THE RADIATORS – Ghostown – 40th Anniversary Reissue (Chiswick)  

1

Dieci anni fa il più conosciuto quotidiano irlandese stilò la classifica dei quaranta migliori album irlandesi di ogni epoca. Con somma sorpresa di molti, me compreso, Ghostown dei Radiators batté quasi tutti (Van Morrison, Undertones, Pogues, Whipping Boy, Thin Lizzy, Therapy?, Stiff Little Fingers, Cranberries, Divine Comedy), ad eccezione di Achtung Baby degli U2 e Loveless dei My Bloody Valentine.

Discutibile? Sicuro.

Esagerato? Certo.

Però indicativo di quanto la band di Philip Chevron (futuro chitarrista dei Pogues) abbia lasciato, almeno in patria, un ricordo indelebile.

Avrebbe detto Chevron, a pochi mesi dalla sua morte, che i suoi Radiators erano passati dal loro primo album al “loro” London Calling senza passare attraverso Give ‘em Enough Rope. E rende bene l’idea del salto (se non qualitativo, perlomeno stilistico) che i Radiators compirono da TV Tube Heart a Ghostown. Rispetto a quello, il nuovo album è in effetti, quasi un musical. Sovrastrutturato come nessuno avrebbe immaginato e perdonato in epoca punk.

Restano tenaci i legami col rock ‘n’ roll e con le armonizzazioni del beat e del power-pop ma il suono tende adesso a straboccare, ad esondare e talvolta, come in They’re Looting in the Town e nello spiaggiamento nella baia di miele di Dead the Beast, Dead the Poison, a naufragare nell’eccesso.

Oggi che arriva la sua nuova ristampa per il suo quarantennale posso dire con certezza che no, questo non è il terzo disco più bello della storia del rock irlandese, come del resto non mi riconosco in una classifica che ignora capolavori come October, If I Die, I Die o Manic Pop Thrill. Però è necessaria la memoria resti vivida e venga rinfrescata, oggi che molti di quelli che c’erano allora sono morti per potercela raccontare e che la larga parte di chi potrebbe ancora arrendersi al rock and roll non era all’epoca ancora nato.    

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE LAST – L.A. Explosion! (Bomp!)  

0

Era inevitabile, per uno che a cavallo degli anni Settanta aveva sponsorizzato il passaggio dei Flamin’ Groovies dalla fase stonesiana a quella di stampo Beatles/Byrds, innamorarsi di una band come i Last, perpetuatori proprio di quel suono fatto di chitarre scintillanti e cori armoniosi indicati dal nuovo corso dei Groovies. Ed è così che Greg Shaw vuole che il disco di debutto dei Last esca con la stessa etichetta con cui nel ’74 aveva pubblicato You Tore Me Down.

L.A. Explosion! si nutre del resto delle stesse frattaglie di cui sono ghiotti i Groovies, aggiungendo un pizzico ma proprio un pizzico di strafottenza punk (Walk Like Me, I Don’t Wanna Be in Love) ad un miscuglio power-pop che avrà un’influenza determinante su gruppi come Barracudas e Rain Parade.

Le canzoni dei Last, come quelle dei primi Beach Boys, sono una lode infinita ad un’estate altrettanto infinita, alla spensieratezza come forma di resilienza. Che però è qualcosa di indigesto per il pubblico di quegli anni, tanto che i loro gig a fianco di bestie come Black Flag e Fear che stanno traghettando il punk verso il più temerario hardcore vengono, quando va bene, derisi. Quando va male, molto di peggio.   

La considerazione di cui godono all’epoca band come i Last o i Groovies è pari a quella per gruppi come Herman’s Hermits o Manfred Mann che sgambettano su un qualunque varietà televisivo. E del resto Joe Nolte e compagni non fanno mistero nel considerare il lustro compreso fra il 1963 e il 1967 come il quinquennio dorato da cui attingere per tirare su canzonette (perché quello sono, al di là delle valutazioni soggettive e quelle oggettive che identificano la portata dei Last come una delle formazioni di punta del revival neo-sixties) come Century City Rag, The Rack, Every Summer Day, She Don’t Know Why I’m Here.

E’ insomma come sentire le onde dei Beach Boys che si infrangono sulla battigia dove è il beach-punk e non la surf-music a dominare la spiaggia.

Una nostalgia che può anche essere pericolosa, se parte di quella schiuma dovesse finire per inzozzare gli anfibi di Henry Rollins.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

SUPERTRAMP – Breakfast in America (A&M)  

2

Il punk aveva tentato di ammazzarli tutti. Ma, nei fatti, non c’era riuscito.

Il prog rock era morto, tutto sommato, di morte naturale. Come era forse avvenuto per i dinosauri veri. L’antiparassitario spruzzato dai punk ne aveva solo accelerato il processo di putrefazione. Non appena scomparse dall’orizzonte le sagome dei C-123 usate per le docce di disinfestante il pomp-rock era tornato più forte e tenace di prima. Il culto per l’arrangiamento al limite del pacchiano, per il “tocco” virtuoso e per dischi concettuali fatti più col cervello che con lo stomaco si riprendeva la sua rivincita proprio alla fine degli anni Settanta, col trionfo di Pink Floyd, Queen, Alan Parsons Project e la definitiva affermazione mondiale dei Supertramp. Il loro disco dei record usciva nel 1979, con una copertina su cui i complottisti discepoli di Michael Moore avrebbero a lungo favoleggiato il secolo successivo, passando al microscopio e allo specchio quell’immagine dove, dall’oblò di un aereo di linea si ammirano le Torri Gemelle di Manhattan che si allungano su due lettere che, davanti ad uno specchio, si trasformano magicamente nella data del loro tragico abbattimento, avvenuto esattamente intorno alle 9 del mattino.

L’ora della colazione, per l’appunto.

Ma quel che affascina il pubblico all’epoca dell’uscita di Breakfast in America non erano certo queste pur inquietanti teorie postume. Quello che piaceva era l’appeal melodico delle canzoni che c’erano dentro, il loro elegante vestito di lamè (un piano Wurlitzer e un sax sornione, ma l’effetto era quello), quel falsetto che era tornato prepotente in discoteca coi Bee Gees e nel mondo del rock con le ugole potenti ed eunuche di Freddy Mercury e dei nuovi eroi del power-metal.

Con Breakfast in America i Supertramp smettevano fondamentalmente di trastullarsi con musiche elaborate (riservandosi solo uno spazio “libero” a chiusura dell’opera) e scendevano a patti col pubblico delle radio, generalmente di palato poco raffinato e facile da assoggettare, ieri come oggi, dandogli esattamente quello che si aspetta: canzoni ben arrangiate, bilanciate nella melodia e nei volumi, canzoni che non lo avrebbero sopraffatto ma lo avrebbero cullato senza traumi in ufficio, a casa, sull’auto, in metropolitana, dal barbiere o nella sala d’aspetto di un libero professionista o di un medico qualsiasi.

Canzoni rassicuranti come la crostata della nonna. Che le metti in auto e ti senti come sul divano di casa. Con tutte le comodità a portata di mano. Come un piccolo borghese.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IGGY POP – New Values (Arista)  

0

Realizzato assieme a James Williamson e Scott Thurston e senza l’apporto di David Bowie, New Values rimarrà a lungo l’ultimo grande album di Iggy Pop. Disco decadente e sottilmente perverso, New Values tenta di infilare il turgido vigore stoogesiano, ancora ben evidente quando Iggy mostra la patta su Five Foot One o I’m Bored, dentro un profilattico di suoni torbidamente metropolitani che scivolano dentro la lascivia del miglior glam rock, questo sottile erotismo che striscia e ammicca senza esporsi mai completamente, questa sorta di seduzione che sembra puntare agli altri ma continua invece a corteggiare nessuno se non se stessi, questo ciondolare annoiato da un luogo all’altro alla ricerca di un rifugio che sia urbano e pieno di distrazioni a portata di mano. Luci, donne, musica “from New York to Shanty Town”. La voce di Iggy, profonda e vorace, domina tutto, strisciando come una lingua di camaleonte fra chitarre, bassi, synth e sassofoni, contorcendosi come una biscia che semina terrore senza necessariamente sferrare l’attacco, in un’ansia che è eros elevato a potenza. Pelle squamosa con in mano una coppa di spumante, quanti resisteranno alla tua perseverante adulazione?     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

E. JANNACCI – Foto ricordo (Ultima Spiaggia)  

0

Spetta ad Enzo Jannacci chiudere la storia dell’etichetta discografica che egli stesso aveva inaugurato quattro anni prima col suo Quelli che….

È il Luglio del 1979 e il chirurgo meneghino se ne esce con Foto ricordo, un disco dove le idee non sono tantissime (due cover di Paolo Conte, una di Pino Donaggio, un pezzo già “regalato” a Mina, un vecchio pezzo, bellissimo, destinato a Quelli che… e carambolato invece qui dentro) e l’aria è più greve del solito ma dentro cui pur nondimeno Jannacci non lesina di regalarci qualche perla.

A stagliarsi una spanna sulle altre è La poiana, maestoso e metaforico pezzo scritto con Dario Fo sull’attaccamento ostinato e partigiano alla propria terra, tutto rigoglioso di bassi, sintetizzatori e fiati funky e con la voce che alterna i tipici stridori jannacciani a modulazioni meno impertinenti.  

Saltimbanchi diventa invece, giocoforza, il manifesto programmatico dei Repellenti, il gruppo di cabaret (e relativo programma televisivo) messo in piedi da Jannacci e dal giornalista Beppe Viola che sarà vetrina di tutti i cabarettisti meneghini: Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Maurizio Micheli, Felice Andreasi, Cochi Ponzoni, Francesco Salvi, Giorgio Faletti e Giorgio Porcaro.

Del rapporto costante con la malattia, col dolore, con la morte e con le inevitabili (e ingiuste) liste d’attesa Jannacci parla invece su Natalia, giovane donna in coda al nosocomio di Milano con le vene gonfie di flebo e il cuore con una valvola dal lato sbagliato, che pompa solo tristezza. La stessa tristezza che sgorga dalle pieghe d’amore sbagliato di Ecco tutto qui. Canzoni dove si agita già tutto il Capossela triste e sperduto dei primi tre album.

Foto ricordo non ci regala troppi sorrisi, tanto che per alleggerire l’atmosfera plumbea Jannacci concede due mosse alla spensieratezza con le due rivisitazioni del catalogo Contiano (Sudamerica, con un arrangiamento di cui sempre Capossela farà tesoro per la sua Pryntyl, e Bartali), autore che si è sempre tenuto volutamente alla larga dalle tristezze del quotidiano e dalle ingiustizie sociali e che dunque rappresenta l’alter-ego ideale alla “poetica degli esclusi” di Jannacci.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SLITS – Cut (Island)  

0

Londra, 1976.

I Sex Pistols stanno bruciando le tappe e l’intera città, dando vita ad un fenomeno sociale e musicale dalle proporzioni devastanti.

Ariane Daniela Forster, di origini tedesche, è arrivata in città e ha eletto Johnny Rotten a suo idolo. Una venerazione ai limiti dell’ossessione.

Due anni più tardi Ariane, ormai ribattezzatasi Ari Up, si ritrova il suo Dio per casa, come nuovo compagno della mamma Nora Forster: se l’avesse predetto una cartomante, non ci avrebbe creduto nessuno, men che meno lei. John e Nora sarebbero diventati marito e moglie l’anno successivo. Ovvero lo stesso anno in cui le sue Slits pubblicano il loro album di debutto, un disco totalmente astruso e trasversale in cui i personaggi della Londra punk vengono citati (Rotten, Vicious, Levene) ma nient’affatto copiati. Perché Cut è un disco dove di punk carico di chitarre e violenza non c’è nessuna traccia in quanto, in quelli che Don Letts definisce “i 100 giorni in cui il punk interessava a quattro persone e un cane”, sono proprio le serate a base di musica giamaicana che Letts conduce al Roxy ad attirare l’attenzione di Ari al pari degli show volgari dei Sex Pistols e a finire, manovrate a dovere da Dennis Bovell dei Matumbi, dentro la musica della sua band. Del punk, dentro Cut, c’è l’approccio totalmente anarchico e illetterato agli strumenti. E sebbene non ci siano creste ma dreadlocks e acconciature tribali, di quelle guglie punk nella musica delle Slits si avvertono le punte taglienti, sottoforma di pennate reggae e funk aguzze e acuminate. Non è un caso che il loro disco esca per la Island, l’etichetta di un giamaicano trapiantato in Inghilterra che la sua “isola” non l’ha mai dimenticata e che farà di Bob Marley un nome sacro della musica mondiale.  

Ma l’approccio delle Slits al reggae è minimale, essenziale, tribale, smembrato, disinibito, anarcoide. Non si concilia facilmente con quanto al pubblico piace di quella musica esotica. Non è derivativo ma archetipico, se capite ciò che intendo. Ed è un approccio, oltre che nuovo, totalmente femminile e femminista. Libero dai vincoli cui pure il punk si è allineato cedendo al compromesso col rumore, i volumi, l’energia. Le Slits elaborano, di contro, un suono che è pruriginoso e stizzoso e che non intende circuire o adulare nessuno. La foto di copertina che le ritrae svestite e guerriere, va nella medesima direzione: è un’immagine che, nonostante la nudità esibita, non suscita libidini sessuali ma trasmette un senso di soggezione, le pose e gli sguardi evocano immagini di Erinni greche e delle desiderabili ma temute vergini valchirie.

Nessuno si masturberà sulla copertina delle Slits.

Quel “Cut” del titolo, non promette niente di buono a chi dovesse anche solo pensarlo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

VASCO ROSSI – Non siamo mica gli americani! (Lotus)  

0

Nel 1979 il popolo di Vasco non esiste ancora. Vasco Rossi è solo il direttore di una radio libera che ha appena finito di essere libera, comprata dai soldi del PCI e che, grazie all’incoraggiamento dell’amico Gaetano Curreri, sta provando a portare le sue canzoni nei club di Modena e Bologna.

Le prime le ha già messe su disco l’anno precedente, senza che nessuno se ne accorgesse.

Le altre le mette su album l’anno dopo, in quello che è uno dei dischi più belli del cantautore emiliano, ancora libero dal ruolo di imbonitore trasgressivo che lo imprigionerà per decenni e capace di una scrittura carica di un’ironia al limite del surreale e di ostentare un approccio disincantato e disinibito nei confronti dell’altro sesso e uno spregio delle regole che può essere, e lo sarà, generazionale.

Mancando ancora il “personaggio Vasco”, in grado di annullare ogni termine di paragone per diventare, pericolosamente, simile solo a se stesso, Non siamo mica gli americani! mostra un autore capace di raccordare Finardi (i ritmi fusion di Quindici anni fa e Io non so più cosa fare sono intinti nello stesso Sugo® del cantautore milanese), Jannacci e la premiata ditta Cochi e Renato (lo sketch in salsa dixie di Va bè, se proprio te lo devo dire, lo scherzo onomatopeico di Faccio il militare), Rino Gaetano (il ritratto di La strega) e una ispirazione ancora fervida che riesce a trovare modelli espressivi diversi (la totale mancanza di ritornelli delle tre canzoni più belle del lotto: Fegato, fegato spappolato, Sballi ravvicinati del terzo tipo, Albachiara) e che allontana Vasco Rossi dalla generazione dei “cantautori impegnati” creando, proprio con Rino Gaetano, una strada trasversale per la musica d’autore.

Che la gente, sentendo aliena, chiamerà “rock” e che invece di rock aveva solo la voglia di sputare su tutto e su tutti. Noi compresi.

Ma Non siamo mica gli americani! mostra soprattutto un Vasco Rossi privo dai vincoli espressivi che il suo ruolo di agitatore di folle gli imporrà e da cui non riuscirà (e non vorrà) più a scappare.

È il Vasco Rossi ancora libero.

Affrancato dal peso di dover dire per forza qualcosa che finirà su uno striscione, un adesivo, una maglietta e dall’obbligo di difendere e propagandare la forza del suo brand Vasco Rossi mostra un se stesso ancora carico di mistero.

                                                                                      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

vasco-rossi-non-siamo-mica-gli-americani

ACϟDC – Highway to Hell (Albert Productions)  

4

Nel 1978 gli ACϟDC imboccano l’autostrada per l’Inferno. E la imboccano da soli, facendo scendere dal furgone Harry Vanda e George Young, ma anche Michael Klenfner, Michael Browning e Eddie Kramer. E forse sarà meglio così. Per tutti loro, intendo.

Il Diavolo ha dato loro il lasciapassare a due condizioni.

La prima è che la sua coda e le sue protuberanze frontali siano ben evidenti sulla copertina del disco.

La seconda sarà rivelata alla band solo “a consuntivo”, ovvero una volta che il successo garantito dalla loro stretta di mano verrà certificato dai dati di vendita di fine anno.

E infatti il 19 Febbraio del 1980, Lucifero chiede un incontro privato con Bon Scott, lo va a prendere sotto casa guidando un’auto malmessa che ha comprato sotto il falso nome di Alistair Kinnear: cognome scozzese e nome uguale a quello del suo devoto Crowley. Bon arriverà all’Inferno su una Renault 5 ammaccata e con la convergenza starata. Shot down in flames.  

Il conto è saldato, anche se Lucifero chiederà più avanti ancora qualche anima man mano che le certificazioni color oro e platino aumenteranno sulle pareti della living room dei fratelli Young, commissionando a un texano di nome Ricardo Ramirez il compito di riscossione dei tributi. Anche stavolta c’è una stretta di mano, proprio in fondo alla canzone che Ramirez ha scelto come colonna sonora ai suoi delitti. Una stretta di mano curiosa vista in un telefilm nuovo di zecca, con le dita della mano che si aprono in una forbice: Shazbut Na-Nu Na-Nu.

Mi chiamo Mork, su un uovo vengo da Ork.

E l’uovo, ovviamente, è il simbolo dell’anima.

Impara un po’, ora il saluto ti dò.

Ma prima di tutti quegli addii e di quelle strette di mano c’era stato, in piena estate del ’79, Highway to Hell. Un disco fumante di rock ‘n roll e che come il rock ‘n roll si poteva cantare. Il nuovo produttore era stato addestrato dalla Atlantic per fare delle canzoni degli ACϟDC delle canzoni da poter passare sulle radio americane. E la radio passava solo ciò che aveva un ritornello che poteva sfondare la modulazione di frequenza per penetrare il cervello. Ritornelli da poter cantare in auto a volume altissimo, contagiando le auto vicine, in una pandemia incontrollabile. E lungo l’autostrada per l’Inferno Robert Lange aveva quindi costruito degli enormi grattacieli di cori, controcanti, ritornelli.

All’America piaceva così.

E anche al resto del mondo.

Quelle canzoni avrebbero acceso i cuori di migliaia, milioni di fan ad ogni concerto. Avrebbero fatto preoccupare le mamme e irretito gli insegnanti.

Dieci canzoni che entrano in testa come membri turgidi dentro vagine ben lubrificate. E ne fanno la loro dimora.

Dieci dardi fiammeggianti, ad illuminare un’autostrada in discesa.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOTÖRHEAD – On Parole (United Artists)  

0

Nel Maggio del 1975 Lemmy viene gentilmente “estromesso” dagli Hawkwind che, a differenza degli agenti federali, non gli perdonano di essersi portato in tour una buona dose di solfato di anfetamina per  rendere quei viaggi spaziali un po’ più tangibili, un po’ più credibili. Il devastante oltraggio viene subito curato mettendo in piedi quella che nel progetto di Lemmy è destinata a diventare la band più assordante del pianeta. Appena un paio di mesi dopo, il 20 Luglio, quel progetto è già una realtà. Si chiamano Bastards. Ma i loro nomi veri sono Lemmy Kilmister, Larry Wallis e Lucas Fox. Quando tornano a cavalcare un palcoscenico, tre mesi dopo, davanti alla folla accorsa per ascoltare i Blue Öyster Cult, costringono il tecnico audio ad alzare i cursori ad un volume talmente alto che molti, compresi il loro manager, sono obbligati a lasciare l’Hammersmith Odeon dove sembra essere sceso l’armageddon rock ‘n roll. I Motörhead sono ufficialmente nati, portando nel nome il ricordo di quell’ultimo brano scritto da Lemmy per quella che pensava essere il gruppo della sua vita e che invece era solo la ragione della nascita della più devastante rock ‘n’ roll band del pianeta. Il primo destinato ad aprire la scaletta dell’album di debutto della sua nuova gang, in qualunque modo. Anche dopo che la United Artists si rifiuterà di pubblicare il risultato delle sessions di On Parole, rinviando di un anno il suo obiettivo.

Le registrazioni effettuate con Fritz Fryer dentro i Rockfield Studios verranno pubblicate solo quattro anni dopo, quando i Motörhead sono già diventati le belve in grado di scagliare il rock ‘n’ roll oltre il muro del suono. Il suono non ha ancora raggiunto quel livello di depravazione che l’arrivo di Eddie Clark affretterà, ha ancora una viscida corposità blues, un ruggito ferino mutuato dalla tradizione beat in cui Lemmy ha mosso i primi passi e che si diverte a dissotterrare quando è il caso (come nella bellissima rendition di Leavin’ Here, nell’immensa prima versione di Iron Horse o nella catramosa marcia di Lost Johnny).

E poi, ovviamente, ci sono le malsane corse sui destrieri che odorano di petrolio come Motörhead e Vibrator, quelle che annunciano l’arrivo dei cavalieri dell’apocalisse rock ‘n’ roll del decennio che verrà.

Fuori dalle gabbie del punk, fuori dalle gabbie dell’hard rock, la Bestia è adesso libera, anche se nessuno vuole darne ancora notizia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THROBBING GRISTLE – 20 Jazz Funk Greats (Industrial)  

0

Beachy Head è un posto fantastico: una distesa verticale di pietra calcarea che si innalza a strapiombo per più di 550 piedi sul Canale della Manica. Se avete visto Quadrophenia, è quell’enorme scogliera da cui viene lanciata in acqua la Vespa di Asso.

Se invece non l’avete visto, immaginate un centinaio di corpi che si lanciano da lì per sprofondare esanimi in un abisso più confortevole di quello che stanno vivendo all’asciutto. È la stima annuale dei suicidi di cui Beachy Head è muto palcoscenico. Quello è il posto scelto dai Throbbing Gristle per lo storico e deviante scatto di copertina di 20 Jazz Funk Greats, con la band in posa come un’innocua pop band degli anni Sessanta.

Gli Shocking Blue, i Great Society, gli Stone Poneys, fate voi. 

Immersa nel verde come dei moderati figli dei fiori, la più estrema band inglese del periodo (e dei periodi a venire), fa quasi tenerezza. Con i suoi sorrisi rassicuranti, ci promette un disco di rinfrancante funk-jazz, come soleva fare Burt Bacharach prima di ogni Natale. Anche quell’anno, siamo nel 1979, il Natale è alle porte. Qualcuno cadrà nel tranello, potete giurarci.

Due anni dopo, quando la Fetish lo ristamperà con il corpo nudo di un defunto ai piedi della band, nessuno lo comprerà più a scatola chiusa.

In realtà il terzo album della più temibile compagine di sadici non-musicisti dell’area “industrial” di temibile ha ben poco. Si tratta di una galleria inoffensiva di installazioni ambient (TanithBeachy HeadExotica) illuminate da stroboscopi elettronici (WalkaboutStill Walking) o sistemate su pavimenti al plexiglass di chiara eco Moroderiana (Hot on the Heels of Love). Unico momento di vero straniamento la torbida Persuasion, dominata dalla voce asettica di Genesis P-Orridge e da urla strazianti e pianti ben distribuiti su due alienanti, persuasive note di basso.

La musica dei Throbbing Gristle si scopre d’un tratto marginale a quanto essa stessa ha contribuito ad ispirare.

Le nefandezze e il respiro ferale della società industriale troveranno modo di suppurare nelle pustole infette di Test Dept. ed Einstürzende Neubauten.

La scogliera di Beachy Head, dal canto suo, continuerà a testimoniarne il fallimento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

throbbing-gristle-20-jazz-funk-greats-01