PETER ZAREMBA’S LOVE DELEGATION –  Spread the Word (Moving Target)  

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È un Peter Zaremba in stato di grazia quello che ci regala Spread the Word, spigliato, estroverso e disinvolto party-album accreditato ai Love Delegation, versione Austin Powers del già festoso beat dei Fleshtones.  Una sorta di collettivo della felicità che vede coinvolti Dave Faulkner, Keith Streng, Wendy Wild, Barrence Whitfield, Pat DiNizio e tanta altra gente che frequenta il Pyramid Club di New York dove Zaremba ha fatto il suo quartier generale e che ha voglia di far baldoria sognando di essere la band di Wilson Pickett o quella di Doug Sahm. Siamo nel periodo di transizione tra Hexbreaker! e Fleshtones VS. Reality e in pieno revival anni Sessanta e la band di New York è una delle più coinvolgenti dell’intera East-Side, punto di riferimento non solo per i garage-maniacs più oltranzisti e puristi che li trattano con enorme rispetto ma pure per chi oltre alla musica delle garage-bands ama il northern-soul e il l’R&B dei primi anni Sessanta. Spread the Word è animato da questo spirito sbrilluccicante che si può trovare dentro i dischi della Stax, nell’Elvis dei primi anni Settanta, nel ciuffo impomatato di Little Richard, nei primi brani di disco-music e dall’energia positiva della summer of love e dei cartoni animati di Hanna-Barbera (Scooby Doo e The Flintstones in primis) che non è mai stata estranea al gruppo madre.

Canzoni come Love Delegation, Shama Lama Bing Bang, 7 Minutes in Heaven, Turn Me On Again, Let’s Have a Good Time, con le loro esplosive entrate di rullante, l’handclapping incalzante, i cori da cheerleader, gli organetti Farfisa, le colorite frasi dei fiati sono un costante invito ad unirsi alla festa, a lasciarsi contagiare. Una dimensione che i Fleshtones ritroveranno a fatica, dopo l’esplosione febbrile dei primi album di cui Spread the Word rappresenta vertiginoso compimento.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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PHIL ALVIN – Un”Sung Stories” (Big Beat)  

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Nel 1986, dopo la defezione del fratello Dave anche Phil Alvin si tira temporaneamente fuori dai Blasters, pur senza rinunciare a salire per la seconda volta sul palco del Farm Aid accanto ad un cast stellare che comprende nomi come Bob Dylan, Grateful Dead, Neil Young, Tom Petty, Steppenwolf, John Mellencamp, Steve Ray Vaughn e gli amici X e Los Lobos, davanti ad una folla di ottantamila persone vestite come dei cowboys che li osannano manco fossero la reincarnazione di Hank Williams, nonostante quello cui in migliaia assistono sia lo spettacolo di una band finita (ma molti non lo sanno ancora e molti altri, quando salgono sul palco, non sanno comunque chi siano, NdLYS). La rottura fra i due fratelli si riconcilierà solo dopo un quarto di secolo ma sebbene Dave sia il primo ad andarsene, nel Marzo del 1986, il primo prodotto della “scissione” è tuttavia firmato da Phil, che con Un”Sung” Stories tenta un triplo salto all’indietro con avvitamento e senza rete ancora più audace rispetto a quello già tentato con successo dai Blasters fino ad infilarsi mani e piedi addirittura negli anni ’20 e ’30 delle big band swing e jazz. Un disco che nulla concede alla modernità e che brilla di ottoni anche se sono i momenti di austera solitudine blues quelli che io preferisco. Pezzi come Titanic Blues, Gangster’s Blues e Next Week Some Time ad esempio, che sono il territorio dove sconfinerà da lì a qualche anno anche l’amico Jeffrey Lee Pierce col suo capolavoro blues inciso come Ramblin’ Jeffrey Lee. Un disco fortemente compromesso con la storia della sua terra e della sua famiglia, dove la musica è sempre stata quella roba pesante con cui riempire l’aria.

L’Arkestra di Sun Ra e la Dirty Dozen Brass Band assicurano il giusto mood retrò ad un disco che torna oggi per la prima volta, se si esclude un’edizione limitata giapponese dello scorso decennio, in formato cd. E che, si, potrebbe essere un buon regalo per questo Natale.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

PETER GABRIEL – So (Charisma)

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Peter Gabriel fu l’uomo-alieno dalle antenne invisibili.

L’uomo-alieno in grado di percepire, nel pieno della corrente prog, che quei mondi fatati di cui anche i suoi Genesis cantarono, erano destinati ad essere spazzati via da un’onda violentissima che era lì lì per abbattersi sull’Inghilterra, seppellendo quei paesaggi immaginifici per un tempo abbastanza lungo per potersene prima dimenticare e poi, sentirne la nostalgia. Gabriel a quel punto si era reinventato uomo, addirittura uomo-scimmia. Masticando bacche che erano già intinte nei succhi della new-wave, l’onda anomala che la profezia aveva annunciato. I suoi primi quattro dischi erano nati così, figli dell’uomo-reinventato.

So arriva a metà degli anni Ottanta.

Arriva in un periodo fondamentale, ovvero quando i grandi reduci si stanno reimponendo al pubblico mainstream grazie al supporto dei video musicali che garantiscono visibilità e penetrano nei salotti: è il momento in cui Sting, i Queen, i Simple Minds, David Bowie, addirittura Iggy Pop escono fuori dalla tv e ballano assieme agli impiegati durante il loro riposo infrasettimanale. Una sorte cui non si sottrae neppure Peter Gabriel, forte di un video colossale (sarà il detentore del record come la clip più trasmessa su MTV per qualche anno) come quello che accompagna Sledgehammer, sorta di soul tecnologico pensato per l’uomo ingordo ed ipermoderno di quel decennio, dove i fiati e il basso astronomico di Tony Levin (ah, dimenticavo, il successo di massa riguarda solo chi tiene il microfono in mano e ci mostra la faccia dallo schermo tv, il resto rimane roba di culto, NdLYS) si gonfiano come le tette che i chirurghi estetici negli anni Ottanta realizzano con frequenza e precisione crescenti.

Come fosse la trionfale overture dell’Aida, So viene spinto verso un successo popolare inimmaginabile, aiutato anche dal fatto che per la prima volta sfoggia una copertina da classica discoteca borghese. Peter Gabriel e il pubblico si vengono incontro reciprocamente, inchinandosi l’un l’altro fin quasi a cozzare le teste.

Gabriel capisce, da ex-alieno con le antenne, che il momento di sperimentare è terminato (magari relegando la ricerca alla parallela discografia di colonne sonore) e che è arrivato il momento di “ingrandire”. So è il Gabriel dalle vetrine ampissime e stipate di tanti ninnoli e suppellettili quanto l’occhio del passante non riesce neppure a cogliere. Lampadari sfavillanti accanto ad esotico piattellame terzomondista messi in mostra da chi della volpe ha appeso al chiodo il costume ma non la furbizia, per un campionario che soddisfa i palati più raffinati (Mercy Street, immensa distesa di sabbia dove mettere a riposare la carovana nomade oppure la ballata per geishe occidentalizzate di This Is the Picture) e quelli più kitsch (Big Time, con tutti gli sbrilluccichìi tipici del funky anni Ottanta), gli spiriti romantici (il duetto svenevole di Don’t Give Up) e quelli più avventurosi (We Do What We’re Told, sorta di declivio che trasporta il Bowie berlinese fin dentro il porto di Bristol, NdLYS), abominevole plastica del mondo al di qua della Cortina e riciclati tessuti provenienti da tutti i mondi in coda al Primo.     

Dietro il bancone si aggira un team colossale: Nile Rodgers, Kate Bush, Stewart Copeland, Laurie Anderson, Bill Laswell, Mark Rivera, Wayne Jackson, P.P. Arnold, Yossou N’Dour, Daniel Lanois, Shankar, Tony Levin, Jerry Marotta.

Come sedersi in cima al mondo a guardare le scie delle comete.

Gabriel si alza con volo di arcangelo, sapendo che domani nulla sarà come prima.    

                       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MOJO NIXON AND SKID ROPER – Frenzy! (Restless)  

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Iniziamo col dire che Where the Hell’s My Money, Gonna Eat Them Words, Ain’t Got No Boss, Burn Down the Malls o The Amazing Bigfoot Diet e il rockabilly straccione di Jesus at McDonald’s sono tra le cose più belle e puzzolenti del roots-rock americano degli anni Ottanta.

Altro che l’imbellettata merda passata sul mercato come “Americana”. Qui siamo dentro una palude dove lo yodel si fonde con lo stomp-blues di Captain Beefheart, nello spirito dissacrante che era all’epoca condiviso con Violent Femmes e Meat Puppets.

Tutto sembra una burla, dentro i dischi di Mojo Nixon e del suo compare Skid Roper, eppure nulla lo è. Come quel campanellino da registratore di cassa e quel piatto sordo che risuonano dentro la bellissima cover domestica di Be My Lover di Alice Cooper o l’armonica a bocca che da sola si prende la briga di far da supplente a tutto il corpo docente degli Iron Butterfly.

È come stare a sentire Howlin’ Wolf raccontare barzellette. Con la consapevolezza di aver pur sempre davanti Howlin’ Wolf.

Canzoni per cui anche bisonti e gnu potrebbero fermarsi e mettersi a ballare, pestando su quella terra di piscio e speranza che è l’America.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

KING KURT – Big Cock (Stiff)  

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A metà degli anni Ottanta, in Inghilterra, se eri indeciso tra un concerto psychobilly e uno dei Madness, potevi andare a sentire i King Kurt. Sicuro che avresti bevuto e ballato. E che ti saresti schiantato il grugno sulle travi del palco e rialzato a fatica. E che avresti dovuto scansare litri di schiuma da barba e d’albume d’uovo se volevi ostinarti a restare davanti al palco. I concerti dei King Kurt erano una bolgia infernale. Un raduno che travalicava i confini di genere ed appartenenza e dove potevi trovare punk, skinheads, scooteristi e rude-boys pogare e vomitare birra assieme a rockabillies dai ciuffi impomatati. Una follia malsana e ritemprante che poteva trasformare un fine settimana qualunque in un vero fine settimana.

Quando esce Big Cock, la band ha già una reputazione enorme e un repertorio demente che ha già fatto capolino nelle classifiche inglesi. Roba come Zulu Beat, Banana Banana, Destination Zululand che si era arrampicata in classifica come scimpanzè su un albero di baobab in un’Inghilterra ancora ultraconservatrice in cui molti rivenditori avrebbero bannato il secondo album del gruppo per un titolo ritenuto troppo eloquente.

La band lo aveva messo su di ritorno da una missione americana (sostituire la Statua della Libertà con la statua di un ratto alcolizzato, missione documentata sul Road to Rack and Ruin pubblicato dalla Ralph, NdLYS) che aveva portato la Stiff sulla soglia della bancarotta e dopo le defezioni di John Reddington e Bert Boustead che troncheranno lì le loro carriere di musicisti. Con una nuova coppia di produttori i King Kurt pubblicano il degno seguito di Ooh Wallah Wallah nel 1986. Dieci canzoni alcoliche che risucchiano il rockabilly dentro una sit-com demenziale dei Monty Python. Canzoni come Horatio, Pumping Pistons, Road to Rack ‘n’ Ruin, Nervous Breakdown, Billy, Kneebone Knock che mettono d’accordo i Mɘtɘors con i Raunch Hands.

E in disaccordo tutti gli altri.

E a me basta così.    

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PRESSION X – Pression X (Electric Eye)  

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Delle dieci band finite dentro la betoniera di Eighties Colours della Electric Eye i milanesi Pression X furono la meno longeva. Il loro lascito è di soli sei pezzi, cinque dei quali finirono, sempre sotto la produzione esecutiva di Claudio Sorge e con il logo della sua etichetta, sull’omonimo mini-LP pubblicato nel 1986. Un’eredità di pochissimo conto, non fosse che quel disco era urticante come pochi altri di quella stagione. Una piccola pianta di ortiche gettata nel giardino colorato della fioritura neo-sixties. Se le foto della band tradiscono un innamoramento all’estetica beat ancora acerbo, le cinque canzoni di Pression X si allineano perfettamente alla corrente di band come Fleshtones, Primates e Yard Trauma, con un organo che fischia come dentro una galleria texana del Douglas Quintet, una ritmica scoppiettante, una voce sfrontata e adolescenziale che ti salta addosso, una chitarra triviale, un’armonica che ogni tanto fa capolino da un qualsiasi grattacielo milanese per scendere a buttare la spazzatura. Anche le due cover del disco sono piegate al loro stile acquistando in vigore quello che perdono in sinuosità blues.

È tutto quello che serve in quel momento, in quel momento in cui agguantammo un sogno da cui poi ci saremmo presto ridestati, come avviene sempre coi sogni.

Mai più riformati, e Dio li benedica anche per questo, i Pression X restano fra i migliori testimoni di quel sogno, di quell’epoca, di quel desiderio di declinare il punk costringendolo a genuflettersi davanti alla statura del Re Question Mark, venuto da Marte per ballare lo shake coi dinosauri.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SMITHS – The Queen Is Dead (Warner Bros.)  

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Ho provato a disintegrarmi. E ad immaginare per qualche giorno di essere tornato sedicenne.

È la primavera del 1986 ed è in procinto di uscire il terzo album degli Smiths, compagni della mia adolescenza solinga ed inquieta. Il singolo che è appena stato pubblicato si intitola Bigmouth Strikes Again ed è di una bellezza straripante, con la sua chitarra martellante e la voce di Morrissey animata da una stizza inedita e doppiata da un controcanto femminile ancora più arcigno.

È un’attesa virginea, non deturpata da nulla che non sia lo strazio bellissimo e apparentemente interminabile dell’attesa stessa. L’attesa gioiosa di un sabato pomeriggio infinito.    

La notizia sarebbe fioccata su un mensile di musica. Poi, il mese successivo ci sarebbe stata la recensione in anteprima che avrebbe aumentato la salivazione. E poi, ancora attesa. Fino a quel traguardo finale, a quell’orgasmo pregustato ed ora finalmente raggiunto.

Ho provato. Ed ho fallito. Come avrebbe detto Morrissey ad inizio carriera.

Ho provato e non è stato affatto uguale.

Ho provato ad aspettare di riaprire il libro di una favola di cui conoscevo già la fine. E l’unica cosa inedita era la consapevolezza di non avere più quei sedici anni.

E che neppure il mondo li aveva più.

Era un mondo infinitamente più veloce ma anche immensamente più vecchio. Incapace di emozionarsi, proprio come me.

Condannato all’immobilità. Ad ingrassare davanti ad un pc. A diventare obeso di notizie, di gossip, di opinioni, di sentenze. Un suino rotolante che grugnisce mentre si rigira nella sua stessa merda.

Un mondo che non sapeva più godersi l’attesa. Ingordo di tutte quelle piccole cose che guastano la sorpresa illudendoti di essere lì per lusingarti il palato. E che invece ti saziano. Come gli aperitivi con troppe olive.

Un mondo in cui la Regina non era ancora morta, ma erano morti tutti gli altri. I suoi sudditi e i suoi detrattori. Smiths compresi. Era l’attesa per una favola conosciuta e senza lieto fine.

E ho capito, malgrado tutto, che a volte è necessario aspettare proprio per acquisire la consapevolezza che si è invecchiati. Che siamo legati ad un mondo che ci appartiene sempre meno. Che quel senso di estraneità e di non appartenenza non era solo un vezzo adolescenziale. Che era una scelta di vita. Che potevamo portarla all’estremo pur tentando di vivere una vita “adeguata”. Il lavoro, la moglie, i figli, l’auto per andare in ufficio, la palestra, le cene sociali. Tutte quelle robe lì. E che malgrado tutto ciò la tua bandiera soffiava sempre sul lato sbagliato del pennone, nonostante fossi venuto a patti col mondo, barattando il nostro ultimo banco per un posto vicino alla finestra.

Avremmo potuto essere orgogliosi. Avremmo potuto essere altro, per sempre. Avremmo sempre avuto Moz dalla nostra parte, come gli altri avevano Keats e Yeats e lui Wilde. Avremmo potuto. Ma c’era sempre il fatto che in quei lunghi trent’anni, assieme al mondo, era cambiato pure lui. O la nostra percezione di lui.

O ancora avremmo potuto parlarne coi nostri figli. Dir loro “ascolta, questi erano grandi per davvero”. Mentre loro guardano un cofanetto di cartone e non capiscono perché ci debba essere della carta attorno alla musica. E perché sotto quella musica ci debba essere una chitarra. E perché accanto a quella chitarra ci debba essere una voce che sembra lagnarsi di tutto e mostrare una supponenza colta e inadeguata. E capiremo che era una favola che non potremo raccontare a chi vogliamo bene. Che la dovremo condividere con altri di cui non ci frega nulla. Centinaia, migliaia di altre anime gemelle che una trent’anni fa immaginavamo tormentate e bellissime e che ora abbiamo conosciuto in rete, senza riconoscere dentro i loro sguardi neppure una sfumatura del nostro.  

 

Quindi eccomi qui, trent’anni dopo, a simulare un entusiasmo che non è che il pallido riflesso di quello di allora. Perché un conto è vivere gli eventi, un altro è leggerli sui libri di storia. Così come la frenesia dell’attesa per il disco destinato a cambiarti clamorosamente una fetta di vita non potrà mai essere eguagliata dal piacere languido ma ormai orfano di periglio della sua riscoperta, del suo riascolto dopo aver mangiato un terzo di quella torta. O dopo esserti lasciato divorare.  

Dunque cosa aggiunge questa ristampa a ciò che già allora ci parse definitivo ed inviolabile? Nulla, in realtà, se non un vago senso di sacralità violata che stride con la volontà di consacrazione che avrebbe dovuto spingere alla sua riedizione.  

Se il primo disco è tutto sommato un comprensibile riadeguamento dei master originali alle nuove dinamiche audio, le fotografie delle larve di quelle canzoni non hanno nulla di poetico. Così come non c’era poesia dentro il laboratorio di Lombroso. Così come non ce n’è in un esame autoptico. Così come non ce n’è in quel fotogramma de Il Ribelle di Algeri che vede Alain Delon alzare leggermente la mano dal petto per abbassare le palpebre prima dell’ultimo respiro e che, per paradosso, è molto più simile a quello scelto da Cover Lovers per The Smiths Is 25 che a quella del disco originale. Così come non ve n’è nel tentativo di spiccare un volo ma ve ne è tanta nel momento stesso in cui il volo è spiccato, in quell’attimo infinito in cui i piedi si staccano da terra e sembrano non volerci più fare ritorno.

Se dunque misurammo come capolavoro The Queen Is Dead al momento della sua uscita con la consapevolezza che non erano solo le sue dieci canzoni a renderlo tale, ma l’equilibrio con cui quelle canzoni erano state elaborate, modellate, abbellite, ritoccate prima di giunge fino a noi nella loro forma eterna, nella sua malta non più plasmabile, sarebbe un controsenso adesso ammirare con devozione estatica quei bozzoli che occupano, assieme alle immancabili B-side del periodo, il secondo disco di questa nuova edizione.  

Sarebbe come preferire i bozzetti del Mosè di Michelangelo alla marmorea bellezza di quel lavoro cui egli stesso per primo chiese di piangere, credendolo cosa viva.

Ecco dunque la title-track mostrare la sua inutile coda di pavone.   

Ecco dunque la bellezza gotica di Never Had No One Ever devastata dallo svolazzare di una tromba, come una Notre Dame su cui va a cagare un piccione.

E fotografare il piccione. E il suo guano.

Molto bello invece il live che occupa l’intero terzo cd della versione “full optional” (quella con dentro anche un DVD col famoso “film” di Derek Jarman e un’ennesima quantunque superflua trascrizione scartavetrata dell’album), registrato a Boston durante quello che sarà l’ultimo tour americano degli Smiths, terminato in anticipo per le sempre più insostenibili frizioni tra i membri del gruppo che in quel momento sono già in cinque. Musicalmente gli Smiths sono in forma smagliante e il risultato è una esibizione scintillante notevolmente superiore, per scaletta e gradevolezza d’ascolto, a quella scelta per “Rank”, unico live ufficiale del gruppo.

Questo non basterà a spiegare gli Smiths ai sedicenni di oggi. Ed è giusto che sia così. E purtroppo non basterà a saziare le bocche avide e stolte dei sedicenni di allora. Che aspettano ancora una reunion per cercare fra i cadaveri quel boccone di carne che gli venne allora sottratto da sotto il muso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NEGAZIONE – …Lo spirito continua… (De Konkurrent)  

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Lo spirito continua.

Vero.

Lo spirito dei Negazione, anche decenni dopo la loro disfatta come unità musicale, continua.

Musicalmente ed ideologicamente da quella stagione hardcore così intensa e viscerale ci separano secoli. Eppure, è come se i Negazione fossero sempre lì, a farci monito, a indicare  una strada, ad insegnarci a uscire fuori dalla fila, sempre e comunque. Come se quel tizzone d’inferno non si fosse mai spento, covando sotto la cenere del tempo che trasforma ogni cosa in memoria. Qualcosa che va oltre la musica e oltre le parole e che ha invece più a che fare con la conflittualità congenita dell’età giovanile e con quella forte dose di identificazione e quel sano senso di comunità che era proprio del punk. Anzi, di certo punk. Quello cresciuto dentro i centri sociali, veri porti di mare dove attraccavano i barconi di chi era clandestino per scelta e non per profilo giuridico.

La musica era il collante di questa realtà, la macchina necessaria per veicolare un messaggio, per innescare la miccia, per dare voce a un’esigenza fisica e morale al cambiamento, allo scontro ideologico. Che fosse punk, hardcore o, come sarebbe stato da lì a breve, hip-hop, era in fondo del tutto marginale.

Contava essere credibili. Veri. Coerenti.     

E in questo i Negazione si mostrarono da subito in grado di meritare rispetto assoluto, anche dopo che l’intransigente hardcore-metal dei primi 45giri  cominciò a convivere con una più mite propensione alla melodia, pur senza spegnere mai il fuoco che sembrava covarle nelle viscere, tanto da diventare beniamini del pubblico metal, creando una trasversalità di pubblico che era ancora ben lontana da quella poi abbracciata dal crossover dei primi anni Novanta.

…Lo spirito continua…, registrato e stampato in quella Amsterdam scelta come seconda patria dal gruppo torinese, fu il disco con cui i Negazione fecero la loro chiamata alle armi, invero un po’ tardiva, per l’esercito hardcore di tutta Europa. Lo fecero evitando gli slogan. Schierandosi pur senza sventolare nessuna bandiera, con acume e, anche, un senso di ineluttabile sconfitta, di romantica abnegazione, di disperata ricerca di un abbraccio.

Potremo essere davvero vecchi e forti grida Zazzo tre volte sull’ultimo solco del disco. Per alcuni di loro non sarà così.

Ma, nonostante tutto…lo spirito continua…

                                                                                           Franco “Lys” Dimauro

ROLLING STONES – Dirty Work (Rolling Stones)  

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Quelle che erano le intenzioni e lo spirito di Keith Richards (in quel momento alla guida solitaria del macchinone degli Stones) per Dirty Work possono essere interpretate, più che dalle musiche messe dentro, dalla scelta dei titoli dei pezzi che lo compongono. Le tensioni all’interno della band, acuite dalle ambizioni soliste di Jagger, dal parziale disinteresse di Wyman (il suo basso è quasi totalmente assente sul disco) e dalle bottiglie di whisky che Charlie Watts si scola durante le sedute, alimentano un vero e proprio clima da rissa.

È l’occasione del gruppo per tornare a essere cattivi. Ma è un’occasione mancata.

Quello che vuole essere nelle intenzioni un album “sporco”, con un ritorno massiccio all’uso del riff (come aveva dichiarato proprio Wyman qualche anno prima “gli Stones sono l’unica band dove a dettare il ritmo e l’umore del pezzo è il chitarrista, non il batterista. È lui che decide cosa fare di una canzone. Noi ci limitiamo ad assecondarlo” e come avrebbe ribadito Tom Waits, ospite non dichiarato dell’album, “Richards è del tutto intuitivo, un animale mosso dall’istinto. Sta in mezzo alla stanza e annusa l’aria. Se non gli garba va via senza neppure salutare. Altrimenti prende la chitarra, accende l’amplificatore e non sai mai quello che potrebbe accadere”) non riesce ad ingranare. È una macchina che si inceppa e che Lillywhite, che più tardi dichiarerà “è stato un onore produrre i Rolling Stones. Peccato solo aver prodotto il loro disco peggiore”, non riesce a salvare dalla corsa verso l’ovvietà.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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NAKED PREY – Under the Blue Marlin (Frontier)  

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Se non avete mai compreso come il desert-rock polveroso dei Thin White Rope e dei Giant Sand possa raccordarsi con quello più tardivo e tempestoso dei Kyuss c’è un disco che può facilitarvi l’impresa.

Si intitola Under the Blue Marlin ed è accreditato ad una delle più talentuose ma meno fortunate band del movimento Paisley Underground. Arriva il primo Gennaio del 1986 e arriva per scompigliarti i capelli. Che all’epoca abbiamo ancora tutti.

Van Christian si era riscoperto chitarrista cinque anni prima, dopo aver lasciato le pelli dei Serfers prima che si trasformassero in Green on Red. E aveva deciso che poteva percuotere quelle corde come se fosse ancora seduto dietro i tamburi.

Metterci lo stesso piglio, perlomeno.

Quando lo fa, escono fuori cose come The Ride, Rawhead, What Price for Freedom, Voodoo Godhead, o quella cover di Dirt che sono i nervi scoperti di un disco da annoverare fra i classici del guitar-rock americano di quel decennio.

Uno di quelli dove potevi sentire decine di camperos passarti sulla faccia mentre, stirato, provavi ad immaginarti un’America tutta tua, a metà tra i film di John Ford e le strade deserte della tua città nei lunghi pomeriggi di Luglio, quando la tua gente disertava i bar del paese per cercare un sollievo dal tormento greve e soffocante della calura estiva.

Un’America selvaggia e accogliente insieme. Un prato verde sotto il letto di casa.

Un’America col sole a picco e la sabbia che ti entra nelle narici.

Dove sei sempre solo nonostante avverta su di te mille occhi che ti seguono dappertutto.

Dove c’è sempre un fucile puntato.

Su te.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro