nascosta.
Ascolta la dolce voce.
Non infrangete il silenzio.
Non accentuare una cosa più di un’altra.
Sottrazione semplice.
Osserva l’ordine in cui fai le cose.
Macchinario organico.
Distruggi: nulla / la cosa più importante.
Meccanizza qualcosa d’idiosincratico.
Di che cosa sono sezioni le sezioni ? Immagina un bruco in movimento.
Distorsione temporale.
Bambini che parlano / che cantano.
Accetta i consigli.
Non si tratta di costruire un muro, ma di fare un mattone.
Utilizza dei filtri.
Ricorri a una vecchia idea.
Fra il nulla e qualcosa di più.
Lavora con un ritmo differente.
Sii sporco.
Non avere paura di sfoggiare il tuo talento.
Come l’avresti fatto ?
Abbatti il tuo gioco.
Da libero sfogo al tuo peggiore impulso.
Godimento idiota (?).
È veramente possibile (dopotutto).
Domanda agli altri di lavorare contro la loro migliore
opinione.
Cerca di enunciare il problema nel modo più chiaro possibile.
Abbandona gli strumenti normali.
Che errori hai commesso la volta scorsa ?
Non puoi guadagnare che un punto alla volta.
I bordi: fanne lentamente il giro.
Interroga il tuo corpo.
Umanizza qualcosa sprovvista d’errori.
Concediti un solo sollievo.
Gradazioni infinitesimali.
Nell’oscurità totale, o in una grande camera, molto
dolcemente.
Abbi fiducia nel tuo “io” attuale.
Scopri le ricette di cui ti servi e abbandonale.
C’è bisogno di buchi ?
Definisci un territorio “sicuro” e servitene come un’àncora.
Pensa alla radio.
Esci. Chiudi la porta.
Solo una parte, non il tutto.
Verso l’insignificante.
Fermati un attimo.
Impiega un colore inaccettabile.
Perduto in un territorio inutile.
Recidi un legame vitale.
Sii stravagante.
Ponti: da costruire / da tagliare.
Accentua le differenze.
L’intonazione è corretta ?
Cosa non faresti ?
Qualcuno ne vorrebbe ?
Considera l’approccio eroico.
Non fare niente il più a lungo possibile.
Cosa farebbe il tuo migliore amico ?
Manca qualcosa ?
Utilizza meno note.
Non lasciarti intimorire dai clichés.
Resisti (in apparenza) al cambiamento.
Coraggio !
Vai fino a un estremo, ritorna verso una maggiore comodità.
Un solo elemento per ogni specie.
Equilibra i principi di consistenza e d’inconsistenza.
La ripetizione è una forma di cambiamento.
Scoprimi le specificità e sostituiscile con delle ambiguità.

 

Sono le misconosciute “Strategie Oblique” che Brian Eno userà come base concettuale per alcune sue produzioni (verranno usate spesso per le produzioni di Bowie, dalla trilogia berlinese fino a 1.Outside, così come per la produzione di Viva la Vida dei Coldplay). Frasi criptiche e a volte apparentemente disconnesse dal contesto che hanno lo scopo di sviluppare una coscienza cognitiva laterale. Ovvero: affrontare un apparente ostacolo nella maniera forse meno diretta e istintiva ma spesso più efficace. Una sorta di oracolo che Brian Eno decide di applicare punto per punto durante le registrazioni del suo terzo lavoro solista e che altri faticheranno ad interpretare, in quanto spesso dal significato ambiguo ed apparentemente impenetrabile o, viceversa, talmente banali da venire quindi scartate come ovvie.

Rivisitate nel tempo e per anni oggetto di accanito collezionismo, le Strategie Oblique sono oggi una App gratuita che vi renderà la vita più complicata se avete un Iphone o uno smartphone che gira su Android, così da avere la Sibilla sempre in tasca, qualora serva una voce amica che non pregiudichi nessun equilibrio sociale.

Detto del suo progetto creativo, diciamo adesso del suo contenuto musicale: il mondo verde dipinto da Eno è in realtà il corto-circuito artistico fra la sua fase glam e quella ambient e il raccordo temporale con la new-wave sintetica che arriverà alla fine del decennio (Japan, Tuxedomoon, XTC sono già sparsi come corpi mutilati su Sky Saw, In Dark Trees e St. Elmo’s Fire) e le mutazioni kraute dei pionieri tedeschi, sostituendo alla stravaganza il gelo tipico di certa elettronica ancora di là da fiorire.

Una Gaia creata in vitro nella speranza possa saziare la fame irragionevole di chi ha già devastato la terra che gli fu data in dono.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PINK FLOYD – Wish You Were Here (Harvest)  

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Oh..la band è fantastica, sicuro. La penso proprio così. A proposito: chi fra di voi è Pink?

Nessuno alzò la mano.

L’uomo dietro il banco alzò i cursori e una fontana di luci gialle iniziò a zampillare.

Dietro di lui l’uomo con gli occhi simili a due buchi neri si fece più vicino e fece un ghigno. Guardava la foresta dove una volta aveva visto Emily giocare e non riusciva a ricordare altro che rumori di pioggia e chiazze di luce.

Aveva comprato una chitarra per punire sua madre e aveva deciso di suonarla seduto su una stella, aspettando di vedere albeggiare la Luna Rosa. Perché ci fosse abbastanza spazio per far lievitare i sogni fino a farli diventare veri. E poterci giocare come quella volta sul tappeto, quando lo avevano raccolto in una pozzanghera di urine e schizzi di tempera, cercando di placare le sue risa.

Da dietro il vetro i suoi amici suonarono più forte e gli offrirono un sigaro, promettendo che se li avesse aspettati avrebbero giocato di nuovo assieme a squash, raccogliendo il rimbalzo di quelle sfere che con un tonfo sordo si scagliavano contro un muro dal bianco così forte che pensavi avrebbe sanguinato al colpo successivo.   

Lui alzò le sopracciglia glabre e promise di tornare per il banchetto nuziale.

Poi nessuno lo vide più.

La ragazzina con le dita a forma di uncino e l’occhio telescopico non riuscì neppure a fotografarlo, sebbene fosse arrivata lì per quello, per mettere su una bilancia il peso ingombrante dell’assenza.

Fu fatto largo per lasciarlo passare. E poi venne costruita una torre per poterlo raggiungere. E fu suonato il piffero per poterlo incantare. E infine tutti alzarono la testa per vedere la luce rifrangersi e infine spegnersi dentro il diamante.

Emily tornò a prendere le sue cose, proprio prima che chiudessero la porta.  

Perderai la ragione e giocherai.  

Ogni cosa era compiuta, sopra e sotto le stelle.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU REED – Metal Machine Music (RCA)  

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Chissà quanti lo hanno ascoltato per intero.

Forse nessuno, visto che anche Reed ha dichiarato di non averlo mai fatto.

Si sa per certo che dei pochi che si sono avventurati fra i suoi solchi, quasi tutti sono tornati indietro nel negozio di dischi dove era stato comprato, lamentandosi del fatto di aver avuto una copia difettosa, finendo per fare di Metal Machine Music se non un disco di successo, un disco da record.

Metal Machine Music è uno dei tanti dischi con cui Lou Reed decide di farsi odiare.

Lo aveva già fatto in passato e tornerà a farlo in futuro. Ma qui, dentro questi interminabili minuti di rumore assoluto (Metal Machine Music, pur se diviso in quattro psicodrammi praticamente uguali per durata e contenuto, non ha una vera conclusione, visto che il solco finale intrappola la puntina in una spirale senza fine), lo fa con una cattiveria senza eguali.

Lo fa con un disco doppio, perché duplice sia l’inganno.

Lo fa su un’etichetta come la RCA, perché sia un inganno pleateale.

Lo fa mettendo sul retro una posa da rocker, perché sia un inganno consapevole.

È un Lou Reed infinitamente solo, quello che sta sotto la coltre di suono di Metal Machine Music, che diventa davvero il suo primo, unico, disco solista.

Lou Reed lontano dai Velvet, lontano da New York, lontano da ogni altra cosa che non siano i suoi amplificatori, usati per far da specchio alla sua anima da grizzly metropolitano.  

Metal Machine Music, nella sua radicale ed estrema apologia del rumore bianco fa tabula rasa del concetto di canzone, liberando la Bestia che si annidava nel corpo delle prime canzoni dei Velvet Underground, affrancando il rumore dal ricatto di poter essere domato da un qualsiasi costrutto armonico.  

È il riscatto definitivo del feedback ed è anche la sublimazione pop del proprio lato più perverso e masochista. Chiunque, superato lo scoglio del primo ascolto, avverte la necessità di rifugiarsi nuovamente dentro queste spire ha ovviamente una chiara tendenza all’autodistruzione, un’accesissima necessità di straniamento, un bisogno disperato di trovare un’altra dimensione passando attraverso il naufragio in un oceano di perversione cacofonica.

Un bagno elettrico di risoluta, nazista, feroce violenza psicologica, più che sonora.

Quando adesso qualcuno gli chiede cosa ricordi dei trattamenti di elettroshock con cui i suoi genitori volevano ammansire la sua irrequietezza ed arginare i suoi comportamenti ambigui, Lou riesce a fargli sentire sulla pelle quel ronzio che sentiva percorrere i suoi nervi, in quattro sedute da sedici minuti e un secondo ciascuna. Poi, per un tempo infinito.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BOWIE – Young Americans (RCA)  

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Al giro di boa degli anni Settanta, David Bowie inganna il pubblico americano con una perfetta replica dei dischi soul che dilagano su radio e televisioni. Lo fa senza preoccuparsi di perdere il suo accento britannico e infilandoci dentro i Beatles in spirito (la cover di Across the Universe ma pure la citazione dei versi di A Day In the Life che vengono fuori dal barattolo della title-track, lasciati fluttuare al vento come farfalle assieme al sax di David Sanborn e le conga che vibrano sotto le dita di Larry Washington) e in carne ed ossa (quelle di Lennon, ospite del disco). Young Americans, canzone e album, si lasciano sedurre dalla morbosa sensualità della musica nera anticipando di qualche mese l’analoga infatuazione dei Rolling Stones per le forme morbide del soul e quelle ammiccanti della disco-music.

È la prima vera “cotta” di Bowie per il successo, arma insidiosa ben descritta nella Fame cointestata, più per ispirazione trasversale che altro, con John Lennon e alle cui lusinghe però è difficile sottrarsi. E da cui David Bowie non si sottrarrà. E il successo arriva infatti. Immediato. Proprio sull’onda del ritmo funky di Fame, una nemmeno troppo brillante variazione sul tema di Footstompin’ che Bowie ha suonato negli studi della ABC durante un Dick Cavett Show di qualche mese prima. Bowie colonizza gli americani regalando loro nient’altro che la loro stessa musica, spendendo i loro dollari in cocaina, sesso e tabacco. Ziggy era morto per questo, dopotutto. Non è così?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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