GIARDINI DI MIRÒ – Rise and Fall of Academic Drifting (Homesleep)  

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È quasi un paradosso vedere i Giardini di Mirò ascritti alla nutrita, ingombrante e qualunquista lista delle formazioni post rock. Quello che viene “superato”, qui, è lo striminzito vocabolario della critica musicale italiana. Una superficialità che potrebbe costare cara al gruppo emiliano o perlomeno limitare le potenzialità che la loro musica apre.

Apre.

Ecco un bel vocabolo: apre. La musica dei Mirò si apre, letteralmente, si schiude.

Post un cazzo.

Post rock erano i Butthole Surfers che rantolavano sul cadavere dei Guess Who, era James Chance che sputava dentro il sassofono, era Robert Wyatt che si lanciava senza paracadute, nel bel mezzo di una festa. Rise and Fall viaggia su altre linee, ed è musica senza tempo, che non ha urgenza di superare niente e nessuno, la lasci girare nell’aria finché non la vedi diradarsi, dissolvere e poi….blop!….evaporata!!! E dietro si porta tutto il tuo mondo di immagini e ricordi e schifezze e nicotine e baci mai dati e come eravamo romantici prima di diventare quei balordi, pedofili, piromani, matricidi, zoccole, impiegati che la vita ci ha obbligato ad essere. È un disco che mi ha commosso, sul serio. E non mi vergogno a dirlo, nonostante tenga ancora i Dead Kennedys e i Pussy Galore uncinati al cuore e allo stomaco. E succederà anche a voi di perdere il cuore in questi crescendo di trombe e violini, di chitarre e tastiere, in queste ascese e cadute, in queste voragini che si aprono tra un battito cardiaco e quello successivo. Alta, la musica dei Giardini di Mirò, sempre più alta, fino a toccare l’ultima molecola di ozono.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

 

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MOUSE ON MARS – Idiology (Thrill Jockey)  

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L’ultima grande rivoluzione musicale in ambito tecnologico e strutturale del XX Secolo è l’avvento dei laptop. Sono quelli che comunemente chiamate “pc portatili”. Dispositivi che il più delle volte usate per scrivere una tesina, navigare sui siti porno, leggere le mail con cui vi comunicano eredità milionarie ma che in realtà sono delle delle macchine in grado di compiere circa tre miliardi di operazioni al secondo. Confrontate con le primissime macchine dei pionieri della musica elettronica, delle autentiche astronavi. Decenni dopo la diffusione dei nastri magnetici, quindi dell’amplificazione elettrica e poi dei sintetizzatori e dei campionatori, è questa l’ultima innovazione in grado di consegnare dei nuovi strumenti artistici nella mani di ragazzi che qualche anno prima non sapevano neppure di possederla, quella capacità. È un cambiamento di approccio (oltre che di risultati) radicale che segna di fatto la graduale estinzione dell’ascoltatore passivo. Chi traffica con la musica elettronica preferisce, grazie alla praticità e ai costi contenuti dei laptop, diventare esso stesso un creatore. L’atto creativo diventa un processo di ingegneria semi-professionale più che un fatto di competenza musicale tout-court. Il vecchio solfeggio viene sostituito da algoritmi matematici. La sala prove viene sostituita dalla scrivania. L’orchestra o la band da una serie di bit. L’amplificazione da una buona scheda audio e da un micro impianto acustico in modalità bluetooth.

L’atto compositivo diventa un fatto di “scomposizione” e riassemblaggio di pattern ritmici, filtri, loop armonici, suoni campionati, registrazioni casuali. Qualcosa che potenzialmente possono fare tutti. Ma che nei fatti riesce a pochi. Del resto anche col giro di Do è possibile tirare su teoricamente un repertorio di centinaia di pezzi. Nei fatti, pochissimi riescono a dare a quel giro melodico una qualità che elevi la semplicità di esecuzione in atto emozionante e comunicativo.

La lunghissima premessa serve, oltre che a farvi riflettere, per dire che è molto, molto probabile che i Mouse on Mars non sarebbero mai diventati dei “musicisti” senza le possibilità aperte dal mondo dei laptop e della home-music. Se, insomma, la manipolazione dei cursori si fosse limitata a quella del treble dei pick-up di una chitarra, del delay di una tastiera o del gain di un amplificatore e se i polpastrelli avessero dovuto continuare a cercare di raccordare note e melodie sui tasti di un qualsiasi strumento acustico o elettrico. Eppure sono stati fra i primi a comprendere e setacciare il ventaglio di possibilità aperte dalla nuova elettronica domestica e ad elaborare un suono empatico da ascoltatori attivi. Una musica che non è catalogabile in un genere perché può fondamentalmente includerli tutti o nessuno. Vivere parassitando quanto già ha una sua fisionomia stilistica che si è sedimentata nella nostra memoria o plasmare una musica “generativa”, che si autoproduce come un batterio organico davanti a loro. Idiology rappresenta bene entrambe queste due possibilità. A chi avesse paura di percorrere corridoi su cui si spalancano porte che danno su stanze ignote, il duo tedesco offre stavolta qualche rassicurante punto di riferimento (un’armonia vocale, le note sincopate di qualche pianista jazz, un ritmo ska). I meno pavidi sono invece instradati lungo un labirintico  gioco di risonanze, echi, rimbombi, giochi di specchi, dissonanze, pulsazioni, microchirurgia ritmica, architetture e ottimizzazione degli spazi che ne conferma lo status di, se proprio vi viene arduo definirli musicisti nonostante il mio lungo e a questo punto inutile prologo, abilissimi manovratori.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ALMAMEGRETTA – Imaginaria (RCA)

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Dedicato alla memoria del grande Bim Sherman, Imaginaria segna il ritorno degli Almamegretta dopo il tonfo artistico di 4/4, album che chiudeva poco dignitosamente un ciclo, mostrando tutte le debolezze di un gruppo alla ricerca di una via per sciogliersi da un passato ingombrante: laddove Sanacore 1.9.9.5 era un disco perfetto nella sua fusione di elementi tradizional-popolari e di riverberi di dub giamaicano, una sorta di camera d’eco allestita tra i vicoli di Napoli, i suoi successori (questo incluso) vivono di imperfezioni, di traiettorie diverse, multiformi ma non sempre azzeccate.

Facile quindi avviarsi prevenuti all’ascolto di Imaginaria.

Che invece non è un brutto disco, anzi.

Se riuscirete a non fermarvi al primo ascolto, lo vedrete crescere tra le mani, ascolto dopo ascolto, man mano che si schiuderanno le sue dodici gemme di dance cosmopolita in cui convivono arie mediterranee, partenopee, mediorientali, arabe, tropicali, immerse in un groove ipnotico ad ogni livello di BPM.

Imaginaria è un disco totalmente immerso nella club culture, molto vicino per atmosfere al lavoro di un gruppo come i Transglobal Underground.

Caña, ad esempio, rispolvera il vecchio Raiss muezzin-ragga ed è un piacere riscoprirselo così distante ma ben saldo nella nostra memoria.

Fa’ ammore cu’ mme è il Sanacoredubstylee proiettato nel 2000, unica evoluzione possibile di quel dub che rimbalzava tra le pareti ammuffite della casbah partenopea. Pa’ Chango è house che ti martella il cervello prima di travestirsi di rigore ragga nella conclusiva Rubb Da Dubb.

Imaginaria # 2 è vapore peso, sillabe che rimbalzano panpottando sui canali stereo, Mergellina ’70 corre tra le onde in cui poi si immerge Rubayyat: sparatela con le casse rivolte sulla spiaggia deserta delle tarde ore estive e vedete l’effetto che fa.

Il resto è ancora musica degli Alma, in equilibrio sul ritmo, piena e robusta (sentite la batteria di E guagliune d’o sole, con un lavoro di produzione enorme), satura di orgoglio sudista e prodiga di scintillii tecnologici, come se ogni periferia del mondo fosse attirata da una forza centripeta verso il suo centro.

Imaginaria sono gli Almamegretta qui ed ora.

E vale la pena tuffarcisi dentro.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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THE DIRTBOMBS – Ultraglide in Black (In the Red)  

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Per organizzare una festa alticcia ci vogliono essenzialmente tre cose: alcol, musica e amici giusti. Diciamo in parti uguali. E diciamo che non avendone di questi ultimi, occorre forzare le percentuali degli altri due ingredienti. Così, tequila dentro ai bicchieri e Ultraglide in Black dentro al piatto, mi appresto a questo party onanistico.

Soul music corretta con un’altissima gradazione di garage-sound. Ovvero con le chitarre che friggono in vece dello stormire dei fiati. Un po’ come facevano da quelle parti i Rationals nello stesso istante in cui Mick Collins veniva al mondo con una tonnellata di melanina in più.  

O, talvolta (Your Love Belongs Under a Rock, che è l’unico pezzo scritto da Mick Collins per l’occasione), con una pennellata di tastiera. Come facevano i Lyres quando decidevano di divertirsi con le canzoni di Otis Redding.

O facendo sbattere le ali del pipistrello di Bela Lugosi sulla soffitta di Curtis Mayfield prima di schiacciargli la testa a colpi di Kung Fu.   

O strappando con forza tutti gli armonici della blues-harp come faceva Huey Lewis al fianco di Phil Lynott mentre questi cantava la sua ode a Stevie Wonder, Jimi Hendrix, Muhammed Alì, Professor Longhair e Robert Johnson.

Dimostrando che Bacco era un Dio nero.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NOIR DÉSIR – des Visages des Figures (Barclay)

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L’11 Settembre del 2001 in Francia viene pubblicato quello che, per una serie di circostanze, è destinato a restare il canto del cigno della formazione più inquieta ed inquietante della musica francese.

Non un cigno qualunque dunque. Un cigno nero.

Dentro quel disco Bertrand Cantat descrive “Le Grand Incendie”.

Ovvio che tutti i giornali, ancora sotto shock per quanto successo lo stesso giorno alle Twin Towers, si occupino in sede di recensione di avanzare sinistri parallelismi tra quanto raccontato da Bertrand e quanto successo a New York.

Non sapevano ancora ovviamente che esattamente due anni dopo, l’undici Settembre del 2003, quel  grande incendio avrebbe incenerito la casa del cantante dei Noir Désir, divorandola completamente.

Era l’ultimo evento funesto di quell’estate maledetta inaugurata con l’omicidio della compagna Marie Trintignan per mezzo delle stesse mani di Bertrand.

L’estate in cui il grande ombrellone nero dei Noir Désir si sarebbe chiuso per sempre, pur continuando a proiettare la sua ombra sulle spiagge francesi ancora a lungo.

L’estate precedente invece era stata quella dei grandi castelli di sabbia, quella in cui il quartetto di Bordeaux era addirittura riuscito ad issare il tricolore francese in cima alle classifiche di vendita italiane, plagiate da una melodia più sibillina delle altre e dalla chitarrina di Manu Chao che soffiava sulla sabbia, rubando un angolo di pista al reggaeton. L’album invece non ce l’avrebbe fatta, a scalare quella vetta. Troppo scontroso e mutevole, troppo cuspide-di-scorpione per piacere alle donne che avevano solo voglia di olio di mandorle e gli uomini che avevano solo voglia di spalmarglielo, in quell’estate che come tutte le altre era un trionfo di ammiccamenti e aperitivi serviti sotto la luce delle torce a petrolio e delle candele alla citronella.

Troppe parole da dover decifrare, troppi strumenti che sembravano fare di malavoglia il loro lavoro. Troppe coincidenze. Troppi “ma chi sono questi qui?” cui dover rispondere senza avere la più pallida idea di cosa dire. Troppi specchi cui tentare di arrampicarsi. 

Meglio la birra col sale e il limone.

Meglio la lezione di zumba.

Meglio l’astice che dà l’illusione dell’aragosta.

Meglio il surimi che dà quella del granchio.

Meglio tenersi a una certa distanza. Che prima o poi l’ombrellone chiude.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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ONE DIMENSIONAL MAN – You Kill Me (Gammapop)  

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Confortante vedere come l’Uomo ad una dimensione non abbia disatteso l’appuntamento col “difficile terzo album”. Nessuno sbandamento, nessun cedimento. E questo malgrado la musica del terzetto si sia fatta alquanto complessa e multiforme. I ponti col passato non sono stati spezzati e il blues deturpato rimane ingrediente base di qualche episodio come nel Jon Spencer-style di Lovely Song e nei fantasmi Jesus Lizard che qua e là si affacciano tra le lamiere contorte di Elvis o nel rallenti licenzioso di Sad Song. Ma You Kill Me vive di un dinamismo inquieto già palpabile nel taglio new wave dell’inaugurale Saint Roy e via via sviluppato nel minuto e mezzo de-evoluto e meccanico di This Man in Me, nella tortura noise di Inferno, nello sviluppo quasi emo della title-track, nella marcetta zoppa di Broken Bones Waltz o in quella parodia triviale di Fever che è Oh! Oh!.

Nessun altro gruppo in Italia può vantare una trilogia di album così incredibilmente devastanti e pregni di energia e catarsi. Qualcosa che davvero ti schianta al suolo e ti spacca lo stomaco.

Preziosi e indispensabili.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BISCA – Il cielo basso (Il Manifesto)    

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Gli anni dell’Incredibile Opposizione avevano dato visibilità e regalato pubblico a uno dei gruppi storici dell’altra Napoli ma poi lo sperma del diavolo ci ha messo lo zampino e i Bisca sono andati altrove, felice di ritrovarsi semplicemente vivi. Ora che il cielo è diventato basso e che i canali distributivi de Il Manifesto potrebbero mettere le pezze sulle pecche promozionali della Self, potrebbero anche, come gli gnomi che loro stessi tratteggiano, toccarlo con un dito, il cielo. Ma non credo lo faranno. Non si sono mai concessi troppo, i Bisca. Rimangono scomodi. Anzi lo sono molto di più adesso che, rientrato il fenomeno dell'”ankiovadoalcentrosocialeeascoltolamusicadelleposse”, loro continuano a fare la loro cosa, a dire quello che vogliono e a farlo a modo loro. Che magari non a tutti piace, come è giusto che sia. Il nuovo disco prosegue nell’elaborazione di quello che i Bisca propongono da anni con sottili modifiche, gli aggiustamenti d’obbligo, le coloriture dovute: funky urbano, vicino a certo “sentire” napoletano che già fu di Avitabile e Senese, sempre più colorato ed arricchito da furfanterie elettroniche. Non sempre funzionali, a mio parere. Dei Bisca mi piace il suono sanguigno, il ruggito del sassofono, la voce scomposta e catramosa. Certi “zuccherini” dolci per palati raffinati lasciamoli servire da altri, che già sono in tanti. Il cielo basso alterna così nuovi classici del Bisca-pensiero (La lavatrice e il generale, Il mio mondo, Migrante, In superficie, Che senso ha) ad altri momenti meno ispirati, quasi di stanca (Maledetti, Mr John, Pensieri, Le pietre), e tuttavia ha una sua valenza di insieme abbastanza alta, capace ancora di mettere la saliva al naso di tanti. Fatevi sotto, che ora che va di moda il no-global pensiero qualche critico illuminato si ricorderà nuovamente di farveli accattare.

La storia va a cicli, come le donne.

 

Franco “Lys” Dimauro

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BUGO – Sentimento Westernato (Bar La Muerte/Beware!/Wallace)    

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Minchia che spasso! Riecco Bugo, lo spazzacamino matto, il folletto che odora di hashish e Felce Azzurra, il clown in grado di riportare il sorriso sulle facce scure di tanti salici piangenti o, peggio, da cipressi che popolano l’underground italiano. Strambo, insolente, fuori di testa e un po’ cazzone, il signor Cristian Bugatti è riuscito col suo La prima gratta a moltiplicare gli avventori al bancone del Bar La Muerte. Gioco di prestigio che pare voler ripetere con questo suo nuovo album. Roba che provoca la dipendenza come le crepes alla Nutella e nocciole, le riviste porno o le erbe fresche del sig. Philip Morris. Dategli un paio di ascolti e vi ritroverete a canticchiare Vorrei avere un Dio, Bisogna fare quello che conviene o Pepe nel culo persino al lavavetri cui avete abbassato il finestrino al solito rosso del solito semaforo. Perchè la forza del Bugo sta non tanto nei nonsense, nelle rime idiote o nelle associazioni assurde che affollano i suoi testi, ma proprio nel vestito sonoro che gli ha cucito addosso. Un po’ Beck e un po’ Battisti, un po’ Barrett e un po’ bluesman sgangherato, un po’ Lou Barlow e un po’ Guided By Voices/Ween. Roba che ti puoi divertire a provare sulla tua scassatissima sei-corde appoggiata alla parete per “vedere da vicino l’effetto che fa”. Simpaticissimo e burlone, lui è l’eroe del perché low-fi italiano “…non ci sono storie!”.

 

Franco “Lys” Dimauro

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LOOSE – Untamed (Rockin’ House)

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Se seguite le vicende di Bassa Fedeltà e quelle del suo figlioletto tamarro Metallic KO non dovrebbe esservi sfuggito il nome dei Loose, quintetto votato al più schietto Detroit-sound di Stooges e Radio Birdman. Bene, il loro nuovo 7″ Untamed esce per la statunitense Rockin’ House e vi consiglio di sfilarlo subito dallo scaffale del vostro negozietto di fiducia e farlo vostro, anche a costo di rubarlo.

In soli 5 anni il loro livello di scrittura è cresciuto in maniera incredibile assimilando la più selvaggia tradizione rawk ‘n roll e scaraventandocela addosso come fiotti di sborra.

We’ll Make It esplode di schiumazza wah wah e secrezioni ormonali, Let Me Know ha lo stesso slancio epico che fu dei migliori New Christs. Un anthem assoluto con un ponte chitarristico che in trenta secondi dice più di quanto uno Scaruffi potrà mai scrivere su quello che è il rock ‘n roll.

I Loose sono un buco di donna, odore di sesso che ti satura le narici e desiderio denso come miele che ti imbratta le mani. Assolutamente deviato e fottutamente erotico.

                                                            Franco “Lys” Dimauro

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