THE CANNIBALS – Please Do Not Feed The Cannibals (Hit)  

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L’ennesimo cambio di line-up dei Cannibals porta dietro le pelli il senese Marco Pallassini, ex-drummer di quei Rumble Fish dalle cui ceneri nasceranno i grandi Pikes in Panic. Assieme a Mike e Marco ci sono il bassista Martin Bayliss, i chitarristi Dave Rothon e Jeff Mead e l’organista Steve Atkinson.

I Cannibals sono nell’assetto giusto per fare grandi cose.

E le fanno, anche se non su questo disco.

Se gli esordi avevano issato una ferrea barriera ad ogni tentazione psichedelica, il tuffo nelle Pebbles e l’arrivo di strumentisti più visionari e capaci porta Mike Spenser a sperimentare soluzioni impensabili fino a due anni prima anche se pezzi come I Trip for Your Love, Try Me On For Size, A Speedy Exit e Too Much to Dream non sono tra le cose più convincenti del nuovo lotto di canzoni e finiscono per spegnere il cerino acceso da cover come I Can’t Get Away From You, Barracuda e soprattutto Good Times, l’oscura gemma pre-punk dei Nobody’s Children che sembra perfetta per le corde dei Cannibals. L’occasione di cavalcare l’onda dello tsunami garage-punk, nonostante il crescente numero di pubblicazioni (una pure a nome di Five Young Cannibals, come atto derisorio dell’allora popolarissima band inglese nata dalle ceneri dei Beat, NdLYS) è in gran parte sciupata nonostante le potenzialità del nuovo assetto.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TOM VERLAINE – Flash Light (I.R.S.)  

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La particolarità di Flash Light è costituita dalle canzoni che chiudono le due facciate. Non perché siano le migliori, ma perché Tom Verlaine decide di ripescarle (una identica, l’altra leggermente artefatta) dal disco che la Fontana gli ha rifiutato l’anno precedente perché ritenuto poco commerciale e che lo costringe a rifare (quasi, come abbiamo detto, NdLYS) tutto da capo. Il risultato è un disco che in effetti cede un po’ alle pressioni dell’etichetta, con un suono che sembra quasi fare il verso a quello del Matt Johnson di Infected, successone inaspettato dell’anno precedente.

Il rullante implacabile, metronomico e senza alcuna variante di tempo del funk elettrico di Cry Mercy, Judge va proprio in quella direzione, con la chitarra di Verlaine costretta a trovarsi spazio dove spazio non c’è. Say a Prayer ripete la stessa formula, rallentando leggermente l’andatura e preparando il terreno per il capolavoro A Town Called Walker, epica come una canzone dei Big Country e con un gioco di chitarre da manuale.

A voler essere cattivi, il meglio del disco a questo punto è già passato: per ascoltare una canzone che valga il tempo d’attesa occorre planare direttamente sulla Annie’s Tellin’ Me posta quasi in chiusura che si evolve dal nervoso riff inaugurale ad una distesa di chitarre larghe ed effettate passando attraverso un solo di chitarra che imita il tipico fraseggio di un sassofono.

Il resto, con un po’ di rammarico per At 4 A.M., passa senza lasciare profonde ferite nella carne e pochissime tracce nella nostra memoria.

Sarà contenta la Fontana.

Io un po’ meno.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE PROCLAIMERS – This Is the Story (Chrysalis)  

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Un quarto di Everly Brothers, un quarto di Housemartins, un quarto di Tokens. E l’ultimo quarto riservato alla loro amata Scozia.

Questa, in sintesi, la ricetta dei Proclaimers. Anche se qui dentro incrocerete il Kingston Trio, Jackie Wilson, Paul Weller, Billy Bragg, Simon and Garfunkel, i Dexy’s Midnight Runners e tanti altri volti noti.

Chitarre acustiche e voci doo-wop, i gemelli Reid non hanno nulla a che vedere con gli omonimi fratelli Reid provenienti dalla stessa regione. Basta vederli in copertina, ben pettinati e occhialuti alla maniera di Buddy Holly per capire che qui si va a parare da tutt’altra parte rispetto alle fustigate noise di Jesus and Mary Chain.

This Is the Story sembra piuttosto fare tesoro della lezione di un trovatore contemporaneo come Billy Bragg e dei Jam a motori spenti (quelli di That’s Entertainment, per capirci) e con pochissimi strumenti di lavoro riesce a costruire una serie impressionante di canzoni fulminanti e incantevoli all’ascolto oltre che pungenti come pungiglioni d’ape. Declamate in modo così limpido ed epico che non sai mai se stanno parlando d’amore o di politica.

E invece se capisci qualche parola di inglese, anche se declinato con accento gaelico, sai benissimo che dietro il rifiuto d’amore di Throw the ‘R’ Away si nasconde la denuncia di un razzismo del tutto simile a quello che serpeggia in Italia, pur se geograficamente capovolto. Un nazionalismo tenace che i Proclaimers vestono con grazia fino a spingerci a schierarci con la loro idea, battendo mani e piedi al ritmo di The Joyful Kilmarnock Blues o ad intonare con tono solenne le piccole contee scozzesi elencate su Letter from America, come fossimo partigiani di una guerra che non ci appartiene ma per cui ci sentiamo di simpatizzare.

Franco “Lys” Dimauro

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JEREMY GLUCK with NIKKI SUDDEN & ROWLAND S. HOWARD – I Knew Buffalo Bill (Flicknife)  

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Nel 1986 Jeremy Gluck si trova a lavorare con Nikki Sudden e il fratello Epic Soundtracks, Rowland S. Howard e Jeffrey Lee Pierce a quello che si annuncia il tavolo da Briscola a Cinque definitivo dell’alternative-rock degli anni Ottanta. Giocata con alle spalle il demone dell’eroina più che quello del gioco.

Potrebbe sembrare, visti titoli e copertina, l’estremo saluto al cow-punk che nella prima metà del decennio ci aveva regalato band come Long Ryders, Lone Justice, Beat Farmers, Jason and The Scorchers, Rank and File. Knitters.

Invece non lo è. I Knew Buffalo Bill è un disco disperato e tossico. Un disco di finestre aperte da un lato sulla pioggia, dall’altro su un abisso che è molto più alto di quanto la balaustra esterna di questo motel fatiscente lasci immaginare.

Un disco che sembra cadere a pezzi. Suonato come se i muscoli di tutti gli ospiti fossero intorpiditi, afasici, privi di ogni energia, incapaci di tenere il passo già macilento e imperfetto degli altri. Un disco malconcio che per concezione sembra più vicino ai suoni sgangherati di Beat Happening e Daniel Johnston che a quello di qualsiasi band roots-rock. Niente deserti e polvere, solo sassi e sterpaglie annerite.

C’è un che di irrisolto e di irrisolvibile lungo le tracce di I Knew Buffalo Bill, come di un’affinità latente ma inconciliabile, ingovernabile, alterata da un senso di malessere che non trova appagamento neppure nel mezzo gaudio che il proverbio promette e che il destino invece nega.

Se c’è un modo per uscire vivi dagli anni Ottanta, non è certo qui che troverete la strada.

E la storia di Buffalo è una bufala.

Come tante che vi raccontano. Solo che questa, se la capisci, fa un po’ più male.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

MOJO NIXON & SKID ROPER – Bo-Day-Shus!!! (Enigma)

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C’è un po’ di Elvis in ognuno di noi. Questo ci canta Mojo Nixon in apertura di Bo-Day-Shus!!!, terzo album e mezzo realizzato in coppia con Skid Roper.

Ed Elvis dall’alto lo benedice e decide di portargli fortuna, tanto che Elvis Is Everywhere diventerà il pezzo più conosciuto, anzi l’UNICO pezzo conosciuto di Mojo. Qui fa da introduzione all’ennesima ricca portata di rock ‘n’ roll sgualciti, bluegrass svaccati e musicacce varie per guardiani di giumente. Un immaginario fatto di barbecue perennemente accesi, botteghe di rigattieri, colli arrossati dal sole e villaggi sperduti della Louisiana e del Texas dove dove gli immigrati si riuniscono ad improvvisare feste alcoliche al suono della musica della loro terra e si intrecciano con le musiche locali. Polka, mardi-grass, blues, country, cajun, canzoni voodoo e lodi a Cristo.

Canzoni che ogni tanto incendiano un intero campo di cotone, come I’m Gonna Dig Up Howlin’ Wolf, Gin Guzzlin’ Frenzy, Wash Dishes No More come fossero tizzoni saltati fuori dai catini di Barrence Whitfield, dei Raunch Hands, dei Flat Duo Jets o dei Gibson Bros.

Canzoni che non ti conviene neppure di chinarti per cercare di tirar via quei carboni accesi.

The men don’t know but the little girls understand…

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

THE MERCY SEAT – The Mercy Seat (Slash)  

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Dopo tre dischi fenomenali le Violent Femmes si prendono una pausa.

Brian Ritchie tasta il terreno per vedere se da solista può ricevere le stesse attenzioni che il pubblico ha riservato ai dischi della sua band, Victor DeLorenzo affina le sue doti di attore presso il locale Theatre X mentre Gordon Gano pensa che dopo essersi lordato le mani con la musica country può adesso lavarsele dentro un’acquasantiera, approfondendo l’incontro con la musica gospel che aveva approcciato su Hallowed Ground un paio di anni prima. E così ingaggia una panterona newyorkese di nome Zena Von Heppinstall e una sezione ritmica e mette su una band chiamata Mercy Seat con la quale contratta con la Slash la pubblicazione di un album in cui ci si bagna le dita nell’acqua santa e si pisciano diavoli.

Un disco che profana la musica sacra con la fisicità prorompente di Zena e la inquina con il piglio un po’ punk di un musicista che viene dalla strada e che la strada non l’ha ancora dimenticata.

Ma The Mercy Seat, nonostante la sfrontatezza saltellante che lo anima, è innanzitutto un omaggio sincero alla musica gospel (almeno tanto quanto è sincera la dedica ad Elsie Von Heppinstal, la mamma di Zena che l’ha iniziata alla musica da chiesa avventista), pur sfruttando una dialettica musicale e un istinto naturale che è vicino a quello di un gruppo busker, non c’è alcun desiderio di provocare nel progetto di Gano, nonostante certe imbastiture sbilenche e qualche chitarra scordata (Soul on Right, He Said, I Am a Pilgrim, Get Up) facciano volentieri capolino ricordandoci che i Mercy Seat vogliono salire in cielo salendo attraverso un percorso sconnesso ma anche marciando lungo un paesaggio che possa risultare familiare a quanti hanno frequentato i dischi delle Violent Femmes.

Non venderà molto, The Mercy Seat, finendo nel giro di pochissimi anni tra i “forati” e i resi da negozio.

Peccato.

Proprio ora che il peccato sembrava essere stato estirpato.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

GREEN ON RED – The Killer Inside Me (Mercury) 

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Dopo aver esplorato la campagna americana i Green on Red rientrano in città. E scelgono consapevolmente la strada più pericolosa. È l’America democratica e pluralista con un fucile sempre a portata di mano, non solo sotto il cuscino dei fuorilegge. L’America dalle notti pericolose, quella in cui il tramonto ti lascia augurandoti buona fortuna anziché buon riposo. La terra di nessuno che è stata promessa a tutti.

Dan Stuart canta di questo. Sgolandosi. Sputando sangue.

Come succede in No Man’s Land con la Dan che si allontana dal microfono e fa cenno agli altri di fermarsi e ripartire una, due, dieci, venti volte prima di portarla a termine in maniera adeguata e senza grumi di sangue misti a catarro in gola.

A volte gli viene in soccorso un coro gospel, probabilmente suggerito da Jim Dickinson che vuole dare al disco quel sapore sudista che la band ha scelto già prima di mettersi in macchina per raggiungere Memphis.  

Ma spesso sono le chitarre a sommergerlo, come autentiche tempeste di sabbia. Come nei minuti conclusivi della title-track dove le chitarre si sollevano come polvere, seccando la gola e bruciando gli occhi.

Nascondendo il killer alla nostra vista fino a quando non troveremo qualche motel lercio dove fermarci a fare pipì e troveremo un lembo di specchio dove poterci specchiare.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NO STRANGE – L’universo (Toast) 

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“Carissimi e illustrissimi, chi vi scrive nuovamente è il musicista psichedelico Ursus. Per prima cosa principale vi ringrazio per l’attenzione a voi prestata che vi renderemo a suo tempo nella puntata dell’11 Febbraio che possibilmente ci riempie di gioia e di emozioni quando leggevate la lettera da me inviata e possibilmente ricevuta di questa sublime e stupenda del gruppo dei No Strange di cui mi umilio di fare portavoce”.

Presentatore: “fa bene a umiliarsi?”

Mago Gabriel: “no”

Presentatore: “Perché no?”

Mago Gabriel: “Perché a sua volta siamo tutti uguali, nessuno più alto e nessuno più basso”.

“Nell’attesa di poter ascoltare la nuova poesia del grande Gabriel vi invio in omaggio un’opera musicale…ecc…ecc…sperando che possibilmente in questa musica tu possa cogliere il senso magico dei No Strange. Essa è musica eso e poi eterica ma non solo paragnosta ma bensì è importante la concentrazione mentale che possibilmente può anche essere ascoltata dagli gnomi anzi tanto più sublime quanto potrà spiegare il nostro amato Gabriel…ecc…ecc…”.

Siamo nel 1992 e all’interno dello studio televisivo dell’emittente torinese TF9 si consuma uno dei dialoghi più surreali della televisione underground italiana:

il mago Gabriel è un eroe locale divenuto patrimonio dell’umanità grazie alle attenzioni della Gialappa’s.

Ursus, leader dei No Strange, è uno dei suoi ammiratori. Parla e scrive come lui, in simbiotica estasi, come un discepolo devoto. E gli spedisce i suoi dischi.

L’universo è uscito in realtà cinque anni prima. Ma nell’universo psichedelico, così come in quello “eso ed eterico” il concetto di tempo e spazio sono concetti sfuggenti e molto relativi.

Il secondo album del gruppo piemontese è ancora una volta un piccolo rifugio atomico sopravvissuto alle lordure del mondo, un’Ara Pacis votato ad un psichedelia esoterica e dall’afflato mistico. Sitar, violini, flauti, tablas, nastri magnetici e tastiere si addensano attorno alle chitarre di matrice folk spargendosi come incenso e liberando l’effetto di una sorta di cerimonia psichedelica dove vengono evocati gli spettri delle figure del progressive-folk degli anni Settanta, deformati dalla visione multidimensionale del terzo occhio e dall’ascolto psicoanalitico del terzo orecchio cui il disco tenta, trovandolo, l’accesso.

L’universo spalanca le porte all’abisso interiore, al mondo parallelo che ci viaggia dentro e che ci rifiutiamo di ascoltare, avendone paura. I No Strange diventano gli argonauti musicali dell’inconscio.  

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MICK KARN – Dreams of Reason Produce Monsters (Virgin)  

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Tutta la ritualità misteriosa ed esotica dei Japan risuona dentro Dreams of Reason Produce Monsters, capolavoro del geniale bassista cipriota in cui l’apporto dei fratelli Batt in termini di scrittura e di esecuzione torna ad essere basilare, ricreando quell’alchimia perfetta degli ultimi Japan e costruendo un capolavoro di architettura carica di curve, archi, figure convesse. Il lavoro al pennello di Mick è stavolta più misurato, meno straripante, sebbene rimanga sempre inconfondibile la sua capacità di creare figure tridimensionali e rigurgitanti e nonostante sia proprio uno di questi rigurgiti ad accoglierci proprio in apertura di lavoro, nella bellissima foresta adunca di First Impression.

Ed è una scelta voluta e consapevole, quasi a volersi scrollare addosso il ruolo di abilissimo musicista di cui il mondo sembra essersi accorto con ritardo pachidermico. Sebbene le strutture rimangano ampiamente libere, c’è stavolta un maggior senso di compiutezza oggettiva, ci sono canzoni con cui si può scendere a compromessi con maggior facilità, soprattutto quando a prendere posto al microfono è ovviamente David Sylvian e ci sono tanti, tantissimi paesaggi di bambù e pareti di carta di riso dietro cui si muovono le composte forme delle geishe e le opulente sagome dei samurai cui la sua ex-band ci aveva abituato: Land, Language of Ritual, Dreams of Reason, Buoy.

Posti che ci invitano ancora una volta all’approdo in terre lontane.

Mick Karn come un Marco Polo tira via l’àncora, puntando il dito verso oriente.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE ART OF NOISE – In No Sense? Nonsense! (Warner Bros.)  

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Di tutto quanto previsto nell’ambizioso “statuto” associativo firmato nel 1983 dalla coppia Trevor Horn/J.J. Jeczalik ben poco era stato fatto. Gli Art of Noise erano però riusciti, pur tradendo l’iniziale ispirazione a diventare i nuovi Kraftwerk, a dominare le classifiche per un paio di anni buoni: canzoni come Beat Box, Moments in Love, Paranoimia e la cover di Peter Gunn erano diventati dei classicissimi del synth-pop anche dopo che Trevor Horn aveva giudicato il progetto un fallimento dal punto di vista artistico e aveva deciso di tirarsene fuori. Alla vigilia del terzo album anche l’ingegnere Gary Langan (uno che con i suoni di plastica ci sapeva fare, basti ascoltare quanto fatto per i Queen, gli Yes, gli ABC o gli Scritti Politti in quegli anni) abbandona il progetto, lasciandolo in mano ai soli Jeczalik e Anne Dudley. Sono loro a realizzare In No Sense? Nonsense! con lo stesso trucchetto che gli ha garantito il dominio delle piste da ballo: un colloso pastiche di elettronica dove bassi gommosi, loop vocali e pattern ritmici (che adesso dal vivo replicano con una band in carne ed ossa) cercano di arrampicarsi lungo le scale di un pianoforte e di entrare nelle sale delle corti dove si consuma la musica classica. È da questo dadaista e buffo incrocio che prenderà spunto gran parte della trance elettronica di successo del decennio successivo, primo fra tutti Robert Miles con la sua Children. È una musica che funziona alla perfezione per le commedie hollywoodiane di quel periodo e non serve che a dircelo sia Ian Peel dalle note di copertina di questa edizione deluxe. Perché gli Art of Noise rappresentano tutta la meccanica sequenziale e volgare degli anni Ottanta. La nuova rimasterizzazione, oltre a correggere alcuni errori grossolani delle stampe dell’epoca, non fa che esaltare tutta la pacchiana messinscena della formazione senza volto. Aggiungendo un’ottima selezione di inediti e di rarità tirate fuori rovesciando il loro cilindro fino a colmare un intero secondo cd. E giustificandone il ritorno su quegli scaffali da cui hanno deciso di disertare ormai da venti anni ma che tuttavia non hanno mai abbandonato definitivamente.

Sempre nascosti dalla loro maschera. Un po’ come noi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro