PINO DANIELE – Bella ‘mbriana (EMI)

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Ah, la cupa bellezza di Bella ‘mbriana.

Il disco su cui Pino Daniele sembra spiare Napoli da dietro le tende, avvolto dalle ombre più che dal sole. La frontalità funky del disco precedente viene adesso trattenuta da uno strato di ovatta sporca di carbone. La contaminazione fra generi però rimane, anzi si fa più evidente. Fino a lambire i contorni e l’anima di una fusion mediterranea.

Bella ‘mbriana è l’ultimo ponte praticabile tra il Pino Daniele umorale degli esordi e quello del “musicante” blues di professione che verrà, e che busserà alla porta già col disco successivo. Storicamente, è l’ultimo album che il musicista napoletano apre come un ombrello sulla sua città, quella in cui ad allungare le mani sono sì i mariuoli ma anche gli amici, diversamente da quanto succede altrove, cercando di proteggerla dalla pioggia di merda che le piove addosso, preservandone gli aromi e la croccantezza, impermeabile alle lusinghe di mondi più abbaglianti come quello americano, fiera della sua appartenenza a quell’emisfero dove il sole apre sempre un arcobaleno sul tavolo collettivo della povertà e del malaffare, come un giocatore di poker con la sua mano di carte fortunate.

Un disco di suoni appiccicosi, come certi sospiri amari sulla crosta fredda dei vetri di casa. Fuori piove. Poi esce il sole. Poi si annuvola di nuovo. A Napoli come altrove.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE DAMNED – Strawberries (Bronze)

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Siamo nel 1982 e i Damned sembrano ancora alla ricerca della quadratura del cerchio. E con Strawberries ci vanno molto vicini, pur nella consapevolezza che il pubblico continuerà a chiedere New Rose ai loro concerti. Si tratta di un disco deliberatamente e sfacciatamente pop, al punto da intercettare in qualche passaggio quel suono esuberante da Londra vittoriana tanto cara ai Madness e il vaudeville nero-vestito degli Stranglers o quello sgargiante dei Teardrop Explodes.

Ai “porci” che vorranno gradire le loro perle i Damned offrono una scaletta per la prima volta dai lontani tempi del debutto, irresistibile. Pezzi come Ignite, Generals, Dozen Girls, Gun Fury (of Riot Forces), Bad Time for Bonzo, Stranger on the Town e le ancora più ricercate Pleasure and the Pain e Under the Floor Again mostrano una band in grandissima forma riuscendo a fare in metà tempo quello che avevano provato a fare col pasticciaccio di The Black Album e a mostrarci un ultimo sorriso prima di vestire gli abiti del Conte Dracula.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE 4-SKINS – The Good, the Bad & the 4-Skins (Secret)  

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Gary Hitchcock aveva già lasciato bacchette e sgabello ma Plastic Gangsters, il pezzo che aveva scritto quando prima di diventarne il manager e raccattare qualche data per la band stava saldamente alla batteria dei 4-Skins, aveva voluto cantarlo lui, senza fare deleghe a nessuno.

The Good, the Bad & the 4-Skins si apre proprio con quella che è una versione da rude boys del bluebeat dei Madness, unico pezzo rocksteady in una scaletta che sia nella sua facciata in studio che in quella dal vivo era invece piena di tutti quei bassi legnosi, di quelle chitarre rozze e di quei cori da curva ultrà che grazie ai Cockney Rejects passerà alla storia come Oi! e dentro cui scorre tutta l’epica del sottoproletariato inglese. Quello che non andrà in paradiso ma non si accontenta neppure di finire all’inferno e preferisce stare sulla strada, il posto dove è stato sin da piccolo e che conosce meglio. Nessuna sottigliezza, niente buone maniere in strada. Niente sottigliezze, nessuna buona maniera dentro la musica dei quattro skinhead. In realtà l’album che consacra l’Oi! esce quando il genere è già stato delegittimato ed etichettato a torto come filo-nazista, a valle degli spiacevoli episodi del 4 luglio del 1981 presso Southall, poi “manipolati” ad arte per soffocare l’intero movimento che in ogni caso sull’ambiguità politica, sulla provocazione e sugli estremismi giocava in maniera sfacciata fino a dichiarare apertamente All Coppers Are Bastards, in una delle tracce più feroci del disco, mescolata a manifesti d’intenti chiarissimi come Chaos, One Law for Them, Evil, Sorry, inviti al disordine e allo scontro hooligan travestiti da lotta di classe.

I 4-Skins sono i punk dello scompiglio. Una sassaiola di pietre lanciate con le bretelle a mo’ di fionda dentro lo stagno degli anni Ottanta.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

SCRITTI POLITTI – Songs to Remember (Rough Trade)  

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Altro che Marx, Gramsci e squat pieni di pulci.  

All’alba degli anni Ottanta gli Scritti Politti mandano a fanculo tutti, in uno dei voltagabbana più clamorosi della storia della musica inglese.

Dalle copertine fotocopiate in cartone sono adesso approdati ad una serie di singoli confezionati come dei prodotti di lusso, autentiche copie “tarocche” di status symbol come Dior, Dunhill, Courvoisier riprodotte non con intento di sberleffo capitalista ma col chiaro obiettivo di “rivestire” la loro musica di quell’aura di lusso che in realtà non solo i soli a vedere come la nuova meta verso cui gettare il pallone ovale dell’indie-rock, colpevole secondo band come ABC, Orange Juice, Culture Club, Bow Wow Wow, Blow Monkeys e Human League di essersi chiuso le dita dentro la cassapanca dello sperimentalismo e dell’autocommiserazione fine a sé stessa.

Il risultato concreto di questa mutazione di pelle e di obiettivo viene pubblicato nel 1982 col titolo, altrettanto presuntuoso, di Songs to Remember. Il suono della band di Leeds si era adesso “ammosciata” piegando verso un patinato easy listening di lusso, con ovvi riferimenti alla musica nera che Green Gartside scopre di amare sempre di più, da quella classica di Stax e Motown a quella moderna di Michael Jackson passando per il reggae e i Temptations.

La band di Skank Bloc Bologna nei fatti non esiste più, quelle chitarre marziali sono state adesso avvolte dalla pellicola gelatinosa di un bruco, pur continuando ad agitarsi come un feto sotto l’epidermide funk di Lions After Slumber. I protagonisti veri del disco sono un basso funky e slappato, i preziosi interventi di piano di Robert Wyatt, i morbidi ritmi in levare dei lovers giamaicani e un coro di voci bianche che fingono di essere nere. Il risultato è una sorta di fusione fra gli UB40 e i Culture Club con un’unica perla scivolata in fondo all’ostrica: il reggae evanescente di The Sweetest Girl.

Sacrificando Il Capitale per il capitale gli Scritti Politti si trasformano da parassiti in uccelli rapaci. Salutando Marx dall’alto del loro attico. Sputandogli in testa.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

MEAT PUPPETS – Meat Puppets (SST)  

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Un rivoltante guazzabuglio di chitarre scordate e pateticamente fuori controllo e una successione di urla come da animale sgozzato. L’esordio dei Meat Puppets è l’equivalente hardcore di Trout Mask Replica. Registrato in un unico set con microfoni panoramici dentro cui entra ogni riverbero e attraverso cui viene amplificato ogni errore, Meat Puppets è il risultato cacofonico (siamo a livelli appena una tacca più “professionale” di una demo registrata con una radio a transistor, NdLYS) di un terzetto di apprendisti musicisti devastati dal peyote, dagli acidi e dall’erba. Quattordici canzoni che sono altrettanti conati di vomito: non una sola parola dei versi scritti insolitamente dal batterista risulta di fatto comprensibile, così come è difficile riuscire ad immaginare quel che il gruppo voglia diventare o se abbia qualche ambizione che vada oltre il dilettantismo puro.

Punk e vecchia musica da redneck sbronzi diventano solo un pretesto per fare chiasso e seminare il panico. Una furia dissennata si sparge come veleno tossico su ogni singola traccia, da quelle più furiosamente hardcore come The Gold Mine, Meat Puppets, Melons Rising e Electromud a quelle che sembrano (anzi, sono) delle parodie country (Tumbling Tumbleweeds, Walking Boss) biascicate a quattro zampe sotto il tavolo di un saloon fino all’improbabile fusione delle due cose (Love Offering, Litterbox, Milo, Sorhum and Maize) e di queste due con un furioso southern rock da camionisti (Blue Green Gold). Agitando le code come dei pesci rossi, i Meat Puppets riusciranno a spaccare la boccia del punk e a scappare fuori a caccia di ossigeno.         

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE JIM CARROLL BAND – Dry Dreams (ATCO)  

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È ancora uno stupendo scatto di Annie Leibovitz ad introdurci di nuovo nel mondo di Jim Carroll, passando stavolta dalla stanza da letto.

Sono passati due anni da Catholic Boy, il disco che aveva fatto intendere come la Band di Jim Carroll fosse arrivata a completare il lavoro di espressionismo punk lasciato interrotto da Television e Patti Smith Group e adesso Dry Dream arriva a rivendicarne l’eredità. Il letto è il posto dove i sogni prendono forma, ed è una forma molto approssimata a quella del rock ‘n’ roll, come ben dimostrano Jealous Twin, Barricades, Dry Dreams. Il ragazzo che a tredici anni scriveva “meglio dell’89% degli scrittori contemporanei” ha adesso gli anni del Cristo alla croce e ha frequentato le montagne russe del successo e quelle delle droghe già da un bel po’.

Prosa, poesia, musica, donne, prostituzione, basket ed eroina si sono mescolati nella sua vita in un cocktail stordente che adesso alimenta sogni ricorrenti come quelli che Carroll racconta in Dry Dreams, Lorraine, Evangeline, Jody, Still Life. Tutti viaggi in cui i confini tra lusso e lussuria si sbriciolano e i bassifondi della città si confondono con l’uptown dai grattacieli simili a siringhe.

Un disco metropolitano fino al midollo, che indugia nel peccato senza soccombergli ed è pieno di luci sfavillanti, con le chitarre che corrono come luci al neon dal finestrino di un taxi. Un disco dove ognuno è perduto ma è anche salvo a modo suo, in una darwiniana e feroce lotta all’adattamento che è quello che questo mondo ci chiede, se vogliamo rimanere a galla un po’ più a lungo di tanti altri stronzi cui avremmo augurati volentieri di sprofondare nell’abisso.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MISSION OF BURMA – Vs. (Ace of Hearts)  

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Concerti talmente rumorosi da diventare sordi. Ma sordi davvero.

Tanto che i Mission of Burma sono costretti ad interrompere la loro carriera precocemente per riprenderla solo venti anni dopo, quando la sordità sarà una norma geriatrica valida per tutti.

I Mission of Burma inciamparono sul punk quasi per caso. Il loro leader dirà, senza pisciare troppo fuori dall’orinale, che erano una prog-band nata nel periodo sbagliato. Siamo nel 1982, quando esce Vs. e anche il punk è passato da un pezzo, cercando nuove strade che trova in dischi complessi e trasversali come The Punch Line dei Minutemen, Generic dei Flipper, il debutto dei Meat Puppets e appunto questo primo album dei Mission of Burma che dimostrano come i nuovi punk siano diventati onnivori. Mangiano e cacano di tutto.

Gruppi che sono già post-core pur essendo ancora in piena febbre hardcore.

Che spiegato ai bambini potrebbe voler dire: immaginate un treno ad alta velocità che corre su due grossi binari di acciaio. Bene, immaginate ora di spezzettare quelle rotaie e di costringere lo stesso quel treno a percorrere i suoi cento chilometri di distanza. Ecco. Il post-core era un po’ questo. La musica dei Mission of Burma era un po’ questo. Il suono di quello stridore di metalli, di quelle scintillanti frenate, di quelle improvvise accelerazioni, di quegli scarti improvvisi è racchiuso dentro New Nails. Con i binari divelti che passano attraverso la polvere della Galilea e i passeggeri che guardano fuori dai finestrini, imprecano, mugugnano, si meravigliano, cantano, sorridono, urlano.  

Vs. suona quasi tutto così, disarticolato, pur concedendo alla carovana di scendere un paio di volte dai convogli per svuotare lo stomaco infilandosi due dita in bocca (Dead Pool, Forget). Poi si torna su, a correre sbattendo la testa sulle plance di metallo che coprono la carcassa dei vagoni. Non verso qualcosa. Ma contro qualcosa.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SONIC YOUTH – Sonic Youth (Neutral)  

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Più che un affare di chitarre, come poi sarebbe diventato, il timido esordio dei Sonic Youth aveva più a che fare con basso e percussioni. Una deviazione della giungla metallica dei Public Image che però conduceva verso la New York di acciaio e vetro temperato di Glenn Branca dietro la cui ombra i Sonic Youth hanno modo di formarsi e di registrare il loro piccolo disco di debutto. L’arredo chitarristico è infatti costruito secondo le modulazioni minimaliste dell’artista-simbolo della no-wave americana.

Piccoli rintocchi, guglie esoteriche, claustrofobiche ripetizioni atonali e, quando il terzo occhio psichedelico si apre come fossero le porte del Taj Mahal, un rincorrersi di jingle-jangle monocorde.

Il cantato è da par suo privo di ogni impeto emozionale. Quasi un canto ateo e devozionale all’apatia. La nuova gioventù americana ha dimenticato l’atto della preghiera e marcia chiusa dentro le macchine che i loro padri hanno creato, verso una destinazione parimenti ignota quanto l’aldilà cristiano.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

SonicYouth

CAPTAIN SENSIBLE – Women and Captains First (A&M)  

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La svolta commercial-demenziale di Happy Talk e Wot era stata talmente sfacciata che la critica inglese non avrebbe speso una sola parola meno che offensiva nei riguardi di Captain Sensible, il chitarrista dei Damned che all’epoca del suo debutto non aveva peraltro neppure dato le dimissioni dalla band madre e tuttavia aveva il coraggio di presentarsi con un opulento disco di canzonette in tutta solitudine. O quasi, perché al suo fianco per questo Women and Captains First c’era Robyn Hitchcock, l’ex ragazzo soffice per il cui disco d’esordio la critica aveva sprecato tutte le similitudini possibili con sua eccentricità Barrett, al punto tale che quando su questo disco il Capitano scrive e canta una A Nice Cup of Tea che è più Barrett dello stesso Barrett, non trova più paragoni da poter fare. Forse, molto più semplicemente, si erano fermati a quell’esercizio in equilibrio parodistico tra la novelty song e il rap demenziale di Wot che la precedeva, storcendo il muso. Forse l’avrebbero saltata a piè pari per ascoltare le nuove avventure di Brenda, la ragazza con lo slittino di ferro, che torna qui protagonista di una lunghissima canzone d’amore scritta a quattro mani dallo stesso Hitchcock e da Sensible.

Un pezzone anche questo, con la dodici-corde di Robyn che svolazza fra le tastiere e le tende sdrucite di Brenda. E bello anche il pop urlato di Yanks with Guns, tutto circondato di voci registrate, chitarre come cobra elettrici e synth.

Ma il Capitano ha fama da stronzo, come me. E il pezzo non piace, come i miei.    

Piace molto di più al pubblico Happy Talk, la cover vaudeville tutta cianciane aggiunta quasi per caso scartabellando tra i dischi di mamma e papà dopo aver scartato Waterloo Sunset e See Emily Play. Arriva al Numero 1 della classifica, con tanto di complimenti e un pizzico di invidia di Rat Scabies. Ma è una cagata, un po’ come l’altra cover rubata a Broadway Nobody’s Sweetheart.

L’altra perla del disco si trova un po’ più giù e si intitola Who Is Melody Lee, Sid?. Due minuti scarsi di chitarra acustica dietro cui si nasconde una buona parte del Julian Cope che è ancora là da arrivare e che fa preludio all’altro proto-rap del disco, che di lì a poco si chiude con un’altra canzone scritta con Hitchcock e dedicata alla sua città. Vagamente psichedelica, Croydon si muove tra i giardini di fragole dei Beatles e le sfumature di bianco barocco dei Procol Harum e profuma ancora una volta del folletto Barrett e del druido Julian. Prima di salire verso l’alto mentre il vascello del capitano cola a picco, salvando solo le donne e lui medesimo.   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

IGGY POP – “Zombie Birdhouse” (Animal)  

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Scaricato dalla Arista in seguito alle ristrutturazioni aziendali dei primi anni Ottanta Iggy Pop è costretto a trovare il suo ennesimo rifugio. L’angelo che lo soccorre ha stavolta le sembianze di Chris Stein, il bassista dei Blondie che ha da poco messo in piedi una nuova etichetta e che gli sovvenziona, oltre al solito alloggio di fortuna, le sessions di registrazione e la stampa del nuovo disco, cui egli stesso mette mano come produttore e bassista.

“Zombie Birdhouse” suona come l’impianto di ventilazione della latrina degli Stooges. Un prodotto di scarto industriale a tratti vicino alla disco music gotica e fluorescente dei Bauhaus di Mask, dei Public Image e dei Throbbing Gristle o a quella funky dei Talking Heads e che anticipa, a tratti e accelerato a dovere (provate a suonare a 45 giri una traccia come Life of Work, NdLYS), il motorik cibernetico dei Sigue Sigue Sputnik. Una vasca da bagno piena di merda dentro cui il padre del punk sguazza chiedendo alle sue groupies di urinargli addosso.    

È un disco nichilista, decadente e invendibile, afoso, irrespirabile, asfittico, malsano. Impastato nell’ozio malato che rigenera il corpo una volta smaltita la dose di odio che lo percorre. La deriva assoluta, l’unica praticabile dell’asfissia annichilente di The Idiot, della wave berlinese e dei dischi dei Joy Division (il cui raggelante suono da freezer sembra venire fuori dal frigo aperto di Platonic).    

Un lavoro caotico e a tratti straziante, assolutamente fuori contesto e fuori rotta, se mai ce n’è stata una nella carriera del cantante del Michigan, una poltiglia acida dove ci sono un sacco di cose fuori posto, che sembrano andare per i cazzi loro anche quando un riff più ficcante degli altri (Bulldozer) sembra voler riportare sui binari il vagone impazzito dentro cui si è chiuso Iggy e che rotola sulla strada come la scatola di latta ammaccata dei Public Image, in attesa che qualcuno le dia un calcio che la scaraventi oltre il selciato.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro