DAVID BOWIE – Tonight (EMI)  

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Se non lo è dal punto di vista commerciale (Tonight si piazza, come i due album che lo avevano preceduto, in vetta alle classifiche di vendita britanniche), Tonight è un totale fiasco sotto l’ottica creativa. Un disco che, nonostante i colori sgargianti esibiti in copertina e su video, è di una piattezza e di un laccato che mette quasi soggezione. Si tratta in larga parte di materiale “sottratto” o scritto assieme all’amico Iggy Pop, rivisto quasi esclusivamente sotto un artificiale e tiepido sole caraibico. Nonostante i nomi coinvolti (Iggy in ossa e la Turner in carne, NdLYS) e un paio di estratti che servono a sfruttare a livello mediatico il filone d’oro inaugurato con Under Pressure, Tonight non regala alcuna buona vibrazione e segna, storicamente, il momento in cui il nome di Bowie si inabissa nel mare magnum delle riviste di settore per affiorare da lì in avanti e quasi esclusivamente, nelle riviste patinate di moda e di pop patinato, ripulito a dovere per poter augurare Buon Natale al mondo nascosto dietro le sagome terzomondiste del Band Aid.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TALK TALK – It’s My Life (EMI)

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Adoravo i Talk Talk.

Che a guardarli in tivù sembravano omini di pan di zenzero.

E poi quando li intervistavi nel bel mezzo del loro successo (e It’s My Life fu quel successo lì) e facevi la solita domandina sulla roba che ascoltavano aspettando di sentirti piovere addosso il nulla astrale, loro tiravano fuori nomi come Erik Satie, Dmitrij Šostakovič, Sergej Prokof’ev, Pharoah Sanders. E tu non sapevi manco come cazzo scriverli, quei nomi lì. Che forse il nulla astrale nel 1984 lo ascoltavi tu, non loro.

Pensavi bluffassero, quei ragazzini lì con le facce da libro Cuore, così poco televisivi, così poco ammiccanti, così totalmente fuori moda.  

E invece col passare del tempo e dei dischi, ci accorgemmo che non stavano bluffando affatto.

Ma allora, nel 1984, le citazioni colte nella loro musica erano invisibili agli occhi e impercepibili alle orecchie. Loro non le esibivano e a noi non interessava andarle a scovare, infastiditi e affascinati da quella musica ancora variopinta dove passavano stormi di uccelli, gli elefanti barrivano e mandrie di antilopi e bisonti correvano come in una savana sterminata. Non solo nel/nei video della title-track in cui i Talk Talk si facevano beffe dei siparietti montati ad arte per i nuovi piccoli e saccenti eroi del piccolo schermo ma un po’ ovunque, dentro il loro disco. C’erano sicuramente nell’altra hit dell’album, Such a Shame, ma le suggestioni di quelle tastiere e di quella ritmica che senza darlo a vedere scendeva a patti con i richiami etnici di Mick Karn e Bill Bruford facevano si che ne sentissi l’eco un po’ ovunque.

Magari degli oziosi panda nascosti dietro il canneto di bambù di Does Caroline Know? o dei tucani dal becco vanitoso sulla bella Dum Dum Girl che fa da introduzione all’album.

O ancora rinoceronti che sbuffano dentro Tomorrow Started.

Perché nessuno di noi allora sapeva che versi facessero i panda, i tucani o i rinoceronti. Così come non conoscevamo quelli di Šostakovič o del Faraone Sanders.

Però sapevamo che erano qui, dentro questo piccolo disco pop che senza torcere un solo capello a noi, senza torcere un solo pelo a loro era venuto dalle popolose terre del pop inglese a raccontarci di una vita che poteva anelare ad essere diversa pur senza sforzarsi di mostrarsi snob.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FABRIZIO DE ANDRÈ – “Creuza de mä” (Ricordi)  

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Considerato, con molta approssimazione e superficialità un lavoro di world music, “Creuza de mä” è in realtà un disco di musica popolare e folk nell’accezione più nobile del termine, un lavoro messo su con cura certosina non osservando il mondo, come si vorrebbe far credere (e come avrebbe potuto, del resto, De Andrè da sempre avverso ad ogni tipo di viaggio che non fosse quello dell’anima?, NdLYS) ma studiando la sua città. Studiandola a fondo, fino a farsi penetrare dai suoi profumi, dai suoi rumori, dalla sua lingua, dalla sua storia. Per venti lunghi anni.

Il progetto iniziale di “Creuza de mä” affonda infatti le sue radici nel lontano 1964, prima che la mattanza sanremese si portasse via Luigi Tenco in qualche modo coinvolto nel progetto di recupero della musica tradizionale genovese già sognata da De Andrè. Una pianificazione che invece sarà lenta ma tenace, tenuta a fermentare in attesa di trovare il giusto canale di scolo. Quel canale si chiama Mauro Pagani, uno strumentista eccezionale e raffinato che può dare la giusta chiave ad un artista che in quanto a costruzione melodica ha sempre dovuto fare leva sull’estro altrui, sulle affinità e i contrasti instaurati con altre anime (Nicola Piovani, Francesco De Gregori, la P.F.M., Ivano Fossati, Massimo Bubola, ecc. ecc.).

Se non vogliamo essere spietati con chi, come detto prima, ha velocemente etichettato il disco come un lavoro di world music, sarà lui, anni dopo, a fare di “Creuza de mä” un disco di quel tipo, riaffidando il ricchissimo campionario di strumenti “esotici” alle culture lontane ma tutte in qualche modo convergenti sulla riviera ligure che ne erano le reali proprietarie. Ma all’epoca, in quel 1984 che riannodava finalmente, dopo l’”esilio” sardo, De Andrè alla sua terra, “Creuza de mä” è nient’altro che uno sguardo lanciato da una finestra su Genova. Condito con tutto lo stupore, l’ammirazione, la devozione, che il suo autore ha sempre riversato su lei e sulle sue genti. Con la scrupolosa ricerca di accenti e fonemi dimenticati forse anche dai suoi stessi abitanti sempre più avviati, come tutte le genti di ogni città, verso la deriva globalizzante di una lingua neutra come l’italiano o addirittura spersonalizzante come l’inglese di cui De Andrè, in un rifiuto intenzionale ed eversivo, non ha mai voluto imparare una sola parola.  

“Creuza de mä” è un disco che, come la terra di cui canta, è ricco di viottoli, salite scoscese, stradine impervie, mulattiere, case coloniche, corroso dalla salsedine e dalla nostalgia che non abbandona mai chi abita una città di mare, attraversato da venti che portano in se gli odori di tutti i popoli che in quel mare nostro si affacciano e si corteggiano fino a venire sopraffatti dall’amore o dall’odio.

De Andrè, ora del tutto libero dalle prigioni Dylaniane e francesi in cui ha scontato parte dei suoi anni, ci risucchia nel mondo primordiale della sua terra. Nell’alveolo prenatale dove ogni nome, ogni nomignolo, ogni soprannome ha il respiro stesso della terra e del mare che vi si infrange. Un grande spettacolo dove la memoria e l’amore sono le due anime recitanti.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU REED – New Sensations (RCA)  

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La separazione artistica da Robert Quine non è indolore.

New Sensations ne soffre in maniera evidente.

Del resto, come tutti i suoi coetanei (Springsteen, Bowie, Pop, gli Stones) Reed è costretto a riaggiornare il suo stile ai gusti della nuova generazione.

Sono fondamentalmente questi i motivi per cui nel 1984, joystick rosso in mano, Lou Reed mette sul mercato uno dei dischi più deboli del suo catalogo, arrangiato secondo quei canoni da decennio orgogliosamente spensierato che si respirano nei dischi di quella stagione. Cori da spettacolo in prima serata, batteria di truciolato,  ganci chitarristici e un basso che lavora ai fianchi, fino a cedere quasi in chiusura ai ritmi ammiccanti del reggae da chalet in riva al mare.

New Sensations è un album da scampato pericolo.  

Un disco che odora di popcorn.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MATT BIANCO – Whose Side Are You On (Cherry Pop)

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Jazz da aperitivo. Verde come le olive da intingere nel Martini Dry. Nulla di più.

Eppure quella che sembrava essere la più effimera fra le band inglesi ispirate in qualche modo alle fusa del jazz americano è stata, nei fatti, quella sopravvissuta più a lungo, tanto da essere ancora in piena attività, con buona pace dei vari Working Week, Style Council o Everything But the Girl. Tenuti a galla in qualche modo dalle risacche dell’acid jazz e della lounge music, i Matt Bianco continuano ad imperversare nei locali dove si simula un evanescente elogio al pre e al dopo cena tra tintinni di flute e coppette da cocktail in un rituale mondano di fancazzismo di classe per gente che non sa distinguere un lounge bar da un american bar.

E alla quale, dunque, i Matt Bianco col loro spensierato latin-gezz vanno più che bene. Così come andavano bene all’epoca di questo disco di debutto appena ristampato a quanti si accontentavano di vederli rincorrere il sincrono con la traccia audio durante le esibizioni in playback al Festivalbar o negli altri ritrovi per gli iscritti al club del cuore di panna. Perché un tour vero, un concerto vero all’epoca i Matt Bianco non sapevano neppure cosa fosse. Quasi un paradosso, per una band che decide di uscire fuori dal calderone synth-pop di quegli anni per riscoprire il calore del suono acustico e di strumenti veri come contrabbasso, tromba, pianoforte, flauto, organo elettrico e riportali tra la gente. Riuscendoci, in qualche modo e con grande successo, con questo disco d’esordio che mette insieme, anche un po’ a casaccio, improbabili cha cha cha, filigrane bossanova, arredamenti alla Henry Mancini, smooth jazz da salotto, jive saltellanti e i colori carioca che l’amico bassista Kito Poncioni insegna a Mark Reilly ad usare con una buona disinvoltura.

Ma la star del disco è ovviamente Basia Trzetrzelewska, cantante polacca che senza eccedere nei virtuosismi riesce a dare un ulteriore tocco di classe al già ammiccante suono della band e il cui volontario allontanamento lascerà i Matt Bianco privi dai guanti di seta che emergono su pezzi come More Than I Can Bear o la title track.

La riedizione deluxe propone oltre al disco originale la sterminata (ma all’epoca obbligatoria) pletora di remix e versioni estese, le inedite e grezze versioni demo dei classicissimi e una perfetta replica di Half a Minute targata 2016.

Se siete fra gli operosi sportivi del cin-cin e delle serate sugli chalet, qui avrete di che leccarvi le dita. Dopo aver pescato l’oliva dal Martini Dry, ovviamente. E aver sputato l’osso con la classe che vi contraddistingue.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE STYLE COUNCIL – Cafè Bleu (Polydor)  

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Il Maggio del 1984 fu uno dei mesi più piovosi che l’Italia ricordi. 366 millimetri di pioggia solo a Milano. Roba che Siffredi se lo sogna. Roba che non si vedeva da duecento anni. Fu uno di quei mesi in cui ti fermavi volentieri a casa e mandavi a fanculo tutto il resto, sperando che la piena si portasse via gran parte della merda che riempiva le strade. In TV a farti compagnia c’erano Marco Predolin, Beppe Grillo che ti parlava del Brasile, Augusto Martelli, Marco Columbro, Cesare Cadeo, Maurizio Nichetti, Wanna Marchi e la Deejay’s Gang.

In radio, ma anche in sui canali televisivi, passavano spesso loro, vestiti con gli spolverini adeguati a quelle piogge: gli Style Council.

Chi aveva “frequentato” l’ala mod della musica inglese quelle due facce le conosceva già. Per altri erano solo una curiosa alternativa ai suoni “verniciati” del pop che dominava la scena. Cafè Bleu fece il suo ingresso in casa mia coi piedi ancora fradici, cricchiando come quelle vecchie scarpe da ragioniere degli anni Cinquanta. E non fu proprio amore a prima vista.

Era un disco dove convivevano anime diverse, quasi schizofreniche. C’erano queste carezzevoli atmosfere jazz che erano la sinfonia perfetta per accompagnare lo scivolo verticale di quelle gocce di condensa che avevano deciso ad un certo punto di lacrimare dai vetri delle finestre.

E poi improvvise esplosioni di euforia da big-band che ti facevano temere che fuori da quei vetri appannati ci fosse Gene Kelly a ballare ancora col suo ombrello, zuppo di temporale.

E ancora qualche aria da spy-movie.

Del resto qualcuna di loro era venuta dal freddo. E quindi era anche questo un ospite coerente con quel Maggio poco temperato.  

A fianco di tutto ciò, come se non bastasse, c’erano anche delle robe che parlavano quel linguaggio ancora abbastanza piatto del rap. Ma come? Le strade sembrano un fiume che si trascina via il mondo creato e vuoi vedere che c’è gente che sta a rotolarsi sull’asfalto? Poco credibile.

E infatti fuori non c’era nessuno.

Ne’ Gene Kelly, ne’ Richard Burton, ne’ i figlioletti pieghevoli di Grandmaster Flash.

Se richiudevi gli infissi e ti riavvicinavi alla stufa, potevi sentire You’re the Best Thing, The Paris Match o The Whole Point of No Return ardere come dei ciocchi e coccolarti nel loro tepore. Come se fuori dovesse piovere per sempre.

E un po’ anche dentro.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PRINCE AND THE REVOLUTION – Purple Rain (Warner Bros.)  

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Cento canzoni.

Tante ne consegnò Prince ad Albert Magnoli per la colonna sonora del suo film Purple Rain. Una roba a poco costo destinata a cambiare la vita di entrambi.

No, non solo di entrambi. Purple Rain, il disco che di quelle cento canzoni ne concentra dodici e lancia l’ancora sconosciuto Prince nell’Olimpo delle icone pop più grandi degli anni Ottanta, cambia la vita di tutti quanti hanno familiarità con un prodotto discografico americano.

Perché dentro quel disco, prima che pioggia e vento chiudano il primo lato, c’è una cosa sporcacciona che si intitola Darling Nikki. Torbida quanto lo può essere una canzone funk registrata con tutto il cattivo gusto degli anni Ottanta. Eppure, quella canzone provoca a sua insaputa un vero e proprio movimento di censura che marcherà i dischi come pacchetti di sigarette.

A fondarlo è Tipper Gore, moglie del senatore Al Gore e futuro candidato alla Casa Bianca. Perché un giorno, passando casualmente davanti la cameretta della figliola di otto anni, ha la netta impressione che la cucciola di casa si stia masturbando ascoltando Prince che racconta della ninfomane Nikki.

Il Parental Advisory è dunque il fratellino di quella dolce e perversa Nikki. Ed è figlio di Prince, il piccolo diavoletto di Minneapolis che a quei tempi se la gioca con Michael Jackson in quanto a personificazione scultorea della musica nera e il cui rapporto erotico con la chitarra (sebbene fosse un polistrumentista eccezionale) fece qualcuno gridare al “nuovo Hendrix”.

Molto più verosimilmente, era invece il figlioletto di Rick James e il progenitore di Lenny Kravitz. Oltre che di tante altre cose che sarebbero venute molto tempo dopo (la sua figura androgina è un po’ il prototipo della Conchita Wurst che verrà).

Purple Rain, il film, era in realtà proprio roba da poco. Il disco che ne fa da colonna sonora è invece un pastiche tra il rock bianco e la black music pieno di trovate estrose (una per tutte, la capacità di scrivere uno dei più suonati pezzi disco/funk del periodo senza toccare una sola corda di basso), di commistioni improbabili tra suoni elettronici e sudori hendrixiani e di uno strano e spiazzante equilibrio tra l’innovazione imposta in qualche modo dal nuovo mercato dei video e il tentativo di preservare una certa radicalità funk e rock vendendone un abile prodotto grasso e stereotipato (e del resto, il saggio Prince, prima di registrare la chilometrica title-track destinata a commuovere popoli e legioni, qualche telefonatina per togliersi qualche dubbio e qualche peso sulla coscienza, la fece), buono per la generazione di McDonald’s, imprigionando il genio dentro una lampada. Viola.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MISUNDERSTOOD – The Legendary Goldstar Album / Golden Glass (Cherry Red)

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Torniamo a parlare dei Misunderstood a pochi mesi dall’uscita dei Lost Acetates di Mike Stax in virtù di queste traccie scovate tra gli archivi Goldstar: otto tracce di puro distillato blues, secondo le coordinate indicate in simultanea (siamo nel ‘65) dagli Yardbirds. E proprio la band inglese e la sua visione dapprima seminaristica e poi sempre più personale ed eccentrica del blues può essere presa a paragone del percorso seppur brevissimo del gruppo americano che, come dimostrato dagli otto pezzi del secondo CD già edito nell‘84, cominciò presto a vestire i panni di una band dalle inflessioni psichedeliche e dalle maglie progredite tipiche di bands come Traffic o Action. L’aura di leggenda che circonda questi pupilli di un giovanissimo John Peel è comunque dovuta più alle vicissitudini che ne fratturarono l’ascesa che a quanto lasciato ai posteri.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE BARRACUDAS – Mean Time / Endeavour to Persevere / The Big Gap / Two Sides of a Coin (Lemon)

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Arrivano all’onore della ristampa i dischi indipendenti dei Barracudas, quelli successivi al fantastico esordio Drop Out. Le tavole da surf vanno in soffitta e anche le istanze garage di Garbage Dumps vengono sopite. I nuovi amori si chiamano Byrds, Love e Flamin’ Groovies, complice anche l’assidua  frequentazione con Chris Wilson nei primi mesi del 1982. Il risultato è Mean Time. Il b/n della copertina è in contrasto con i colori del debutto ma il suono dei Barracudas resta baciato dal sole anche se la produzione di Pete Cage brucerà più di un numero. Endeavour to Persevere suona meglio: le chitarre si allargano in un jingle jangle epico (Dealing with the Dead, See Her Eyes Again) e Wilson dà il suo primo contributo al songwriting della band. Il disinteresse del pubblico verso la band ne provoca la frattura e i Barracudas restano per sempre quello che erano sin dall’inizio: una band di culto. Lo dimostreranno le diverse raccolte pubblicate nel corso degli anni e di cui ora la Lemon ristampa The Big Gap fatta di provini e registrazioni rozze e malmesse (tra cui covers di Boss Hoss e Little Red Book) e la meglio definita Two Sides of a Coin messa su da Frenchy Gloder, uno dei primi fanatici della band.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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TRUE WEST – Drifting (PVC)  

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Chissà. Se Joe Backer, il batterista chiamato da Russ Tolman a sostituire Frank French per le registrazioni del secondo lavoro dei True West, fosse stato meno timido, meno emozionato, meno vulnerabile forse il Drifting che avremmo avuto sui piatti sarebbe stata una pietanza diversa. Perché delle 40 ore di registrazione ai Bearsville Studios con Tom Verlaine al banco regia la metà venne sprecata per adeguare il ritmo della batteria a quella dei brani, tanto da convincere il buon Tom che pure era animato dalle migliori intenzioni, che tutto quel movimento (Verlaine era intenzionato a produrre anche Dream Syndicate e Thin White Rope, NdLYS) che sembrava ispirarsi ai suoi Television non era altro che una gran bufalata messa su da gente incompetente e a tornare a farsi i cazzi suoi.

Il lavoro viene completato, con un nuovo batterista, a San Francisco da Russ Tolman assieme a Paul Mandel e pubblicato dalla PVC dopo l’estate del 1984.

Il suono rimane circostanziato dalle parti di Television e Velvet Underground anche se alcune inclinazioni new-wave  sono ancora evidenti (l’uso dell’eco per le voci ad esempio) seppur marginali ad un contesto sonoro che fa leva soprattutto sugli intrecci chitarristici di Tolman e Richard McGrath, spesso pigri, altre volte più visionari ed epici, come su Morning Light o nella bella Hold On che dal vivo si allunga infatti a dismisura, come il pene di un pornodivo.

Il capolavoro che però i True West sperano di costruire sulle orme dell’ex compagno di avventure Steve Wynn, non arriva. Drifting lascia, forse a causa della voce poco incisiva di Gavin Blair, orme incerte nella sabbia del Paisley americano. Ancor meno nella pista di terra e merda della storia del rock.

                                                                               

                                                                       Franco “Lys” Dimauro   

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