RAINY DAY – Rainy Day (Llama)  

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Ralph Burns Kellog, l’ex-tastierista dei Blue Cheer che aveva lavorato sul disco di debutto dei Rain Parade, viene coinvolto anche come musicista in quello che il nuovo estemporaneo progetto di David Roback: un collettivo aperto che su disco viene cristallizzato con la presenza di Susanna Hoffs e Vicki Peterson delle Bangles, Michael Quercio dei Three O’Clock, Kendra Smith, Karl Precoda e Dennis Duck dei Dream Syndicate e naturalmente i Rain Parade al completo.

Un disco dove alcune star della scena Paisley sono protagoniste di un disco che con la psichedelia acida ha nulla a che fare: Rainy Day è difatti un album folk quasi pastorale, percorso da una mestizia che raggiunge l’apice in una Holocaust in cui soffia tutto il vento gelido che il titolo dei Big Star lasciava intendere.  

Sono cover fragilissime che attraversano la carne come piccole schegge di vetro, quelle dei Rainy Day. Schegge di vetro che sono frammenti di sogni infranti.  

Canzoni che ti fanno sentire nudo ed esposto alle intemperie, anche e soprattutto quelle dell’anima. Fino a che non sei pronto a lasciarti bagnare dalla tiepida pioggia acida di Rainy Day, Dream Away che inzuppò di lacrime psichedeliche le venti donne nude di Hendrix.

E che adesso bagna noi.   

                                       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

HEAVEN 17 – Play to Win (Demon)  

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Il 31 Marzo del 1981 era stata pubblicata l’edizione in vinile del nastro d’esordio dei B.E.F., acronimo dietro cui si celavano due musicisti appena fuoriusciti dagli Human League. Sette tracce interamente strumentali, spalmate su una Penthouse Side e una Pavement Side: quel disco era il manifesto programmatico di quello che sarebbe diventato Penthouse and Pavement, il disco di debutto degli Heaven 17 che sponsorizzava ancora, in copertina, la sigla B.E.F. e che, analogamente, era diviso tra una Penthouse Side e una Pavement Side. Medesime erano, in entrambi i progetti, le mani di Ian Craig Marsh e Martyn Ware e una ricerca elettronica che voleva offrire una versione sintetica e moderna del funk. Quel che differiva era il risultato: laddove la musica strumentale dei B.E.F. non distraeva dall’ascolto e dal puro piacere meccanico del ritmo, negli Heaven 17 la fruizione, almeno quella del pubblico madrelingua, veniva in qualche modo “avvelenata” da testi dai forti connotati politici. Per tutti gli altri il problema non sussisteva: bastava una musica adeguata ai tempi. E quella del gruppo di Sheffield, tutta incentrata sull’uso massivo delle macchine sintetiche e con un impattante groove ritmico, lo era.

Quel che ne veniva fuori era un R&B privato di ogni calore soul (che poco più tardi un Terence Trent D’Arby proverà a sprigionare nuovamente con una Dance Little Sister che non era altro che una versione calda del pezzo che intitolava l’esordio degli Heaven 17, senza che nessuno ne avesse a male, neppure Martyn Ware che anzi accetterà di produrre l’intero album d’esordio del cantante di New York), modellato sugli scatti ritmici del funky (Fascist Groove Thang, Play to Win, Soul Warfare) ma terribilmente attratto dalle nuove opportunità offerte dai sintetizzatori (The Height of the Fighting, Geisha Boys and Temple Girls, Let’s All Make a Bomb) fino a venirne inghiottito quasi completamente quando si tratterà di mettere mano al secondo album, quello con dentro una hit colossale come Let Me Go, biondona siliconata che esibisce i suoi seni rifatti dentro The Luxury Gap, che esce a meno di un anno di distanza ed è già girone infernale dei peccati capitali degli anni Ottanta: batterie pulsanti e tastiere ovunque, controcanti femminili e hook melodici, anche se l’arrivo prepotente della sezione fiati in Key to the World, seppur pacchiana e sopra le righe come l’epoca richiedeva, riesce ad infondere un po’ di follia umana in questo circo bionico.  

Lo spettro della guerra nucleare incombe su How Men Are, tanto che parte delle royalties saranno devolute dalla band alla Campagna per il disarmo nucleare (l’organizzazione britannica il cui logo è poi stato adottato universalmente come “simbolo della pace”, NdLYS). Pur indugiando fondamentalmente sullo stesso funky elettronico del disco precedente, gli Heaven 17 cercano pure di uscire fuori dall’acquario del synth-pop ballabile con la conclusiva, lunghissima And That’s No Lie che promette una fuga che in realtà riesce solo a metà.

La fuga vera avviene invece col successivo Pleasure One, dove basso e batteria vengono impugnati da musicisti in carne ed ossa e le chitarre affidate ad assi dello strumento come Tim Cansfield, Ray Russell e John McGeogh. Il suono si avvicina pericolosamente a quello dei Level 42, un salto di 25 cifre che però artisticamente produce un fisco commerciale e una pesante perdita di identità cui cerca di porre rimedio il successivo Teddy Bear, Duke and Psycho che torna ai suoni modulari dei sintetizzatori e dell’effettistica MIDI anche se il meglio del disco è quella Don’t Stop for No One dove all’elettronica di chiaro marchio Heaven 17 si aggiungono una sezione d’archi e un pianoforte che di sintetico ha nulla se non la durata del suo intervento. Siamo però dentro, e lo siamo ormai da tanto, un easy-listening senza alcun nerbo, un si salvi chi può da cui è meglio fuggire se non lo si è fatto quando i brutti presagi dei dischi precedenti suggerivano di farlo.

Sulla scena del crimine torna la Demon assemblando, in maniera asciutta per quanto riguarda la versione in vinile e con un cospicuo numero di bonus per la più voluminosa e impegnativa versione in cd, questo Play to Win (The Virgin Years). Voi decidete un po’ cosa fare, che nessuno vi obbliga.            

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE NOMADS – Temptation Pays Double (Amigo)

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Garage-punk spurio, quello dei Nomads. Roba buona più che per i puristi del genere, per i bikers. Temptation Pays Double, titolo “rubato” al tappeto verde del retro copertina di The Las Vegas Story dei Gun Club, lo conferma a pochi mesi dal mini-album di debutto con altre sette canzoni infette dove il suono punk dei Sixties si muove scansando ciottoli di surf music, rockabilly e punk del ’77, fermandosi di tanto in tanto sul ciglio della strada, mostrando l’uccello in tiro per poi ripartire sgommando.

Il garage-punk dei Nomads è poligamico, va a letto con chi capita e se ne porta addosso gli umori. Canzoni come Where the Wolf Bane Blooms (la title-track del precedente lavoro che slitterà nella scaletta di questo così come la title-track di questo finirà sul successivo Hardware, NdLYS), Bangkok, Stranger Blues, Don’t Tread on Me, I’m Not Like Everybody Else, Real Gone Lover e Rat Fink a Boo-Boo sono punti di sutura che cercano di ricucire un corpo rock ‘n’ roll vecchio di trenta e passa anni, regalandoci un disco che se in pieno revival pecca di integrità sarà uno dei punti focali cui la generazione successiva guarderà quando si tratterà di ritoccare la musica garage con riacceso vigore, lasciando i puristi dal naso fine con il naso storto.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BELFEGORE – Belfegore (Elektra) 

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Qualcosa al diavolo lo devi pur sacrificare. Soprattutto se la tua band si chiama Belfegore. Questo devono aver pensato gli A&R della WEA quando chiamano Meikel Clauss nei loro uffici di Berlino per offrirgli su un piatto d’argento il nuovo contratto con la Elektra. Nella nuova onda di gruppi gotici c’è un posto per i suoi Belfegore. A patto che rinuncino a quell’idioma teutonico che è sicuramente affascinante ma che è invendibile.

E così Meikel accetta e firma.

Il nuovo album dei suoi Belfegore è un nuovo inizio. Anche la band è in parte cambiata. E l’anticipo della WEA gli permette di assicurarsi i servigi di Conny Plank, l’uomo che ha prodotto i Neu!, i Cluster e i Kraftwerk e i soldi necessari per un video, perché negli anni Ottanta se non riesci a recitare in un video è meglio che tu ti dia al giardinaggio. Quel video è All That I Wanted, che passa “correndo” su MTV forse più di quanto lo stesso Meikel possa immaginare. Ed ecco che, come gli avevano promesso, i Belfegore hanno i loro quattro minuti e quattordici secondi di notorietà. Merito di quel video e di quel riff di chitarra che ruba la scena al grumoso suono di sintetizzatore e che insieme al suono implacabile della batteria sono il perfetto nodo scorsoio per impiccare i Killing Joke e lasciar ciondolare i loro cadaveri facendoli sembrare le salme dei Sisters of Mercy, prima ancora che qualcuno sappia della loro esistenza. Uno scherzo necrofilo che si ripete altrove su questo disco, anche se con minor impatto. Fino a trasformarsi in un autentico urlo di agonia e terrore nella traccia che porta lo stesso nome del gruppo, dell’album e del diavolo. Quello che a lavoro terminato viene a portarsi via i Belfegore e il loro effimero sogno di successo. Come in ogni storia gotica che si rispetti.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE PALE FOUNTAINS – Pacific Street (Virgin)  

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Flauti che sembrano il cinguettio degli uccelli nascosti tra i rami degli alberi delle copertine dei Love, qualche vezzo bossanova e lampi orchestrali che paiono una svendita di Broadway, qualche vigore politico in stile Scritti Politti e Dexy’s Midnight Ramblers, un po’ di svolazzante soul da evirati che invece ricorda Aztec Camera e Lotus Eaters e un bisbiglio new-wave vellutato dal gusto China Crisis.

C’è abbastanza aria snob per stare sui coglioni a tanta gente e ce n’è altrettanta per passare dalle scuole d’obbligo della nuova onda britannica agli istituti superiori d’arredamento, anche se seduti nei banchi in fondo all’aula.

In ogni caso nel 1984 i Pale Fountains sembrano una band predestinata al successo, sull’onda di formazioni come Style Council e Commotions e del suono inglese meno plastificato.

Non hanno in mano il Sacro Graal, i quattro ragazzoni di Liverpool. Ma quel che tengono in pugno sembra destinato a funzionare, tanto che è la Virgin a volerli in scuderia e a finanziare il loro album di debutto, senza lesinare sterline sonanti.  

E invece l’asso pigliatutto l’avrebbero lanciato sul tavolo gli Smiths, facendo man bassa e costringendo molti ad alzarsi dal tavolo da gioco e versare alla cassa quello che avevano vinto alla prima mano e un largo anticipo sui sogni del futuro, adesso ipotecati.

Non fu un peccato, perché gli Smiths avevano certamente le carte in regola per vincere senza bluffare. Però ancora oggi quando, stanco di aspettare che per puro caso una loro canzone passi in radio (cosa che dal 1985 non avverrà MAI PIU’), metto sul piatto Reach, Natural, Southboud Excursion, You’ll Start a War, Faithful Pillow mi assale come l’impressione, il dubbio, il sospetto che la storia (scritta da chi ha vinto la guerra) si trascini con sé sempre qualche rimorso e qualche rimpianto. E che qualche errore poteva essere evitato.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Hyæna (Polydor)  

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Una cassapanca fin-de-siècle, il disco che i Banshees allestiscono al giro di boa degli anni Ottanta. Uno di quei pezzi d’arredo che, vuoi per il lato affettivo, vuoi per tanta di quella roba analoga che hai visto spacciare in tv a prezzi esorbitanti, sai che vale qualcosa ma che, ti rendi conto mentre la spingi a fatica per stanze e corridoi, starà male addossata a qualsiasi parete, ai piedi di qualsiasi letto, sotto qualsiasi quadro.

Il suono “voluminoso” di A Kiss in the Dreamhouse si fa, su Hyæna, ingombrante, pieno di una maestosità un po’ artefatta, in parte irrisolta e a tratti boriosa, coi suoi archi petulanti e i suoi sassofoni blateranti.

In campo, a dar man forte all’amica di sempre, è arrivato Robert Smith, già rodato durante la tourneè che avrebbe prodotto Nocturne, che sfrutta l’occasione per sussurrare all’orecchio si Siouxsie qualche idea che gli frulla in mente (la somiglianza tra Swimming Horses e la Six Different Ways che pubblicherà l’anno successivo su The Head on the Door è disarmante così come certamente opera sua sono le arie da danza del ventre di Blow the House Down che ricordano, pur senza replicarle, le atmosfere mediorientali di The Wailing Wall e Bananafishbones).

La voce della vecchia strega si approssima sempre più a quella di una sirena, mentre accenna il suo sorriso da iena.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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TOM VERLAINE – Cover (Virgin)

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Rumori di ossa e di specchi che si frantumano e poi un ricamo simile ad un pungi mediorientale che appare come un cobra dal cesto di un incantatore di serpenti, prima di venire divorato anch’esso dalla mano assassina di Verlaine.   

Uno dei brani più belli di tutta la new-wave americana è chiuso, come un gioiello in uno scrigno, dentro il quarto album di Tom Verlaine. Si intitola Travelling ed è un funky plastico e finto-persiano buono per la danza del ventre di piccoli gnomi meccanici. Un pezzo che puoi immaginare solo se hai la fantasia di uno come Verlaine e se riesci a far dire alla tua chitarra cose balbuzienti e dislessiche con l’eleganza del culo di un pavone.

Una follia onirica che parla di viaggi e figlie presunte e di talismani che possano fare da scudo all’anima. Una stregoneria.

Varrebbe la pena mettersi in casa Cover anche solo per scavare dentro questi due centimetri di solchi fino a renderli più piatti e logori degli altri, che tuttavia meritano altrettanto di essere arati e mietuti come un campo di grano dorato. Perché già quando parte la pioggia rada di note di Five Miles of You ti senti piccolo, come se quella mano che sparge gocce d’acqua e di cristallo fosse la mano di Dio.

E sai che quando Dio inizia a far piovere, c’è sempre il rischio che arrivi un diluvio a trascinarti via, tu che sei solo un granello di polvere cui ti è stata concessa la bellezza e non l’hai saputa apprezzare.  

E che l’arcobaleno è una menzogna colorata.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE LOTUS EATERS – No Sense of Sin (Sylvan)  

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Lasciati i Cure all’indomani di Three Imaginary Boys, Michael Dempsey trova asilo a Liverpool, presso il tempio dei mangiatori di loto Gerrard Quinn (per un breve periodo tastierista dei Teardrop Explodes, NdLYS), Stephen Creese, Jeremy Kelly e Peter Coyle, one-hit wonder consegnatasi alla storia degli anni Ottanta grazie al successo di First Picture of You, canzone neo-romantica con mezza idea, ma mezza idea buona, tanto da regalare alla band un transitorio successo che la Arista cerca subito di capitalizzare infilando il gruppo in studio per vedere se oltre a quella mezza, di idea ne hanno un’altra mezza da poter stiracchiare per tirarci fuori un album.  

E così tira qua e tirà là a dispetto di una coperta corta i Lotus Eaters sfornano No Sense of Sin, uno dei dischi che anticipa di dieci anni buoni il sound dei Travis e, nell’immediatezza, il pop garbato di Colourfield e Dream Academy anch’essi destinati a non lasciare che un evanescente ricordo nella storia della pop music inglese.

No Sense of Sin è insomma un tipico prodotto adolescenziale dell’epoca new-romantic, invaso da superficiali canzoni sull’innamoramento (non sull’amore, che è ben altra cosa) e sul senso pervadente dell’esclusione che è tipico di quell’età, un po’ come i pantaloni high-waisted firmati Jim Cavaricci e gli spolverini.   

Una new wave garbata, gentile e dagli occhi azzurri, sulla falsariga di quella esibita dagli Aztec Camera su High Land, Hard Rain e dai China Crisis su Difficult Shapes and Passive Rhythms, appena appena colorata da qualche artificio come le voci riprodotte col synth sul chorus di First Picture of You, la finta marimba che serve a You Fill Me with Need per assomigliare tanto ma proprio tanto alla Never Stop dei paesani Bunnymen o il pianoforte elettrico necessario a German Girl per fuggire dalla gabbia di Johnny and Mary di Robert Palmer in cui è andata a cacciarsi.

Un bene effimero, come il dono della bellezza. Che passa e se ne va. E ti lascia a guardare qualche foto in cui eruttava come fuoco che sembrava destinato a durare per sempre.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

KINA – Nessuno schema nella mia vita! (Spittle) / Irreale realtà (Spittle)  

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Odio profondo, ostilità infinita.

A quasi cinquant’anni ritrovo i Kina  e mi trovo così vicino ai loro testi di quanto non lo sia mai stato prima.

Li ritrovo con queste ristampe targate Spittle che rimettono in circolo i primi due capitoli della storia della band aostana di nascita ma orgoglio dell’hardcore mondiale. Cronologicamente parlando sono uno il proseguo dell’altro ma in realtà il secondo è, almeno in parte, la versione “professionale” di quel debutto registrato in sole dodici ore nella stalla adibita a sala prove dai tre ragazzi di Aosta. C’era una furia immane dentro quelle canzoni. Una carica immensa, incontenibile. La furia dei venti anni, quando potresti prendere il mondo, alzarlo come una palla da basket e far canestro dentro un buco nero qualsiasi del nostro universo.

Venti anni e già incattiviti di un odio vero, pieno, statuario nella sua integrità.

Mazza e scudo. E poi ancora, e poi ancora. Colpendo chiunque voglia accampare pretese sulla libertà di agire e di pensare. Attacco e difesa, che l’hardcore sembra essere arrivato per salvare il mondo. Ma non lo salverà. Ecco perché oggi le invettive dei Kina  ci sembrano ancora la miglior colonna sonora alle randellate che vorremmo ma non riusciamo a dare e i cantanti seduti sulle sedie dei talent-show non riescono a dire, mentre noi li guardiamo inebetiti, rassicurati dal fatto che Stato e Chiesa si sono presi tutto quello che potevano prenderci ma ci hanno lasciato la libertà di comprarci la tivù a ottanta pollici, a rate, immensa, grande quanto la bocca di un drago. Per mangiarci tutti, a famiglie intere.  

Ecco perché il mio odio di oggi è uguale al loro odio di ieri e la mia ammirazione per loro è, oggi, identica a quella che nutrivo allora. Ecco perché dovreste comprarveli, i dischi dei Kina. E sputare fiele e veleno almeno sul pavimento di casa vostra, se proprio come me avete deciso di non uscire più dalle mura di casa.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

BIG COUNTRY – Steeltown (Mercury)  

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Il 1984 è l’anno in cui alla curiosità di nicchia destata dal disco di debutto si sostituisce, per i Big Country, il successo e la visibilità popolare. La partecipazione al Band Aid assieme a tanti colleghi ben più famosi e le presenze da turnisti d’eccezione su dischi di grande successo (quelli di Cult e Roger Daltrey fra gli altri) arrivano a coronare un anno che li ha visti, ad Autunno appena inaugurato, svettare in cima alla classifica con il disco destinato a diventare il loro primo (e unico) capolavoro. L’album capace, pur replicandone la formula, di portare ai massimi livelli produttivi ed artistici quanto seminato sul debutto dell’anno precedente. Un rock mascolino e solenne in grado di raccogliere il testimone di lavori come War degli U2 o Declaration degli Alarm, i dischi provenienti dalle altre due periferie dell’Impero Britannico. Al banco regia viene confermato Steve Lillywhite, fautore di quel suono così peculiare (chitarre-cornamuse, tamburi in primo piano anziché “sullo sfondo”, la voce di Stuart che alterna il canto a brevi invocazioni da combattimento) che è già il tratto distintivo del suono dei Big Country e che qui si spiega in tutta la sua forza evocativa su Flame of the West, East of Eden, Tall Ships Go, The Great Divide, e l’infinitamente bella Just a Shadow.

Noi qui su un campo di battaglia che non è il nostro.

E tutti gli altri a limonare sui dischi degli Spandau Ballet.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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