THE JIM CARROLL BAND – Dry Dreams (ATCO)  

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È ancora uno stupendo scatto di Annie Leibovitz ad introdurci di nuovo nel mondo di Jim Carroll, passando stavolta dalla stanza da letto.

Sono passati due anni da Catholic Boy, il disco che aveva fatto intendere come la Band di Jim Carroll fosse arrivata a completare il lavoro di espressionismo punk lasciato interrotto da Television e Patti Smith Group e adesso Dry Dream arriva a rivendicarne l’eredità. Il letto è il posto dove i sogni prendono forma, ed è una forma molto approssimata a quella del rock ‘n’ roll, come ben dimostrano Jealous Twin, Barricades, Dry Dreams. Il ragazzo che a tredici anni scriveva “meglio dell’89% degli scrittori contemporanei” ha adesso gli anni del Cristo alla croce e ha frequentato le montagne russe del successo e quelle delle droghe già da un bel po’.

Prosa, poesia, musica, donne, prostituzione, basket ed eroina si sono mescolati nella sua vita in un cocktail stordente che adesso alimenta sogni ricorrenti come quelli che Carroll racconta in Dry Dreams, Lorraine, Evangeline, Jody, Still Life. Tutti viaggi in cui i confini tra lusso e lussuria si sbriciolano e i bassifondi della città si confondono con l’uptown dai grattacieli simili a siringhe.

Un disco metropolitano fino al midollo, che indugia nel peccato senza soccombergli ed è pieno di luci sfavillanti, con le chitarre che corrono come luci al neon dal finestrino di un taxi. Un disco dove ognuno è perduto ma è anche salvo a modo suo, in una darwiniana e feroce lotta all’adattamento che è quello che questo mondo ci chiede, se vogliamo rimanere a galla un po’ più a lungo di tanti altri stronzi cui avremmo augurati volentieri di sprofondare nell’abisso.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MISSION OF BURMA – Vs. (Ace of Hearts)  

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Concerti talmente rumorosi da diventare sordi. Ma sordi davvero.

Tanto che i Mission of Burma sono costretti ad interrompere la loro carriera precocemente per riprenderla solo venti anni dopo, quando la sordità sarà una norma geriatrica valida per tutti.

I Mission of Burma inciamparono sul punk quasi per caso. Il loro leader dirà, senza pisciare troppo fuori dall’orinale, che erano una prog-band nata nel periodo sbagliato. Siamo nel 1982, quando esce Vs. e anche il punk è passato da un pezzo, cercando nuove strade che trova in dischi complessi e trasversali come The Punch Line dei Minutemen, Generic dei Flipper, il debutto dei Meat Puppets e appunto questo primo album dei Mission of Burma che dimostrano come i nuovi punk siano diventati onnivori. Mangiano e cacano di tutto.

Gruppi che sono già post-core pur essendo ancora in piena febbre hardcore.

Che spiegato ai bambini potrebbe voler dire: immaginate un treno ad alta velocità che corre su due grossi binari di acciaio. Bene, immaginate ora di spezzettare quelle rotaie e di costringere lo stesso quel treno a percorrere i suoi cento chilometri di distanza. Ecco. Il post-core era un po’ questo. La musica dei Mission of Burma era un po’ questo. Il suono di quello stridore di metalli, di quelle scintillanti frenate, di quelle improvvise accelerazioni, di quegli scarti improvvisi è racchiuso dentro New Nails. Con i binari divelti che passano attraverso la polvere della Galilea e i passeggeri che guardano fuori dai finestrini, imprecano, mugugnano, si meravigliano, cantano, sorridono, urlano.  

Vs. suona quasi tutto così, disarticolato, pur concedendo alla carovana di scendere un paio di volte dai convogli per svuotare lo stomaco infilandosi due dita in bocca (Dead Pool, Forget). Poi si torna su, a correre sbattendo la testa sulle plance di metallo che coprono la carcassa dei vagoni. Non verso qualcosa. Ma contro qualcosa.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SONIC YOUTH – Sonic Youth (Neutral)  

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Più che un affare di chitarre, come poi sarebbe diventato, il timido esordio dei Sonic Youth aveva più a che fare con basso e percussioni. Una deviazione della giungla metallica dei Public Image che però conduceva verso la New York di acciaio e vetro temperato di Glenn Branca dietro la cui ombra i Sonic Youth hanno modo di formarsi e di registrare il loro piccolo disco di debutto. L’arredo chitarristico è infatti costruito secondo le modulazioni minimaliste dell’artista-simbolo della no-wave americana.

Piccoli rintocchi, guglie esoteriche, claustrofobiche ripetizioni atonali e, quando il terzo occhio psichedelico si apre come fossero le porte del Taj Mahal, un rincorrersi di jingle-jangle monocorde.

Il cantato è da par suo privo di ogni impeto emozionale. Quasi un canto ateo e devozionale all’apatia. La nuova gioventù americana ha dimenticato l’atto della preghiera e marcia chiusa dentro le macchine che i loro padri hanno creato, verso una destinazione parimenti ignota quanto l’aldilà cristiano.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

SonicYouth

CAPTAIN SENSIBLE – Women and Captains First (A&M)  

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La svolta commercial-demenziale di Happy Talk e Wot era stata talmente sfacciata che la critica inglese non avrebbe speso una sola parola meno che offensiva nei riguardi di Captain Sensible, il chitarrista dei Damned che all’epoca del suo debutto non aveva peraltro neppure dato le dimissioni dalla band madre e tuttavia aveva il coraggio di presentarsi con un opulento disco di canzonette in tutta solitudine. O quasi, perché al suo fianco per questo Women and Captains First c’era Robyn Hitchcock, l’ex ragazzo soffice per il cui disco d’esordio la critica aveva sprecato tutte le similitudini possibili con sua eccentricità Barrett, al punto tale che quando su questo disco il Capitano scrive e canta una A Nice Cup of Tea che è più Barrett dello stesso Barrett, non trova più paragoni da poter fare. Forse, molto più semplicemente, si erano fermati a quell’esercizio in equilibrio parodistico tra la novelty song e il rap demenziale di Wot che la precedeva, storcendo il muso. Forse l’avrebbero saltata a piè pari per ascoltare le nuove avventure di Brenda, la ragazza con lo slittino di ferro, che torna qui protagonista di una lunghissima canzone d’amore scritta a quattro mani dallo stesso Hitchcock e da Sensible.

Un pezzone anche questo, con la dodici-corde di Robyn che svolazza fra le tastiere e le tende sdrucite di Brenda. E bello anche il pop urlato di Yanks with Guns, tutto circondato di voci registrate, chitarre come cobra elettrici e synth.

Ma il Capitano ha fama da stronzo, come me. E il pezzo non piace, come i miei.    

Piace molto di più al pubblico Happy Talk, la cover vaudeville tutta cianciane aggiunta quasi per caso scartabellando tra i dischi di mamma e papà dopo aver scartato Waterloo Sunset e See Emily Play. Arriva al Numero 1 della classifica, con tanto di complimenti e un pizzico di invidia di Rat Scabies. Ma è una cagata, un po’ come l’altra cover rubata a Broadway Nobody’s Sweetheart.

L’altra perla del disco si trova un po’ più giù e si intitola Who Is Melody Lee, Sid?. Due minuti scarsi di chitarra acustica dietro cui si nasconde una buona parte del Julian Cope che è ancora là da arrivare e che fa preludio all’altro proto-rap del disco, che di lì a poco si chiude con un’altra canzone scritta con Hitchcock e dedicata alla sua città. Vagamente psichedelica, Croydon si muove tra i giardini di fragole dei Beatles e le sfumature di bianco barocco dei Procol Harum e profuma ancora una volta del folletto Barrett e del druido Julian. Prima di salire verso l’alto mentre il vascello del capitano cola a picco, salvando solo le donne e lui medesimo.   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

IGGY POP – “Zombie Birdhouse” (Animal)  

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Scaricato dalla Arista in seguito alle ristrutturazioni aziendali dei primi anni Ottanta Iggy Pop è costretto a trovare il suo ennesimo rifugio. L’angelo che lo soccorre ha stavolta le sembianze di Chris Stein, il bassista dei Blondie che ha da poco messo in piedi una nuova etichetta e che gli sovvenziona, oltre al solito alloggio di fortuna, le sessions di registrazione e la stampa del nuovo disco, cui egli stesso mette mano come produttore e bassista.

“Zombie Birdhouse” suona come l’impianto di ventilazione della latrina degli Stooges. Un prodotto di scarto industriale a tratti vicino alla disco music gotica e fluorescente dei Bauhaus di Mask, dei Public Image e dei Throbbling Gristle o a quella funky dei Talking Heads e che anticipa, a tratti e accelerato a dovere (provate a suonare a 45 giri una traccia come Life of Work, NdLYS), il motorik cibernetico dei Sigue Sigue Sputnik. Una vasca da bagno piena di merda dentro cui il padre del punk sguazza chiedendo alle sue groupies di urinargli addosso.    

È un disco nichilista, decadente e invendibile, afoso, irrespirabile, asfittico, malsano. Impastato nell’ozio malato che rigenera il corpo una volta smaltita la dose di odio che lo percorre. La deriva assoluta, l’unica praticabile dell’asfissia annichilente di The Idiot, della wave berlinese e dei dischi dei Joy Division (il cui raggelante suono da freezer sembra venire fuori dal frigo aperto di Platonic).    

Un lavoro caotico e a tratti straziante, assolutamente fuori contesto e fuori rotta, se mai ce n’è stata una nella carriera del cantante del Michigan, una poltiglia acida dove ci sono un sacco di cose fuori posto, che sembrano andare per i cazzi loro anche quando un riff più ficcante degli altri (Bulldozer) sembra voler riportare sui binari il vagone impazzito dentro cui si è chiuso Iggy e che rotola sulla strada come la scatola di latta ammaccata dei Public Image, in attesa che qualcuno le dia un calcio che la scaraventi oltre il selciato.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

LUCIO BATTISTI – E già (Numero Uno)  

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Per tutti gli anni Settanta nessuno riesce ad affondare Lucio Battisti. Il cantante di Poggio Bustone ha sempre un salvagente che riesce a riportarlo a galla dalle critiche e in ogni casa, non solo in quelle di area medio-borghese, c’è un disco di Battisti conteso fra adolescenti e genitori.

Così, all’alba del decennio successivo, Battisti decide di affondarsi da solo. Letteralmente, pure. Che le immersioni con il nuovo amico Adriano Pappalardo diventano la sua nuova ossessione, forse più forte della passione stessa per la musica.  

Il 4 Luglio del 1980 fa la sua ultima apparizione in pubblico, rispondendo sempre molto timidamente all’ultimo applauso come se fosse il primo.

Quindi infila Mogol nel tritacarne.

Quando infine consegna alla Numero Uno le nuove canzoni scritte con la moglie e suonate esclusivamente su macchina, impone all’etichetta di non fare nessuna promozione. L’unica concessione riguarda, e sarà l’ultima volta, la pubblicazione di un singolo. Nessuna intervista, ancora una volta nessun tour, nessuna apparizione in tv o nei falò dove cantano ancora di bionde trecce che per lui sono diventate corde di canapa. Neppure indiana.

E già è il disco baricentrico tra il Battisti delle canzonette da mandare a memoria e quelle ermetiche che arriveranno a breve. Battisti riedifica completamente il suo personaggio e il suo modo di pensare le canzoni. Come era stato per Anima latina, lavora sull’impenetrabilità delle canzoni e le fa loro scudo. Ma stavolta con una freddezza tutta inedita che troverà una specularità tematica e timbrica nel disco pubblicato proprio da Pappalardo lo stesso anno, con Battisti accanto.

L’addio alla terra e l’abbandono definitivo al mare.

L’imperativo è ripartire da zero, ripartire di nuovo, ripartire da un isolamento dorato, distribuendo indizi lungo tutte le canzoni per non creare alibi quando sarà il momento di alzare un muro ancora più alto. Un disco dalle intenzioni sacrosante ma dai risultati non esattamente esaltanti. E già è tuttavia incapace di reggere artisticamente la rivoluzione personale che lo anima e si rivela irritante non tanto per il coraggio artistico che esibisce (chi altri ha mai tentato un’operazione simile avendo gli stessi numeri e la stessa popolarità di Battisti?, NdLYS) quanto per la banalità dei risultati che dovrebbero suffragare una scelta così ardita, risultando alla fine lezioso e “scivoloso” almeno quanto buona parte dei “panetti di burro” che simbolicamente la moglie dichiara definitivamente finiti durante l’ultima cena con Mogol.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ALLEY CATS – Escape from the Planet Earth (MCA)  

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Non fossero esistiti gli X, il titolo di punk band californiana preferita dal sottoscritto sarebbe spettata a loro. Ma c’erano gli X, per Dio, e gli Alley Cats restarono per sempre secondi. Anche perché, quando i primi pubblicarono quell’abominio che risponde al titolo di Ain’t Love Grand, i Cats si erano già sciolti (e riformati sotto altro nome).

Anche qui c’erano le voci di un ragazzo e di una ragazza a rincorrersi tra le strade di una Los Angeles leggermente più gotica di quella descritta da Exene e John ma ugualmente decadente e romantica.

Se il disco di debutto era un disco bello, il secondo album degli Alley Cats è un disco bellissimo. Se i veri e propri “assalti” punk sono limitati ad un paio di episodi (uno dei quali, fra i capolavori di tutto il punk californiano di ogni epoca e stagione, stipato in chiusura), Escape from the Planet Earth riesce con disinvoltura a creare un corto circuito tra la prima e la seconda e più sfaccettata ondata punk californiana, introiettando da un lato il gusto sanguinolento che degenererà nel gotico dei 45 Grave e Flesh Eaters, dall’altro certo gusto cow-punk caro a gruppi come Horseheads e Gun Club e certe divagazioni crossover tipiche di band come Fishbone e Minutemen. Senza mai riuscire davvero a lasciare il pianeta, gli Alley Cats lasciano sulle sue rocce le tracce di un capolavoro.

Perché i posteri non dimenticassero.

E malgrado questo, in molti l’hanno fatto.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CANNIBALS – …Bone to Pick (Hit)  

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L’avventura di Mike Spenser con i Count Bishops non era durata più di un anno.

Poi, la sua visione sempre più radicale lo avrebbe portato velocemente allo scontro con i compagni raggiunti dall’America solo un anno prima. Il passo successivo, dopo un infruttuoso approccio con Malcolm McLaren che lo avrebbe voluto alla guida di quelli che sarebbero diventati i Sex Pistols, sarebbe stata una band che avrebbe portato la restaurazione dei Bishops ad un fanatismo ancora più esasperato. Mike Spenser è uno dei primi filologi di questa estetica “trash” che si sarebbe presto coagulata a Brixton, nei venerdì sera del The Garage dove si sarebbero alternate sul palco band come Milkshakes, Surfadelics, Prisoners, Stingrays, X-Men, Changelings, Vertex, Corvettes e i suoi Cannibals.

Quella che viene sperimentata dentro il club di Londra e che verrà etichettata come Trash Music è il vero anello di congiunzione tra la pub-music dei tardi anni Settanta e il neo-garage del decennio successivo.

Il tentativo è quello di riportare il rock ‘n’ roll alla verginità dell’epoca immediatamente precedente all’esplosione della Beatlemania. Ogni contaminazione con la psichedelia e le orchestrazioni è bandita. La sperimentazione, quando c’è (qui un esempio potrebbe essere The Dreaded Lurgy), si ferma alle follie di produttori come Joe Meek e Kim Fowley.

…Bone to Pick, unico album dei Cannibals a non mettere le mani nel canzoniere, seppur dimenticato, altrui è un esordio folgorante vergognosamente ignorato dal pubblico, anche quello che da lì a poco si sarebbe radunato sotto il palco per band sixties-oriented ben più modeste.

Mike sa scrivere ottime canzoni, infarcite dei più ovvi ma più necessari luoghi comuni del rock ‘n’ roll basico. I’m Not Stupid, Blasphemy, Mumbo Jumbo, Led Astray, il rockabilly lordo di armonica di Spontaneous Combustion e la rollingstoniana Mind Your Own Business ne sono una testimonianza inequivocabile.

Chissà se mai qualcuno di voi, animali ammansiti da YouTube, si prenderà la briga di andarlo a rimettere sul piatto.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GARBO – A Berlino…va bene (Universal) / Scortati (Universal)  

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Le recenti ristampe dei primi due album di Garbo hanno il compito di “scortare” uno dei più singolari autori italiani degli anni Ottanta per presentarlo alle nuove generazioni.

Ma come potremmo spiegare Garbo alle nuove generazioni, quelle che oltre a non aver conosciuto le canzoni di Garbo forse hanno saltato anche tutte quelle dei suoi vari epigoni che la storia della musica italiana ci ha regalato negli anni successivi (dai fiorentini Moda agli Underground Life, dai Bluvertigo di Morgan ai Soerba)?

Proviamoci dicendo che nei primi anni ‘80 la musica italiana cerca di adattarsi alla “nuova corrente” inglese e all’elettronica teutonica cercando linguaggi alternativi alla consueta canzone melodica e da classifica. Se la fucina di questo movimento si può a ragione riconoscere nella Italian Records di Oderso Rubini, vale la pena ricordare che a “sdoganare” i suoni elettronici verso il grande pubblico, grazie al sostegno di etichette capaci di infiltrarsi con maggior facilità all’interno della macchina-musicale, furono essenzialmente i Chrisma (accasati presso la Polydor), i Matia Bazar (all’epoca su etichetta Ariston) e Garbo (di pianta alla EMI, che per lanciarlo invierà ai deejay il suo primo singolo come “lato b” di Bandiera bianca di Battiato, NdLYS). Non sono veri e propri elementi di disturbo (nonostante, soprattutto i primi, vengano giudicati spesso eccessivi) ma forzano il passo verso un rinnovamento espressivo strisciante ma necessario ed opportuno realizzando un vero e proprio abbordaggio popolare non più attraverso i canali underground delle radio pirata e dei locali alternativi ma sfruttando i canali ufficiali del re dei mass-media borghesi e popolari: la tv.

Se i Matia Bazar erano approdati alla musica elettronica di Tango e Aristocratica liberandosi coraggiosamente di un passato rassicurante e ricco di successi e se i Chrisma avevano già debuttato seppur in sordina alla fine del decennio precedente, è Garbo a rappresentare la vera cosa nuova con cui il pubblico deve confrontarsi. A portarlo in tivù è Carlo Massarini, all’interno del suo storico Mister Fantasy, programma che sul nuovo scommette e, per un po’, vince. Garbo invece non vince subito. Il confronto con Bowie, banalmente evocato dai riferimenti alla musica elettronica e alla città tedesca cui dedica il primo singolo e il suo album di debutto, non gioca a suo favore. Le distanze sono, effettivamente, gigantesche. La scelta di usare diverse lingue per i dieci pezzi del disco di debutto non è felicissima e forse, invece che abbattere le barriere linguistiche e culturali che limitano l’Europa come era forse nelle intenzioni dell’artista milanese, ne costruiscono qualcuna tra lui e il suo pubblico. Musicalmente il disco trova compiutezza espressiva solo in un paio di episodi (A Berlino…va bene e Anche con te…va bene) e alla fine quello che rimane in memoria è più la singolarità del  personaggio (rapportato ai canoni televisivi dell’epoca) più che l’autore di canzoni. 

Molto, molto meglio è il disco successivo, Scortati, del 1982, dove Garbo sembra padroneggiare con invidiabile maestria quel linguaggio che sul debutto veniva solo farfugliato allestendo una scaletta di pop moderno in cui ogni canzone funziona alla perfezione, con una modulazione adeguata del registro vocale e una maggiore consapevolezza melodica innestata in piccole sovrastrutture di sintetizzatori, chitarre effettate e fiati (sassofono e clarino) neo-romantici. Generazione (il promo per le radio la vede stavolta a fianco addirittura della Let’s Dance di Bowie), Moderni, Frontiere, Vorrei regnare, Al tuo fianco sono le canzoni con cui Garbo trova il vero punto di contatto col suo pubblico, conquistato poi definitivamente dai singoli immediatamente successivi come Radioclima e Cose veloci.

Le demo incluse nelle versioni estese, nonostante la sentita presentazione audio dello stesso Garbo, non aggiungono di per sé valore a due dischi a loro modo seminali per la musica pop-wave italiana. Qualcosa invece tolgono le nuove copertine che non credo serviranno a vendere qualche copia in più e il cui riadeguamento mi pare, tra l’altro, del tutto superfluo.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PLAN 9 – Frustration (Voxx)  

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La Voxx Records e i Plan 9 nascono, praticamente assieme, nel 1979.

La prima nasce da una costola della Bomp! Records con l’obiettivo di setacciare i club alla ricerca di band desiderose di emulare sonorità e portamento delle classiche band degli anni Sessanta tanto amate da Greg Shaw e portarle in studio. La prima band ad incidere per l’etichetta sono gli incredibili Crawdaddys. A loro si affiancano quindi Jon & The Nightmares, Hypstrz, DMZ.

Quindi, nel 1982, Greg si imbatte in una band di Rhode Island che dal vivo improvvisa per oltre un’ora su Dirty Water degli Standells e stravolge altri piccoli classici di serie B del beat americano dilatandone oltremodo la durata. Greg è un purista però stima Eric Stumpo per i suoi gusti e le sue conoscenze in ambito musicale e cinematografico e ha voglia di arricchire il suo roster con una band realmente psichedelica.

Nel giro di pochi mesi esce, su etichetta Voxx e con copertina suggerita dallo stesso Shaw (“un labirinto senza soluzione che generi frustrazione“), il singolo di debutto dei Plan 9 e, a ruota, il loro primo album. Sono solo sette canzoni, sette cover, di cui una (quella che dà il titolo al disco) occupa un’intera facciata permettendo ai Plan 9 di svelare tutta la forza visionaria delle loro quattro chitarre e di allontanarsi da subito dal clichè garage-punk. Le digressioni chitarristiche allungano il pezzo dei Painted Ship di quattro volte la sua durata originaria, finendo per avvicinarsi più agli excursus acidi dei Grateful Dead che alle classiche e veloci canzoni proto-punk che lo stesso Greg Shaw sta promuovendo con la sua collana Pebbles e da cui infatti proviene la quasi totalità degli originali riciclati per l’occasione (dando un colpo al cerchio e uno alla botte, come nello stile dell’impresario di San Francisco). Il meglio dei Plan 9 arriverà dopo ma, con i debutti di Unclaimed e Chesterfield Kings Frustration è un disco assolutamente pionieristico nel recupero della tradizione perduta del garage sound dei Sixties.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro