THE MONKS – Synapsis (AUA)  

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Dopo un riposo di sette anni riprendono le pubblicazioni della collana Back Up della AUA che in passato ci ha regalato uscite semi-ufficiali di band come Electric Shields, Teeny Boppers, Storks, Superflui. Stavolta la casa di produzione friulana decide di investire su una ristampa professionale per contenuto e packaging. Si tratta della prima reissue dell’unico album dei Monks all’epoca pubblicato per la napoletana Crime Records. Siamo alla fine degli anni Ottanta e il sogno psichedelico di qualche anno prima è praticamente terminato. I superstiti di quella stagione stanno tentando nuove strade. I Monks, reduci da una devastante demotape che aveva garantito loro la partecipazione all’ultimo manifesto di quella stagione (Neolithic Sounds from South Europe della Electric Eye) ripiegano verso un hard-rock che si dichiara ispirato agli Stooges ma che in effetti tracima con disinvoltura ben oltre il campo di scorie di Detroit, complice una produzione e un missaggio (curati da quel Ben Young che in quegli anni è il produttore di fiducia dei Bisca) che puntano, come nelle peggiori produzioni metal, a tenere avanzati i cursori della batteria e della voce che dal canto suo si produce in contorsioni giocate spesso sulla soglia del falsetto e che fanno precipitare Synapsis troppo facilmente nella sciatteria tipica delle power-bands tutte muscoli e bandana. Del resto, a riascoltarlo adesso, la scorta di belle canzoni era davvero risicata e il contenuto del disco non andava oltre qualche bella sventagliata di chitarre come quelle di Unreal Visions, Yankton People o Look at Myself.  Mi spiace per il buon Luca Frazzi che scrive le note di copertina corroborato dal solito spirito esaltante che tende a trasformare in alloro ciò che era solo volgare borragine, ma non credo che questo disco renda giustizia a una qualsiasi forma di restaurazione dell’hard rock dei tardi anni Sessanta ne’ che mostri in alcun modo un qualsivoglia punto di contatto con la forza degenere del primo grunge che ne riattualizzò dignitosamente la forma. I Monks, che si sarebbero sciolti da lì a breve, furono forse i primi ad accorgersi dell’incompiutezza del loro lavoro.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE JESUS LIZARD – Pure (Touch & Go)

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La testa deforme e bitorzoluta del Cristo Lucertola fa capolino prima che chiudano le paratoie degli anni Ottanta. Un mini-lp di appena un quarto d’ora dove stridori di chitarra vengono pressati fra grugniti animali e una batteria elettronica dall’impronta industrial, in una sorta di incesto tra i Sonic Youth e gli Einstürzende Neubauten.

Un suono massacrante e sfigurato che verrà abilmente condotto da Steve Albini nelle fogne metropolitane degli anni Novanta fino a farne la Treccani del noise-rock americano.

Un gigantesco coleottero sviluppatosi tra le macerie del post-core dei Flipper e dei Big Black e delle implosioni rumoriste di Glenn Branca. Rumore parossistico che squarcia il petto dell’America e ne tira fuori chilometri di viscere putrescenti e sanguinolente, le stesse che soffocheranno Kurt Cobain. Una visione antitetica a quella dell’altra band “chiave” del hardcore dei ’90, ovvero i Fugazi, priva di qualunque redenzione e totalmente diseducata al bello.

Un annichilente e reiterato stupro alla salma del rock.

L’ultimo abominio consentito.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PRIMETEENS – Bikers from Hell (Lakota)

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Dopo aver debuttato sotto la bandiera del garage-punk più selvaggio, al momento di esordire su grande formato i Primeteens di Bologna riadattano rapidamente il loro stile sconfinando nei campi dell’hard-rock. Non sono gli unici a “tradire” le speranze che solo un anno prima un disco come Neolithic Sounds from South Europe aveva generato in merito alla nuova ondata di formazioni devote al Sixties-punk più maniacale ed intransigente. Metà di quei gruppi infatti non riuscirà mai a certificare discograficamente la sua vicenda artistica, mentre Electric Shields, Monks e il gruppo di Scanna vireranno subito verso altre forme musicali. Che nel caso della formazione emiliana sono l’hard-blues e il Motor City-sound, cercando di spostare il suo asse parallelamente a quello dei Morlocks, che sembrano essere il suo principale punto di riferimento estetico e stilistico. Il risultato è però un disco non ancora a fuoco, disinnescato notevolmente da un lavoro di produzione e missaggio troppo asciutto e bidimensionale per far emergere dalle voragini infernali di pezzi come Baby Talk o Risin’ il demone stoogesiano che tutti si aspettano faccia capolino da un momento all’altro, finendo per fare di Bikers from Hell uno dei tanti esercizi di emulazione di cui abbiamo riempito gli scaffali alla ricerca della giusta scarica elettrica.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVID BYRNE – Rei Momo (Luaka Bop)  

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Archiviata definitivamente l’avventura dei Talking Heads, David Byrne si immerge da capo a piedi nel mondo carioca, proclamandosi addirittura Rei Momo, proprio come il Re del Carnevale di Rio. Alla riscoperta e alla diffusione della musica brasiliana dedicherà tutte le sue forze, a cavallo tra gli anni Ottanta e il decennio successivo, mettendo in piedi un’etichetta “dedicata” che proprio otto mesi prima del suo primo album di canzoni ha debuttato con una raccolta di preziose reliquie intitolata, semplicemente, Brazil Classics. Dentro, gomito a gomito, ci sono Gilberto Gil, Maria Bethânia, Jorge Ben, Caetano Veloso, Milton Nascimento, Nazare Pereira, Chico Buarque. Insomma, la crème della musica tropicalista. Una vivace girandola di colori su cui la malegria sbatte le ali come una falena e che Byrne decide di “replicare” in proprio pochi mesi dopo, in un disco contagiato dalla febbre ritmica brasiliana come Rei Momo allungando di fatto il Carnevale brasiliano a tutto il calendario solare del 1989.

È un percorso del tutto simile a quello tentato, con risultati altrettanto brillanti, da Paul Simon tre anni prima con la musica di un altro Sud. Come nel caso di Graceland e di tutte le musiche di origine tribale e rituale, il ruolo portante è costituito da una giungla percussiva ed è per questo che Byrne si affida ai migliori percussionisti di salsa newyorkesi per creare il tappeto ritmico su cui costruire l’impalcatura di canzoni che si muovano con esuberanza e scioltezza tra le più classiche musiche del Brasile ma anche delle vicine Cuba e Haiti, dal cha-cha-cha alla merengue, dal samba al son, dalla charanga alla cumbia, dal bolero al mapeyè, riservando per se lo spazio immenso e assolutamente privo di qualsiasi pulsazione ritmica della conclusiva I Know Sometimes a Man Is Wrong.  

Ne viene fuori un disco incredibile che rappresenta, astrologicamente, la consacrazione intellettuale, filologica e antropologica della “febbre latina” che proprio quell’estate è esplosa con il fenomeno della Lambada dei Kaoma e che diventerà tormento e letizia di ogni estate seguente, degenerando negli strusci di gruppo in cui il vecchio Simone ha finalmente trovato un posto dove poggiare le sue mani dopo averle infruttuosamente buttate in aria per più di venti anni.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TAD – God’s Balls (Sub Pop)  

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L’epitome del grunge. Quello vero, laido, teso e pesante.

Pesante, si. Come le palle di Dio.

Pesante come Tad Doyle, il Jack Black del grunge.

Il macellaio che suona la chitarra come una mannaia.

L’americano medio. L’antidivo per eccellenza in una scena che senza volerlo ha già un suo codice, anche estetico. E che a quel codice si costringerà ad attenersi una volta istituzionalizzato il canone e sdoganato al grande pubblico della moda grazie al fisico smunto di Kate Moss.

Musicista per diletto, per ingannare il tempo aspettando il sangue dei buoi secchi sul suo camice.

Capace però di tirare su un disco come questo God’s Balls dove di sangue ne cola ancora, come dentro la sua macelleria.

E lui lo raccoglie in taniche di metallo, e ci picchia sopra e ne prova piacere.  

Davanti a lui un popolo sta ad aspettare proprio quella musica incrostata di metal, punk e piccole scorie industriali. Magari non la sua, che non è carino farsi vedere con la foto di un ciccione sul diario. Ma è lì proprio per quella musica lì. Solo che non lo sa ancora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LAUGHING HYENAS – You Can’t Pray a Lie (Touch & Go)       

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I Laughing Hyenas di Detroit furono il perfetto prototipo di quelle band che una volta dilaniati gli ultimi brandelli del corpo punk avevano iniziato a dissotterrare le ossa del blues messe da parte per quando non ci sarebbe più stata carne da sbranare. Alla fine degli anni Ottanta, quelle condizioni si erano verificate e la nausea che montava dentro la scena hardcore Americana avrebbe generato un disgusto ancora più efferato, fino a produrre i conati di vomito del cosiddetto post-hardcore, di cui i Laughing Hyenas furono in qualche modo “inventori”, del decennio seguente. Perfetto, per quanto disgustevole, punto di unione tra il blues sfigurato di Birthday Party e Beasts of Bourbon e le lacerazioni farneticanti di Jesus Lizard e Rapemen. Un suono che è un cumulo di scorie metalliche e una voce che è tormento e supplizio, l’urlo ferale di chi non riesce a placare i propri desideri e neppure ad espiare le proprie colpe, di chi nella soddisfazione dei propri bisogni vede una devastante e feroce tribolazione più che un rasserenante senso di appagamento. I figli del Vietnam hanno una foresta devastata dall’Agente Arancio dentro di se e ora ne cantano il deserto.

Dannazione da dannazione.

Pena da pena.

Sofferenza da sofferenza.

 

Franco “Lys” Dimauro

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BOB MOULD – Workbook (Virgin)  

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Nel 1987, nel bel mezzo del tour per un disco strepitoso come Warehouse: Songs and Stories, il sogno degli Hüsker Dü si spegne per sempre e in maniera per nulla indolore. La carcassa della più importante punk band americana degli anni Ottanta ha una lunghissima coda di rabbia, odio, dolore e morte. Mould diventa, inaspettatamente, uno degli “ex” più ambiti della scena alternative statunitense. A ridare fiducia al musicista di Minneapolis, nonostante il turbamento che lo sta sfregiando internamente e malgrado nessuno sappia bene cosa sia in grado di fare senza l’aiuto di Hart e Norton, è la Virgin alla quale Mould impone che le press sheets che accompagnano le copie promo del suo primo disco in proprio non facciano menzione alcuna degli Hüskers assecondando così il suo desiderio di rimuovere del tutto quel passato così ingombrante e così doloroso. Workbook esce nell’Aprile del 1989 e di quel tracimante passato contiene effettivamente ben poco se non una parvenza di languore amaro che viene a galla quando Bob parla di “nemici lasciati alle spalle e amici dimenticati dal tempo” con chiare allusioni all’amico/nemico Grant.

Musicalmente, la densità dei giorni degli Hüskers è quasi del tutto evaporata lasciando ampio spazio a quelle bolle di ossigeno acustico che Mould aveva fortemente voluto mentre era immerso nell’oceano punk coi vecchi compagni. La sua Flying-V viene appesa ad un chiodo talmente corroso dai brutti ricordi da preferirle spesso una compagnia meno invasiva come una chitarra acustica a dodici corde, fino a riacciuffarla da quel perno arrugginito per il finale a sorpresa di Whichever Way the Wind Blows, un tuffo a sorpresa nel rumore cattivo di Zen Arcade.

Come a dire: volendo avrei potuto farvi del male.

Volendo avrei potuto seppellirvi tutti fino al collo e poi strapparvi via le teste con un unico colpo di machete.

Volendo avrei potuto dimostrarvi che l’odio non muore mai ma riposa soltanto. Volendo avrei potuto appendere al chiodo le vostre viscere piuttosto che la mia chitarra.

Invece non l’ho fatto.

Ma non vuol dire che non sia disposto a farlo. A breve.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BLACKBOARD JUNGLE – Silver Drops On Jesus’ Skull (and more) 1986-1989 (Area Pirata)  

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La recensione Area Pirata se la scrive da sé, nell’esauriente libretto che correda la nuova edizione del disco dei Blackboard Jungle e che porta la firma di Federico Guglielmi, uno dei primi a credere nelle capacità della band di Brindisi, tanto da aprir loro le porte della High Rise Records e concedere la sua direzione artistica ed esecutiva sul disco che adesso viene ristampato in versione deluxe fino a triplicarne la durata. 

Un suono che rivela radici ben salde nella classica canzone americana (Tom Petty, John Mellencamp, Jason and The Scorchers, Unforgiven, John Fogerty sono tutti nomi in qualche modo accostabili) quello del quartetto pugliese, in qualche modo vicino per attitudine a quello di un’altra dimenticata formazione del periodo come i Rebels Without a Cause di Cervia.

Come è intuibile dalla timeline del titolo, il lavoro di ristampa si occupa di documentare tutta la prima fase della storia del gruppo che proseguirà con cambi di formazione per almeno un’altra mezza dozzina di anni, fino a spegnersi proprio nell’imminenza di una nuova uscita discografica. Ovviamente, come accade spesso in questi casi, la necessità storica non sempre si sposa con i bisogni emozionali e francamente alcune cose sarebbero potute tranquillamente restare fuori (valga per tutte la brutta cover di I’m a Believer ma anche altre cose incerte nel cantato o nell’esecuzione come Silver, I’m Boogying This Pogo o You Run Me Out) mentre altre valeva la pena recuperarle, così come valeva la pena ritrovare quel file di memoria dove avevamo lasciato a riposare i Blackboard Jungle, piccolo orgoglio del rock “sudista” italiano.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CULT – Sonic Temple (Beggars Banquet)  

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Fra tutti i dischi dei Cult, Sonic Temple è quello che ascolto meno. Pur non avendo mai disprezzato la loro svolta hard rock di Electric, l’ho sempre trovato esageratamente mainstream nelle pose e nel suono, costruito con grandissima perizia ed abilità per conquistare il pubblico americano che, attraverso Appetite for Destruction, si è nuovamente scoperto innamorato dell’hard rock.

E Sonic Temple è il tempio costruito per accogliere questi nuovi fedeli e farli sentire a loro agio, con grandissime svisate chitarristiche (il bastone) e, quando ci vuole, una bella stemperata nel miele degli archi a fungere da carota secondo quel volgare cattivo gusto che è tipica degli americani e a cui cederanno quindi altri eroi del rock ‘n roll da strada come Aerosmith e Guns ‘n Roses, passando del burro di arachidi sull’asfalto bruciato dagli Hell’s Angels. Una tecnica di approccio che Bob Rock, il produttore di un best-seller come Slippery When Wet di Bon Jovi conosce benissimo e che mette al servizio della band inglese, facendo di Sonic Temple un album da grandi arene e dei Cult i nuovi San Paolo venuti da terre straniere a riportare alle genti la novella del profeta Jimmy Page.

Il Tempio è stracolmo di gente. Uomini e donne si piegano ad ascoltare il Verbo in tutte le sue forme, anche quelle ausiliarie. Credendo di essere nel giusto.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE VICTIMS – All Loud on the Western Front (Timberyard)

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Australia, Aprile 1978. Dopo Sydney (Radio Birdman) e Brisbane (Saints) è la volta di prendere Perth. Da quelle parti Dave Faulkner e James Baker hanno appena scritto due pezzi adatti allo scopo: Television Addict è un inno alla svogliatezza e alla paranoia, assieme a Boredom dei Buzzcocks il miglior anthem punk di sempre. Flipped Out Over You è pura frenesia devastata e devastante sputata su un secco sfregare di corde, feroce e pneumatico. 73 secondi. Prima di loro solo i Music Machine di Talk Talk erano riusciti a dire tanto in così poco. Non molti secondi di più durò tutta la loro avventura, prima che tutto il punk si accartocciasse su se e Dave e James si trasferissero a Sydney e formassero gli Hoodoo Gurus. Una deflagrazione pura. Ora lasciatevi andare al piacere di spingere il detonatore.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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