THE JESUS LIZARD – Goat (Touch & Go)  

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Un autentico rigurgito di fiele.

Goat è la raffigurazione Gigeriana dell’abominevole mondo dei Jesus Lizard.  

Un disco dove ogni raccapriccio, ogni fobia, ogni perversione trova una sua rappresentazione fedele nell’orrore e nel godimento sadico che ne deriva.

Il rantolo psicopatico di David Yow, le chitarre invasive di Duane Denison e il martoriante picchiare di Sims e McNeilly creano un universo angoscioso che deve essere simile alle urla strazianti e al percuotere sulle sbarre provenienti dalle camere di isolamento di un ospedale psichiatrico.

Ascoltare Goat è come essere intrappolati nei corridoi su cui quelle prigioni per maniaci seriali si affacciano.  

Si può sentire il proprio corpo annaspare, avvertire tutto l’affanno della paura indotta dalla claustrofobia. Sentirne tutto lo sgomento.

Qualcuno pare stia rivettando il corpo di Cristo su una qualche nuova croce di acciaio e piombo.

Potremmo essere noi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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SIOUXSIE & THE BANSHEES – Superstition (Polydor)  

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L’album sintetico dei Banshees. Dietro il vetro dove l’ex-regina del dark sbatte le sue ali c’è un summit di ingegneri. Stephen Hague (l’uomo dietro le macchine di Pet Shop Boys e New Order), Nigel Goldrich, Will O’Sullivan, Abdul Kroz-Dressah, Mike Drake. Sembra di stare in un ateneo. 

E invece siamo dentro Superstition, il decimo album di una della band più importanti della new-wave inglese, ormai quasi giunta al capolinea ispirativo e che adesso arranca a fatica dentro un labirinto di suoni elettronici e di chitarre heavy e vagamente glam, sorta di improbabile ponte di raccordo tra i Wall of Voodoo di Happy Planet e i Cult di The Witch oppure galleggia in infiniti vuoti d’aria che sembrano davvero l’anticamera d’attesa infinita del paradiso.

Siouxsie affonda le labbra in uno spumoso stecco di zucchero filato, in un atto estremo di fiduciosa superstizione.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THEE HYPNOTICS – Soul, Glitter & Sin (Tales from the Sonic Underworld) (Situation Two)  

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Che disco strepitoso, Soul, Glitter & Sin. Così distante dal vortice stoogesiano dei primi Hypnotics e così cinematico che non a tutti piacque, quando venne pubblicato. Come se Jim Jones e compagni avessero tradito chissà quale promessa, senza che ne avessero mai fatta alcuna. Un disco che, senza rinnegare la forza d’urto del vecchio suono della band (la smerigliatrice di Shakedown sulla quale i lampi dei fiati sembrano evocare i vecchi filmati di Batman, The Big Fix, Point Blank Mystery, Soul Accelerator una sorta di provino di tutto lo space-rock che verrà) si apre a soluzioni diverse offrendo un vastissimo campionario di emozioni che non sono soltanto quelle di un rock ‘n roll sguaiato e ultrarumoroso. Le strutture si diradano tirando fuori pezzi atmosferici e Cooderiani come Kissed by the Flames o Cold Blooded Love o pigri stomp noir come Black River Shuffle o Samedi’s Cookbook figli di una sbornia oppiacea che farà scuola (ispirando ad esempio gli Spiritualized più di quanto non abbiano fatto gli Spacemen 3 stessi) per concludersi con due alticce garage-songs come Don’t Let It Get You Down e Coast to Coast che sembrano incrociare i Primal Scream con le nuvole metalliche dei Flaming Lips, senza che nessuno se ne accorgesse, troppo attenti a cercare di capire perché gli Hypnotics avessero deciso di litigare con lo zio Iggy.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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U2 – Achtung Baby (Island)  

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Smaltita la sbornia americana, gli U2 si svegliano storditi.

La trionfale parata tra le folle non ha avuto gli effetti sperati se non in termini economici. Artisticamente gli U2 si trovano invece ad affrontare per la prima volta una critica ostile. La band irlandese si trova dunque davanti ad una scommessa nuova e necessaria: quella di rendere il suo suono adatto ad affrontare quello che si annuncia un decennio in cui la sfida tecnologica sarà pressante e non più prorogabile. La band decide dunque di farsi trovare pronta.

E di ricominciare da Berlino. La città la cui eco risponde “Eno”.

Lì il produttore inglese ha messo mano ad alcuni dei più moderni prodotti pop degli anni Settanta, creando uno scarto importantissimo. E’ dunque necessario sia lui a fare da anello fra i vecchi U2 e quelli che saranno gli U2 prossimi venturi, a dare al gruppo le giuste indicazioni in quel dedalo di cartelli scritti in una lingua cui loro sono poco avvezzi ma che sono desiderosi di esplorare.

Quello che sperimentano dentro gli studi Hansa in un anno intero di registrazioni viene pubblicato nel Novembre del 1991 e, di quei vocaboli stranieri, ne sceglie uno per il titolo di copertina. Un monito che l’ingegnere del suono usa spesso in studio e che diventa un po’ il tormentone di quelle lunghe giornate. Berlino diventa dunque il nuovo catalizzatore energetico per una band che sembrava si stesse spegnendo dentro il più banale rock populista e dà inizio all’ultima credibile rivoluzione stilistica del gruppo irlandese.

Sono canzoni che si muovono spesso su riff metallici e cibernetici in esatta antitesi con il suono pastoso di terra di The Joshua Tree e Rattle and Hum tranciando dunque di netto la deriva conservatrice che sembrava essersi impossessata del gruppo. Un disco di rottura che spiazza i fans e trova la critica impreparata a cogliere il vero senso di un disco che sotto la sua pelle mutante potrebbe nascondere un’abile strategia di make-up.

La verità sta forse a metà strada. Perché Achtung Baby è un disco che sfugge ad una retorica per abbracciarne un’altra, che è quella del “matrimonio” fra musica rock e musica da club che si respira già in Inghilterra e che proprio in quel periodo comincia a dare i frutti migliori e a “deformare” le fisionomie di band che hanno già strutture ben consolidate. Un preludio al nuovo che si rivelerà invece essere un mulinello d’acqua dal cui vortice la band, svuotata l’ultima cornucopia di canzoni se non ispirate, quanto meno ben vestite (One, Even Better Than the Real Thing, Until the End of the World, Mysterious Ways, The Fly, Love Is Blindness), non riuscirà più a tirarsi fuori.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PIXIES – Trompe le Monde (4AD)

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L’apparente superficialità di Bossanova viene pagata dai Pixies a caro prezzo, costretti alla legge del contrappasso come il Seneca obbligato a giocare a dadi per l’eternità. Rolling Stone, ad esempio, si “dimentica” di recensire il disco che la band licenzia proprio il giorno prima di Nevermind e del quale costituisce in qualche modo l’abbondante aperitivo. Oltre alle più o meno palesi e dichiarate analogie ed ispirazioni di cui si è favoleggiato ampiamente (la U-Mass che serve da clichè per la Smells Like Teen Spirit) è proprio l’approccio irriverente al rumore e alla melodia a risultare il medesimo. Cosa non funziona allora, dentro il disco che chiude la storia dei Pixies per un tempo così lungo da sembrare sia per sempre? Apparentemente nulla, visto che gli ingredienti usati sono gli stessi dei primi due album. Eppure, nonostante i ritornelli sgraziati, i riff animaleschi e gli hook melodici si sprechino, stavolta il pezzo che resta in mente è firmato da altri. Si intitola Head On ed è preso in prestito dal disco che chiudeva con un bottone glam l’asola di rumore bianco aperta dai Jesus and Mary Chain. Il resto sembra indugiare in un labirinto di idee che non riesce a trovare la giusta uscita. Ci sono fantasie sperimentali come Space (I Believe In), la lunga Motorway to Rooswell o il finale di Alec Eiffel, canzoni rabbiose come The Sad Punk e una buona selezione di canzoni più convenzionali a fare da corona funebre a un paio di “Pixies vecchia maniera” come Planet of Sound e Bird Dream of the Olympus Mons.

Non basta. Con l’apertura dei mercati e l’arrivo di concorrenti agguerriti e spietati non può bastare. E infatti, non bastò.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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TUXEDOMOON – The Ghost Sonata (Les Temps Modernes)  

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Per la sua sesta edizione, quella del 1982, il Festival del teatro contemporaneo di Polverigi ospita sul suo palco i Tuxedomoon per uno spettacolo a luci basse. Il titolo è An Opera Without Words, pubblicata su disco quasi dieci anni dopo a band temporaneamente collassata e su DVD nel 2007, a fenice tornata a battere le ali. Morte e vizio sono le protagoniste che si rincorrono sul palco, rese su video con immagini sgranate, gotiche e nebbiose alternate a fotogrammi di altri dolori e musicate con piccole partiture per orchestra, pianoforte e gingilli elettronici con  accenni alla musica concreta e qualche sparuto dialogo che ha il compito di dare un senso narrativo all’opera. Dopo le eleganze esibite lungo la trilogia Holy Wars/Ship of Fools/You, The Ghost Sonata è dunque un (ovvio) deja-vu dei torbidi e decadenti musical per vampiri degli esordi. Musica per camere sgombre di affetti e fantasmi di amici avvolti dentro un sudario, incapaci di riempirle.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RITES OF SPRING – End on End (Dischord)

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A convincere Ian MacKaye ad aprire le porte della “sua” Dischord ai compaesani Rites of Spring era stata una demotape di sei brani (pubblicata moltissimi anni dopo in CD per la medesima etichetta) in cui un ragazzo che sfoggiava una curiosa sinonimia lessicale in vece del suo nome sputava sangue dentro un cartoccio di punk violentissimo.

Erano stati fra i primi a far propria quella “rivoluzione davanti lo specchio del bagno” iniziata con Zen Arcade e che avrebbe davvero rivoltato il punk americano come un calzino offrendogli una possibilità di fuga guidandolo verso l’introspezione. Quando va a vederli suonare al 9:30 Club resta folgorato dai loro spettacoli che puntualmente finiscono nel caos più totale.

Che era una costante di tutti i concerti hardcore, certo. Ma per i RoS, quei finali dove tutti gli strumenti venivano spaccati e durante i quali Picciotto si arrampica sugli amplificatori o sull’impianto luci per poi lanciarsi giù, si spoglia di ogni  denuncia sociale e politica e diventa un altro modo per mettersi a nudo, proprio come il petto di Guy, implume e svestito.

Nel 1985, con la pubblicazione dell’omonimo disco di debutto, si inaugura dunque ufficialmente la “stagione” dell’emo-core, del punk che diventa un flusso catartico di emozioni, una cassetta di primo soccorso per le piccole noie della vita.

Lo si scoprirà solo dopo, quando i Fugazi che saranno il frutto di quella ammirazione di MacKaye per Picciotto ne potranno diffondere il verbo su scala nazionale prima e mondiale subito dopo. I Rites of Spring invece, erano stati solo un affare cittadino, una primavera metropolitana che necessitava dunque di essere nuovamente rivissuta con questa bella collezione che raccoglie tutto quello che ebbero la possibilità di dire, in quei sedici mesi di vita, comprese le piccole mutazioni dell’EP postumo che in qualche modo tracciavano il ponte con il suono fugaziano che verrà.

Benvenuta (di nuovo), primavera.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GUN CLUB – Divinity (New Rose)  

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Pubblicato inizialmente come doppio 12” con un disco registrato in studio e uno dal vivo, Divinity è l’ultimo lavoro dei Gun Club ad immortalare la presenza di Kid Congo Powers tra le fila della band. L’ennesimo e stavolta tardivo rappacificamento fra i due nell’estate del 1995 non potrà infatti concretizzarsi se non con due sole date dal vivo nella sua città di origine con quella che sarà l’ultima line-up della band (Mike Martt e Kid Congo alle chitarre, Randy Bradbury e poi Liz Montague al basso, Brock Avery alla batteria).

Al di là del breve contenuto, ulteriormente ridotto al momento della pubblicazione (verranno escluse la St. John’s Divine che era il pretestuoso brano che voleva essere tema del disco e, nella sezione dal vivo, Cool Drink of Water, poi entrambe incluse nella bella ristampa della Flow Records del 2006, ricca di inediti dello stesso periodo e testimone della fugace collaborazione di Pierce con Tres Manos degli Urban Dance Squad, NdLYS) Divinity è dunque una sorta di testamento spirituale della band di Los Angeles. Una sorta di funereo presagio alimentato da una copertina mortuaria che contrasta con il contenuto invece brillante del disco. Keys to the Kingdom riaffiora dal primissimo repertorio del gruppo ed è un blues dal profilo funky con le radici nel quasi omonimo gospel di Wahington Phillips di inizio secolo. Richard Speck è un flash dell’infanzia di Pierce e dei racconti di sua madre in merito all’omonimo serial killer che seviziò le infermiere di Chicago nella metà degli anni Sessanta. Black Hole è una cover degli Urinals, piccolo gruppo cult californiana che negli anni è stata omaggiata da band come Minutemen, Butthole Surfers, Eleventh Dream Day, Leaving Trains, Halo of Flies e Yo La Tengo, senza che il grosso pubblico andasse a curiosare nella loro storia. La lunghissima Sorrow Knows chiude la facciata in studio con una delle più memorabili cavalcate chitarristiche di tutta la storia dei Gun Club. Lampi hendrixiani accendono le rendition dal vivo di Yellow Eyes e Hearts da Mother Juno mentre Fire of Love chiude il disco sotto quelle palme di Las Vegas che proiettavano ombre con la sagoma di cactus, avvelenate dal voodoo.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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VINICIO CAPOSSELA – Modì (CGD)  

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Ancora più intimo del disco del debutto, Modì è l’album con cui, paradossalmente, Vinicio si tira fuori dalla nicchia esclusiva degli habituè del Club Tenco per diventare un cantante dal gusto popolare. Lo fa volontariamente, cedendo al fascino della musica latinoamericana che in quegli anni comincia ad insinuarsi nelle baraonde dei night club e delle balere fino a diventarne quasi padrona assoluta.

Modì è difatti il disco de La regina del Florida e …e allora mambo, le canzoni che allargano la geografia della mappa Caposseliana che rimane tuttavia fortemente egocentrica.    

Ma Modì è, soprattutto, un omaggio alle donne. Così come le aveva disegnate Modigliani, il pittore livornese scelto come musa per il titolo e l’umore del disco. Come nei ritratti di Modì, le donne che popolano il disco di Vinicio sono creature piene di una austerità pungente, di una sensualità naturalmente incline al peccato ma allo stesso tempo intrappolata in un’eleganza anomala e ingannevole.

Come Modigliani, Capossela è ancora uno che “regala” le sue canzoni al pubblico per comprarsi da bere.

Come lui, è uno che non riesce a guardare la bellezza senza prima inforcare una lente di malinconia, struggendosi in un martirio di spettatore inquieto dell’incanto femminile.

Come lui, gli si avvicina indietreggiando.

Come lui, vorrebbe domarla e ne è domato.

Come lui, spesso preferisce non guardarla negli occhi per non rubarne l’anima, o venirne rapito.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE FUZZTONES – Lysergic Emanations (30th Anniversary Edition) (Hound Gawd!) / Psychorama (Easy Action)  

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Rudi Protrudi ha sessantatreanni “suonati”.

Di cui più della metà spesi a diffondere e poi difendere un’IDEA di rock ‘n roll.

Trentacinque anni dedicati a curare la sua creatura, il suo non unico ma più longevo figlio legittimo: The Fuzztones!

Nati nella New York buia del dopo-punk e costretti a suonare per poche decine di persone che quando passano davanti al palco si grattano la patta e finiti per diventare l’icona stessa del rock più viscerale e privo di compromessi, in trenta anni i ‘tones non hanno prodotto un disco men che buono, sfiorando il capolavoro con Lysergic Emanations e continuando a sputare sangue e sudore finendo per suonare più a lungo di qualsiasi altra band cui si fossero ispirati.

Più dei Love e più degli Shadows of Knight, più dei Sonics e più degli Stooges, più dei Godz e dei Doors, sicuramente più dei Gonn, dei Music Machine, dei Bold o degli Haunted. Piccoli e grandi monumenti diventati lapidi su cui scrivere qualche scarabocchio delirante.

Ma loro sono lì, da sempre. Feroci come bestie che non hanno ancora avuto il loro pasto.

Come un crocefisso monitorio appeso alle pareti nelle aule del rock ‘n roll.

Solo che loro sono carne viva, sangue che pulsa, liquido genitale fecondo e generoso.

I Fuzztones emergono dalle umide cantine newyorkesi per portare in dono il loro rock’ n roll primitivo e grezzo, cucito con gli stracci delle Pebbles quando ancora pochissimi sanno cosa siano, lo sporcano con le scorie di carbonio Detroitiano quando tutti credono ancora che gli Stooges siano troppo osceni per poter essere digeriti, si sciolgono, si riformano, si celebrano, conquistano il mondo e fanno figli, tanti.

Non c’è una band garage punk venuta dopo di loro che non ne riconosca la paternità.

Perchè i Fuzztones sono un serpente che muta pelle pur rimanendo un covo di fiele e veleno.

Difficile dar loro torto, pur quando sbagliano. Perchè quelle due Vox incrociate come due tibie non sono solo impresse sui bicipiti di Rudi Protrudi ma sulla carne di quanti hanno affidato al brivido del rock ‘n roll il proprio bisogno di energia.

Impossibile pensare di essere finiti nel posto sbagliato quando conquistano il palco e lo ghigliottinano con torridi riff di macabro garage rock sciolto nell’ acido di una psichedelia senza più infiorescenze, tetragonale e ferale.  

Perchè quando Rudi affonda i sui denti nel corpo del rock lo fa per tirargli fuori le viscere, non i suoi sogni.  

Perchè ogni goccia che riesce a suggere è una goccia di olio essenziale che ci permette di respirare.

Una goccia che ci salva la vita. Ecco cosa.

Trentacinque anni in cui il culto dei Fuzztones è cresciuto fino a diventare una sorta di fede o qualcosa che alla fede è molto vicina. E come ogni culto ha bisogno delle sue liturgie, dei suoi cerimoniali, delle sue celebrazioni. Eccoci dunque a celebrare il trentennale del loro disco chiave e il trentacinquesimo anniversario della nascita della band con un ostensorio colmo di delizie.

Lysergic Emanations viene ristampato dalla Hound Gawd! in vinile, nelle sue due versioni americana ed inglese con cui arrivò sul mercato nel 1985:

i Fuzztones sono già la più grande garage-band in azione.

Un’abrasione sul culetto liscio dei frocetti che in quegli anni si inzuppano lo slippino con le merdate di Heaven 17, Thompson Twins, Level 42, Go West e ABC. Garage-punk, cultura trash (zombie-movies, fumetti, supervixen e quant’altro), ghiandole surrenali che secernono testosterone, estrogeni, adrenalina, gonadi che lavorano a ritmo esasperato, producendo tutto quello che vi permette di stare a letto con la tivù spenta e con poche coperte.

Chi ebbe la fortuna di vederli dal vivo sa di cosa sto parlando: una macchina di sesso e rock ‘n roll, che scende dal palco a fatica, dopo prolungati e ripetuti orgasmi sul ventre del rock ‘n roll che Rudi Protrudi si è portato a letto per le sue polluzioni giovanili: Seeds, Sonics, Love, Link Wray, We the People, Cramps, Stooges, Haunted, Count Five, Music Machine e quelle centinaia di minuscole bands di cui tutti nel giro di qualche mese ci troveremo a parlare e che allora conoscono in pochissimi: Bees, Bold, Human Expression, Tropics, Chob, Outcasts, Gonn, Calico Wall…..

Lasciate perdere Wikipedia, non vi aiuterà.

Deb O’Nair è una delle ragazze che segue Rudi con costanza e libidinoso interesse, sin dai tempi dei Tina Peel, dei Dognappers e dei Possum Boys.

Rudi se la porta prima a letto, poi nella primissima line-up dei Fuzztones.

Michael Jay ed Elan Portnoy sono reclutati tra le fila dei Monitors, una band strumentale che gira per i locali di New York. Sono loro a convincere Rudi a riformare i Fuzztones dopo il fugace primo tentativo conclusosi nel 1982.

La gente sputava a terra e qualche volta anche sul palco, se suonavi i Sonics nel 1982. E questo è bene ricordarselo.

Ira Elliot viene invece preso “di peso” tra le fila dei Drive-Ins, una band rockabilly tra le cui fila lo stesso Rudi ha suonato per qualche gig in veste di bassista. 

Nascono così, i Fuzztones “storici”.

Fanno tre dischi dal vivo e uno in studio. Se avete inseguito un qualche cazzo di sogno rock ‘n roll nella vostra vita c’ avete sbattuto il muso di sicuro.

Io glielo sbattei quando avevo quindici anni e mi fanno ancora male le gengive ogni volta che lo risento.

Il disco si apre con 1-2-5: brevissimo e incisivo attacco della batteria in 4/4 e armonica che gli si attacca subito alle ossa, bucando le casse, poi si va avanti così, tra ficcanti fraseggi di chitarra fuzz e di armonica.

Io che allora ero ignorantello in materia pensavo fosse un pezzo loro.

I grandi esperti dell’epoca invece mi fecero sapere trattarsi di un pezzo degli Haunted. Scoprì poi che molti degli esperti erano tali solo perché lavoravano dentro grandi negozi di dischi. Avessero lavorato in un salumificio avrebbero saputo tutto sui salamini Negroni.

Io invece dei salumi Negroni conoscevo solo la musica dello spot.

Del garage punk avrei imparato tutto negli anni successivi, senza lavorare nei negozi di dischi ma scavando con la pala. Scoprendo tra l’altro che gli Haunted facevano pure una bella cover in francese di Purple Haze e che avevano inciso questo pezzo con un testo leggermente diverso rispetto a quello dei Fuzztones.

E anche rispetto al loro, a dirla tutta: lo avevano dovuto spurgare per non incappare nelle maglie della censura.

Jurgen Peter concederà il testo originale ai Teeny Boppers, 43 anni dopo.

Ma questa è una storia che non vi riguarda.

A ruota seguono altre due covers. Anche queste rese con una forza impressionante.

Perché i Fuzztones non sono i Chesterfield Kings. A loro non interessa suonare COME una garage band del ’66, a loro serve APPROPRIARSI di quell’energia, e sboccarla sul pubblico.

Il primo pezzo originale è Ward 81, in assoluto il primo brano dei Fuzztones ad essere documentato su disco. Esce infatti nel 1983 su The Rebel Kind, la compilation su cui debuttano al fianco di Unclaimed, Slickee Boys, Nomads, Miracle Workers, Plasticland e qualche altro bel nome dell’epoca.

È un pezzo sottilmente influenzato dalle fughe chitarristiche dei Television che parla di case di cura, accompagnato da un video eccezionale che i Ramones avrebbero più tardi saccheggiato per Psychotherapy.

A chiudere la prima facciata altre due covers: Strychnine è il primo dei due omaggi ai Sonics. Introdotta dall’organo Vox di Deb, è un assalto al rock ‘n roll lercio dei ragazzacci di Tacoma.

Radar Eyes è uno spiritato pezzo dei Godz, una delle più misconosciute bands di rock eccentrico degli anni Sessanta, provenienti proprio da New York.

Una martellante litania psichedelica, marziana e psichiatricamente instabile.

Sono di nuovo i Sonics ad accoglierci, sulla seconda facciata: è una versione devastante di Cinderella con l’armonica di Rudi spinta in un assolo micidiale.

Il secondo originale del gruppo ha ancora un numero nel titolo: si chiama Highway 69, un pezzo dilatato e morbidamente psichedelico che nasce col titolo di Fabian Lips e un ingenuo pigiamino di fiati, ai tempi dei Tina Peel e che adesso, dopo essere passato per le mani di Mike Chandler (il leader degli Outta Place e dei Raunch Hands che per i ‘tones avrebbe scritto alcune delle canzoni più belle, NdLYS) diventa una tossina allucinogena.  

Il pezzo successivo è una cover a metà. O un originale a metà, se preferite.

Rudi lo ruba ad una minuscola band della Pennsylvania che ha conosciuto ai tempi dei Tina Peel.

Si sono battezzati Punk Rock Janitors su suggerimento dello stesso Protrudi e hanno scritto una manciata di pezzi. Just Once è uno di questi. I Fuzztones se ne appropriano e ne fanno la loro versione. Onirica, avvolgente.

Si apre come The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. E prosegue come… The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. Ma io adoro quel pezzo e non posso non amare Just Once, comprese le nacchere che ogni tanto arrivano a spezzare l’aria.

She‘s Wicked è l’ultimo dei pezzi scritti dai Fuzztones, l’unico elaborato (ancora una volta con l’ausilio prezioso di Mike Chandler) proprio per l’album, avvolto in quest’aria macabra da horror-movie di serie-Z evocata dalla copertina disegnata dallo stesso Protrudi.

Un classico tra i classici, per il garage rock degli anni Ottanta.

A chiudere, altre due covers sconosciute: As Time‘s Gone è un pezzo dei Tropics, la band della Florida che spaccò il culo a più di 1000 bands durante l’ International Battle of the Bands di Chicago nel 1966, Tommy James And The Shondells compresi. A me la versione dei ‘tones piace più dell’originale. Credo che basti.

A chiudere una pepita delle Pebbles, un malatissimo pezzo dei Calico Wall che i Fuzztones rendono esasperandone il tono raccapricciante e condendolo con un pianto di donna che penetra dentro le viscere mettendo a disagio l’ascoltatore.

La ristampa della Hound Gawd! (così come quella digitale inclusa nel cofanetto Easy Action) gli aggiunge cinque pezzi (Cinderella, Epitaph For a Head, She’s WickedBad News Travels FastGreen Slime) da una session radiofonica per John Peel del 1985.

Lysergic Emanations resta l’insuperato e bruciante testamento del Sixties-punk.

Per gli anni Ottanta, per gli anni Novanta, per gli anni Zero, per il decennio che ci siamo lasciati alle spalle e per tutti gli altri che verranno.

Psychorama, il cofanetto destinato a diventare uno dei migliori regali per il Natale che si appressa, fa ancora molto molto di più, inscatolando oltre a quel seminale debutto altri quattro album, un DVD e la ristampa in sette pollici del live con Screamin’ Jay Hawkins.

Leave Your Mind At Home, il disco registrato dal vivo a Pittsburgh e pubblicato per la Midnight è il primo dei cinque CD audio che ci trovate dentro.

L’invito a lasciare la testa a casa è di quelli irrinunciabili: i Fuzztones nel 1984 sono una delle band più chiacchierate del giro underground americano in virtù di un paio di pezzi pubblicati su altrettante compilation (Ward 81 su The Rebel Kind e Green Slime sul primo volume delle Battle of the Garages, NdLYS)  che documentano i primi fermenti garage e di uno strabiliante singolo intitolato Bad News Travels Fast che era pura dinamite biker-punk. Tutti i brani sono qui inclusi come bonus assieme ai primi demo di 99th FloorThe WitchFabian Lips, Don’t Do It Some More e Riot On Sunset Strip già pubblicati su Creatures That Time Forgot del 1989.

Accantonata la ricetta bubblegum dei Tina Peel, Rudi sembra aver trovato la formula giusta per la miscela esplosiva che renderà i Fuzztones una delle formazioni più mitizzate dell’intera scena garage e non solo: musica spiritata e psichedelia doom da un lato, feroci cover di oscure gemme proto-punk dall’altra, una eco dei Doors e una dei Cramps, una distorsione alla Sonics e un accenno ghoul alla Screaming Lord Sutch, un look perfetto costruito mescolando sottoculture beat, biker e dark.

Lasciate il vostro cervello a casa, quindi, ed infilatevi in questa macchina del tempo che è il primo album dei Fuzztones.

Un dischetto veloce, al fulmicotone: sette pezzi registrati dal vivo.

Sette oscure cover che all’epoca conoscono in pochissimi e che ben rappresentano la devastante furia dei primi concerti dei Fuzztones.

Pochissimo spazio per respirare, qui dentro.

Tutto corre concitato e veloce, senza soluzione di continuità, sovrapponendo i solchi delle Nuggets fino a simulare una rapidissima giostra spiroidale di rifrazioni beat-punk.

I Fuzztones sono in forma brillante, accesi dagli ormoni, vibranti di quella giovane passione che i dischi successivi via via sacrificheranno in favore della ricerca di atmosfere più elaborate.

Qui invece è tutto fast ‘n furious.

Come la prima scopata.

Una sconcia cavalcata tra le cosce aperte del primo punk americano.

Lasciate la testa a casa: è l’unica cosa che non serve ad un concerto rock ‘n roll.

Il 19 Dicembre di quell’anno, l’Irving Plaza di New York organizza un concerto di beneficienza chiamato Christmess. Ad occupare il palco vengono invitati i Plan 9, i Tryfles, i Fuzztones, gli A-Bones e Mr. Jay Hawkins. L’occasione è ghiotta per Rudi Protrudi per agganciare il suo idolo e offrire i servigi della sua band per la sua esibizione. Rudi si avvicina a Screamin’ Jay Hawkins e si presenta, proponendogli di accompagnarlo per un paio di pezzi. Jay Hawkins lo ascolta, poi lo fissa negli occhi e risponde: “a me non piace la gente bianca”. Rudi non distoglie lo sguardo e gli fa eco “be’, caro Jay, a me non piace la gente di nessun colore”. Non serve dire altro. I due si sono intesi. Quella sera Screamin’ Jay Hawkins e i Fuzztones suoneranno assieme quattro canzoni. Sono le stesse che vengono messe su disco e pubblicate dalla Music Maniac subito dopo e adesso ristampate in piccolo formato per Psychorama. Il garage-punk viene messo da parte: sono i Fuzztones al servizio di Jay Hawkins, quindi al servizio del blues e della follia necrofila del musicista nero che odia(va) i bianchi. E che intitolerà il suo disco successivo Black Music For White People. Merry Christmas, Mr. Hawkins!

Praticamente disintegrati dopo l’uscita di Lysergic Emanations, i Fuzztones tornano in studio, dopo aver fatto audizioni a centinaia di musicisti, nel 1989 con line-up totalmente rinnovata e un contratto nuovo di zecca. Si dice il più ricco che una band garage abbia mai avuto. 

E anche il più combattuto, con un andirivieni continuo dagli uffici della Beggars Banquet per sottoporre i provini a chi di garage-punk non ha mai capito una mazza e ha preparato un contratto da far firmare alla band fidandosi delle raccomandazioni di Ian Atsbury, uno che di soldi all’etichetta ne aveva fatto guadagnare davvero tanti, con i dischi dei Cult.

Il compromesso porta il nome di Shel Talmy, uno che venti anni prima ha messo mano sui dischi di Kinks, Who, Easybeats, Creation. Non proprio le band che Rudi aveva in mente quando aveva messo su i Fuzztones ma sempre meglio della lista di produttori dark/wave che gli era stata sottoposta in prima battuta, insomma.

Il risultato arriva sugli scaffali nel 1989, ovvero l’anno in cui Glen Allen Dalpis diventa, non solo artisticamente ma anche legalmente, Rudi Protrudi, col titolo di In Heat, altro capolavoro incluso in questo cofanetto con la sua appendice Action di qualche mese successivo.  

Un disco su cui si è detto di tutto, e quasi sempre per dirne male.

Troppo “muscoloso” o troppo “pulito”, troppo “prodotto” o troppo “hard”.

Tutte minchiate.

In Heat mostra un gruppo in perfetta coerenza con la propria linea evolutiva e che si sta scrollando di dosso la pesante eredità di cover-band e che, soprattutto, si sta affermando sul mercato rock senza svendere la propria identità e cercando di smarcare le trappole di un conservatorismo fine a se stesso che hanno già battuto quando il pubblico rideva dei loro caschetti e delle loro collane da cannibali.

I Fuzztones sono, ora, un’altra band. Più dura, senz’altro, ma assolutamente lontana dai cliché del barbaro rock da stadio. E capace di maneggiare riff esplosivi come quelli di In HeatHurt On HoldEverything You Got (queste due ultime con delle MAGISTRALI sborrate di blues-harp ad opera di Rudi Protrudi, NdLYS) o, sul versante più doomy che la band non abbandonerà mai nel corso della carriera, le magistrali visioni gotico-psichedeliche di Black Box o Charlotte’s Remains.

Se la produzione di Talmy mira più a togliere ruggine che a incatramare le canzoni, ciò non impoverisce per nulla la resa esplosiva delle dodici tracce di un disco che mostra un gruppo in grande forma e in grado di spazzare via ogni dubbio sul suo stato di salute, musicale e sessuale. E se proprio di scivoloni vogliamo parlare, forse solo la scontata Nine Months Later ricalcata sulla Wild Man dei Tamrons o l’innocuo beat di What You Don‘t Know possono essere accusate di non lasciare veri ematomi sulla carne.

Per il resto, non fidatevi di nessuno, nemmeno di me.

Solo dei vostri ormoni.

Anche se non è detto che li abbiate.

Il terzo album in studio dei Fuzztones arriva due anni più tardi, ricco di collaborazioni eccellenti come quelle di Sean Bonniwell e Arthur Lee che prestano  le loro voci come guest rispettivamente The People In Me e All the King‘s Horses (curiosamente Arthur non compare come ospite sulla cover dei Love che apre la seconda facciata dell’album). Un’occasione sprecata, visto che le voci dei due prime-movers nulla ma proprio nulla aggiungono al valore, bassissimo, delle due interpretazioni.

Braindrops, sarcasticamente dedicato alla “memoria” del vecchio amico Gary Wilde, vede in azione una inedita formazione a tre dei ‘tones: Rudi Protrudi, Chris Harlock e Mike Czekaj ovvero i Jaymen, la band di surf con cui Rudi si propone di celebrare e perpetrare il mito di Link Wray e dei suoi Raymen ed è il primo disco a lasciare filtrare le influenze doorsiane che diventeranno una costante del suono dei Fuzztones da lì in avanti.

Una influenza resa manifesta dalla poco brillante cover di I Looked at You ma che permea anche gran parte del materiale autoctono: All the King‘s HorsesSkeleton FarmGhost Clinic non sono altro che divagazioni doorsiane che puzzano di stantio e di mestiere, abbassando ulteriormente il livello di energia già al minimo storico.

Si salvano appena le tracce che vedono l’ingresso in formazione di Phil Arriagada, a sessions ormai quasi ultimate e che infonde nuova energia ad una band in panne: la bella e criptica Rise illuminata dalla dodici corde di Phil, la contorta Blackout e l’energica Look for the Question Mark ricca di ricami di sitar e di un bel giro di piano elettrico suonato da Rudi. Il resto è roba da dimenticare, nonostante la band decida, pur di vendere qualche copia in più, di eleggerlo a proprio Sgt. Pepper‘s.

Una pallida congettura psichedelica senza nerbo e oscurata dall’ingombrante ombra morrisoniana di un acid-rock greve e oppressivo.

Alle “eiaculazioni” psichedeliche di quel disco, Psychorama aggiunge qualche altra spruzzata di seme tratta dalle Lysergic Ejaculations registrate dal vivo l’anno successivo.

All’approssimarsi di Ognissanti del 1992 la quarta line-up dei Fuzztones si congeda dal suo pubblico con le 13 Spook-A-Delic Halloween Hits infilate sulla scaletta di Monster a-Go-Go come grani lungo la catena di un rosario. Una casa infestata in cui la band si muove tra cigolii di catene, ululati di lupi mannari e gemiti di vampiri. Malgrado i ‘Tones siano abituati a tali mortifere presenze, Monster a-Go-Go non è tuttavia uno dei loro dischi migliori.

I cadaveri che sfilano (Roky Erikson, John Zacherle, Screaming Lord Sutch, Kip Tyler, Witchdoctors, Round Robin e compagnia claudicante) hanno il passo più pesante dell’ alito e nessuna rendition eguaglia la follia paradossale e grottesca che si respirava sugli episodi originali. Per la prima volta l’energia della band sembra bloccata e incapace, proprio adesso che si trova nel posto giusto, di veicolare il proprio potenziale splatter/garage finendo per allestire una baracca horror da luna park piuttosto che un autentico film del terrore come sarebbe stato lecito aspettarsi da loro. 

I ‘tones torneranno al loro pubblico dopo una ibernazione lunga più di un decennio, fatte salve le estemporanee reunion con i vecchi compagni di avventura. Ma di questo Psychorama non ci parla, se non nelle note del booklet redatte da Igor Trypnick, lasciandoci con le immagini rubate alla veccia esibizione dei Fuzztones all’Elixir Festival di Brittanny dove i nostri si esibiscono accanto a mostri sacri come Clash e Leonard Cohen, sputando saliva e sudore su classici come Action Woman You’re Gonna Miss Me.

Rudi mi disse un giorno: “continuo a fare rock ‘n roll perché è l’unica cosa che so fare”. E io continuo a credergli. Voi fate come vi pare.

Anche per quest’anno, il Natale è salvo.

A medicine, a medicine to my heart!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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