RADIOHEAD – Minidiscs (autoproduzione)  

0

Ho sempre avuto l’impressione che trascorrere una giornata insieme a Thom Yorke debba essere più noioso di un weekend in mia compagnia.

Oggi, ne ho la conferma.

Pur sapendo che sarebbe stata un’operazione destabilizzante ho deciso di sobbarcarmi le famose diciotto ore di registrazione sottratte dagli hackers che, avuta contezza dell’inutilità hanno pensato di ridarle indietro alla band in cambio di un riscatto. Per non cedere al ricatto, la band ha deciso di rilasciare dunque una copia del maltolto in streaming gratuito e chiedendo a chi volesse scaricarlo, di pagare un piccolo obolo da dare in beneficienza per cercare di salvare un pianeta che sarà impossibile da salvare senza applicare le leggi libertarie di Bakunin e quelle socialiste di Marx e lasciando a pascolo libero i maiali della produzione industriale. Dunque anche il lodevole scopo con cui i Radiohead mascherano quest’operazione (qualora venisse garantito il versamento ad Extinction Rebellion) non basta a salvarci e i TG potranno continuare, tra uno spot e l’altro imposto a suon di moneta sonante dagli industriali che stanno divorando questa palla sospesa nel nulla come fanno i bachi con la mela, a tempestarci di pipponi sull’inquinamento inarrestabile.

Di certo sistemare fuori dalla porta diciotto pattumiere stipate di immondizia, neppure ben differenziata, non aiuterà ne’ il pianeta ne’ i suoi abitanti. Diciotto ore di provini, abbozzi, takes di cui sentivano la mancanza solo i feticisti che ai propri idoli leccherebbero anche le suole delle scarpe e che spesso dimenticano che dietro un grande album non ci sono solo grandi canzoni ma anche grandi “progetti” che prevedono scremature, perfezionamenti, trovate brillanti (spesso dovute ad interventi esterni), strategie di produzione e di elaborazione del suono, investimenti economici.

Ecco perché OK Computer, per il quale una parte di questo materiale venne poi usato, è un grande album e questi Minidiscs una roba che, anche a piccole razioni, produce irritazione per sfregamento. E non di mani.      

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

Annunci

BRUTOPOP – La teoria del frigo vuoto (Flop)  

0

Magari i Brutopop ce li avete già in casa e non lo sapete visto che, al di là di un disco di debutto passato inosservato, è già da cinque anni buoni che lavorano con gli Assalti Frontali, suonando praticamente su ogni traccia di Terra di nessuno e Conflitto. Ora esce però questo nuovo disco interamente in proprio e stampato sulla loro etichetta e che è una delle uscite più in sintonia col post-rock che agita il mercato musicale d’oltreoceano, però con tanto tintinnio di calici da aperitivo come nella migliore tradizione lounge. Un po’ come se qualcuno stesse bevendo un Martini mentre ascolta i Rex.

Il risultato è un disco piacevolissimo. Un po’ una versione muta dei Massimo Volume ma ugualmente filmica nella sua narrazione squisitamente strumentale.

Rispetto al suono grezzo di Bienvenidos quello de La teoria del frigo vuoto mostra una raffinatezza sorprendente, una voluttà quasi erotica unita ad un ottimo senso della misura che lo salva dalle complicazioni intellettuali di tante band così come dal vuoto concettuale di altre.

Forse una copertina più attraente avrebbe potuto spingerli oltre i confini della nicchia di ascolto cui verranno rilegati. Però magari questo li preserverà dal diventare i nuovi Montefiori Cocktail e di riempire il loro frigo di roba superflua, come lo sono i nostri.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

ANDRE WILLIAMS – Silky (In the Red) 

1

Una risata da vecchio porco.

Quindi dei tamburi riverberati così tanto da creare un effetto Doppler da cerimonia voodoo.

Poi entra un riff che è praticamente quello di Destination Lonely degli Huns rattoppato con il nastro da carrozziere.

Sembrano i Gories.

Anzi, SONO i Gories.

Mick Collins e Dan Kroha rabberciano il doppiopetto gessato di Mr. Andre Williams e gli fanno il nodo alla cravatta.

E poi lui parte, con una delle sue classiche poesie d’amore: Tutti cercano il modo per mettere il piede sulla luna, io quello per mettere qualcos’altro nel grembo di una donna.

Con Andre Williams e i Gories un mare di altra gente: Joe Greenwald, Phil Carlisi, Ewolf, Lou Gene Phillips, Jim Diamond, Matt Smith, Mary Restrepo, Jeff Meier e ancora altri a pestare i piedi e le nocche delle mani mentre lui parla di fregne che puzzano e minaccia di cavare gli occhi a chi gli ha portato via la macchina (“tieniti pure mia moglie, ma ridammi indietro l’auto, immediatamente”).

Silky è un disco di spettacolare, fumante black ‘n’ roll, pieno di canzoni zozze, turpiloqui da pornazzo, riff lerci e stomp da saloon come Bonin’, Only Black Man in South Dakota, Car with the Star, Let Me Put It In, Agile, Mobile & Hostile, Pussy Stank, Everybody Knew cantanti in ginocchio davanti ad una fica, perché schiuda le sue fauci rosee e ci inghiotta per intero.

Andre Williams è lo zio sporcaccione con le dita più lunghe d’America.

                                                          

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MASSIVE ATTACK – Mezzanine (Virgin)  

0

Mezzanine sono gli angeli neri dei Massive Attack che scendono dal cielo gocciolando come gli orologi molli di Dalì o il famoso rubinetto incrostato dei Cure. Al terzo album la musica della crew del Wild Bunch si tinge di un nero diverso, di un cupo livore post-punk austero ed ostile. Virginee dark ladies e uomini d’ebano dalle voci eunuche stanno come statue di cera nera sulla banchina del porto di Bristol, mentre il mare gonfia e schiuma come il muso di un cavallo agonizzante. Alle loro spalle fumaioli e ciminiere lavorano a pieno regime, imbrattando il cielo come fossero gigantesche bombolette di Banksy.

3D, Daddy G e Mushroom sono gli uomini dietro le macchine.

Quando si passano la mano sulle barbe di setola si sente un fruscio del tutto simile a quello di una puntina su un vinile.

E dietro a loro altre macchine.

E un altro uomo dietro le macchine, che si chiama Tim Young come fosse il piano tariffario di un operatore di telefonia.

Quando tocca i cursori si sente un picchiettio, come se attraverso i vetri dialogasse con gli altri in codice Morse.

E ancora dietro Neil Davidge, che muove le braccia come un direttore d’orchestra e ogni volta che colpisce una mosca si sente il suo ronzio trasformarsi nel brusio morente di uno starter che asfissia per mancanza di tensione.  

I loro sono cuori che battono all’unisono nelle tracce chiamate a diventare dei classici della musica elettronica di fine secolo: Angel e Teardrop, canzoni che sono lampadari di cristallo che ciondolano sulle nostre teste come enormi pendoli di diamante. Ma scendendo più a fondo Mezzanine mette ancora più paura; Group Four, la title-track, Inertia Creeps e Risingson sono come lampade di Wood che lampeggiano dentro un’excape room, mostrando fotogrammi visivi di una via di fuga che non è facile individuare, seppure la band lasci aperta la porta del reggae facendo entrare una densa folata di vapore caldo, ingannandoci di poter prendere fiato, lasciandoci invece tramortiti per l’umidità irrespirabile di Man Next Door ed Exchange.

Mezzanine è un disco che incombe, che ci tiene in tensione, in allarme perenne, è un’opera-thriller dove l’ansia si accumula fino a diventare ossessione maniacale, fobia per l’aria e per l’assenza di essa, per gli animali e per l’uomo, per gli specchi e per i corridoi, per gli ascensori e per le vertigini date dalle scale, per le spirali e per le linee rette, per il nero osceno e per il bianco abbagliante, per i pipistrelli e i roditori.

Per il futuro.

E per il presente che ne anticipa l’arrivo come le nuvole minacciose che sono preludio di pioggia.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BILLY BRAGG & WILCO – Mermaid Avenue (Elektra)  

0

La casa di Woody Guthrie sulla Mermaid Avenue di Coney Island era una casa senza porte. Nora, una dei quattro figli avuti dal matrimonio di Woody con Marjorie Greenblatt, lo ricorda bene. Gente che entrava ed usciva senza soluzione di continuità, artisti come Odetta, Bob Dylan, Ramblin’ Jack Elliott, Leadbelly, Pete Seeger, Sonny Terry stavano lì per giorni, settimane, mesi. Non erano elemento di disturbo al ménage familiare ma erano essi stessi parte di quella famiglia allargata. Nora Guthrie non ha mai tradito quello spirito e, dalla morte del padre, si è sempre prodigata per “aprire le porte di casa”, distribuendo testi inediti dell’enorme repertorio di papà Woody custodendone la memoria senza esporla in una teca di vetro ma facendone cosa viva grazie alle mani di spiriti affini cui è stato affidato il compito di dare una forma musicale a quei testi.

Billy Bragg, uno che suona la stessa macchina ammazzafascisti del buon Guthrie, è stato convocato direttamente da Nora per dare un vestito a quelle parole, proprio come sua mamma faceva quando, negli ultimi anni della vita di Guthrie, si trovò a modificare i vestiti del marito per difendere quel po’ di dignità che il morbo di Huntington non aveva ancora distrutto. Un compito che Bragg ha accettato di buon grado ma che ha voluto condividere con altre anime elette.

Esce così fuori Mermaid Avenue, lavoro a più mani che vede Billy Bragg, i Wilco e Natalie Merchant pasturare in un pascolo comune regalandoci un piccolo miracolo di musica roots (seppur forse fin troppo levigata proprio nel tentativo di sfuggire alla trappola di realizzare un disco Guthriano fino al midollo, NdLYS) in cui i testi di Guthrie vengono imbastiti su strutture musicali che sono debitrici al folk del musicista newyorkese ma non ne sono affatto schiave. Dunque in canzoni come Ingrid Bergman, Way Over Yonder in the Minor Key o Eisler on the Go troverete più Billy Bragg di quanto possiate mai sognare di trovare, così come nella sublime One by One ritroverete l’essenza dei Wilco e più ancora quella degli Uncle Tupelo, avvolta in una malinconica patina di nostalgia che ben si adatta alla lirica dell’autore.

Nora Guthrie può continuare a tenere aperta la porta della casa di Mermaid Avenue, lasciando che il vento faccia dei fogli del padre delle piccole vele per volare sopra tutta l’America.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

CALEXICO – The Black Light (Quarterstick)  

0

L’estrema conseguenza di tutto il “rinnovamento” della musica tradizionale iniziata col Paisley Underground e la febbre “roots” dei medi anni Ottanta fu che quella macchina del tempo avviata da band come Jason and The Scorchers, Long Ryders, Green on Red, Gun Club et similia diventò ingovernabile, proiettando gran parte dei protagonisti indietro fino alla riscoperta della musica degli avi. Dave Alvin, Jeffrey Lee Pierce, Alejandro Escovedo, Dan Zanes, Exene Cervenka, Tito Larriva, Sid Griffin coi Coal Porters finirono per dare ragione ai Los Lobos, tra tutti i “rinnovatori”, quelli da sempre più prossimi a una musica imbrattata di radici storiche e culturali, quelli sempre meno propensi alla contaminazione.  

Joey Burns e John Convertino dei Giant Sand si trovarono nella stessa condizione quando decisero di mettersi in proprio. La scelta del nome era già un chiaro indizio di quanto i Calexico volessero indugiare sul tema della frontiera, in particolare proprio quella che, estendendosi fra la California e il Messico sembra stringere l’Arizona in un abbraccio.

Un confine che sa già di cinema. Ed infatti la musica dei Calexico è molto cinematografica, ambientale, paesaggistica. C’è il western, ovviamente. Ma c’è anche quell’esuberanza a volte fuori luogo della musica mariachi (che uscirà fuori in maniera ancora più ingombrante sul disco successivo, NdLYS), e certe tristezze che sono già la porta d’ingresso alla malegria sudamericana che è anche un po’ la nostra, quella siciliana in grado di intonare un testo come Vitti na crozza su una musica da ballo da festa paesana. Morricone e i Los Lobos, inestricabili.

Ma c’è anche, dentro The Black Night, molta dell’attitudine slo-core e post-rock che in quegli anni cerca di mettere a riposo il rock dopo l’orgia del grunge. Battute lente e voci sussurrate come il presagio di una sciagura omicida imminente o come monito ad una già consumata.

Il paradosso di una nevicata sulle terre baciate dal sole.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

LOU X – La Realtà, la Lealtà e lo Scontro. (Sony Music)  

0

Ossessivo e claustrofobico. E artigianale fino al paradosso, nonostante fosse destinato ad una major, La Realtà, la Lealtà e lo Scontro. è il disco che Lou X progetta dopo aver accettato di uscire dall’ombra e salire sul palco del Primo Maggio (nessuno del pubblico a casa se ne accorgerà, visto che sarà l’unico a non essere ripreso dalle telecamere, NdLYS) e ad aprire la data romana per i Cypress Hill.

Il terzo e ultimo album del rapper abruzzese è un disco inquieto e carico di pessimismo e brutti presagi, nonostante la sfavillante copertina che adesso il tempo ha pesantemente ingiallito e che questa nuova ristampa restituisce agli antichi, accecanti splendori. Allestito da Lou X stesso per quanto riguarda le basi e spartito in rima con il cugino C.U.B.A Cabbal, fiero “compagno di branco” dentro la Costa Nostra, la crew del granchio adriatico.

I due inediti dell’epoca, negati all’ultimo momento da Patty Pravo che aveva dapprima concesso i campionamenti di Sentimento e di …e tornò la primavera rimangono tali, perché il tempo scorre ma il dissenso continua a fare paura e ai discografici non interessa intentare guerre con nessuno.

La scaletta rimane dunque pressoché identica a quella di quel lontanissimo 1998.

Canzoni dalle rime fittissime innestate dentro basi ripetitive fino al parossismo. Nonostante il logo del granchio faccia bella mostra di sé sul cappellino del rapper di Pescara e la Costa venga glorificata in rima più di una volta, sul disco si respira una solitudine immensa, preludio a quell’isolamento in cui Lou X si confinerà non appena il disco arriva sugli scaffali dei negozi, rinunciando ad ogni tipo di promozione e dileguandosi nel nulla, probabilmente schifato dall’ingranaggio del music-business, forse solo deciso a portare l’ermetismo che si respira pesante sul disco fino alle estreme conseguenze di un eremitaggio fisico e psicologico. Chi gli stava vicino in quell’ultimo perimetro labirintico e onirico che fu La Realtà, la Lealtà e lo Scontro. lo ricorda impassibile, estraneo ad ogni cosa, privo di qualsiasi sorriso, di qualsiasi gesto di clemenza. “Tutto quello che ho da dire, l’ho detto sul disco” dichiarerà, evasivo, ai discografici della BMG una volta presentato l’album nei loro uffici. Poi, avrebbe chiuso quella porta per sempre (tornerà, molto ma molto timidamente, millenni dopo, nascosto fra le tracce degli amici Aban, NdLYS).  

Un disco che è un testamento, come di chi si approssima alla morte.

Canzoni pese, che se le immagini lunghe appena qualche minuto in più, sai già che non riusciresti a sopportarle. Un lavoro fatto e pensato per non vendere una sola copia in più di quante ne potrebbe vendere agli amici, a chi crede al suo messaggio, al suo cupo livore, alla sua necessità di non omologarsi, di sputare in faccia allo Stato e alle sue sentinelle.

Le nuove canzoni girano su campionamenti bizzarri (le inquietanti gemelle di Shining, Fabrizio De Andrè, i Bauhaus), quasi totalmente prosciugate dal funk, mescolate a piccole aperture mediorientali (che C.U.B.A. esplorerà ancora, ad esempio sul suo The Dervish Made Me Do It), canti da opera e sordide arie da bettola, da cantina “cafona”, da sagra paesana. Insomma, come dice lui sulla straniante Il mattino ha l’oro in bocca: “se cerchi distrazione, non è canzone”.

Lou X va via con un disco circonvesso su se stesso, un disco che non cerca scorciatoie verso quel successo che in molti bramano e che in effetti molti raggiungono. Semplicemente, non gliene fotte un cazzo.

Può andare in giro a tirar fuori i granchi dalle insenature degli scogli, scendere giù al mercato a scegliere il pesce per il cacciucco.

Calarsi il berretto sin sugli occhi.

Esagerare, calarselo fin sul mento.

E scegliere di non parlare più neppure con se stesso.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

UZEDA – Different Section Wires (Touch and Go)  

2

Se me lo avessero detto allora, che la sezione ritmica degli Uzeda sarebbe diventata da lì a pochissimi anni quella della Nannini, non ci avrei creduto neppure davanti a un notaio. E invece andò esattamente così.

Nel 1998 però, prima di quella lunghissima pausa che ne seguirà e che permetterà loro appunto di suonare con la cantante toscana, Davide Oliveri e Raffaele Gulisano sono ancora saldamente legati a Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta. Insieme sono probabilmente il corpo sonoro più duttile ma anche più robusto mai nato in Italia.

Sono ancora una volta loro quattro, stavolta senza la complicità di Giovanni Nicosia, a mettere mano a Different Section Wires, forse il capolavoro assoluto del noise-rock mai pensato da menti italiane. Un disco che arriva mentre la loro Indigena Records lavora a pieno regime (con le produzioni di 100%, Plank, Keen Toy e Jerica’s uscite praticamente una sopra l’altra) ma che può fregiarsi del logo Touch and Go sulla propria copertina, così come era stato per l’EP 4 di tre anni prima.

Quella tra l’etichetta di Chicago, la manovalanza artistica di Steve Albini e la musica del quartetto catanese è una delle combinazioni più riuscite e biologicamente naturali del rock contemporaneo. E Different Section Wires non tradisce le aspettative che questo connubio si trascina dietro.

La musica degli Uzeda diventa il borbottio gastrico di Polifemo, il rumore delle sue ossa mentre cerca di farsi spazio dentro la grotta dei ciclopi.

Non ha dimestichezza con le buone maniere.

È truce, snodata e infrangibile.

Corazzata come il corpo di un armadillo, si muove a scatti e a convulsi movimenti centripeti, fino ad azzannarsi la coda.

Attraverso la porta Uzeda passa il cavallo di Troia della più grande noise band italiana. Gran parte dell’Occidente viene abbattuto.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DROPKICK MURPHYS – Do or Die (Hellcat)  

0

Nei paesi celtici le vittime degli upskirt sono gli uomini. A Boston, periferia dell’impero irlandese in terra americana (il sangue irlandese scorre praticamente in un quarto della sua popolazione), pure. Sotto il kilt dei Dropkick Murphys si vede un’erezione perenne da fare invidia ai re del porno.

Ve ne accorgerete anche senza curiosare sotto le loro gonnelle. Basta prestare ascolto al loro disco di debutto.

Basso/chitarra/batteria e cornamuse. E tanta voglia di scazzottare, come il loro idolo John E. Murphy.

Do or Die, con la sua fierezza sbandierata, ostentata ed urlata, è il disco che ci fa sentire tutti appartenenti ad una comunità che neppure conosciamo.

Ci fa sentire skin, operai, irlandesi, carcerati, celtici, Bostoniani, marinai, emigranti, devoti di San Patrizio.

Con sedici canzoni sporche di sudore e di asfalto. Canzoni come Do or Die, Get Up, Road of the Righteous, Caught in a Jar, Noble che ti obbligano ad imparare l’inglese per poterle strillare a squarciagola sopra quella parata di strumenti potente come una randellata sui denti.

Forte, sempre più forte, finchè Tim Finnegan non resusciti dal suo sepolcro di mattoni rossi.

E noi saremo lì a servirgli la sua pinta di birra scura.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

REFUSED – The Shape of Punk to Come: A Chimerical Bombination in 12 Bursts (Burning Heart)  

0

La Svezia non vanta una tradizione punk eccellente e, nel genere, nessun disco imprescindibile eccetto uno: si intitola The Shape of Punk to Come, esce nel 1998 e lo realizzano i Refused, consegnandosi alla storia (non ho comprato nessuno dei libri sul punk di cui sono infestate le librerie e che sono stati osannati dai colleghi compiacenti ma sono certo che il loro nome, se quei libri valgono almeno la metà del prezzo che chiedono, sarà lì dentro, NdLYS).

Non so quanti di voi lo abbiano ascoltato, quel disco lì. Ma se avete amato alla follia Relationship of Command degli At the Drive-In che gli è successivo di un paio d’anni o se avete in casa l’intera discografia dei Fugazi, dovreste dargli un ascolto. Quelli successivi verranno da sé. Se invece per voi il punk degli anni Novanta erano i dischi di Green Day e Blink-182 beh, tenetevi quelli.

The Shape of Punk to Come riesce a contaminare l’hardcore più “canonico” dei primi due dischi dei Refused generando un grande capolavoro di punk progressivo. Che è un ossimoro messo lì proprio volutamente, non come le minchiate scritte senza cognizione di causa su Rockol. Senza rinnegare la vocazione al massacro, i Refused si rimettono in discussione, interrogandosi sul futuro allargano gli orizzonti del punk tutto con una risposta netta e decisa. Passano correndo su quel campo pieno di mine anti-uomo e si fanno saltare in aria.

Fregandosene dei cartelli di divieto imposti dalle comunità punk e hardcore, spesso più intransigenti ed inflessibili del bigottismo che vorrebbero combattere, i Refused fanno quel che vogliono e come vogliono. Prendono la parte viva del corpo punk e  gli innestano dentro filamenti elettronici, falangi jazz, placche di metallo e protesi rumoriste per creare un nuovo ominide capace di reggere adeguatamente il fardello del loro dissenso e del loro messaggio anticapitalista che poi verrà sviluppato in altre forme non meno appariscenti dagli (International) Noise Conspiracy, creando tra “le forme del punk a venire” una delle più credibili e sicuramente una delle più debordanti.

Sarà il sabotaggio a renderci liberi. Gettate un masso tra gli ingranaggi.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro