GARBO – A Berlino…va bene (Universal) / Scortati (Universal)  

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Le recenti ristampe dei primi due album di Garbo hanno il compito di “scortare” uno dei più singolari autori italiani degli anni Ottanta per presentarlo alle nuove generazioni.

Ma come potremmo spiegare Garbo alle nuove generazioni, quelle che oltre a non aver conosciuto le canzoni di Garbo forse hanno saltato anche tutte quelle dei suoi vari epigoni che la storia della musica italiana ci ha regalato negli anni successivi (dai fiorentini Moda agli Underground Life, dai Bluvertigo di Morgan ai Soerba)?

Proviamoci dicendo che nei primi anni ‘80 la musica italiana cerca di adattarsi alla “nuova corrente” inglese e all’elettronica teutonica cercando linguaggi alternativi alla consueta canzone melodica e da classifica. Se la fucina di questo movimento si può a ragione riconoscere nella Italian Records di Oderso Rubini, vale la pena ricordare che a “sdoganare” i suoni elettronici verso il grande pubblico, grazie al sostegno di etichette capaci di infiltrarsi con maggior facilità all’interno della macchina-musicale, furono essenzialmente i Chrisma (accasati presso la Polydor), i Matia Bazar (all’epoca su etichetta Ariston) e Garbo (di pianta alla EMI, che per lanciarlo invierà ai deejay il suo primo singolo come “lato b” di Bandiera bianca di Battiato, NdLYS). Non sono veri e propri elementi di disturbo (nonostante, soprattutto i primi, vengano giudicati spesso eccessivi) ma forzano il passo verso un rinnovamento espressivo strisciante ma necessario ed opportuno realizzando un vero e proprio abbordaggio popolare non più attraverso i canali underground delle radio pirata e dei locali alternativi ma sfruttando i canali ufficiali del re dei mass-media borghesi e popolari: la tv.

Se i Matia Bazar erano approdati alla musica elettronica di Tango e Aristocratica liberandosi coraggiosamente di un passato rassicurante e ricco di successi e se i Chrisma avevano già debuttato seppur in sordina alla fine del decennio precedente, è Garbo a rappresentare la vera cosa nuova con cui il pubblico deve confrontarsi. A portarlo in tivù è Carlo Massarini, all’interno del suo storico Mister Fantasy, programma che sul nuovo scommette e, per un po’, vince. Garbo invece non vince subito. Il confronto con Bowie, banalmente evocato dai riferimenti alla musica elettronica e alla città tedesca cui dedica il primo singolo e il suo album di debutto, non gioca a suo favore. Le distanze sono, effettivamente, gigantesche. La scelta di usare diverse lingue per i dieci pezzi del disco di debutto non è felicissima e forse, invece che abbattere le barriere linguistiche e culturali che limitano l’Europa come era forse nelle intenzioni dell’artista milanese, ne costruiscono qualcuna tra lui e il suo pubblico. Musicalmente il disco trova compiutezza espressiva solo in un paio di episodi (A Berlino…va bene e Anche con te…va bene) e alla fine quello che rimane in memoria è più la singolarità del  personaggio (rapportato ai canoni televisivi dell’epoca) più che l’autore di canzoni. 

Molto, molto meglio è il disco successivo, Scortati, del 1982, dove Garbo sembra padroneggiare con invidiabile maestria quel linguaggio che sul debutto veniva solo farfugliato allestendo una scaletta di pop moderno in cui ogni canzone funziona alla perfezione, con una modulazione adeguata del registro vocale e una maggiore consapevolezza melodica innestata in piccole sovrastrutture di sintetizzatori, chitarre effettate e fiati (sassofono e clarino) neo-romantici. Generazione (il promo per le radio la vede stavolta a fianco addirittura della Let’s Dance di Bowie), Moderni, Frontiere, Vorrei regnare, Al tuo fianco sono le canzoni con cui Garbo trova il vero punto di contatto col suo pubblico, conquistato poi definitivamente dai singoli immediatamente successivi come Radioclima e Cose veloci.

Le demo incluse nelle versioni estese, nonostante la sentita presentazione audio dello stesso Garbo, non aggiungono di per sé valore a due dischi a loro modo seminali per la musica pop-wave italiana. Qualcosa invece tolgono le nuove copertine che non credo serviranno a vendere qualche copia in più e il cui riadeguamento mi pare, tra l’altro, del tutto superfluo.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PLAN 9 – Frustration (Voxx)  

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La Voxx Records e i Plan 9 nascono, praticamente assieme, nel 1979.

La prima nasce da una costola della Bomp! Records con l’obiettivo di setacciare i club alla ricerca di band desiderose di emulare sonorità e portamento delle classiche band degli anni Sessanta tanto amate da Greg Shaw e portarle in studio. La prima band ad incidere per l’etichetta sono gli incredibili Crawdaddys. A loro si affiancano quindi Jon & The Nightmares, Hypstrz, DMZ.

Quindi, nel 1982, Greg si imbatte in una band di Rhode Island che dal vivo improvvisa per oltre un’ora su Dirty Water degli Standells e stravolge altri piccoli classici di serie B del beat americano dilatandone oltremodo la durata. Greg è un purista però stima Eric Stumpo per i suoi gusti e le sue conoscenze in ambito musicale e cinematografico e ha voglia di arricchire il suo roster con una band realmente psichedelica.

Nel giro di pochi mesi esce, su etichetta Voxx, il singolo di debutto dei Plan 9 e, a ruota, il loro primo album. Sono solo sette canzoni, sette cover, di cui una (quella che dà il titolo al disco) occupa un’intera facciata permettendo ai Plan 9 di svelare tutta la forza visionaria delle loro quattro chitarre e di allontanarsi da subito dal clichè garage-punk. Le digressioni chitarristiche allungano il pezzo dei Painted Ship di quattro volte la sua durata originaria, finendo per avvicinarsi più agli excursus acidi dei Grateful Dead che alle classiche e veloci canzoni proto-punk che lo stesso Greg Shaw sta promuovendo con la sua collana Pebbles e da cui infatti proviene la quasi totalità degli originali riciclati per l’occasione (dando un colpo al cerchio e uno alla botte, come nello stile dell’impresario di San Francisco). Il meglio dei Plan 9 arriverà dopo ma, con i debutti di Unclaimed e Chesterfield Kings Frustration è un disco assolutamente pionieristico nel recupero della tradizione perduta del garage sound dei Sixties.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE PRISONERS – A Taste of Pink! (Own-Up)  

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Malgrado sia diventato negli anni uno degli Hammond-heroes più richiesti e i Prisoners stessi ne abbiano costituito in qualche modo la sua prima palestra, quella su cui James Taylor poggia le dita sui primi due dischi dei Prisoners, a dispetto di quello che qualche mediocre guida sul garage vi dirà, non è altro che una tastiera Casio. Il groove è tuttavia identico a quello di un Georgie Fame. Il suo ingresso tra le fila della band, agli inizi del 1982, avrebbe dato ai Prisoners quel mood distintivo di cui la loro demo incisa pochi mesi prima come terzetto era priva, creando lo scarto decisivo dalle altre band provenienti dalla medesima area del Medway.

Inciso in due domeniche di fila, A Taste of Pink! rivelò a tutta l’Inghilterra quello che prima era un tipico prodotto dell’area suburbana di Londra e che diventerà una delle più grandi lost-bands degli anni Ottanta. Un disco ancora crudo, in cui le influenze di Jam e Pretty Things si stanno coagulando in un prodigioso intruglio di rock elettrico, beat e anima nera che li avrebbe imposti come la più grande mod-oriented band del decennio, alla ricerca di una formula unica modellata su riferimenti estetici e musicali ben precisi: Small Faces, Spencer Davis Group, la Stax, l’Hammond-beat, la psichedelia hard dei tardi Sixties, Jimi Hendrix, tutto litografato e impresso su un beat dinamico dal taglio garagistico.

Per onore di cronaca, A Taste of Pink! viene registrato quasi per uso personale, in sole 500 copie, giusto per documentare un periodo che sembra già destinato a finire, visto che in autunno James Taylor ha già deciso di lasciare i compagni per riprendere l’attività di studente a tempo pieno presso la Sir Joseph Williamson’s Math School di Rochester.

L’inaspettato successo del disco, venduto al banco della Rough Trade e a qualche concerto, riporta però James Taylor sulla retta via. I Prisoners si ricompattano per incidere, non prima di aver debuttato ufficialmente a Londra, di spalla ai Barracudas, quello che dovrebbe essere  il loro capolavoro. E che invece non lo sarà.          

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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FLIPPER – Album: Generic Flipper (Subterranean)  

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Uno dei “trucchi” preferiti dai punk fu quello di aumentare la velocità di esecuzione dei pezzi per aumentare la carica d’assalto ma anche per mascherare le inevitabili imperfezioni, facendole trascinare via dal flusso chiassoso e veloce dell’insieme, abbracciando eticamente (la denuncia politica come atto di fede) e stilisticamente quello che verrà canonizzato come hardcore.

A remare contro corrente fu una band di San Francisco.

Si chiamavano Flipper.

Loro decisero che non sarebbero stati al gioco e avrebbero messo a nudo tutta la loro pochezza tecnica rallentando il suono fino a renderlo nauseabondo e indigesto. E impararono a riderne, oltraggiandolo oltremisura.

Producendo un disco che, avrebbero scommesso, ai punk non sarebbe piaciuto. Vincendo la scommessa.

Sarebbero piaciuti, e tanto, agli eroi del grunge.

Gente come Mark Arm o Kurt Cobain lo avrebbero elevato da disco di culto a disco-mito. I Melvins ne avrebbero ricopiato lo stile, appesantendone soltanto la soma.

Il disco di debutto dei Flipper era uno di quegli scarabocchi fatti dai bambini. Che hanno in mente tutta la bellezza del mondo e non riescono a disegnarla. E che però, quando la disegnano, pensano di averla riprodotta in qualche modo.

È solo che gli altri non sanno riconoscerla dentro il loro disegno.  

Spesso non riescono neppure a vederla neppure fuori da lì.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DEODATO – Night Cruiser / Happy Hour (Robinsongs)  

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Con i dovuti distinguo, Eumir Deodato de Almeida è stato il Keith Emerson brasiliano.

Seppur “navigando” su mari completamente diversi, Deodato è riuscito al pari del “collega” inglese nell’impresa di “scavalcare” file e file di chitarristi e rubare loro il proscenio della musica giovane. Se era stato il passaggio dalla bossanova dei primi dischi ai rifacimenti di standard della musica classica a regalargli un successo colossale e travolgente la mossa consecutiva, ovvero quella di convertirsi alla disco-music e al funky (un po’ come faranno all’epoca anche Herbie Hancock o il Davis di On the Corner) gli darà gloria più come produttore (i fenomenali dischi di Kool & The Gang) che come autore e strumentista, sicchè i suoi album del periodo finiranno per confondersi con le vagonate di produzioni funky-disco dell’epoca. Cosa che in effetti erano. Privi di quel guizzo geniale che avrebbe potuto fare la differenza sia Night Cruiser che, ancora di più, Happy Hour  sono lavori di disco-music domestica. Ben costruita, ben arredata, buona-anzi-buonissima per le rotazioni serali e notturne delle radio, un po’ impacciata sulla pista ma dal gusto  stilosissimo, tanto da essere più volte campionata un ventennio dopo dai nuovi eroi dell’hip-hop, dell’elettro-funk e del nu-soul (da Mark E ai Breakbot, da Notorius B.I.G. ad Angie Stone).    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MISFITS – Walk Among Us (Ruby)  

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Quando nel 1982 esce Walk Among Us dei Misfits, la band newyorkese è già al terzo album, avendo già sciolto chili e chili di cerone dentro diversi studi, dal 1977 in avanti, senza mai trovare qualcuno pronto a scommettere su quello che, esteticamente, sembrava più un gruppo-farsa che una delle più dirompenti compagini punk della città.

Almeno finchè a New York non arriva Chris Desjardins, un californiano con il fiuto buono, con una particolare predilezione per tutto ciò che puzzava di cadavere.

Un cane da tartufo inviato dalla Slash ad annusare il culo a quanti, da quella cisterna in fiamme che era stato il punk erano riusciti a salvarsi cercando una propria via di fuga. Uno che il punk lo aveva vissuto e raccontato davvero, sulle pagine di una fanzine che aveva dato il nome proprio a quell’etichetta e che adesso stava cercando di ricompattare quanti in quell’esplosione si erano ustionati la carne sotto l’egida di una nuova label chiamata Ruby Records.  

Nei Misftis Chris D. troverà degli alter-ego credibili al punk rock necrofilo che egli stesso sta elaborando con i suoi Flesh Eaters. E quindi trova loro una casa. E dentro quella casa i Misfits possono mettere finalmente in scena il loro spettacolo horror sonorizzato con un’orgia di punk rock melmoso, truculento e catastrofico che di fatto consegna di peso il mondo fumettistico dei Ramones nelle mani delle più bieche compagini psychobilly degli anni Ottanta.

Nel 1982, mentre il mondo è invaso dai dischi di Dead Kennedys, Flipper, Hüsker Dü, Black Flag, i Misfits pubblicano un disco punk che puoi ancora cantare dall’inizio alla fine. Senza vergognarsene. Ma mascherandosi come dei clown.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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TUXEDOMOON – Divine (Crammed Discs)

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Il primo incarico che i Tuxedomoon trovano nella loro nuova patria è quello di musicare un balletto di Maurice Bèjart creato attorno alla figura di Greta Garbo.

La band di San Francisco si mette al servizio del coreografo e della “divina” regalando dieci allucinazioni sospese tra sperimentazione e musica colta.

Voci sovrapposte (Mata Hari), estrapolate dai dialoghi dei film (Conquest) e messe in loop (Grand Hotel), danze cosacche (Ninotchka), violini audaci (Queen Christina) o suicidi (Camille), grovigli elettronici (Freudlose Gasse) e partiture per piste di ghiaccio (Anne Christie, i due movimenti di Entracte) cercano riparo dietro le suggestive coreografie di Bèjart ma private del loro contesto risultano inefficaci tentativi di ripetere la formula di Half-Mute cristallizzandone le intuizioni.

Manca la concretezza brillante e trasversale di Desire, l’atmosfera di dramma incombente e di funesta danza sui cristalli fumè che i Tuxedomoon riescono altrove ad evocare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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X – Under the Big Black Sun (Slash)  

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…so the next time you see a statue of Mary remember my sister was in a car“.

Così si chiude Riding With Mary, uno dei pezzi dedicati alla sorella di Exene Cervenka il cui schianto mortale incombe su grandissima parte di questo terzo album della più bella punk band americana.

Gli X hanno sempre portato su disco e sul palco il proprio dolore e il proprio affanno. Un po’ delle loro vite, quel tanto che bastava per renderle meno feroci, meno amare. Stillandone il veleno e sputandolo dai denti come ofidi in cattività. E lo fanno anche stavolta. Forse con meno lucidità del solito. Perché il dolore ha tracciato un solco troppo profondo da poter essere colmato solo col rumore di una chitarra. Ecco allora la sorniona elegia funebre di Come Back to Me venire fuori come una ballata cheek-to-cheek, totalmente fuori dai loro canoni punk. Oppure Dancing with the Tears in My Eyes scivolare su languide chitarre hawaiane.

 

Ma John e Exene hanno vissuto sulla strada. E hanno sempre la pistola pronta a sparare. Non la tengono sempre carica ma quando lo fanno (The Hungry Wolf, quella copia riveduta e neppure troppo corretta di We’re Desperate che è Because I DoBlue SparkReal Child of HellHow I Learned My Lesson) è sempre meglio cambiare marciapiede.

Un sole nero, quello degli X. Un abbagliante, grande sole nero.

Lo stesso sotto il quale, quando i loro nomi faranno capolino più su Gofundme che su Itunes, John Doe sceglierà di aprire l’ombrellone per scrivere la sua bella storia del “good time boys del punk” californiano.

Così, come diceva Anthony Kiedis, “ se non credete a me, chiedete pure a John Doe, perché il suo cuore è carico di gloria e la sua ugola costruita con l’oro”.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DURAN DURAN – Rio (EMI)  

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Non importa che età abbiate avuto allora, se vi piacessero o meno. Se restavate in religiosa venerazione ogni volta passassero in radio o in tv o i vostri improperi un po’ invidiosi e un po’ snob superassero di gran lunga il volume delle loro canzoni: se siete “passati attraverso” gli anni Ottanta, vi siete imbattuti nei Duran Duran.

Il gruppo di Birmingham arriva, nei primissimi anni di quel decennio, per attuare la profezia annunciata dai Buggles proprio allo scadere di quello immediatamente precedente: annientare le star del pop attraverso il video. A loro favore gioca certamente il fatto che MTV, il primo canale televisivo dedicato esclusivamente alle clip musicali, ha aperto i battenti proprio a ridosso del loro disco di debutto. Una coincidenza, un segno dei tempi che ai cinque ragazzini inglesi deve essersi rivelato quasi come l’”in hoc signo vinces” di Pontemilviana memoria. I Duran Duran sono insomma il gruppo giusto al momento giusto, alfieri bellocci e molto credibili della stagione del disimpegno, delle vacanze full-optional, dell’ammiccamento sessuale non sfacciatamente maschilista ma di grande gusto ed ambizioni estetiche, grandissimi promoter musicali dell’età della plastica negli anni in cui il PET, il PVC e il polipropilene si stanno sostituendo nel gusto quotidiano al vetro, alle leghe, all’amianto, abilissimi tour operator delle vacanze da sogno di cui il mondo occidentale infatti sogna e, per la prima volta dal dopoguerra, riesce anche a realizzare grazie al benessere all’ibernazione bellica garantita dalla guerra fredda.  

Se il punk aveva annientato il concetto di musicista virtuoso in favore del messaggio sovversivo e antiregime, MTV impone alle nuove pop/star un’ulteriore mutazione genetica: non conta più neppure il messaggio ma il modo in cui viene porto e veicolato alla gente. Il nuovo artista deve saper in qualche modo assecondare il desiderio di svago del pubblico ed essere attore credibile di quella filosofia di vita spensierata. Non importa sappia cantare o suonare: il playback è il nuovo miracolo della pop-music e i turnisti e i produttori possono uscire dalla lampada di Aladino all’occorrenza e realizzare qualsiasi desiderio. Quello che importa, e tanto, è che l’artista pop sappia interpretare quello di cui canta. Ballando, recitando, simulando. Michael Jackson, Madonna, Wham!, Culture Club sono lì a dimostrare che si può usare l’opportunità dei video-musicali sfruttandola come degli imbonitori. I Duran Duran lo capiscono forse prima di tutti gli altri andando a colmare per primi un bisogno che ci si accorge di aver avvertito solo nel momento in cui esso viene soddisfatto.           

I Duran Duran incarnano la fantasia erotica di quegli anni. Non solo per brufolose adolescenti che sognano di perdere la verginità su uno yacht lungo le rotte dei Caraibi o di sposare Simon Le Bon. Andy Warhol confesserà di masturbarsi con gran diletto guardando i loro video e concentrandosi soprattutto su Nick Rhodes che di Warhol, di Lou Reed e dei Velvet Underground è un grandissimo fanatico.

Sono belli, colorati ed irraggiungibili. Si muovono bene e recitano come nelle pellicole di James Bond e Indiana Jones.  E fanno canzoni per adescare le adolescenti.

Più ancora che il disco di debutto è dunque il sapore tropicale di Rio e dei suoi video a creare un fenomeno coercitivo destinato a diffondersi a macchia d’olio sulla musica e sull’immaginario collettivo di quegli anni. Al di là della modestissima portata di alcune canzoni (Last Chance on the Stairway, Hold Back the Rain, My Own Way sono proprio delle canzoni mediocri) sono proprio i video costruiti attorno ai suoi episodi migliori (Rio, Save a Prayer, Hungry Like the Wolf, The Chauffeur) ad ingigantire un fenomeno che musicalmente è poco più che una volgarizzazione delle intuizioni dei Japan, riuscendo a portare a compimento l’atto seduttivo che la band londinese aveva solo tentato, trasformando in prêt-à-porter la raffinata sartoria dandy di Sylvian e compagni. Detto questo e al di là dei giudizi schizofrenici di cui è stato oggetto, Rio rimane, nonostante il suo titolo da benessere da ipermercato, una validissima istantanea del gusto pop di quegli anni, una perfetta bilancia di gusto melodico e suoni moderni ed ammiccanti, sufficientemente eleganti pur nel loro evidente, voluto approdo popolare da viaggio organizzato cogliendo appieno lo spirito della missione Duraniana: portare il sogno di una vita da star dentro una vita da Brodo Star.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU REED – The Blue Mask (RCA)  

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The Blue Mask è il disco del riscatto. Un ponte lanciato verso il Lou Reed di Transformer lasciando agli altri l’onere di capire se quello era, è, il suo vero volto o solo la maschera indossata per inscenare le voglie capricciose del rock ‘n roll.

La presenza di Robert Quine al suo fianco fa sentire Lou nuovamente al sicuro, pronto per mettere nuovamente mano nelle pattumiere di inizio carriera. Incespicando anche con orgoglio, come nella nudità di The Heroine che su consiglio della moglie finisce sul disco spoglia e disadorna, anche se incerta.

Rispolverando quel tono annoiato e quel torpore che sono la sua coperta di Linus.

Un riparo pronto per quando si abbatterà la tempesta. Come quella che, dietro una maschera blu, devasta il cuore del disco. 

Di contro, i placati eccessi con alcol e droghe fanno emergere nella poetica Reediana una qualche parvenza di coscienza politica e sociale offuscata dalle nuvole pesanti del ricordo e offrono una visione biografica meno devastante, meno compromessa coi propri demoni. A tratti, addirittura, un qualche bisogno di confessione, di autoaccusa, di tardiva necessità di redenzione.

Dietro una maschera blu si può osare sempre un po’ di più.

Dietro una maschera blu ogni uomo può raccontare la sua storia, senza paura di venire tradito da un brivido più profondo degli altri.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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