THE REPLACEMENTS – Pleased to Meet Me (Sire)  

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Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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fIREHOSE – “if’n” (SST)  

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Conclusa l’avventura degli Hüsker Dü e sigillata dentro il disco-capolavoro dell’alternative rock degli anni Ottanta, c’è ancora una foto del trio di Minneapolis a far capolino tra le novità dei negozi di dischi. Il 1987 inaugurato da Warehouse: Songs and Stories non si è ancora spento quando arriva nelle vetrine “if’n”, il disco dove in qualche modo tutto un certo modo di intendere la musica trova la sua dimora finale e allestisce forse il suo ultimo capolavoro prima di cedere il passo ai giovani eroi del grunge che decreteranno la precipitosa eclissi della SST.

Le esasperazioni funk-core dei Minutemen sono definitivamente placate, anche se le sincopi nere del basso di Mike Watt e le rullate fuori schema di George Hurley permangono in buona parte del repertorio (Backroads, From One Cums One). Ma a compiere il miracolo e ad emancipare i fIREHOSE dalla pesante eredità della band di D. Boon sono le canzoni dal taglio più diretto e orecchiabile, come Honey, Please, Making the Freeway, Anger, Operations Solitare, In Memory of Elisabeth Cotton, Soon. Piccoli capolavori messi lì a ricordarci che siamo stati adolescenti quando sulle college radio passavano Meat Puppets, Replacements, Thin White Rope, X. E che dunque la nostra era stata un’adolescenza che ci avrebbe regalato il dono del rimpianto.

Proprio come quella dei nostri padri che invece l’avevano trascorsa cantando le canzoni dei Creedence.  

E che dunque potevamo, noi e loro, andare insieme a consumare un frullato di banane dentro un qualche bar della città.

Un qualsiasi frullato.

In un qualsiasi bar.

In una città qualsiasi.    

Perché noi e loro, eravamo appartenuti a qualcosa di bellissimo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE STOMACHMOUTHS – In Orbit (Got to Hurry)  

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Agli inizi del 1987 l’epidemia europea per la febbre garage-punk raggiunge il suo culmine. Ogni piccolo club del Vecchio Continente ha il suo calendario di eventi dentro i quali, inevitabilmente, far esibire le stelle del movimento, che si tratti di scalcinate band locali o dei grossi nomi d’oltreoceano divenuti già leggenda.

Apice di questa pandemia è lo Psychorama, un tour itinerante che porta in giro per tutta l’Europa nomi come Creeps, Sick Rose, Fuzztones, Sting-Rays, Vietnam Veterans, Last Drive, What…For! e, ovviamente, gli Stomachmouths. Agghindata come Freddy and The Dreamers, la band svedese conquista tutto quel che c’è da conquistare, come fosse una flotta di panzer del Risiko!. Chi avesse frequentato lo Slego di Rimini in quegli anni potrà farvene testimonianza. Greg Shaw, fiutando la nuova gallina dalle uova d’oro, pubblica la solita vagonata di demo e discutibili tracce dal vivo vecchie di due anni per una pubblicazione che, grazie al marchio Voxx impresso in copertina, diventerà il disco più venduto della band, senza che questa ne avesse neppure autorizzato la pubblicazione. In tutta risposta però Stefan Kéry serra le fila e impone alla band, a primavera inoltrata, qualche seduta di registrazione per un nuovo prodotto ufficiale. Il disco, pubblicato ancora una volta dalla Got to Hurry, presenta una scaletta ridotta a sei pezzi ma è di una bellezza spietata. I cinque brani firmati dalla band mettono in mostra un suono e un taglio vocale che sta leggermente degradando verso lidi più “europei”, con un occhio ai Pretty Things e l’altro alle vecchie band nord-europee. Rimanendo gracchiante e solcato come i mari del Nord dalle baleniere vichinghe, da un organo implacabile. In chiusura, una cover madornale di Hold Me Now dei Rumors strappata al primo volume di High in the Mid-Sixties e tirata per i capelli, lacera la pelle come diossina.

In Orbit conferma la caratura degli Stomachmouths che vengono contattati da un produttore televisivo per essere i protagonisti di una serie tv ispirata ai B-movies degli anni Sessanta ma non se ne farà nulla. In un ultimo show ad Amburgo gli Stomachmouths salgono sul palco per l’ultima volta, nell’autunno di quell’anno.

Un ultimo rigurgito gastrico e tutta la scena garage-punk svedese viene trascinata via da una colata di vomito verde.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE MARGIN OF SANITY – The Margin of Sanity (Chainsaw)  

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Nel bel pieno degli anni Ottanta Andy Smith e il cugino Adam sono due teenagers invasati per la musica degli anni Sessanta. Sono presenti ad ogni concerto dei Cannibals e dei Mighty Caesars, vestono in perfetto stile mod e armeggiano con chitarra e basso cercando di ricreare il mood di band come Pretty Things, Missing Links e Them. Sull’onda di quell’entusiasmo mettono su una band e sempre sull’onda di quell’entusiasmo riescono pure a stampare un disco in edizione limitata.

Poi, l’entusiasmo non muta ma mutano le condizioni e i due daranno vita ai Mistreaters, un altro fuoco di paglia durato l’arco di una stagione e documentato da un solo, formidabile singolo. Poi, trascinati via dalla corrente baggy si lanceranno nell’avventura disastrosa dei Sidewinders.

Ma quello che raccontiamo qui è quella magnifica polaroid pubblicata nel 1987 che resta come unica testimonianza di quella stagione, quelle uniche sei canzoni che costituiscono il dossier del passaggio dei Margin of Sanity sulla meridiana di Greenwich. Il disco è una delle migliori produzioni garage inglesi del periodo, strabordante di un’attitudine senza compromessi con la modernità, ostinata e caparbia nel ricreare quell’esasperante, brutale amalgama fra melodia triviale e ritmica forsennata che fu dei grandi pionieri del punk degli anni Sessanta.

I capolavori si intitolano Narrowminded People e Get Yourself ‘Round Here, messe a chiusure di facciate. Un vorticoso garage con una batteria esplosiva e un’interminabile sequenza di lick chitarristici a far da tappeto ad una voce che ricorda quella del giovane Luca Re il primo, un classico numero di R ‘n B bianco sullo stile dei primi Rolling Stones che non tradisce i venti anni che li separano dai padri la seconda. Ma straordinarie sono pure il turbine elettrico di Get What I Can che sembra frullare tutto il suono texano dei Sixties dentro un unico vortice di riverberi e effetti tremolanti e What’s the Use of Trying?, uno scalmanato numero alla Remains dalle chitarre, viceversa, limpide e scintillanti.

Un unico disco per testimoniare la propria fede nel sixties-sound senza compromessi. Senza scalciare per avere un posto nella storia, accontentandosi di averne uno nel cuore e nella memoria degli appassionati.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

ELECTRIC PEACE – Medieval Mosquito (Barred)  

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Honey Davis è oggi un quotatissimo chitarrista blues che gira per i locali e le spiagge californiane con la sua chitarra elettrica.

Tu gli sorridi e lui ti sorride. 

Ma non è stato sempre così. Nella metà degli anni Ottanta, quando è uno dei tanti disgraziati che girano per il lungomare di Los Angeles, lui si sente più disgraziato degli altri. Sua moglie è appena morta in seguito ad una emorragia cerebrale e lui si sente impazzire. La sua chitarra non si è ancora addomesticata al blues e ogni volta che ci mette le mani sopra è come infilarle dentro una cesta di cobra. Un giorno, saputo che Brian Kild è stato appena mollato dalla sua band e dalla sua etichetta, gli telefona e gli propone i suoi servigi. Insieme, reclutano Jim Hawkinson, uno che aveva suonato l’organo dentro quell’altra band disperata che erano i Divine Horsemen e in quattro e quattr’otto mettono mano ad un nuovo repertorio acidissimo che sembra ibridare gli ultimi Doors con i primi Deep Purple, creando una gorgone che fa scempio dello street metal platinato che riempie le classifiche e che traccia più o meno inconsapevolmente la strada per l’hard-rock mutogeno di Jane’s Addiction e dei Morlocks di Under the Wheel e anticipando la skyline gotica che Glenn Danzig sta progettando di edificare sull’orizzonte opposto degli States.

Quelle di Medieval Mosquito sono canzoni abitate dall’odio e dalla consapevole inteluttabilità della morte, che scavano un abisso sotto la crosta di asfalto delle strade californiane, percorse da una febbre che è necrosi delle viscere, arroventate in nient’altro se non nel proprio stesso fuoco che ti macera lo stomaco.

Canzoni dove c’è sempre qualcuno in fuga.

E qualcuno che ti segue ovunque, barattando il suo inferno col tuo.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE GANG – Barricada Rumble Beat (Tam Tam)  

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Uno dei dischi che riascolto più volentieri tra le centinaia di produzioni italiane anni Ottanta custodite nel mio archivio sonoro è Barricada Rumble Beat, il long playing dei Gang, ovvero il disco con cui i fratelli Severini mettono a frutto il rispetto che si sono guadagnati in tre anni di concerti tanto da poter esibire collaborazioni prestigiose come quelle di Andy J. Forest e Billy Bragg che prestano voce, chitarra ed armonica su 1/3 del disco.

Barricada Rumble Beat è un lavoro che, come per il precedente mini-LP, trasuda ancora Clash da ogni poro ma è soprattutto un bellissimo, autentico, pregevole, credibile lavoro di recupero delle musiche americane, dal folk al reggae passando per l’R&B e il country&western senza alcuna frattura. Prodotto e costruito artigianalmente con risultati da fare invidia alle produzioni professionali, tanto più che in quegli anni nessuno ai piani alti sa bene come deve suonare un disco rock.  

Un disco dove le difese ideologiche di valori come libertà, senso di appartenenza, diritti civili, giustizia sociale “importate” dagli Stati Uniti si riveleranno il trampolino forse un po’ romantico ma necessario per la consapevolezza storica e la denuncia civile dei classici del secondo periodo della loro carriera.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

REBELS WITHOUT A CAUSE – Naked Lunch (Electric Eye)  

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Uno dei dischi più “trasversali” del pregiato catalogo Electric Eye fu opera di una band di Cervia che sembrava essere spuntata dal nulla delle nebbie emiliane, non fosse che già prima del suo debutto discografico avesse suonato nel Nord Italia come spalla di gente come Tav Falco, Green on Red e Dream Syndicate anche se spesso in formazione “amputata”, ridotta ad un paio di chitarre supportate da una ingombrante batteria elettronica. Il disco invece, uscito nell’estate del 1987, vede un quartetto in gran spolvero, autore di un suono che sbatte le ali come una falena andando a scottarsi vicino al fuoco del rockabilly, dell’R & B e del classico suono roots americano. Una tecnica, chitarristica soprattutto (Davide Piatto, per dieci anni il 50% dei N.O.I.A. – sua la chitarra funky di Dirty Talk, una delle prime produzioni house mondiali, pubblicata da Klein &MBO – e diventato ora uno dei più abili e meno scontati chitarristi sulla piazza, NdLYS), magistrale che in un contesto completamente diverso rispolvera il guizzo brillante delle chitarre dei Redskins. Ma l’aria, il paesaggio che si respirano dentro Naked Lunch sono tipicamente americani, come nel sogno di tantissime band dell’epoca. Un’America metafisica. Romantica e dannata, che i Rebels avrebbero continuato a cantare anche quando nessuno sembrava più volerla sognare così, dentro altri due album di cui forse più nessuno ricorda nulla e che fareste bene ad andare a recuperare, colmando la voragine che si è creata nel vostro sedimento di fosforo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HAPPY MONDAYS – Squirrel and G-Man Twenty Four Hour Party People Plastic Face Carnt Smile (White Out) (Factory)  

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Nell’Aprile del 1987, con il corpo degli Smiths sfatto ma ancora vivo, divenne chiaro che, indipendentemente da come sarebbero andate le cose (e le cose andarono male), la loro esistenzialista curva all’ingiù aveva avuto la peggio nella battaglia contro la curva all’insù dell’edonismo godereccio propagandato dai concittadini New Order. Il loro scioglimento non avrebbe fatto altro che cedere del tutto la città al “nemico”. Le prime avvisaglie di quella disfatta si erano rese manifeste sul debutto di una band che girava per la città già prima che Marr e Morrissey si incontrassero e, ora che stavano per litigare, arrivava al suo debutto sotto l’ala protettrice della Factory e il mantello sinistro di John Cale.

Ragazzacci che probabilmente non avevano mai letto un libro di Oscar Wilde e il cui interesse sembrava essere quello di fare festa 24 ore al giorno e  consumarsi il cervello con pastiglie di acido e videogiochi.

Che pisciavano sulle aiuole. E che ai ricami dei merletti degli Smiths sembravano preferire assai le imbastiture dozzinali della sartoria dei Fall. Come nei dischi della band di Mark E. Smith, dentro le vene del debutto degli Happy Mondays scorre un funky disarticolato e dilettantesco che è foriero di quell’ibrida mistura tra post-punk, teppismo english e sballo da dancefloor che porterà a dischi come Screamedelica, il debutto degli Stone Roses o al loro capolavoro bastardo di tre anni dopo.

Per adesso, per loro, si tratta di prendere appunti.

Per chi li sta ad ascoltare, di saper leggere fra le righe.

Per i pusher, di cominciare a preparare le caramelle.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BOWIE – Never Let Me Down (EMI)  

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Inebriato e stordito dal successo, a metà degli anni Ottanta David Bowie si rifugia in Svizzera a scrivere canzoni assieme all’amico Iggy Pop. Da quegli incontri che qualcuno giura non siano solo artistici vengono fuori due tra i dischi peggiori dei due: Blah Blah Blah dello zio Iggy e questo Never Let Me Down del suo biondo amico inglese. Dischi inzuppati nei peggiori suoni rock-oriented del periodo e carichi di una irruenza posticcia e una muscolosità da integratori illegali. Più ancora del disco che lo ha preceduto, Never Let Me Down rivela un’assenza di idee disarmante a supporto del quale David porta in giro per il mondo uno sfavillante tour che ha tutta la consistenza artificiosa di un musical che fa razzia anche dei vecchi inni ribelli come The Jean Genie, Rebel Rebel o Heroes ridotte a volgari manifestazioni di virtuosismi chitarristici (Peter Frampton è l’uomo chiamato ad accontentarsi del posto alla sinistra del Padre, quello di destra di nuovo occupato da Carlos Alomar, rientrato nei ranghi dopo la pubblicazione del dignitosissimo Let’s Dance, NdLYS) e bruciate dalle luci abbaglianti che svaporano dalle lastre di plexiglass.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BOOHOOS – The Sun, the Snake and the Hoo (Electric Eye)  

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Un esordio folgorante e prodigioso, di quelli che nessun quarantenne di oggi può aver dimenticato. Siamo in Italia, a cavallo tra il 1986 e il 1987, ma con le dita infilate nelle prese elettriche del Michigan Palace mentre Iggy si sfregia il torso con i petali di vetro che il suo pubblico gli regala. Il suono tossico di The Sun, the Snake and the Hoo colava sperma e sangue, e buttava giù le pareti, sul serio.

E consegnava idealmente e materialmente la stagione neo-garage a quella immediatamente successiva, che spostava lo sguardo da Tacoma e dal Texas verso il suono borderline della Motor-City. Ma a quel punto loro, stavano già guardando altrove. Perchè i BooHoos erano imprendibili. Quattro brani che si muovono della stessa ossessione perversa di un persecutore seriale attraverso orifizi di carne avida di piacere.

Quattro canzoni per chi di sesso ha un estremo, inappagabile bisogno biologico, compulsivo, organico.
Quattro canzoni che richiedono volumi adeguati.

E non solo quelli acustici.  

Richiudendo la cerniera con una cover di Search & Destroy che chiuderà le bocche proprio a tutti, per anni.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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