ACTION SWINGERS – Decimation Blvd. (Caroline)  

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Il suono è proprio da figli di puttana. Randellate di punk-rock senza fronzoli che invece di strizzare l’occhio alla classifica e al buon gusto mira a strizzare le palle.

Decimation Blvd. è uno sferragliante treno della metropolitana newyorkese ostaggio di una banda di teppisti fatti di speed e dirottato a rotta di collo verso qualche luogo malfamato. Un treno senza fermate.

Lasciati alla stazione di partenza Bob Bert, Peter Shore, Julia Crafritz e Bruce Bennett Ned Hayden ha ingaggiato dei nuovi mercenari che rispondono al nome di Chris Crush, Ned Brewsten e Dave Lindsay per mettere in atto il suo disegno criminale. Gli Action Swingers ne escono rinnovati nell’equipaggio ma non nell’equipaggiamento ne’ tantomeno nei propositi, che sono sempre quelli di falcidiare le gambe ad ogni passante.

Quattordici badilate in faccia nel giro di ventuno minuti.

Ad ogni badilata di rialzi e te ne arriva una più forte e precisa di quella precedente.

Finché non muori.

E anche allora, nessuno verrà a prestarti soccorso.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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GIBSON BROS. – Memphis Sol Today! (Sympathy for the Record Industry)  

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Registrato dentro i Sun Studios, totalmente immerso nel “Sol” di Memphis, lì dove le anime di Re, Colonnelli e Reverendi continuano a parlare alla tua da chissà quale ambone dell’Inferno, Mempis Sol Today! è l’atto finale della band di Jeffrey Evans e Don Howland e anche il coronamento ufficiale di quel sogno rock ‘n’ roll che da Columbus li ha portati giù fino alla terra dei padri, in quella terra delle meraviglie raccontata da Monsieur Jeffrey Evans nelle note di copertina.

Il ruolo di terzo chitarrista è ricoperto da Jon Spencer, ma si tratta di una chitarra rabberciata quanto le altre due, tanto che alla fine sembra di sentirne suonare mezza, e per di più accordata ad orecchio. Il suono di Memphis Sol Today! si innesta perfettamente nel solco tracciato dai Cramps a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta e dai Gories esattamente dieci anni dopo. Un’approssimazione delirante capace di regalarci momenti come Memphis Chicken, My Huckleberry Friend, I Feel Good Little Girl e I Had a Dream, I’ll Follow Her Blues, Naked Party, scoordinati blues psicotici che su Coming Up assumono i contorni di una versione southern dei Seeds.

Un disco pieno di tutte quelle imperfezioni senza le quali il rock ‘n’ roll diventerebbe solo un frutto coperto di cera da vendere sui banchi degli ipermercati.

L’anima di Memphis.

Che è anche un po’ della nostra.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ALMAMEGRETTA – Animamigrante (Anagrumba)  

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Il salto di qualità fra la demotape d’esordio e il primo album degli Almamegretta è un salto in avanti prodigioso. È la definizione di uno stile che marchierà a fuoco la musica italiana del decennio e che darà alla formazione napoletana un’identità così pregnante da venir inseguita e corteggiata come una musa dai Re Mida della musica elettronica bastarda. Per l’album di debutto il ruolo è coperto da Ben Young, che all’ombra del Vesuvio ha già messo mano sui dischi dei Bisca.

Animamigrante riesce a sviscerare la “napoletanità” insita nella musica degli Almamegretta abbandonando l’idioma inglese e francese (e sacrificando gran parte di quello italiano) in favore del dialetto partenopeo, accentua l’enfasi cromatica della battuta in levare mutuata dal reggae e rende la musica della formazione declamatoria e insieme suadente, quasi una musica di battaglia con cui rivendicare le proprie radici. Esattamente come lo era per la musica giamaicana. Il timbro adesso arrochito a dovere del Raiss è una fantastica eco muezzin dalla cadenza ragga che guida la ciurma con maestria sulle onde di pezzi come Suddd, Fattallà, ‘o bbuono e ‘o malamente, Sanghe e anema o si lascia annegare anche lui dentro le spume dub, lasciandosi cullare dai movimenti morbidi di basso e batteria. O si zittisce, rispettoso, quando passano le voci degli ambulanti del Vomero o dei devoti cantori della Madonna dell’Arco.  

Gli Almamegretta approntano dunque il loro vascello tra le acque del porto di Napoli e salpano, veleggiando lungo il Mediterraneo e poi al largo tra le spume dei mari caraibici.

Si professano migranti sin dal nome e mantengono fede a quanto promesso.

Su in alto, a Pontida, qualcuno issa le sue vele verdi e prova a legittimarsi il Mar Adriatico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CYPRESS HILL – Black Sunday (Columbia)  

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Asciugare l’hip-hop dalla sbobba funk, riportandolo ad un immaginario e ad un’idea di suono ibridato col bianchissimo pallore dei ragazzoni tatuati della scena hardcore e ai più emaciati metal-kids.

Un suono che si muove in una zona dove ogni frequenza di mezzo viene azzerata, svolazzando tra alti acuminati che tagliano come lame e bassi profondi, sinistri e circolari.

In questo carosello inquieto ed inquietante dove su una miscela ossianica di scratch da puntina arrugginita, nitriti di cavalli, fischi, sbuffi di pipe ad acqua e giri di armonica freddi come lapidi (non per niente la provenienza è di marca Black Sabbath) la voce psicopatica di B-Real si muove come il clown insano di It, snocciolando parole in rima in una metrica acida e dispettosa, in accento chicano e tono da degente in attesa per l’asportazione delle adenoidi.

Una miscela unica ed infetta, quella dei Cypress Hill. Che con Black Sunday assume proporzioni gigantesche. Canzoni come Cock the Hammer, A to the K, Insane in the Brain, Hits from the Bong, I Ain’t Goin’ Out Like That , Lick a Shot, What Go Around Come Around, Kid, When the Sh—Goes Down col loro immaginario pulp, escono dal ghetto messicano di Los Angeles ed entrano con prepotenza teppista nell’immaginario collettivo.

B-Real, Sen Dog e Muggs una domenica notte violano le tombe dei conquistadores, strappano via i cenci dai loro cadaveri e colonizzano il mondo.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

QUARTERED SHADOWS – The Last Floor Beach (A.V. Arts)  

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Il 10 Novembre del 1991 il grande sogno dei Nirvana arriva a Berlino. Arriva per portare ai crucchi l’ultima rivoluzione rock. Quella prima data del mini-tour tedesco dei Nirvana non vede nessun gruppo spalla, a quanto riporta quella inutile merda per cyber-viaggiatori che è Wikipedia. Ma è una inesattezza mastodontica. Perché quella sera, vista l’indisponibilità degli Urge Overkill, a scaldare la sala del Loft vengono invitati direttamente dalla direzione del locale i Quartered Shadows, arrivati a Berlino dalla Sicilia due anni prima dei Nirvana. E arrivati per restarci, almeno fino alla fine della loro storia, avvenuta nell’estate del 1994. I Quartered Shadows avevano deciso di affrontare il rock ‘n roll faccia a faccia. Lo avevano inseguito fin laggiù non appena il primo mattone del Muro si era sgretolato. Insieme ai conterranei Flor de Mal avevano fatto di Catania il centro nevralgico del rock italiano. Avevano costretto gente di ogni luogo e latitudine a crederci, in quel sogno. Almeno quanto loro. E a condividerne qualche fotogramma.

I Quartered Shadows ad esempio riescono a farsi produrre The Last Floor Beach da Marc De Reus, in genere seduto al banco mixer per gli Urban Dance Squad. Nonostante l’epoca in cui viene pensato, il secondo lavoro della formazione guidata da Cesare Basile esce immune dalla pandemia grunge per restaurare un rock ancora scintillante di chitarre e tastiere tirate a lucido. Un po’ controcorrente con quanto sta accadendo in Italia, la formazione siculo-tedesca sceglie di adottare l’idioma inglese, ovvero quello che probabilmente parlano quotidianamente nella nuova patria e così facendo si mette volontariamente ai margini del mercato italiano. Ma poco importa. Restano una manciata di canzoni (R&B Angel, Rollin’ Down, PrideThe Belly of a Disease, 2000 Miles of Certainties e la cover di The Sicilian Clan le migliori) che diventeranno il loro testamento o, se preferite, la loro dichiarazione fallimentare e che se proprio devono ricordare qualcosa allora rimandano ai migliori chiaroscuri del rock ‘n roll australiano o tracciano ipotetici ponti con quanto fatto dai Not Moving sul suolo patrio qualche anno prima.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

99 POSSE – Curre curre guagliò (Esodo Autoproduzioni)  

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99 Posse, Radio Gladio, Lele Prox, Suoni Mudù, Bisca, Daniele Sepe, Maurizio Capone, Riccardo Veno, Mariano Caiano, Speaker Zou. I nomi sono elencati uno dopo l’altro, sul finale di Ripetutamente. Come fosse il verbale di un appuntato della stazione dei Carabinieri, dopo un fermo per sobillazione. Non sarebbe improbabile, che la 99 Posse in quegli anni (ma anche in quelli successivi) fa molta, molta paura. La guerra ai centri sociali è aperta, analoga a quella che oggi è stata dichiarata ai centri accoglienza. Posti che vanno sgombrati, disperdendo la feccia che vi si agita dentro. Coi manganelli o con le ordinanze, poco importa.

99 Posse è la voce dell’Officina 99, centro sociale occupato il Primo Maggio del 1991 nella zona di Poggioreale, Napoli Est mentre molti agenti di Polizia sono stati inviati a reggere le transenne al Concertone della CGIL mentre Vincenzo Mollica chiama sul palco i Litfiba e i Gang. E sono una voce sconcertante. Un megafono potente che usa l’hip-hop e il raggamuffin per fare denuncia sociale e raccontare la merda che si nasconde dietro le camicie nere, le divise blu, i polsini bianchi. Un microfono che parla dell’immondizia che soffoca Napoli, della voracità politica che si mangia ogni giorno un pezzetto di mondo, di dignità, di spazio vitale. Ne parla con odio verace, schietto e sincero (il “cuore” viscerale del disco: Odio, Curre curre guagliò, Rigurgito antifascista, Rappresaglia, Napolì) ma anche con sprezzante derisione e leggerezza (Ripetutamente, O’ documento, Tuttapposto).

Una voce contestataria e controcorrente, che vive fianco a fianco con quella della Napoli tradizionalista, moderata, conservatrice, istituzionalizzata, asservita alla mafia, allo Stato e alla Chiesa e le urla nelle orecchie, magari da uno striscione. Come nella bellissima copertina con due mondi che strisciano uno di fianco all’altro senza toccarsi, ignorandosi vicendevolmente.

Curre curre guagliò è il riadattamento in chiave hip-hop della fusion arrabbiata dei Napoli Centrale, ultima diapositiva della Prima Repubblica scattata un attimo dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio e lo scandalo Tangentopoli e un attimo prima che Berlusconi piantasse la bandiera di Forza Italia nel suo cuore ferito, uccidendola una seconda volta. Un grande album di musica popolare, quando ancora non sapevamo quanto l’hip-hop sarebbe diventato popolare.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FLOR DE MAL – ReVisioni (Cyclope)  

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Dalla scrematura delle canzoni scritte on the road durante le centinaia di date che seguono la pubblicazione del bellissimo disco di debutto nasce ReVisioni, il secondo album dei Flor de Mal. Un album che si dimostra profetico della tendenza cui si piegherà il rock italiano da lì a breve conciliandolo all’uso della lingua italiana. E, nel caso della formazione siciliana, del dialetto catanese.  

Innestate nel tipico suono del trio, ovvero in una formidabile eco del guitar-rock di band come Died Pretty, R.E.M., Thin White Rope cui sembra aver rubato l’anima, le parole concedono adesso al pubblico la facoltà liberatoria di poter essere condivise e cantate. E così U secunnu, Re dell’Est, Puteri d’onniputenza, Patrick, L’ora è ora diventano cerini da passare da mano in mano sotto il palco, scottandosi le dita.    

Registrato fra New York, Athens e Catania ReVisioni sembra davvero rendere concreto il sogno di Francesco Virlinzi (il vero motore a scoppio della Catania di quel decennio) di fare della sua città il centro del mondo.

E i Flor de Mal, per i quali ha messo in piedi la sua etichetta cinque anni prima, sono il centro di quel sogno in cui anche loro credono fino in fondo, costringendo per una volta gli americani a togliersi il cappello da cowboy in segno di rispetto quando passa davanti a loro una band con le coppole.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

AFRICA UNITE – Babilonia e poesia (Vox Pop)  

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L’esperienza estemporanea della To.sse, il collettivo nato quasi per gioco all’interno del più ampio movimento delle posse di estrazione raggamuffin/hip-hop e che vedeva gli Africa United, a fianco di amici vecchi e nuovi come i Mau Mau, Il Generale, Militant P., Papa Ricky, Lele Gaudì, Aliosha dei Casino Royale e Bobo dei Fratelli di Soledad cimentarsi per la prima volta con l’idioma italiano, aveva fatto zampillare nel gruppo torinese una nuova consapevolezza nell’uso della lingua e nella riscoperta della ricchezza dei dialetti. È questa presa di coscienza a prorompere in quello che è da considerare come il primo album di “reggae italiano” non solo della loro storia ma di tutta l’intera discografia nazionale.

Un nuovo inizio registrato all’anagrafe con una leggera modifica alla ragione sociale del gruppo e siglato da un contratto nuovo di zecca con una delle etichette indipendenti più importanti della nazione, ovvero la Vox Pop di Giacomo Spazio e Manuel Agnelli, l’etichetta destinata a lasciare un solco profondissimo (più profondo della famosa vagina stilizzata usata come logo) nelle produzioni italiane degli anni Novanta se non per quantità, sicuramente per “attitudine” e coraggio imprenditoriale. L’intraprendenza di Bunna e Madaski è premiata con la pubblicazione di un disco dall’impatto formidabile, dalla scioltezza linguistica coinvolgente (valga per tutti l’”inossidabile” Ruggine e mi si perdoni il voluto ossimoro, NdLYS) e improntato ad un roots reggae che non disdegna di farsi distorcere dai rumorosi torni di Mada (Dub Dub Daddy, Babilonia e poesia) e dalle rubiconde e contagiose giostre linguistiche offerte dal dialetto (l’ibridazione sicula/patois di Curtaglia condivisa con la crew del Massilia Soundsystem che dal Mar dei Caraibi approda nell’area mediterranea dei Kunsertu), pur presentando un paio di episodi che sono inevitabilmente destinati ad invecchiare precocemente in quanto figli diretti della retorica da centro sociale tanto diffusa di quegli anni (Nella mia città, Molto importante).

Babilonia e poesia segna uno snodo  epocale nell’ondeggiante scena reggae italiana e a distanza di anni suona ancora corroborante come all’epoca in cui fu scritto. Malgrado le mura di Babilonia non siano state intaccate.            

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE M-80’S – In a Fury! (Get Hip)  

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Proprio nel momento in cui i Cynics sembrano cedere al fascino del grunge e di certo hard-rock, è la loro stessa etichetta a proporre al mondo i candidati più probabili ad ereditarne il trono a re del garage-punk dei regni al sud di New York. Si chiamano M-80’s e vengono da Norfolk. Si sono formati un bel po’ di tempo prima ma la label non ha investito molto su loro. Ma adesso, con i Cynics perduti a rincorrere il loro sogno hard, è giunto il momento di dar loro la chance di pubblicare un intero album. In a Fury! esce nel 1993 e, mentre tutto il mondo è impegnato a scegliere camicie di flanella e stivaloni da campiere, gli M-80’s possono comprare pantaloni a spaghetto e beatle-boots a prezzi scontati. E non sprecano l’opportunità.

In a Fury! è a tutti gli effetti il disco che tutti si aspettavano dai Cynics dopo Rock ‘n’ Roll.

Gregg Kostelich lo produce così, con le stesse deraglianti tinte folk-punk screziate da armonica a bocca e pedaliere fuzz.

E pure la grafica di copertina, affidata a Paul Bucciarelli (quello dei primi singoli dei Cynics), decreta la legittimità dell’impresa. Gli M-80’s, per una manciata di mesi, diventeranno una delle band più prestigiose del garage-punk, mentre il mondo era tenuto sotto scacco dal crossover metal-funk e dal Seattle-sound. Poi, finita la partita, ci si accorse che anche loro avevano lasciato il tavolo da gioco troppo in fretta perché venisse ricordato il loro ingresso nel casinò del rock ‘n roll.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FATS DOMINO – Out of New Orleans (Bear Family)  

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Faccia paciosa e sorridente, un’acconciatura impomatata a taglio vagamente trapezoidale, cravatta, scarpe di vernice, l’immancabile lembo di fazzoletto che fa capolino dal taschino di un impeccabile vestino nero o grigio. L’immagine di Fats Domino è quanto di più lontana dall’archetipo del cantante rock trasandato, appariscente o eccessivo che altri pianisti dopo di lui avrebbero regalato all’immaginario rock ‘n roll (Jerry Lee Lewis, Little Richard, Esquerita). Eppure, inconsapevolmente, quell’uomo dall’aria bonaria ed elegante avrebbe avuto un ruolo pioneristico fondamentale per la nascita del rock ‘n roll. Nell’immediato dopoguerra la musica nera è fondamentalmente jazz e blues. Big band e bluesmen si formano soprattutto nel sud degli Stati Uniti, allietando le giornate degli schiavi. Le radio sono pochissime. E quasi tutte trasmettono musica country. Non esistono ancora star con un colore di pelle diverso dal bianco. Eccetto Louis Armstrong e Fats Domino. Sono loro due i dominatori della scena, i veri eroi del popolo nero che piano piano si fanno spazio nelle programmazioni delle radio, con il loro carico di sporcizia. Fats viene da New Orleans, Louisiana. E ha imparato a suonare il piano guardando all’opera Fats Pichon e Fats Waller e copiando il picchiettio boogie woogie del primo. Uno stile che applicherà alla perfezione su brani come The Fat Man, Good Hearted Man e I’m Ready, tra gli altri, assieme ad una ritmica incalzante (che all’epoca viene definita “dance blues” e che è solo uno dei tanti immissari che confluiranno nell’enorme fiume del rock ‘n roll) e all’immancabile assolo di sassofono. E che è uno, ma non il solo, dei generi con cui Domino si cimenta, inflazionando le classifiche di vendita e piazzando negli Hot 100 ogni cosa che incide, su qualunque lato di un disco. Conquistando alla fine anche il pubblico bianco con ballate come Blueberry Hill, Fell in Love on Monday e la superba Walking in New Orleans che trasforma coi suoi violini una pericolosa passeggiata tra i vicoli voodoo della sua città in una romantica passeggiata lungo la Senna.

Tutto ciò che tocca con le sue mani paffute e che canta con il suo accento creolo, diventa oro, almeno finchè l’apertura delle miniere britanniche ispirate in parte dalle sue fatiche (Beatles su tutti) non distrarrà il pubblico fino a dimenticarlo e a fare del suo catalogo una paccottiglia da vendere nei cassoni in metallo delle edicole, a 5000 Lire prima, a 5 Euro poi. Fregandovi due volte.  

Un peso massimo, anche se avesse pesato la metà.

E del quale vale la pena recuperare, non volendo rischiare di cadere giù dalla tavola surfando sulla sua discografia ufficiale, questo dignitosissimo box pubblicato dalla Bear Family.

Due chili di materiale firmato Fats Domino.

Un peso adeguato a quello di un gigante.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro