DEODATO – Night Cruiser / Happy Hour (Robinsongs)  

0

Con i dovuti distinguo, Eumir Deodato de Almeida è stato il Keith Emerson brasiliano.

Seppur “navigando” su mari completamente diversi, Deodato è riuscito al pari del “collega” inglese nell’impresa di “scavalcare” file e file di chitarristi e rubare loro il proscenio della musica giovane. Se era stato il passaggio dalla bossanova dei primi dischi ai rifacimenti di standard della musica classica a regalargli un successo colossale e travolgente la mossa consecutiva, ovvero quella di convertirsi alla disco-music e al funky (un po’ come faranno all’epoca anche Herbie Hancock o il Davis di On the Corner) gli darà gloria più come produttore (i fenomenali dischi di Kool & The Gang) che come autore e strumentista, sicchè i suoi album del periodo finiranno per confondersi con le vagonate di produzioni funky-disco dell’epoca. Cosa che in effetti erano. Privi di quel guizzo geniale che avrebbe potuto fare la differenza sia Night Cruiser che, ancora di più, Happy Hour  sono lavori di disco-music domestica. Ben costruita, ben arredata, buona-anzi-buonissima per le rotazioni serali e notturne delle radio, un po’ impacciata sulla pista ma dal gusto  stilosissimo, tanto da essere più volte campionata un ventennio dopo dai nuovi eroi dell’hip-hop, dell’elettro-funk e del nu-soul (da Mark E ai Breakbot, da Notorius B.I.G. ad Angie Stone).    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

deodato

MISFITS – Walk Among Us (Ruby)  

3

Quando nel 1982 esce Walk Among Us dei Misfits, la band newyorkese è già al terzo album, avendo già sciolto chili e chili di cerone dentro diversi studi, dal 1977 in avanti, senza mai trovare qualcuno pronto a scommettere su quello che, esteticamente, sembrava più un gruppo-farsa che una delle più dirompenti compagini punk della città.

Almeno finchè a New York non arriva Chris Desjardins, un californiano con il fiuto buono, con una particolare predilezione per tutto ciò che puzzava di cadavere.

Un cane da tartufo inviato dalla Slash ad annusare il culo a quanti, da quella cisterna in fiamme che era stato il punk erano riusciti a salvarsi cercando una propria via di fuga. Uno che il punk lo aveva vissuto e raccontato davvero, sulle pagine di una fanzine che aveva dato il nome proprio a quell’etichetta e che adesso stava cercando di ricompattare quanti in quell’esplosione si erano ustionati la carne sotto l’egida di una nuova label chiamata Ruby Records.  

Nei Misftis Chris D. troverà degli alter-ego credibili al punk rock necrofilo che egli stesso sta elaborando con i suoi Flesh Eaters. E quindi trova loro una casa. E dentro quella casa i Misfits possono mettere finalmente in scena il loro spettacolo horror sonorizzato con un’orgia di punk rock melmoso, truculento e catastrofico che di fatto consegna di peso il mondo fumettistico dei Ramones nelle mani delle più bieche compagini psychobilly degli anni Ottanta.

Nel 1982, mentre il mondo è invaso dai dischi di Dead Kennedys, Flipper, Hüsker Dü, Black Flag, i Misfits pubblicano un disco punk che puoi ancora cantare dall’inizio alla fine. Senza vergognarsene. Ma mascherandosi come dei clown.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

r-420437-1369856673-5716-jpeg

TUXEDOMOON – Divine (Crammed Discs)

2

Il primo incarico che i Tuxedomoon trovano nella loro nuova patria è quello di musicare un balletto di Maurice Bèjart creato attorno alla figura di Greta Garbo.

La band di San Francisco si mette al servizio del coreografo e della “divina” regalando dieci allucinazioni sospese tra sperimentazione e musica colta.

Voci sovrapposte (Mata Hari), estrapolate dai dialoghi dei film (Conquest) e messe in loop (Grand Hotel), danze cosacche (Ninotchka), violini audaci (Queen Christina) o suicidi (Camille), grovigli elettronici (Freudlose Gasse) e partiture per piste di ghiaccio (Anne Christie, i due movimenti di Entracte) cercano riparo dietro le suggestive coreografie di Bèjart ma private del loro contesto risultano inefficaci tentativi di ripetere la formula di Half-Mute cristallizzandone le intuizioni.

Manca la concretezza brillante e trasversale di Desire, l’atmosfera di dramma incombente e di funesta danza sui cristalli fumè che i Tuxedomoon riescono altrove ad evocare.

 

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

NZO

X – Under the Big Black Sun (Slash)  

0

…so the next time you see a statue of Mary remember my sister was in a car“.

Così si chiude Riding With Mary, uno dei pezzi dedicati alla sorella di Exene Cervenka il cui schianto mortale incombe su grandissima parte di questo terzo album della più bella punk band americana.

Gli X hanno sempre portato su disco e sul palco il proprio dolore e il proprio affanno. Un po’ delle loro vite, quel tanto che bastava per renderle meno feroci, meno amare. Stillandone il veleno e sputandolo dai denti come ofidi in cattività. E lo fanno anche stavolta. Forse con meno lucidità del solito. Perché il dolore ha tracciato un solco troppo profondo da poter essere colmato solo col rumore di una chitarra. Ecco allora la sorniona elegia funebre di Come Back to Me venire fuori come una ballata cheek-to-cheek, totalmente fuori dai loro canoni punk. Oppure Dancing with the Tears in My Eyes scivolare su languide chitarre hawaiane.

 

Ma John e Exene hanno vissuto sulla strada. E hanno sempre la pistola pronta a sparare. Non la tengono sempre carica ma quando lo fanno (The Hungry Wolf, quella copia riveduta e neppure troppo corretta di We’re Desperate che è Because I DoBlue SparkReal Child of HellHow I Learned My Lesson) è sempre meglio cambiare marciapiede.

Un sole nero, quello degli X. Un abbagliante, grande sole nero.

Lo stesso sotto il quale, quando i loro nomi faranno capolino più su Gofundme che su Itunes, John Doe sceglierà di aprire l’ombrellone per scrivere la sua bella storia del “good time boys del punk” californiano.

Così, come diceva Anthony Kiedis, “ se non credete a me, chiedete pure a John Doe, perché il suo cuore è carico di gloria e la sua ugola costruita con l’oro”.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

33e19e8b7be68fc3a1de23d5919b4445.997x1000x1

 

DURAN DURAN – Rio (EMI)  

5

Non importa che età abbiate avuto allora, se vi piacessero o meno. Se restavate in religiosa venerazione ogni volta passassero in radio o in tv o i vostri improperi un po’ invidiosi e un po’ snob superassero di gran lunga il volume delle loro canzoni: se siete “passati attraverso” gli anni Ottanta, vi siete imbattuti nei Duran Duran.

Il gruppo di Birmingham arriva, nei primissimi anni di quel decennio, per attuare la profezia annunciata dai Buggles proprio allo scadere di quello immediatamente precedente: annientare le star del pop attraverso il video. A loro favore gioca certamente il fatto che MTV, il primo canale televisivo dedicato esclusivamente alle clip musicali, ha aperto i battenti proprio a ridosso del loro disco di debutto. Una coincidenza, un segno dei tempi che ai cinque ragazzini inglesi deve essersi rivelato quasi come l’”in hoc signo vinces” di Pontemilviana memoria. I Duran Duran sono insomma il gruppo giusto al momento giusto, alfieri bellocci e molto credibili della stagione del disimpegno, delle vacanze full-optional, dell’ammiccamento sessuale non sfacciatamente maschilista ma di grande gusto ed ambizioni estetiche, grandissimi promoter musicali dell’età della plastica negli anni in cui il PET, il PVC e il polipropilene si stanno sostituendo nel gusto quotidiano al vetro, alle leghe, all’amianto, abilissimi tour operator delle vacanze da sogno di cui il mondo occidentale infatti sogna e, per la prima volta dal dopoguerra, riesce anche a realizzare grazie al benessere all’ibernazione bellica garantita dalla guerra fredda.  

Se il punk aveva annientato il concetto di musicista virtuoso in favore del messaggio sovversivo e antiregime, MTV impone alle nuove pop/star un’ulteriore mutazione genetica: non conta più neppure il messaggio ma il modo in cui viene porto e veicolato alla gente. Il nuovo artista deve saper in qualche modo assecondare il desiderio di svago del pubblico ed essere attore credibile di quella filosofia di vita spensierata. Non importa sappia cantare o suonare: il playback è il nuovo miracolo della pop-music e i turnisti e i produttori possono uscire dalla lampada di Aladino all’occorrenza e realizzare qualsiasi desiderio. Quello che importa, e tanto, è che l’artista pop sappia interpretare quello di cui canta. Ballando, recitando, simulando. Michael Jackson, Madonna, Wham!, Culture Club sono lì a dimostrare che si può usare l’opportunità dei video-musicali sfruttandola come degli imbonitori. I Duran Duran lo capiscono forse prima di tutti gli altri andando a colmare per primi un bisogno che ci si accorge di aver avvertito solo nel momento in cui esso viene soddisfatto.           

I Duran Duran incarnano la fantasia erotica di quegli anni. Non solo per brufolose adolescenti che sognano di perdere la verginità su uno yacht lungo le rotte dei Caraibi o di sposare Simon Le Bon. Andy Warhol confesserà di masturbarsi con gran diletto guardando i loro video e concentrandosi soprattutto su Nick Rhodes che di Warhol, di Lou Reed e dei Velvet Underground è un grandissimo fanatico.

Sono belli, colorati ed irraggiungibili. Si muovono bene e recitano come nelle pellicole di James Bond e Indiana Jones.  E fanno canzoni per adescare le adolescenti.

Più ancora che il disco di debutto è dunque il sapore tropicale di Rio e dei suoi video a creare un fenomeno coercitivo destinato a diffondersi a macchia d’olio sulla musica e sull’immaginario collettivo di quegli anni. Al di là della modestissima portata di alcune canzoni (Last Chance on the Stairway, Hold Back the Rain, My Own Way sono proprio delle canzoni mediocri) sono proprio i video costruiti attorno ai suoi episodi migliori (Rio, Save a Prayer, Hungry Like the Wolf, The Chauffeur) ad ingigantire un fenomeno che musicalmente è poco più che una volgarizzazione delle intuizioni dei Japan, riuscendo a portare a compimento l’atto seduttivo che la band londinese aveva solo tentato, trasformando in prêt-à-porter la raffinata sartoria dandy di Sylvian e compagni. Detto questo e al di là dei giudizi schizofrenici di cui è stato oggetto, Rio rimane, nonostante il suo titolo da benessere da ipermercato, una validissima istantanea del gusto pop di quegli anni, una perfetta bilancia di gusto melodico e suoni moderni ed ammiccanti, sufficientemente eleganti pur nel loro evidente, voluto approdo popolare da viaggio organizzato cogliendo appieno lo spirito della missione Duraniana: portare il sogno di una vita da star dentro una vita da Brodo Star.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

Rio_album_wikipedia_duran_duran_discogs_com_collection

 

LOU REED – The Blue Mask (RCA)  

2

The Blue Mask è il disco del riscatto. Un ponte lanciato verso il Lou Reed di Transformer lasciando agli altri l’onere di capire se quello era, è, il suo vero volto o solo la maschera indossata per inscenare le voglie capricciose del rock ‘n roll.

La presenza di Robert Quine al suo fianco fa sentire Lou nuovamente al sicuro, pronto per mettere nuovamente mano nelle pattumiere di inizio carriera. Incespicando anche con orgoglio, come nella nudità di The Heroine che su consiglio della moglie finisce sul disco spoglia e disadorna, anche se incerta.

Rispolverando quel tono annoiato e quel torpore che sono la sua coperta di Linus.

Un riparo pronto per quando si abbatterà la tempesta. Come quella che, dietro una maschera blu, devasta il cuore del disco. 

Di contro, i placati eccessi con alcol e droghe fanno emergere nella poetica Reediana una qualche parvenza di coscienza politica e sociale offuscata dalle nuvole pesanti del ricordo e offrono una visione biografica meno devastante, meno compromessa coi propri demoni. A tratti, addirittura, un qualche bisogno di confessione, di autoaccusa, di tardiva necessità di redenzione.

Dietro una maschera blu si può osare sempre un po’ di più.

Dietro una maschera blu ogni uomo può raccontare la sua storia, senza paura di venire tradito da un brivido più profondo degli altri.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Lou-Reed-The-Blue-Mask

 

HITMEN – Hitmen / Is What It Is (Savage Beat!)

0

 

Finalmente disseppelliti i due album dei leggendari Hitmen. Riesumati con tutte le suppellettili funebri del caso, tanto che ogni disco diventa, in questa nuova veste, un doppio cd carico di b-sides, sessions inedite, tracce dal vivo. “Correggendo” così i difetti di produzione di cui fu vittima parte della loro discografia. Gli Hitmen furono una delle tantissime schegge generate dall’esplosione dei Radio Birdman. Non certo la più feroce, ma piuttosto la più incline al power-pop turpe dei Dictators di cui pezzi come Corridors of Power e Mercenary Calling sul primo album o Go Rin No Sho, No Clue e 15 Hours sul secondo restano tra gli esempi migliori. Ma scorreva pure, nel sangue del gruppo australiano, una devozione verso bestie dello zoo proto-hard come BOC (spesso oggetto di covers da parte dei 5 di Sydney) e Kiss (I Want Love è puro I Was Made For Lovin’ You-boogiesound, NdLYS). Operazione deluxe doverosa per due tasselli chiave del gigantesco puzzle dell’aussie-rock.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

1st_Album_front_cover-300x300

2nd_Album_front_cover-300x300

THE UNKNOWNS – The Unknowns (Disc’Az)

0

Fra le tante storie che circondano il mito di Bowie e che sono state rispolverate dopo la sua morte e speziate a dovere per alimentare il mito, una di quelle taciute è quella che riguarda Bruce Joyner e il suo incontro con la morte, quando ha appena da poco ottenuto la patente. Dato praticamente per spacciato dopo un pauroso incidente automobilistico, riapre gli occhi ascoltando Diamond Dogs dell’androgino più bello del rock, che di disavventure e danni fisici ne conoscerà molti ma molti meno dell’indistruttibile Bruce. E di occhi, seppur cangianti e diseguali, almeno uno in più.   

E’ quello il momento in cui Joyner realizza due cose: la prima è che è vivo, nonostante i dolori atroci che sente dappertutto.

La seconda è che vuole diventare una rockstar.

Non ci riuscirà.

Però ci prova.

Ostinatamente ci prova.

Riuscendo a strappare un contratto con la Sire per la quale realizza, con i suoi Unknowns, un extended play di debutto che pare non piacere a nessuno, neppure a Joyner e ai suoi tre scagnozzi.

Ancora meno piace questo disco pubblicato solo qualche mese dopo dal pirata Greg Shaw senza alcun beneplacito da parte della band e che però mostra la strana miscela musicale di cui è capace il gruppo Georgiano, ovvero un originalissimo, folle e psicotico impasto di rockabilly e surf music che unisce ad una incrollabile ed orgogliosa fede alle chitarre Mosrite un curioso, deviante gusto per certe derive new wave e art-rock.

Come spiegarvi? Provate a pensare a dei Wall of Voodoo cresciuti ascoltando i dischi di Surfaris ed Hasil Adkins invece che quelli di Morricone o a dei Fleshtones che fanno caciara con i Panther Burns e sarete molto vicini allo spirito che anima canzoni come She Never Say No, The Streets, White Trash Girl, Crime Wave, Rat Race, Rave On, condotte da Joyner come se stesse interpretando una pellicola trash degli anni Cinquanta.  

Una grandissima band dal nome profetico.

Questo, il monumento funebre al milite ignoto.                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

images

LED ZEPPELIN – Coda (Swan Song)  

3

A riprova di come l’idea di rivestire i bozzoli delle canzoni di In Through the Out Door dalla patina moderna dei synth sia arrivata solo nelle successive fasi di lavorazione del disco, alcuni dei provini più grezzi hanno l’onore di una investitura ufficiale a due anni dalla morte di Bonham e dei Led Zeppelin.

Gli scarti di quell’ultimo lavoro occupano la seconda facciata di Coda, il bellissimo testamento cui Robert Plant mette mano nel 1982, marginale alla discografia ufficiale del gruppo eppure inaspettatamente vibrante, quasi a voler testimoniare come la sepoltura della più grande hard rock band inglese sia avvenuta a salma ancora viva.

Seppur stringatissimo nel contenuto (gli Zep non amavano lasciare scarti del loro lavoro), Coda ripercorre agilmente tutta la storia della band, partendo da una grintosissima cover di We’re Gonna Groove usata spesso per scaldare il pubblico nei primissimi concerti e chiudendosi appunto con i bellissimi avanzi dell’ultimo lavoro in studio passando per delle dignitosissime outtakes da Led Zeppelin III e Houses of the Holy che meritavano, appunto, di finire su un disco.

Anche se in “coda” ad un decennio di eccessi cui si è dovuto pagare pegno.

Il cielo è sgombro di dirigibili, a Oriente e ad Occidente.

Ma sulla terra si vede ancora la sua ombra.   

Sotto, gli dei pagani hanno seppellito la loro scure.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

 

led-zeppelin-coda-deluxe-reissue

BAD BRAINS – Bad Brains (ROIR)  

0

L’unico vero precedente storico erano stati i Death di Detroit.

Per il resto, nonostante personaggi come Jimi Hendrix, Sly Stone o George Clinton che avevano addirittura imposto al rock un’accelerazione creativa assolutamente straordinaria pur rivendicando in ogni caso delle forti connotazioni “black” (il blues per Jimi, il soul per Sly, il funk per George), nessun’altro gruppo di colore si era impossessato con prepotenza del lessico di musiche tipicamente bianche.

Il debutto dei Bad Brains, pur destinando buona parte del proprio minutaggio ai ritmi in levare del reggae (in rispetto della fede rastafariana dei loro componenti), era dunque un esordio destinato se non a fare scuola, perlomeno a tracciare un solco, non solo nell’ambito hardcore in cui va curiosamente a ficcarsi.

Curioso perché la fulminazione con il punk e il metal fu per la band di Washington talmente folgorante da indurla nel giro di pochi mesi ad abbandonare drasticamente la musica fusion in favore di uno dei capitoli più violenti di tutta la stagione hardcore americana.

Curioso perché pubblicato, come vuole la tradizione della ROIR, solo in cassetta.

Curioso perché, nei quindici brani che vengono raccolti, l’hardcore e il reggae convivono fianco a fianco senza integrarsi. Che potrebbe sembrare una cosa banale ma che invece è un chiaro messaggio politico.

E così ecco da un lato proiettili come Sailin’ On, Attitude, Pay to Cum, Don’t Need It, Supertouch/Shitfit, Banned in D.C., I subito deviati da pezzi come Jah Calling, Leaving Babylon, I Luv I Jah.

Tutto suonato con una perizia e una precisione di tiro che il passato di musicisti jazz ha lasciato loro in dono.

Voi lì, seduti nel vostro divano cammellato, è meglio vi scansiate.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

download (3)