AA. VV. – Songs in the Key of Z Vols. 1 & 2 (Cherry Red)  

0

Nel girone A ci stanno le grandi star della musica. Che facciano canzonette o che si vestano da supereroi del rock, poco importa. In quel girone giocano i fuoriclasse, i superpagati, quelli che riempiono gli stadi, gli schermi TV, le piattaforme di musica digitale, quel che resta dei negozi di dischi e il loro conto corrente. Quelli che quando muoiono lasciano una striscia bavosa di commozione condivisa sui social. Che poi arriva la raccolta di inediti ad asciugare il pianto.

Poi ci sta il girone B. Atleti del rock o della musica leggera il cui campionato viene seguito da un gruppo assolutamente meno nutrito di appassionati che compensa col fanatismo la propria deficienza numerica.

Ma, nell’ultimo girone, chi ci sta?

Ce lo racconta Irwin Chusid in un tomo di quasi trecento pagine intitolato Songs in the Key of Z e che apre le cataratte su una cascata di musica assolutamente mediocre. O assolutamente geniale. Completamente svincolata dalle logiche del gusto estetico, del mercato così come dalle convenzioni melodiche, tecniche e ritmiche, è finita nei rigurgiti della storia per suonare esattamente come un errore, un fastidio, un porro cisposo sulla faccia morbida e tersa della pop-music, un’ascella orgogliosa del suo pelo in un universo dove la peluria ascellare è ritenuta oscena.

Un mondo dove gli “idoli” che nessuno andrà ad applaudire si chiamano Shaggs (inguardabili, inascoltabili, improponibili in qualunque contesto, dalla festa in parrocchia ai palchi per i giovani talenti, eppure…), Daniel Johnston (che sull’accoppiata disarmonico/registrazione casalinga costruirà non solo la sua carriera ma quella di molti altri), Tiny Tim, Legendary Stardust Cowboy, la pilota di jet Tangela Tricoli e che vestono i panni di improbabili caricature di Presley, di Johnny Cash e di Cliff Richard o quelli di buskers fuori dal comune come la Space Lady di Boston o l’assurdo violinista Thoth e che hanno inni che nessuno canterà come Rock ‘n Roll McDonald’s, Jet Lady o El Touchy.

La cosa buffa (ma per niente paradossale) è che questa doppia raccolta che si fa carico di essere la “stampella” audio del libro di Chusid è, essa stessa, claudicante e malferma, con le sue canzonacce stonate e grezze o, per contrasto, zuccherate con edulcorante di infima e mielosa qualità (valga per tutte At the Grass Roots di Sri Darwin Gross scritta ed arrangiata dall’autore nel 1972 per essere in tutto e per tutto uguale alla musica popolare americana pre-avvento del dio Elvis). E’ un universo che oggi, riverberato dalla rete e riaggiornato alle nuove istanze musicali (elettronica, hip-hop, grime, ecc.), è tornato a lordare il mercato, stavolta inondandolo di fenomeni-spazzatura come il lol-rap.  

L’orinatoio della musica pop.

Il punto più basso del corpo sensuale del rock ‘n roll.

Ben molto al di sotto del Punto G, appunto.

Il punto Z.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

614ohvoil1l-_sx355_

RAGE AGAINST THE MACHINE – Renegades (Epic)  

0

A furia di sputare, Zack de la Rocha finisce per sputare anche addosso ai compagni.

All’alba del nuovo millennio e con soli tre album pubblicati nel giro di otto anni, i Rage Against the Machine sono all’empasse creativa, soprattutto a causa dei tempi biblici dello stesso vocalist che adesso minaccia fra l’altro di  chiedere altro tempo per dedicarsi ad un non meglio definito progetto in proprio che in realtà non partirà mai. Non nei sedici anni successivi perlomeno.

I rapporti si fanno incandescenti e l’unica alternativa per chiudere rapidamente il contratto con la Epic prima di far saltare in aria tutto il progetto Rage Against the Machine è quello di infilare sotto la porta dei capoccia un nastro di cover. Roba che possa essere in qualche modo manifesto di quella ribellione di cui la band è stata da sempre portavoce ma che possa essere registrata in fretta, senza concedere a Zack altro tempo per inventare slogan o dichiarazioni di guerra.

Renegades esce infatti, caso unico nella loro discografia, ad un solo anno di distanza dall’album che lo precede. Dentro, i RATM ci infilano un bel po’ della roba con cui sono cresciuti o che hanno condiviso assieme durante gli spostamenti in tour: MC5, Stooges, Minor Threat, Bob Dylan, Devo, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Afrika Bambaataa, EPMD, Eric B. & Rakim, Cypress Hill, Volume 10.  

Canzoni vecchie e nuove. Che vengano dal folk, dall’hardcore, dal rap, dal punk poco importa. Quello che conta è che abbiano dentro la medesima rabbia delle loro. E ce l’hanno, tanto che ci accorgiamo che una I’m Housin’ e una Down on the Street, a ben guardare, erano due banchine che si affacciavano sulla medesima strada.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

download (3)

UNION 69 – Holiday 2000 (Bad Afro) / THE BURNOUTS – Go Go Racing! (Bad Afro)

0

I dischi della Bad Afro raramente superano i trenta minuti.

Che Dio gliene sia grato.

Così dovrebbero essere i dischi che ti rompono il culo. Veloci e feroci.

Brutali come una rissa.

E così sono gli Union 69 (da non confondere con gli americani Union 13 please: i numeri non sono roba di poco conto e mentre col tredici vi può capitare di tastarvi i coglioni in preda ad un raptus superstizioso, col sessantanove potreste trovarvi con la testa ben salda tra le cosce di una lolita svedese, e la differenza non mi pare poca, NdLYS), americani che hanno deciso di ammobiliare casa all’Ikea.

Gente che puzza di fregna, sudore e vino a poco prezzo.

La miscela, se davvero non siete stati con la testa ficcata da qualche altra parte negli ultimi tre anni, la conoscete: hard-rock zoticone unito a punk maleducato. Carburatori, pistoni, asfalto, alcol e vibratori. Roba che non ha manco bisogno dello sticker di parental advisory sulla copertina, tanto è sboccato e malsano.

Speed rock ‘n roll marcio ed abrasivo quello che invece (s)corre lungo l’album d’esordio dei Burnouts di Copenaghen. Siamo ancora una spanna sotto a veri teppisti dell’asfalto come Zeke e Puffball ma le dodici tracce di questo debutto alzano polvere abbastanza per bruciare le cornee a tanti avversari, anche se le piste cominciano ad essere troppo affollate.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

 

1280x1280

 

download (2)

FILTHY THIEVING BASTARDS  – Our Fathers Sent Us (TKO)  

0

 

Non l’avrebbero più fatto un disco così, Koski e Bonnel. Neppure con gli Swingin’ Utters, che di questa accolita di bastardi erano il gruppo madre. I padri invece erano quelli mostrati in copertina su questo mini album: Shane McGowan, Elvis Costello, Billy Bragg, John Lydon, Chuck Berry, Joe Strummer e tutti gli altri.

Un piccolo campionario di bottiglie vuote frugate dalla cantina dei Pogues dentro cui, soffiando, puoi sentirti in Irlanda anche se vivi a Boston.

Canzoni che a cantarle ti viene fuori una smorfia, un ghigno da mascalzone. E non te ne accorgi neppure. E pensi che la tua chitarra ammazzi i fascisti, quando invece i fascisti sono tutti fuori tiro, a fare i cattivi al concerto degli Impaled Nazarene.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FILTHYTHIEVINGOURFATHERS

PEARL JAM – Binaural (Epic)  

0

Binaural è il prodotto griffato che arriva in vetrina per la collezione primavera/estate 2000. Chissà come, avverti in qualche modo che non è necessario. E’ un suppellettile prestigioso. Ma è un suppellettile. Non ha più in se il prodigio dell’irriverenza e ha una copertina che non gli appartiene, come non appartiene a te.

In quella nebulosa dal nome Clessidra ti sembra davvero di poter vedere le stelle scendere come granelli di sabbia, senza possibilità di poter essere capovolta.

E ha un po’ il gusto della disfatta del tempo che avanza, su te e sugli altri. E di questa percezione comune, ne avverti il passo greve.    

Binaural è il momento in cui capisci che i Pearl Jam non ti stupiranno più. Che in qualche luogo si sta macchinando un’imperfetta messa in scena con i figuranti messi lì a fingere che tutto vada bene, a battere su una macchina da scrivere che martella su un rullo senza fogli. Tic tic tic tic tic.

E’ una liturgia senza più ostie da consacrare, un incontro in abiti apprettati per stringere altre mani. 

Ritrovarsi lì, seduti-in piedi-inginocchiati sulle panche.

Che son suonate le campane, e forse è un dì festivo.

O forse no.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

120704

AA. VV. – The Bad Vibrations of 16 U.S.A. Lost Bands # 1 (Akarma)

0

Dopo le Psychedelic Crown Jewels torna la Akarma con un’altra serie di grosse cicche garage-beat, forse leggermente inferiori per impatto ma ugualmente ricche di “quel” suono, il migliore tra quelli possibili.

The Bad Vibrations of 16 U.S.A. Lost Bands è già un titolo che è un manifesto programmatico.

E le vibrazioni non sono lesinate: Lots More Where You Came From dei Wanted è fantastica così come il folk punk screziato dall’armonica dei Merseybeats USA.

Gil Bateman ci consegna un autentico anthem beat-punk con Wicked Love e i Disciples suonano come dei Beatles chiusi dentro una scorza fuzz in Junior Saw It Happen dominata anche da un organo dalla “uscita” tipicamente doorsiana. Un monito per la terribile copertina che potrebbe confondersi con una delle tante compilazioni techno che affollano il mercato e per l’assoluta mancanza di note di corredo, obbligatorie per uscite come queste.

Ma dentro c’è la musica che vi stupra l’anima.

Franco “Lys” Dimauro

 

download

90 DAY MEN – [It (Is) It] Critical Band (Southern)  

0

C’è qualcosa di minaccioso nella musica dei 90 Day Men, formazione trapiantata a Chicago dalla natia St. Louis, qualcosa di implosivo che cova sotto ogni canzone, come fossero percorse da condotte sature di gas pronto ad esplodere. Merito soprattutto dell’uso del basso, eredità di certa new wave (i Cure della “trilogia”, i PIL, i Birthday Party, i Joy Division, ma anche il Mike Watt dei Minutemen a dirla tutta, NdLYS) che si svincola dal suo ruolo di strumento-cerniera melodico-ritmica per diventare perno timbrico, percorso alternativo.

È lui lo strumento chiave di Critical Band, uno dei dischi più catarticamente influenti dell’America A.D. 2000.

Più che per i singoli episodi è lil tono che percorre tutto il disco che lascia storditi, l’epilessia Blonderedheadiana di Hans Lucas, lo scontro Don Caballero-Gang of Four sul campo di gioco di From One Primadonna to Another, i dieci minuti di Super Illuminary che accendono il combustibile del serbatoio dei Tortoise come fosse grisù dentro una miniera. E ancora il finale di Jupiter and Io, ovvero quello che i GvsB non hanno mai osato essere, pur sguazzando nell’analogo tono distaccato e straniante che fu di Scott McCloud.

È il noise dell’era post rock, la new wave del XXI Secolo, spigolosa ed assieme ricurva, apologia di un malessere sottile e subdolo, pernicioso, sfuggente che qui trova la sua dimora.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MI0000356510

AA. VV. – Basementsville # 2 (Misty Lane) / AA. VV. – Magic Bitpop # 19 (On Sale)

0

Parallelamente alla Tropicalia dei vari Os Mutantes, Caetano Veloso, Tom Zè e Gilberto Gil che fu culla del rinnovamento intellettuale e musicale brasiliano si muoveva una schiera di gruppetti beat (la Jovem Guarda) che, folgorata dalla British Invasion, si divertiva ad emularne pose, modelli estetici strutture musicali.

Il Volume 2 di Basementsville si occupa di loro, riportando alla luce 16 perle di quel periodo. Si tratta perlopiù di divertiti omaggi al classico catalogo anglosassone (Beatles, Animals, Rolling Stones, Doors, Outsiders, Who, ecc.) riadattato spesso alla lingua indigena. Il risultato è divertente, sottilmente esotico pur senza lesinare momenti, seppur rari, di totale coinvolgimento. Bella roba insomma, ma per appassionati.

Una rivoluzione così innocente da suonare irrimediabilmente compromessa.

Qualcosa di romantico ed ingenuo che si muove anche tra i solchi di Magic Bitpop, la storica raccolta della On Sale che con questo 19mo volume si conferma coma la più lunga e completa collezione di memorabilia beat mai realizzata e che sfoggia i consueti buoni pezzi d’antiquariato: su tutti i primi due splendidi singoli de I Funamboli, quindi la bella Lasciami stare dei Nobil’s successivamente ripresa dagli Sciacalli di Scanna, la rabbiosa Non verrà dei Sofisti, l’unico 45giri dei torinesi Cocks più la solita sfilza di covers maccheroniche. Da avere assieme a tutti gli altri volumi, a meno che non vogliate dissanguarvi a collezionare i dischi originali.                                

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

f278c9e9e171dbe4f8a986f707993afe

magic-bitpop-vol19

CROWN ROYALS – Funky-Do (Estrus) / METALUNAS – X-Minus One (American Pop Project)

0

La corona ha sempre avuto un culto feticista per la soul music. Chi ha visto qualche concerto di James Brown sa certo di cosa sto parlando.
L’incarnazione come sublimazione dell’orgia di sudore e ammiccamenti dei suoi shows al testosterone.
Cosa aspettarsi allora di una band che ha scelto di battezzarsi Crown Royals e che per di più intitola Funky-Do! il suo secondo disco?
Un tributo alla black music da party, appunto.
Funky, soul, R & B, jazz uptempo in chiave rigorosamente strumentale per un disco che farà la gioia degli invitati alla vostra festa di compleanno ma, temo, un po’ fuori dal target della Estrus, vista soprattutto la pulizia di suono e l’abilità indiscussa dei quattro ad armeggiare con i propri strumenti.
Non che sia un torto, per carità, ma spesso (e questo è uno di quei casi) la tecnica va a discapito della grinta. Chi ci fa invece sollevare i piedi dalla pista da ballo per portarci sulla luna sono i Metalunas: l’organo di Mark Brodie allunga ombre sci*fi sulle trame disegnate da corde che scintillano nel pallore lunare. 13 strumentali vibranti e superdinamici, una piccola macchina del tempo per azionare il rewind su questo secolo, quando il 2000 sembrava non dovesse arrivare mai e le astronavi erano angeli che volavano nelle pellicole di films surrealisticamente comici.

Franco “Lys” Dimauro   

download

TheCrownRoyals_FunkyDo

 

THEE MICHELLE GUN ELEPHANT – Casanova Snake (Skydog)

0

Da un anonimato pressochè totale al culto sotterraneo ma ostinato che li ha elevati a nuovi destabilizzatori del rumore punk del Sol Levante sulla scia dei Guitar Wolf. Il nome dei Michelle ha fatto breccia, grazie soprattutto all’operazione di recupero discografico di etichette come Munster e Alive, anche in Occidente. E stavolta la “febbre” scatenata da bands come White Stripes o Kills c’entra ben poco. Qui, siamo su un altro campo. Minato, insidioso. Qui in aria ci si schizza per davvero. Il fuckarolla dei Michelle è percorso da un verme twangy che ne sonda le viscere (infilate la testa dentro i riff di pezzi come Dead Star End o Naked Sun per vederci passare gli spettri di Dick Dale o Link Wray). Tutt’attorno è un boogie metallico di chitarre impazzite figlie del garage punk più feroce e svaccato (valgano come esempi la Baby Stardust figlia dei DMZ o la Rhapsody che mi fa venire in mente i Maggots, NdLYS) e del rockabilly più spietato (Musashino Elegy, saltellante e parodistico rock ‘n roll su di giri), il tutto giocato quasi sempre su velocità eccessive e volumi esasperati. Un gioco al massacro, una corsa rovinosa tra i rottami del punk, tutto bruciato da un’urgenza, da una furia che sono devastanti e romantiche insieme (non è Revolver Junkies uno dei più begli anthems post-Clash di sempre? E GT 400 non è la nostalgia disperata per quei sixties che non torneranno più?), come certi eroi delle pellicole Tarantiniane.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

514PQJyuwlL