NAKED PREY – Under the Blue Marlin (Frontier)  

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Se non avete mai compreso come il desert-rock polveroso dei Thin White Rope e dei Giant Sand possa raccordarsi con quello più tardivo e tempestoso dei Kyuss c’è un disco che può facilitarvi l’impresa.

Si intitola Under the Blue Marlin ed è accreditato ad una delle più talentuose ma meno fortunate band del movimento Paisley Underground. Arriva il primo Gennaio del 1986 e arriva per scompigliarti i capelli. Che all’epoca abbiamo ancora tutti.

Van Christian si era riscoperto chitarrista cinque anni prima, dopo aver lasciato le pelli dei Serfers prima che si trasformassero in Green on Red. E aveva deciso che poteva percuotere quelle corde come se fosse ancora seduto dietro i tamburi.

Metterci lo stesso piglio, perlomeno.

Quando lo fa, escono fuori cose come The Ride, Rawhead, What Price for Freedom, Voodoo Godhead, o quella cover di Dirt che sono i nervi scoperti di un disco da annoverare fra i classici del guitar-rock americano di quel decennio.

Uno di quelli dove potevi sentire decine di camperos passarti sulla faccia mentre, stirato, provavi ad immaginarti un’America tutta tua, a metà tra i film di John Ford e le strade deserte della tua città nei lunghi pomeriggi di Luglio, quando la tua gente disertava i bar del paese per cercare un sollievo dal tormento greve e soffocante della calura estiva.

Un’America selvaggia e accogliente insieme. Un prato verde sotto il letto di casa.

Un’America col sole a picco e la sabbia che ti entra nelle narici.

Dove sei sempre solo nonostante avverta su di te mille occhi che ti seguono dappertutto.

Dove c’è sempre un fucile puntato.

Su te.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE DURUTTI COLUMN – Circuses and Bread (Factory)  

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Prima di salutare Vini Reilly per diventare il trombettista dei Simply Red (la band di blue-eyed soul formata dagli altri ex-Durutti Tony Bowers e Chris Joyce), Tim Kellett lascia dentro Circuses and Bread il suo testamento artistico, in una lunghissima improvvisazione intitolata Blind Elevator Girl (Osaka). È il sesto album in studio per la band che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio seguente era stata l’orgoglio della Factory e di tutta Manchester assieme ai Joy Division ed è ancora una volta un disco bellissimo, crepuscolare e romantico. È il suono di una piccola orchestra che continua a dilettare il suo pubblico mentre fuori la guerra non le concede il rispettoso silenzio che meriterebbe (Street Fight). I Durutti Column regalano al mondo, ancora una volta, il dono della gentilezza. All’arte, la grazia cromatica del colore sfumato, del mezzo tono, delle tinte pastello. Anche quando azzardano qualche passo di danza (i due movimenti di Dance) lo fanno con un garbo aggraziato ed aristocratico lontano anni luce dalla prepotenza ritmica dei “vicini” New Order. È un mondo solcato dalla stessa decadente raffinatezza dei Tuxedomoon, quello dei Durutti Column. Rigato dalla malinconia e dalla mutevolezza d’umore che ne sgorga. Un piccolo rivolo di mascara che traccia una riga imperfetta ai bordi degli occhi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GIANT SAND – Ballad of a Thin Line Man (Zippo)

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La loro longevità e lo status di cult-band che li circonda da sempre, anche dopo che tutto il restante apparato “restauratore” dentro cui avevano mosso i primi passi (quello dei vari Dream Syndicate, Thin White Rope, Long Ryders ecc. ecc.) era crollato giù, restano per me uno dei più grandi misteri del rock. I Giant Sand rimangono una di quelle band che, ciclicamente, torno a volermi far piacere. Rimetto sul piatto, nel lettore o nel riproduttore a nastro i loro dischi (chè ce li ho in tutti i formati, a riprova che i tentativi ci sono stati) armato di buoni propositi e affascinato dall’immaginario evocato dalle loro prime copertine ma, una volta superato lo scoglio dei primi due pezzi (il primo mi serve per ambientarmi, in genere, il secondo per capire se quell’ambiente mi piace o meno), li trovo così privi di fascino che torno a tormentarmi su quale sia il nodo che non riesco a sciogliere nell’approcciarmi alla loro musica. Magari riprendo in mano qualche vecchia recensione, apro qualche libro, risucchio un po’ di polvere d’inchiostro cercando di aspirarne l’entusiasmo che ne ha mosso giudizi così guizzanti di entusiasmo, poi tiro a fatica fino a che i solchi non abbiano respinto la puntina del giradischi come un amante che si è saziato senza divertirsi. E scopro che sulla mia pelle non è passato nessun brivido. E non ho sognato neppure di indiani e cowboy, come mi capitava sovente quando ascolt(av)o del buon roots rock.

Uno di quelli su cui torno più spesso ma non meno malvolentieri che altri è il secondo, quello che stiracchia il titolo di una delle mie canzoni preferite di Mr. Dylan e lo fa diventare Ballad of a Thin Line Man. I Giant Sand lo registrano in contemporanea alle session di Heartland, il secondo album della Band of Black Ranchette, ovvero la filiazione più roots-oriented di Howe Gelb, loro leader indiscusso. Nel gruppo e nella vita di Howe è appena arrivata Paula Jean Brown che lo stesso anno si cimenterà come autrice per il singolo di debutto di Belinda Carlisle, la bella bionda con la quale ha condiviso gli ultimi mesi di vita delle sue Go-Go’s. Durante il breve soggiorno californiano di Gelb dunque i Giant Sand danno alle stampe quello che dovrebbe essere il loro capolavoro.

Che per me non lo è, credo si sia capito.

Nonostante il frastuono di una All Along the Watchtower che potrebbe buttare giù il palazzo e il riff di A Hard Man to Get to Know chiaramente plagiato dalla Misty Mountain Hop dei Led Zeppelin, nonostante Gelb provi a fare Dylan su Who Am I e Reed su Desperate Man, nonostante sfidi i Replacements sulla stessa pista da ballo dell’hootenanny su cui Westerberg si è scatenato qualche anno prima.

Le sue copertine sono proprio belle, Mr. Gelb. Forse lo è anche la sua musica. Forse riproverò ancora una volta a farmela piacere. Forse un giorno ci riuscirò.

E camminerò nel deserto senza più avere paura delle iene e neppure della solitudine.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BIRDMEN OF ALKATRAZ – Glidin’ Off (Electric Eye)  

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In Italia accadono grandi cose, nella metà degli anni Ottanta.

Una delle migliori viene messa a fermentare all’ombra della torre di Pisa e imbottigliata a Pavia. Si chiamava Glidin’ Off e la stappammo per il Natale del 1986.

Veniva dalle cantine dei Birdmen of Alkatraz, dai cui fatati vigneti avevamo già assaggiato la magica effervescenza di una cosa come Song for the Convict Charlie.

Su Glidin’ Off i Birdmen of Alkatraz riuscivano formidabilmente a replicare quell’incanto, quel maleficio capace di riportare indietro le lancette nel tempo e nello spazio distribuendone le spore su tre canzoni che dei fiori psichedelici di cui essi si erano cibati avidamente come api operose sembrava adesso ne avessero fatto del miele sublime.

Furono loro ad iniziare tanti, me incluso, alla comprensione di alcuni dei testi più pregiati ed enigmatici del rock acido di venti anni prima raffinando quel recupero dell’immenso archivio degli anni Sessanta iniziato dalle formazioni Paisley americane e poi dalle garage-band del vecchio e nuovo continente, concedendosi il lusso di allargare la forbice ad imbuto per lasciare confluire dentro il loro cilindro il blues primordiale di Robert Johnson, il suono della giungla di Mastro Bo Diddley, le muffe post-psichedeliche dei primi anni Settanta. E lo fecero con questo distillato che ancora oggi riesce a spandere vapori e regalare sensazioni olfattive, visive, percettive di stordente, aggrovigliata bellezza.

Grazie Birdmen. Per esservi cura di noi come Stroud dei suoi canarini.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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LE MASQUE – Colloquio (Supporti Fonografici)  

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I dischi che ti strozzano la gola.

Quelli rannicchiati in posizione fetale. Che il temporale prima o poi passa. E poi ne arriva un altro.

Quelli che sembra contengano tutta l’umidità del mondo. Tutta, compresa la vostra. E che una volta sul piatto continuano a seminar condensa.

Quelli che la puntina non li sciupa, ma li accarezza. E loro ti sembrano sorridere. Ma di un sorriso triste, di una smorfia goffa ed austera, come di un pianto trattenuto, come di un ritaglio di stagnola accartocciata.  

Quelli che sfidano i venti autunnali con un velo di brillantina e un cappotto logoro.

Quelli sempiterni nonostante il caduco destino che hanno in sorte. Che sanno di antico e di buono. Di pane fatto in casa e di biscotti adagiati sul legno come bambini nel dormiveglia delle loro mattine di festa. Che sanno di uva passa e odorano di “piogge nel pineto” e di armadi divorati dalle tarme. E sono come cortili e portici antichi, pronti ad ospitare ogni stagione e a concedere riparo.  

I dischi dei Le Masque.

Demodè come una palandrana del nonno.

E come il nonno capaci di storie che non smetteresti mai di indossare. E che probabilmente sognerai ancora a lungo, quando avrai bisogno di carezze che tardano ad arrivare. Storie sospese in un passato atavico e perenne, addolcito dalle spezie gravide di nostalgia dei ricordi. Che sono ricordi nostri e ad un tempo memorie universali, eterne.

E sono storie senza guscio. Nude di una raffinata mestizia.

E lasciano piccole orme dietro di loro.

Come quelle dei soldatini di stagno.

Come quelle delle lacrime quando piovendo, bagnano la buccia soffice della terra.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – Orgasmatron (GWR)  

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Con Lemmy ormai unico depositario del marchio, i Motörhead realizzano nel 1986 uno dei dischi più amati della loro carriera. L’acciaio che scintilla sulla copertina mentre la motrice dalla testa di Snaggletooth avanza implacabile ed inarrestabile rende a pieno l’idea della furia disseminata sul disco. Nove stazioni travolte dalla locomotiva orgasmatronica, lanciata in una folle corsa a velocità supersoniche come quelle rasentate da Claw, Mean Machine o Ridin’ With the Driver. Il suono e le tematiche sono quelle di sempre. Il rock ‘n roll come religione unica e unica fede incrollabile. A rendere credibile ciò che potrebbe essere di una banalità sconcertante è l’adesione a quella fede che Lemmy non ha mai tradito per un solo secondo. Ne’ fino ad allora, ne’ negli anni a seguire.

Nove canzoni cantate davanti ad un microfono posizionato un palmo più in alto delle fauci, in modo da poter fissare un punto indistinto tra il pubblico e il cielo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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P.I.L. – Album (Virgin)  

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Interrogato a proposito della sua creatura, John Lydon aveva dichiarato “nessuno di noi è un musicista. Siamo più che altro degli operai, dei macchinisti al servizio di una fabbrica chiamata Public Image”.

Era vero.

Verissimo.

Cosicchè per realizzare il loro primo vero capolavoro “musicale”, Lydon recluta alcuni dei musicisti migliori sulla piazza. Gente che solo un matto avrebbe pensato di mettere insieme a forma di gruppo vero: Steve Vai, Ryuichi Sakamoto, Ginger Baker dei Cream, Tony Williams (del giro di Miles Davis), Bernie Worrell dei Funkadelic, il violinista indiano Shankar, Malachi Favors dell’Art Ensemble of Chicago, addirittura Ornette Coleman (anche se il suo contributo non venne mai registrato e resta nell’aura della leggenda). I P.I.L. di Album sono la superband per eccellenza: dodici musicisti in grado di fare di fare la differenza e costruire da quella carpenteria fatiscente una delle migliori architetture pop della metà degli anni Ottanta.

Dodici apostoli al servizio del Dio Lydon, esattamente nove anni dopo la sua crocifissione.  

Se il disco precedente aveva azzerato l’impeto sperimentale dei primi anni, il nuovo “album” è il decisivo salto nella nuova dimensione bidimensionale di una musica inoffensiva, costruita ad hoc per scavalcare le mura del disinteresse popolare dietro cui i Public Image si erano volutamente fortificati per anni.

A parte la voce di Lydon, incapace di adattarsi a più di una nota, tutto dentro Album suona perfettamente modellato per raggiungere l’obiettivo di una nuova ingegneria pop/rock costruita a testa d’ariete dove nulla è lasciato al caso, neppure gli indomabili assolo di Steve Vai che sembrano voler sfuggire alle redini. Tutto fa parte di un unico abile schema di gioco, di boccacce ed imprecazioni ben studiate, capaci di piccoli splendori pop come Rise, F.F.F. o Home. Che era “quello che volevamo” e quello che, alla fine, ci è stato dato.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE VELVET UNDERGROUND – VU / Another View (Verve)  

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Ci fosse stato Carlo Lucarelli ai vertici della MGM, in quel lontano 1969, avrebbe detto a Lou Reed e soci “segnatevi questo numero, ci servirà più avanti”.

In quell’anno invece, sfortunatamente per loro, ai vertici della MGM viene messo un certo Mike Curb. Un tirapiedi di Ronald Reagan che vuole mettere al bando gli artisti che fanno l’apologia delle droghe. Velvet Underground e Mothers of Invention vengono quindi simpaticamente messi alla porta, nonostante entrambi abbiano un disco già pronto.

Del quarto album dei Velvet Underground ci resta dunque solo un numero di catalogo che è quello citato qualche riga sopra e il cui contenuto, sommato a qualche traccia inedita con John Cale ancora in formazione, verrà stampato molto più tardi su due lavori postumi, bellissimi e complementari come VU e Another View, pubblicati quindici anni dopo l’uscita della band dalla storia attiva del rock ‘n roll e dieci anni prima della loro investitura ufficiale nella Rock and Roll Hall of Fame.

A quel punto della storia però (siamo nella metà degli anni Ottanta) i fanatici dei Velvet hanno già familiarizzato con quel repertorio più volte vittima di sciacallaggio e di riletture in proprio da parte del Lou Reed solista.

Canzoni su cui si è a lungo favoleggiato e che qui, grazie al sapiente lavoro di remissaggio, brillano in tutto il loro splendore Vantablack: Can’t Stand It, Lisa Says, Ocean, Foggy Notion, I’m Sticking with You, We’re Gonna Have a Real Good Time Together, Ride into the Sun, Hey Mr. Rain, Guess I’m Falling in Love, Coney Island Steeplechase, Rock and Roll suonano ancora di una attualità stilistica sconcertante.  

Come fossero state registrate ieri.

O come se il mondo intero si fosse fermato ad aspettarle, avvertendone un disperato bisogno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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DIAFRAMMA – 3 Volte Lacrime (I.R.A.)  

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Il disco di raccordo fra la new-wave e la più classica canzone d’autore italiana. L’oppressione neogrigia ed intellettuale del disco di debutto dei Diaframma lascia il posto alla malinconia dell’amore e al turbamento che ne deriva.

3 Volte Lacrime si rivela sin dal titolo come un rifugio romantico, come un cantuccio antico e, nonostante i legami con il post-punk se non addirittura col punk non vengano affatto recisi (Grafico Deposit che usa come emblema lo stesso nome della precedente band di Sassolini, Libra), l’immagine che i toni del disco lascia passare è quella di un recente passato seppellito in piccoli vasi dove Miro e Federico si prendono cura dei propri affetti, nascosti nella complicità della penombra un po’ uggiosa di chissà quale soffitta fiorentina.

Se dunque Siberia era il manifesto di una sorta di piccolo stuolo di soldati allo sbando, senza più frontiere da difendere e sperduti in una simbolica tormenta, 3 Volte Lacrime riannoda i legami affettivi e si strugge in un tormento di sete e di abbandono assertivo alla promessa solenne di poterla saziare.  

Il suono austero dei Diaframma si stempera in una spontaneità meno dottrinale che lo rende più vulnerabile al gioco cui ha deciso di giocar perdendo. Perché non puoi lasciarti incantare dal trucco dell’amore senza disarmarti dei tuoi aculei e della tua corazza di ghisa, ricordo delle passate battaglie.

Devi essere disposto a lanciare i dadi.

Una, due….

….tre volte.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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WEIMAR GESANG – No Given Path (Supporti Fonografici)  

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Negli anni Ottanta i copriabiti più venduti sono i piumini Moncler arancio e gli spolverini privi di qualsiasi colore. Sapete di certo chi comprava i primi. Ora sono qui a dirvi che fra chi comprava i secondi c’erano sicuramente i Weimar Gesang, trio meneghino che rappresentava l’orgoglio lombardo della new-wave italiana e che incideva per l’etichetta simbolo di quell’orgoglio. Anzi, erano stati lì lì per inaugurarne il catalogo. Sorpassati per un soffio dai Faded Image.

No Given Path, nel 1986, arrivava a dare carne sui corpi scheletrici che abitavano i primi due E.P. e, anche, a seppellire quei corpi destinandoli per sempre all’oblio, almeno in quella forma.

Nonostante pubblico e critica abbiano sempre, allora come oggi, designati a caposaldo del post-punk di area dark i fiorentini Neon, io mi sono sempre schierato dalla parte dei Weimar Gesang. Dalla parte di un disco come No Given Path, del romanticismo un po’ teatrale che lo pervade che il passare del tempo e il mutare dei gusti ha forse reso obsolescente per tutti, forse anche per loro stessi. Ma un po’ meno per me. Permeabile a quel disagio che si chiama nostalgia, torno ancora a guardare dentro le sue finestre senza infissi per sentire ancora quei versi di Rückert sovrapporre tutte le lingue d’Occidente, come una torre di Babele innalzata per toccare le caviglie del cielo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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