DAVID SYLVIAN/ROBERT FRIPP – The First Day (Virgin)  

3

Il diniego di Sylvian ad entrare in pianta stabile nei King Crimson per la seconda reunion della band inglese si risolve artisticamente in una preziosissima collaborazione artistica con Robert Fripp, ormai incapace di rinunciare ad una voce espressiva come quella di Sylvian. Il disco coincide con uno dei periodi più felici nella vita personale di David Sylvian con la nascita del primo frutto di un matrimonio che si annuncia felice e che invece porterà uno stormo di nuvole grevi.

Ma sulla copertina e dentro le musiche di The First Day (titolo che già di per se annuncia una rinascita) Sylvian sorride come mai prima e come mai più farà dopo. Ne viene fuori un disco vivo e pulsante, forse anche godereccio se questo termine non facesse a pugni con l’immagine eterea e sciamanica che da sempre si associa a quella di chi quindici anni prima è stato eletto “uomo più bello del mondo” e che di quella bellezza preserva ancora un intatto, efebico splendore. The First Day è elogio e rappresentazione della fertilità che la carta astrale gli ha riservato in quel periodo della sua vita così come della spiritualità e dell’amore per le dottrine esoteriche e religiose che ne pervadono l’animo già da un po’.

Un disco che non rinuncia all’eleganza ma accetta l’oltraggio ritmico senza venirne umiliata.

È insomma la storia di un incontro e non di un baratto. Una delle tante ibridazioni possibili che David Sylvian impone alla propria arte per ravvivarne lo spirito alchemico, fino a lasciarla divampare dentro i dodici minuti di 20th Century Dreaming (Shaman’s Song), sin dal titolo un incrocio fra le figure schizoidi dei primi King Crimson e quelle mistiche di Words with the Shaman o a lanciarla dentro un flipper residuato dalla follia mancuniana che sembra aver invaso tutto il Regno Unito, come nella lunghissima Darshan che sfora il quarto d’ora di durata. 

Minuto più minuto meno la durata della felicità. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ACE-TONES – Teen Trash #6 (Music Maniac)  

0

Fra le tante band folgorate dal passaggio sui palchi europei del ciclone Fuzztones gli Ace-Tones meritano una menzione particolare. Non perché fossero i migliori. Ma perché nel giro di pochi anni un paio di loro si troveranno proprio dietro il culo di Rudi, in quella che sarà la quinta incarnazione dei suoi Jaymen, dopo aver rinunciato a mollare il loro cantante per diventare a tutti gli effetti la nuova line-up dei Fuzztones stessi nell’ennesimo disperato tentativo di Protrudi di riassestare dal nulla una formazione destinata a disintegrarsi dopo ogni tour.

Il primo a stampare una raccolta del loro repertorio (in molti casi identico a quelli del loro gruppo-simbolo) è proprio Hans Kesteloo, uno che alla magia dei Fuzztones aveva sempre ceduto e, tra i tanti che ne avevano stampato il materiale, l’unico a versare nelle loro tasche i soldi che spettavano loro, proprio in barba ai mercenari della Beggars Banquet in favore della quale era stato mollato e la quale dichiarerà una cifra di copie di In Heat che nemmeno una vendita porta a porta nel quartiere dei nonni di Protrudi avrebbe potuto portare ad un ammontare così ridicolo (praticamente pari alle sole copie vendute dal buon Hans nel suo piccolo negozio di Tübingen, NdLYS). Li infila nella sua collana Teen Trash, ovvero una sorta di Trans-World Punk Rave-Up contemporanea dentro cui finiscono anche due/tre nostri orgogli nazionali.  

Il risultato è un rigurgito del garage-punk di un decennio prima che nulla aggiunge (e anzi, qualcosa toglie) a quanto (ri)detto da Miracle Workers, Chesterfield Kings, Outta Place e ovviamente Fuzztones. Cover al carboncino di 99th Floor, Girl (You Captivate Me), Bad Woman, Green Slime, Action Woman, Blackout of Grately, 7 & 7 Is, Journey to Tyme, Gotta Get Some di cui forse nessuno sentiva davvero il bisogno e un unico originale di cui in pochi serberemo memoria.

Gli Ace-Tones non sfioreranno mai neppure per un secondo la gloria dei Fuzztones. Ma, a dispetto del tanto sbandierato senso di appartenenza di questi ultimi puntualmente smentito dalla realtà dei fatti, gli Ace-Tones resteranno, per sempre, una vera gang. Rifiutando persino di ammainare la loro bandiera per appendere al palo mastro quella dell’egocentrico capitan Rudi.

Onore al vascello pirata.     

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MASSIMO VOLUME – ǝzuɐʇs (Underground)  

0

Il libro si intitola Zwischenzeit.

Ce ne sono tanti, di libri così.

Ma quello di Roland Schneider è diverso da tutti gli altri.

Raccoglie un centinaio di foto scattate dentro un ospedale psichiatrico di Berna nel 1987, lo stesso dove Schneider viene ricoverato per una gravissima forma di disaffezione e che, prima di prendere la forma di un libro, vengono mostrate agli stessi ospiti del centro di disfunzioni mentali che ne sono protagonisti.

I Massimo Volume, che in quel 1993 sono ancora i Signor Nessuno del rock italiano, scelgono uno di quegli scatti per la copertina del loro disco di debutto, un album destinato a tracciare il solco per il ritorno dell’uso della lingua italiana in ambito rock.

Fatta di necessità virtù (Emidio accetta di diventare il cantante della band a patto che non debba cantare per davvero), i Massimo Volume svincolano di fatto l’officiante dal ruolo di cantante, come era successo dieci anni prima con i CCCP Fedeli alla Linea sostituendo ai proclami di quelli delle vere e proprie micro-storie. Diventando un modello molto replicato e mai realmente raggiunto per molte band (non solo italiane) a venire. Dietro la voce di Emidio Clementi si staglia un muro di suono figlio del noise e del post-core americano.

Ferraglia, ruggine, polveri metalliche, molecole di carbonio, scambi ferroviari che segnano lo scorrere del tempo come lancette. La civiltà industriale che entra con prepotente forza nelle quotidiane vite di provincia, penetrando nelle storie di coppie che non si parlano più, di universitari che consumano i pomeriggi in piscina e le serate al bar, di uomini non ancora uomini che spingono le cremagliere dei ricordi sperando di muovere un ingranaggio che li spinga verso il futuro, restandone invece intrappolati.

ǝzuɐʇs vuote riempite da un rumore assordante. Come quello di mille bocche chiuse.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

massimo-volume-stanze

 

U2 – Zooropa (Island)  

1

A dispetto dell’aria postmoderna del disco e del forte impianto multimediale che gli U2 allestiscono per portarlo in giro nelle arene di tutto il pianeta, Zooropa è un omaggio viscerale seppur mascherato alle arie e alle vite esagerate dei crooner. Due di loro partecipano fattivamente al nuovo materiale (Johnny Cash su The Wanderer e Sinatra nella nuova versione di un suo standard scelta come B-side dell’estratto) mentre sia Bono che The Edge si prestano al gioco di ruolo su canzoni umorali come The First Time, Numb e Babyface oppure su Lemon, che ricorda molto ma molto da vicino certi giochi di chiaroscuro tanto cari a un altro camaleonte della voce come David Bowie, altro inevitabile ed evidente punto di riferimento per la costruzione di questo nuovo flipper elettronico allestito da Brian Eno con la complicità di Flood e che può, vuole, essere messo nella stessa sala giochi delle macchinette industrial-wave di Nine Inch Nails e Depeche Mode.

Questo momento, che è anche fortemente ambiguo e multivalente, è anche il momento in cui gli U2 sono la band più enorme della Terra, permettendosi di avere gruppi come Ramones e Pearl Jam come band “di supporto”, giusto per scaldare la gente in attesa di quello che in quegli anni è l’EVENTO musicale più imponente che giri i Colossei del pianeta.

Costruendo collaborazioni e filiazioni anche improbabili col mondo della musica, del cinema, della politica, del volontariato che rimarranno nei libri.

E non solo su quelli di Scaruffi e Cilia.

Una istituzione pubblica e sociale talmente invasiva che, paradossalmente, finisce per compromettere l’immagine artistica e sciupare il filone d’oro creativo della band, destinato a una aridità sempre più preoccupante fino a diventare irreversibile.        

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

zooropa

DAVID BOWIE – Black Tie White Noise (Savage)  

0

Il rientro di Bowie dentro il corpo di Bowie dopo l’avventura dei Tin Machine avviene grazie al rinnovato legame artistico con Nile Rodgers, l’uomo che aveva prodotto l’unico suo disco dignitoso dopo Scary Monsters.

Sono loro due il bianco e il nero nascosti dietro il titolo.

E bianco e nero sono i colori che convivono dentro un disco che è animato dallo spirito funky di Rodgers e da una verve rock che pigramente si sta risvegliando dal coma artistico dell’artista inglese. E’ una commistione non inedita e già sperimentata su Young Americans e Station to Station adesso arredata secondo il gusto urbano degli anni Novanta e alimentata da un rinato ottimismo in gran parte dovuto alle sue recenti nozze (cui dedica l’apertura e la chiusura del disco, a mo’ di cerimonia) ma anche dalla fiducia che il carrozzone Tin Machine gli ha nuovamente instillato.

E’ una impalcatura che ha una sua sobrietà su cui Bowie investe pochissimo come autore, delegando spesso l’onere ai comprimari (Looking for Lester non è altro che una bella improvvisazione dell’altro “Bowie” che partecipa al disco, You’ve Been Around uno scarto Tin Machine scritto da Reeves Gabriels) o scartocciando il solito pacchetto di cover versions (pescando stavolta dai Cream, da Scott Walker e da Morrissey). Un disco che lavora più sul groove che sull’abbecedario della novità ormai chiuso da tempo, impacchettato in una copertina rassicurante.

Sono Bowie e non vengo a farvi del male.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

download (3)

THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – Extra Width (Matador)  

0

 

Il cofanetto di classici Stax e Volt preteso da Jon Spencer al momento della stipula del contratto con la Matador dà i frutti sperati su Extra Width, il disco che segna il momento in cui la musica del terzetto emerge dall’underground garage per diventare il marchio di fabbrica di tutto il rock ‘n roll degli anni Novanta, con un piede intinto nella palude blues e soul e l’altro nei più attuali immondezzai dell’hip-hop e del noise. Allargando le maglie di rumore del disco del debutto (nulla più che una, anzi due versioni “ufficiali” delle registrazioni casalinghe spacciate ai primi concerti col titolo di A Reverse Willie Horton, NdLYS) Extra Width permette di godere appieno dei tratti distintivi della Blues Explosion di quegli anni, ovvero il suono per nulla educato della cheap guitar di Spencer, gli incredibili inserti di theremin (e sintetizzatori sotto stupro, come succede nell’assolo di Afro) che arricchiscono di dissonanze e frequenze spurie le già tormentate canzoni del terzetto e le piccole peripezie di Russell Simins che si allontanano sempre più dal tam-tam primitivo e Tuckeriano dei primissimi lavori per inventare dialoghi ritmici con la chitarra, regalando ai nuovi pezzi un dinamismo che diventa il marchio di fabbrica della band che di fatto si affranca dal modello Gories degli esordi per diventare esso stesso archetipo di un concetto di rock ‘n roll radicale e sempre più spettacolare ed autocelebrativo, sulla falsariga di quello inscenato da James Brown. Extra Width è l’autoscatto perfetto di questo momento in cui Jon Spencer prova a creare l’incesto biologico tra le musiche bianche ed ossute della Sun e quelle pingui e nere della Stax. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

download (3)

LOU X-DISASTRO – Dal Basso (Tannen)  

0

Non manca solo a me. E questa è già una gran bella notizia, che l’assenza condivisa è un dolore di cui si può spartire il peso.

Lou X. Una delle menti più lucide e delle lingue più taglienti del rap italiano. Uno che ne aveva, di cose da raccontare e che non le mandava a dire.

Certo, erano altri tempi. Il rap era ancora, soprattutto, una musica di denuncia. Non solo roba di figa e dissing, di tatuaggi e cash. Niente megaproduzioni e beats di lusso. Era ancora una roba da “due piatti e un microfono”, per dirla alla Jam Master Jay. Roba spartana, essenziale, prodotta e distribuita in proprio, una piccola cinghia meccanica su cui far scorrere delle rime, per raccontare verità universali e altre verità nascoste, quelle delle borgate dove ti richiudi la porta di casa alle spalle e non sai se la vita ti concederà di riaprirla. Roba diversa ma non distantissima da quella che era stata prodotta durante gli anni dell’hardcore italiano, quasi sempre analogo il “bacino” umano da cui attinge: università e centri sociali in primis.

Come per quello, anni dopo si parlerà di old-school per definirne lo spirito fiero ed intransigente, oltre che la povertà di mezzi che le caratterizzano.

Sono gli anni in cui gli studenti e i disoccupati si creano un alter-ego militante e si trasformano in piccoli guerriglieri urbani. Sono gli anni di Luigi Martelli, che sceglie di accorciare il nome in Lou e di aggiungere la X, come quella di Malcolm. Viene da Pescara, che è la periferia dell’impero hip-hop italiano. E lì rimarrà, mettendo in piedi una crew corsara chiamata Costa Nostra, un branco di una decina d’anime che gira per la provincia, facendo graffiti, studiando qualche base, sputando qualche parola. A Roma ci vanno di rado, per comprare qualche disco con cui fare le basi. Nel 1993 ci vanno per raggiungere i ragazzi degli Assalti Frontali che hanno deciso di finanziare il loro primo disco.

Dal Basso esce nel 1993 ed è il primo disco dei Public Enemy in lingua italiana. Basi che spingono “dal basso” e pressano, come una mano morta insidiosa tra due belle natiche su una metropolitana. Lou X spara raffiche di parole, in apnea, come se il bisogno di raccontare avesse superato quello di respirare.

Ad occuparsi di questa ristampa che farà felici 500 persone è Marco Fioritoni, che all’epoca scelse il nome guerriero di Disastro e lo mise accanto a quello di Lou X su questo disco e che adesso quel disco se lo è riportato in studio per rimissarlo ed esaltare le note basse che all’epoca erano state risucchiate via dall’incompetenza e dai limiti tecnici di chi stava esplorando un mondo tutto nuovo.

Solo…(come un cecchino), Pagati!, Un porco è un porco, Quando la patria chiama (con un magistrale campionamento di Albert King), Italia (costruita sul groove di Foxy Lady nella versione dei Black Merda) diventano memoria collettiva.

Se l’avete perduta, avete ora modo di recuperarla.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

Stampa

THE BARRACUDAS – Mean Time / Endeavour to Persevere / The Big Gap / Two Sides of a Coin (Lemon)

0

Arrivano all’onore della ristampa i dischi indipendenti dei Barracudas, quelli successivi al fantastico esordio Drop Out. Le tavole da surf vanno in soffitta e anche le istanze garage di Garbage Dumps vengono sopite. I nuovi amori si chiamano Byrds, Love e Flamin’ Groovies, complice anche l’assidua  frequentazione con Chris Wilson nei primi mesi del 1982. Il risultato è Mean Time. Il b/n della copertina è in contrasto con i colori del debutto ma il suono dei Barracudas resta baciato dal sole anche se la produzione di Pete Cage brucerà più di un numero. Endeavour to Persevere suona meglio: le chitarre si allargano in un jingle jangle epico (Dealing with the Dead, See Her Eyes Again) e Wilson dà il suo primo contributo al songwriting della band. Il disinteresse del pubblico verso la band ne provoca la frattura e i Barracudas restano per sempre quello che erano sin dall’inizio: una band di culto. Lo dimostreranno le diverse raccolte pubblicate nel corso degli anni e di cui ora la Lemon ristampa The Big Gap fatta di provini e registrazioni rozze e malmesse (tra cui covers di Boss Hoss e Little Red Book) e la meglio definita Two Sides of a Coin messa su da Frenchy Gloder, uno dei primi fanatici della band.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

R-1480467-1331161258

R-2592543-1348166874-7214

R-1464116-1231241591

R-3414579-1329502238

CASINO ROYALE – Dainamaita (Black Out)  

0

Non deve essere stato semplice mettere su un disco come Dainamaita. Coordinare gli umori e i gusti di dieci persone inclini al muso facile, riordinare le idee e tentare di ripartire, rimettersi in gioco scommettendo sul proprio nome e cercando di tirarlo fuori dalla nicchia ska, stipulare un contratto con una grossa distribuzione come quella PolyGram senza deluderne le aspettative di vendita e preservare la propria identità pur puntando su un lavoro che è un azzardo stilistico che può bruciare tutta la fatica che ci sta dietro in un attimo.

Dainamaita è un po’ il lancio nel vuoto per i Casino Royale, artefici loro malgrado di quella gran babele di stili, dialetti, generi e tecniche che si imPOSSEsseranno dell’Italia negli anni Novanta.

Ma se Jungle Jubilee permetteva al gruppo milanese di rischiare pur muovendosi in un porto sicuro, Dainamaita rade al suolo ogni certezza. Col rischio che al prossimo concerto verranno a vederti solo per prenderti le generalità.

Dainamaita si apre con un piccolo frammento di trenta secondi. Uno swing suonato al pianoforte da Michele “De Maestro” Ranauro che richiama Caravan Petrol e il refrain di Casino Royale.

Una intro che è messa lì come rito propiziatorio. Ma che è anche un gesto domestico simbolico. Come quando entri a casa di qualcuno, togli il cappello e lo appendi all’ingresso. E quel posto diventa un po’ tuo, marcando il territorio.

Un disco coraggioso, il terzo Casino Royale. Che ascoltato oggi non è invecchiato benissimo, che adesso riesci a fare roba simile schiacciando per errore un’app del cazzo sul tuo telefonino e se sbagli magari mamma te ne compra un altro.

Ma allora, nel 1993, era tutto sudore e scazzi vari.

Era bestemmiare cento volte dietro una puntina che era saltata per uno scratch più nervoso dell’altro, anche se a farlo era un fuoriclasse come DJ Gruff.

Era dire delle cose. E dire cose che avessero un valore non solo a Niguarda, a Quarto Oggiaro o a Ticinese. E non solo “qui ed ora”. Ma in tutto il pianeta. E sempre.

Come quelle dette in Justice e Metallo Giallo.

Era dirle col cuore di Giuliano Palma.

E dirlo con le budella di Alioscia.

E dirlo suonando. E suonarlo su un cavallo che non si è ancora ammaestrato. O che magari non si voleva ammaestrare. Magari dirle e cantarle con una gran confusione in testa. Grattandosi il mento e la fronte. Come i pionieri e come i barboni.

Casino Royale in missione speciale. Facendo della periferia il centro del nuovo mondo. 

Passeggiando per Milano, camminando piano piano…quante cose puoi vedere, quante cose puoi sapere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

dainamaita.jpg

THE GUN CLUB – Lucky Jim (What’s So Funny About)  

0

Il 14 Maggio del 1994 Nick Cave e i Bad Seeds presentano alla BBC il loro ultimo disco. Durante l’esibizione di Red Right Hand, appoggiato a uno degli amplificatori, c’è il piccolo Jeffrey Lee Pierce.

É l’ultima immagine pubblica di Lee Pierce che ci resta. Marginale, appartata, sgranata.

Jeffrey é rimasto confinato in Inghilterra a spiare da lontano il suo vecchio amico Nick Sanderson e la sua ex-compagna Romi Mori, ad osservare da lontano quella relazione che si era consumata clandestina al suo fianco, proprio durante le registrazioni di Lucky Jim, a veder evaporare il suo ultimo sogno d’amore. Jeffrey aveva amato Romi di un amore disperato e infinito. E, attraverso lei, si era innamorato dell’Oriente. Del Vietnam, del Giappone, della sua amica del cuore Kayoko.

Lucky Jim parla, a modo suo, di questa sua attrazione per l’Est asiatico, mostrata con sfrontatezza sotto un cappello da soldato maoista.

Dell’Hotel Rex di Ho Chi Minh e del Bunny Bar cambogiano dove si attende il ritorno del capitano Lucky Jim, delle notti inquiete trascorse a Kamata.

Un’ossessione che lo accompagnerà negli ultimi giorni della sua vita, cercando di elaborare una commistione fra le culture di strada giapponesi e quella tutta americana del linguaggio rap, cercando di entusiasmare gli altri a questa sua nuova idea ibrida. Mark Lanegan, la Dogg Pound di Snoop Doggy Dogg, Johnny Depp. Senza riuscirci fino in fondo.

Al Giappone tornerà di nuovo dieci anni dopo la sua morte, Jeffrey. In cenere. Quando la sorella e il marito di lei decideranno di portare a Kyoto quel mucchietto di polvere che di lui rimane.

Ma Lucky Jim è anche un disco amaro, avvelenato dal sospetto che l’amore a lungo inseguito gli stia sfuggendo di mano. “Eravamo come fratello e sorella, poi siamo diventati amanti. E alla fine è arrivato il dolore” dice su A House Is Not a Home. “Sono fuori in strada, stanotte. Senza più un sogno”. Parole ripetute quasi identiche poco più in là, su Up Above the World: “Sei stata la mia sorella da sempre, poi hai legato il mio cuore alle catene. Ma è stato peggio quando le hai spezzate. E non riesco più a vivere con questo dolore”.   Il disco vede Jeffrey impegnato nel ruolo di chitarrista unico. Il suo carattere ha allontanato tutti. E Romi e Nick gli stanno accanto per puro opportunismo. Ma è un compito che Lee Pierce svolge con grande abilità, pur scegliendo stilisticamente di affrancarsi dallo swamp dei primi dischi per spostarsi su un più banale e pulito stile blues (Cry to Me, Anger Blues, Kamata Hollywood City) o abbandonando entrambi per soluzioni acustiche (Lucky Jim, Idiot Waltz, Blue Monsoons).  

Poco dopo l’uscita del disco, il Club chiude.

Non ha più nessun iscritto. 

Jeffrey Lee Pierce toglie la targa attaccata all’entrata.

Poi rientra, chiudendosi la porta alle sue spalle.

Si siede sulla sua poltrona preferita e chiude gli occhi, stringendoli forte perché sembrassero a mandorla. 

Poi sogna di Debbie Harry, poi di Poison Ivy. Poi di Romi. 

Poi di una palude.

Alla fine, di acqua sorgiva.    

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

download (3)