RAGE AGAINST THE MACHINE – The Battle of Los Angeles (Epic)  

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La nuova chiamata per l’adunata sediziosa di cui i Rage Against the Machine sono in qualche modo profeti e portavoce, arriva nel 1999, con un disco spettacolare ed esplosivo quanto i due che lo hanno preceduto che se stavolta non ci scoppia in mano è solo perché nei sette anni che lo separano dall’arrivo sulle scene della formazione californiana ci siamo abituati in qualche modo ad armeggiare con le sue polveri piriche senza far venir giù le mura di casa.

Facendola brillare all’esterno, possibilmente.

Così come era stata concepita.

Musica del ghetto. Fiera, antagonista, arrabbiata.

E si, i Fugazi non incidono per una major mentre loro no, lo so.

E si, nel frattempo la fusione metal-rap ha generato dei mostri che manco quando fu mescolato l’hard rock con la musica di Puccini. Però basta far decantare e la merda verrà a galla da se.  

E si, Zack de la Rocha continua a sobillare la folla e ad incitare alla rivoluzione sul “solito” tappeto di chitarre croccanti come un campo coperto da locuste.

Nessuna variazione sul tema, dal punto di vista musicale. Morello usa il suo strumento come Terminator X faceva coi suoi piatti, con l’intento di ferire. Le parole vengono snocciolate come la cartucciera di un AK47.

La ritmica è quadrata, precisa, scultorea. Adatta a modellare le deformità di questo mondo su parallelepipedi di granito.

Testify, Guerrilla Radio, Maria, Voice of the Voiceless, Sleep Now in the Fire, War Within a Breath sono gli ultimi salmi cantanti con rabbia contro la macchina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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MAN OR ASTRO-MAN? – EEVIAC: Operational Index And Reference Guide, Including Other Modern Computational Devices (Epitaph)  

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Piccola considerazione: il tempo e le sue regole riguardano solo noi terrestri, i nostri cartellini da timbrare, i nostri appuntamenti da rispettare o da disdire con esecrabile falsità, le nostre lancette da spostare.

Immergersi nel nuovo disco dei Man or Astro-man? è invece un’esperienza non molto dissimile da una seduta di teletrasporto: dagli anni ’50 al futuro prossimo venturo con tutto quello che ci sta nel mezzo. Musicalmente, ma non solo.

Un disco con diverse anime che collidono una sull’altra. Precipitevolissimevolmente.

I soliti surfettoni iperveloci, l’elettronica minimale dei Kraftwerk, il rumore bianco dei Sonic Youth, il fragore lo-fi dei Mummies, la Blues Explosion che implode nello spazio come una stella al collasso. Fino all’approdo sulle distese lunari di Myopia.

Un disco, forse il primo, che riesce ad attualizzare la surf-music e renderla moderna, adeguata ai nostri tempi, disegnando una rotta che senza tradire il vecchio amore per gli strumentali di Ventures e Duane Eddy ci porta nel mondo robotico di Spazio 1999 e Guerre Stellari, allineando chitarre twangin’ e computer Macintosh.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FATSO JETSON – Flames for All (Man’s Ruin) / ALABAMA THUNDERPUSSY – River City Revival (Man’s Ruin)

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Il polverone attorno alla scena stoner rischia di tapparci le narici e il pericolo di ingolfare i nostri scaffali di dischi costruiti su un unico, mastodontico riff potrebbe mettere un brusco freno ad una scena che invece ha seminato solo in parte il suo potenziale.

Orecchie aperte dunque e, per un paio di minuti, anche gli occhi: l’offensiva stoner griffata Frank Kozik arricchisce di due nuovi mammuth la propria galleria di mostri.

Fatso Jetson altri non sono se non la nuova creatura dei fratelli Lalli nata dalle ceneri degli Yawning Men (ricordate la Catamaran che stava sull’ultimo Kyuss? Bene, era loro. NdLYS) e recenti avventori al bancone del saloon di Palm Springs sotto la corazza dei Green Monarchs. Il loro album è un disco che R.E.S.P.I.R.A., se capite ciò che intendo. Mentre buona parte del fenomeno pare soffocare sotto le polveri d’amianto, Fatso Jetson è un polmone che si allarga e si comprime, una tavola che domina le onde invece di affondarci dentro.

Ascoltate Let’s Clone e ditemi in quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo dove i Wall of Voodoo si dividono la sdraio con i Deltones. Le dune di Palm Springs che si trasformano in flutti spumosi.

E anche i momenti più intensamente stoner vivono di intuizioni brillanti, vicine allo spirito dei Queens of the Stone Age. Riffs che schizzano via impazziti e “scivolosi”: gli Electric Peace compressi in un vortice fuzz e catapultati in orbita. Diverso il discorso per i Thunderpussy ai quali difetta l’ironia (mal) sana dei Fatso. Un neo condiviso con gran parte della scena stoner.

Alabama Thunderpussy si agganciano all’ala meno “progressiva” e lunare della scena.

Riff monolitici e spaccaossa che si chiudono su se stessi, doomati e potenti. Classici quanto basta per essere retrò e impermeabili a dilatazioni suggestive. Ahimè, forse un po’ troppo autocompiaciuto e celebrativo per risultare affascinante.

 

            Franco “Lys” Dimauro

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THE BLACK CROWES – By Your Side (Columbia)  

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Il disco che inaugura il nuovo contratto con la Columbia parte con il piede sull’acceleratore. Go Faster tiene infatti fede al suo titolo, nel tentativo di recuperare il tempo perduto fra il disco precedente e questo nuovo.

Attorno ai fratelli Robinson sono cambiate nel frattempo diverse cose.

Il disco consegnato alla American Recordings non è piaciuto e la band ha fatto le valigie (la American ci ripenserà tempo dopo, con i corvi ormai volati lontano, pubblicandolo come Lost Crowes assieme agli scarti di Amorica., NdLYS). Marc Ford è stato allontanato dal campo dove i corvi vanno a beccare e Johnny Colt ha lasciato il nido per diventare uno yogi. Non l’orso, quello che saluta il sole al mattino e riverisce la luna di notte. Un lavoro di “depurazione” che i Black Crowes celebrano sulla copertina del nuovo disco vestendosi di un angelico bianco.  

Rich Robinson, ribattezzatosi The Prince per l’occasione, non fa rimpiangere il Ford che ha abbandonato il garage. La sua chitarra, che la magia della produzione alterna e sovrappone nel ruolo di ritmica e di solista, non ha un solo attimo di cedimento e By Your Side, dopo le incertezze del disco precedente, rimette il suono dei Black Crowes nella carreggiata del miglior rock sudista contemporaneo, con gli occhi sempre fissi a guardare quelli di Keith Richards, Mick Jagger e Ron Wood.

I detrattori che li vogliono alfieri di un rock demodè avranno di che rodersi il fegato e dovranno rivolgersi altrove, aspettando magari che nasca il Kid A di cui pare sia iniziata la gestazione in un’altra parte del globo.

Qui dentro, solo puzza di vecchio.

La naftalina l’ha mangiata tutta Eta Beta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VIVA VERTIGO – Viva Viva (Bad Afro) / SULO – Rough Diamonds (Feedback Boogie) / DENIZ TEK & SCOTT MORGAN – 3 Assassins (Career) / ON TRIAL – Head (Molten Universe)

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Uscita insolita per la Bad Afro, avvezza a pattume di ben altra caratura, quello accreditato a Simon Beck alias Viva Vertigo. Viva Viva è un disco debole e trascurabile con momenti di disarmante bruttezza come Satellite Song o Shade, ballatone cupe da far accapponare la pelle senza nemmeno un’oncia del pathos disperato che necessita in quelle occasioni.

Rough Diamonds  è invece intitolato al solo Sulo (perdonate il gioco di parole) ma in realtà ci sono più persone qui dentro che in tutta la discografia dei suoi Diamond Dogs. Le ragioni stanno nel fatto che a Sulo, oltre che cantare non riesce praticamente neppure il giro di Do sulla chitarra dello zio e che il materiale che sta dentro questo suo debutto solista è il risultato di sei anni di registrazioni effettuate tra una pausa e l’altra della sua band. Il materiale maneggiato è facilmente intuibile: rock tipicamente seventies nell’attitudine e nella forma. Aerosmith, Hanoi Rocks, Rolling Stones. Rispetto ai Diamond Dogs si nota una minore “dipendenza” dal suono Black Crowes ma anche (le cose credo vadano a braccetto) la perdita di quel vigore soul senza il quale un pezzo come Vegas Vamp rischia grosso di somigliare più ad una outtake degli Oasis piuttosto che ad una ballad dei Glimmer Twins.

È una autentica Detroit-connection quella che si celebra dentro 3 Assassins , disco live dove si ritrovano piromani come Deniz Tek & Scott Morgan, i fratelli Pasquini e Stefano Costantini. Quello che viene fuori, se non lo avete visto sui palchi francesi e italiani durante quel tour del 2001, potete sentirlo qui: tre chitarre e una sezione ritmica implacabile che sparano verso il cielo le fiamme dei classici di MC5, Sonic‘s Rendesvouz Band, Stooges oltre che ai minor-hits di Deniz del periodo Outside. Travolgente e superelettrico.

E a proposito di covers, la Molten ristampa in formato full-length il 10” Head degli On Trial approfittando del momento di gloria “riflessa” che la band danese sta vivendo sull’onda di Money for Soul dei paralleli Baby Woodrose. Si raggiunge dunque quota dodici brani con l’aggiunta di masterpieces come Parchment Farm di Mose Allison o Starship di Sun Ra, perfettamente integrati alla psichedelia fumogena del gruppo straboccante di pedali superfuzz e divorata dai flussi del wah wah. So che non renderò giustizia al songwriting del gruppo ma questo rimane il loro capolavoro.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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SPACIOUS MIND – The Mind of a Brother (Delerium) / ISIS – Edgar’s Hair (Suburban)

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Approdano alla corte della Delerium gli svedesi Spacious Mind, alfieri della psichedelia cosmica per tutti gli anni Novanta e gruppo emblema, al pari di Ozric Tentacles e Mandragora, di quell’hyppismo astrale che ha innalzato a Stonehenge e Terrastock i propri templi e ridisegnato il sistema solare secondo logaritmiche visionarie e devianti.

Una sorta di filosogia freak vicina allo spirito new age di equilibrio universale e a certo sciamanesimo esoterico che vibra anche dentro le cinque lunghissime tracce di questo The Mind of a Brother.
Canzoni dentro cui si riverberano gli echi di quello space sound che tutti sappiamo: i Pink Floyd del periodo cosmico (Interplanetarian Lovemachine è o non è una Interstellar Overdrive per le nuove ciurme di frikkettoni dello spazio profondo? NdLYS), le gelide folate di Amon Düül II e Hawkwind, le suite raga della Edgar Broughton Band.
Un missile puntato verso le stelle.


Anche gli Isis si affidano spesso a lunghe cavalcate cosmiche per disegnare la scaletta di questo loro terzo album, prodotto da Mr. Pieter Kloos, già a fianco di Motorpsycho, 35007 e 7 Zuma 7.
Into the air apre annichilendo, torbida e malata. Cancerogena.
Spianando la strada per Has He Got Any Ohysical Defects?, ricca di richiami alle motorpsychedelictunes che amiamo.
You You You è doomy,ma i Black Sabbath e lo stoner non c’entrano nulla.
È un suono che rimbalza cianotico mentre sprofonda verso il maelstrom.
Around a Roundabout esplode invece fragorosa e fiera e fa da prologo a una Monkey’s Chair già più irregolare e stranita.
B.A.D. è l’epilogo: inizia deflagrando e poi salta nel vuoto che ella stessa ha creato….the stars are beautiful….mentre tutto sembra aver smarrito la rotta…pochi suoni restano lì, come sospesi in assenza di gravità, finchè l’astronave riprende il viaggio, le stelle toccano a fiaccolare minacciose come dardi appesi alle finestre dell’universo e ci si accorge che gli alieni hanno già invaso la cabina di precombustione.

 
                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BREATHLESS – Blue Moon (Tenor Vossa)  

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Dopo la pubblicazione di Between Happiness and Heartache, le uscite dei Breathless di diradano, a dimostrazione che per Dominic e Ari gli impegni coniugali hanno sostituito quelli artistici nell’ordine prioritario delle loro vite. I Breathless rimangono ai margini (come in fondo, inspiegabilmente, è sempre stato) del  mercato musicale importante, pur influenzando trasversalmente molte delle band che stanno emergendo nella prima metà degli anni Novanta, Sigur Ròs e Mogwai in primis. La Luna Blu è quella che albeggia nel 1999 dopo otto anni di oscurità, innalzando le maree soniche dei Breathless ad un livello, seppur intuibile, mai arrivato prima. Sono lunghe pieces per lo più strumentali e quasi totalmente improvvisate in studio, secondo una visione krauta che era già palpabile negli album della prima stagione e che il fenomeno post-rock ha nuovamente riportato all’attualità di quegli anni e che raggiungono il culmine orgiastico nelle tre lunghe riprese che documentano l’allunaggio e intitolate Moonstone. Se i primi due movimenti furono pubblicati all’epoca in edizione limitata, il terzo era rimasto ad oggi inedito e viene incluso in questa ristampa in doppio supporto (digitale e vinile) targata 2016 assieme ad un altro frammento lunare come Blue Moon. Sono tredici minuti di ronzii elettronici e fischi che inseguono il sogno spaziale dei primi Pink Floyd e che ben si inseriscono nel filone tracciato sull’album da pezzi come All the Reasons Slide o No Answered Prayers o dai vortici galattici che avvolgono brani come Come Reassure Me o Magic Lamp che emulano lo sciabordio elettrico dei Telescopes o dei My Bloody Valentine.

Il marchio di fabbrica dei Breathless, quella psichedelia densa, avvolgente e tantrica, ossequiosa del passo indolente della notte non è andata però perduta. Walk on the Water e Goodnight si riallacciano infatti al passato storico della formazione inglese, pur cedendo il passo a certe derive quasi new-age o a certi cerebralismi che navigano nelle orbite di band come Stereolab o Tortoise e che tracciano traiettorie inedite per la una delle più preziose e, ahimè, sconosciute formazioni di tutto il post-punk inglese.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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AA. VV. – Teen Town U.S.A. (Yeaah!) / AA. VV. – The Purple Knif Show (Munster)

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L’americana Yeaah! sputa fuori 30 rare incisioni del periodo ’58/’63 per altrettante meteore del firmamento rock ‘n roll americano, comprese alcune piccole e grandi stelle come Buddy Holly, Beach Boys, Barry Mann, Johnny Rivers e Paul Simon inaugurando una nuova collana chiamata Teen Town U.S.A.. Siamo lontani anni luce dall’estremismo preistorico di Tim Warren ma al centro di quell’immaginario popolato di Peggy Sue prossime al matrimonio, decapottabili cromate parcheggiate alle uscite delle high schools e alberghi per cuori infranti, drive-ins e Happy Days.

Se invece ciò che vi attrae di più di quella fetta di secolo sono gli stomps costruiti attorno al popoloso mondo horror che si suole definire “trash”, grande sollazzo trarrete dall’ascolto di The Purple Knif Show pubblicato dalla Munster a nome Radio Cramps, doppio vinile sui cui solchi l’impareggiabile “maestro di cerimonia” Lux Interior ci porterà a spasso tra le insidie di una vera e propria casa delle streghe guidandovi con la sua mano scheletrica tra le frustate sferzate dai Frantics, le rasoiate fuzz di Link Wray, le limacciose gelatine dei 5 Blobs, facendovi sfilare davanti Jack the Ripper, Fernandos Hideway e l’intera famiglia Addams prima di abbandonarvi , con una sadica e licantropa risata, tra le braccia dei mostri marini dei Deadly Ones.

Una figata mostruosa!!!!!

Franco “Lys” Dimauro

 

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MARK LANEGAN – I’ll Take Care of You (Sub Pop)  

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L’uscita dal tunnel dell’eroina e la canalizzazione emotiva del dolore sgorgato in seguito alla scomparsa di due animi affini come Kurt Cobain e Jeffrey Lee Pierce hanno un effetto dirompente per la creatività di Mark Lanegan. Da quel momento il flusso artistico del cantante di Ellesnburg si disincaglia dagli abissi della depressione e diventa una corvetta che procede senza più soste nel mare della produzione discografica. Se fra il primo e il secondo lavoro solista erano trascorsi tre anni e fra quest’ultimo e il seguente ben cinque, lo spazio tra Scraps at Midnight e I’ll Take Care of You si restringe ad appena quattordici mesi. Nessuna canzone è firmata da Lanegan, ma l’intensità con cui rilegge il repertorio di alcuni dei suoi “uomini in nero” ridefinendone i contorni fino a regalarci il miraggio che fosse il frutto prelibato ed amaro di una sola mente (con un risultato emotivo e stilistico molto vicino alle operazioni tentate con grande fortuna da Johnny Cash sulle sue “registrazioni americane”) è del tutto analoga a quella impiegata per sfogliare le pagine vergate con le sue stesse mani.

L’apertura è affidata al primo fra i tanti omaggi che Lanegan tributerà lungo la carriera all’amico Jeffrey Lee Pierce con cui ha condiviso gli ultimi mesi prima della sua morte, al suo ritorno a Los Angeles (Mark è ancora oggi il custode delle demo da cui venne fuori Pastoral, Hide and Seek, NdLYS) e del cui fantasma non è mai riuscito a liberarsi, marcendo nella stessa ossessione inflitta da Debbie Harry allo stesso Jeffrey. La voce segue, cavernosa, l’arpeggio asciutto della chitarra acustica di Mike Johnson, avvolgendo ogni nota, riempendo la nudità che ogni accordo lascia intravedere a quello che gli segue. Da un altro capolavoro del roots rock come Well Done Blue Highway è tratta Creeping Coastline of Lights, totalmente trasfigurata in una eterea, delicatissima ballata illuminata dal rintocco dello xilofono. Sono le uniche due concessioni agli anni Ottanta, in un album che setaccia il cuore tormentato di Lanegan come uno specchio shintoista fino a profondità inaudite, tra piccole cattedrali disadorne che furono dimorate da gente bianca e nera come Fred Neil, Tim Hardin, O.V. Wright, Tim Rose, Eddie Floyd, Buck Owens che si inginocchia a chiedere assoluzione per i propri peccati. Per aver ucciso o per essere morti d’amore, sostituendosi a Dio, prostituendosi al demonio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Psychedelic Crown Jewels # 1 / # 2 (Akarma)

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Forse un maledetto giorno accadrà.

E quella ubertosa miniera di diamanti dell’era psichedelica ci si parerà dinanzi come un deserto arido e sterile, brulicante di zolle rimosse dalle mani avide dei cercatori d’oro.

Quel giorno infausto chiuderà il feretro della più irrequieta ed eccitante stagione del rock ‘n roll.

Fino ad allora però quello spirito riempirà i solchi di dischi imperdibili, serpenti elettrici annodati ai ventricoli del cuore, mossi da un’urgenza ancora viva, fiera, rigogliosa, tutt’altro che ammansita dalla polvere del tempo e irriverente all’accademico vociare dei professori del rock che poco hanno da insegnare se non ad annichilire su una cattedra il vigore teen del ritmo migliore del mondo.

L’etichetta del santone, la ligure Akarma, ci regala così due dischi splendidi per confezione e contenuti: i due volumi di Psychedelic Crown Jewels già editi in America dalla Gear Fab raccolgono su cinquanta folgorazioni garage su vinile compatto come roccia e chiuse dentro copertine cartonate così spesse da poter essere usate come armi improprie contro i figli dell’era digitale.

Ricchissime e fitte le note redatte da Roger Maglio, curatore delle raccolte e mente della Gear Fab e sui contenuti, be’….un autentico bagno elettrico nel mare beat dei sixties.

Prendete un brano come Who’s Burn? degli Human Expression (proprio quelli di Love at Psychedelic Velocity, NdLYS) o le tracce dei Cykle (leggenda punk del North Carolina di cui si attende la ristampa dell’unico album sempre su Gear Fab) che bruciano sul primo volume. Riuscireste ad immaginre un mondo migliore di questo?

O ancora, sul secondo volume, gli Hustlers di If You Try, i Marauders di Our Big Chance o i Jellybean bandits di Salesman, tanto per tirare fuori qualche nome dal cilindro…pepite variopinte, iridescenti e cangianti come gli occhi delle donne che ancora ci consolano dalle infamie delmondo.

O comprate, o morite.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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