THE PALE FOUNTAINS – Pacific Street (Virgin)  

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Flauti che sembrano il cinguettio degli uccelli nascosti tra i rami degli alberi delle copertine dei Love, qualche vezzo bossanova e lampi orchestrali che paiono una svendita di Broadway, qualche vigore politico in stile Scritti Politti e Dexy’s Midnight Ramblers, un po’ di svolazzante soul da evirati che invece ricorda Aztec Camera e Lotus Eaters e un bisbiglio new-wave vellutato dal gusto China Crisis.

C’è abbastanza aria snob per stare sui coglioni a tanta gente e ce n’è altrettanta per passare dalle scuole d’obbligo della nuova onda britannica agli istituti superiori d’arredamento, anche se seduti nei banchi in fondo all’aula.

In ogni caso nel 1984 i Pale Fountains sembrano una band predestinata al successo, sull’onda di formazioni come Style Council e Commotions e del suono inglese meno plastificato.

Non hanno in mano il Sacro Graal, i quattro ragazzoni di Liverpool. Ma quel che tengono in pugno sembra destinato a funzionare, tanto che è la Virgin a volerli in scuderia e a finanziare il loro album di debutto, senza lesinare sterline sonanti.  

E invece l’asso pigliatutto l’avrebbero lanciato sul tavolo gli Smiths, facendo man bassa e costringendo molti ad alzarsi dal tavolo da gioco e versare alla cassa quello che avevano vinto alla prima mano e un largo anticipo sui sogni del futuro, adesso ipotecati.

Non fu un peccato, perché gli Smiths avevano certamente le carte in regola per vincere senza bluffare. Però ancora oggi quando, stanco di aspettare che per puro caso una loro canzone passi in radio (cosa che dal 1985 non avverrà MAI PIU’), metto sul piatto Reach, Natural, Southboud Excursion, You’ll Start a War, Faithful Pillow mi assale come l’impressione, il dubbio, il sospetto che la storia (scritta da chi ha vinto la guerra) si trascini con sé sempre qualche rimorso e qualche rimpianto. E che qualche errore poteva essere evitato.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Hyæna (Polydor)  

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Una cassapanca fin-de-siècle, il disco che i Banshees allestiscono al giro di boa degli anni Ottanta. Uno di quei pezzi d’arredo che, vuoi per il lato affettivo, vuoi per tanta di quella roba analoga che hai visto spacciare in tv a prezzi esorbitanti, sai che vale qualcosa ma che, ti rendi conto mentre la spingi a fatica per stanze e corridoi, starà male addossata a qualsiasi parete, ai piedi di qualsiasi letto, sotto qualsiasi quadro.

Il suono “voluminoso” di A Kiss in the Dreamhouse si fa, su Hyæna, ingombrante, pieno di una maestosità un po’ artefatta, in parte irrisolta e a tratti boriosa, coi suoi archi petulanti e i suoi sassofoni blateranti.

In campo, a dar man forte all’amica di sempre, è arrivato Robert Smith, già rodato durante la tourneè che avrebbe prodotto Nocturne, che sfrutta l’occasione per sussurrare all’orecchio si Siouxsie qualche idea che gli frulla in mente (la somiglianza tra Swimming Horses e la Six Different Ways che pubblicherà l’anno successivo su The Head on the Door è disarmante così come certamente opera sua sono le arie da danza del ventre di Blow the House Down che ricordano, pur senza replicarle, le atmosfere mediorientali di The Wailing Wall e Bananafishbones).

La voce della vecchia strega si approssima sempre più a quella di una sirena, mentre accenna il suo sorriso da iena.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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TOM VERLAINE – Cover (Virgin)

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Rumori di ossa e di specchi che si frantumano e poi un ricamo simile ad un pungi mediorientale che appare come un cobra dal cesto di un incantatore di serpenti, prima di venire divorato anch’esso dalla mano assassina di Verlaine.   

Uno dei brani più belli di tutta la new-wave americana è chiuso, come un gioiello in uno scrigno, dentro il quarto album di Tom Verlaine. Si intitola Travelling ed è un funky plastico e finto-persiano buono per la danza del ventre di piccoli gnomi meccanici. Un pezzo che puoi immaginare solo se hai la fantasia di uno come Verlaine e se riesci a far dire alla tua chitarra cose balbuzienti e dislessiche con l’eleganza del culo di un pavone.

Una follia onirica che parla di viaggi e figlie presunte e di talismani che possano fare da scudo all’anima. Una stregoneria.

Varrebbe la pena mettersi in casa Cover anche solo per scavare dentro questi due centimetri di solchi fino a renderli più piatti e logori degli altri, che tuttavia meritano altrettanto di essere arati e mietuti come un campo di grano dorato. Perché già quando parte la pioggia rada di note di Five Miles of You ti senti piccolo, come se quella mano che sparge gocce d’acqua e di cristallo fosse la mano di Dio.

E sai che quando Dio inizia a far piovere, c’è sempre il rischio che arrivi un diluvio a trascinarti via, tu che sei solo un granello di polvere cui ti è stata concessa la bellezza e non l’hai saputa apprezzare.  

E che l’arcobaleno è una menzogna colorata.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE LOTUS EATERS – No Sense of Sin (Sylvan)  

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Lasciati i Cure all’indomani di Three Imaginary Boys, Michael Dempsey trova asilo a Liverpool, presso il tempio dei mangiatori di loto Gerrard Quinn (per un breve periodo tastierista dei Teardrop Explodes, NdLYS), Stephen Creese, Jeremy Kelly e Peter Coyle, one-hit wonder consegnatasi alla storia degli anni Ottanta grazie al successo di First Picture of You, canzone neo-romantica con mezza idea, ma mezza idea buona, tanto da regalare alla band un transitorio successo che la Arista cerca subito di capitalizzare infilando il gruppo in studio per vedere se oltre a quella mezza, di idea ne hanno un’altra mezza da poter stiracchiare per tirarci fuori un album.  

E così tira qua e tirà là a dispetto di una coperta corta i Lotus Eaters sfornano No Sense of Sin, uno dei dischi che anticipa di dieci anni buoni il sound dei Travis e, nell’immediatezza, il pop garbato di Colourfield e Dream Academy anch’essi destinati a non lasciare che un evanescente ricordo nella storia della pop music inglese.

No Sense of Sin è insomma un tipico prodotto adolescenziale dell’epoca new-romantic, invaso da superficiali canzoni sull’innamoramento (non sull’amore, che è ben altra cosa) e sul senso pervadente dell’esclusione che è tipico di quell’età, un po’ come i pantaloni high-waisted firmati Jim Cavaricci e gli spolverini.   

Una new wave garbata, gentile e dagli occhi azzurri, sulla falsariga di quella esibita dagli Aztec Camera su High Land, Hard Rain e dai China Crisis su Difficult Shapes and Passive Rhythms, appena appena colorata da qualche artificio come le voci riprodotte col synth sul chorus di First Picture of You, la finta marimba che serve a You Fill Me with Need per assomigliare tanto ma proprio tanto alla Never Stop dei paesani Bunnymen o il pianoforte elettrico necessario a German Girl per fuggire dalla gabbia di Johnny and Mary di Robert Palmer in cui è andata a cacciarsi.

Un bene effimero, come il dono della bellezza. Che passa e se ne va. E ti lascia a guardare qualche foto in cui eruttava come fuoco che sembrava destinato a durare per sempre.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

KINA – Nessuno schema nella mia vita! (Spittle) / Irreale realtà (Spittle)  

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Odio profondo, ostilità infinita.

A quasi cinquant’anni ritrovo i Kina  e mi trovo così vicino ai loro testi di quanto non lo sia mai stato prima.

Li ritrovo con queste ristampe targate Spittle che rimettono in circolo i primi due capitoli della storia della band aostana di nascita ma orgoglio dell’hardcore mondiale. Cronologicamente parlando sono uno il proseguo dell’altro ma in realtà il secondo è, almeno in parte, la versione “professionale” di quel debutto registrato in sole dodici ore nella stalla adibita a sala prove dai tre ragazzi di Aosta. C’era una furia immane dentro quelle canzoni. Una carica immensa, incontenibile. La furia dei venti anni, quando potresti prendere il mondo, alzarlo come una palla da basket e far canestro dentro un buco nero qualsiasi del nostro universo.

Venti anni e già incattiviti di un odio vero, pieno, statuario nella sua integrità.

Mazza e scudo. E poi ancora, e poi ancora. Colpendo chiunque voglia accampare pretese sulla libertà di agire e di pensare. Attacco e difesa, che l’hardcore sembra essere arrivato per salvare il mondo. Ma non lo salverà. Ecco perché oggi le invettive dei Kina  ci sembrano ancora la miglior colonna sonora alle randellate che vorremmo ma non riusciamo a dare e i cantanti seduti sulle sedie dei talent-show non riescono a dire, mentre noi li guardiamo inebetiti, rassicurati dal fatto che Stato e Chiesa si sono presi tutto quello che potevano prenderci ma ci hanno lasciato la libertà di comprarci la tivù a ottanta pollici, a rate, immensa, grande quanto la bocca di un drago. Per mangiarci tutti, a famiglie intere.  

Ecco perché il mio odio di oggi è uguale al loro odio di ieri e la mia ammirazione per loro è, oggi, identica a quella che nutrivo allora. Ecco perché dovreste comprarveli, i dischi dei Kina. E sputare fiele e veleno almeno sul pavimento di casa vostra, se proprio come me avete deciso di non uscire più dalle mura di casa.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

BIG COUNTRY – Steeltown (Mercury)  

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Il 1984 è l’anno in cui alla curiosità di nicchia destata dal disco di debutto si sostituisce, per i Big Country, il successo e la visibilità popolare. La partecipazione al Band Aid assieme a tanti colleghi ben più famosi e le presenze da turnisti d’eccezione su dischi di grande successo (quelli di Cult e Roger Daltrey fra gli altri) arrivano a coronare un anno che li ha visti, ad Autunno appena inaugurato, svettare in cima alla classifica con il disco destinato a diventare il loro primo (e unico) capolavoro. L’album capace, pur replicandone la formula, di portare ai massimi livelli produttivi ed artistici quanto seminato sul debutto dell’anno precedente. Un rock mascolino e solenne in grado di raccogliere il testimone di lavori come War degli U2 o Declaration degli Alarm, i dischi provenienti dalle altre due periferie dell’Impero Britannico. Al banco regia viene confermato Steve Lillywhite, fautore di quel suono così peculiare (chitarre-cornamuse, tamburi in primo piano anziché “sullo sfondo”, la voce di Stuart che alterna il canto a brevi invocazioni da combattimento) che è già il tratto distintivo del suono dei Big Country e che qui si spiega in tutta la sua forza evocativa su Flame of the West, East of Eden, Tall Ships Go, The Great Divide, e l’infinitamente bella Just a Shadow.

Noi qui su un campo di battaglia che non è il nostro.

E tutti gli altri a limonare sui dischi degli Spandau Ballet.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PAOLO CONTE – Paolo Conte (CGD)  

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Paolo Conte è, più che un cantautore, uno stato d’animo.

Questa è l’enorme distanza, impossibile da coprire, fra lui e gli altri.

Paolo Conte racconta un mondo tutto suo, un mondo elitario, atavico ed appartato, tutto vissuto fra stanze d’albergo, teatri, calici, orchestre e sale da ballo. Un mondo impermeabile ai fatti di cronaca, alla politica, agli astrusi viaggi filosofici e che del mondo esterno accetta o subisce solo le lusinghe o gli inganni meteorologici. Vento, sole e pioggia servono da coreografia all’intimità delle vicende, accentuano il dramma, i toni grotteschi, la malinconia, la comicità della sit-com che l’Avvocato racconta in fotogrammi sempre diversi ma tutti legati al tema della pellicola, creano un microclima da acquario umano dentro cui i protagonisti delle storie del cantautore si muovono come pesci bipedi ammiccanti e taciturni che si corteggiano senza mai cedere del tutto all’affondo carnale ma concedendosi invece totalmente alla passione meretrice e adulatoria che sottende alla passione, la accende e la governa.

Nell’84 se ne esce con un disco omonimo, l’ennesimo, che sembra un eccesso di modestia e che invece è un trionfo di poesia. Un disco dove quel mondo invade ogni cosa e straripa, ci sommerge e ci trascina dentro facendoci “abitare” quelle storie, come se ne fossimo i protagonisti e ci guardassimo muoverci dentro quel film, raggiunti da quella confidenzialità che ci mette in grado di immedesimarci in quegli odori e in quei suoni fino a sentirli veramente, fino a permetter loro di cambiare l’arredamento della nostra stanza rendendolo sovrapponibile a quello tutto ciniglia e taffetà che Paolo Conte descrive con raucedine ammiccante.

Portandoci nel suo mondo. Che è un mondo incantato di uomini e di donne. Del tutto diverso da quello che vedremmo scostando quelle pesanti tende di velluto.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

FELT – The Splendour of Fear (Cherry Red)  

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I Felt furono una di quelle piccole meraviglie inglesi circoscritte nell’arco di un decennio e di cui pochi serbano memoria. Una di quelle che hanno trovato sepoltura sotto la statua del Milite Ignoto anziché in una di quei bei tabernacoli tutti pieni di marmo, foto ed edere rampicanti. Nati a Birmingham dalla comune passione di Maurice Deebank e Lawrence Hayward per le vertigini psichedeliche dei Television e le lampade di Wood dell’Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol pubblicarono una lunga sequenza di gymnopedie per chitarra di cui The Splendour of Fear rappresenta, nella sua concisa bellezza, l’apice artistico. E dentro quell’apice la chitarra di cristallo di Deebank incarna il sovrano assoluto. Sono sei canzoni in cui, a dispetto di una base ritmica incalzante nel più classico stile involuto del dopo-punk, le tessiture di Maurice Deebank esplodono di una dolcezza soave, di un tintinnio celestiale, epicureo, voluttuoso.

Come se il Paradiso avesse scelto di aprire una filiale nelle Midlands.

Per farsi annerire dalle ciminiere.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID BOWIE – Tonight (EMI)  

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Se non lo è dal punto di vista commerciale (Tonight si piazza, come i due album che lo avevano preceduto, in vetta alle classifiche di vendita britanniche), Tonight è un totale fiasco sotto l’ottica creativa. Un disco che, nonostante i colori sgargianti esibiti in copertina e su video, è di una piattezza e di un laccato che mette quasi soggezione. Si tratta in larga parte di materiale “sottratto” o scritto assieme all’amico Iggy Pop, rivisto quasi esclusivamente sotto un artificiale e tiepido sole caraibico. Nonostante i nomi coinvolti (Iggy in ossa e la Turner in carne, NdLYS) e un paio di estratti che servono a sfruttare a livello mediatico il filone d’oro inaugurato con Under Pressure, Tonight non regala alcuna buona vibrazione e segna, storicamente, il momento in cui il nome di Bowie si inabissa nel mare magnum delle riviste di settore per affiorare da lì in avanti e quasi esclusivamente, nelle riviste patinate di moda e di pop patinato, ripulito a dovere per poter augurare Buon Natale al mondo nascosto dietro le sagome terzomondiste del Band Aid.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TALK TALK – It’s My Life (EMI)

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Adoravo i Talk Talk.

Che a guardarli in tivù sembravano omini di pan di zenzero.

E poi quando li intervistavi nel bel mezzo del loro successo (e It’s My Life fu quel successo lì) e facevi la solita domandina sulla roba che ascoltavano aspettando di sentirti piovere addosso il nulla astrale, loro tiravano fuori nomi come Erik Satie, Dmitrij Šostakovič, Sergej Prokof’ev, Pharoah Sanders. E tu non sapevi manco come cazzo scriverli, quei nomi lì. Che forse il nulla astrale nel 1984 lo ascoltavi tu, non loro.

Pensavi bluffassero, quei ragazzini lì con le facce da libro Cuore, così poco televisivi, così poco ammiccanti, così totalmente fuori moda.  

E invece col passare del tempo e dei dischi, ci accorgemmo che non stavano bluffando affatto.

Ma allora, nel 1984, le citazioni colte nella loro musica erano invisibili agli occhi e impercepibili alle orecchie. Loro non le esibivano e a noi non interessava andarle a scovare, infastiditi e affascinati da quella musica ancora variopinta dove passavano stormi di uccelli, gli elefanti barrivano e mandrie di antilopi e bisonti correvano come in una savana sterminata. Non solo nel/nei video della title-track in cui i Talk Talk si facevano beffe dei siparietti montati ad arte per i nuovi piccoli e saccenti eroi del piccolo schermo ma un po’ ovunque, dentro il loro disco. C’erano sicuramente nell’altra hit dell’album, Such a Shame, ma le suggestioni di quelle tastiere e di quella ritmica che senza darlo a vedere scendeva a patti con i richiami etnici di Mick Karn e Bill Bruford facevano si che ne sentissi l’eco un po’ ovunque.

Magari degli oziosi panda nascosti dietro il canneto di bambù di Does Caroline Know? o dei tucani dal becco vanitoso sulla bella Dum Dum Girl che fa da introduzione all’album.

O ancora rinoceronti che sbuffano dentro Tomorrow Started.

Perché nessuno di noi allora sapeva che versi facessero i panda, i tucani o i rinoceronti. Così come non conoscevamo quelli di Šostakovič o del Faraone Sanders.

Però sapevamo che erano qui, dentro questo piccolo disco pop che senza torcere un solo capello a noi, senza torcere un solo pelo a loro era venuto dalle popolose terre del pop inglese a raccontarci di una vita che poteva anelare ad essere diversa pur senza sforzarsi di mostrarsi snob.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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