FU MANCHU – In Search of… (Mammoth)  

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Il blu dei Blue Cheer e il nero dei Black Sabbath. Dentro il rosso fuoco della polvere del deserto californiano. I Fu Manchu realizzano con In Search of… forse il loro capolavoro assoluto. Le chitarre di Scott Hill ed Eddie Glass si affiancano e si fronteggiano, per l’ultima volta. E davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo di riff Kyussiani che hanno la forza di un caterpillar. Fuzz e wah wah lavorano a ritmo incessante spingendo i sassi del Mojave come scarabei con enormi palle di sterco.

Dodici brani in apnea da ossigeno, immersi in un unico, stordente aroma di benzina bruciata e di esalazioni hendrixiane da capogiro.

Come una gara di hot-rod sulle piste sabbiose di Marte.

Dimenticando la strada per casa.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SPIRITUALIZED – Ladies and Gentlemens We Are Floating in Space B P (Dedicated)  

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Se la vigilia di Ferragosto del ’95 aveva visto scendere nell’arena i Blur e gli Oasis con la voluta (da parte dell’etichetta dei primi) pubblicazione in simultanea di Country House e Roll With It, il 16 Giugno di due anni dopo un’altra uscita cronometrata mette a confronto i Radiohead e gli Spiritualized, ovvero il lato più intellettuale della “giovane Inghilterra”, quella più lontana dalle zuffe in stile hooligan e dalle riviste per ragazzine alla prima cotta. Sono entrambi al terzo album ma la storia musicale di Jason Pierce, l’argonauta alla guida degli Spiritualized, affonda negli anni Ottanta quando, nemmeno maggiorenne, aveva dato vita agli Spacemen 3 scartavetrando sui dischi di Stooges e 13th Floor Elevators.

Pierce ha già la scimmia sulla spalla da un po’ quando decide di portarsela in giro per lo spazio. Non ha mai sorriso tanto ma da quando Kate Radley lo ha mollato per celebrare in tutta segretezza le sue nozze con Richard Ashcroft, ha smesso di sorridere del tutto pur conoscendo il potere terapeutico del sorriso come ammette candidamente su Broken Heart, il pezzo su cui dà al suo dolore la forma di un requiem. Pierce la porta ancora una volta con sé, per l’ultima volta, nel suo viaggio più ambizioso. Anzi, è proprio la voce di Kate ad introdurre al lunghissimo viaggio affrontato da Pierce alla ricerca dell’armonizzazione perfetta tra la musica orchestrale, gli effluvi psichedelici e i canti di redenzione della musica sacra, affrontando distanze difficilissime da misurare.  

Ladies and Gentlemens We Are Floating in Space B P (dove B P sta per British Pharmacopoeia, ovvero il prontuario farmaceutico ufficiale inglese, NdLYS) è insomma lo scafandro con cui Pierce esce dalla navicella della sua band per tuffarsi nello spazio. Salvo poi, ma di questo era molto probabile Pierce ne fosse pienamente consapevole, restarne intrappolato a vita.

La vastità dello spazio, richiamata nelle dimensioni mastodontiche del lavoro e nel movimento fluttuante e antigravitazionale di molte sue tracce, equivale per il musicista inglese al metro quadrato della sua prigione.

L’anelito religioso sfuma in un atto privo di fede. Non consegnando a Dio neppure un’oncia del suo dolore, egli lo rende spettatore e non terapeuta della sua follia o conforto del suo tormento.

Noi lo siamo parimenti. E l’annuncio iniziale, a mo’ di avviso televisivo, non fa che confermare quale sia il ruolo cui siamo chiamati, obbligati ad assistere all’incanto dello schiudersi dell’atto creativo con la stessa meraviglia suscitata dal fiorire del loto, dallo spumeggiante gocciolio della manna o dall’incompiuto “sorriso” di Brian Wilson trasformato dal tempo in un ghigno di feroce follia.

Il terzo album degli Spiritualized si scioglie come un cero votivo dalle dimensioni paradossali. Noi veniamo macchiati dal suo muco d’ape in un’estasi che vorremmo mistica ma che più spesso è soltanto una trance di trasporto inerte e sbadigliante.

Vollimo, fortissimamente vollimo, farne un disco incommensurabile, non riuscendo a fare bene i calcoli.

Qualcuno, con analogo trasporto, giura di aver visto la Madonna salutarlo dalle nuvole, in una calda giornata di preludio d’estate.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE PRODIGY – The Fat of the Land (XL)  

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A metà degli anni Novanta la club culture è al suo apogeo.

Da Detroit a Londra non c’è un solo culo che non sia manovrato dalle dita di un deejay.

Ma non basta.  

Gli eroi della consolle escono dai club ed invadono i palcoscenici.

I maestri di cerimonia non sono più soltanto gli chef cui viene affidato il menu della festa, ma diventano essi stessi la festa.  

Diventano “visibili”, tridimensionali. Non sono più un nome su un manifesto ma delle autentiche rockstar. La gente che balla le loro selezioni, la loro musica non ha più lo sguardo rivolto al dancefloor, ma al palco. Vuole vedere il muco che  gli cola dal naso, vuole vedere come se lo tirano via mentre maneggiano le loro attrezzature.

Anche la loro musica diventa più invasiva, più parossistica, più “grassa”, più “dotata”: è la nascita del bigbeat. Grande nel nome e nelle dimensioni. I vecchi paladini dei club sono le nuove pornostar della musica. Sfoggiano durate e misure imponenti, umiliando i normodotati. Come facevano i Led Zeppelin o gli Who, con strumenti diversi ma con la stessa quantità di volume.

The Fat of the Land dei Prodigy rappresenta il punto di congiunzione ottimale tra le nuove tendenze della musica elettronica, l’ariete rock e l’immagine shock, fotografando l’atto in cui il mostro mutante apre a calci la porta del laboratorio dove è stato creato e si prepara ad invadere il pianeta, come in un tokusatzu giapponese.

Attuando quel dosaggio perfetto di ingredienti musicali e scenografici fallito sui due album precedenti, i Prodigy rendono finalmente onore al loro nome ed approntano un disco prodigioso nell’allestimento (innestando elementi di hip-hop, techno, ragga, banghra-pop, ambient, electro, crossover, jungle, rock) e orgiastico nei risultati.

È il momento esatto in cui la scena post-rave si ammutina tradendo se stessa.

I Prodigy guidano la flotta.

Sotto coperta i flipper risuonano in tutta la loro scellerata potenza.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE VERVE – Urban Hymns (Hut)  

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Nonostante dei blockbuster come Ok Computer, Be Here Now e Blur, il vero colossal del brit-pop del 1997 si intitola Urban Hymns ed è opera (la terza) dei Verve, appena riabbracciatisi dopo la scissione temporanea a valle di A Northern Soul.

I Verve riaffiorano dunque dai vortici psichedelici dentro cui erano naufragati e riemergono statuari come dei Bronzi di Riace, al cui cospetto il mondo si genuflette incantato tendendo le mani per lucidargli i genitali.

Il punto di svolta, quello attorno cui ruota Urban Hymns e il singolo che lo annunciava al mondo, era stata History, la ballata di fragole e miele pubblicata come ultimo estratto dall’album precedente e sulla quale, in un’accidentale caparra sulla storia, Liam Gallagher batteva le mani.

È quel tipo di orchestrazione Liberty che Youth e Chris Potter, chiamati a produrre il nuovo album, vogliono usare come punto di partenza per la svolta pop della band, come pista magnetica sulla quale attaccare la voce calamitata di Richard Ashcroft, tirandola fuori dai gorgoglii psichedelici dentro cui era stata immersa troppo a lungo. Quello diventerà lo standard per tutte le produzioni dei Verve e per i dischi solisti del loro vocalist da lì in avanti, il “suono dei Verve”. Con buona pace dei lampi hendrixiani e zeppelliniani che gli si riversano sopra rifiutando di essere oscurati dai violini, come succede anche qui su The Rolling People o Come On.

L’effetto è quello di un incendio domato. Del rassicurante, avvolgente, consolatorio abbraccio salvifico del pericolo appena scampato.

Lenitivo come l’unguento iperico dopo una ferita, Urban Hymns è la leccornia pop britannica che tutti si aspettavano, dopo il crescendo dello scontro fra Oasis e Blur e prima che la stella cometa si spostasse a Devon, sulla casa natale di Chris Martin per annunciare la nascita del nuovo Profeta.

Il brit-pop poggia le caviglie sui reggicosce del lettino dell’ostetrico e si lascia scrutare dentro.   

       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CONSORZIO SUONATORI INDIPENDENTI – Tabula Rasa Elettrificata (Black Out)  

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Nel 1997 il fenomeno C.S.I. esplode come una granata.

Tabula Rasa Elettrificata, terzo disco in studio della band emiliana, arriva in cima alla classifica il giorno stesso della sua uscita.

A preparargli il terreno, nei mesi immediatamente precedenti, c’è stato il tanto discusso tour con Jovanotti che segna in qualche modo la prima crepa fra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, appena rientrato dal tanto sognato viaggio in Mongolia destinato a diventare il viaggio conclusivo della loro lunga storia.

L’accostamento con Lorenzo, fortemente voluto da Ferretti e in qualche modo subito dagli altri, accende dei conflitti che non si spegneranno neppure dopo la scissione del Consorzio eppure, in quella calda estate del 1997, la musica dei C.S.I. riesce a diventare uno tsunami che si abbatte su centinaia di migliaia di persone facendo terreno fertile per il successo di T.R.E.  

La musica dei C.S.I., in parte pensata in Mongolia (Ongii, Gobi, Bolormaa messe in centro, distese una di fianco all’altra, quasi a rappresentarne il cuore), si fa sussultoria, invadente, strabordante e sfacciata. Forse, almeno in chiusura, anche volgare. Ma ha una bellezza lacerante e seducente, con quelle chitarre che si abbattono come un temporale e sanno di uragano, di tromba d’aria, di tifone. Si alzano in cerchi concentrici a formare un imbuto di acqua e di polvere fino a risucchiarti in quel cuore mongolo che dicevo, per poi abbandonarti ai fendenti di dao che si scagliano sulle carni lungo i sei minuti di Accade.

Poi, alla fine, tutto viene trascinato via.

Portato a valle.

Ridotta a imbelle, sterile, igienica tabula rasa. Ricondotta a quella insolente sorgiva punk da cui tutto era stato generato due decenni prima.

Finchè tutto scompare.

La Mongolia, l’Occidente, i C.S.I.

Ciò che doveva accadere, è accaduto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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OASIS – Be Here Now (Big Brother)  

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Il trucco era far suonare i dischi degli Oasis non solo più spesso degli altri, ma più “forte” degli altri in modo che scorrendo con aria svagata la pista della modulazione di frequenza l’ascoltatore cadesse nella trappola. In pochi se ne accorsero. Ma noi che facevamo radio e non solo la subivamo ce ne accorgemmo eccome.

I dischi degli Oasis erano “costruiti” per sbaragliare la concorrenza.

Per annientare qualsiasi rivalità.

Non solo quella dei Blur che era stata costruita per fare gossip, ma tutto ciò che passava per l’FM occidentale.

Lo stesso “trucco” di iper-equalizzazione fu usato per Be Here Now, il terzo album della band di Manchester. Quello destinato ad imporli definitivamente come la band più importante del mondo. Oltre a questo, l’uscita venne “blindata” limitandone in tutti i modi la pre-diffusione in rete (i promozionali vennero inviati in pochissimi esemplari “tracciati”). Insomma, era il 1997 e il mondo era prigioniero degli Oasis.

I fratelli Gallagher hanno percorso velocemente il primo tratto di binario della montagna russa del pop. Adesso, si trovano in cima. Forse non sanno ancora che dopo ci sarà una discesa sempre più rovinosa. O forse si. Ma per adesso, cosa importa? A voi importerebbe?

Be Here Now suona presuntuoso da subito. Anzi, più che presuntuoso, invasivo. Costruito, e costruito bene, per catalizzarsi sul nervo vestibolococleare dell’ascoltatore. Costruito a mo’ di spot pubblicitario: lo ascolti un paio di volte e ti sembra che quelle canzoni siano state lì da sempre. Tu, devi solo raccoglierle.

Il suono delle chitarre è pastoso e vagamente onirico, le vocali dei ritornelli tirate perché ti abbraccino, le consonanti viceversa pesanti, austere, orgogliosamente mancuniane e figlie del lessico proletario e volgare della working-class, gli arrangiamenti sontuosi, talvolta al limite del kitsch beatlesiano (All Around the World), le ballate avvolgenti con cambi di accordo prevedibili ma efficaci, la durata media delle canzoni insopportabilmente lunga. Ovunque, una sensazione spiacevole ma concreta che tutto sia stato fatto con lo stampino ed impastato col Bimby®.

Una bella cartolina dall’Inghilterra.

Ma pur sempre una cartolina.  

Nella sua nuova edizione deluxe, Noel Gallagher che ne ha curato la riedizione e la scelta delle bonus (una ghiotta per quanto ovvia lista di B-sides, tracce dal vivo e una versione inedita e carica di archi di D’You Know What I Mean come unico risultato di un progetto di rimaneggiamento dell’intero disco lasciato di fatto incomputo), gli Oasis ne mandano una pure dalle Antille. Si tratta degli apocrifi provini registrati da Noel e da Owen Morris (e il cameo di Johnny Depp che poi gli Oasis avrebbero tenuto per la versione definitiva) nella residenza caraibica di Mick Jagger sull’isola di Mustique e ora diventati di pubblico dominio.

Il confronto tra le voci di Liam e Noel diventa schiacciante. A discapito di quest’ultimo. Però per noi che siamo tutti, ora che la rete ci permette di farlo in maniera sistematica, un po’ voyeur, il piacere un po’ perverso di spiare la più chiacchierata coppia di fratelli del pop inglese dallo spioncino, rimane. E, tra un gossip e l’altro, un disco in proprio e la ristampa di uno fatto insieme, viene soddisfatta.       

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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ONE DIMENSIONAL MAN – One Dimensional Man (Wide)  

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One Dimensional Man atto primo.

Da Venezia, stretti su una gondola a tre posti.

A spingere il remo dentro quel fiume di rumore che in Italia è appannaggio degli Uzeda. Che però lo immergono dentro le acque del Simeto.

Un disco paurosamente bello, paurosamente malsano, paurosamente eccessivo. Una roba che la Amphetamine Reptile di oggi si sogna e che riesce a tracciare una credibile parallela con le produzioni di band estreme come Jesus Lizard, Shellac e Unsane. Un suono triangolare e “matematico” suonato su chitarra, basso e batteria con Massimo Sartor, Pierpaolo Capovilla e Dario Perissuti che li imbracciano come Efesto mentre forgia l’elmo di Enea, lungo tredici canzoni abominevoli e folli, anche quando il passo si fa spossato nella devozione amorosa di Girl o azzarda un funky d’acciaio come The Last Month’s Rent.  

Un debutto destinato a fare scuola.

E poi a farla saltare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ROBERT WYATT – Shleep (Thirsty Ear)  

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Quest’anno per le vacanze potevo scegliere fra la montagna e il mare.

Invece ho scelto di andare su una nuvola.

Cercando ossigeno dove di ossigeno non c’è quasi più traccia.

Ad una distanza convenevole dalla terra. Nuotando lontano dai pesci predatori.

Portando con me lo stretto indispensabile:

Un pigiama.

Un libro di poesie.

Un violino da accordare.

Una sordina.

Quattro gocce d’assenzio.

Due di morfina.

Un disco dei coniugi Lennon.

Un blues di Dylan.

Per vedere come suonano quando l’aria si fa rada.  

Shleep è un disco sulle modulazioni del sonno e dei personaggi che lo abitano proiettando le loro sagome dentro la placida quiete del dormiveglia. E sui rumori che lo profanano. E’ un disco intriso di solitudine, meraviglia e abbandono.  

Il disco perfetto per quando hai la casa e il cuore sgombro di amici.

Per quando vuoi schivare il rumore senza essere inghiottito dal pozzo fondo del silenzio.

E puoi pitturare le pareti di rosa. O di quel blu di Genova con cui ci fecero le tele per vestirci sottraendole ai cavalletti che avevamo approntato per dipingere i sogni. 

O puoi lanciarti giù, da quelle soffici batuffoli di vapore.

E dare a quel tuffo il nome che vuoi dargli tu.

Senza svegliare nessuno, perché nessuno abbia a rimproverartelo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CHESTERFIELD KINGS – Surfin’ Rampage (Mirror)  

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Non il solito tributo “muto” alla musica surf ma un autentico esercizio di stile vocale, strumentale, scenografico alla musica californiana di Beach Boys, Four Freshmen, Jan & Dean. Come è ormai tradizione della band di Rochester, un cortocircuito temporale praticamente perfetto già dalla grafica e dalle foto di copertina, con la band agghindata a dovere dal taglio di capelli fino al tacco degli stivaletti e la tavola da surf sottobraccio come i fratelli Wilson nel ’64, quando il mondo sembrava bello così com’era e non si volevano fare rivoluzioni.

Surfin’ Rampage è dunque un disco-cartolina che, beffando il tempo, potrebbe essere stato spedito più di trent’anni prima da Santa Cruz, Princeton-by-the-sea, Cayucos o Pismo Beach. Nessuna nota fuori posto, nessuna sbavatura, nessuna armonia vocale meno che perfetta. Il gruppo sembra intrappolato nella sua stessa perfezione maniacale, appagato della sua identità di gruppo-replica seriale in grado di poter riprodurre qualsiasi cosa (il garage-punk, lo sleaze rock, gli Heartbreakers, i New York Dolls, gli Stones, il blues, la surf music) con una efficacia ed una dignità pari a quella originale. Manca però il “carattere”, quello che era emerso su dischi come Stop! e Don’t Open Til Tuesday e che è andato via via disperdendosi in operazioni nostalgia di gran prestigio ma su cui è ormai impossibile fantasticare.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CASINO ROYALE – CRX (Black Out)  

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Bizzarri, gli specchi. Subdoli. Ogni tanto ti ci guardi e ti piaci. Ogni tanto, spesso, no.

I Casino Royale, per celebrare i primi dieci anni, decidono di guardarsi allo specchio. Sono in tanti: il King, BB-Dai, Pardo, Ferdi, Patrick, Manna, Rata e Gatto. E non tutti si piacciono.  

Quella macchina onnivora in cui si è trasformata la band meneghina sta per incepparsi e spaccarsi in due. Non prima di aver regalato al mondo il disco che perfeziona ulteriormente quanto già espresso su Sempre più vicini. Arrivando alla meta cui quello annunciava di avvicinarsi. CRX è un album che suona come nessun altro in Italia, in quel 1997 e per molti degli anni che verranno, che riesce a dare una tridimensionalità anche al vuoto, come dimostra una cosa pazzesca come Ora solo io ora, costruita fondamentalmente sopra il nulla, dentro le intercapedini di un beat e di qualche sparuto rumore, con le voci di Alioscia e Giuliano Palma totalmente sovrane. Molto di quello che sta qui dentro è in qualche modo una evoluzione del concetto ritmico che stava dentro un lavoro seminale come Rapadopa di DJ Gruff che infatti qui dentro continua a mettere qualche sua bella unghiata. Oltre, Là dov’è la fine, Homeboy, In picchiata, CRX, The Future sono costruite fondamentalmente su un beat. Il resto è un ennesimo lavoro di rasatura eseguita col rasoio di Occam, come era stato per il disco precedente.

Casino Royale diventano l’equipaggio dell’enterprise in orbita lungo una traiettoria spersa e solitaria. Poi i portelli si aprono, qualcuno si lancia nello spazio dentro una capsula che gli permetta di rientrare alla base. I più audaci però, perseverano nel loro viaggio fra le stelle.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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