THE UNDISPUTED TRUTH – Cosmic Truth / Higher Than High (Kent) 

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A metà degli anni Settanta gli Undisputed Truth diventano una band spaziale.

Terminata la prima parte della carriera con la defezione di Brenda Jo Evans e Billie Rae Calvin Norman Whitfield decide di assemblare una nuova line-up attorno al superstite Joe e far accostare la sua auto alla navicella spaziale dei Funkadelic di George Clinton. Nel 1975 arrivano nei negozi i dischi che certificano l’avvenuto passaggio degli Undisputed Truth dal soul al funk-rock “cosmico”: Cosmic Truth e Higher Than High escono a soli sei mesi di distanza uno dall’altro, con una spolverata di stelle in copertina, molte delle quali restano appiccicate alle tute di questi nuovi astronauti del funk. Pezzi come Spaced Out, Earthquake Shake, Squeeze Me, Tease Me e Lil’ Red Riding Hood sono le scorte di kerosene necessari per mandare in orbita Cosmic Truth. A quel punto, anche a livello di immagine, il gruppo diventa un ibrido afro-spaziale sicuramente kitsch ma di grande impatto nel circuito dei club e delle discoteche. Sottoposti ad un make-up che influenzerà non poco quello dei francesi Rockets e infilati dentro dei parrucconi bianchi, gli Undisputed Truth si lanciano tra le stelle con una cosa come Boogie Bump Boogie dove fischietti da stadio brasiliano ed effetti da telefilm sci-fi esplodono aizzate da un’intera curva di ultras che battono i tamburi: è il momento più funambolico di Higher Than High, il disco pubblicato a Novembre con un nuova squadra di musicisti e che racchiude un altro paio di cose fantastiche come I’m in the Red Zone e Overload, tutte piene di sgambettamenti hard-funk clamorosi.

Colate funk che (ridi)scendono dall’alto come lingue di spirito santo.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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BRIAN ENO – Discreet Music (Obscure)  

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Discreet Music rappresenta un punto di rottura e al contempo un nuovo punto di partenza per l’approccio musicale di Brian Eno.

L’ortodossia aleatoria che aveva ispirato la creazione di Another Green World, viene adesso applicata ad un algoritmo matematico con l’obiettivo di annientare del tutto o quantomeno ridurre al minimo l’intervento umano nell’atto creativo. Non è un fatto del tutto nuovo visto che il primo esperimento, completamente artigianale, era già stato tentato da Mozart nell’Ottocento nel Musikalisches Würfelspiel l’ausilio di due dadi (ne esiste una versione online se volete cimentarvi nel vostro “minuetto casuale” a questo link: http://sunsite.univie.ac.at/Mozart/dice/collaborate.cgi?tables=yes, NdLYS) ma è certamente il primo tentativo di applicazione elettronica e di commercializzazione seriale del risultato battezzato come musica generativa.  

Stilisticamente siamo ai prodromi della musica ambient, affidati a onde sonore (generate da un sequencer della EMS) che si sovrappongono tramite l’uso di nastri in maniera fortuita creando un senso motorio appena percettibile, carezzevole ai sensi e capace di scavare l’io interiore per ristabilire quell’equilibrio rigenerante che sarà poi adottato dalla filosofia new-age, diventando il tormento di Buddha e anche un po’ il nostro.

Una quiete mesmerica e “discreta” (appunto) si propaga dalla lunga suite analogica della prima facciata così come dalle divagazioni sul Canone sinfonico di Johann Pachelbel che occupano la seconda parte dell’album, una dilatazione terapeutica delle frequenze di archi e violini con alterazioni del tempo creata “campionando” manualmente alcune parti del canovaccio musicale del compositore tedesco.

Brian Eno diventa lentamente un medium trascendentale in grado di metterci in comunicazione col nostro strato primordiale assopendo il raziocinio che ne inibisce la percezione sensoriale e il suo godimento extracorporeo, restaurando una forma primigenia di piacere tattile con noi stessi e con la musica, diventata adesso oltre che generativa anche rigenerante.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LUCIO DALLA – Anidride solforosa (RCA)  

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La tecnica dello scat era stato il valore aggiunto del giovane Lucio Dalla, un tratto mutuato dal suo amore per il jazz, per lo swing e il be-bop che dava al suo canto un carattere buffo e burlesco che ben si adattava al suo personaggio e che era un abile via di fuga per scappare dalla sua incapacità di scrivere testi che lo attanaglierà per anni. Proprio questa scarsa abilità lo costringerà a ricorrere nuovamente a Roberto Roversi per dare alle stampe il suo Anidride solforosa. Dentro quel disco Lucio Dalla e Roberto Roversi decidono che le sillabe informi dello scat possono evolversi da semplice esercizio di balbuzie tribale in punte di freccia portatrici di un messaggio sociale/politico/economico, secondo lo schema scelto per il nuovo disco. È così che nasce La borsa valori: aprendo una pagina de Il Sole 24 Ore e scorrendo le quotazioni dei titoli di borsa.    

Anidride solforosa affonda i piedi nella cronaca internazionale e nella storia d’Italia. Li affonda talmente pesantemente che i due autori verranno ripetutamente convocati dalla Digos e dall’Interpol per i particolari citati su Carmen Colon, inquietante traccia descrittiva dell’assassinio dell’omonima ragazzina uccisa dall’Alphabet Killer a Churchville nel 1971 così come verranno aggiunti alla lista dei possibili sovversivi in virtù dei pericolosi “incroci” storici descritti su Le parole incrociate.

Siamo dunque all’apice del Lucio Dalla impegnato e politicamente schierato, anche se la sua ombra si muove sotto quella del mantello si alta sartoria anarco-radicale di Roversi, musicalmente ancora invischiato con le verbosità del progressive che tendono a soffocare l’individualismo che emergerà una volta recisi i fili con l’amico poeta e con la pesante zavorra musicale che ne affanna il respiro.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

YU KUNG – Pietre della mia gente (L’Orchestra)  

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A raccontare agli studenti di come Yu Kung avesse spostato le montagne ci avevano già pensato gli Stormy Six, presentando nei raduni dei Movimento Studentesco Milanese una canzone intitolata appunto Come Yu Kung rimosse le montagne. Da quello stesso Movimento, da quella stessa ideologia prende vita il progetto Yu Kung, una delle formazioni cancellate dalla storia della musica italiana in quanto fortemente antagonista e pesantemente sbilanciata verso quell’estrema Sinistra che per i democristiani puzzava di terrorismo brigatista.

Sarà proprio sotto l’egida dell’etichetta fondata da Franco Fabbri e dagli Stormy Six che gli Yu Kung avranno la possibilità di incidere un paio di album che sono dei capolavori assoluti della canzone militante e di protesta, quella che parla della storia taciuta, dei lavori sottopagati, degli emigranti, dei Pinelli appesi agli abeti di un Natale milanese più freddo di tanti altri.

Luoghi della memoria, allora ancora vividissima.

Luoghi della coscienza di classe che picchia sulle pareti di canzoni come Piazza Fontana, Il popolo è forte, Mineros.

Di quella stagione Marco Ferradini conserverà in ricordo una sciarpa rossa-rossa, mentre elaborerà altri più comodi e fortunati “teoremi”.

Musica da parata, musica da corteo, musica gloriosamente antifascista.

Musica per minatori, per contadini, per operai e per emigranti.

Musica per gente che vive tra le pietre e che pur di difendere un suo diritto, quelle pietre è disposto a lanciarle.

Come l’eroe del Liezi, il “vecchio pazzo” che spianò le montagne Taihang e Wangwu a colpi di zappa. Con un’ostinazione e una disciplina così forti e tenaci da muovere a compassione Dio. Lasciando agli uomini una pianura così vasta che non può essere coperta da occhio umano.       

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ACϟDC – High Voltage (Albert Productions)  

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L’inizio si chiamava Marcus Hook Roll Band, una estemporanea formazione che vedeva George Young assieme ai due fratelli che lo avevano seguito dalla Scozia fin nella lontana Australia. Il grande sogno pop della sua band, gli Easybeats, si era frantumato senza riuscire a festeggiare degnamente quel sabato di cui la Friday on My Mind era preludio. Il ripiego sui fratelli Malcolm e Angus, cresciuti a pane e blues, era sembrata la soluzione migliore per accostare la sua scrittura, fortissimamente melodica, al nuovo blues elettrico che qualcuno chiamava già hard-rock.

Assieme avrebbero inciso un disco bellissimo ma di scarso successo.

Poi, le strade sarebbero rimaste unite ma sotto altro nome. George, frustrato dall’insuccesso della sua nuova band, decise che non ci avrebbe messo più la faccia. Ma quell’energia non andava sprecata in alcun modo.

Avrebbero infilato i fili dentro un trasformatore d’alta tensione e avrebbero incendiato tutta l’Australia. Tutto il mondo, se ce ne fosse stata occasione.

Gli ACϟDC del primo album avrebbero replicato in pratica la formula di quel disco riverberando l’eco di pezzi come Goodbye Jane, Red Revolution, Quick Reaction, Shot in the Head sul loro album di esordio. George dava una mano col basso e con la produzione, visto che assieme al fido compare Harry Vanda avevano messo su un affidabile team di produzione presso la locale Albert Productions. Dentro quegli studi prende forma High Voltage, l’ancora acerbo debutto degli ACϟDC. Per entrare avevano dovuto sfondare le porte con una versione super-amplificata di Baby Please Don’t Go. Poi, avevano scaraventato negli amplificatori i loro boogie elettrici e gommosi che non erano altro che una eterna e frastornante dedica di amore a donne con gli attributi, tenuta assieme da riff elementari figli diretti del blues di Chicago e del minimalismo rock ‘n roll di Chuck Berry, del quale Angus cerca di apprendere ogni movimento delle dita e dei piedi, finendo per farsi crescere le zampe da pennuto proprio come lui. Un disco in cui i grandi carnivori dell’hard-rock australiano mostrano ancora i loro denti da latte, prima di innescare i fili di quella cabina elettrica dentro un deposito di T.N.T., pronti a sconquassare il pianeta.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JANNACCI – Quelli che… (Ultima Spiaggia)  

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Dire le cose con ironia, sempre. Per far ridere lacrime amare.

Una prerogativa di Jannacci, da sempre.

Analizzare la società italiana, fotografarne i personaggi e realizzare con loro una inesauribile carrellata di macchiette grottesche vessate da emarginazione, pregiudizi, indifferenza umana e disinteresse divino oppure borghesemente appollaiate a cacare sulle teste degli altri. Jannacci si conferma, a metà anni Settanta, il vero interprete del neo-realismo italiano. Il disco che gliene dà occasione si intitola Quelli che… ed è l’album che, dopo tre anni di vuoto discografico e la fine del contratto con la RCA, inaugura il catalogo della nuova, strampalata etichetta di Nanni Ricordi. Canzoni ed intermezzi recitati si alternano in una delle scalette più belle della musica italiana, toccando temi dal fortissimo impatto sociale (la malasanità, la disoccupazione, la vita nelle galere, nelle strade e nelle fabbriche, la ricerca di evasione a tutti i costi o di conforto religioso, il potere conformista dei mass-media e quello devastante della guerra).

Jannacci ci fa sganasciare dalle risate (la geniale lista di Quelli che…, work in progress aggiornabile ad ogni epoca e a differenti contesti, è ancora oggi una delle trovate più esilaranti del canzoniere italiano, NdLYS) ma ci obbliga sempre ad un pensiero, ad una riflessione, ad una considerazione, ad uno schieramento morale. La band messa su per l’occasione (Tullio De Piscopo, Gigi Cappellotto, Pino Sacchetti, Sergio Farina, Bruno De Filippi) è di quelle che non fa sconti, mettendo al servizio dell’artista meneghino un suono pastoso che si sposta con agilità maestosa dal samba al blues dallo swing al funk al jazz elettrico ma è come sempre il gigante Jannacci a farla da padrona, funambolo equilibrista capace di scivolare lungo le pertiche dei generi. Quelli che…, Il bonzo, El marognero, 9 di sera, Vincenzina e la fabbrica, Il monumento sono canzoni dissacranti che demistificano l’uomo moderno, perso dentro un labirinto senza vie d’uscita. Un incrocio perfetto tra Cochi e Renato e Giorgio Gaber, tutti seduti spesso e volentieri al tavolo di Jannacci.

Morire come dei bonzi nella Milano degli aperitivi, all’ombra dei grattacieli o ai margini dei Navigli. Con un solco lungo il viso.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ANDREW MATHESON & THE BRATS – Grown Up Wrong (Mercury)

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Nonostante l’ignobile playback, l’apparizione delle New York Dolls all’Old Grey Whistle Test scosse un bel po’ di anime giovani e ribelli nell’Inghilterra del 1973.

Sembrava chiaro però che la band di David Johansen e Johnny Thunders non sarebbe tornata in tempi brevissimi. Cosicché gli inglesi pensarono bene di costruirseli in casa. La band era in realtà nata un po’ prima, con il nome di The Queen presto abbandonato per fare spazio ad una “Regina” ben più famosa (ma non prima, pare, di aver mollato un destro sul muso di Freddie Mercury), ma fu proprio dopo l’impatto con la band newyorkese che il suono e il look deviano verso quel rock ‘n’ roll sporco e stradaiolo di cui le Bambole si facevano discusse e scandalose portavoce. Gli Hollywood Brats diventano dunque la perfetta controfigura inglese delle New York Dolls, un preservativo usato pieno di sperma rock and roll. Robaccia talmente logora e marcia che, nei primi anni Settanta, a nessuno interessa mettere su disco, tanto che il loro album uscirà sul mercato internazionale e locale solo dopo che dell’uragano punk che in qualche modo avevano contribuito a mettere in moto non era rimasta che qualche folata di vento. Sempre più di destra, peraltro.

Brady, il “ragazzo prodigio” del gruppo conosce Andrew Matheson rispondendo ad un annuncio del Melody Maker in cui si cerca un chitarrista alcolista e fanatico di Keith Richards.

Brady, che qualche mese più tardi finirà nei London SS dell’amico Mick Jones (che poi userà in maniera abusiva un paio di pezzi dei Brats per i suoi Boys, NdLYS), è quel chitarrista lì.

L’ingaggio è immediato.

Con loro, per mettere mano ai pezzi che finiranno su un disco uscito quasi in maniera carbonara solo in Norvegia e con il nome della band camuffato, ci sono Casino Steele, Wayne Manor e Lou Sparks. Insieme, mettono su uno spettacolo oltraggioso e volutamente sopra le righe, finendo per venire bannati dai locali di Londra ed essere cacciati dalla casa di Cliff Richard.

Punk quando Sid Vicious sta ancora imparando l’alfabeto, insomma.

Un passo avanti a tanti altri, nonostante la pochezza con cui cercano di mettere in piedi le loro barcollanti e disgustose parodie del rock ‘n’ roll spectoriano.

Un passo con le zeppe.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

FRANCESCO DE GREGORI – Rimmel (RCA)  

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Gli autoriduttori e i contestatori degli anni Settanta avevano un setaccio.

Un crivello stretto col quale si arrogavano il compito di filtrare ciò che era culturalmente buono da ciò che non lo era analizzando ogni opera creativa secondo dei parametri che non prevedevano una critica oggettiva e funzionale ad un criterio artistico ma che ne esaminava solo il “messaggio” di cui si faceva portavoce e la coerenza dell’artista con quel messaggio. Era qualcosa che, in termini di arroganza e ferocia, aveva più a che fare con il fascismo e la censura bigotta centrista che con le argomentazioni progressiste di sinistra. Ma allora, nel fervore di quegli anni, nessuno se ne rese conto. E la gogna tornò di moda. E la ghigliottina sostituì la sua lama inclinata con un profilo curvo di falce, prima di tornare in scena in un tripudio di cori e pugni alzati al cielo.

Era cominciata un’altra caccia alle streghe. E, fra tutte le streghe, quella di Rimmel fu una delle più perseguitate. Perché, fra tutte le streghe, era quella che parlava una lingua oscura e impenetrabile, per quei setacci così attenti eppure così inadeguati.

Un disco dove tutto quel che aveva un nome, aveva un nome taciuto. E ogni protagonista si prodigava in arti “provvisorie” che nulla avevano a che fare con la militanza che gli anni imponevano. Zingari che leggono le carte, fachiri che camminano su cocci di vetro, banditi con le colt caricate a salve, spettatori che applaudono senza capire neppure chi siano gli attori che stanno recitando (il geniale applauso che scandisce la storia incomprensibile di Pablo), pianisti mestieranti e dittatori senza cuore che scrivono poesie appassionate. 

Un disco che si apre con la storia di una disfatta amorosa. Una storia d’amore dove tutto è un trucco. E che, con un lampo di genio poetico, De Gregori ci racconta rendendoci complici di un ritardo colpevole quanto enigmatico. Siamo all’inizio di un racconto che è già l’epilogo del racconto stesso, che infatti era cominciato un anno prima su quell’altra perla intitolata Bene, in cui la parola amore non era ancora stata recisa.

Non una canzone d’amore, nonostante sia una delle più belle canzoni d’amore, ma una canzone sulle ombre che l’amore proietta. E che dell’amore hanno la forma ma non la sostanza.

Una piccola perla regalata ai porci. Posta in cima a una tiara tempestata di altri piccole pietre preziose del cantautorato italiano.

Rimmel consegna definitivamente De Gregori alla storia della canzone italiana regalandogli il podio della classifica e, allo stesso tempo, porta a pieno compimento quella trasfigurazione da semplice cantautore a perfetto capro espiatorio preannunciata l’anno precedente sulla copertina del disco omonimo. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ULTIMA SPIAGGIA – Il disco dell’angoscia (Ultima Spiaggia)  

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Uno dei dischi più inafferrabili (non solo in senso artistico: provate ad afferrarne una copia, visto che non è mai stato ristampato in alcun formato, NdLYS) degli anni Settanta italiani porta la firma di Ricky Gianco, il baffuto agitatore Lodigiano che era stato tra i primi a sdoganare il rock ‘n’ roll nella nostra bella penisola e a tradurre nella nostra ridente lingua i testi dei Beatles. E che attraverserà gli anni Settanta lanciando una nuova genie di cantautori (da Enzo Jannacci a Gianfranco Manfredi), dando rifugio al Canzoniere del Lazio appena “ripudiato” da I Dischi del Sole, e mettendo in piedi un paio di etichette discografiche sotto i cui marchi stampa bizzarrie per tutti i gusti e tutte le età.

Tra questi Il disco dell’angoscia è uno dei più stravaganti. E non solo nella sua discografia. Un disco stilisticamente paradossale e che nel suo paradosso finisce per essere uno dei lavori della stagione “prog” che ha meglio superato la prova del tempo. Proprio perché alla fine, di prog, Il disco dell’angoscia finiva per averne poco. È piuttosto una giostra musicale dove finiscono per vivere fianco a fianco musiche di ogni tipo, dalla romanza al rock ‘n’ roll, dalla samba brasiliana (probabilmente “consigliata” da Ivan Cattaneo, coinvolto assieme a Tullio De Piscopo, Manfredi, Ellade Bandini, Hugo Heredia e Nanni Ricordi nel progetto) alla pop-music artificiosa tipica di quegli anni, dal funky al free-jazz, interrotte (ma in realtà unite, per dare senso al tema “concettuale” del disco basato sull’incidente stradale che coinvolge il protagonista) da voci trattate, canti gregoriani, sussurri, cori da stadio, rumori di pneumatici e ferraglia.

Un disco incredibilmente vitale e ingiustamente dimenticato da noi italiani vittime da sempre di Alzheimer precoce.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

COUNT BISHOPS – Speedball plus 11 (Chiswick)  

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Il famoso SW1.

Ovvero il Penny Black della musica indipendente britannica.

La nascita dei Count Bishops e della Chiswick è contestuale ed è databile nell’estate del 1975 quando, dalle ceneri dei Chrome londinesi e dopo aver reclutato un paio di nuovi musicisti attraverso un annuncio sul Melody Maker, Mike Spenser e Zenon Hierowski danno fuoco alle polveri pub-rock della vecchia band dentro i serbatoi dei Count Bishops. A portarli in studio per registrare una dozzina di cover è Roger Armstrong, che decide di pubblicare i pezzi che possono starci dentro un sette pollici tenendo da parte gli altri e mette in piedi a tal proposito un’etichetta da cui da lì ad un paio d’anni si troveranno a transitare band come Damned e Motörhead. Speedball esce il 28 Novembre di quell’anno, “distribuito” e venduto nel cofano della Peugeot del socio di Armstrong, fino ad esaurimento delle mille copie. Dentro ci sono quattro cover rock ‘n roll asciutte come non si sentiva dai tempi dei Downliners Sect di cui i Bishops si legittimano da subito come gli eredi perfetti.

Gli “scarti” di quelle sedute vengono ora finalmente pubblicati in coda a quel fantastico singolo e a due documenti dell’unica registrazione in studio dei Chrome fra cui una cover di quella I Want Candy che qualche anno dopo, con Mike Spenser ormai sceso dall’auto per dare vita ai Cannibals, porterà al gruppo inglese una discreta visibilità in madre patria. Il resto del mondo continuerà invece ad ignorare una delle meraviglie del pre-punk inglese, una di quelle che con arroganza e spregiudicatezza teppista si permetterà di sfrondare i rami dell’intricata foresta prog per riportare l’orto botanico inglese all’incontaminata essenzialità dei primi anni Sessanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro