THE PRISONERS – TheWiserMiserDemelza (Big Beat)  

0

Mi sono sempre piaciuti quelli che io chiamo i party-albums. Dischi che puoi mettere in diffusione mentre con gli amici dai fondo alla tua resistenza all’alcool e alla salsa tonnata, senza darti pensiero di dover girare disco. TheWiserMiserDemelza è uno di questi dischi. Avendo gli amici giusti, si intende.

E’ il periodo in cui, alle influenze tipicamente mod degli inizi (Small Faces, Kinks, Jam) degli esordi la band sta provando ad innestare qualche influenza dagli ascolti dei dischi di Nice, Move, Pink Floyd, Doors, Hendrix. La scelta di un titolo allusivo a quelle filastrocche psichedeliche tipo Aoxomoxoa ne è un chiaro esempio. Il suono ha però una dinamica molto moderna, tanto da essere considerato uno dei dischi essenziali per il baggy-sound dei primi anni Novanta.

A produrlo è Phil Chevron che nel 1985 entrerà tra le fila dei Pogues.

Ma le cose, dentro gli studi ICC, non andarono a gonfie vele. L’incapacità, a detta di Chevron, da parte di Graham Day di concentrarsi sulle parti vocali così come il rifiuto dello stesso di incidere la voce separatamente dal resto portò ad un compromesso non eccezionale: Graham Day avrebbe reinciso si le parti vocali ma sempre suonando la chitarra, ovviamente priva di amplificazione. Lungo tutto il disco è possibile, ad un orecchio attento, sentire lo strumming a vuoto che si riverbera sul microfono, creando un sottofondo ovattato non del tutto piacevole.

Nonostante tutto TheWiserMiserDemelza rivela un sound esplosivo e, nei pezzi scritti da James Taylor, una certa inclinazione al pop di maniera che farà il successo del suo Quartet qualche anno dopo, quando verrà acclamato come il Dio dell’acid-jazz inglese.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

theprisonersthewiser_1

AA. VV. – Back from the Grave #1 (Crypt)  

0

Quando Back from the Grave arriva nei negozi, Greg Shaw ha già pubblicato una decina delle sue Pebbles, le Mindrocker, Glimpses e Boulders hanno già iniziato a spargere i loro semi e le storiche Nuggets di Lenny Kaye, al decimo anniversario, si apprestano a diventare nelle officine della Rhino Records una collezione praticamente infinita. Eppure, quando Tim Warren dà il via alla sua “saga” mettendo in fila in maniera del tutto arbitraria una dozzina dei singoli che ha iniziato a collezionare dopo essersi stufato del punk e che si limita a “masterizzare” direttamente dal suo piatto, non sa ancora che sta per inaugurare non una semplice, ennesima collana di vecchia roba andata a male ma diffondendo una vera e propria filosofia di vita: riportare alla luce i cocci della rock ‘n roll culture pre-Sgt. Pepper’s e sotterrare tutto (o gran parte di) quel che è venuto dopo. Nessuno spazio per melense canzoncine d’amore ne’ discutibili e spesso noiosissime parate psichedeliche per ottoni, tablas e nastri rovesciati.

Nessun tappeto volante si alza da queste gracchianti e sgraziate canzoni pescate alla rinfusa dalle casse della sua “cripta” di Brooklyn dove vive senza cucina e senza doccia ma sommerso dai vinili. Solo canzoni senza futuro o, quando le abilità sono ancora al di sotto dello zero approssimato per eccesso in cui le band eccellono, un “taglio” da pusher senza scrupoli su robaccia altrui (da Jack the Ripper a Psycho, da The Bag I’m In alla The Witch dei Sonics suonata in incognito dai Lyres nei primi 500 esemplari e poi scomparsa dalla faccia della terra come una vera strega). Fuori dalla cantina malmessa di Mr. Warren il mondo si sega e si accarezza il clitoride con i poster di Duran Duran e Bananarama. Ma il vero odore di sesso resta intrappolato dentro le sue quattro mura e dentro queste due facciate.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

4422221267_249290faa5

BIG COUNTRY – The Crossing (Mercury)  

4

Per un breve periodo se la palleggiarono con gli U2, nell’impresa di fare della loro terra (l’Irlanda per gli U2, la Scozia per i Big Country, anche se solo d’adozione) la “più grande” se non del mondo, quantomeno del Regno Unito. Poi, sappiamo tutti come è andata.

Ma in quel 1983 quando arrivarono nei nostri stereo The Crossing e War, la sfida era ancora aperta. E lo fu in parte anche l’anno successivo. Poi il sogno di Stuart Adamson sfumò, addensandosi in piccoli cumuli di nebbia che costrinsero i Big Country a girovagare a vuoto nella medesima area dove erano stati avvistati la prima volta, come dei cinghiali in trappola. Il suono guerriero di The Crossing risuonava ancora, ma dentro una riserva di caccia, contribuendo in parte all’annientamento umano, oltre che artistico, di Stuart Adamson. In a Big Country, il pezzo che inaugurava epicamente questo debutto, chiamava a raccolta un esercito che non sarebbe avanzato di un solo passo per liberare i suoi paladini dal pantano in cui si erano cacciati.

Quel suono, creato ad arte per ingannare le orecchie, facendo assomigliare le chitarre al mulinare delle cornamuse, sarebbe diventata la loro prigione. Era un disco fiero ed orgoglioso The Crossing, proprio come gli eroi dal cuore impavido della storia guerriera scozzese. Un suono battagliero seppur dai tratti a volte pacchiani in quel marasma di edonismo sintetico che stava precipitando giù da tutta l’Inghilterra che per un attimo abbastanza lungo sembrò difendere un orgoglio che non era solo individuale ma collettivo. Se non condiviso condivisibile, almeno per tre quarti d’ora della nostra vita.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

bigcountrythecrossing

THE BLUE NILE – A Walk Across the Rooftops (Linn)  

0

Linn????

Già, Linn.

Che non solo dell’altra faccia della luna si nutriva il mercato dell’alta fedeltà.

Non nella Scozia, perlomeno.

Fondata a Glasgow nel 1973 da Ivor Tiefenbrun, la Linn era una delle tante imprese che negli anni Settanta cercavano di progettare il giradischi definitivo. Per riuscire in qualche modo nell’impresa era necessario avere dei supporti in grado di esaltare le qualità delle sue invenzioni.

Insoddisfatto dalla dinamica dei vinili del periodo e giudicando i Pink Floyd un po’ troppo lontani dal clima umido delle highlands, Ivor pensò di stamparseli da sé, i dischi.

C’era questa nuova band che girava in città, con quel suono moderno e antico allo stesso tempo, così elegante ed intimo che sembrava di sentire il tintinnio di un brindisi su uno chalet battuto dai venti e dalle acque delle Ebridi.

Con quel nome che, come la loro musica, suona un po’ romantico e un po’ triste.

Cantano di città portate via dalla pioggia, affogate dai temporali. E ne cantano come se parlassero di donne strette nei loro soprabiti fradici di acqua, consumati nell’attesa.

Saranno loro ad inaugurare l’avventura discografica della Linn.

Senza svendere la loro musica.

Nessun concerto e un secondo disco sei anni dopo, con addosso i cappelli.

Perché quando piove e corri, puoi prenderti pure la pioggia degli altri.

A Walk Across the Rooftops è un disco che puoi vestire in ogni mese dell’anno. Ma è in autunno, quando il rumore dei tuoni ti costringe ad alzare il volume mentre scorre il mesto corteo di Easter Parade, che sprigiona il meglio di se.

E’ un disco che sa di velluto, di vento che bussa sui vetri, di tassisti troppo distratti, di piccole sorprese gioiose talmente ben studiate (gli inserti funky alla Nile Rodgers che arrivano esattamente allo scoccare dei due minuti e mezzo di Stay e di Tinseltown in the Rain) da risultare poco credibili, trascurabili, effimere.  

E di bicchieri, come dicevo. Verosimilmente mezzi vuoti.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

3134d0c2f0a302e4f4202988a1706d39

BILLY IDOL – Rebel Yell (Chrysalis)  

1

Uno dei dischi-icona dell’MTV-rock degli anni Ottanta, Rebel Yell era la svendita clamorosa della rivoluzione punk dentro le pose da teppismo da borgata.

Era come trovare le magliette dei Clash nella jeanseria Robe di Kappa in centro città.

Un po’ come succede oggi, che trovi quelle dei Ramones nelle vetrine dei megastore orientali. Se scansi le lanterne di carta di riso, le vedi anche in quelle della tua città.

Ma era un disco che non mentiva.

Perché nasceva così: becero, tamarro, testosteronico.

Pescava quel che pensava fosse giusto pescare per farlo suonare un po’ ribelle e un po’ paraculo e ributtava a mare l’amo. Aspettando che ad abboccare fossimo noi. Donne pronte col loro bidet di ghiaccio e uomini lesti ad imitarne il ghigno strafottente o ad imbracciare l’air guitar simulando lo strumming cazzuto di Steve Stevens o ad impugnare qualche bacchetta altrettanto invisibile per replicare i pattern funky stesi ad asciugare sul ponte di Flesh for Fantasy o quelli voluttuosi come una carezza di una diciassettenne su Eyes Without a Face, o ancora quelli che avanzavano implacabili sotto le mitragliate della chitarra di Stevens nella title-track.  

Qualche anno più tardi, un altro reduce del punk di nome Glenn Danzig ce ne avrebbe offerto una versione leggermente più tenebrosa ma non molto dissimile. E avremmo ritirato nuovamente fuori la panca degli addominali da sotto il letto, le donne un dildo dal comodino.

Ma quella di Billy Idol fu per me la prima volta. E come tale non va dimenticata.   

                                                          

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

rebel-yell

TOM WAITS – Swordfishtrombones (Island)  

0

Il più felliniano fra i dischi di Tom Waits.

Musica da rigattieri, da straccivendoli, da spazzacamini, da lattonieri, da svuotacantine, da mendicanti, da buskers.

Sono gli eretici che cantano il fallimento del sogno americano, vomitando il loro blues in testa ad una fanfara di strumenti d’accatto.

Tom Waits diventa l’anti-Sinatra, il crooner alcolizzato che canta la felicità rattrappita dei camerini invece di esibire la gioia posticcia livellata dal cerone, il mefisto che vive tra le ombre e salta fuori dai cassonetti dei rifiuti quando l’ultima questua è stata elemosinata e la poca birra che rimane viene allungata con tutto il piscio che si è riusciti a trattenere, lo Scat Cat che scivola furtivo a raccogliere tutto quello che i Signori dei quartieri perbene hanno lasciato scivolare dalle loro tasche troppo piene.

Poi scava un solco e lo nasconde.

Prima che arrivino le cornacchie e le gazze a farne razzia.

E prima che la pioggia trasformi tutto in ruggine.   

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

swordfishtrombones

SONIC YOUTH – Confusion Is Sex (Neutral)  

0

Le campane suonano a festa.

La piccola chiesetta dei Sonic Youth si popola di fedeli.

E’ il febbraio del 1983.

Sull’ambone si alternano due officianti allampanati.

Maschio e femmina. Come nelle Sacre Scritture.

Recitano i loro sermoni mentre il basso tuona come in un preludio di Apocalisse.

Poi uno scroscio sempre più forte sui vetri che lasciano passare appena un filo di luce dalle navate che si placa di colpo quando la sacerdotessa Kim Gordon annuncia l’ora del sacrificio.

E il corpo di Iggy Pop viene immolato sull’altare, latrando come un cane.

Finchè non piove di nuovo, stavolta sangue.

E il sacrestano Lee annuncia l’arrivo dell’armageddon, appeso per il collo alla corda del campanile. Le campane tornano a tuonare, gravide di ruggine e di cancrena operosa.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

4bf36cc36d8ed44e974630d948162c70.1000x1000x1

SUICIDAL TENDENCIES – Suicidal Tendencies (Frontier)  

0

Veniva giù come una valanga, il primo disco dei Suicidal Tendencies.

Inarrestabile, piombava giù dalle casse dello stereo e faceva a pezzi il pavimento.

Erano gli anni in cui, terminate le repliche di Tarzan e finita la saga di Bruce Lee, al cinema si andava per vedere i film sulle gang del Bronx e del 13mo Distretto di Los Angeles. E finiva che pur senza ammetterlo un cazzo di giubbotto, virtualmente, lo indossavi pure tu. Ascoltare allora, nel 1983, il debutto dei Suicidal Tendencies era esattamente come trovarsi dentro una di quelle scazzottate.

E prenderle di santa ragione. E fottertene.

Era stare dalla parte dei punk ed essere menati dai metallari.

O stare dalla parte dei metallari e venire menati dai punk.

Era pestare merda.

Era essere un cholo e vestirsi di blu e rosso e sfilare, incurante, davanti ai sureños o ai norteños appoggiati ai cofani di qualche rottame.

Con la bandana in testa e lo skate sotto i piedi.

Era andare dove il punk stava marciando. E andarci di fretta. Urlando.

You think I’m Cyco don’t you, Mama.

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

 

 

July5

THE EYES – “Blink” (Bam Caruso)  

0

Che gruppo fantastico, gli Eyes.

Giovani teppistelli inglesi che si divertivano ad imbrattare le canzoni di Who, Everly Brothers, Beatles e Rolling Stones.

Con un catalogo di canzoni tanto striminzito quanto geniale, perfette nella forma e nel suono, messo a punto da sua maestà Shel Talmy in persona.

Una storia breve, bruciata nell’arco di quattro singoli e di una sorta di “fake album” su cui la band, cambiato nome in The Pupils, mette a soqquadro il repertorio dei Rolling Stones. Ciclicamente appallottolati come carta straccia dalla memoria collettiva finchè quest’ultima non venga riattivata dall’uscita di qualche raccolta del loro materiale.

La prima a farlo è la Bam Caruso nel 1983, raccogliendo la loro scorta di 45 giri e aggiungendo un paio di estratti dal tributo agli Stones con cui chiusero la loro avventura. Se le cover mostrano una band capace, sono gli originali di Terry Nolder a riempire lo spazio con un suono assolutamente capace di confrontarsi con quello di band come Creation e Birds, le formazioni cui il suono è direttamente relazionabile al loro. Asciutto e aggressivo, non può non piacere alle frange più violente dei giovani ribelli inglesi, che infatti li supportano come meglio possono nei gig dove fanno capolino, tra effetti sonori (feedback e l’uso del gong sulla scena) e luci psichedeliche, aprendo per glorie nazionali come i Kinks o telefonando a Radio London quando la stazione radio decide di proporre un loro set in studio.

La progressione verso la musica mod era stata lenta ma inesorabile. Nati come band devota agli Shadows i Renegades si erano buttati, una volta trovato un cantante, in un repertorio buono per i matrimoni e le serate danzanti dei licei londinesi mutando nome in The Hartbeats (un gioco di parole adolescenziale fin troppo evidente col nome d’arte sceltosi da Nolder: Gerry Hart).

Poi, nel 1965, gli Hartbeats trangugiano una bella dose di soul music americana e del nuovo beat che gli Who stanno mescolando proprio a quelle canzoni che stanno infiammando i locali frequentati da giovani elegantissimi e dalle abitudini esasperate. Terry Nolder, disfattosi del suo alter-ego romantico comincia a scrivere le sue prime canzoni proprio rifacendosi a quello stile.

È così che nascono piccole meraviglie come You’re Too Much, The Immediate Pleasure, la sagace risposta a Daltrey di My Degeneration e quella a Jagger di (I Can’t Get No) Resurrection bandita dalla BBC e di conseguenza dalla Mercury, I’m Rowed Out, When the Night Falls, Please Don’t Cry.

Poi, d’un tratto le cose precipitano. Rotolando come le pietre, guarda caso: la Philips offre loro la possibilità di registrare, sottopagati, un disco tributo agli Stones che, nonostante un bell’effetto carta carbone, mortifica le ambizioni della band come musicisti e di Nolder come autore. Gli occhi, già divenuti delle semplici ma miopi pupille, si chiudono. Per sempre. Facendo degli Eyes la cult-band per antonomasia della scena mod londinese originale.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

The+Eyes+Blink+342077

THE BARRACUDAS – Mean Time / Endeavour to Persevere / The Big Gap / Two Sides of a Coin (Lemon)

0

Arrivano all’onore della ristampa i dischi indipendenti dei Barracudas, quelli successivi al fantastico esordio Drop Out. Le tavole da surf vanno in soffitta e anche le istanze garage di Garbage Dumps vengono sopite. I nuovi amori si chiamano Byrds, Love e Flamin’ Groovies, complice anche l’assidua  frequentazione con Chris Wilson nei primi mesi del 1982. Il risultato è Mean Time. Il b/n della copertina è in contrasto con i colori del debutto ma il suono dei Barracudas resta baciato dal sole anche se la produzione di Pete Cage brucerà più di un numero. Endeavour to Persevere suona meglio: le chitarre si allargano in un jingle jangle epico (Dealing with the Dead, See Her Eyes Again) e Wilson dà il suo primo contributo al songwriting della band. Il disinteresse del pubblico verso la band ne provoca la frattura e i Barracudas restano per sempre quello che erano sin dall’inizio: una band di culto. Lo dimostreranno le diverse raccolte pubblicate nel corso degli anni e di cui ora la Lemon ristampa The Big Gap fatta di provini e registrazioni rozze e malmesse (tra cui covers di Boss Hoss e Little Red Book) e la meglio definita Two Sides of a Coin messa su da Frenchy Gloder, uno dei primi fanatici della band.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

R-1480467-1331161258

R-2592543-1348166874-7214

R-1464116-1231241591

R-3414579-1329502238