MUDHONEY – Mudhoney (Sub Pop)  

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I Mudhoney furono il gruppo che ci strappò dalle mani delle garage-band che ci avevano allevati negli anni Ottanta per consegnarci direttamente nelle mani irsute del grunge. La band di cui sembrava ci potessimo fidare, con tutto quel fuzz che sembrava tornato allo stato brado, dopo essere stato tenuto al guinzaglio dai Fuzztones e dai Miracle Workers, ammaestrato per alzare la zampa ogni volta che passava sul piatto un disco dei Sonics. Dopo SuperFuzz BigMuff fu dunque la volta di intossicarci con l’album omonimo, dove la violenza del miniLP veniva triplicata se non in potenza quantomeno in durata, permettendoci di godere ancora.

Magari sotto i colpi di frusta di You Got It o sotto le ruote di Running Loaded, che era già la macchina dei Sonic Youth di Goo che usciva dal parcheggio senza guardare lo specchietto retrovisore. Oppure dentro la fossa di Tomorrow Hits abbracciati al cane di I Wanna Be Your Dog che ha scelto di lasciarsi morire. Nel fracasso hardcore di Flat Out Fucked, scivolando dalle scale mentre ci franano addosso le casse con i dischi dei Dead Kennedys e degli Adolescents o con in mano un souvenir degli Hypnotics come This Gift. Mentre i Blue Cheer ci stringono al collo il cappio di Here Comes Sickness e Magnolia Caboose Babyshit, breve proprio come la cacca di un bambino che defeca merda acida.

Eccoci pronti per il grande tuffo negli anni Novanta, dopo aver inalato tutto lo smog possibile degli anni Settanta.      

           

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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COWS – Daddy Has a Tail! (Amphetamine Reptile)  

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Molti anni prima del #metoo essere stuprati piaceva un po’ a tutti. Negli anni a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta questa pratica raggiunse molto probabilmente il suo apice. A quei tempi le officine della Amphetamine Reptile facevano più paura del metro quadrato di spazio compreso tra il pavimento e la scrivania di Harvey Weinstein, eppure eravamo in tanti ad infilarci proprio lì, in quell’opificio con la scritta NOISE ben illuminata all’ingresso.

Nel 1989 è una di quelle attività in piena espansione, nonostante claustrofobia sia il termine che per primo viene in mente ogni qualvolta si passi per quei corridoi. È l’anno in cui l’etichetta di Washington recluta band come Boss Hog, Surgery, Lubricated Goat, Vertigo, Helmet, Helios Creed, dando l’idea che il passatempo di Tom Hazelmyer sia in tutto e per tutto simile al suo vero lavoro come operaio in fonderia. Tra questi ci sono i Cows di Minneapolis. Non degli esordienti a tutti gli effetti ma che per la AmRep esordiscono, per così dire, una seconda volta. Daddy Has a Tail! è infatti disco superiore all’esordio, pur senza cambiare di fatto gli ingredienti e soprattutto senza affinare di molto la ricetta.

I Cows non sono nulla di più che una scalcinata band buona per salire sul palco quando ogni singolo cliente del pub non è capace di distinguere un fusto di birra da un vitello. Un gruppo cui nessuno può dar credito tranne noi che custodiamo ancora i primi dischi di Meat Puppets e Butthole Surfers come reliquie e che ci piace immaginarci sbronzi come pirati mentre intoniamo robaccia come Part My Konk o Shakin’ All Over del comandante Johnny Kiss ruttando bestemmie all’aroma di rum.

La musica dei Cows è torbido piscio di bovino dentro cui ci piaceva rotolarci come maiali nel fango, umiliandoci senza neppure doverlo esibire in pubblico.

Altro che #metoo.

Altro che “carina, fammi un pompino e ti mando sul red velvet”.

Altro che gossip.  

Altro che milf.

Altro che l’orco cattivo.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PUSSY GALORE – Dial ‘M’ for Motherfucker (Caroline)  

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Fra i tanti scavafosse che negli anni Ottanta cercarono di estrarre dalle viscere della terra il più disastrato garage-punk degli anni Sessanta, i Pussy Galore vanno ricordati per aver avuto l’idea di effettuare gli scavi dall’interno di un capannone industriale, scoperchiando quelle tombe all’interno di una vera e propria torneria industriale. Mentre mandavano a puttane tutto il purismo del revival rock ‘n roll, i Pussy Galore ne demolivano l’intera struttura e aprivano a loro insaputa una breccia che avrebbe rappresentato un nuovo varco, una nuova via di fuga per il rock ‘n roll del decennio successivo, assoggettando alla forza del ferro gli uomini dell’età della pietra.

Pochi dischi si avvicinano alla catastrofe sonora quanto quelli dei Pussy Galore pur conservando i tratti, seppur sfigurati, del rock ‘n roll, pur obbligandolo a mangiare merda. Che è un’immagine che alla Caroline non piace, tanto da costringere Jon Spencer a cambiare titolo al loro terzo lavoro. Che esce nel 1989 con una copertina in grado di catturare alla perfezione quell’atto delinquenziale di demolizione di cui vi parlavo prima, l’ultimo con la formazione originale.

Il rock ‘n roll viene messo a muro e trucidato, braccia legate dietro la schiena, benda sugli occhi. Qualcuno scrive una M sul muro. Sembra vernice, vista da lontano.

Invece, è il suo stesso sangue.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE UNTOLD FABLES – Aesop’s Apocalypse (Dionysus)  

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Il passaggio di Robert Butler tra le fila dei Miracle Workers consegna gli Untold Fables alla storia senza tuttavia cancellarne la memoria. E del resto, come avrebbe potuto, dopo un esordio strepitoso come Every Mother’s Nightmare e i due singoli usciti proprio mentre Butler stringe alleanza con Mohr, Rogers e Trautman? È proprio il contenuto di quei singoli, quasi per intero, lo scheletro attorno al quale la Dionysus assembla il “secondo” album del gruppo, non avendo ricevuto quelli che dovevano essere i provini di I Love Lee. Il risultato, abbastanza approssimativo nella forma (alcuni titoli vengono inspiegabilmente troncati o deformati sulla copertina), non fa che alimentare l’amarezza per la perdita di una delle migliori garage-band californiane, in grado di eguagliare la forza devastante dei Morlocks, nei cui territori la loro Spit the Winkle e la cover di By My Side sembrano desiderose di inoltrarsi.

Ma l’amore per il sixties-punk non viene intaccato.

Semplicemente, azzannato con una voracità ancora più animalesca.

Pezzi come I Think, To Be Your Man, Wendylyn o Watch Your Step Woman si staccano dal soffitto del Crawdaddy, del Pandora’s Box o dell’Haunted House per schiacciarci come scarafaggi, raccontando le ultime favole e gli ultimi incubi di una delle più incredibili, animalesche, brutali garage-band degli anni Ottanta.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE BIRDMEN OF ALKATRAZ – From the Birdcage (Contempo)  

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Quattro uomini dalla testa di pennuto si alzano come colossi dell’antichità dal paesaggio spettrale dell’isola di Alcatraz, puntando i becchi al cielo. 

È uno degli ultimi lavori “commissionati” al grande Rick Griffin, attraverso un ponte italo-americano tirato su da Aldo Pedron del Buscadero e Chris Darrow dei Kaleidoscope. Unici italiani a fregiarsi di quel nome sulla copertina di un loro disco sono i pisani Birdmen of Alkatraz, giunti al secondo lavoro dopo aver attraversato una giungla di problemi di ego (che si “placheranno” con la dipartita di Maurizio Curadi e la nascita degli altrettanto genialoidi Steeple Jack) e di ordine contrattuale (la band abbandonerà la Electric Eye per accasarsi nella geograficamente più a portata di mano Contempo).  

Anche stavolta, nonostante il lavoro di produzione sembri in qualche modo “pietrificare” la sezione ritmica e tendere a soffocare i vapori lisergici, i Birdmen of Alkatraz ci accompagnano in una scala a chiocciola che ci porta direttamente nel cuore della psichedelia californiana e texana dei sixties. Una visione spiroidale e circoncentrica ampliata dagli intrecci di due chitarre che pur conservando i tratti salienti del rock acido di due decenni prima, li proietta in una dimensione onirica para-fantastica e pre-apocalittica (Lord of Flies, Puzzle of a Downfall Child, Harsheness Day) che, unita all’immaginario evocato dal nome di battesimo scelto dal quartetto pisano, ne accresce il senso di vertigine e prefigura certa distopia steampunk che verrà codificata da lì a breve.

Più distesa appare la “sezione” dedicata alle cover, ben quattro, che fanno da corollario ai pezzi scritti da Daniele Caputo e Francesco Bocciardi. Rese con perizia magistrale e scioltezza da fuoriclasse.

Quello che i Birdmen erano, con buona pace di quanti cercavano all’estero quello che lasciammo marcire in patria.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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THE MONKS – Synapsis (AUA)  

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Dopo un riposo di sette anni riprendono le pubblicazioni della collana Back Up della AUA che in passato ci ha regalato uscite semi-ufficiali di band come Electric Shields, Teeny Boppers, Storks, Superflui. Stavolta la casa di produzione friulana decide di investire su una ristampa professionale per contenuto e packaging. Si tratta della prima reissue dell’unico album dei Monks all’epoca pubblicato per la napoletana Crime Records. Siamo alla fine degli anni Ottanta e il sogno psichedelico di qualche anno prima è praticamente terminato. I superstiti di quella stagione stanno tentando nuove strade. I Monks, reduci da una devastante demotape che aveva garantito loro la partecipazione all’ultimo manifesto di quella stagione (Neolithic Sounds from South Europe della Electric Eye), ripiegano verso un hard-rock che si dichiara ispirato agli Stooges ma che in effetti tracima con disinvoltura ben oltre il campo di scorie di Detroit, complice una produzione e un missaggio (curati da quel Ben Young che in quegli anni è il produttore di fiducia dei Bisca) che puntano, come nelle peggiori produzioni metal, a tenere avanzati i cursori della batteria e della voce che dal canto suo si produce in contorsioni giocate spesso sulla soglia del falsetto e che fanno precipitare Synapsis troppo facilmente nella sciatteria tipica delle power-bands tutte muscoli e bandana. Del resto, a riascoltarlo adesso, la scorta di belle canzoni era davvero risicata e il contenuto del disco non andava oltre qualche bella sventagliata di chitarre come quelle di Unreal Visions, Yankton People o Look at Myself.  Mi spiace per il buon Luca Frazzi che scrive le note di copertina corroborato dal solito spirito esaltante che tende a trasformare in alloro ciò che era solo volgare borragine, ma non credo che questo disco renda giustizia a una qualsiasi forma di restaurazione dell’hard rock dei tardi anni Sessanta ne’ che mostri in alcun modo un qualsivoglia punto di contatto con la forza degenere del primo grunge che ne riattualizzò dignitosamente la forma. I Monks, che si sarebbero sciolti da lì a breve, furono forse i primi ad accorgersi dell’incompiutezza del loro lavoro.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE JESUS LIZARD – Pure (Touch and Go)

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La testa deforme e bitorzoluta del Cristo Lucertola fa capolino prima che chiudano le paratoie degli anni Ottanta. Un mini-lp di appena un quarto d’ora dove stridori di chitarra vengono pressati fra grugniti animali e una batteria elettronica dall’impronta industrial, in una sorta di incesto tra i Sonic Youth e gli Einstürzende Neubauten.

Un suono massacrante e sfigurato che verrà abilmente condotto da Steve Albini nelle fogne metropolitane degli anni Novanta fino a farne la Treccani del noise-rock americano.

Un gigantesco coleottero sviluppatosi tra le macerie del post-core dei Flipper e dei Big Black e delle implosioni rumoriste di Glenn Branca. Rumore parossistico che squarcia il petto dell’America e ne tira fuori chilometri di viscere putrescenti e sanguinolente, le stesse che soffocheranno Kurt Cobain. Una visione antitetica a quella dell’altra band “chiave” del hardcore dei ’90, ovvero i Fugazi, priva di qualunque redenzione e totalmente diseducata al bello.

Un annichilente e reiterato stupro alla salma del rock.

L’ultimo abominio consentito.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PRIMETEENS – Bikers from Hell (Lakota)

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Dopo aver debuttato sotto la bandiera del garage-punk più selvaggio, al momento di esordire su grande formato i Primeteens di Bologna riadattano rapidamente il loro stile sconfinando nei campi dell’hard-rock. Non sono gli unici a “tradire” le speranze che solo un anno prima un disco come Neolithic Sounds from South Europe aveva generato in merito alla nuova ondata di formazioni devote al Sixties-punk più maniacale ed intransigente. Metà di quei gruppi infatti non riuscirà mai a certificare discograficamente la sua vicenda artistica, mentre Electric Shields, Monks e il gruppo di Scanna vireranno subito verso altre forme musicali. Che nel caso della formazione emiliana sono l’hard-blues e il Motor City-sound, cercando di spostare il suo asse parallelamente a quello dei Morlocks, che sembrano essere il suo principale punto di riferimento estetico e stilistico. Il risultato è però un disco non ancora a fuoco, disinnescato notevolmente da un lavoro di produzione e missaggio troppo asciutto e bidimensionale per far emergere dalle voragini infernali di pezzi come Baby Talk o Risin’ il demone stoogesiano che tutti si aspettano faccia capolino da un momento all’altro, finendo per fare di Bikers from Hell uno dei tanti esercizi di emulazione di cui abbiamo riempito gli scaffali alla ricerca della giusta scarica elettrica.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVID BYRNE – Rei Momo (Luaka Bop)  

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Archiviata definitivamente l’avventura dei Talking Heads, David Byrne si immerge da capo a piedi nel mondo carioca, proclamandosi addirittura Rei Momo, proprio come il Re del Carnevale di Rio. Alla riscoperta e alla diffusione della musica brasiliana dedicherà tutte le sue forze, a cavallo tra gli anni Ottanta e il decennio successivo, mettendo in piedi un’etichetta “dedicata” che proprio otto mesi prima del suo primo album di canzoni ha debuttato con una raccolta di preziose reliquie intitolata, semplicemente, Brazil Classics. Dentro, gomito a gomito, ci sono Gilberto Gil, Maria Bethânia, Jorge Ben, Caetano Veloso, Milton Nascimento, Nazare Pereira, Chico Buarque. Insomma, la crème della musica tropicalista. Una vivace girandola di colori su cui la malegria sbatte le ali come una falena e che Byrne decide di “replicare” in proprio pochi mesi dopo, in un disco contagiato dalla febbre ritmica brasiliana come Rei Momo allungando di fatto il Carnevale brasiliano a tutto il calendario solare del 1989.

È un percorso del tutto simile a quello tentato, con risultati altrettanto brillanti, da Paul Simon tre anni prima con la musica di un altro Sud. Come nel caso di Graceland e di tutte le musiche di origine tribale e rituale, il ruolo portante è costituito da una giungla percussiva ed è per questo che Byrne si affida ai migliori percussionisti di salsa newyorkesi per creare il tappeto ritmico su cui costruire l’impalcatura di canzoni che si muovano con esuberanza e scioltezza tra le più classiche musiche del Brasile ma anche delle vicine Cuba e Haiti, dal cha-cha-cha alla merengue, dal samba al son, dalla charanga alla cumbia, dal bolero al mapeyè, riservando per se lo spazio immenso e assolutamente privo di qualsiasi pulsazione ritmica della conclusiva I Know Sometimes a Man Is Wrong.  

Ne viene fuori un disco incredibile che rappresenta, astrologicamente, la consacrazione intellettuale, filologica e antropologica della “febbre latina” che proprio quell’estate è esplosa con il fenomeno della Lambada dei Kaoma e che diventerà tormento e letizia di ogni estate seguente, degenerando negli strusci di gruppo in cui il vecchio Simone ha finalmente trovato un posto dove poggiare le sue mani dopo averle infruttuosamente buttate in aria per più di venti anni.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TAD – God’s Balls (Sub Pop)  

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L’epitome del grunge. Quello vero, laido, teso e pesante.

Pesante, si. Come le palle di Dio.

Pesante come Tad Doyle, il Jack Black del grunge.

Il macellaio che suona la chitarra come una mannaia.

L’americano medio. L’antidivo per eccellenza in una scena che senza volerlo ha già un suo codice, anche estetico. E che a quel codice si costringerà ad attenersi una volta istituzionalizzato il canone e sdoganato al grande pubblico della moda grazie al fisico smunto di Kate Moss.

Musicista per diletto, per ingannare il tempo aspettando il sangue dei buoi secchi sul suo camice.

Capace però di tirare su un disco come questo God’s Balls dove di sangue ne cola ancora, come dentro la sua macelleria.

E lui lo raccoglie in taniche di metallo, e ci picchia sopra e ne prova piacere.  

Davanti a lui un popolo sta ad aspettare proprio quella musica incrostata di metal, punk e piccole scorie industriali. Magari non la sua, che non è carino farsi vedere con la foto di un ciccione sul diario. Ma è lì proprio per quella musica lì. Solo che non lo sa ancora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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