PRIMETEENS – Bikers from Hell (Lakota)

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Dopo aver debuttato sotto la bandiera del garage-punk più selvaggio, al momento di esordire su grande formato i Primeteens di Bologna riadattano rapidamente il loro stile sconfinando nei campi dell’hard-rock. Non sono gli unici a “tradire” le speranze che solo un anno prima un disco come Neolithic Sounds from South Europe aveva generato in merito alla nuova ondata di formazioni devote al Sixties-punk più maniacale ed intransigente. Metà di quei gruppi infatti non riuscirà mai a certificare discograficamente la sua vicenda artistica, mentre Electric Shields, Monks e il gruppo di Scanna vireranno subito verso altre forme musicali. Che nel caso della formazione emiliana sono l’hard-blues e il Motor City-sound, cercando di spostare il suo asse parallelamente a quello dei Morlocks, che sembrano essere il suo principale punto di riferimento estetico e stilistico. Il risultato è però un disco non ancora a fuoco, disinnescato notevolmente da un lavoro di produzione e missaggio troppo asciutto e bidimensionale per far emergere dalle voragini infernali di pezzi come Baby Talk o Risin’ il demone stoogesiano che tutti si aspettano faccia capolino da un momento all’altro, finendo per fare di Bikers from Hell uno dei tanti esercizi di emulazione di cui abbiamo riempito gli scaffali alla ricerca della giusta scarica elettrica.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVID BYRNE – Rei Momo (Luaka Bop)  

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Archiviata definitivamente l’avventura dei Talking Heads, David Byrne si immerge da capo a piedi nel mondo carioca, proclamandosi addirittura Rei Momo, proprio come il Re del Carnevale di Rio. Alla riscoperta e alla diffusione della musica brasiliana dedicherà tutte le sue forze, a cavallo tra gli anni Ottanta e il decennio successivo, mettendo in piedi un’etichetta “dedicata” che proprio otto mesi prima del suo primo album di canzoni ha debuttato con una raccolta di preziose reliquie intitolata, semplicemente, Brazil Classics. Dentro, gomito a gomito, ci sono Gilberto Gil, Maria Bethânia, Jorge Ben, Caetano Veloso, Milton Nascimento, Nazare Pereira, Chico Buarque. Insomma, la crème della musica tropicalista. Una vivace girandola di colori su cui la malegria sbatte le ali come una falena e che Byrne decide di “replicare” in proprio pochi mesi dopo, in un disco contagiato dalla febbre ritmica brasiliana come Rei Momo allungando di fatto il Carnevale brasiliano a tutto il calendario solare del 1989.

È un percorso del tutto simile a quello tentato, con risultati altrettanto brillanti, da Paul Simon tre anni prima con la musica di un altro Sud. Come nel caso di Graceland e di tutte le musiche di origine tribale e rituale, il ruolo portante è costituito da una giungla percussiva ed è per questo che Byrne si affida ai migliori percussionisti di salsa newyorkesi per creare il tappeto ritmico su cui costruire l’impalcatura di canzoni che si muovano con esuberanza e scioltezza tra le più classiche musiche del Brasile ma anche delle vicine Cuba e Haiti, dal cha-cha-cha alla merengue, dal samba al son, dalla charanga alla cumbia, dal bolero al mapeyè, riservando per se lo spazio immenso e assolutamente privo di qualsiasi pulsazione ritmica della conclusiva I Know Sometimes a Man Is Wrong.  

Ne viene fuori un disco incredibile che rappresenta, astrologicamente, la consacrazione intellettuale, filologica e antropologica della “febbre latina” che proprio quell’estate è esplosa con il fenomeno della Lambada dei Kaoma e che diventerà tormento e letizia di ogni estate seguente, degenerando negli strusci di gruppo in cui il vecchio Simone ha finalmente trovato un posto dove poggiare le sue mani dopo averle infruttuosamente buttate in aria per più di venti anni.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TAD – God’s Balls (Sub Pop)  

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L’epitome del grunge. Quello vero, laido, teso e pesante.

Pesante, si. Come le palle di Dio.

Pesante come Tad Doyle, il Jack Black del grunge.

Il macellaio che suona la chitarra come una mannaia.

L’americano medio. L’antidivo per eccellenza in una scena che senza volerlo ha già un suo codice, anche estetico. E che a quel codice si costringerà ad attenersi una volta istituzionalizzato il canone e sdoganato al grande pubblico della moda grazie al fisico smunto di Kate Moss.

Musicista per diletto, per ingannare il tempo aspettando il sangue dei buoi secchi sul suo camice.

Capace però di tirare su un disco come questo God’s Balls dove di sangue ne cola ancora, come dentro la sua macelleria.

E lui lo raccoglie in taniche di metallo, e ci picchia sopra e ne prova piacere.  

Davanti a lui un popolo sta ad aspettare proprio quella musica incrostata di metal, punk e piccole scorie industriali. Magari non la sua, che non è carino farsi vedere con la foto di un ciccione sul diario. Ma è lì proprio per quella musica lì. Solo che non lo sa ancora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LAUGHING HYENAS – You Can’t Pray a Lie (Touch & Go)       

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I Laughing Hyenas di Detroit furono il perfetto prototipo di quelle band che una volta dilaniati gli ultimi brandelli del corpo punk avevano iniziato a dissotterrare le ossa del blues messe da parte per quando non ci sarebbe più stata carne da sbranare. Alla fine degli anni Ottanta, quelle condizioni si erano verificate e la nausea che montava dentro la scena hardcore Americana avrebbe generato un disgusto ancora più efferato, fino a produrre i conati di vomito del cosiddetto post-hardcore, di cui i Laughing Hyenas furono in qualche modo “inventori”, del decennio seguente. Perfetto, per quanto disgustevole, punto di unione tra il blues sfigurato di Birthday Party e Beasts of Bourbon e le lacerazioni farneticanti di Jesus Lizard e Rapemen. Un suono che è un cumulo di scorie metalliche e una voce che è tormento e supplizio, l’urlo ferale di chi non riesce a placare i propri desideri e neppure ad espiare le proprie colpe, di chi nella soddisfazione dei propri bisogni vede una devastante e feroce tribolazione più che un rasserenante senso di appagamento. I figli del Vietnam hanno una foresta devastata dall’Agente Arancio dentro di se e ora ne cantano il deserto.

Dannazione da dannazione.

Pena da pena.

Sofferenza da sofferenza.

 

Franco “Lys” Dimauro

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BOB MOULD – Workbook (Virgin)  

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Nel 1987, nel bel mezzo del tour per un disco strepitoso come Warehouse: Songs and Stories, il sogno degli Hüsker Dü si spegne per sempre e in maniera per nulla indolore. La carcassa della più importante punk band americana degli anni Ottanta ha una lunghissima coda di rabbia, odio, dolore e morte. Mould diventa, inaspettatamente, uno degli “ex” più ambiti della scena alternative statunitense. A ridare fiducia al musicista di Minneapolis, nonostante il turbamento che lo sta sfregiando internamente e malgrado nessuno sappia bene cosa sia in grado di fare senza l’aiuto di Hart e Norton, è la Virgin alla quale Mould impone che le press sheets che accompagnano le copie promo del suo primo disco in proprio non facciano menzione alcuna degli Hüskers assecondando così il suo desiderio di rimuovere del tutto quel passato così ingombrante e così doloroso. Workbook esce nell’Aprile del 1989 e di quel tracimante passato contiene effettivamente ben poco se non una parvenza di languore amaro che viene a galla quando Bob parla di “nemici lasciati alle spalle e amici dimenticati dal tempo” con chiare allusioni all’amico/nemico Grant.

Musicalmente, la densità dei giorni degli Hüskers è quasi del tutto evaporata lasciando ampio spazio a quelle bolle di ossigeno acustico che Mould aveva fortemente voluto mentre era immerso nell’oceano punk coi vecchi compagni. La sua Flying-V viene appesa ad un chiodo talmente corroso dai brutti ricordi da preferirle spesso una compagnia meno invasiva come una chitarra acustica a dodici corde, fino a riacciuffarla da quel perno arrugginito per il finale a sorpresa di Whichever Way the Wind Blows, un tuffo a sorpresa nel rumore cattivo di Zen Arcade.

Come a dire: volendo avrei potuto farvi del male.

Volendo avrei potuto seppellirvi tutti fino al collo e poi strapparvi via le teste con un unico colpo di machete.

Volendo avrei potuto dimostrarvi che l’odio non muore mai ma riposa soltanto. Volendo avrei potuto appendere al chiodo le vostre viscere piuttosto che la mia chitarra.

Invece non l’ho fatto.

Ma non vuol dire che non sia disposto a farlo. A breve.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BLACKBOARD JUNGLE – Silver Drops On Jesus’ Skull (and more) 1986-1989 (Area Pirata)  

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La recensione Area Pirata se la scrive da sé, nell’esauriente libretto che correda la nuova edizione del disco dei Blackboard Jungle e che porta la firma di Federico Guglielmi, uno dei primi a credere nelle capacità della band di Brindisi, tanto da aprir loro le porte della High Rise Records e concedere la sua direzione artistica ed esecutiva sul disco che adesso viene ristampato in versione deluxe fino a triplicarne la durata. 

Un suono che rivela radici ben salde nella classica canzone americana (Tom Petty, John Mellencamp, Jason and The Scorchers, Unforgiven, John Fogerty sono tutti nomi in qualche modo accostabili) quello del quartetto pugliese, in qualche modo vicino per attitudine a quello di un’altra dimenticata formazione del periodo come i Rebels Without a Cause di Cervia.

Come è intuibile dalla timeline del titolo, il lavoro di ristampa si occupa di documentare tutta la prima fase della storia del gruppo che proseguirà con cambi di formazione per almeno un’altra mezza dozzina di anni, fino a spegnersi proprio nell’imminenza di una nuova uscita discografica. Ovviamente, come accade spesso in questi casi, la necessità storica non sempre si sposa con i bisogni emozionali e francamente alcune cose sarebbero potute tranquillamente restare fuori (valga per tutte la brutta cover di I’m a Believer ma anche altre cose incerte nel cantato o nell’esecuzione come Silver, I’m Boogying This Pogo o You Run Me Out) mentre altre valeva la pena recuperarle, così come valeva la pena ritrovare quel file di memoria dove avevamo lasciato a riposare i Blackboard Jungle, piccolo orgoglio del rock “sudista” italiano.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CULT – Sonic Temple (Beggars Banquet)  

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Fra tutti i dischi dei Cult, Sonic Temple è quello che ascolto meno. Pur non avendo mai disprezzato la loro svolta hard rock di Electric, l’ho sempre trovato esageratamente mainstream nelle pose e nel suono, costruito con grandissima perizia ed abilità per conquistare il pubblico americano che, attraverso Appetite for Destruction, si è nuovamente scoperto innamorato dell’hard rock.

E Sonic Temple è il tempio costruito per accogliere questi nuovi fedeli e farli sentire a loro agio, con grandissime svisate chitarristiche (il bastone) e, quando ci vuole, una bella stemperata nel miele degli archi a fungere da carota secondo quel volgare cattivo gusto che è tipica degli americani e a cui cederanno quindi altri eroi del rock ‘n roll da strada come Aerosmith e Guns ‘n Roses, passando del burro di arachidi sull’asfalto bruciato dagli Hell’s Angels. Una tecnica di approccio che Bob Rock, il produttore di un best-seller come Slippery When Wet di Bon Jovi conosce benissimo e che mette al servizio della band inglese, facendo di Sonic Temple un album da grandi arene e dei Cult i nuovi San Paolo venuti da terre straniere a riportare alle genti la novella del profeta Jimmy Page.

Il Tempio è stracolmo di gente. Uomini e donne si piegano ad ascoltare il Verbo in tutte le sue forme, anche quelle ausiliarie. Credendo di essere nel giusto.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE VICTIMS – All Loud on the Western Front (Timberyard)

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Australia, Aprile 1978. Dopo Sydney (Radio Birdman) e Brisbane (Saints) è la volta di prendere Perth. Da quelle parti Dave Faulkner e James Baker hanno appena scritto due pezzi adatti allo scopo: Television Addict è un inno alla svogliatezza e alla paranoia, assieme a Boredom dei Buzzcocks il miglior anthem punk di sempre. Flipped Out Over You è pura frenesia devastata e devastante sputata su un secco sfregare di corde, feroce e pneumatico. 73 secondi. Prima di loro solo i Music Machine di Talk Talk erano riusciti a dire tanto in così poco. Non molti secondi di più durò tutta la loro avventura, prima che tutto il punk si accartocciasse su se e Dave e James si trasferissero a Sydney e formassero gli Hoodoo Gurus. Una deflagrazione pura. Ora lasciatevi andare al piacere di spingere il detonatore.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE RAUNCH HANDS – Payday (Crypt)  

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L’approdo “ufficiale” alla Crypt dei Raunch Hands avviene nel 1988. Tim Warren prenota i Coyote Studios per due giorni, l’8 e il 9 Ottobre, per registrare il nuovo disco della band. Tim è uno cui piace fare le cose senza troppi fronzoli, ama il rock ‘n roll che viene dalle viscere, senza laccature e superfici a specchio. Che tanto i suoi idoli non hanno facce che meritano di essere guardate. 

I Raunch Hands, pure. Due giorni sono più che sufficienti.

Alla fine delle due giornate Mike Mariconda e Mike Chandler, orfani del terzo Mike (Tchang, autore di buona parte del primissimo repertorio, NdLYS), consegnano a Warren la bobina per Payday, che verrà impacchettato in una bella copertina firmata da Dan Clowes (quello di Las Vegas Grind ma pure di un’enormità di altre cose, non solo musicali) e pubblicato l’anno successivo.

Payday, rispetto all’honky tonk da osteria dei primi dischi, abbonda di coloriture black. Come se quel frat-rock degli esordi fosse stato volutamente sgusciato per riempirne le cavità con un’irruenza che viene dalla soul music e dal R ‘n B ma senza perdere un solo milligrammo delle sue proprietà abrasive.

Tredici canzoni sporche come dei kleenex abbandonati in una piazzola di sosta.

I Raunch Hands sono il bacio sporco del rock ‘n roll. Lì dove la lingua di Jagger si insinua e le labbra della Turner colano di piacere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE FUZZTONES – Lysergic Emanations (30th Anniversary Edition) (Hound Gawd!) / Psychorama (Easy Action)  

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Rudi Protrudi ha sessantatreanni “suonati”.

Di cui più della metà spesi a diffondere e poi difendere un’IDEA di rock ‘n roll.

Trentacinque anni dedicati a curare la sua creatura, il suo non unico ma più longevo figlio legittimo: The Fuzztones!

Nati nella New York buia del dopo-punk e costretti a suonare per poche decine di persone che quando passano davanti al palco si grattano la patta e finiti per diventare l’icona stessa del rock più viscerale e privo di compromessi, in trenta anni i ‘tones non hanno prodotto un disco men che buono, sfiorando il capolavoro con Lysergic Emanations e continuando a sputare sangue e sudore finendo per suonare più a lungo di qualsiasi altra band cui si fossero ispirati.

Più dei Love e più degli Shadows of Knight, più dei Sonics e più degli Stooges, più dei Godz e dei Doors, sicuramente più dei Gonn, dei Music Machine, dei Bold o degli Haunted. Piccoli e grandi monumenti diventati lapidi su cui scrivere qualche scarabocchio delirante.

Ma loro sono lì, da sempre. Feroci come bestie che non hanno ancora avuto il loro pasto.

Come un crocefisso monitorio appeso alle pareti nelle aule del rock ‘n roll.

Solo che loro sono carne viva, sangue che pulsa, liquido genitale fecondo e generoso.

I Fuzztones emergono dalle umide cantine newyorkesi per portare in dono il loro rock’ n roll primitivo e grezzo, cucito con gli stracci delle Pebbles quando ancora pochissimi sanno cosa siano, lo sporcano con le scorie di carbonio Detroitiano quando tutti credono ancora che gli Stooges siano troppo osceni per poter essere digeriti, si sciolgono, si riformano, si celebrano, conquistano il mondo e fanno figli, tanti.

Non c’è una band garage punk venuta dopo di loro che non ne riconosca la paternità.

Perchè i Fuzztones sono un serpente che muta pelle pur rimanendo un covo di fiele e veleno.

Difficile dar loro torto, pur quando sbagliano. Perchè quelle due Vox incrociate come due tibie non sono solo impresse sui bicipiti di Rudi Protrudi ma sulla carne di quanti hanno affidato al brivido del rock ‘n roll il proprio bisogno di energia.

Impossibile pensare di essere finiti nel posto sbagliato quando conquistano il palco e lo ghigliottinano con torridi riff di macabro garage rock sciolto nell’ acido di una psichedelia senza più infiorescenze, tetragonale e ferale.  

Perchè quando Rudi affonda i sui denti nel corpo del rock lo fa per tirargli fuori le viscere, non i suoi sogni.  

Perchè ogni goccia che riesce a suggere è una goccia di olio essenziale che ci permette di respirare.

Una goccia che ci salva la vita. Ecco cosa.

Trentacinque anni in cui il culto dei Fuzztones è cresciuto fino a diventare una sorta di fede o qualcosa che alla fede è molto vicina. E come ogni culto ha bisogno delle sue liturgie, dei suoi cerimoniali, delle sue celebrazioni. Eccoci dunque a celebrare il trentennale del loro disco chiave e il trentacinquesimo anniversario della nascita della band con un ostensorio colmo di delizie.

Lysergic Emanations viene ristampato dalla Hound Gawd! in vinile, nelle sue due versioni americana ed inglese con cui arrivò sul mercato nel 1985:

i Fuzztones sono già la più grande garage-band in azione.

Un’abrasione sul culetto liscio dei frocetti che in quegli anni si inzuppano lo slippino con le merdate di Heaven 17, Thompson Twins, Level 42, Go West e ABC. Garage-punk, cultura trash (zombie-movies, fumetti, supervixen e quant’altro), ghiandole surrenali che secernono testosterone, estrogeni, adrenalina, gonadi che lavorano a ritmo esasperato, producendo tutto quello che vi permette di stare a letto con la tivù spenta e con poche coperte.

Chi ebbe la fortuna di vederli dal vivo sa di cosa sto parlando: una macchina di sesso e rock ‘n roll, che scende dal palco a fatica, dopo prolungati e ripetuti orgasmi sul ventre del rock ‘n roll che Rudi Protrudi si è portato a letto per le sue polluzioni giovanili: Seeds, Sonics, Love, Link Wray, We the People, Cramps, Stooges, Haunted, Count Five, Music Machine e quelle centinaia di minuscole bands di cui tutti nel giro di qualche mese ci troveremo a parlare e che allora conoscono in pochissimi: Bees, Bold, Human Expression, Tropics, Chob, Outcasts, Gonn, Calico Wall…..

Lasciate perdere Wikipedia, non vi aiuterà.

Deb O’Nair è una delle ragazze che segue Rudi con costanza e libidinoso interesse, sin dai tempi dei Tina Peel, dei Dognappers e dei Possum Boys.

Rudi se la porta prima a letto, poi nella primissima line-up dei Fuzztones.

Michael Jay ed Elan Portnoy sono reclutati tra le fila dei Monitors, una band strumentale che gira per i locali di New York. Sono loro a convincere Rudi a riformare i Fuzztones dopo il fugace primo tentativo conclusosi nel 1982.

La gente sputava a terra e qualche volta anche sul palco, se suonavi i Sonics nel 1982. E questo è bene ricordarselo.

Ira Elliot viene invece preso “di peso” tra le fila dei Drive-Ins, una band rockabilly tra le cui fila lo stesso Rudi ha suonato per qualche gig in veste di bassista. 

Nascono così, i Fuzztones “storici”.

Fanno tre dischi dal vivo e uno in studio. Se avete inseguito un qualche cazzo di sogno rock ‘n roll nella vostra vita c’ avete sbattuto il muso di sicuro.

Io glielo sbattei quando avevo quindici anni e mi fanno ancora male le gengive ogni volta che lo risento.

Il disco si apre con 1-2-5: brevissimo e incisivo attacco della batteria in 4/4 e armonica che gli si attacca subito alle ossa, bucando le casse, poi si va avanti così, tra ficcanti fraseggi di chitarra fuzz e di armonica.

Io che allora ero ignorantello in materia pensavo fosse un pezzo loro.

I grandi esperti dell’epoca invece mi fecero sapere trattarsi di un pezzo degli Haunted. Scoprì poi che molti degli esperti erano tali solo perché lavoravano dentro grandi negozi di dischi. Avessero lavorato in un salumificio avrebbero saputo tutto sui salamini Negroni.

Io invece dei salumi Negroni conoscevo solo la musica dello spot.

Del garage punk avrei imparato tutto negli anni successivi, senza lavorare nei negozi di dischi ma scavando con la pala. Scoprendo tra l’altro che gli Haunted facevano pure una bella cover in francese di Purple Haze e che avevano inciso questo pezzo con un testo leggermente diverso rispetto a quello dei Fuzztones.

E anche rispetto al loro, a dirla tutta: lo avevano dovuto spurgare per non incappare nelle maglie della censura.

Jurgen Peter concederà il testo originale ai Teeny Boppers, 43 anni dopo.

Ma questa è una storia che non vi riguarda.

A ruota seguono altre due covers. Anche queste rese con una forza impressionante.

Perché i Fuzztones non sono i Chesterfield Kings. A loro non interessa suonare COME una garage band del ’66, a loro serve APPROPRIARSI di quell’energia, e sboccarla sul pubblico.

Il primo pezzo originale è Ward 81, in assoluto il primo brano dei Fuzztones ad essere documentato su disco. Esce infatti nel 1983 su The Rebel Kind, la compilation su cui debuttano al fianco di Unclaimed, Slickee Boys, Nomads, Miracle Workers, Plasticland e qualche altro bel nome dell’epoca.

È un pezzo sottilmente influenzato dalle fughe chitarristiche dei Television che parla di case di cura, accompagnato da un video eccezionale che i Ramones avrebbero più tardi saccheggiato per Psychotherapy.

A chiudere la prima facciata altre due covers: Strychnine è il primo dei due omaggi ai Sonics. Introdotta dall’organo Vox di Deb, è un assalto al rock ‘n roll lercio dei ragazzacci di Tacoma.

Radar Eyes è uno spiritato pezzo dei Godz, una delle più misconosciute bands di rock eccentrico degli anni Sessanta, provenienti proprio da New York.

Una martellante litania psichedelica, marziana e psichiatricamente instabile.

Sono di nuovo i Sonics ad accoglierci, sulla seconda facciata: è una versione devastante di Cinderella con l’armonica di Rudi spinta in un assolo micidiale.

Il secondo originale del gruppo ha ancora un numero nel titolo: si chiama Highway 69, un pezzo dilatato e morbidamente psichedelico che nasce col titolo di Fabian Lips e un ingenuo pigiamino di fiati, ai tempi dei Tina Peel e che adesso, dopo essere passato per le mani di Mike Chandler (il leader degli Outta Place e dei Raunch Hands che per i ‘tones avrebbe scritto alcune delle canzoni più belle, NdLYS) diventa una tossina allucinogena.  

Il pezzo successivo è una cover a metà. O un originale a metà, se preferite.

Rudi lo ruba ad una minuscola band della Pennsylvania che ha conosciuto ai tempi dei Tina Peel.

Si sono battezzati Punk Rock Janitors su suggerimento dello stesso Protrudi e hanno scritto una manciata di pezzi. Just Once è uno di questi. I Fuzztones se ne appropriano e ne fanno la loro versione. Onirica, avvolgente.

Si apre come The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. E prosegue come… The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. Ma io adoro quel pezzo e non posso non amare Just Once, comprese le nacchere che ogni tanto arrivano a spezzare l’aria.

She‘s Wicked è l’ultimo dei pezzi scritti dai Fuzztones, l’unico elaborato (ancora una volta con l’ausilio prezioso di Mike Chandler) proprio per l’album, avvolto in quest’aria macabra da horror-movie di serie-Z evocata dalla copertina disegnata dallo stesso Protrudi.

Un classico tra i classici, per il garage rock degli anni Ottanta.

A chiudere, altre due covers sconosciute: As Time‘s Gone è un pezzo dei Tropics, la band della Florida che spaccò il culo a più di 1000 bands durante l’ International Battle of the Bands di Chicago nel 1966, Tommy James And The Shondells compresi. A me la versione dei ‘tones piace più dell’originale. Credo che basti.

A chiudere una pepita delle Pebbles, un malatissimo pezzo dei Calico Wall che i Fuzztones rendono esasperandone il tono raccapricciante e condendolo con un pianto di donna che penetra dentro le viscere mettendo a disagio l’ascoltatore.

La ristampa della Hound Gawd! (così come quella digitale inclusa nel cofanetto Easy Action) gli aggiunge cinque pezzi (Cinderella, Epitaph For a Head, She’s WickedBad News Travels FastGreen Slime) da una session radiofonica per John Peel del 1985.

Lysergic Emanations resta l’insuperato e bruciante testamento del Sixties-punk.

Per gli anni Ottanta, per gli anni Novanta, per gli anni Zero, per il decennio che ci siamo lasciati alle spalle e per tutti gli altri che verranno.

Psychorama, il cofanetto destinato a diventare uno dei migliori regali per il Natale che si appressa, fa ancora molto molto di più, inscatolando oltre a quel seminale debutto altri quattro album, un DVD e la ristampa in sette pollici del live con Screamin’ Jay Hawkins.

Leave Your Mind At Home, il disco registrato dal vivo a Pittsburgh e pubblicato per la Midnight è il primo dei cinque CD audio che ci trovate dentro.

L’invito a lasciare la testa a casa è di quelli irrinunciabili: i Fuzztones nel 1984 sono una delle band più chiacchierate del giro underground americano in virtù di un paio di pezzi pubblicati su altrettante compilation (Ward 81 su The Rebel Kind e Green Slime sul primo volume delle Battle of the Garages, NdLYS)  che documentano i primi fermenti garage e di uno strabiliante singolo intitolato Bad News Travels Fast che era pura dinamite biker-punk. Tutti i brani sono qui inclusi come bonus assieme ai primi demo di 99th FloorThe WitchFabian Lips, Don’t Do It Some More e Riot On Sunset Strip già pubblicati su Creatures That Time Forgot del 1989.

Accantonata la ricetta bubblegum dei Tina Peel, Rudi sembra aver trovato la formula giusta per la miscela esplosiva che renderà i Fuzztones una delle formazioni più mitizzate dell’intera scena garage e non solo: musica spiritata e psichedelia doom da un lato, feroci cover di oscure gemme proto-punk dall’altra, una eco dei Doors e una dei Cramps, una distorsione alla Sonics e un accenno ghoul alla Screaming Lord Sutch, un look perfetto costruito mescolando sottoculture beat, biker e dark.

Lasciate il vostro cervello a casa, quindi, ed infilatevi in questa macchina del tempo che è il primo album dei Fuzztones.

Un dischetto veloce, al fulmicotone: sette pezzi registrati dal vivo.

Sette oscure cover che all’epoca conoscono in pochissimi e che ben rappresentano la devastante furia dei primi concerti dei Fuzztones.

Pochissimo spazio per respirare, qui dentro.

Tutto corre concitato e veloce, senza soluzione di continuità, sovrapponendo i solchi delle Nuggets fino a simulare una rapidissima giostra spiroidale di rifrazioni beat-punk.

I Fuzztones sono in forma brillante, accesi dagli ormoni, vibranti di quella giovane passione che i dischi successivi via via sacrificheranno in favore della ricerca di atmosfere più elaborate.

Qui invece è tutto fast ‘n furious.

Come la prima scopata.

Una sconcia cavalcata tra le cosce aperte del primo punk americano.

Lasciate la testa a casa: è l’unica cosa che non serve ad un concerto rock ‘n roll.

Il 19 Dicembre di quell’anno, l’Irving Plaza di New York organizza un concerto di beneficienza chiamato Christmess. Ad occupare il palco vengono invitati i Plan 9, i Tryfles, i Fuzztones, gli A-Bones e Mr. Jay Hawkins. L’occasione è ghiotta per Rudi Protrudi per agganciare il suo idolo e offrire i servigi della sua band per la sua esibizione. Rudi si avvicina a Screamin’ Jay Hawkins e si presenta, proponendogli di accompagnarlo per un paio di pezzi. Jay Hawkins lo ascolta, poi lo fissa negli occhi e risponde: “a me non piace la gente bianca”. Rudi non distoglie lo sguardo e gli fa eco “be’, caro Jay, a me non piace la gente di nessun colore”. Non serve dire altro. I due si sono intesi. Quella sera Screamin’ Jay Hawkins e i Fuzztones suoneranno assieme quattro canzoni. Sono le stesse che vengono messe su disco e pubblicate dalla Music Maniac subito dopo e adesso ristampate in piccolo formato per Psychorama. Il garage-punk viene messo da parte: sono i Fuzztones al servizio di Jay Hawkins, quindi al servizio del blues e della follia necrofila del musicista nero che odia(va) i bianchi. E che intitolerà il suo disco successivo Black Music For White People. Merry Christmas, Mr. Hawkins!

Praticamente disintegrati dopo l’uscita di Lysergic Emanations, i Fuzztones tornano in studio, dopo aver fatto audizioni a centinaia di musicisti, nel 1989 con line-up totalmente rinnovata e un contratto nuovo di zecca. Si dice il più ricco che una band garage abbia mai avuto. 

E anche il più combattuto, con un andirivieni continuo dagli uffici della Beggars Banquet per sottoporre i provini a chi di garage-punk non ha mai capito una mazza e ha preparato un contratto da far firmare alla band fidandosi delle raccomandazioni di Ian Atsbury, uno che di soldi all’etichetta ne aveva fatto guadagnare davvero tanti, con i dischi dei Cult.

Il compromesso porta il nome di Shel Talmy, uno che venti anni prima ha messo mano sui dischi di Kinks, Who, Easybeats, Creation. Non proprio le band che Rudi aveva in mente quando aveva messo su i Fuzztones ma sempre meglio della lista di produttori dark/wave che gli era stata sottoposta in prima battuta, insomma.

Il risultato arriva sugli scaffali nel 1989, ovvero l’anno in cui Glen Allen Dalpis diventa, non solo artisticamente ma anche legalmente, Rudi Protrudi, col titolo di In Heat, altro capolavoro incluso in questo cofanetto con la sua appendice Action di qualche mese successivo.  

Un disco su cui si è detto di tutto, e quasi sempre per dirne male.

Troppo “muscoloso” o troppo “pulito”, troppo “prodotto” o troppo “hard”.

Tutte minchiate.

In Heat mostra un gruppo in perfetta coerenza con la propria linea evolutiva e che si sta scrollando di dosso la pesante eredità di cover-band e che, soprattutto, si sta affermando sul mercato rock senza svendere la propria identità e cercando di smarcare le trappole di un conservatorismo fine a se stesso che hanno già battuto quando il pubblico rideva dei loro caschetti e delle loro collane da cannibali.

I Fuzztones sono, ora, un’altra band. Più dura, senz’altro, ma assolutamente lontana dai cliché del barbaro rock da stadio. E capace di maneggiare riff esplosivi come quelli di In HeatHurt On HoldEverything You Got (queste due ultime con delle MAGISTRALI sborrate di blues-harp ad opera di Rudi Protrudi, NdLYS) o, sul versante più doomy che la band non abbandonerà mai nel corso della carriera, le magistrali visioni gotico-psichedeliche di Black Box o Charlotte’s Remains.

Se la produzione di Talmy mira più a togliere ruggine che a incatramare le canzoni, ciò non impoverisce per nulla la resa esplosiva delle dodici tracce di un disco che mostra un gruppo in grande forma e in grado di spazzare via ogni dubbio sul suo stato di salute, musicale e sessuale. E se proprio di scivoloni vogliamo parlare, forse solo la scontata Nine Months Later ricalcata sulla Wild Man dei Tamrons o l’innocuo beat di What You Don‘t Know possono essere accusate di non lasciare veri ematomi sulla carne.

Per il resto, non fidatevi di nessuno, nemmeno di me.

Solo dei vostri ormoni.

Anche se non è detto che li abbiate.

Il terzo album in studio dei Fuzztones arriva due anni più tardi, ricco di collaborazioni eccellenti come quelle di Sean Bonniwell e Arthur Lee che prestano  le loro voci come guest rispettivamente The People In Me e All the King‘s Horses (curiosamente Arthur non compare come ospite sulla cover dei Love che apre la seconda facciata dell’album). Un’occasione sprecata, visto che le voci dei due prime-movers nulla ma proprio nulla aggiungono al valore, bassissimo, delle due interpretazioni.

Braindrops, sarcasticamente dedicato alla “memoria” del vecchio amico Gary Wilde, vede in azione una inedita formazione a tre dei ‘tones: Rudi Protrudi, Chris Harlock e Mike Czekaj ovvero i Jaymen, la band di surf con cui Rudi si propone di celebrare e perpetrare il mito di Link Wray e dei suoi Raymen ed è il primo disco a lasciare filtrare le influenze doorsiane che diventeranno una costante del suono dei Fuzztones da lì in avanti.

Una influenza resa manifesta dalla poco brillante cover di I Looked at You ma che permea anche gran parte del materiale autoctono: All the King‘s HorsesSkeleton FarmGhost Clinic non sono altro che divagazioni doorsiane che puzzano di stantio e di mestiere, abbassando ulteriormente il livello di energia già al minimo storico.

Si salvano appena le tracce che vedono l’ingresso in formazione di Phil Arriagada, a sessions ormai quasi ultimate e che infonde nuova energia ad una band in panne: la bella e criptica Rise illuminata dalla dodici corde di Phil, la contorta Blackout e l’energica Look for the Question Mark ricca di ricami di sitar e di un bel giro di piano elettrico suonato da Rudi. Il resto è roba da dimenticare, nonostante la band decida, pur di vendere qualche copia in più, di eleggerlo a proprio Sgt. Pepper‘s.

Una pallida congettura psichedelica senza nerbo e oscurata dall’ingombrante ombra morrisoniana di un acid-rock greve e oppressivo.

Alle “eiaculazioni” psichedeliche di quel disco, Psychorama aggiunge qualche altra spruzzata di seme tratta dalle Lysergic Ejaculations registrate dal vivo l’anno successivo.

All’approssimarsi di Ognissanti del 1992 la quarta line-up dei Fuzztones si congeda dal suo pubblico con le 13 Spook-A-Delic Halloween Hits infilate sulla scaletta di Monster a-Go-Go come grani lungo la catena di un rosario. Una casa infestata in cui la band si muove tra cigolii di catene, ululati di lupi mannari e gemiti di vampiri. Malgrado i ‘Tones siano abituati a tali mortifere presenze, Monster a-Go-Go non è tuttavia uno dei loro dischi migliori.

I cadaveri che sfilano (Roky Erikson, John Zacherle, Screaming Lord Sutch, Kip Tyler, Witchdoctors, Round Robin e compagnia claudicante) hanno il passo più pesante dell’ alito e nessuna rendition eguaglia la follia paradossale e grottesca che si respirava sugli episodi originali. Per la prima volta l’energia della band sembra bloccata e incapace, proprio adesso che si trova nel posto giusto, di veicolare il proprio potenziale splatter/garage finendo per allestire una baracca horror da luna park piuttosto che un autentico film del terrore come sarebbe stato lecito aspettarsi da loro. 

I ‘tones torneranno al loro pubblico dopo una ibernazione lunga più di un decennio, fatte salve le estemporanee reunion con i vecchi compagni di avventura. Ma di questo Psychorama non ci parla, se non nelle note del booklet redatte da Igor Trypnick, lasciandoci con le immagini rubate alla veccia esibizione dei Fuzztones all’Elixir Festival di Brittanny dove i nostri si esibiscono accanto a mostri sacri come Clash e Leonard Cohen, sputando saliva e sudore su classici come Action Woman You’re Gonna Miss Me.

Rudi mi disse un giorno: “continuo a fare rock ‘n roll perché è l’unica cosa che so fare”. E io continuo a credergli. Voi fate come vi pare.

Anche per quest’anno, il Natale è salvo.

A medicine, a medicine to my heart!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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