ALMAMEGRETTA – Imaginaria (RCA)

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Dedicato alla memoria del grande Bim Sherman, Imaginaria segna il ritorno degli Almamegretta dopo il tonfo artistico di 4/4, album che chiudeva poco dignitosamente un ciclo, mostrando tutte le debolezze di un gruppo alla ricerca di una via per sciogliersi da un passato ingombrante: laddove Sanacore 1.9.9.5 era un disco perfetto nella sua fusione di elementi tradizional-popolari e di riverberi di dub giamaicano, una sorta di camera d’eco allestita tra i vicoli di Napoli, i suoi successori (questo incluso) vivono di imperfezioni, di traiettorie diverse, multiformi ma non sempre azzeccate.

Facile quindi avviarsi prevenuti all’ascolto di Imaginaria.

Che invece non è un brutto disco, anzi.

Se riuscirete a non fermarvi al primo ascolto, lo vedrete crescere tra le mani, ascolto dopo ascolto, man mano che si schiuderanno le sue dodici gemme di dance cosmopolita in cui convivono arie mediterranee, partenopee, mediorientali, arabe, tropicali, immerse in un groove ipnotico ad ogni livello di BPM.

Imaginaria è un disco totalmente immerso nella club culture, molto vicino per atmosfere al lavoro di un gruppo come i Transglobal Underground.

Caña, ad esempio, rispolvera il vecchio Raiss muezzin-ragga ed è un piacere riscoprirselo così distante ma ben saldo nella nostra memoria.

Fa’ ammore cu’ mme è il Sanacoredubstylee proiettato nel 2000, unica evoluzione possibile di quel dub che rimbalzava tra le pareti ammuffite della casbah partenopea. Pa’ Chango è house che ti martella il cervello prima di travestirsi di rigore ragga nella conclusiva Rubb Da Dubb.

Imaginaria # 2 è vapore peso, sillabe che rimbalzano panpottando sui canali stereo, Mergellina ’70 corre tra le onde in cui poi si immerge Rubayyat: sparatela con le casse rivolte sulla spiaggia deserta delle tarde ore estive e vedete l’effetto che fa.

Il resto è ancora musica degli Alma, in equilibrio sul ritmo, piena e robusta (sentite la batteria di E guagliune d’o sole, con un lavoro di produzione enorme), satura di orgoglio sudista e prodiga di scintillii tecnologici, come se ogni periferia del mondo fosse attirata da una forza centripeta verso il suo centro.

Imaginaria sono gli Almamegretta qui ed ora.

E vale la pena tuffarcisi dentro.

 

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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THE DIRTBOMBS – Ultraglide in Black (In the Red)  

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Per organizzare una festa alticcia ci vogliono essenzialmente tre cose: alcol, musica e amici giusti. Diciamo in parti uguali. E diciamo che non avendone di questi ultimi, occorre forzare le percentuali degli altri due ingredienti. Così, tequila dentro ai bicchieri e Ultraglide in Black dentro al piatto, mi appresto a questo party onanistico.

Soul music corretta con un’altissima gradazione di garage-sound. Ovvero con le chitarre che friggono in vece dello stormire dei fiati. Un po’ come facevano da quelle parti i Rationals nello stesso istante in cui Mick Collins veniva al mondo con una tonnellata di melanina in più.  

O, talvolta (Your Love Belongs Under a Rock, che è l’unico pezzo scritto da Mick Collins per l’occasione), con una pennellata di tastiera. Come facevano i Lyres quando decidevano di divertirsi con le canzoni di Otis Redding.

O facendo sbattere le ali del pipistrello di Bela Lugosi sulla soffitta di Curtis Mayfield prima di schiacciargli la testa a colpi di Kung Fu.   

O strappando con forza tutti gli armonici della blues-harp come faceva Huey Lewis al fianco di Phil Lynott mentre questi cantava la sua ode a Stevie Wonder, Jimi Hendrix, Muhammed Alì, Professor Longhair e Robert Johnson.

Dimostrando che Bacco era un Dio nero.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NOIR DÉSIR – des Visages des Figures (Barclay)

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L’11 Settembre del 2001 in Francia viene pubblicato quello che, per una serie di circostanze, è destinato a restare il canto del cigno della formazione più inquieta ed inquietante della musica francese.

Non un cigno qualunque dunque. Un cigno nero.

Dentro quel disco Bertrand Cantat descrive “Le Grand Incendie”.

Ovvio che tutti i giornali, ancora sotto shock per quanto successo lo stesso giorno alle Twin Towers, si occupino in sede di recensione di avanzare sinistri parallelismi tra quanto raccontato da Bertrand e quanto successo a New York.

Non sapevano ancora ovviamente che esattamente due anni dopo, l’undici Settembre del 2003, quel  grande incendio avrebbe incenerito la casa del cantante dei Noir Désir, divorandola completamente.

Era l’ultimo evento funesto di quell’estate maledetta inaugurata con l’omicidio della compagna Marie Trintignan per mezzo delle stesse mani di Bertrand.

L’estate in cui il grande ombrellone nero dei Noir Désir si sarebbe chiuso per sempre, pur continuando a proiettare la sua ombra sulle spiagge francesi ancora a lungo.

L’estate precedente invece era stata quella dei grandi castelli di sabbia, quella in cui il quartetto di Bordeaux era addirittura riuscito ad issare il tricolore francese in cima alle classifiche di vendita italiane, plagiate da una melodia più sibillina delle altre e dalla chitarrina di Manu Chao che soffiava sulla sabbia, rubando un angolo di pista al reggaeton. L’album invece non ce l’avrebbe fatta, a scalare quella vetta. Troppo scontroso e mutevole, troppo cuspide-di-scorpione per piacere alle donne che avevano solo voglia di olio di mandorle e gli uomini che avevano solo voglia di spalmarglielo, in quell’estate che come tutte le altre era un trionfo di ammiccamenti e aperitivi serviti sotto la luce delle torce a petrolio e delle candele alla citronella.

Troppe parole da dover decifrare, troppi strumenti che sembravano fare di malavoglia il loro lavoro. Troppe coincidenze. Troppi “ma chi sono questi qui?” cui dover rispondere senza avere la più pallida idea di cosa dire. Troppi specchi cui tentare di arrampicarsi. 

Meglio la birra col sale e il limone.

Meglio la lezione di zumba.

Meglio l’astice che dà l’illusione dell’aragosta.

Meglio il surimi che dà quella del granchio.

Meglio tenersi a una certa distanza. Che prima o poi l’ombrellone chiude.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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ONE DIMENSIONAL MAN – You Kill Me (Gammapop)  

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Confortante vedere come l’Uomo ad una dimensione non abbia disatteso l’appuntamento col “difficile terzo album”. Nessuno sbandamento, nessun cedimento. E questo malgrado la musica del terzetto si sia fatta alquanto complessa e multiforme. I ponti col passato non sono stati spezzati e il blues deturpato rimane ingrediente base di qualche episodio come nel Jon Spencer-style di Lovely Song e nei fantasmi Jesus Lizard che qua e là si affacciano tra le lamiere contorte di Elvis o nel rallenti licenzioso di Sad Song. Ma You Kill Me vive di un dinamismo inquieto già palpabile nel taglio new wave dell’inaugurale Saint Roy e via via sviluppato nel minuto e mezzo de-evoluto e meccanico di This Man in Me, nella tortura noise di Inferno, nello sviluppo quasi emo della title-track, nella marcetta zoppa di Broken Bones Waltz o in quella parodia triviale di Fever che è Oh! Oh!.

Nessun altro gruppo in Italia può vantare una trilogia di album così incredibilmente devastanti e pregni di energia e catarsi. Qualcosa che davvero ti schianta al suolo e ti spacca lo stomaco.

Preziosi e indispensabili.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BISCA – Il cielo basso (Il Manifesto)    

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Gli anni dell’Incredibile Opposizione avevano dato visibilità e regalato pubblico a uno dei gruppi storici dell’altra Napoli ma poi lo sperma del diavolo ci ha messo lo zampino e i Bisca sono andati altrove, felice di ritrovarsi semplicemente vivi. Ora che il cielo è diventato basso e che i canali distributivi de Il Manifesto potrebbero mettere le pezze sulle pecche promozionali della Self, potrebbero anche, come gli gnomi che loro stessi tratteggiano, toccarlo con un dito, il cielo. Ma non credo lo faranno. Non si sono mai concessi troppo, i Bisca. Rimangono scomodi. Anzi lo sono molto di più adesso che, rientrato il fenomeno dell'”ankiovadoalcentrosocialeeascoltolamusicadelleposse”, loro continuano a fare la loro cosa, a dire quello che vogliono e a farlo a modo loro. Che magari non a tutti piace, come è giusto che sia. Il nuovo disco prosegue nell’elaborazione di quello che i Bisca propongono da anni con sottili modifiche, gli aggiustamenti d’obbligo, le coloriture dovute: funky urbano, vicino a certo “sentire” napoletano che già fu di Avitabile e Senese, sempre più colorato ed arricchito da furfanterie elettroniche. Non sempre funzionali, a mio parere. Dei Bisca mi piace il suono sanguigno, il ruggito del sassofono, la voce scomposta e catramosa. Certi “zuccherini” dolci per palati raffinati lasciamoli servire da altri, che già sono in tanti. Il cielo basso alterna così nuovi classici del Bisca-pensiero (La lavatrice e il generale, Il mio mondo, Migrante, In superficie, Che senso ha) ad altri momenti meno ispirati, quasi di stanca (Maledetti, Mr John, Pensieri, Le pietre), e tuttavia ha una sua valenza di insieme abbastanza alta, capace ancora di mettere la saliva al naso di tanti. Fatevi sotto, che ora che va di moda il no-global pensiero qualche critico illuminato si ricorderà nuovamente di farveli accattare.

La storia va a cicli, come le donne.

 

Franco “Lys” Dimauro

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BUGO – Sentimento Westernato (Bar La Muerte/Beware!/Wallace)    

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Minchia che spasso! Riecco Bugo, lo spazzacamino matto, il folletto che odora di hashish e Felce Azzurra, il clown in grado di riportare il sorriso sulle facce scure di tanti salici piangenti o, peggio, da cipressi che popolano l’underground italiano. Strambo, insolente, fuori di testa e un po’ cazzone, il signor Cristian Bugatti è riuscito col suo La prima gratta a moltiplicare gli avventori al bancone del Bar La Muerte. Gioco di prestigio che pare voler ripetere con questo suo nuovo album. Roba che provoca la dipendenza come le crepes alla Nutella e nocciole, le riviste porno o le erbe fresche del sig. Philip Morris. Dategli un paio di ascolti e vi ritroverete a canticchiare Vorrei avere un Dio, Bisogna fare quello che conviene o Pepe nel culo persino al lavavetri cui avete abbassato il finestrino al solito rosso del solito semaforo. Perchè la forza del Bugo sta non tanto nei nonsense, nelle rime idiote o nelle associazioni assurde che affollano i suoi testi, ma proprio nel vestito sonoro che gli ha cucito addosso. Un po’ Beck e un po’ Battisti, un po’ Barrett e un po’ bluesman sgangherato, un po’ Lou Barlow e un po’ Guided By Voices/Ween. Roba che ti puoi divertire a provare sulla tua scassatissima sei-corde appoggiata alla parete per “vedere da vicino l’effetto che fa”. Simpaticissimo e burlone, lui è l’eroe del perché low-fi italiano “…non ci sono storie!”.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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LOOSE – Untamed (Rockin’ House)

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Se seguite le vicende di Bassa Fedeltà e quelle del suo figlioletto tamarro Metallic KO non dovrebbe esservi sfuggito il nome dei Loose, quintetto votato al più schietto Detroit-sound di Stooges e Radio Birdman. Bene, il loro nuovo 7″ Untamed esce per la statunitense Rockin’ House e vi consiglio di sfilarlo subito dallo scaffale del vostro negozietto di fiducia e farlo vostro, anche a costo di rubarlo.

In soli 5 anni il loro livello di scrittura è cresciuto in maniera incredibile assimilando la più selvaggia tradizione rawk ‘n roll e scaraventandocela addosso come fiotti di sborra.

We’ll Make It esplode di schiumazza wah wah e secrezioni ormonali, Let Me Know ha lo stesso slancio epico che fu dei migliori New Christs. Un anthem assoluto con un ponte chitarristico che in trenta secondi dice più di quanto uno Scaruffi potrà mai scrivere su quello che è il rock ‘n roll.

I Loose sono un buco di donna, odore di sesso che ti satura le narici e desiderio denso come miele che ti imbratta le mani. Assolutamente deviato e fottutamente erotico.

                                                            Franco “Lys” Dimauro

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RC5 – American Rock ‘n Roll (Twenty Stone Blatt)  

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L’altra Seattle. Quella di cui alla fine non parla mai nessuno. Canzoni che raramente superano i due minuti di durata. Come i ragazzini carichi di estrogeni che ascoltano i Fall Out Boy. Cosa ci sia dentro questo loro disco dovreste capirlo da voi anche se vi siete lasciati tutto quello che avevano disseminato e che ora la 20 Stone Blatt raccoglie, se avete una qualche dimestichezza con l’immaginario e gli acronimi del rock ‘n roll. In caso contrario, è meglio lasciate perdere e che per voi Seattle rimanga la patria di quel che già conoscete.

Ma se vi può venir d’aiuto, i Robb Clarke 5 si chiamavano Five anche quando erano in quattro. E il Robb che si è intestato il tutto era il leader degli Zipgun, quelli che incidevano su Empty all’inizio degli anni Novanta. Anche quella, una Seattle dimenticata.

Comunque sia, che abbiate dimenticato o meno, che c’eravate o meno, che vi piaccia o meno, American Rock ‘n Roll è uno di quei dischi che rimangono lì ad ossidarti il lettore cd scorrendo avanti e indietro in una palude di Motor-City sound e punk che ne basterebbe la metà per tirarvi giù casa.

Riff dopo riff, gli RC5 abbattono lo Space Needle e lo ricostruiscono coi mattoni di MC5, New Christs, Streetwalkin’ Cheetahs, New Bomb Turks, Hot Snakes.

Aspettando la prossima rivoluzione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE REAL KIDS – Senseless (Norton)

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Mi auguro non sia un nome nuovo per voi quello dei Real Kids, anche se il tempo è stato impietoso con loro coprendro di polvere lo scintillio del loro fragoroso power-pop.
Venivano da Boston e ne rappresentavano, assieme ai DMZ, l’avamposto di un certo recupero umorale ed attitudinale al 60s sound.
Un’influenza strisciante eppure così costante quella del gruppo di John Felice nel corso degli anni (penso agli Outta Place che così si battezzarono in omaggio ad uno dei loro minor-hits, ai Sick Rose post-sbornia texana, ai Chesterfield Kings di Doomsday, a certi sottili rimandi di tanti eroi scandinavi, dai Nomads ai Flaming Sideburns, NdLYS) e che spero vada rivalutata alla luce di questo Senseless registrato dal vivo nel 1982 durante una delle tante esibizioni del gruppo presso lo spaghetti-restaurant Cantone’s di Boston (anche i Lyres ne registrarono uno, anni fa). Molti i classici: All Kindsa GirlOutta PlaceCommon at NoonSenselessWhat She Don’t Know e qualità audio più che buona racchiusa in una bella copertina. Spero vi basti per farveli amare.

                                                                 


                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

 

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