DEMOLITION DOLL RODS – Tasty (In the Red)  

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Nel 1997 Jon Spencer e Mick Collins, i due teoreti del garage/blues anni Novanta, si mettono al servizio dei Demolition Doll Rods, addentando metà per uno l’hot-dog preparato da Dan Kroha, che vuole offrire al mondo il suo spettacolo di pelle nuda e rock ‘n’ roll cercando di coniugare il mondo delle drag-queen e delle pin-up con quelli dei Cramps e dei Gories, la band condivisa con Collins fino a pochi anni prima.

Il suono del suo nuovo gruppo è ossuto quanto lui. Nudo più di lui.

Quelle di Tasty sono canzoni pochissimo vestite.

Dodici canzoni che deragliano lungo la linea ferrata che dal blues porta al garage-rock e poi di nuovo da quello a ritroso verso il blues. Dan Kroha, Margaret Doll Rod e Christine scendono dai vagoni coi loro fisici da deportati, e mostrano i loro tagli da ferri arrugginiti, i lividi sulle loro ossa di filigrana e il loro trucco da prostitute, come se fossero stati portati lì per il diletto perverso degli obergruppenführer.

E invece fanno divertire anche noi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

RADIOHEAD – Minidiscs (autoproduzione)  

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Ho sempre avuto l’impressione che trascorrere una giornata insieme a Thom Yorke debba essere più noioso di un weekend in mia compagnia.

Oggi, ne ho la conferma.

Pur sapendo che sarebbe stata un’operazione destabilizzante ho deciso di sobbarcarmi le famose diciotto ore di registrazione sottratte dagli hackers che, avuta contezza dell’inutilità hanno pensato di ridarle indietro alla band in cambio di un riscatto. Per non cedere al ricatto, la band ha deciso di rilasciare dunque una copia del maltolto in streaming gratuito e chiedendo a chi volesse scaricarlo, di pagare un piccolo obolo da dare in beneficienza per cercare di salvare un pianeta che sarà impossibile da salvare senza applicare le leggi libertarie di Bakunin e quelle socialiste di Marx e lasciando a pascolo libero i maiali della produzione industriale. Dunque anche il lodevole scopo con cui i Radiohead mascherano quest’operazione (qualora venisse garantito il versamento ad Extinction Rebellion) non basta a salvarci e i TG potranno continuare, tra uno spot e l’altro imposto a suon di moneta sonante dagli industriali che stanno divorando questa palla sospesa nel nulla come fanno i bachi con la mela, a tempestarci di pipponi sull’inquinamento inarrestabile.

Di certo sistemare fuori dalla porta diciotto pattumiere stipate di immondizia, neppure ben differenziata, non aiuterà ne’ il pianeta ne’ i suoi abitanti. Diciotto ore di provini, abbozzi, takes di cui sentivano la mancanza solo i feticisti che ai propri idoli leccherebbero anche le suole delle scarpe e che spesso dimenticano che dietro un grande album non ci sono solo grandi canzoni ma anche grandi “progetti” che prevedono scremature, perfezionamenti, trovate brillanti (spesso dovute ad interventi esterni), strategie di produzione e di elaborazione del suono, investimenti economici.

Ecco perché OK Computer, per il quale una parte di questo materiale venne poi usato, è un grande album e questi Minidiscs una roba che, anche a piccole razioni, produce irritazione per sfregamento. E non di mani.      

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

WEEN – The Mollusk (Elektra)  

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Dopo il noiosissimo tuffo nella country music di 12 Golden Country Greats, i Ween regalano al mondo un immenso capolavoro snobbato dal mondo emerso (quello che lascia alle radio il compito di scegliere cosa ascoltare) e da quello sommerso (gli irriducibili che li vorrebbero, dopo tredici anni, ancora a trafficare con strumenti scordati, cassette e microfoni che non funzionano). Un disco dove chi non ascolta prog-rock ci sente del prog-rock, dove chi ce l’ha a morte con gli hippies da quel giorno che Biafra disse di ucciderli ci sente della musica da hippies, dove i nerd possono mostrare finalmente che si, è vero, sono miopi.  

E invece The Mollusk è un disco dove tutto quel che una volta finiva in burla, finisce per trovare una classicità maestosa e quasi beatlesiana. Una sorta di riassunto delle puntate precedenti. Non necessariamente le loro, sia chiaro. Che può capitarti di incrociare gli XTC (Ocean Man), i dEUS (Mutilated Lips), i They Might Be Giants (Waving My Dick in the Wind), i Pogues (The Blarney Stone), i Devo (I’ll Be Your Jonny on the Spot), gli Eels, i Camper Van Beethoven, Julian Cope, i Pavement, Frank Zappa, la caricatura dei Beatles quando erano già una parodia essi stessi e un ostentato paradigma pinkfloydiano come Buckingham Green.

Una bouillabaisse di cefali, mitili e molluschi. Come nella tradizione dei Ween. Solo, preparata in una cucina dotata di ogni accessorio e con la carta dei vini che rischia di farti spendere quel che prima accompagnavi con una birra del discount.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AFTERHOURS – Hai paura del buio? (Mescal)  

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Si apre con una bestemmia il nuovo disco degli Afterhours, quello destinato ad aprire una breccia nel muro dell’underground italiano e a fare della band di Manuel Agnelli il nuovo punto di riferimento della musica alternativa italiana. Album costruito, sin dalla copertina, sull’accostamento e l’alternanza dei contrasti e che mostra come i timidi e dubbiosi approcci alla lingua italiana dei primi anni Novanta siano diventati in poco tempo la carta vincente del gruppo. Il suono di Hai paura del buio? rivela in più di un’occasione (Male di miele, Lasciami leccare l’adrenalina ed Elymania gli esempi più lampanti) la propria ascendenza Pixiesiana ma, come dicevo, non è esclusivamente l’accostamento tra melodia e rumore il solo gioco di contrasti che gli Afterhours elaborano.

Atmosfere e testi giocano spesso col torbido ma occultandolo sotto una patina di purezza persuasiva ed accattivante così come irruenza e calcolo sembrano contendersi il minutaggio dell’intero lavoro tanto quanto le esigenze artistiche e quelle meno schiette e moralmente discutibili di avido calcolo commerciale, tirando fuori le invettive di Sui giovani d’oggi ci scatarro su e l’autoanalisi del Musicista contabile o la constatazione pratica di Questo pazzo pazzo mondo di tasse. Dentro Hai paura del buio? convivono dunque due o più anime artistiche in apparente contrasto, una in grado di elaborare congetture pop ben tornite, arrangiate con perfezione tattica da meretrice incallita e un’altra che invece si nutre di rumori, di suoni stranianti, di strumenti che sembrano “passare di lì” quasi per caso e pure vengono invitati a recitare un loro ruolo che è marginale solo se paragonato ai vestiti formali ed eleganti di canzoni come 1.9.9.6. o Voglio una pelle splendida.  

Lusinghe e insulti elargiti in egual misura. Nessuna fiducia in un mondo migliore, in un’inaspettata esplosione di generosa o travolgente benevolenza. Gli Afterhours covano l’odio e lo accarezzano, poi ce ne porgono una razione, con amorevole disinganno e senza alcuna pietà.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CHARIOT – I Am Ben Hur (Munster)  

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Uno spin-off gustosissimo e passato quasi del tutto inosservato questo degli Chariot, band che “nasconde” in realtà Javier Escovedo dei True Believers, Pat Fear dei White Flag, Brian Young dei Fountains of Wayne e Ken Stringfellow dei Posies.  

Chitarre e melodie “larghe” tipiche della tradizione jingle-jangle e power-pop con qualche saporita puntatina nel beat (le cover di Him or Me dei Raiders e della fantastica Peace of Mind dei Count Five ad esempio) sono il piatto servito dai Chariot. Roba buonissima e cucinata divinamente per addolcire il palato. Nel calderone finiscono pure Merle Haggard, Alex Chilton, Los Bravos e i Choir, accanto ai pezzi scritti dai quattro musicisti americani e che non si fanno scrupoli di sfigurare accanto a quelli dei maestri. E infatti non sfigurano, regalandoci tre quarti d’ora di bella musica che passerà, in un mondo distratto e sempre più ingolfato da sgomitanti  produzioni musicali alla ricerca del loro attimo di gloria, senza lasciare traccia nel cuore dei più.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MUFFS – Happy Birthday to Me (Reprise)  

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Quello tra i Muffs e me non fu un amore viscerale e profondo.

Solo una cotta passeggera. Una storiella da sabato sera.

Ma nel periodo 1991-1998, ovvero nel periodo in cui trionfavano gli/le Hole, io fui probabilmente uno dei pochissimi a preferire il “buco” di Kim Shattuck a quello di Courtney Love e a continuare a preferire le sue succulente canzonette a quelle debosciate della Love. Forse perché dentro continuavo un po’ a sentirci l’eco delle Pandoras. Forse perché come le Big Babol potevi continuare a masticarle fino a che non ti saliva un conato di vomito al retrogusto di fragola e veleno. Forse perché la sessualità della Shattuck era meno ostentata, meno sfacciata e più collegiale. Qualunque sia la ragione e nonostante il trasporto emozionale non fosse proprio quello di una grande storia passionale, le canzoni dei Muffs mi strappavano sempre qualche minuto di spensierato buonumore.

E così continuai ad ascoltarle.

Happy Birthday to Me era la terza raccolta in sequenza e non era peggiore ne’ migliore di quelle precedenti. Musica senza pretese, che non ambiva alle prime di copertina, ma neppure meritava le ultime. Stava lì in mezzo. In coda ai grandi degli anni Novanta. Senza spingere. E a me quelli che non scalciano mi sono sempre piaciuti.

Buon compleanno, Kim.

Tornerò a farti gli auguri anche l’anno prossimo, puoi contarci.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FU MANCHU – In Search of… (Mammoth)  

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Il blu dei Blue Cheer e il nero dei Black Sabbath. Dentro il rosso fuoco della polvere del deserto californiano. I Fu Manchu realizzano con In Search of… forse il loro capolavoro assoluto. Le chitarre di Scott Hill ed Eddie Glass si affiancano e si fronteggiano, per l’ultima volta. E davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo di riff Kyussiani che hanno la forza di un caterpillar. Fuzz e wah wah lavorano a ritmo incessante spingendo i sassi del Mojave come scarabei con enormi palle di sterco.

Dodici brani in apnea da ossigeno, immersi in un unico, stordente aroma di benzina bruciata e di esalazioni hendrixiane da capogiro.

Come una gara di hot-rod sulle piste sabbiose di Marte.

Dimenticando la strada per casa.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SPIRITUALIZED – Ladies and Gentlemens We Are Floating in Space B P (Dedicated)  

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Se la vigilia di Ferragosto del ’95 aveva visto scendere nell’arena i Blur e gli Oasis con la voluta (da parte dell’etichetta dei primi) pubblicazione in simultanea di Country House e Roll With It, il 16 Giugno di due anni dopo un’altra uscita cronometrata mette a confronto i Radiohead e gli Spiritualized, ovvero il lato più intellettuale della “giovane Inghilterra”, quella più lontana dalle zuffe in stile hooligan e dalle riviste per ragazzine alla prima cotta. Sono entrambi al terzo album ma la storia musicale di Jason Pierce, l’argonauta alla guida degli Spiritualized, affonda negli anni Ottanta quando, nemmeno maggiorenne, aveva dato vita agli Spacemen 3 scartavetrando sui dischi di Stooges e 13th Floor Elevators.

Pierce ha già la scimmia sulla spalla da un po’ quando decide di portarsela in giro per lo spazio. Non ha mai sorriso tanto ma da quando Kate Radley lo ha mollato per celebrare in tutta segretezza le sue nozze con Richard Ashcroft, ha smesso di sorridere del tutto pur conoscendo il potere terapeutico del sorriso come ammette candidamente su Broken Heart, il pezzo su cui dà al suo dolore la forma di un requiem. Pierce la porta ancora una volta con sé, per l’ultima volta, nel suo viaggio più ambizioso. Anzi, è proprio la voce di Kate ad introdurre al lunghissimo viaggio affrontato da Pierce alla ricerca dell’armonizzazione perfetta tra la musica orchestrale, gli effluvi psichedelici e i canti di redenzione della musica sacra, affrontando distanze difficilissime da misurare.  

Ladies and Gentlemens We Are Floating in Space B P (dove B P sta per British Pharmacopoeia, ovvero il prontuario farmaceutico ufficiale inglese, NdLYS) è insomma lo scafandro con cui Pierce esce dalla navicella della sua band per tuffarsi nello spazio. Salvo poi, ma di questo era molto probabile Pierce ne fosse pienamente consapevole, restarne intrappolato a vita.

La vastità dello spazio, richiamata nelle dimensioni mastodontiche del lavoro e nel movimento fluttuante e antigravitazionale di molte sue tracce, equivale per il musicista inglese al metro quadrato della sua prigione.

L’anelito religioso sfuma in un atto privo di fede. Non consegnando a Dio neppure un’oncia del suo dolore, egli lo rende spettatore e non terapeuta della sua follia o conforto del suo tormento.

Noi lo siamo parimenti. E l’annuncio iniziale, a mo’ di avviso televisivo, non fa che confermare quale sia il ruolo cui siamo chiamati, obbligati ad assistere all’incanto dello schiudersi dell’atto creativo con la stessa meraviglia suscitata dal fiorire del loto, dallo spumeggiante gocciolio della manna o dall’incompiuto “sorriso” di Brian Wilson trasformato dal tempo in un ghigno di feroce follia.

Il terzo album degli Spiritualized si scioglie come un cero votivo dalle dimensioni paradossali. Noi veniamo macchiati dal suo muco d’ape in un’estasi che vorremmo mistica ma che più spesso è soltanto una trance di trasporto inerte e sbadigliante.

Vollimo, fortissimamente vollimo, farne un disco incommensurabile, non riuscendo a fare bene i calcoli.

Qualcuno, con analogo trasporto, giura di aver visto la Madonna salutarlo dalle nuvole, in una calda giornata di preludio d’estate.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE PRODIGY – The Fat of the Land (XL)  

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A metà degli anni Novanta la club culture è al suo apogeo.

Da Detroit a Londra non c’è un solo culo che non sia manovrato dalle dita di un deejay.

Ma non basta.  

Gli eroi della consolle escono dai club ed invadono i palcoscenici.

I maestri di cerimonia non sono più soltanto gli chef cui viene affidato il menu della festa, ma diventano essi stessi la festa.  

Diventano “visibili”, tridimensionali. Non sono più un nome su un manifesto ma delle autentiche rockstar. La gente che balla le loro selezioni, la loro musica non ha più lo sguardo rivolto al dancefloor, ma al palco. Vuole vedere il muco che  gli cola dal naso, vuole vedere come se lo tirano via mentre maneggiano le loro attrezzature.

Anche la loro musica diventa più invasiva, più parossistica, più “grassa”, più “dotata”: è la nascita del bigbeat. Grande nel nome e nelle dimensioni. I vecchi paladini dei club sono le nuove pornostar della musica. Sfoggiano durate e misure imponenti, umiliando i normodotati. Come facevano i Led Zeppelin o gli Who, con strumenti diversi ma con la stessa quantità di volume.

The Fat of the Land dei Prodigy rappresenta il punto di congiunzione ottimale tra le nuove tendenze della musica elettronica, l’ariete rock e l’immagine shock, fotografando l’atto in cui il mostro mutante apre a calci la porta del laboratorio dove è stato creato e si prepara ad invadere il pianeta, come in un tokusatzu giapponese.

Attuando quel dosaggio perfetto di ingredienti musicali e scenografici fallito sui due album precedenti, i Prodigy rendono finalmente onore al loro nome ed approntano un disco prodigioso nell’allestimento (innestando elementi di hip-hop, techno, ragga, banghra-pop, ambient, electro, crossover, jungle, rock) e orgiastico nei risultati.

È il momento esatto in cui la scena post-rave si ammutina tradendo se stessa.

I Prodigy guidano la flotta.

Sotto coperta i flipper risuonano in tutta la loro scellerata potenza.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE VERVE – Urban Hymns (Hut)  

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Nonostante dei blockbuster come Ok Computer, Be Here Now e Blur, il vero colossal del brit-pop del 1997 si intitola Urban Hymns ed è opera (la terza) dei Verve, appena riabbracciatisi dopo la scissione temporanea a valle di A Northern Soul.

I Verve riaffiorano dunque dai vortici psichedelici dentro cui erano naufragati e riemergono statuari come dei Bronzi di Riace, al cui cospetto il mondo si genuflette incantato tendendo le mani per lucidargli i genitali.

Il punto di svolta, quello attorno cui ruota Urban Hymns e il singolo che lo annunciava al mondo, era stata History, la ballata di fragole e miele pubblicata come ultimo estratto dall’album precedente e sulla quale, in un’accidentale caparra sulla storia, Liam Gallagher batteva le mani.

È quel tipo di orchestrazione Liberty che Youth e Chris Potter, chiamati a produrre il nuovo album, vogliono usare come punto di partenza per la svolta pop della band, come pista magnetica sulla quale attaccare la voce calamitata di Richard Ashcroft, tirandola fuori dai gorgoglii psichedelici dentro cui era stata immersa troppo a lungo. Quello diventerà lo standard per tutte le produzioni dei Verve e per i dischi solisti del loro vocalist da lì in avanti, il “suono dei Verve”. Con buona pace dei lampi hendrixiani e zeppelliniani che gli si riversano sopra rifiutando di essere oscurati dai violini, come succede anche qui su The Rolling People o Come On.

L’effetto è quello di un incendio domato. Del rassicurante, avvolgente, consolatorio abbraccio salvifico del pericolo appena scampato.

Lenitivo come l’unguento iperico dopo una ferita, Urban Hymns è la leccornia pop britannica che tutti si aspettavano, dopo il crescendo dello scontro fra Oasis e Blur e prima che la stella cometa si spostasse a Devon, sulla casa natale di Chris Martin per annunciare la nascita del nuovo Profeta.

Il brit-pop poggia le caviglie sui reggicosce del lettino dell’ostetrico e si lascia scrutare dentro.   

       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro