IGGY POP – New Values (Arista)  

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Realizzato assieme a James Williamson e Scott Thurston e senza l’apporto di David Bowie, New Values rimarrà a lungo l’ultimo grande album di Iggy Pop. Disco decadente e sottilmente perverso, New Values tenta di infilare il turgido vigore stoogesiano, ancora ben evidente quando Iggy mostra la patta su Five Foot One o I’m Bored, dentro un profilattico di suoni torbidamente metropolitani che scivolano dentro la lascivia del miglior glam rock, questo sottile erotismo che striscia e ammicca senza esporsi mai completamente, questa sorta di seduzione che sembra puntare agli altri ma continua invece a corteggiare nessuno se non se stessi, questo ciondolare annoiato da un luogo all’altro alla ricerca di un rifugio che sia urbano e pieno di distrazioni a portata di mano. Luci, donne, musica “from New York to Shanty Town”. La voce di Iggy, profonda e vorace, domina tutto, strisciando come una lingua di camaleonte fra chitarre, bassi, synth e sassofoni, contorcendosi come una biscia che semina terrore senza necessariamente sferrare l’attacco, in un’ansia che è eros elevato a potenza. Pelle squamosa con in mano una coppa di spumante, quanti resisteranno alla tua perseverante adulazione?     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

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E. JANNACCI – Foto ricordo (Ultima Spiaggia)  

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Spetta ad Enzo Jannacci chiudere la storia dell’etichetta discografica che egli stesso aveva inaugurato quattro anni prima col suo Quelli che….

È il Luglio del 1979 e il chirurgo meneghino se ne esce con Foto ricordo, un disco dove le idee non sono tantissime (due cover di Paolo Conte, una di Pino Donaggio, un pezzo già “regalato” a Mina, un vecchio pezzo, bellissimo, destinato a Quelli che… e carambolato invece qui dentro) e l’aria è più greve del solito ma dentro cui pur nondimeno Jannacci non lesina di regalarci qualche perla.

A stagliarsi una spanna sulle altre è La poiana, maestoso e metaforico pezzo scritto con Dario Fo sull’attaccamento ostinato e partigiano alla propria terra, tutto rigoglioso di bassi, sintetizzatori e fiati funky e con la voce che alterna i tipici stridori jannacciani a modulazioni meno impertinenti.  

Saltimbanchi diventa invece, giocoforza, il manifesto programmatico dei Repellenti, il gruppo di cabaret (e relativo programma televisivo) messo in piedi da Jannacci e dal giornalista Beppe Viola che sarà vetrina di tutti i cabarettisti meneghini: Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Maurizio Micheli, Felice Andreasi, Cochi Ponzoni, Francesco Salvi, Giorgio Faletti e Giorgio Porcaro.

Del rapporto costante con la malattia, col dolore, con la morte e con le inevitabili (e ingiuste) liste d’attesa Jannacci parla invece su Natalia, giovane donna in coda al nosocomio di Milano con le vene gonfie di flebo e il cuore con una valvola dal lato sbagliato, che pompa solo tristezza. La stessa tristezza che sgorga dalle pieghe d’amore sbagliato di Ecco tutto qui. Canzoni dove si agita già tutto il Capossela triste e sperduto dei primi tre album.

Foto ricordo non ci regala troppi sorrisi, tanto che per alleggerire l’atmosfera plumbea Jannacci concede due mosse alla spensieratezza con le due rivisitazioni del catalogo Contiano (Sudamerica, con un arrangiamento di cui sempre Capossela farà tesoro per la sua Pryntyl, e Bartali), autore che si è sempre tenuto volutamente alla larga dalle tristezze del quotidiano e dalle ingiustizie sociali e che dunque rappresenta l’alter-ego ideale alla “poetica degli esclusi” di Jannacci.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SLITS – Cut (Island)  

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Londra, 1976.

I Sex Pistols stanno bruciando le tappe e l’intera città, dando vita ad un fenomeno sociale e musicale dalle proporzioni devastanti.

Ariane Daniela Forster, di origini tedesche, è arrivata in città e ha eletto Johnny Rotten a suo idolo. Una venerazione ai limiti dell’ossessione.

Due anni più tardi Ariane, ormai ribattezzatasi Ari Up, si ritrova il suo Dio per casa, come nuovo compagno della mamma Nora Forster: se l’avesse predetto una cartomante, non ci avrebbe creduto nessuno, men che meno lei. John e Nora sarebbero diventati marito e moglie l’anno successivo. Ovvero lo stesso anno in cui le sue Slits pubblicano il loro album di debutto, un disco totalmente astruso e trasversale in cui i personaggi della Londra punk vengono citati (Rotten, Vicious, Levene) ma nient’affatto copiati. Perché Cut è un disco dove di punk carico di chitarre e violenza non c’è nessuna traccia in quanto, in quelli che Don Letts definisce “i 100 giorni in cui il punk interessava a quattro persone e un cane”, sono proprio le serate a base di musica giamaicana che Letts conduce al Roxy ad attirare l’attenzione di Ari al pari degli show volgari dei Sex Pistols e a finire, manovrate a dovere da Dennis Bovell dei Matumbi, dentro la musica della sua band. Del punk, dentro Cut, c’è l’approccio totalmente anarchico e illetterato agli strumenti. E sebbene non ci siano creste ma dreadlocks e acconciature tribali, di quelle guglie punk nella musica delle Slits si avvertono le punte taglienti, sottoforma di pennate reggae e funk aguzze e acuminate. Non è un caso che il loro disco esca per la Island, l’etichetta di un giamaicano trapiantato in Inghilterra che la sua “isola” non l’ha mai dimenticata e che farà di Bob Marley un nome sacro della musica mondiale.  

Ma l’approccio delle Slits al reggae è minimale, essenziale, tribale, smembrato, disinibito, anarcoide. Non si concilia facilmente con quanto al pubblico piace di quella musica esotica. Non è derivativo ma archetipico, se capite ciò che intendo. Ed è un approccio, oltre che nuovo, totalmente femminile e femminista. Libero dai vincoli cui pure il punk si è allineato cedendo al compromesso col rumore, i volumi, l’energia. Le Slits elaborano, di contro, un suono che è pruriginoso e stizzoso e che non intende circuire o adulare nessuno. La foto di copertina che le ritrae svestite e guerriere, va nella medesima direzione: è un’immagine che, nonostante la nudità esibita, non suscita libidini sessuali ma trasmette un senso di soggezione, le pose e gli sguardi evocano immagini di Erinni greche e delle desiderabili ma temute vergini valchirie.

Nessuno si masturberà sulla copertina delle Slits.

Quel “Cut” del titolo, non promette niente di buono a chi dovesse anche solo pensarlo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

VASCO ROSSI – Non siamo mica gli americani! (Lotus)  

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Nel 1979 il popolo di Vasco non esiste ancora. Vasco Rossi è solo il direttore di una radio libera che ha appena finito di essere libera, comprata dai soldi del PCI e che, grazie all’incoraggiamento dell’amico Gaetano Curreri, sta provando a portare le sue canzoni nei club di Modena e Bologna.

Le prime le ha già messe su disco l’anno precedente, senza che nessuno se ne accorgesse.

Le altre le mette su album l’anno dopo, in quello che è uno dei dischi più belli del cantautore emiliano, ancora libero dal ruolo di imbonitore trasgressivo che lo imprigionerà per decenni e capace di una scrittura carica di un’ironia al limite del surreale e di ostentare un approccio disincantato e disinibito nei confronti dell’altro sesso e uno spregio delle regole che può essere, e lo sarà, generazionale.

Mancando ancora il “personaggio Vasco”, in grado di annullare ogni termine di paragone per diventare, pericolosamente, simile solo a se stesso, Non siamo mica gli americani! mostra un autore capace di raccordare Finardi (i ritmi fusion di Quindici anni fa e Io non so più cosa fare sono intinti nello stesso Sugo® del cantautore milanese), Jannacci e la premiata ditta Cochi e Renato (lo sketch in salsa dixie di Va bè, se proprio te lo devo dire, lo scherzo onomatopeico di Faccio il militare), Rino Gaetano (il ritratto di La strega) e una ispirazione ancora fervida che riesce a trovare modelli espressivi diversi (la totale mancanza di ritornelli delle tre canzoni più belle del lotto: Fegato, fegato spappolato, Sballi ravvicinati del terzo tipo, Albachiara) e che allontana Vasco Rossi dalla generazione dei “cantautori impegnati” creando, proprio con Rino Gaetano, una strada trasversale per la musica d’autore.

Che la gente, sentendo aliena, chiamerà “rock” e che invece di rock aveva solo la voglia di sputare su tutto e su tutti. Noi compresi.

Ma Non siamo mica gli americani! mostra soprattutto un Vasco Rossi privo dai vincoli espressivi che il suo ruolo di agitatore di folle gli imporrà e da cui non riuscirà (e non vorrà) più a scappare.

È il Vasco Rossi ancora libero.

Affrancato dal peso di dover dire per forza qualcosa che finirà su uno striscione, un adesivo, una maglietta e dall’obbligo di difendere e propagandare la forza del suo brand Vasco Rossi mostra un se stesso ancora carico di mistero.

 

                                                                                        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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ACϟDC – Highway to Hell (Albert Productions)  

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Nel 1978 gli ACϟDC imboccano l’autostrada per l’Inferno. E la imboccano da soli, facendo scendere dal furgone Harry Vanda e George Young, ma anche Michael Klenfner, Michael Browning e Eddie Kramer. E forse sarà meglio così. Per tutti loro, intendo.

Il Diavolo ha dato loro il lasciapassare a due condizioni.

La prima è che la sua coda e le sue protuberanze frontali siano ben evidenti sulla copertina del disco.

La seconda sarà rivelata alla band solo “a consuntivo”, ovvero una volta che il successo garantito dalla loro stretta di mano verrà certificato dai dati di vendita di fine anno.

E infatti il 19 Febbraio del 1980, Lucifero chiede un incontro privato con Bon Scott, lo va a prendere sotto casa guidando un’auto malmessa che ha comprato sotto il falso nome di Alistair Kinnear: cognome scozzese e nome uguale a quello del suo devoto Crowley. Bon arriverà all’Inferno su una Renault 5 ammaccata e con la convergenza starata. Shot down in flames.  

Il conto è saldato, anche se Lucifero chiederà più avanti ancora qualche anima man mano che le certificazioni color oro e platino aumenteranno sulle pareti della living room dei fratelli Young, commissionando a un texano di nome Ricardo Ramirez il compito di riscossione dei tributi. Anche stavolta c’è una stretta di mano, proprio in fondo alla canzone che Ramirez ha scelto come colonna sonora ai suoi delitti. Una stretta di mano curiosa vista in un telefilm nuovo di zecca, con le dita della mano che si aprono in una forbice: Shazbut Na-Nu Na-Nu.

Mi chiamo Mork, su un uovo vengo da Ork.

E l’uovo, ovviamente, è il simbolo dell’anima.

Impara un po’, ora il saluto ti dò.

Ma prima di tutti quegli addii e di quelle strette di mano c’era stato, in piena estate del ’79, Highway to Hell. Un disco fumante di rock ‘n roll e che come il rock ‘n roll si poteva cantare. Il nuovo produttore era stato addestrato dalla Atlantic per fare delle canzoni degli ACϟDC delle canzoni da poter passare sulle radio americane. E la radio passava solo ciò che aveva un ritornello che poteva sfondare la modulazione di frequenza per penetrare il cervello. Ritornelli da poter cantare in auto a volume altissimo, contagiando le auto vicine, in una pandemia incontrollabile. E lungo l’autostrada per l’Inferno Robert Lange aveva quindi costruito degli enormi grattacieli di cori, controcanti, ritornelli.

All’America piaceva così.

E anche al resto del mondo.

Quelle canzoni avrebbero acceso i cuori di migliaia, milioni di fan ad ogni concerto. Avrebbero fatto preoccupare le mamme e irretito gli insegnanti.

Dieci canzoni che entrano in testa come membri turgidi dentro vagine ben lubrificate. E ne fanno la loro dimora.

Dieci dardi fiammeggianti, ad illuminare un’autostrada in discesa.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOTÖRHEAD – On Parole (United Artists)  

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Nel Maggio del 1975 Lemmy viene gentilmente “estromesso” dagli Hawkwind che, a differenza degli agenti federali, non gli perdonano di essersi portato in tour una buona dose di solfato di anfetamina per  rendere quei viaggi spaziali un po’ più tangibili, un po’ più credibili. Il devastante oltraggio viene subito curato mettendo in piedi quella che nel progetto di Lemmy è destinata a diventare la band più assordante del pianeta. Appena un paio di mesi dopo, il 20 Luglio, quel progetto è già una realtà. Si chiamano Bastards. Ma i loro nomi veri sono Lemmy Kilmister, Larry Wallis e Lucas Fox. Quando tornano a cavalcare un palcoscenico, tre mesi dopo, davanti alla folla accorsa per ascoltare i Blue Öyster Cult, costringono il tecnico audio ad alzare i cursori ad un volume talmente alto che molti, compresi il loro manager, sono obbligati a lasciare l’Hammersmith Odeon dove sembra essere sceso l’armageddon rock ‘n roll. I Motörhead sono ufficialmente nati, portando nel nome il ricordo di quell’ultimo brano scritto da Lemmy per quella che pensava essere il gruppo della sua vita e che invece era solo la ragione della nascita della più devastante rock ‘n roll band del pianeta. Il primo destinato ad aprire la scaletta dell’album di debutto della sua nuova gang, in qualunque modo. Anche dopo che la United Artists si rifiuterà di pubblicare il risultato delle sessions di On Parole, rinviando di un anno il suo obiettivo.

Le registrazioni effettuate con Fritz Fryer dentro i Rockfield Studios verranno pubblicate solo quattro anni dopo, quando i Motörhead sono già diventati le belve in grado di scagliare il rock ‘n roll oltre il muro del suono. Il suono non ha ancora raggiunto quel livello di depravazione che l’arrivo di Eddie Clark affretterà, ha ancora una viscida corposità blues, un ruggito ferino mutuato dalla tradizione beat in cui Lemmy ha mosso i primi passi e che si diverte a dissotterrare quando è il caso (come nella bellissima rendition di Leavin’ Here, nell’immensa prima versione di Iron Horse o nella catramosa marcia di Lost Johnny).

E poi, ovviamente, ci sono le malsane corse sui destrieri che odorano di petrolio come Motörhead e Vibrator, quelle che annunciano l’arrivo dei cavalieri dell’apocalisse rock ‘n roll del decennio che verrà.

Fuori dalle gabbie del punk, fuori dalle gabbie dell’hard rock, la Bestia è adesso libera, anche se nessuno vuole darne ancora notizia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THROBBING GRISTLE – 20 Jazz Funk Greats (Industrial)  

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Beachy Head è un posto fantastico: una distesa verticale di pietra calcarea che si innalza a strapiombo per più di 550 piedi sul Canale della Manica. Se avete visto Quadrophenia, è quell’enorme scogliera da cui viene lanciata in acqua la Vespa di Asso.

Se invece non l’avete visto, immaginate un centinaio di corpi che si lanciano da lì per sprofondare esanimi in un abisso più confortevole di quello che stanno vivendo all’asciutto. È la stima annuale dei suicidi di cui Beachy Head è muto palcoscenico. Quello è il posto scelto dai Throbbing Gristle per lo storico e deviante scatto di copertina di 20 Jazz Funk Greats, con la band in posa come un’innocua pop band degli anni Sessanta.

Gli Shocking Blue, i Great Society, gli Stone Poneys, fate voi. 

Immersa nel verde come dei moderati figli dei fiori, la più estrema band inglese del periodo (e dei periodi a venire), fa quasi tenerezza. Con i suoi sorrisi rassicuranti, ci promette un disco di rinfrancante funk-jazz, come soleva fare Burt Bacharach prima di ogni Natale. Anche quell’anno, siamo nel 1979, il Natale è alle porte. Qualcuno cadrà nel tranello, potete giurarci.

Due anni dopo, quando la Fetish lo ristamperà con il corpo nudo di un defunto ai piedi della band, nessuno lo comprerà più a scatola chiusa.

In realtà il terzo album della più temibile compagine di sadici non-musicisti dell’area “industrial” di temibile ha ben poco. Si tratta di una galleria inoffensiva di installazioni ambient (TanithBeachy HeadExotica) illuminate da stroboscopi elettronici (WalkaboutStill Walking) o sistemate su pavimenti al plexiglass di chiara eco Moroderiana (Hot on the Heels of Love). Unico momento di vero straniamento la torbida Persuasion, dominata dalla voce asettica di Genesis P-Orridge e da urla strazianti e pianti ben distribuiti su due alienanti, persuasive note di basso.

La musica dei Throbbing Gristle si scopre d’un tratto marginale a quanto essa stessa ha contribuito ad ispirare.

Le nefandezze e il respiro ferale della società industriale troveranno modo di suppurare nelle pustole infette di Test Dept. ed Einstürzende Neubauten.

La scogliera di Beachy Head, dal canto suo, continuerà a testimoniarne il fallimento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PATTI SMITH GROUP – Wave (Arista)

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Il punk come fenomeno “di massa” attecchì in Italia con grandissimo ritardo. Se lo considerassimo come atto situazionista, praticamente un millennio dopo. Bloccato a destra dalla censura che dominava i mass-media e a sinistra dalle frange politicizzate che invece dominavano la strada e tiranneggiavano nei grossi eventi musicali cercando di imporre la loro idea assurda di “musica gratis” e ponendo veti altrettanto illogici sugli spettacoli. Parossisticamente il punk esplode da noi a ridosso di un evento e ad un disco che di punk non hanno neppure l’ombra. Sono i concerti di Patti Smith di Bologna e Firenze del 1979 di supporto a Wave, il famoso album con tanto di dedica a Papa Luciani, morto esattamente un anno prima. I punk italiani fanno la conta (e sono tanti, non se ne sono mai visti tanti ad un concerto di Patti Smith, NdLYS) dopo aver letto una citazione da Azione Cattolica appiccicata al disco di una che, un po’ ovunque, viene chiamata “sacerdotessa”. Tutte coincidenze che io cerco forzatamente di veicolare, ovvio. Ma storicamente questo è quello che avviene qui da noi. Il tutto sotto una cappa di piombo. Con la Smith scortata da proletari armati e sotto l’intimidazione di non esibire la bandiera americana come è solita fare, per scongiurare eventuali rappresaglie. Ce n’è abbastanza per spingere la cantante americana a mollare, schifata, il circo del rock. Cosa che infatti avverrà non appena scesa dal palco, per dieci lunghi anni.

Pochi mesi prima aveva dato alle stampe Wave, il disco più restauratore della sua quadrilogia classica, adagiato su un rock ordinario e ordinato e comodamente appoggiato all’asse terrestre che il punk sognava di inclinare e che invece è rimasto fisso sui suoi 23° 27.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TOM VERLAINE – Tom Verlaine (Elektra)  

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Se hai in mano canzoni come The Grip of Love e Breakin’ in My Heart, non puoi tenerle dentro il cappello. Neppure se la band per le quali le avevi scritte si è appena liquefatta come un cubetto di ghiaccio.

E così Tom Verlaine, per nulla scoraggiato dall’effetto neve che ha iniziato a congelare la sua televisione, decide di organizzare la sua prima “personale” di cristalli, coadiuvato da uno sparuto ma fedele numero di amici (il fido Fred Smith, Jay Dee Daughter e l’altro asso della sei corde Ricky Wilson).

Tom Verlaine, si apre e si chiude proprio con quelle gemme scritte per l’eventuale terzo album dei Television. Due canzoni dove la chitarra di Mastro Tom dà saggio del suo timbro esclusivo, lo stesso delle piccole mole usate per tagliare le pietre preziose. E che, una volta ottenute le facce perfette, le lascia cadere giù a mo’ di pioggia sferzante e opalescente. E ne replica il rumore, mentre Tom ne canta (I walked in the pouring rain and I heard that cries “it’s all in vain” recita in apertura di quella Kingdom Come che gli sarà presto “rubata” da David Bowie e che diventerà un vero e proprio temporale su Breakin’ in My Heart, mentre anche gli occhi di Mr. Bingo diventano di vetro).

E in tutta questa pioggia artificiosa di cristalli e di lacrime di vetro soffiato, passeggia col suo fare gentile e galantuomo, concedendosi lo spazio per una buffonata da arte da marciapiede come Yonki Time, dove tutti sembrano divertirsi come ad uno spettacolo di Jonathan Richman o davanti una puntata dei Banana Splits. Davanti alla televisione, di nuovo.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DEVO – Duty Now for the Future (Warner Bros.)  

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D3386-25286-2 è il primo codice a barre ad essere entrato a casa mia.

Era il 1979. Il mondo si preparava a trasformarsi in un immenso tapis-roulant di merci quasi senza identità, codificate con delle matricole come gli agnelli ebrei di Auschwitz o i manzi d’allevamento ma io non lo sapevo ancora. Andavo nella bottega sotto casa, pagavo il mio panino con delle monetine sonanti e ricevevo in cambio la mia merendina per la scuola e, per resto, delle caramelle mou. Il mio concetto di baratto economico finiva lì, dentro quelle bocce di vetro dalla bocca obliqua dove ero invitato ad infilare le mie avide e già esperte manine.

Poi arrivò quel disco dei Devo che ci preparava al futuro e ci imponeva di essere pronti ad accoglierlo.

E io lo lasciai entrare. Anche perché i Devo si erano già conquistati la mia fiducia. Proprio come la bottegaia del mio quartiere.

E non me ne pentì, che Duty Now for the Future era forse più bello dell’album di debutto. Si presentava con una introduzione trionfale, come se invece che cinque ominidi vestiti di plastica stesse entrando in sala la corte di Francia per poi tuffarsi nelle acque inquinate dagli scarichi industriali della Firestone di Akron con la solita sfilza di smorfie mongoloidi e di singhiozzi bionici che stavolta si consumavano tra i martelletti da flipper di Wiggly World e il power-pop per registratori di cassa di The Day My Baby Gave Me a Surprize, la seduta di scacchi dadaista di Clockout e la minisinfonia per tre note in fila per tre di Red Eye, in un preludio nemmeno troppo distante dal vero di una società di automi pronti a lavorare dentro i magazzini di Amazon, la nuova foresta di cartone che avrebbe fatto dei codici a barre una ragione di vita fino a tatuarli come matricole aziendali sul dorso delle mani dei suoi schiavi.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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