THE FLAMING LIPS – Clouds Taste Metallic (Warner Bros.)  

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La folle nave dei Flaming Lips ormeggia al molo di un mare vischioso come mercurio fuso. È il 1995 e siamo ad un passo dal macchinoso esperimento di Zeireeka e a due dai vapori di The Soft Bulletin, il disco dove le nuvole si sarebbero liberate del loro gusto metallico per riprendersi lo spazio a loro riservato e i Flaming Lips raggiungono il massimo della forma col minimo sforzo, in un percorso per certi versi assimilabile seppur non sovrapponibile a quello dei geograficamente distanti Motorpsycho o a quello dei già più vicini Pavement.

Il diradarsi delle nebbie sonore dei primi dischi lascia insinuare un canto di sirena via via sempre più nitida, cui i Flaming Lips mostrano di volersi lasciare incantare, virando gradatamente la loro prua, proprio a ridosso di questa boa intitolata Clouds Taste Metallic, piccolo diamante grezzo incuneato nella lunghissima collana di onici  barocchi e zolle di merda che la band dell’Oklahoma appenderà al collo della musica americana. La piccola ciurma getta le ancore, quando è ancora al largo, trascinando fin dentro il porto la mucillagine di dieci anni di indie-rock acido e putrescente, aspettando i pesci-spazzino facciano il loro lavoro, per arrivare alle banchine del porto puliti come dei contrabbandieri che si sono già disfatti del loro carico e ora sono pronti al gran galà.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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FLESHTONES – Laboratory of Sound (Ichiban)  

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Cosa ci fanno i Fleshtones chiusi in laboratorio con il Professor Steve Albini?

Il peggior disco della loro carriera, con strascico di rimpallo di responsabilità per la fiacchezza che ne esce fuori. La band che rinfaccia ad Albini di una produzione inadeguata (le voci asciugate da ogni effetto sembrano in effetti arrancare come mai prima d’ora) e all’etichetta di aver spersonalizzato la band con una copertina che vorrebbe “mimetizzare” i Fleshtones fra le centinaia di prodotti di rock moderno che affollano gli scaffali mentre dal canto suo il produttore si “difende” dicendo che la band è arrivata in studio senza aver scritto una sola canzone decente.

Accusa e difesa danno la loro versione. E sono vere entrambe.

Laboratory of Sound è un disco sfocato, con le chitarre inutilmente sovraccariche, la voce di Zeremba che sembra rincorrere l’intonazione giusta, fallendo miseramente e il basso che finalmente si sente come mai prima d’ora, ma che non ha nulla da dire.

E così se il precedente Beautiful Light sarebbe finito anni dopo nella già ignobile classifica dei “Cinque dischi che sei orgoglioso di possedere ma che non hai mai ascoltato” redatta da RockCritics.com, Laboratory of Sound non raggiunge neppure questo risultato, finendo non solo per restare inascoltato ma per essere esibito da chi lo possiede senza alcun orgoglio.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MORRISSEY – “Southpaw Grammar” (RCA)  

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Il disco più anomalo della discografia di Morrissey.

Sin dalla copertina. L’unica in una storia discografica che, in totale spregio a quella Smithsiana, è fortemente egocentrica, Moz concede ad altri (il pugile Kenny Lane).

Un segnale che viene confermato dagli equilibri musicali che contiene, stavolta favorevolmente disposti a concedere alla musica gli spazi (addirittura un solo di batteria) che raramente le parole del cantante inglese elargiscono. Insomma, il meno solista fra i suoi lavori solisti. E anche il meno digeribile e il più presuntuoso, nonostante i buoni propositi.

Destinato originariamente alla produzione di Brian Eno, “Southpaw Grammar” si affida nuovamente alle mani di Steve Lillywhite, pur sperimentando soluzioni inedite come il campionamento ma fornendo al produttore ottime piste di lancio per i voli a lui più riusciti (si ascolti la lunghissima coda di chitarre di Southpaw dove sembrano quasi rivivere i Big Country dell’epoca d’oro. Anzi, dell’acciaio. NdLYS).

Le ballate più o meno laccate cui Morrissey ha destinato buona parte del proprio repertorio sono bandite. E quando il suono sferzante delle chitarre si placa, ad occupare lo spazio è una certa aria fosca e melodrammatica più bristoliana che mancuniana. Ma il cuore del disco è improntato su un suono abrasivo e spavaldo che è figlio di Bowie e del punk cittadino di Buzzcocks e Slaughter and The Dogs.

Meno lacca e più brillantina. Più voglia di fare a cazzotti che di chiedere carezze che non arriveranno se non per blandire la pelle del portafogli.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BOWIE – 1.Outside (Virgin)  

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Se Black Tie White Noise era stato una sorta di ricongiungimento ideologico con Young Americans, 1.Outside è l’ideale ponte sonoro col mondo Orwelliano di Diamond Dogs seppure l’impronta di Brian Eno e il fascino per la cultura cyber e per la musica industriale dei Nine Inch Nails che Bowie coltiva in quegli anni trasportano musicalmente il disco in un’ambientazione sonora del tutto differente.

Probabilmente stimolato dalla libertà artistica che la realizzazione della colonna sonora per The Buddah of Suburbia gli ha regalato, Bowie torna alla voglia di sperimentare e di rischiare. 1.Outside è un disco inquieto laddove il disco precedente era stato un comodo album da salotto, un disco che alle luci confortanti di quello preferisce le ombre, alla fisicità rassicurante l’evanescente dubbio di una presenza che è più avvertita, percepita che manifesta e che, per questo, incute angoscia e tensione. Per rendere credibile il gioco e non abbassare il livello di guardia dell’ascoltatore, Bowie ed Eno tornano alla concettualità che era necessaria, inventando una trama pur difficile da seguire che fa da collante a tutto l’album penalizzato forse da una durata che se è funzionale all’argomentazione e all’ispirazione rivela anche una verbosità che è difficile da arginare e che ha però il bellissimo compito di allontanare chi a Bowie si era avvicinato grazie all’ammiccante presa dei successi radio-televisivi degli ultimi dieci anni.  

Grazie David, per aver osato.    

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BLUR – The Great Escape (Food)  

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11 Settembre 1995: scosto le tende e sono a Londra. Apro le finestre e lascio uscire la musica di The Great Escape dentro quello che sarà l’ultimo 11 Settembre fiero di essere tale, nella mia vita e in quella di moltissimi altri.

Le quindici canzoni del quarto disco dei Blur sono quelle scelte dalla band per l’imminente girone di ritorno contro il Manchester (l’andata si era giocata il 14 Agosto con la vittoria schiacciante dei primi sui rivali Oasis) anche se, mentre gli avversari perseverano nel loro sogno Beatlesiano, i quattro londinesi continuano a muoversi sotto il cielo dei Madness replicandone le suggestioni molto british e ricalcandone in almeno un caso (Fade Away) gli arrangiamenti, imprigionati e allo stesso tempo desiderosi di fuggire (The Great Escape…) da una formula che non riesce più a contenere le ambizioni di Albarn e compagni. Che cominciano a traboccare copiose da una The Universal in cui la band, in una versione romantica dei drughi Kubrickiani, fa visita addirittura a Burt Bacharach, giocando a vedersi adulta. Riuscendoci. È il vertice languido di un album che gioca con fare sbruffone e schizofrenico tra allegria e malinconia, con la consueta giostra di cori da uscita dal collage, tastiere dementi, chitarre ruggenti figlie dei Jam e dei Kinks e improvvisi nodi alla gola. L’album che consegna definitivamente i Blur alla storia della musica contemporanea. E me a loro.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FOO FIGHTERS – Foo Fighters (Capitol/Roswell)  

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Nel 1994 la storia dei Nirvana si chiude tragicamente con una pistola.

Solo pochi mesi dopo, la storia discografica dei Foo Fighters di Dave Grohl si inaugura con un’altra pistola. Un disintegratore molecolare come quello usato da Buck Rogers e prodotto su scala industriale esattamente sessanta anni prima.

La scelta appare indelicata e offensiva, in un mondo che vuole trovare a tutti i costi il colpevole della morte di Kurt Cobain, crocifiggendo a turno tutti coloro che gli sono stati vicini, senza accettare il fatto che Kurt volesse fuggire in primo luogo da se stesso. Sperando che tutti quanti, Courtney Love, Novoselic e Grohl in primis avessero il buongusto di starsene zitti, a scorrere il proprio rosario di sensi di colpa.

E invece, eccolo lì, l’irrispettoso Dave Grohl pronto a pubblicare, tutto da solo, il disco che dissotterra la salma di Nevermind, la disinfesta dai parassiti Cobainiani e rimette in esposizione in una posa più rassicurante. Come se niente fosse accaduto. Come se il rock avesse davvero deciso di andare avanti nonostante tutto. Come se tutto potesse essere bello, e non solo disperato.  E così sarà, nei fatti. Dave avrà salva la vita, grazie ai Foo Fighters. E si continuerà a cantare le canzoni di sempre senza avere davanti agli occhi l’immagine ingombrante di quel biondino che non riusciva proprio ad essere felice.

Foo Fighters è il disco necessario per sopravvivere. Anche a se stessi.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

HALF JAPANESE – Volume One: 1981-1985 / Volume Two: 1987-1989 / Volume Three: 1990-1995 (Fire)  

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L’imperativo era suonare senza saperlo fare. Senza doverlo neppure dissimulare. Queste erano le regole dettate da Jad Fair all’inizio dell’avventura degli Half Japanese. Poi, avrebbero imparato a farlo, seppure in maniera del tutto atipica, adattando la “tecnica” a quello che le loro canzoni richiedevano e non viceversa.

Ma all’inizio, la strategia era una esaltazione dell’ignoranza musicale elevata all’ennesima potenza. Neppure le prime lezioni su come accordare gli strumenti o sulle corrette diteggiature erano state seguite, neppure distrattamente. Neppure malvolentieri. Nulla. 

Volevano entrare nella storia della musica in questo modo, gli Half Japanese. Invece ci entrarono in maniera ancora più trasversale di quanto potessero mai immaginare.

Perché quando Kurt Cobain fu trovato finalmente felice e in compagnia di Boddah quell’8 Aprile del 1994, aveva indosso una T-shirt degli Half Japanese.

Proprio così.

Non degli AC/DC o dei Ramones.

Non dei Sex Pistols e neppure dei Kiss.

Una banale, fottutissima magliettina a maniche corte degli Half Japanese.

Venti anni più tardi, quando affiorerà dagli archivi la lista compilata a mano dallo stesso Kurt con i 50 album preferiti della sua band, appena sotto il secondo disco dei Beatles ma un bel po’ prima rispetto a Bowie e alla trilogia storica dei Wipers, c’è We Are They Who Ache With Amorous Love del Mezzo Giapponese.

I dischi degli Half Japanese continueranno a vendere pochissimo. Ma lo sharing dei loro dischi, all’epoca di Napster, diventa virale. Alimentando un pubblico invisibile, proprio come loro. Un pubblico di adolescenti che non vogliono crescere. Come Peter Pan. Come Jad Fair. Come Kurt Cobain.

Ristampato in edizione deluxe il primo disco, la Fire c’ha preso gusto a rimestare nel catalogo della band americana e ha così pensato bene di assemblare, con cadenza variabile, dei cofanetti che racchiudono tutta la produzione successiva, a triplette “temporali” progressive. Canzonette da ludoteca dove i figli di Don Van Vliet, Mark E. Smith, Ari Up e Poly Styrene sono costretti ad un gioco pedagogico perverso che li vede impegnati a mettere in musica le loro smorfie, avendo però la libertà di espletare ogni bisogno fisiologico che si presenti durante le ore necessarie a svolgere la consegna.   

Musicalmente Jad e il fratello David non hanno però le radici ficcate nel punk. Non solo, perlomeno. 

Hanno cominciato coi Beach Boys. Poi era iniziata la febbre per Chuck Berry e Buddy Holly. Quindi per le band di Detroit, Bob Marley, i Cramps e Tav Falco, Cohen, Cash, James Brown, Patti Smith, i Talking Heads, Van Morrison e, soprattutto, per la musica caraibica di Lord Invader. Mangiano e cacano di tutto, tirando fuori canzoni disarticolate, pazzoidi, epilettiche, disgustose e moleste e adoprandosi in rivisitazioni di classici come La BambaLouie LouieYou’re Gonna Miss Me o European Son di cui si sarebbero vergognati persino Tiny Tim e le Shaggs. Un grumo di nodi e flatulenze in cui convergono le convulsioni dei Wire, i cefali deformi di Trout Mask Replica, le movenze sghembe della no-wave, le commedie pop di Jonathan Richman.

Il circo Barnum della musica americana insomma. Dove ogni mostro ha un suo carisma da presentare al pubblico distratto che ha pagato per sentirsi bello fra quello spettacolo immondo e ora ride soddisfatto. Le donne ogni tanto si guardano allo specchio. Gli uomini, si specchiano nei loro occhi. Poi applaudono. E vanno via, ebbri di futilità e di raccapriccio.     

  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE VERVE – A Northern Soul (Hut)    

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Prima che montasse il “caso” Bitter Sweet Symphony (con gli Stones che, assetati di denaro e vendetta, costringono la band inglese a versare ai loro avvocati tutti i diritti su uno dei pezzi-simbolo di tutto il brit-pop degli anni Novanta) ci aveva già pensato la Verve Records a portare in tribunale Ashcroft e compagni e obbligandoli ad aggiungere l’“articolo determinativo” al loro moniker.

Detto. Fatto.

Per evitare altre rotture di balle i Verve aggiungono anche quello “indeterminativo” al titolo del loro secondo album, onde evitare che il sessantenne Dave Godin si sogni di reclamare qualche paternità indubbia ma poco gradita.

Non si può mai sapere.

Così, malgrado il Wigan Casino sia ormai seppellito dalla polvere, “i” Verve dedicano il loro nuovo disco, uscito nell’anno d’oro del brit-pop (l’anno di Morning Glory, The Great Escape e The Bends, per essere chiari) alla musica che si ballava a pochi isolati dalla loro sala prove.

Senza metterci dentro neppure un brano soul ma mostrandola comunque, quell’“anima”. Mettendola a nudo soprattutto in due ballate come On Your Own e History che scartavetrano la montagna di chitarre psichedeliche che sommergono come magma grandissima parte del disco e che faranno da calco per molte delle composizioni del fortunato Urban Hymns di due anni dopo.  

A Northern Soul è però, a dispetto del titolo, un disco psichedelico. Costruito intorno ad un’idea di suono da nubifragio che possa sorprendere l’ascoltatore incauto come l’abbattersi di una tempesta o che lo trascini in balia delle onde.

Ecco dunque “piovere” titoli come Brainstorm Interlude, Stormy Clouds, Life’s an Ocean a dare ulteriore senso a quell’A Storm in Heaven che aveva battezzato il loro debutto. Ecco quindi canzoni dal minutaggio imponente (nove su dodici superano i cinque minuti) strutturate su un suono che lavora spesso sulle saturazioni tumultuose o improvvise e sull’effetto sciabordio (l’uso dei piatti e in generale, l’impronta meteoropatica che incide soprattutto sulle tracce finali di ognuna delle due facciate dell’LP).

Acqua che non disseta e non cura il dolore.

Owen Morris va via sbattendo la porta.

Nick McCabe va via sbattendo la porta.

Richard Ashcroft va via sbattendo la porta.

Fuori, continua a piovere che Dio la manda.

Dentro, di più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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OASIS – (What‘s the Story) Morning Glory? (Big Brother)  

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“Classica” versione digitale impalpabile, versione “vintage” in vinile, lussuosa edizione in triplo CD con i demo inediti, le B-sides e le registrazioni live dell’ epoca ed elegantissimo libretto oppure, per chi può permetterselo (fanno cento sterline tonde tonde), Box Set completo con tutto quello che ho scritto prima più un sette pollici con le versioni demo di Hello e She‘s Electric, una riproduzione del padellone promo con Cum On Feel the Noize e il remix di Champagne Supernova, la versione su cassetta con ancora la Step Out poi rimossa per le beghe legali coi legali di Stevie Wonder e, per i non fumatori (chè ai fumatori non rimarrebbe nulla) le cartine inviate alle radio come gadget all’epoca dell’uscita del disco e qualche bella foto di corredo. 

Tutto in grandissimo stile per il “rientro in scena” di (What‘s the Story) Morning Glory? a quasi venti anni dalla sua prima apparizione.

Eravamo nell’autunno del 1995. 

Ad un anno esatto dal folgorante debutto, gli Oasis sono già ad un palmo dal culo di Lennon e McCartney.

A dimostrazione che supersonici, i fratelli Gallagher, lo sono per davvero.

(What’s the Story) Morning Glory?, arrivato sugli scaffali il 2 Ottobre del 1995 e già praticamente sold out in prevendita, diventa in un batter di ciglia il secondo disco più venduto in Inghilterra, proprio dietro Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (i primi due sono due inutili raccolte dei Queen e degli Abba, per cui non fanno statistica ma solo tante sterline), appagando in fretta le ambizioni dei due fratellini inglesi mai troppo sazi di ego.

Nel frattempo, nei pochi mesi che separano Definitely Maybe dal nuovo disco, ci sono stati tre singoloni come Whatever, Some Might Say e Roll With It, tanti concerti, tante apparizioni televisive e il riadattamento in chiave brit-pop della vecchia bagarre tra Beatles e Rolling Stones messa su dalla stampa britannica che, grazie all’ esplosione del fenomeno Oasis e alla lenta affermazione del successo dei Blur, torna a respirare e a vendere qualche copia in più.

C’è stata una pioggia di soldi che li ha costretti a stringersi dentro i parka e qualche azzuffatina che ha subito chiarito che, nella guerra contro i rivali, erano loro ad interpretare la parte degli Stones, nonostante la loro musica pendesse pericolosamente dalla parte dei quattro scarafaggi di Liverpool.

Quando arriva, (What‘s the Story) Morning Glory?, arriva per fare male.

Il tempo e il pubblico sono dalla loro parte.

Liam e Noel non possono fallire, mentre chiusi ai Rockfield Studios preparano il disco definitivo del brit-pop.

E infatti non falliscono.

(What’s the Story) Morning Glory? non tradisce l’istinto del primo disco ma si avverte, subito, un’esigenza diversa. Che è quella, magari un po’ megalomane, di convogliare ogni energia per tirare fuori un disco “classico” fatto di grandi canzoni e di tanta cura nei dettagli.

Cambia, rispetto all’esordio, l’approccio alla stesura dei pezzi e alla registrazione usando come canovaccio il sistema usato da Marc Bolan per i suoi successi degli anni Settanta: un abbozzo acustico su cui poi innestare la ruota dentata degli arrangiamenti che, nonostante siano curatissimi, non tendono quasi mai ad “aggredire” il bozzolo originale.

Anzi, sovente (valga anche per molte delle outtakes usate per “arredare” gli estratti dell’album) lasciandoli nudi come quando sono stati partoriti e limitandosi ad abbellirne la grazia implume con fiocchetti o nastri colorati. 

Gli spazi all’interno dei pezzi si fanno dunque più ampi, i dettagli più ingombranti e allo stesso tempo più ricercati, ogni scelta melodica (spesso “rubata” con la faccia di bronzo che li ha sempre contraddistinti) ponderata e risolta con gusto, anche se ad un passo dallo stucchevole, con grandissima abilità e una fortissima eco di pomposa grandeur beatlesiana che avvolge tutto sin dalla copertina che mostra Brian Cannon e Sean Rowley (e un quasi invisibile Owen Morris che stringe fra le mani il master dell’album, NdLYS) che si “scontrano” sulla Berwick di Soho.

Niente è messo lì per caso, dentro il secondo album degli Oasis.  

Ogni canzone è stata costruita non per affiancare ma per sostituire quelle dei Beatles nel cuore degli inglesi comuni.

Hooligans, buskers inghiottiti dalla metropolitana londinese e innamorati abbracciati tra i viali dell’Holland Park aggiornano i loro canzonieri.

Gli Oasis diventano i padroni del mondo.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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