THROBBING GRISTLE – 20 Jazz Funk Greats (Industrial)  

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Beachy Head è un posto fantastico: una distesa verticale di pietra calcarea che si innalza a strapiombo per più di 550 piedi sul Canale della Manica. Se avete visto Quadrophenia, è quell’enorme scogliera da cui viene lanciata in acqua la Vespa di Asso.

Se invece non l’avete visto, immaginate un centinaio di corpi che si lanciano da lì per sprofondare esanimi in un abisso più confortevole di quello che stanno vivendo all’asciutto. È la stima annuale dei suicidi di cui Beachy Head è muto palcoscenico. Quello è il posto scelto dai Throbbing Gristle per lo storico e deviante scatto di copertina di 20 Jazz Funk Greats, con la band in posa come un’innocua pop band degli anni Sessanta.

Gli Shocking Blue, i Great Society, gli Stone Poneys, fate voi. 

Immersa nel verde come dei moderati figli dei fiori, la più estrema band inglese del periodo (e dei periodi a venire), fa quasi tenerezza. Con i suoi sorrisi rassicuranti, ci promette un disco di rinfrancante funk-jazz, come soleva fare Burt Bacharach prima di ogni Natale. Anche quell’anno, siamo nel 1979, il Natale è alle porte. Qualcuno cadrà nel tranello, potete giurarci.

Due anni dopo, quando la Fetish lo ristamperà con il corpo nudo di un defunto ai piedi della band, nessuno lo comprerà più a scatola chiusa.

In realtà il terzo album della più temibile compagine di sadici non-musicisti dell’area “industrial” di temibile ha ben poco. Si tratta di una galleria inoffensiva di installazioni ambient (TanithBeachy HeadExotica) illuminate da stroboscopi elettronici (WalkaboutStill Walking) o sistemate su pavimenti al plexiglass di chiara eco Moroderiana (Hot on the Heels of Love). Unico momento di vero straniamento la torbida Persuasion, dominata dalla voce asettica di Genesis P-Orridge e da urla strazianti e pianti ben distribuiti su due alienanti, persuasive note di basso.

La musica dei Throbbing Gristle si scopre d’un tratto marginale a quanto essa stessa ha contribuito ad ispirare.

Le nefandezze e il respiro ferale della società industriale troveranno modo di suppurare nelle pustole infette di Test Dept. ed Einstürzende Neubauten.

La scogliera di Beachy Head, dal canto suo, continuerà a testimoniarne il fallimento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PATTI SMITH GROUP – Wave (Arista)

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Il punk come fenomeno “di massa” attecchì in Italia con grandissimo ritardo. Se lo considerassimo come atto situazionista, praticamente un millennio dopo. Bloccato a destra dalla censura che dominava i mass-media e a sinistra dalle frange politicizzate che invece dominavano la strada e tiranneggiavano nei grossi eventi musicali cercando di imporre la loro idea assurda di “musica gratis” e ponendo veti altrettanto illogici sugli spettacoli. Parossisticamente il punk esplode da noi a ridosso di un evento e ad un disco che di punk non hanno neppure l’ombra. Sono i concerti di Patti Smith di Bologna e Firenze del 1979 di supporto a Wave, il famoso album con tanto di dedica a Papa Luciani, morto esattamente un anno prima. I punk italiani fanno la conta (e sono tanti, non se ne sono mai visti tanti ad un concerto di Patti Smith, NdLYS) dopo aver letto una citazione da Azione Cattolica appiccicata al disco di una che, un po’ ovunque, viene chiamata “sacerdotessa”. Tutte coincidenze che io cerco forzatamente di veicolare, ovvio. Ma storicamente questo è quello che avviene qui da noi. Il tutto sotto una cappa di piombo. Con la Smith scortata da proletari armati e sotto l’intimidazione di non esibire la bandiera americana come è solita fare, per scongiurare eventuali rappresaglie. Ce n’è abbastanza per spingere la cantante americana a mollare, schifata, il circo del rock. Cosa che infatti avverrà non appena scesa dal palco, per dieci lunghi anni.

Pochi mesi prima aveva dato alle stampe Wave, il disco più restauratore della sua quadrilogia classica, adagiato su un rock ordinario e ordinato e comodamente appoggiato all’asse terrestre che il punk sognava di inclinare e che invece è rimasto fisso sui suoi 23° 27.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TOM VERLAINE – Tom Verlaine (Elektra)  

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Se hai in mano canzoni come The Grip of Love e Breakin’ in My Heart, non puoi tenerle dentro il cappello. Neppure se la band per le quali le avevi scritte si è appena liquefatta come un cubetto di ghiaccio.

E così Tom Verlaine, per nulla scoraggiato dall’effetto neve che ha iniziato a congelare la sua televisione, decide di organizzare la sua prima “personale” di cristalli, coadiuvato da uno sparuto ma fedele numero di amici (il fido Fred Smith, Jay Dee Daughter e l’altrettanto asso della sei corde Ricky Wilson).

Tom Verlaine, si apre e si chiude proprio con quelle gemme scritte per l’eventuale terzo album dei Television. Due canzoni dove la chitarra di Mastro Tom dà saggio del suo timbro esclusivo, lo stesso delle piccole mole usate per tagliare le pietre preziose. E che, una volta ottenute le facce perfette, le lascia cadere giù a mo’ di pioggia sferzante e opalescente. E ne replica il rumore, mentre Tom ne canta (I walked in the pouring rain and I heard that cries “it’s all in vain” recita in apertura di quella Kingdom Come che gli sarà presto “rubata” da David Bowie e che diventerà un vero e proprio temporale su Breakin’ in My Heart, mentre anche gli occhi di Mr. Bingo diventano di vetro).

E in tutta questa pioggia artificiosa di cristalli e di lacrime di vetro soffiato, passeggia col suo fare gentile e galantuomo, concedendosi lo spazio per una buffonata da arte da marciapiede come Yonki Time, dove tutti sembrano divertirsi come ad uno spettacolo di Jonathan Richman o davanti una puntata dei Banana Splits. Davanti alla televisione, di nuovo.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DEVO – Duty Now for the Future (Warner Bros.)  

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D3386-25286-2 è il primo codice a barre ad essere entrato a casa mia.

Era il 1979. Il mondo si preparava a trasformarsi in un immenso tapis-roulant di merci quasi senza identità, codificate con delle matricole come gli agnelli ebrei di Auschwitz o i manzi d’allevamento ma io non lo sapevo ancora. Andavo nella bottega sotto casa, pagavo il mio panino con delle monetine sonanti e ricevevo in cambio la mia merendina per la scuola e, per resto, delle caramelle mou. Il mio concetto di baratto economico finiva lì, dentro quelle bocce di vetro dalla bocca obliqua dove ero invitato ad infilare le mie avide e già esperte manine.

Poi arrivò quel disco dei Devo che ci preparava al futuro e ci imponeva di essere pronti ad accoglierlo.

E io lo lasciai entrare. Anche perché i Devo si erano già conquistati la mia fiducia. Proprio come la bottegaia del mio quartiere.

E non me ne pentì, che Duty Now for the Future era forse più bello dell’album di debutto. Si presentava con una introduzione trionfale, come se invece che cinque ominidi vestiti di plastica stesse entrando in sala la corte di Francia per poi tuffarsi nelle acque inquinate dagli scarichi industriali della Firestone di Akron con la solita sfilza di smorfie mongoloidi e di singhiozzi bionici che stavolta si consumavano tra i martelletti da flipper di Wiggly World e il power-pop per registratori di cassa di The Day My Baby Gave Me a Surprize, la seduta di scacchi dadaista di Clockout e la minisinfonia per tre note in fila per tre di Red Eye, in un preludio nemmeno troppo distante dal vero di una società di automi pronti a lavorare dentro i magazzini di Amazon, la nuova foresta di cartone che avrebbe fatto dei codici a barre una ragione di vita fino a tatuarli come matricole aziendali sul dorso delle mani dei suoi schiavi.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE ONLY ONES – Even Serpents Shine (Columbia)  

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Gabbiani con le ali sporche di catrame, gli Only Ones regalano al 1979 il loro album-capolavoro, finito chissà in quale anfratto della memoria collettiva. Oscurato forse dalla grandezza di un singolo inarrivabile qual era stato Another Girl, Another Planet, che avrebbe oscurato chiunque, figurarsi le sorti di una band che sembrava predestinata ad una eclissi junkie inspiegabile, viste le qualità artistiche che avrebbero dovuto alzare la storia della band molte spanne sopra la media delle band new-wave cui il destino avrebbe riservato ben più fulgida e spesso duratura fortuna, e a disintegrarsi sul guard-rail senza riuscire ad oltrepassare il confine del loro romanticismo tossico borderline che si respira a pieni polmoni dentro Even Serpents Shine, perfetta caramellatura sul rock ‘n roll del maestro Johnny Thunders.

Un disco torbido eppure di una avvenenza narcisa e dionisiaca, il secondo Only Ones. Ravvivato da un torrente di tastiere sgorgato chissà come da qualche sorgiva sixties come quello che scorre su Flaming Torch, da qualche piccolo passo di bolero, da fortunali di chitarre che sospingono i bellissimi intrecci di voci che colorano canzoni come No Solution e Programme, punk più nei titoli che nei risultati o che scivolano languide sulla Out There in the Night dedicata da Peter Perrett al suo micio o nel “quasi” muto strumentale di coda in cui Peter ci priva del piacere della sua voce da angelo bello e dannato, ravvivando il desiderio di ricominciare da capo il naufragio dentro questo mare dove i serpenti brillano, prima di stringersi al collo.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE B-52’s – The B-52’s (Warner Bros.)  

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Una delle più bizzarre congreghe della new-wave americana proveniva da una piccola città della Georgia chiamata Athens, proprio come la città della Grecia. Però scritta e pronunciata in americano, che così ti possono sputare in faccia quando chiedi loro da dove vengono.

Non è l’unica Atene degli Stati Uniti. Ce ne sono almeno altre venti, sparse un po’ ovunque. Più qualcuna fatta di gesso e nascosta tra i giardini di alberghi di lusso e dei casinò di Las Vegas. Da lì sarebbero venuti fuori i R.E.M. e, prima di loro, i minuscoli Pylon. Ma in piena esplosione punk, quando sembrava che da ogni cantina uscisse fuori una band, l’unica cosa degna di nota erano i B-52’s. Che era un nome esplosivo, e quando arrivavano in città ti chiedevi se non fosse il caso di raggiungere un qualche rifugio antiaerei.

Invece poi tiravi fuori tutto il tuo coraggio punk e andavi a vederli suonare e ti sembrava di essere finito dentro un cosplay ante litteram in cui le caricature dei fumetti di Hanna e Barbera prendevano corpo e si divertivano a suonare le canzoni di Duane Eddy e dei Devo.

Fu così che in America l’onda gigante della surf-music si trasformò definitivamente nella Nuova Onda, sommergendo anche il punk e la sua annunciata rivoluzione che, sembrò di capire, non ci sarebbe stata. I B-52’s erano arrivati dunque davvero per bombardare, riportando tutto all’epoca pre-Beatles delle novelty songs, raccontando tra distese di organo Farfisa, giganteschi riff twangin’ suonati su accordature strampalate, strumenti giocattolo, sirene antincendio e urletti isterici di improbabili pianeti a forma di palloncino di chewing gum, di mostri a forma di aragosta, di balene in bikini, di arcipelaghi dominati dalla furia dei vulcani e di numeri di telefono cui chiamare per poter chiedere amore, come succedeva nella Soulsville degli anni Sessanta. Sottocultura trash da cui attingeranno in molti, dalla nostra Donatella Rettore agli australiani Hoodoo Gurus.

Una spiaggia dove sotto ogni pietruzza, dentro ogni conchiglia, sotto ogni duna si nasconde un improbabile mondo parallelo. Perché se la rivoluzione può fallire, la fantasia non fallisce mai.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BOB MARLEY & THE WAILERS – Survival (Island)  

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Forse il meno celebrato fra i dischi di Marley. Fra tutti, quello dall’approccio più militante. Quello senza donne che piangono, senza ganja in copertina, orfano dell’”everything’s gonna be alright”. Survival è, più ancora di Exodus, il definitivo canto di riconciliazione del popolo nero e dell’auspicata caduta di Babilonia proprio dopo averla fotografata dai finestrini di un pullman stracarico di gente.

Dentro Marley ci ha messo molte delle vibrazioni tirate fuori disfacendo i bagagli del suo viaggio nel grande continente africano.

Survival è il grande abbraccio alla culla del mondo, un’esortazione all’emancipazione delle popolazioni africane dalla schiavitù politica e culturale del mondo occidentale, in parte coronata dalla proclamazione di indipendenza dello Zimbabwe proclamata proprio a pochi mesi dalla bellissima omonima canzone che farà da colonna sonora all’evento.

Forse è dunque una scelta quella di dare alle stampe un disco dinamicamente “piatto” a livello musicale. Un ondeggiante tappeto reggae che sembra voler accompagnare il ritorno in patria dei battelli carichi di carne nera, offrendo loro un viaggio senza scossoni.

Ecco perché ancora oggi Survival è il disco di Marley meglio ricordato dai fratelli neri mentre noi non ne abbiamo mai imparato a memoria una sola canzone.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE POP GROUP – Y (Radar)

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Prima ancora che la musica era già la copertina a trasmettere un vago senso di inquietudine. Gli uomini di fango della Papua Nuova Guinea ci facevano in qualche modo sentire fuori posto. Catturati da una tribù di cui non conoscevamo nulla.

Poi arrivava la musica. Una musica a stantuffo, asincrona, dissonante. Tribale anch’essa. Primitiva e azzardata. Vicina per spirito al terrorismo della no-wave newyorkese, a quella furia vandala che faceva razzia del funky e, qui, anche della musica giamaicana. In particolare delle particelle d’aria del dub, quelle che si espandono quando è stata sgombrata la stanza del reggae. Dentro quelle stanze, ora sistemate a mo’ di labirinto, il Pop Group mette in atto la sua sete di devastazione (sci)orinando sconcezze nell’attesa arrivi il Wild Bunch a dare una sistemata.

Chitarre e sassofoni si svestono del loro ruolo di strumenti tradizionali per simulare il rumore di unghie che graffiano disperate lungo pareti di zinco e di stagno. Basso e batteria sbattuti come pentolame da una schiera di clochard che reclamano il rancio in fila davanti ai banchetti della Caritas.  

Y fotografa un mondo che si sta automutilando. E ci mette sopra il suo sigillo rosso sangue.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU REED – The Bells (Arista)  

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Che disco strambo, The Bells.

Così audace e così banale allo stesso tempo.

Capace di trascinare un pesante fardello come la title-track per poi liberarsi del suo peso in una volgare pista da ballo con un Lou Reed quasi ammutolito da un groove alla Kool and The Gang, capace di mettere a nudo le delusioni e la sfiducia che hanno divorato i rapporti familiari e di cedere la penna, una volta tanto, a qualcuno che con la sua vita non ha poi un granchè da spartire, capace di costruire muri e muri di suono e di tentarne il salto come in una infinita corsa ad ostacoli. Capace di trasformare la voce di Lou Reed fino a profondità mai più toccate, proprio mentre parla di Charlie Chaplin, che era la New York dove la miseria diventava poesia.

Capace di vestirsi di jazz e spogliarsi dentro i camerini di una discoteca, davanti ad uno specchio dentro cui Reed non riesce neppure a guardare.

Infelice, irrequieto, instabile.

La notte lo chiama per un nome che lui fatica a riconoscere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SWELL MAPS – A Trip to Marineville (Rather/Rough Trade)  

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La vigilia del Natale 1965 in casa Godfrey i piccoli Adrian Nicholas (nove anni) e Kevin Paul (sei anni) spacchettano un disco regalato loro dal papà. Si intitola A Trip to Marineville. È una sorta di fiaba surreale per bambini. I protagonisti sono il Capitano Troy Tempest e il piccolo Johnny. L’ambientazione, quella di un celebre telefilm di animazione di quegli anni: Stingray. Qualche anno dopo, quando Adrian (ribattezzatosi Nikki Sudden) e Kevin (che ha cambiato radicalmente il suo nome in un cinematografico Epic Soundtracks) decidono, un po’ per gioco e un po’ per scommessa, di mettere su una sgangheratissima nuova band e di registrare un altrettanto squilibrato disco, si ricordano di quel disco e delle musiche che Barry Gray aveva realizzato per i film di animazione di Gerry Anderson.

Swell Maps è rubato proprio da una esclamazione di quel Johnny, la stessa che viene isolata da quel disco e messa in apertura dell’album, intitolato esattamente come quei “21 minuti di avventura” regalato loro.

Punk più nello spirito che nella forma, alterna sputi e goliardate, irriverenze e spinte avanguardiste che è difficile valutare se siano state studiate, trovate per caso o sfruttate per fare di necessità virtù (l’uso della scala esatonale usata per la lunga Harmony in Your Bathroom, le dissertazioni su John Peel finite in mezzo a mille altri rumori sulle note improvvisate al piano da Epic su Don’t Throw Ashtrays at Me! e troncate come il peggiore coito interrotto, il codice morse per alieni di Adventuring Into Basketry, le strapazzate esibizioni “Fall”iche che condiscono il disco e le altrettanto stralunate deviazioni ispirate dall’ascolto del rock crauto dei Can, le esplosive deviazioni surf, i coriandoli di musica concreta che cadono lungo tutto il disco). Resta il fatto che la Marineville degli Swell Maps diventa da subito uno dei luoghi più inabitabili del post-punk inglese.

E così è ancora oggi. Abitato da un senso di disastro imminente, schiacciante, pervasivo ed inevitabile. Lo ascolti e hai l’impressione che qualcuno stia sparecchiando proprio mentre qualcun altro sta imbastendo il tavolo.

Probabilmente quelle stesse, medesime mani.

Dodici in tutto.

Un’intera brigata di sala che avvicenda servizio a sevizie.

Il 27 Giugno del 1979, quando il disco sta per essere distribuito ai negozi, Epic e Nikki si ricordano ancora del loro papà e di quel regalo. E allegano all’album un secondo dischetto in regalo. Perché ogni bimbo sia felice, mentre guarda la sua casa subacquea bruciare.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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