FLOR DE MAL – ReVisioni (Cyclope)  

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Dalla scrematura delle canzoni scritte on the road durante le centinaia di date che seguono la pubblicazione del bellissimo disco di debutto nasce ReVisioni, il secondo album dei Flor De Mal. Un album che si dimostra profetico della tendenza cui si piegherà il rock italiano da lì a breve conciliandolo all’uso della lingua italiana. E, nel caso della formazione siciliana, del dialetto catanese.  

Innestate nel tipico suono del trio, ovvero in una formidabile eco del guitar-rock di band come Died Pretty, R.E.M., Thin White Rope cui sembra aver rubato l’anima, le parole concedono adesso al pubblico la facoltà liberatoria di poter essere condivise e cantate. E così U secunnu, Re dell’Est, Puteri d’onniputenza, Patrick, L’ora è ora diventano cerini da passare da mano in mano sotto il palco, scottandosi le dita.    

Registrato fra New York, Athens e Catania ReVisioni sembra davvero rendere concreto il sogno di Francesco Virlinzi (il vero motore a scoppio della Catania di quel decennio) di fare della sua città il centro del mondo.

E i Flor De Mal, per i quali ha messo in piedi la sua etichetta cinque anni prima, sono il centro di quel sogno in cui anche loro credono fino in fondo, costringendo per una volta gli americani a togliersi il cappello da cowboy in segno di rispetto quando passa davanti a loro una band con le coppole.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AFRICA UNITE – Babilonia e poesia (Vox Pop)  

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L’esperienza estemporanea della To.sse, il collettivo nato quasi per gioco all’interno del più ampio movimento delle posse di estrazione raggamuffin/hip-hop e che vedeva gli Africa United, a fianco di amici vecchi e nuovi come i Mau Mau, Il Generale, Militant P., Papa Ricky, Lele Gaudì, Aliosha dei Casino Royale e Bobo dei Fratelli di Soledad cimentarsi per la prima volta con l’idioma italiano, aveva fatto zampillare nel gruppo torinese una nuova consapevolezza nell’uso della lingua e nella riscoperta della ricchezza dei dialetti. È questa presa di coscienza a prorompere in quello che è da considerare come il primo album di “reggae italiano” non solo della loro storia ma di tutta l’intera discografia nazionale.

Un nuovo inizio registrato all’anagrafe con una leggera modifica alla ragione sociale del gruppo e siglato da un contratto nuovo di zecca con una delle etichette indipendenti più importanti della nazione, ovvero la Vox Pop di Giacomo Spazio e Manuel Agnelli, l’etichetta destinata a lasciare un solco profondissimo (più profondo della famosa vagina stilizzata usata come logo) nelle produzioni italiane degli anni Novanta se non per quantità, sicuramente per “attitudine” e coraggio imprenditoriale. L’intraprendenza di Bunna e Madaski è premiata con la pubblicazione di un disco dall’impatto formidabile, dalla scioltezza linguistica coinvolgente (valga per tutti l’”inossidabile” Ruggine e mi si perdoni il voluto ossimoro, NdLYS) e improntato ad un roots reggae che non disdegna di farsi distorcere dai rumorosi torni di Mada (Dub Dub Daddy, Babilonia e poesia) e dalle rubiconde e contagiose giostre linguistiche offerte dal dialetto (l’ibridazione sicula/patois di Curtaglia condivisa con la crew del Massilia Soundsystem che dal Mar dei Caraibi approda nell’area mediterranea dei Kunsertu), pur presentando un paio di episodi che sono inevitabilmente destinati ad invecchiare precocemente in quanto figli diretti della retorica da centro sociale tanto diffusa di quegli anni (Nella mia città, Molto importante).

Babilonia e poesia segna uno snodo  epocale nell’ondeggiante scena reggae italiana e a distanza di anni suona ancora corroborante come all’epoca in cui fu scritto. Malgrado le mura di Babilonia non siano state intaccate.            

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE M-80’S – In a Fury! (Get Hip)  

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Proprio nel momento in cui i Cynics sembrano cedere al fascino del grunge e di certo hard-rock, è la loro stessa etichetta a proporre al mondo i candidati più probabili ad ereditarne il trono a re del garage-punk dei regni al sud di New York. Si chiamano M-80’s e vengono da Norfolk. Si sono formati un bel po’ di tempo prima ma la label non ha investito molto su loro. Ma adesso, con i Cynics perduti a rincorrere il loro sogno hard, è giunto il momento di dar loro la chance di pubblicare un intero album. In a Fury! esce nel 1993 e, mentre tutto il mondo è impegnato a scegliere camicie di flanella e stivaloni da campiere, gli M-80’s possono comprare pantaloni a spaghetto e beatle-boots a prezzi scontati. E non sprecano l’opportunità.

In a Fury! è a tutti gli effetti il disco che tutti si aspettavano dai Cynics dopo Rock ‘n’ Roll.

Gregg Kostelich lo produce così, con gli stessi deraglianti tinte folk-punk screziate da armonica a bocca e pedaliere fuzz.

E pure la grafica di copertina, affidata a Paul Bucciarelli (quello dei primi singoli dei Cynics), decreta la legittimità dell’impresa. Gli M-80’s, per una manciata di mesi, diventeranno una delle band più prestigiose del garage-punk, mentre il mondo era tenuto sotto scacco dal crossover metal-funk e dal Seattle-sound. Poi, finita la partita, ci si accorse che anche loro avevano lasciato il tavolo da gioco troppo in fretta perché venisse ricordato il loro ingresso nel casinò del rock ‘n roll.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FATS DOMINO – Out of New Orleans (Bear Family)  

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Faccia paciosa e sorridente, un’acconciatura impomatata a taglio vagamente trapezoidale, cravatta, scarpe di vernice, l’immancabile lembo di fazzoletto che fa capolino dal taschino di un impeccabile vestino nero o grigio. L’immagine di Fats Domino è quanto di più lontana dall’archetipo del cantante rock trasandato, appariscente o eccessivo che altri pianisti dopo di lui avrebbero regalato all’immaginario rock ‘n roll (Jerry Lee Lewis, Little Richard, Esquerita). Eppure, inconsapevolmente, quell’uomo dall’aria bonaria ed elegante avrebbe avuto un ruolo pioneristico fondamentale per la nascita del rock ‘n roll. Nell’immediato dopoguerra la musica nera è fondamentalmente jazz e blues. Big band e bluesmen si formano soprattutto nel sud degli Stati Uniti, allietando le giornate degli schiavi. Le radio sono pochissime. E quasi tutte trasmettono musica country. Non esistono ancora star con un colore di pelle diverso dal bianco. Eccetto Louis Armstrong e Fats Domino. Sono loro due i dominatori della scena, i veri eroi del popolo nero che piano piano si fanno spazio nelle programmazioni delle radio, con il loro carico di sporcizia. Fats viene da New Orleans, Louisiana. E ha imparato a suonare il piano guardando all’opera Fats Pichon e Fats Waller e copiando il picchiettio boogie woogie del primo. Uno stile che applicherà alla perfezione su brani come The Fat Man, Good Hearted Man e I’m Ready, tra gli altri, assieme ad una ritmica incalzante (che all’epoca viene definita “dance blues” e che è solo uno dei tanti immissari che confluiranno nell’enorme fiume del rock ‘n roll) e all’immancabile assolo di sassofono. E che è uno, ma non il solo, dei generi con cui Domino si cimenta, inflazionando le classifiche di vendita e piazzando negli Hot 100 ogni cosa che incide, su qualunque lato di un disco. Conquistando alla fine anche il pubblico bianco con ballate come Blueberry Hill, Fell in Love on Monday e la superba Walking in New Orleans che trasforma coi suoi violini una pericolosa passeggiata tra i vicoli voodoo della sua città in una romantica passeggiata lungo la Senna.

Tutto ciò che tocca con le sue mani paffute e che canta con il suo accento creolo, diventa oro, almeno finchè l’apertura delle miniere britanniche ispirate in parte dalle sue fatiche (Beatles su tutti) non distrarrà il pubblico fino a dimenticarlo e a fare del suo catalogo una paccottiglia da vendere nei cassoni in metallo delle edicole, a 5000 Lire prima, a 5 Euro poi. Fregandovi due volte.  

Un peso massimo, anche se avesse pesato la metà.

E del quale vale la pena recuperare, non volendo rischiare di cadere giù dalla tavola surfando sulla sua discografia ufficiale, questo dignitosissimo box pubblicato dalla Bear Family.

Due chili di materiale firmato Fats Domino.

Un peso adeguato a quello di un gigante.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVID SYLVIAN/ROBERT FRIPP – The First Day (Virgin)  

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Il diniego di Sylvian ad entrare in pianta stabile nei King Crimson per la seconda reunion della band inglese si risolve artisticamente in una preziosissima collaborazione artistica con Robert Fripp, ormai incapace di rinunciare ad una voce espressiva come quella di Sylvian. Il disco coincide con uno dei periodi più felici nella vita personale di David Sylvian con la nascita del primo frutto di un matrimonio che si annuncia felice e che invece porterà uno stormo di nuvole grevi.

Ma sulla copertina e dentro le musiche di The First Day (titolo che già di per se annuncia una rinascita) Sylvian sorride come mai prima e come mai più farà dopo. Ne viene fuori un disco vivo e pulsante, forse anche godereccio se questo termine non facesse a pugni con l’immagine eterea e sciamanica che da sempre si associa a quella di chi quindici anni prima è stato eletto “uomo più bello del mondo” e che di quella bellezza preserva ancora un intatto, efebico splendore. The First Day è elogio e rappresentazione della fertilità che la carta astrale gli ha riservato in quel periodo della sua vita così come della spiritualità e dell’amore per le dottrine esoteriche e religiose che ne pervadono l’animo già da un po’.

Un disco che non rinuncia all’eleganza ma accetta l’oltraggio ritmico senza venirne umiliata.

È insomma la storia di un incontro e non di un baratto. Una delle tante ibridazioni possibili che David Sylvian impone alla propria arte per ravvivarne lo spirito alchemico, fino a lasciarla divampare dentro i dodici minuti di 20th Century Dreaming (Shaman’s Song), sin dal titolo un incrocio fra le figure schizoidi dei primi King Crimson e quelle mistiche di Words with the Shaman o a lanciarla dentro un flipper residuato dalla follia mancuniana che sembra aver invaso tutto il Regno Unito, come nella lunghissima Darshan che sfora il quarto d’ora di durata. 

Minuto più minuto meno la durata della felicità. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ACE-TONES – Teen Trash #6 (Music Maniac)  

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Fra le tante band folgorate dal passaggio sui palchi europei del ciclone Fuzztones gli Ace-Tones meritano una menzione particolare. Non perché fossero i migliori. Ma perché nel giro di pochi anni un paio di loro si troveranno proprio dietro il culo di Rudi, in quella che sarà la quinta incarnazione dei suoi Jaymen, dopo aver rinunciato a mollare il loro cantante per diventare a tutti gli effetti la nuova line-up dei Fuzztones stessi nell’ennesimo disperato tentativo di Protrudi di riassestare dal nulla una formazione destinata a disintegrarsi dopo ogni tour.

Il primo a stampare una raccolta del loro repertorio (in molti casi identico a quelli del loro gruppo-simbolo) è proprio Hans Kesteloo, uno che alla magia dei Fuzztones aveva sempre ceduto e, tra i tanti che ne avevano stampato il materiale, l’unico a versare nelle loro tasche i soldi che spettavano loro, proprio in barba ai mercenari della Beggars Banquet in favore della quale era stato mollato e la quale dichiarerà una cifra di copie di In Heat che nemmeno una vendita porta a porta nel quartiere dei nonni di Protrudi avrebbe potuto portare ad un ammontare così ridicolo (praticamente pari alle sole copie vendute dal buon Hans nel suo piccolo negozio di Tübingen, NdLYS). Li infila nella sua collana Teen Trash, ovvero una sorta di Trans-World Punk Rave-Up contemporanea dentro cui finiscono anche due/tre nostri orgogli nazionali.  

Il risultato è un rigurgito del garage-punk di un decennio prima che nulla aggiunge (e anzi, qualcosa toglie) a quanto (ri)detto da Miracle Workers, Chesterfield Kings, Outta Place e ovviamente Fuzztones. Cover al carboncino di 99th Floor, Girl (You Captivate Me), Bad Woman, Green Slime, Action Woman, Blackout of Grately, 7 & 7 Is, Journey to Tyme, Gotta Get Some di cui forse nessuno sentiva davvero il bisogno e un unico originale di cui in pochi serberemo memoria.

Gli Ace-Tones non sfioreranno mai neppure per un secondo la gloria dei Fuzztones. Ma, a dispetto del tanto sbandierato senso di appartenenza di questi ultimi puntualmente smentito dalla realtà dei fatti, gli Ace-Tones resteranno, per sempre, una vera gang. Rifiutando persino di ammainare la loro bandiera per appendere al palo mastro quella dell’egocentrico capitan Rudi.

Onore al vascello pirata.     

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MASSIMO VOLUME – ǝzuɐʇs (Underground)  

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Il libro si intitola Zwischenzeit.

Ce ne sono tanti, di libri così.

Ma quello di Roland Schneider è diverso da tutti gli altri.

Raccoglie un centinaio di foto scattate dentro un ospedale psichiatrico di Berna nel 1987, lo stesso dove Schneider viene ricoverato per una gravissima forma di disaffezione e che, prima di prendere la forma di un libro, vengono mostrate agli stessi ospiti del centro di disfunzioni mentali che ne sono protagonisti.

I Massimo Volume, che in quel 1993 sono ancora i Signor Nessuno del rock italiano, scelgono uno di quegli scatti per la copertina del loro disco di debutto, un album destinato a tracciare il solco per il ritorno dell’uso della lingua italiana in ambito rock.

Fatta di necessità virtù (Emidio accetta di diventare il cantante della band a patto che non debba cantare per davvero), i Massimo Volume svincolano di fatto l’officiante dal ruolo di cantante, come era successo dieci anni prima con i CCCP Fedeli alla Linea sostituendo ai proclami di quelli delle vere e proprie micro-storie. Diventando un modello molto replicato e mai realmente raggiunto per molte band (non solo italiane) a venire. Dietro la voce di Emidio Clementi si staglia un muro di suono figlio del noise e del post-core americano.

Ferraglia, ruggine, polveri metalliche, molecole di carbonio, scambi ferroviari che segnano lo scorrere del tempo come lancette. La civiltà industriale che entra con prepotente forza nelle quotidiane vite di provincia, penetrando nelle storie di coppie che non si parlano più, di universitari che consumano i pomeriggi in piscina e le serate al bar, di uomini non ancora uomini che spingono le cremagliere dei ricordi sperando di muovere un ingranaggio che li spinga verso il futuro, restandone invece intrappolati.

ǝzuɐʇs vuote riempite da un rumore assordante. Come quello di mille bocche chiuse.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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U2 – Zooropa (Island)  

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A dispetto dell’aria postmoderna del disco e del forte impianto multimediale che gli U2 allestiscono per portarlo in giro nelle arene di tutto il pianeta, Zooropa è un omaggio viscerale seppur mascherato alle arie e alle vite esagerate dei crooner. Due di loro partecipano fattivamente al nuovo materiale (Johnny Cash su The Wanderer e Sinatra nella nuova versione di un suo standard scelta come B-side dell’estratto) mentre sia Bono che The Edge si prestano al gioco di ruolo su canzoni umorali come The First Time, Numb e Babyface oppure su Lemon, che ricorda molto ma molto da vicino certi giochi di chiaroscuro tanto cari a un altro camaleonte della voce come David Bowie, altro inevitabile ed evidente punto di riferimento per la costruzione di questo nuovo flipper elettronico allestito da Brian Eno con la complicità di Flood e che può, vuole, essere messo nella stessa sala giochi delle macchinette industrial-wave di Nine Inch Nails e Depeche Mode.

Questo momento, che è anche fortemente ambiguo e multivalente, è anche il momento in cui gli U2 sono la band più enorme della Terra, permettendosi di avere gruppi come Ramones e Pearl Jam come band “di supporto”, giusto per scaldare la gente in attesa di quello che in quegli anni è l’EVENTO musicale più imponente che giri i Colossei del pianeta.

Costruendo collaborazioni e filiazioni anche improbabili col mondo della musica, del cinema, della politica, del volontariato che rimarranno nei libri.

E non solo su quelli di Scaruffi e Cilia.

Una istituzione pubblica e sociale talmente invasiva che, paradossalmente, finisce per compromettere l’immagine artistica e sciupare il filone d’oro creativo della band, destinato a una aridità sempre più preoccupante fino a diventare irreversibile.        

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BOWIE – Black Tie White Noise (Savage)  

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Il rientro di Bowie dentro il corpo di Bowie dopo l’avventura dei Tin Machine avviene grazie al rinnovato legame artistico con Nile Rodgers, l’uomo che aveva prodotto l’unico suo disco dignitoso dopo Scary Monsters.

Sono loro due il bianco e il nero nascosti dietro il titolo.

E bianco e nero sono i colori che convivono dentro un disco che è animato dallo spirito funky di Rodgers e da una verve rock che pigramente si sta risvegliando dal coma artistico dell’artista inglese. E’ una commistione non inedita e già sperimentata su Young Americans e Station to Station adesso arredata secondo il gusto urbano degli anni Novanta e alimentata da un rinato ottimismo in gran parte dovuto alle sue recenti nozze (cui dedica l’apertura e la chiusura del disco, a mo’ di cerimonia) ma anche dalla fiducia che il carrozzone Tin Machine gli ha nuovamente instillato.

E’ una impalcatura che ha una sua sobrietà su cui Bowie investe pochissimo come autore, delegando spesso l’onere ai comprimari (Looking for Lester non è altro che una bella improvvisazione dell’altro “Bowie” che partecipa al disco, You’ve Been Around uno scarto Tin Machine scritto da Reeves Gabriels) o scartocciando il solito pacchetto di cover versions (pescando stavolta dai Cream, da Scott Walker e da Morrissey). Un disco che lavora più sul groove che sull’abbecedario della novità ormai chiuso da tempo, impacchettato in una copertina rassicurante.

Sono Bowie e non vengo a farvi del male.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – Extra Width (Matador)  

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Il cofanetto di classici Stax e Volt preteso da Jon Spencer al momento della stipula del contratto con la Matador dà i frutti sperati su Extra Width, il disco che segna il momento in cui la musica del terzetto emerge dall’underground garage per diventare il marchio di fabbrica di tutto il rock ‘n roll degli anni Novanta, con un piede intinto nella palude blues e soul e l’altro nei più attuali immondezzai dell’hip-hop e del noise. Allargando le maglie di rumore del disco del debutto (nulla più che una, anzi due versioni “ufficiali” delle registrazioni casalinghe spacciate ai primi concerti col titolo di A Reverse Willie Horton, NdLYS) Extra Width permette di godere appieno dei tratti distintivi della Blues Explosion di quegli anni, ovvero il suono per nulla educato della cheap guitar di Spencer, gli incredibili inserti di theremin (e sintetizzatori sotto stupro, come succede nell’assolo di Afro) che arricchiscono di dissonanze e frequenze spurie le già tormentate canzoni del terzetto e le piccole peripezie di Russell Simins che si allontanano sempre più dal tam-tam primitivo e Tuckeriano dei primissimi lavori per inventare dialoghi ritmici con la chitarra, regalando ai nuovi pezzi un dinamismo che diventa il marchio di fabbrica della band che di fatto si affranca dal modello Gories degli esordi per diventare esso stesso archetipo di un concetto di rock ‘n roll radicale e sempre più spettacolare ed autocelebrativo, sulla falsariga di quello inscenato da James Brown. Extra Width è l’autoscatto perfetto di questo momento in cui Jon Spencer prova a creare l’incesto biologico tra le musiche bianche ed ossute della Sun e quelle pingui e nere della Stax. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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