THE CAVEMANISH BOYS – Get a Load of… (Munster)  

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Sebbene il ritorno in pista del “miracoloso” Gerry Mohr sollevi facili entusiasmi, è bene dire subito che i Cavemanish Boys non sono i Miracle Workers e che questo Get a Load of… che ci riconsegna il suo bel ruggito è un album garage un po’ raffazzonato, con una scaletta che prevede “a la carte” quindici pezzi con una durata indicata in copertina che nei fatti non corrisponde in alcun caso a quella reale, a volte equivalente a quella di un rigurgito di catarro con pezzi rabberciati male e sfumati peggio. E vi basteranno i primi tre brani per rendervene conto.

Non che me ne fregherebbe più di tanto, anche se non ne comprendo il motivo, se il livello medio delle canzoni fosse un po’ più alto di quel che in realtà è, perché a parte due/tre episodi il livello non è molto più alto della media. Quel che fa la differenza (quando non viene sostituito da Ronny Christopher come sulla Sunday Street che sembra un pezzo degli Smash Mouth o quando non viene abbattuta a colpi di effettistica psichedelica come su Wide Open Lie) è la bellissima voce di Gerry Mohr, a tratti capace di evocare quella dei Wokers dell’’84. Ma per il resto Get a Load of… è un disco che non macchia la pelle come forse avrebbe la presunzione di fare.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

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RICOCHETS – Slo-Mo Suicide (Progress)  

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Un gigantesco kroken abita i mari della Norvegia. Un qualche mostro cresciuto pascendo tra i rifiuti riversati in quelle acque del Nord e che adesso simula una morte al rallenti cagando tonnellate di schiumosa merda garage, soul, rockabilly.

Slo-Mo Suicide dei Ricochets è disco prodigioso, al pari e forse più di tanti altri con cui la scena scandinava sta conquistando la tavola mondiale del Risiko marciando al suono di un rawk ‘n roll sboccato e sazio di lussuria. Un suono che spesso sembra sconfinare in quelle terre di sgomento abitate dai Gallon Drunk dove il rock ‘n’ roll si tinge di gotico e che all’improvviso si illumina però di mille luci che sembrano dover illuminare l’entrata in scena di una star del soul o della folle crew dei Motor City Five. Canzoni greve che all’improvviso diventano leggeri gabbiani beat pronti a svolazzare sulle acque così che ci pare difficile immaginare che la band che suona Our Love Goodbye sia la stessa che suoni Rebel Woman, o che quella di Slo-Mo Suicide o di So Far From Home sia la medesima di Fall Down Dead o quella capace di evocare lo spettro Third Bardo su Devil Inside, anche se a cavallo della carcassa di un cavallo imputridito. Se questa sia una loro forza o una loro debolezza o se sarà necessario ricucire quest’apparente schizofrenia sarà il tempo a rivelarlo. Per ora godiamoci questa tanica di liquame rock ‘n’ roll senza dover per forza fare ne’ i filosofi ne’ tantomeno i cartomanti.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

GEOFF FARINA – Reverse Eclipse (Southern)  

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Geoff Farina è il Ben Watt coltivato sotto i funghi post-rock dei Karate. Anche se a volte, quando ascolto le pennate più asciutte di Fire ad esempio, a me piace descriverlo come il Billy Bragg della stagione emo-core, pure se questa chitarra non vuole uccidere niente e nessuno.

La chitarra di Farina è un ammazzamosche a salve, una paletta di cartone che accompagna gli insetti verso la via di fuga, verso quella fessura che le separa dalla libertà.

Se Geoff ha degli artigli, ma dubito ne abbia, li nasconde sotto due guanti di sottile fustagno, accarezzando a lungo le corde della sua chitarra finché da sotto i polpastrelli non veda apparire un sogno sottoforma di nuvola, senza lasciare alcuna impronta sulle corde. La sua carezza è una moina jazz, una lusinga bossanova, una carezza folk. Reverse Eclipse è il suono dei frigoriferi vuoti, lasciati accesi ma a porta socchiusa per evitare il puzzo di muffa, illudendo loro e noi stessi che un giorno torneranno ad essere scorta per saziare ogni organo che sia sotto il cuore.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AT THE DRIVE-IN – Relationship of Command (Grand Royal)  

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17 Gennaio 2000.

L’inizio delle registrazioni del terzo album degli At the Drive-In sono una data profondamente simbolica.

L’ingresso nel nuovo secolo è un momento di riflusso con tutto il mondo del rock che, sgretolato lentamente dal post-rock, sembra definitivamente implodere su se stesso, inghiottito dall’elettronica,  disintegrandosi secondo i nuovi standard impalpabili di dischi come Kid A, Vespertine, Yankee Hotel Foxtrot e assistendo all’agonia artistica e al crollo strutturale di colonne come Fugazi, Helmet, Rage Against the Machine, Soundgarden, June of 44, Faith No More, Jesus Lizard.

Sopravvive, è vero, il sottobosco settoriale delle varie tribù che hanno nidificato trasversalmente la storia del rock ma gli At the Drive-In sembrano, in quel momento, gli unici in grado di riassumere in maniera efficace l’urgenza del rock alternativo degli ultimi venti anni e di guidarlo, grazie al supporto della Virgin che distribuisce e promuove il catalogo Grand Royal, sui terreni battuti dalle radio e dalle riviste con mano ferma e rubando di fatto il main stage ai rivali (International) Noise Conspiracy, depositari di un medesimo ed esplosivo connubio di politica, musica spigolosa e attitudine cool ma relegati ai palchi riservati ai gruppi indipendenti.  

In quello scenario, l’impatto di Relationship of Command fu davvero deflagrante. Come se la bomba a mano lanciata anni prima dagli MC5 avesse finalmente toccato suolo e fosse toccata a noi la sorte di assistere a quell’esplosione. Era come assistere al compiersi della storia e quel ricordo ci avrebbe introdotti al nuovo secolo appena inaugurato con la smorfia di compiaciuta ostilità che sembravamo destinati a perdere.

All’incrocio col nuovo millennio la musica degli At the Drive-In diventa di colpo immensa, inglobando tutto lo scibile rock del decennio che si è appena concluso, dall’emo-core al grunge, dal noise al crossover metal, senza in realtà suonare nulla di tutto ciò.  Man mano che si aprono le granate di Sleepwalk Capsules, Arcarsenal, One Armed Scissor con quel “Cargo Bay” che tutti cantammo “Kurt Cobain”, Pattern Against User, Invalid Litter Dept., Rolodex Propaganda, Cosmonaut, Catacombs la band texana sembra dire “ecco cosa sono stati gli anni Novanta, ecco cosa sarebbero potuti essere se non foste stati così inetti da lasciarli spegnere.”.

Era la sensazione bellissima, appagante e partigiana che brigate come Refused, RATM, Fugazi non avevano sprecato la loro missione, nonostante i loro aeroplani si fossero inabissati. Confortati dalla consapevolezza che la ruggine non avrebbe eroso le loro carcasse, salvando con loro anche una buona parte della nostra carena.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Songs in the Key of Z Vols. 1 & 2 (Cherry Red)  

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Nel girone A ci stanno le grandi star della musica. Che facciano canzonette o che si vestano da supereroi del rock, poco importa. In quel girone giocano i fuoriclasse, i superpagati, quelli che riempiono gli stadi, gli schermi TV, le piattaforme di musica digitale, quel che resta dei negozi di dischi e il loro conto corrente. Quelli che quando muoiono lasciano una striscia bavosa di commozione condivisa sui social. Che poi arriva la raccolta di inediti ad asciugare il pianto.

Poi ci sta il girone B. Atleti del rock o della musica leggera il cui campionato viene seguito da un gruppo assolutamente meno nutrito di appassionati che compensa col fanatismo la propria deficienza numerica.

Ma, nell’ultimo girone, chi ci sta?

Ce lo racconta Irwin Chusid in un tomo di quasi trecento pagine intitolato Songs in the Key of Z e che apre le cataratte su una cascata di musica assolutamente mediocre. O assolutamente geniale. Completamente svincolata dalle logiche del gusto estetico, del mercato così come dalle convenzioni melodiche, tecniche e ritmiche, è finita nei rigurgiti della storia per suonare esattamente come un errore, un fastidio, un porro cisposo sulla faccia morbida e tersa della pop-music, un’ascella orgogliosa del suo pelo in un universo dove la peluria ascellare è ritenuta oscena.

Un mondo dove gli “idoli” che nessuno andrà ad applaudire si chiamano Shaggs (inguardabili, inascoltabili, improponibili in qualunque contesto, dalla festa in parrocchia ai palchi per i giovani talenti, eppure…), Daniel Johnston (che sull’accoppiata disarmonico/registrazione casalinga costruirà non solo la sua carriera ma quella di molti altri), Tiny Tim, Legendary Stardust Cowboy, la pilota di jet Tangela Tricoli e che vestono i panni di improbabili caricature di Presley, di Johnny Cash e di Cliff Richard o quelli di buskers fuori dal comune come la Space Lady di Boston o l’assurdo violinista Thoth e che hanno inni che nessuno canterà come Rock ‘n Roll McDonald’s, Jet Lady o El Touchy.

La cosa buffa (ma per niente paradossale) è che questa doppia raccolta che si fa carico di essere la “stampella” audio del libro di Chusid è, essa stessa, claudicante e malferma, con le sue canzonacce stonate e grezze o, per contrasto, zuccherate con edulcorante di infima e mielosa qualità (valga per tutte At the Grass Roots di Sri Darwin Gross scritta ed arrangiata dall’autore nel 1972 per essere in tutto e per tutto uguale alla musica popolare americana pre-avvento del dio Elvis). È un universo che oggi, riverberato dalla rete e riaggiornato alle nuove istanze musicali (elettronica, hip-hop, grime, ecc.), è tornato a lordare il mercato, stavolta inondandolo di fenomeni-spazzatura come il lol-rap.  

L’orinatoio della musica pop.

Il punto più basso del corpo sensuale del rock ‘n roll.

Ben molto al di sotto del Punto G, appunto.

Il punto Z.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RAGE AGAINST THE MACHINE – Renegades (Epic)  

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A furia di sputare, Zack de la Rocha finisce per sputare anche addosso ai compagni.

All’alba del nuovo millennio e con soli tre album pubblicati nel giro di otto anni, i Rage Against the Machine sono all’empasse creativa, soprattutto a causa dei tempi biblici dello stesso vocalist che adesso minaccia fra l’altro di  chiedere altro tempo per dedicarsi ad un non meglio definito progetto in proprio che in realtà non partirà mai. Non nei sedici anni successivi perlomeno.

I rapporti si fanno incandescenti e l’unica alternativa per chiudere rapidamente il contratto con la Epic prima di far saltare in aria tutto il progetto Rage Against the Machine è quello di infilare sotto la porta dei capoccia un nastro di cover. Roba che possa essere in qualche modo manifesto di quella ribellione di cui la band è stata da sempre portavoce ma che possa essere registrata in fretta, senza concedere a Zack altro tempo per inventare slogan o dichiarazioni di guerra.

Renegades esce infatti, caso unico nella loro discografia, ad un solo anno di distanza dall’album che lo precede. Dentro, i RATM ci infilano un bel po’ della roba con cui sono cresciuti o che hanno condiviso assieme durante gli spostamenti in tour: MC5, Stooges, Minor Threat, Bob Dylan, Devo, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Afrika Bambaataa, EPMD, Eric B. & Rakim, Cypress Hill, Volume 10.  

Canzoni vecchie e nuove. Che vengano dal folk, dall’hardcore, dal rap, dal punk poco importa. Quello che conta è che abbiano dentro la medesima rabbia delle loro. E ce l’hanno, tanto che ci accorgiamo che una I’m Housin’ e una Down on the Street, a ben guardare, erano due banchine che si affacciavano sulla medesima strada.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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UNION 69 – Holiday 2000 (Bad Afro) / THE BURNOUTS – Go Go Racing! (Bad Afro)

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I dischi della Bad Afro raramente superano i trenta minuti.

Che Dio gliene sia grato.

Così dovrebbero essere i dischi che ti rompono il culo. Veloci e feroci.

Brutali come una rissa.

E così sono gli Union 69 (da non confondere con gli americani Union 13 please: i numeri non sono roba di poco conto e mentre col tredici vi può capitare di tastarvi i coglioni in preda ad un raptus superstizioso, col sessantanove potreste trovarvi con la testa ben salda tra le cosce di una lolita svedese, e la differenza non mi pare poca, NdLYS), americani che hanno deciso di ammobiliare casa all’Ikea.

Gente che puzza di fregna, sudore e vino a poco prezzo.

La miscela, se davvero non siete stati con la testa ficcata da qualche altra parte negli ultimi tre anni, la conoscete: hard-rock zoticone unito a punk maleducato. Carburatori, pistoni, asfalto, alcol e vibratori. Roba che non ha manco bisogno dello sticker di parental advisory sulla copertina, tanto è sboccato e malsano.

Speed rock ‘n roll marcio ed abrasivo quello che invece (s)corre lungo l’album d’esordio dei Burnouts di Copenaghen. Siamo ancora una spanna sotto a veri teppisti dell’asfalto come Zeke e Puffball ma le dodici tracce di questo debutto alzano polvere abbastanza per bruciare le cornee a tanti avversari, anche se le piste cominciano ad essere troppo affollate.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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FILTHY THIEVING BASTARDS – Our Fathers Sent Us (TKO)  

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Non l’avrebbero più fatto un disco così, Koski e Bonnel. Neppure con gli Swingin’ Utters, che di questa accolita di bastardi erano il gruppo madre. I padri invece erano quelli mostrati in copertina su questo mini album: Shane McGowan, Elvis Costello, Billy Bragg, John Lydon, Chuck Berry, Joe Strummer e tutti gli altri.

Un piccolo campionario di bottiglie vuote frugate dalla cantina dei Pogues dentro cui, soffiando, puoi sentirti in Irlanda anche se vivi a Boston.

Canzoni che a cantarle ti viene fuori una smorfia, un ghigno da mascalzone. E non te ne accorgi neppure. E pensi che la tua chitarra ammazzi i fascisti, quando invece i fascisti sono tutti fuori tiro, a fare i cattivi al concerto degli Impaled Nazarene.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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PEARL JAM – Binaural (Epic)  

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Binaural è il prodotto griffato che arriva in vetrina per la collezione primavera/estate 2000. Chissà come, avverti in qualche modo che non è necessario. È una suppellettile prestigiosa. Ma è una suppellettile. Non ha più in se il prodigio dell’irriverenza e ha una copertina che non gli appartiene, come non appartiene a te.

In quella nebulosa dal nome Clessidra ti sembra davvero di poter vedere le stelle scendere come granelli di sabbia, senza possibilità di poter essere capovolta.

E ha un po’ il gusto della disfatta del tempo che avanza, su te e sugli altri. E di questa percezione comune, ne avverti il passo greve.    

Binaural è il momento in cui capisci che i Pearl Jam non ti stupiranno più. Che in qualche luogo si sta macchinando un’imperfetta messa in scena con i figuranti messi lì a fingere che tutto vada bene, a battere su una macchina da scrivere che martella su un rullo senza fogli. Tic tic tic tic tic.

È una liturgia senza più ostie da consacrare, un incontro in abiti apprettati per stringere altre mani. 

Ritrovarsi lì, seduti-in piedi-inginocchiati sulle panche.

Che son suonate le campane, e forse è un dì festivo.

O forse no.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – The Bad Vibrations of 16 U.S.A. Lost Bands # 1 (Akarma)

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Dopo le Psychedelic Crown Jewels torna la Akarma con un’altra serie di grosse cicche garage-beat, forse leggermente inferiori per impatto ma ugualmente ricche di “quel” suono, il migliore tra quelli possibili.

The Bad Vibrations of 16 U.S.A. Lost Bands è già un titolo che è un manifesto programmatico.

E le vibrazioni non sono lesinate: Lots More Where You Came From dei Wanted è fantastica così come il folk punk screziato dall’armonica dei Merseybeats USA.

Gil Bateman ci consegna un autentico anthem beat-punk con Wicked Love e i Disciples suonano come dei Beatles chiusi dentro una scorza fuzz in Junior Saw It Happen dominata anche da un organo dalla “uscita” tipicamente doorsiana. Un monito per la terribile copertina che potrebbe confondersi con una delle tante compilazioni techno che affollano il mercato e per l’assoluta mancanza di note di corredo, obbligatorie per uscite come queste.

Ma dentro c’è la musica che vi stupra l’anima.

Franco “Lys” Dimauro

 

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