AA. VV. – Max’s Kansas City: 1976 & Beyond (Jungle)  

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New York Dolls, Patti Smith, Lou Reed, Blondie, Ramones, Electric Chairs, Iggy Pop, Heartbreakers, Cherry Vanilla & Her Staten Island Band, Wayne County and The Backstreet Boys, The Fast, Pere Ubu, John Collins, Harry Toledo, Television, Talking Heads, August, Fuse, Mong, The Poppees, The Marbles, The Planets, The Miamis, Just Water, Tuff Darts, Day Old Bread, Richard Hell, Lance Lord and The Mumps, Another Pretty Face, Mink DeVille, The Psychotic Frogs: tutti i protagonisti della prima ondata punk newyorkese, quella che faceva tremare i muri del Max’s e accendere i lampeggianti delle pattuglie nel triennio ‘74/’76 viene  snocciolata su Max’s Kansas City 1976, il pezzo di Wayne County che apriva, suonando più loureediana dello stesso Lou Reed, la raccolta-manifesto pensata da Peter Crowley come veicolo di propaganda per lanciare la nuova gestione del famoso locale sulla Park Avenue recentemente acquisita da Laura e Tommy Dean Mills. I protagonisti della raccolta vengono radunati da Peter e dal fotografo Bob Gruen davanti all’ingresso del locale per lo storico scatto che verrà utilizzato per la copertina. La presunta rivalità con il CBGB’s non ne intaccherà mai il mito ne’ tantomeno gli verrà negata la sua importanza fondamentale nella diffusione dell’art-rock che presto verrà “codificato” pur senza averne i presupposti (ogni band aveva un suono che la differenziava dalle altre), come “punk”. Analogamente al locale di Manhattan era il posto dove “le cose accadevano”. Dove ogni artista della città aveva la sua chance di salire su un palco e di diventare una stella della musica. Qui dentro, proprio qui dentro, verranno firmati i primi contratti discografici di gente come Cheap Trick, Aerosmith, Bruce Springsteen. Qui esordiranno pischelli destinati alla gloria come Madonna e Beastie Boys. Da qui, nel 1973, Bob Marley inizierà la sua ascesa fino all’apogeo della musica pop. Qui dentro Sid Vicious si esibirà per l’ultima volta prima di spostare il suo spettacolo delirante al Chelsea Hotel. 

Il Max’s era, inoltre, il quartier generale per Andy Warhol e le New York Dolls, teoreti di tutto l’art-rock newyorkese dei primi anni Settanta che viene qui raccolto per celebrare la ristampa di quello storico album e che la Jungle riassembla oggi quadruplicandone il contenuto chiamando all’adunata gruppi rimasti intrappolati nella ragnatela della storia (VON LMO, i Famous Firebirds di dell’ex Mink DeVille Fast Floyd, gli Offs, i Terrorists, i Knots, i Sea Monster, i Cellmates, i Joy Rider, ecc.) ma anche icone come Iggy Pop, Johny Thunders, Roland Alphonso, Nico, Sid Vicious, New York Dolls, Hollywood Brats mitigando il rammarico per l’assenza della Final Solution dei Pere Ubu.

Il risultato? Un disco abbagliante.

Ancora oggi che molti di quei ragazzacci in posa davanti al Max’s Kansas City viaggiano verso i settant’anni e che al 213 di Park Avenue hanno aggiunto una seconda x e un bancone pieno di piatti precotti. Proprio come lo scaffale dedicato alle novità punk degli ultimi trent’anni.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

PATTI SMITH GROUP – Radio Ethiopia (Arista)  

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Lo squarcio passatista di Horses coi suoi omaggi a Hendrix, Who e Jim Morrison che aveva, paradossalmente, stappato le botti dove fermentava il vino punk newyorkese avvalora con Radio Ethiopia tutti i paradossi artistico-temporali di cui l’arte di Patti Smith era intrisa e che altro non era se non un prolungamento all’infinito del sogno hippy spentosi con le morti dei suoi protagonisti. Il debutto dei Ramones (anch’esso un sogno passatista ma ridotto all’essenziale laddove invece la band della Smith sembrava crogiolarsi nel brodo primordiale e fricchettone delle jam sessions tipiche degli anni Sessanta, NdLYS) sembrava di colpo aver fatto invecchiare la musica del Patti Smith Group e le sue elegie torrenziali di almeno cinque anni.  

Roba in fin dei conti più adatta alle menti astruse di Head Heritage (e infatti finirà per essere recensito lì, tra un Gong e un Soft Machine) che alle pagine di Punk.

Radio Ethiopia è dunque, ancora una volta, più un punto di raccordo che un punto di svolta, con la Smith “costretta” a vestire i panni che erano già stati vestiti da Dylan, dando una connotazione intellettuale e poetica alla nuova aria di rivolta che si respira nell’aria, esattamente come era stato per la stagione beat di dieci anni prima. Poco importa, in quest’ottica, che i toni del disco siano spesso di una solennità così greve (Poppies, Pissing in a River, Distant Fingers) che non la si sarebbe perdonata neppure ai più beceri gruppi della west-coast psichedelica o che la title-track sia la figlia del figlio del monster magnet di zappiana memoria.

Quello che conta(va), altro paradosso, era veicolare un messaggio che “sembrava” parlare di rivoluzione. Non era neppure fondamentale capirle fino in fondo, quelle parole. Bastava lasciarle decantare nell’ambiguità e sedersi a dibatterne attorno a un fuoco. Che fosse il fuoco del punk, era del tutto accidentale.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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EUGENIO FINARDI – Sugo® (Cramps)  

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Nell’Ottobre del 1975, sull’onda emotiva suscitata dalle trasmissioni clandestine di Radio Milano International (quella che poi sarebbe diventata Radio 101 ma che all’epoca era ancora una radio pirata costretta ad avere un vascello mobile per sfuggire al muso delle Pantere), nasce nel capoluogo lombardo (più precisamente nella soffitta di Mario Luzzatto Fegiz) Radio Milano Centrale. Nella cooperativa che aveva scelto di far esplodere l’etere della capitale del Nord a suon di musica e di bollettini sindacali (che sovvenzionavano l’emittente) e “strisce” radiofoniche dedicate alle donne e agli universitari e che si è scelta nientemeno che Volo Magico n.1 come sigla di rappresentanza, c’è un giovane ventitreenne appassionato di rock e di jazz. 

Il suo nome è Eugenio Finardi e, dopo un esordio in lingua inglese (che all’epoca lui è tra i pochi a saper accentare in maniera corretta), è stato intercettato da Gianni Sassi per cercare, insieme, di elaborare una forma di cantautorato italiano che si liberi dagli stereotipi di riferimento (in quegli anni Bob Dylan e in maniera minore Leonard Cohen per i cantautori “impegnati”, la scuola francese per l’ala più romantico/esistenzialista) per raccordarsi con i pruriti rock americani. A Finardi Gianni Sassi affianca il meglio dei musicisti con cui è in contatto: Franco Battiato e Claudio Rocchi sul primo album, il batterista Walter Calloni, il bassista caraibico Hugh Bullen, Lucio Fabbri, Alberto Camerini, metà degli Area.

Sono il sistema planetario che crea le orbite di Sugo®, uno dei più bei dischi italiani degli anni Settanta.

E che comincia con una delle più belle canzoni italiane degli anni Settanta.

E anche degli anni Ottanta.

E di quelli a seguire.   

Si intitola Musica Ribelle ed è fragorosa ed elastica allo stesso tempo. Poche canzoni rock riescono ad essere le due cose insieme. Ma Musica Ribelle si.

Ha una batteria impetuosa, simile a quella di Immigrant Song dei Led Zeppelin, ma è meno imperturbabile, come se quel treno ritmico, aizzato dal basso, si lasciasse permeare dall’energia della voce e dall’urgenza del messaggio che vuole trasmettere. Diventando una cosa sola. Tanto che vengono registrare a volume identico, perché una non faccia l’ombra all’altra. E in questo treno di tamburi, piatti e parole in sedicesimi arrivano il violino di Lucio Fabbri, un mandolino che “apre” i finestrini del treno lungo il refrain e piccoli trucchi del mestiere (il synth che imita il suono della zampogna, il calcio che fa vibrare la molla del reverbero dell’amplificatore per simulare il suono dei “cavalieri cosmici” tedeschi, una delle tante “menate” che Finardi invita a mollare per scendere in piazza e pretendere i propri diritti) che la rendono quella gran cosa che è. Con un avvio così, anche un disco di serie C arriverebbe a una qualche cazzo di stazione. Figurarsi un disco di serie A come Sugo® dove anche un jingle come La Radio rischia, negli anni dove il disimpegno è guardato come la peste, una canzone di protesta o dove un esercizio di virtuosismo para-jazz come Quasar ha in sé qualcosa che lo rende attrattivo, familiare, rassicurante. O dove un pezzo come La C.I.A., oltre ad aprire la strada a tutto lo spaghetti-reggae che dilagherà di lì a poco (E la luna bussò, Voglio andare al mare, Nuntereggaepiù, Limonate e zanzare e via dondolando), suona ancora di una freschezza disarmante. O che nasconde una cosa morbida e accogliente come un cuscino di taffetà intitolata Sulla Strada o una bella cavalcata rock come Soldi dentro cui ogni cosa sembra sbuffare e tirare calci pur di non venire chiusa dentro un qualsiasi recinto.

Neppure quello abbastanza ampio del rock.

Figurarsi dentro quello del cantautorato.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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LED ZEPPELIN – Presence (Swan Song)  

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Sul far della primavera del 1976 alle stazioni radio e alle redazioni dei giornali britannici vengono recapitati dei misteriosi pacchi sigillati con dello scotch da imballaggio e un adesivo che avverte sulla fragilità del contenuto e che contiene una apparentemente indecifrabile scritta: “The Object, copyright 1976 Swan Song”.

L’indirizzo del mittente corrisponde al 484 di Kings Road, Londra, il quartier generale dei Led Zeppelin.

Qualcuno porta il pacco in Polizia, qualcuno lo ignora, qualcuno lo guarda con sospetto. Altri, i più coraggiosi e curiosi, lo aprono.

Dentro, avvolto in alcuni strati di cartone imbottito, c’è un misterioso obelisco di gesso dal profilo leggermente spiroidale, color nero opaco.

È una trovata pubblicitaria del gruppo Hypgnosis per avvertire dell’imminente arrivo del nuovo lavoro dei Led Zeppelin. Per segnalarne la “presenza”.

Lo stesso oggetto viene infatti riproposto ripetutamente sulla copertina del disco che arriva nei negozi nell’Aprile di quell’anno, aggiunto su dieci scatti di vita ordinaria e ordinata.

La scelta di usare un ritratto di felice e banale vita domestica per l’immagine di copertina di Presence non è casuale.

Il disco è infatti l’unico registrato da Robert Plant nella semi immobilità di una sedia a causa delle ferite riportate nel brutto incidente d’auto dell’anno precedente con cui ha rischiato di far fuori tutta l’intera famiglia durante una vacanza sull’isola di Rodi.  

Un album che esce a ridosso di un periodo difficilissimo per la band, costretta artisticamente a contrastare il fenomeno punk che li vorrebbe annientare e a rivedere le proprie posizioni sull’occultismo in virtù del lungo elenco di eventi nefasti che si concluderanno con la morte del figlioletto di Robert Plant e di John Bonham. Il disco è una sorta di lavoro speculare ad Houses of the Holy, con impennate notevoli come Achilles Last Stand, il trionfo Pageiano di For Your Life e quello Plantiano nel blues ordinario di Tea For One ma anche alcuni scivoloni nella palude del cattivo gusto come Royal Orleans, Hots On for Nowhere e Candy Stone Rock tra le cose più risibili di tutta la carriera.

L’attesa virile e fallica annunciata dall’obelisco era stata saziata da un amplesso di venticinque minuti.

Il dirigibile comincia pericolosamente a perdere quota e pressione.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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BLONDIE – Blondie (Private Stock)  

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David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop, Joey Ramone, David Johansen, Joan Jett, Andy Warhol, Richard Hell, Sting, Chrissie Hynde, Siouxsie Sioux, Chuck Berry, Lester Bangs. Nessuno va via da New York senza portare come souvenir una foto accanto a Debbie Harry. Perché lei è bellissima e perché Chris Stein, suo compagno pubblico e privato, non gira mai senza una macchina fotografica al collo.

Debbie non è più la coniglietta dai capelli neri che accoglieva gli avventori del Playboy Club sulla 59th Avenue con uno sgambato corpetto rosa e un batuffolo di organza sul sedere tondo e sodo ma una bionda dagli zigomi perlacei e dalle gambe contagiose. 

Può far innamorare chiunque, se solo lo volesse. E in tanti se ne innamorano.
Vederla sul palco del CBGB’s era un po’ come rivedere Nico salire sul palco dell’Exploding Plastic Inevitable esattamente dieci anni prima. Un felino biondo che tiene a bada un piccolo branco di lupi neri che ululano dietro di lei.

Debbie e i Blondie sono la cosa più conforme allo zuccheroso ed elegante pop Spectoriano degli anni Sessanta che possa capitare di ascoltare in giro nella New York accesa dal sacro fuoco punk. Melodie appiccicose e gentili sorrette da un piccolo muro di suono garantito dalle chitarre, da qualche battito di mani e dal sintetizzatore che suona come un organetto Bontempi.
Il punk è dunque solo un pretesto per portare in scena uno spettacolo che non ha in sé nessuna vera rivoluzione se non quella di ripristinare un concetto di pop abbastanza elementare.
Blondie, il disco che li porta dal palco del CBGB’s sugli espositori dei negozi è dunque lavoro altamente commestibile, col suo anacronistico e anche banale miscuglio di coretti doo-wop, echi surf, ballate in stile cheek-to-cheek e semplici girotondi beat.
La new wave partorisce il suo primo paradosso.

 

                                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MUSICANOVA – Garofano d’ammore / Brigante se more / Festa Festa (Lucky Planets)

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Dopo aver “accusato” il fratello Edoardo di essere un “rinnegato” (buon per lui che non immaginava ancora a quali scempi il fratello si sarebbe dedicato in dischi come Ok Italia o Kaiwanna e che il giudizio tutto sommato “gentile” si riferisse alle prime, peraltro dignitosissime prove di Edo, ancora vincolate a un concetto tutto sommato popolare anche se suonato col piglio da folksinger post-Dylaniano, intriso di blues e folk americano quindi lontano dalle nostre radici tradizionali, NdLYS) e aver lanciato il progetto della Nuova Compagnia di Canto Popolare come uno dei più affidabili gruppi di lavoro e studio delle musiche di estrazione popolare (pizzica, taranta, tarantella, fronne, ecc. ecc.) Eugenio Bennato avrebbe dato il via ai MusicaNova, ensamble aperto che, con nomi e comparsate diverse come d’altronde rientrava nei piani programmatici, continua il suo lavoro all’interno del progetto Taranta Power. Ovviamente i tempi dell’ostracismo verso tutto ciò che era contaminazione di cui allora Eugenio era alfiere assieme ai suoi colleghi De Simone o D’Angiò sono un ricordo lontano e la Taranta Power di oggi non fa che affiancarsi, sempre con grande classe, al carrozzone della musica tradizionale “rivisitata” e potenziata, modernizzata da un differente, dinamico, malleabile approccio allo studio di registrazione. E’ grazie alla milanese Lucky Planets se oggi la discografia dei MusicaNova torna nuovamente fruibile a una generazione che probabilmente allora non era ancora nata ma che adesso, trainata dal carrozzone “alternativo” che rivaluta la tradizione popolare collegandola a un discorso più globale di rispetto e riscoperta delle radici, si trova a rimasticare canzoni che sono dei veri e propri inni al riscatto popolare come Brigante se more o Vulesse addeventare nu brigante rivalutate nel corso degli anni da una miriade di gruppi dal respiro popolare (dai Ventu Novu ai Mercanti di Liquore) nonché da una serpentina di buskers che da Trieste a Ragusa affolla e colora le strade con le sue treccine variopinte e spesso mal lavate e i pantaloni verdi militari, teatrino itinerante di piccoli eroi del vivere libero, sparate a zero sulla folla quasi come manifesti di militanza ideologica.

Il pezzo forte della collana è ovviamente il disco delle musiche commissionate al gruppo di Bennato da Anton Giulio Majano per lo sceneggiato (allora si chiamavano così le fiction televisive) L’eredità della Priora.

È la vicenda romanzata del brigantaggio del Sud Italia visto dagli occhi fieri e militanti dei Briganti, una storia di riscatto politico e morale contro i padroni che hanno infestato (e infestano tuttora, sotto altri nomi ma sempre con il principio dello sfruttamento, o delle risorse o della forza lavoro o di qualsiasi altra schifezza si possa strappare al Sud) il Regno delle Due Sicilie, dai Normanni fino ai Savoja ovvero gli avi degli Agnelli che hanno sfruttato e poi defenestrato i lavoratori di Termini Imerese, oltre ai “deportati” alla Mirafiori piemontese).

Il disco, Brigante se more, contiene i pezzi più popolari dell’ensemble, ormai assurti a brani di pubblico dominio, seppure non lo siano nei fatti.

Musicalmente si pesca a piene mani dalla tradizione musicale del Sud, rielaborata in chiave strettamente acustica ma con un impatto devastante per forza evocativa e scelta dei suoni. Garofano d’ammore, che segna di fatto la nascita di MusicaNova è soprattutto un lavoro di ricerca vocale, naturalmente applicata alla musica tradizionale meridionale. I pezzi sono infatti interamente ripescati dal repertorio popolare storico (come le celebri Montanara o la Pizzica Tarantata che tra l’altro rivive perpetuamente nelle esecuzioni “soliste” della De Sio, coinvolta nell’incisione del disco assieme a gente come Toni Esposito e Robert Fix) e riproposti con gioiosa partecipazione emotiva. Festa Festa, altro albo famoso del collettivo che si avvale a quell’epoca (siamo ai primi anni Ottanta) delle tammorre del grande Alfio Antico nonché della produzione di Shel Shapiro (a mio avviso fin troppo lambiccata per un gruppo che faceva comunque leva sull’impatto naturale, quasi sciamanico della propria musica acustica e comunque a risentire adesso, decisamente datato e innaturale) contiene altri piccoli classici del repertorio di Bennato e D’Angiò come la già nota Canzone per Iuzella, Vento del Sud, L’acqua e la rosa. Le tematiche rimangono quelle care al gruppo partenopeo e che sono poi quelle condivise dal popolo del Sud di cui MusicaNova si fa voce: l’amore, l’emigrazione, la miseria, il riscatto morale dei più deboli, la ricerca disperata ma romantica della fortuna. A parte quell’eccesso di iperproduzione di cui vi dicevo, pezzi come Ex Voto o A La Festa si stagliano nel cielo come due dei momenti più alti della musica popolare nazionale di quegli anni. A voi invece non resta che mettervi sotto quel cielo e aspettare che meteoriti come queste vi piovano addosso.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED – Coney Island Baby (RCA)  

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Dopo averla torturata, Lou Reed torna a corteggiare la musica con un album che, nonostante il bianco abbagliante della copertina, sembra prediligere la complicità discreta della penombra.

Uscito lindo e profumato dai liquami di Metal Machine Music, Reed si lascia trasportare da una zattera in un rigenerante bagno lungo la foce dell’Hudson, ad osservare l’isola dei conigli e portare a spasso le sue canzoni, camuffandole come dei trans per avvicinare clienti nuovi. Ecco dunque che Walk on the Wild Side e Sweet Jane diventano una Charley’s Girl percossa come una campana da bestiame, le scudisciate di Lady’s Godiva Operation si trasformano nei calci assassini di Kicks e She’s My Best Friend dei Velvet diventa candidamente She’s My Best Friend di Lou Reed.    

Sistemato in un albergo dalla RCA, senza il becco di un quattrino, devastato nel fisico e nelle finanze, Lou Reed cede alla vulnerabilità dell’amore.

Coney Island Baby è un disco dove i cori sospirano e le pelli vengono accarezzate dalle spazzole. Dove tutto è amaro e dolce come sembra, in una New York dove i grattacieli toccano il cielo e le loro ombre segnano il tempo sui marciapiedi come lancette enormi di un orologio destinato a schiacciarci.   

Mai ascoltare Coney Island Baby con più di due orecchie.

Ma se dovesse capitare, assicuratevi che le altre due siano in perfetta simbiosi empatica con le vostre.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BOWIE – Station to Station (RCA)  

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Di stazioni ne tocca tante Bowie, nel 1976.

Dal 2 Febbraio al 18 Maggio è impegnato nell’estenuante tour con cui porta in scena il fascino elegante e mascolino del Duca Bianco.

Ma le due stazioni più importanti sono quella di Los Angeles da cui parte schifato a pochissime settimane dall’uscita del disco e quella di Berlino dove approda prima di essere passato dal suo rifugio svizzero.

Tra la partenza e l’arrivo ha modo di lasciare qualche foto ricordo ai suoi fan. Come quella famosa scattata dalla Polizia di Rochester con il cartello n. 59640 ad un palmo dal mento. O come quella scattata da Andrew Kent dentro il bunker di Hitler con il Duca intento a fare il saluto nazista.

Sono gli scatti che fanno il giro del mondo e che gli tagliano le simpatie di buona parte di pubblico e critica, offesa dall’ambiguità politica più che da quella sessuale degli anni d’oro. O, più verosimilmente, interessata a presentargli il conto per quella rivestendo l’integrità morale con una scorza di opportunismo ideologico.

Station to Station è il disco lucidissimo di un uomo che è al nadir della lucidità psicologica, completamente schiavo della cocaina, ad un passo dal baratro che lo sta per inghiottire e che Bowie localizza in qualche punto non ben definito fra la spiaggia di Long Beach e le onde dell’Oceano Pacifico da cui quindi scappa a cercare salvezza, lasciandosi dietro un disco incredibilmente bello, ancora permeato di quel soul che avvolgeva l’album precedente ma che sembra già proiettato verso certe meccaniche teutoniche, soprattutto nella scelta di lunghe code o intro con reiterazioni melodiche arricchite da un lavoro di produzione maniacale per definizione e stratificazione del tappeto sonoro che ancora oggi lo rende un disco modernissimo ed affilato, sensualissimo e algido allo stesso tempo, carico di funky (cosa non sono i pattern di batteria di Dennis Davis e la chitarra di Alomar su Stay?) eppure capace di risolvere in stile Broadway un delirio da abuso di droghe come TVC15.  

Lo straniero con gli occhi diseguali siede con la testa coperta da un cappello a falde larghe, nel reparto fumatori. Ogni tanto alza lo sguardo dal libro e sembra accennare un sorriso.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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MOTHER’S FINEST – Mother’s Finest/Another Mother Further/Mother Factor/Live (Raven)  

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Incidono ancora dischi e fanno ancora concerti. Sono una delle prime band a tentare la fusione tra il groove del funk e le chitarre della tradizione rock, quando ancora il crossover non si sapeva cosa fosse, bilanciate secondo la genetica razziale che contraddistingue il gruppo: 4/6 black e i restanti due/sesti, bianchi.

Una roba talmente pregna di ormoni che gente come AC/DC, Ted Nugent, Humble Pie, Black Sabbath e Aerosmith la usarono spesso per scaldare il pubblico accorso ai loro concerti. Il cuore della loro discografia è il materiale pubblicato per la Epic fra il 1976 e il 1979, ovvero la tetralogia appena ristampata in doppio CD dalla benemerita Raven ed incisa in accelerazione per recuperare il tempo perduto fra il disco di debutto e il successivo a causa della scissione del contratto per la RCA. Sono gli anni in cui la black music domina le classifiche e le sale da ballo e l’hard rock riempie gli stadi. I Mother’s Finest si prendono le une e gli altri in virtù di un repertorio che riesce a fondere sapientemente, soprattutto sul disco omonimo, la spinta ritmica della prima e gli accesi riff del secondo. Canzoni come Fire, Rain, Niggiz Can’t Sang Rock ‘n Roll, Give You All the Love esplodono di carnalità soul e di lampi elettrici figli di Hendrix e Sly Stone forgiando uno stile che farà proseliti sia nelle terre emerse del pop (Lenny Kravitz, i Living Colour, i Red Hot Chili Peppers) che in quelle sommerse (i BellRays, gli Excitements).

La formula viene replicata su Another Mother Further dove però a fare la figura del mostro è la versione di Mickey’s Monkey dei Miracles adattata sul riff di Custard Pie lasciando carta bianca alla produzione di Tom Werman per adagiarsi su qualche clichè che ammoscia la virilità della band. Ma è con il comunque pregevole Mother Factor e la complicità di Skip Scarborough (autore per Earth, Wind & Fire, Anita Baker, Philip Bailey, Bill Whiters fra gli altri, NdLYS) che i Mother’s Finest si abbandonano ad un suono più ammiccante e pomicione (Love Changes, I Can’t Believe). L’ovvia celebrazione live arriva nel 1979 col disco registrato in tour e le chitarre che tornano a ruggire come leoni della savana su Fire, Mickey’s Monkey e sulle cover hard/funk di Somebody to Love e Magic Carpet Ride o a dribblare col basso e le tastiere nelle orge Clintoniane di Baby Love o Watch My Stylin’.

Sudore, sperma, sudore. Well cum, Mother’s Finest.

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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EDDIE AND THE HOT RODS – Teenage Depression (Captain Oi!)  

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Il pub-rock fu il primo movimento di “reazione” alle atrocità del suono progressive dei primi anni Settanta. Ancor prima che la scena fosse sovvertita dall’imminente esplosione punk, le chitarre spigolose di Hot Rods, Count Bishops, Dr. Feelgood, Graham Parker, Brinsley Schwarz o 101‘ers restituirono il rock ‘n roll all’ essenzialità degli anni sessanta, riannodandosi alle radici della musica beat e a matrici soul/RnB scheletriche. Un’opera di “snellimento” assolutamente propedeutica e oltremodo necessaria. Questo primo album degli Hot Rods vive di queste pulsioni anche se il meglio lo trovate nelle abbondanti bonus tracks che comprendono i due EP live dello stesso anno e soprattutto le primissime tracce con l’armonica blues di Lew Lewis che rimangono tra le cose più pregevoli dell’intera loro carriera.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro