LES NEGRESSES VERTES – Famille Nombreuse (Delabel)  

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Alla fine è toccata modificarla a me, il 19 Agosto del 2016, la striminzita paginetta italiana di Wikipedia dedicata ai Negresses Vertes dove il secondo album dell’ensemble parigino giaceva col titolo storpiato in Famille Hereux forse da un decennio buono, a testimonianza di una disaffezione che il genio sregolato di Helno non merita. Anche sul sito inglese, poco ci si dilunga sulla storia di una band che, se non ha cambiato la storia della musica francese, ha avuto il merito di consegnare al mondo la faccia più sporca della sua capitale, quella dei giostrai, dei clochard, dei rom, dei quartieri meticci, delle zone malfamate. Quelle di cui dopo gli attentati dei tempi recenti la Francia si disfarebbe con gran piacere e di cui i Negresses Vertes cantarono le zuffe alcoliche, i balli improvvisati davanti alle roulotte, le dichiarazioni d’amore accompagnate da una chitarra flamenco, una tromba impertinente o un accordéon col mantice logoro.

Insomma, la memoria non è stata benevola e la storia sembra essersi accartocciata sui Negresses Vertes e averli trascinanti in fondo alla Senna, nonostante dopo la morte di Helno la band abbia tentato di tenere in qualche modo spiegato il tendone del suo circo, ormai forato inesorabilmente.

Famille Nombreuse sarebbe dunque diventato l’epitaffio artistico della formazione. Di lì a breve Zobi la mosca avrebbe punto al cuore il loro poeta alcolista per portarlo a ronzare altrove, privandoci di uno dei più brillanti giovani artisti francesi e lasciandoci soli, in compagnia di qualche suo clone. Famille Nombreuse ripercorre i quais già calpestati col disco precedente, forse con un tocco carnevalesco in più (Sang et Nuit, Hou Mamma Mia, Infidèle Cervelle). Come se ci invitassero a far festa. E come se questo invito ci servisse di monito.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PRIMAL SCREAM – Screamedelica (Creation)  

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Bobby Gillespie manda giù la prima pastiglia di ecstasy nell’Aprile del 1989, direttamente dalle mani di Alan McGee, il boss della Creation Records. Quattro mesi dopo incontra per la prima volta Andrew Weatherall, uno dei Messia dell’acid house durante un pellegrinaggio a Brighton. Sono queste le due tappe fondamentali che danno il via alla creazione di Screamedelica, il disco capace non solo di trasformare i Primal Scream (che, nonostante due album alle spalle, sono ancora dei Signori Nessuno) nella band del Regno Unito più importante del post-Smiths e del pre-Oasis ma di marchiare col loro nome la storia della musica moderna.

L’album è una celebrazione, tardiva ma pertinente, della seconda estate dell’amore, quella dei rave parties, delle pillole portentose, dei dj agitatori di folle, dei remix come forma d’arte e celebrazione somma del matrimonio tra musica dance e brivido rock.

Seppur costruita in ritardo ne rappresenta, in termini discografici, l’architrave.

Come se la condensa umida generata con l’evaporazione della stagione acid fosse stata raccolta sulla sua superficie e ce ne piovessero le gocce ogni volta che se ne gira una delle sue quattro facciate.

Screamedelica è pensato per il pubblico dei club, che diventa da questo momento la base dei fans dei Primal Scream. Gli altri si accoderanno all’entrata una volta averne letto delle sue meraviglie sulle classiche riviste rock. Come l’inalatore da aerosol usato nei rave per prolungare e amplificare gli effetti delle pastiglie, Screamedelica permette di allungare gli effetti delle feste a base di musica e droga per un dosaggio casalingo. Un “first aid” domestico, da tenere nella dispensa del bagno.

I Primal Scream deformano la loro musica usando degli additivi di sicura efficacia. Si chiamano Andrew Weatherall, Orb, Tony Martin, Jah Wobble, Paul Taylor. Quello che ne viene fuori è un paradossale blob di ritmi sintetici, organi da cerimonia evangelica, voci soul, soffi raga, riff e solo Stonesiani, cori gospel, bassi dub, campionamenti, trombe jazz, bip elettronici, groove da funk latino.

Come se il Diavolo evocato da Jagger alla fine gli avesse dato appuntamento ad Ibiza, chiamando i Barrabas come testimoni.

Screamedelica nasce benedetto da Dio e dal suo rivale. Per questo tutti, in cielo e sulla terra, oltre ad esaltarne le virtù gli hanno perdonato anche i peccati che ad altri non furono perdonati.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE JESUS LIZARD – Goat (Touch & Go)  

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Un autentico rigurgito di fiele.

Goat è la raffigurazione Gigeriana dell’abominevole mondo dei Jesus Lizard.  

Un disco dove ogni raccapriccio, ogni fobia, ogni perversione trova una sua rappresentazione fedele nell’orrore e nel godimento sadico che ne deriva.

Il rantolo psicopatico di David Yow, le chitarre invasive di Duane Denison e il martoriante picchiare di Sims e McNeilly creano un universo angoscioso che deve essere simile alle urla strazianti e al percuotere sulle sbarre provenienti dalle camere di isolamento di un ospedale psichiatrico.

Ascoltare Goat è come essere intrappolati nei corridoi su cui quelle prigioni per maniaci seriali si affacciano.  

Si può sentire il proprio corpo annaspare, avvertire tutto l’affanno della paura indotta dalla claustrofobia. Sentirne tutto lo sgomento.

Qualcuno pare stia rivettando il corpo di Cristo su una qualche nuova croce di acciaio e piombo.

Potremmo essere noi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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SIOUXSIE & THE BANSHEES – Superstition (Polydor)  

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L’album sintetico dei Banshees. Dietro il vetro dove l’ex-regina del dark sbatte le sue ali c’è un summit di ingegneri. Stephen Hague (l’uomo dietro le macchine di Pet Shop Boys e New Order), Nigel Goldrich, Will O’Sullivan, Abdul Kroz-Dressah, Mike Drake. Sembra di stare in un ateneo. 

E invece siamo dentro Superstition, il decimo album di una della band più importanti della new-wave inglese, ormai quasi giunta al capolinea ispirativo e che adesso arranca a fatica dentro un labirinto di suoni elettronici e di chitarre heavy e vagamente glam, sorta di improbabile ponte di raccordo tra i Wall of Voodoo di Happy Planet e i Cult di The Witch oppure galleggia in infiniti vuoti d’aria che sembrano davvero l’anticamera d’attesa infinita del paradiso.

Siouxsie affonda le labbra in uno spumoso stecco di zucchero filato, in un atto estremo di fiduciosa superstizione.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THEE HYPNOTICS – Soul, Glitter & Sin (Tales from the Sonic Underworld) (Situation Two)  

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Che disco strepitoso, Soul, Glitter & Sin. Così distante dal vortice stoogesiano dei primi Hypnotics e così cinematico che non a tutti piacque, quando venne pubblicato. Come se Jim Jones e compagni avessero tradito chissà quale promessa, senza che ne avessero mai fatta alcuna. Un disco che, senza rinnegare la forza d’urto del vecchio suono della band (la smerigliatrice di Shakedown sulla quale i lampi dei fiati sembrano evocare i vecchi filmati di Batman, The Big Fix, Point Blank Mystery, Soul Accelerator una sorta di provino di tutto lo space-rock che verrà) si apre a soluzioni diverse offrendo un vastissimo campionario di emozioni che non sono soltanto quelle di un rock ‘n roll sguaiato e ultrarumoroso. Le strutture si diradano tirando fuori pezzi atmosferici e Cooderiani come Kissed by the Flames o Cold Blooded Love o pigri stomp noir come Black River Shuffle o Samedi’s Cookbook figli di una sbornia oppiacea che farà scuola (ispirando ad esempio gli Spiritualized più di quanto non abbiano fatto gli Spacemen 3 stessi) per concludersi con due alticce garage-songs come Don’t Let It Get You Down e Coast to Coast che sembrano incrociare i Primal Scream con le nuvole metalliche dei Flaming Lips, senza che nessuno se ne accorgesse, troppo attenti a cercare di capire perché gli Hypnotics avessero deciso di litigare con lo zio Iggy.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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U2 – Achtung Baby (Island)  

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Smaltita la sbornia americana, gli U2 si svegliano storditi.

La trionfale parata tra le folle non ha avuto gli effetti sperati se non in termini economici. Artisticamente gli U2 si trovano invece ad affrontare per la prima volta una critica ostile. La band irlandese si trova dunque davanti ad una scommessa nuova e necessaria: quella di rendere il suo suono adatto ad affrontare quello che si annuncia un decennio in cui la sfida tecnologica sarà pressante e non più prorogabile. La band decide dunque di farsi trovare pronta.

E di ricominciare da Berlino. La città la cui eco risponde “Eno”.

Lì il produttore inglese ha messo mano ad alcuni dei più moderni prodotti pop degli anni Settanta, creando uno scarto importantissimo. E’ dunque necessario sia lui a fare da anello fra i vecchi U2 e quelli che saranno gli U2 prossimi venturi, a dare al gruppo le giuste indicazioni in quel dedalo di cartelli scritti in una lingua cui loro sono poco avvezzi ma che sono desiderosi di esplorare.

Quello che sperimentano dentro gli studi Hansa in un anno intero di registrazioni viene pubblicato nel Novembre del 1991 e, di quei vocaboli stranieri, ne sceglie uno per il titolo di copertina. Un monito che l’ingegnere del suono usa spesso in studio e che diventa un po’ il tormentone di quelle lunghe giornate. Berlino diventa dunque il nuovo catalizzatore energetico per una band che sembrava si stesse spegnendo dentro il più banale rock populista e dà inizio all’ultima credibile rivoluzione stilistica del gruppo irlandese.

Sono canzoni che si muovono spesso su riff metallici e cibernetici in esatta antitesi con il suono pastoso di terra di The Joshua Tree e Rattle and Hum tranciando dunque di netto la deriva conservatrice che sembrava essersi impossessata del gruppo. Un disco di rottura che spiazza i fans e trova la critica impreparata a cogliere il vero senso di un disco che sotto la sua pelle mutante potrebbe nascondere un’abile strategia di make-up.

La verità sta forse a metà strada. Perché Achtung Baby è un disco che sfugge ad una retorica per abbracciarne un’altra, che è quella del “matrimonio” fra musica rock e musica da club che si respira già in Inghilterra e che proprio in quel periodo comincia a dare i frutti migliori e a “deformare” le fisionomie di band che hanno già strutture ben consolidate. Un preludio al nuovo che si rivelerà invece essere un mulinello d’acqua dal cui vortice la band, svuotata l’ultima cornucopia di canzoni se non ispirate, quanto meno ben vestite (One, Even Better Than the Real Thing, Until the End of the World, Mysterious Ways, The Fly, Love Is Blindness), non riuscirà più a tirarsi fuori.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PIXIES – Trompe le Monde (4AD)

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L’apparente superficialità di Bossanova viene pagata dai Pixies a caro prezzo, costretti alla legge del contrappasso come il Seneca obbligato a giocare a dadi per l’eternità. Rolling Stone, ad esempio, si “dimentica” di recensire il disco che la band licenzia proprio il giorno prima di Nevermind e del quale costituisce in qualche modo l’abbondante aperitivo. Oltre alle più o meno palesi e dichiarate analogie ed ispirazioni di cui si è favoleggiato ampiamente (la U-Mass che serve da clichè per la Smells Like Teen Spirit) è proprio l’approccio irriverente al rumore e alla melodia a risultare il medesimo. Cosa non funziona allora, dentro il disco che chiude la storia dei Pixies per un tempo così lungo da sembrare sia per sempre? Apparentemente nulla, visto che gli ingredienti usati sono gli stessi dei primi due album. Eppure, nonostante i ritornelli sgraziati, i riff animaleschi e gli hook melodici si sprechino, stavolta il pezzo che resta in mente è firmato da altri. Si intitola Head On ed è preso in prestito dal disco che chiudeva con un bottone glam l’asola di rumore bianco aperta dai Jesus and Mary Chain. Il resto sembra indugiare in un labirinto di idee che non riesce a trovare la giusta uscita. Ci sono fantasie sperimentali come Space (I Believe In), la lunga Motorway to Rooswell o il finale di Alec Eiffel, canzoni rabbiose come The Sad Punk e una buona selezione di canzoni più convenzionali a fare da corona funebre a un paio di “Pixies vecchia maniera” come Planet of Sound e Bird Dream of the Olympus Mons.

Non basta. Con l’apertura dei mercati e l’arrivo di concorrenti agguerriti e spietati non può bastare. E infatti, non bastò.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

TUXEDOMOON – The Ghost Sonata (Les Temps Modernes)  

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Per la sua sesta edizione, quella del 1982, il Festival del teatro contemporaneo di Polverigi ospita sul suo palco i Tuxedomoon per uno spettacolo a luci basse. Il titolo è An Opera Without Words, pubblicata su disco quasi dieci anni dopo a band temporaneamente collassata e su DVD nel 2007, a fenice tornata a battere le ali. Morte e vizio sono le protagoniste che si rincorrono sul palco, rese su video con immagini sgranate, gotiche e nebbiose alternate a fotogrammi di altri dolori e musicate con piccole partiture per orchestra, pianoforte e gingilli elettronici con  accenni alla musica concreta e qualche sparuto dialogo che ha il compito di dare un senso narrativo all’opera. Dopo le eleganze esibite lungo la trilogia Holy Wars/Ship of Fools/You, The Ghost Sonata è dunque un (ovvio) deja-vu dei torbidi e decadenti musical per vampiri degli esordi. Musica per camere sgombre di affetti e fantasmi di amici avvolti dentro un sudario, incapaci di riempirle.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RITES OF SPRING – End on End (Dischord)

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A convincere Ian MacKaye ad aprire le porte della “sua” Dischord ai compaesani Rites of Spring era stata una demotape di sei brani (pubblicata moltissimi anni dopo in CD per la medesima etichetta) in cui un ragazzo che sfoggiava una curiosa sinonimia lessicale in vece del suo nome sputava sangue dentro un cartoccio di punk violentissimo.

Erano stati fra i primi a far propria quella “rivoluzione davanti lo specchio del bagno” iniziata con Zen Arcade e che avrebbe davvero rivoltato il punk americano come un calzino offrendogli una possibilità di fuga guidandolo verso l’introspezione. Quando va a vederli suonare al 9:30 Club resta folgorato dai loro spettacoli che puntualmente finiscono nel caos più totale.

Che era una costante di tutti i concerti hardcore, certo. Ma per i RoS, quei finali dove tutti gli strumenti venivano spaccati e durante i quali Picciotto si arrampica sugli amplificatori o sull’impianto luci per poi lanciarsi giù, si spoglia di ogni  denuncia sociale e politica e diventa un altro modo per mettersi a nudo, proprio come il petto di Guy, implume e svestito.

Nel 1985, con la pubblicazione dell’omonimo disco di debutto, si inaugura dunque ufficialmente la “stagione” dell’emo-core, del punk che diventa un flusso catartico di emozioni, una cassetta di primo soccorso per le piccole noie della vita.

Lo si scoprirà solo dopo, quando i Fugazi che saranno il frutto di quella ammirazione di MacKaye per Picciotto ne potranno diffondere il verbo su scala nazionale prima e mondiale subito dopo. I Rites of Spring invece, erano stati solo un affare cittadino, una primavera metropolitana che necessitava dunque di essere nuovamente rivissuta con questa bella collezione che raccoglie tutto quello che ebbero la possibilità di dire, in quei sedici mesi di vita, comprese le piccole mutazioni dell’EP postumo che in qualche modo tracciavano il ponte con il suono fugaziano che verrà.

Benvenuta (di nuovo), primavera.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GUN CLUB – Divinity (New Rose)  

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Pubblicato inizialmente come doppio 12” con un disco registrato in studio e uno dal vivo, Divinity è l’ultimo lavoro dei Gun Club ad immortalare la presenza di Kid Congo Powers tra le fila della band. L’ennesimo e stavolta tardivo rappacificamento fra i due nell’estate del 1995 non potrà infatti concretizzarsi se non con due sole date dal vivo nella sua città di origine con quella che sarà l’ultima line-up della band (Mike Martt e Kid Congo alle chitarre, Randy Bradbury e poi Liz Montague al basso, Brock Avery alla batteria).

Al di là del breve contenuto, ulteriormente ridotto al momento della pubblicazione (verranno escluse la St. John’s Divine che era il pretestuoso brano che voleva essere tema del disco e, nella sezione dal vivo, Cool Drink of Water, poi entrambe incluse nella bella ristampa della Flow Records del 2006, ricca di inediti dello stesso periodo e testimone della fugace collaborazione di Pierce con Tres Manos degli Urban Dance Squad, NdLYS) Divinity è dunque una sorta di testamento spirituale della band di Los Angeles. Una sorta di funereo presagio alimentato da una copertina mortuaria che contrasta con il contenuto invece brillante del disco. Keys to the Kingdom riaffiora dal primissimo repertorio del gruppo ed è un blues dal profilo funky con le radici nel quasi omonimo gospel di Wahington Phillips di inizio secolo. Richard Speck è un flash dell’infanzia di Pierce e dei racconti di sua madre in merito all’omonimo serial killer che seviziò le infermiere di Chicago nella metà degli anni Sessanta. Black Hole è una cover degli Urinals, piccolo gruppo cult californiana che negli anni è stata omaggiata da band come Minutemen, Butthole Surfers, Eleventh Dream Day, Leaving Trains, Halo of Flies e Yo La Tengo, senza che il grosso pubblico andasse a curiosare nella loro storia. La lunghissima Sorrow Knows chiude la facciata in studio con una delle più memorabili cavalcate chitarristiche di tutta la storia dei Gun Club. Lampi hendrixiani accendono le rendition dal vivo di Yellow Eyes e Hearts da Mother Juno mentre Fire of Love chiude il disco sotto quelle palme di Las Vegas che proiettavano ombre con la sagoma di cactus, avvelenate dal voodoo.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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