COLDPLAY – A Rush of Blood to the Head (Parlophone)

2

Se è vero, come ammesso dallo stesso Chris Martin, che il successo di Yellow lo ha affrancato dalla sua verginità sessuale, è davvero molto probabile che i fuochi d’artificio scagliati dal secondo album dei Coldplay lo proietteranno in chissà quali e quanti paradisi erotici.

Già, perché A Rush of Blood to the Head sembra scalare le dune di malinconia del disco precedente per tentare il salto decisivo verso quelle stelle che Martin sembra guardare con sempre maggior insistenza e che in qualche modo sembrano essere sempre più vicine. Del resto egli stesso si sta trasformando in una “rockstar”, uno di quegli astri che brillano di luce propria e che diventano riverberi luminosi sempre più intensi, sempre più riconoscibili nel firmamento dell’arte popolare.

Il secondo album dei Coldplay non si accontenta di confermare quanto già abbozzato su Parachutes (cosa che peraltro avrebbe già garantito loro un ulteriore bagno nella SPA riservata agli artisti di successo) ma riesce a rielaborare le palesi influenze della loro musica (i Bunnymen, gli U2, i primi Radiohead, qualcosa degli Smiths e dei Pink Floyd e molto pop commerciale degli anni Ottanta) per creare qualcosa di monumentale che ribalti i ruoli per diventare esso stesso un suono semantico, caratterizzante, esemplare in grado non solo di ispirare centinaia di altre band creando una progenie di emuli disarmante ma costringendo molto spesso a stringere la forbice che separa il modello dal calco fino a ribaltare gli equilibri (gli U2 di No Line on the Horizon o il disco solista di Magne F. dei tanto amati A-ha saranno influenzati pesantemente da questo album, NdLYS).

Da canzoni con ascendenze a canzoni “ascendenti”.

Sul serio. La sensazione che si ha ascoltandole è quella di vederle salire verso l’alto. Liberarsi dalle zavorre per seguire le correnti ascensionali, inseguire la traiettoria di un volo che è immaginario eppure percettibile ai sensi.   

La placenta uggiosa del primo album si scioglie adesso schiudendo un mandala dai colori prorompenti, aggrovigliato attorno a canzoni dalla melodia sempre perfetta, dall’intonazione sempre ispirata, di quelle che vengono a snidarti fin dentro il tuo bunker di pregiudizi o di giudizi affettati. Che fuori hai i cani che abbaiano e ti senti al sicuro. E invece non sei al sicuro manco per niente. Perché dentro le mura di casa hai il tuo nemico più acerrimo: te stesso.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DIRTY LOOKS – 12 O’Clock High (Stereoblige) / SWEATMASTER – Sharp Cut (Bad Afro) / GILJOTEENS – Without You (Screaming Apple)

0

Se saprà mantenere quanto promesso nella sua lista di next-releases il catalogo della Stereoblige diverrà presto una delle più interessanti labels di reissues internazionali, con la differenza che si tratta di un marchio tutto italiano e di vantare tra le uscite in programma nomi come Kilkenny Cats, Philisteins, Yard Trauma, Stomachmouths, Deep Six, Kliek, Fourgiven. Roba che, viste le premesse date da questa curatissima retrospettiva inaugurale (ottimi masters, splendido packaging, bonus tracks, booklet ricco) potrebbe davvero far urlare al miracolo, qui in Italia: 12 O’Clock High mette assieme il primo omonimo LP dei Dirty Looks e ben 13 bonus tracks. Pur provenendo dall’area metropolitana di N.Y., il suono della band aveva un appeal molto inglese tanto che il loro debutto venne licenziato dapprima proprio in U.K. dalla storica Stiff. Parliamo di grande guitar pop, robusto ma dotato di un grande estro melodico. Se stravedete per Beat o Plimsouls fatelo vostro assolutamente. www.notymerecords.com

Attualissimi invece i Finlandesi Sweatmaster, finalmente al debutto “lungo”. Sharp Cut esce per Bad Afro e in UK per Must Destroy, la nuova etichetta messa su dagli A&R “rei” di aver portato gli Hives alla corte della Poptones, con tutto ciò che ne è conseguito. E il successo che il secondo estratto ha già riscosso alla BBC e alla XFM la dice lunga sugli interessi degli inglesi in questo momento. Il suono degli Sweat è pura demenza rawk ‘n roll, becero, sporco, triviale e raunchy. Nessuna distrazione è consentita. Basso/chitarra/batteria/voce, tutto come un treno. Accordi secchi, energia pura, ritmica senza sbavature, testi sboccati da luride canaglie. Non so che cazzo ascoltiate voi, ma per me roba come Wanna See It Done I Am a Demon sono da antologia del rock ‘n roll. Grezzissimo hard rock suonato da punkettoni con zero voglia di starsela a menare sugli strumenti.

Esce per Screaming Apple il nuovo singolo dei Giljoteens col consueto ottimo lavoro di beat dai ricami folk acidi e variopinti. Francamente capisco perché un personaggio come Jens Lindbergh sia letteralmente impazzito per loro: pezzi come Time to GoAway From Me o Without You sono roba inavvicinabile da gran parte di sixties-bands in circolazione, così “dentro” il suono di un’epoca, eppure di una bellezza così struggente da indurre a commozione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DEVIL DOLLS – We Are (Corduroy) / GREENHORNET – SoulScum (My First Sonny Weissmuller) / FIREBIRDS – Their Second Album (My First Sonny Weissmuller)  

0

Dalle parti dell’Australia è finito Jay Wiseman, già voce dei mitici quanto dimenticati Hoods. A Sydney ha trovato una gran bella donna e messo su una band chiamata Devil Dolls. Il loro album è un disco di buon punk ’77 alla Avengers appena deviato da certi echi sixties (Stoned, My Baby, Nag) ma sarebbe ora che la voce di Jay qui protagonista della sola cover di He’s a Whore dei Cheap Trick tornasse al ruolo basilare che le compete, alternandosi e intrecciandosi a quella della bambola Mirella. Per chi è alla costante ricerca di qualche scalcagnata band che perpetri il verbo blues anche nel nuovo secolo, consiglio caldamente Soulscum dei GreenHornet. Sentirete cosa si prova a farsi mordere il culo da un mastino che sbava blues. Il terzetto olandese suona oggi quello che suonerebbe Jon Spencer costretto a pubblicare su Crypt fino al ritorno sulla terra di Robert Johnson. Ogni tanto vengono fuori anche evidenti influenze surf e twangin’ (Single Shot, Get Locked) che li avvicinano a band come i Boss Martians e che non fanno altro che renderceli ancora più simpatici. Per la stessa label esce pure il nuovo dei Firebirds che sul Their Second Album continuano malgrado il cambio di line-up a fare quello che facevano già benissimo sul primo: beat secco, surf e instro-rock, R ‘n B albino, roba che piacerebbe a gente come Billy Childish o Tim Warren e che piace una cifra anche a me e a Porky Chedwik.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

r-1643716-1234127640-jpeg

r-3486216-1455442524-1213-jpeg

firebirds

 

THE NEW CHRISTS – These Rags (Citadel)  

0

I New Christs compaiono e scompaiono dalla cronaca del rock senza in realtà andare mai via per davvero. I quasi dieci anni che separano il loro album di debutto dall’album successivo sono costellati da una serie di scioglimenti, reunion e rimpasti di formazione. A tenere vivo l’interesse attorno alla band ci pensa la californiana Lance Rock Records che pubblica una raccolta di materiale degli anni Ottanta e due E.P. in formato 10”nuovi di zecca intitolati Pedestal e Woe Betide. Se  il primo è un lavoro messo su proprio per esigenze di “visibilità” per il quale vengono recuperate un paio di ruggenti demo cui Rob si limita a ri-registrare le tracce vocali e scelte due cover in cui per la prima e unica volta nella storia dei New Christs fa la sua apparizione una tromba (in sostituzione del flauto della She Comes in Colours originale) ma cantate in maniera leggermente maldestra, il secondo (senza più Bill Gibbons, finito a dare manforte ai Lemonheads prima, ai Celibate Rifles dopo e prodotto dallo stesso Younger) si mostra lavoro più compiuto, con la The Half That’s Left a farla da padrona ammantata nella sua cappa scura, nonostante siano brani d’assalto come Woe Beside e Only a Hole a scaldare i cuori. Entrambi gli E.P. verranno ristampati quasi in contemporanea dalla Citadel e quindi fusi assieme proprio a ridosso della pubblicazione del terzo album ufficiale su questa raccolta di stracci usati intitolata These Rags.

Provate voi a dire che il mondo non vi piace, quando passa la processione dei Nuovi Cristi, che io proprio non riesco.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

184115_510

DAVID BOWIE – Heathen (ISO)  

3

Nel 2000 David Bowie riallaccia i legami con Tony Visconti, interrotti ormai da un ventennio. Ha voglia che sia lui a ridare un volto nuovo, moderno al suo vecchio materiale per un progetto intitolato Toy.

Poi succede che la storia corre più veloce di loro. A bordo di due Boeing 767.

E la storia cambia un po’.

Quella del mondo e quella di Toy, che si trasforma in un album di canzoni inedite. Che parlano dell’11 Settembre e di tutti gli altri giorni dell’anno.

Dei giorni suoi di quelli altrui. Compresi quelli un po’ più lontani di Pixies, Legendary Stardust Cowboy e Neil Young.  

E quello che nei progetti doveva essere niente più che un gioco, si tinge di un’ombra più torbida, salvandoci forse dalla noia di una seconda “ora” di ‘hours…’.

Heathen ci racconta di un mondo che si sbriciola sotto i nostri occhi (o del bianco che ne rimane), così come il nostro passato. Abbandonato anche dagli angeli, che ci lasciano alla stessa ora in cui Jimmy lascia Brighton sulla sceneggiatura di Quadrophenia.

Per questo si apre con un’aria da musical apocalittico su cui Bowie recita:

Niente rimane
Potremmo correre quando la pioggia diventa leggera
Cercare auto o segni di vita
Dove va il calore
Cercare le persone alla deriva
Dovremmo strisciare sotto le felci
Cercare i barlumi di luce per la strada
Dove va il calore

Tutto è cambiato
Perché, in verità, è l’inizio del nulla
E nulla è cambiato
Tutto è cambiato
Perché, in verità, è l’inizio di una fine
E niente è cambiato
E tutto è mutato

 

e si chiude con gli stessi toni da melodramma pagano cantando sotto un cielo che si è fatto di vetro e di ferro e chi aveva promesso di esserci quando avremmo fatto il loro nome, hanno scordato il timbro della nostra voce.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

download (4)

DOM MARIANI & THE MAJESTIC KELP – Underwater Casino (Head)

0

 

Ciclicamente lo spirito di Dom Mariani sente il bisogno di ritemprarsi tra le onde della musica strumentale. Lo aveva già fatto in passato con gli Stonefish dopo lo split degli Stems, la band per cui ancora oggi viene citato in ogni manuale sul pop perfetto, e lo rifà nuovamente oggi, messa da parte la storia dei DM3 con i quali pure aveva disseminato qua e là pietruzze come The Creeper, Beechline o Oriana (qui ripresa in versione non dissimile dall’originale, NdLYS) che diventano ora nuovamente le mura portanti del suo attuale progetto.

Underwater Casino, sin dal titolo e dalla copertina, è un disco acquatico, imbevuto nell’immaginario evocato dalle onde oceaniche che da sempre esercitano un fascino fortissimo sulla gioventù Australiana, fatto e pensato più che per cavalcare le onde, per lasciarvisi trasportare sui timbri sofficemente evocativi di pezzi come Sergio Leone, Tijuana Dreamin o Starline, un disco “muto” che non segna traiettorie inedite ma di certo ne evidenzia alcuni tratti fino a trasformare quelli che prima sembravano scarabocchi in piccole delizie di arte pop. Bentornato, Dom.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

a3498902807_10

SATANTANGO – Downhill (Vinza)

0

A voler guardare indietro, non sono molti i gruppi italiani da salvare dall’abisso dei ’90. Inutile fare nomi, ma se avete due mani… vi avanzeranno delle dita. I Tupelo ed i Playground erano tra questi. Tricolori per caso, ma più verosimilmente impastati nelle paludi dello swamp blues più blasfemo e imbevuto nell’inchiostro che vergò le pagine più decadenti del rock australiano, erano pura vertigine NOIR.

Blues deviato corroso da chitarre che ne grattavano la carne fino a vederne spuntar fuori le ossa, un rosario di blues sepolcrali per uno Spoon River di anime dannate. Il piscio che filtra tra le macerie del rock ‘n roll. Una bandiera di orgoglio noise piantata nel fango delle paludi nordamericane che il destino ha voluto ammainare troppo in fretta risucchiando le anime di Stiv Livraghi e Alessio Zagatti, i cui spettri aleggiano nel blues scuro e catramoso dei Satantango, gruppo lodigiano “avvitato” alla storia di quelle due figure. 

Ma Downhill, il loro disco di esordio che circola da un po’ in versione demo tra gli addetti al settore, nonostante sia facile cedere alle suggestioni, vive di luce propria sublimando la stessa attitudine perversa di quelle bands. Il canto della bella Anna Poiani, innanzitutto, non può non riportarci alla mente quello di un altro angelo nero come Rita “Lilith” Oberti: si srotola sopra il suono della sua band come un goldone su un membro in erezione. Sotto, le chitarre di Luca Fusari e Massimo Audia azzardano vibrati western (The Laughingstock), sputano veleno blues (Reaching For You), arrancano nella limaccia di stomps urbani (Alligator), rigano i binari della ferraglia voodoobilly (The Clock of Life). Da estemporanea sortita live in memoria dei vecchi amici, la storia dei Satantango si sta tramutando in nuova, vibrante, catartica, viscerale melma appiccicata al denim del blues suburbano. Polly Jean stuprata sul parquet di una trattoria messicana mentre Tom Waits aspetta la sua ultima bottiglia. 

 

                                                                                         Franco “Lys” Dimauro

2399439

 

         

THE PERSIAN RUGS – Mr. Tripper (SOS) / NERVOUS EATERS – Eat This! (No Tomorrow!)

0

Dovessi assencondare la volontà della band, nobilmente palesata nell’ omissis di alcuna liner-note sul suo Mr. Tripper E.P. (SOS Records) dovrei tacervi dei trascorsi dei Persian Rugs ma siccome suppongo non sia stato l’unico a piangere la scomparsa di una delle più grandi pop bands della storia -una di quelle con le radici al posto giusto (ricordate la “lista” sputata su Turn On? Ecco, QUEL posto lì) e capace di scrivere grandi canzoni, cosa che non sempre vien fuori solo pisciandosi sui piedi- vi dirò che se il nome Hoodoo Gurus provoca un qualche effetto meccanico sul vostro apparato riproduttivo (e non alludo al masterizzatore…), avete trovato di che cibarvi per i prossimi mesi. Queste cinque canzoni ci riconfermano le doti di Dave & C: un garage soul che esplode nelle prime quattro tracce toccando vertici da antologia e che si colora di un sinistro e inedito tono doorsiano nella conclusiva Goin’ Out of Style. Bellissimo.

Altra gente tirata fuori dalle macerie sono i Nervous Eaters, addirittura. Gente che stava tra i topi (il locale di Jim Harold e l’eponima label, NdLYS) quando Boston viveva la sua febbre punk e autori di quel piccolo classico titolato Just Head nel ’77. Il nuovo Eat This! su No Tomorrow è onestissimo e anthemico power rock che non teme il confronto con le tante produzioni rawk ‘n roll degli ultimi anni.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

R-713749-1150901277

 

download

BLACK MOSES – Emperor Deb (Lunasound)  

0

Jim Jones continua a guardare l’America dal suo alloggio in Camden Town.

 

Infilato quasi senza clamore fra le avventure degli Hypnotics e quelle della Jim Jones Revue, Emperor Deb dei Black Moses è uno dei più bei dischi su cui il cantante e chitarrista inglese abbia mai messo mano. Autentica polvere elettrica per la quale il buon Beppe Badino farebbe man bassa di tutti gli aggettivi della sua cartucciera per descriverne il potere scorticante. Black Moses sono un power-trio (con Jones sono della partita Graeme Flyint dei Penthouse e il batterista Chuck B.) capace di accendere folgorazioni cariche di flashbacks Hendrixiani e Stoogesiani. Psichedelia ultra pesante investita da impetuose onde fuzz e vicina a certe violenti escursioni care ai Blue Cheer, agli stessi Hypnotics e ai Mudhoney dei primi due dischi.

L’impatto bruciante del singolo di debutto è in parte mitigato dalla presenza di ballate sporche e crespose come Slow MamaStrange Life e Yr Friend ma Emperor Deb mantiene in pieno le promesse di quel 7 pollici.

Suoni assolutamente vintage e un odore di valvole Mesaboogie devastante.

New! Improved! Black Moses!

                                                                                             

                                                                    Franco “Lys” Dimauro                                                                                

                                                                                 

download

 

AA. VV. – Pushing Scandinavian Rock to the Man # 3 (Bad Afro) / ON TRIAL – Higher!/That’s Right (Bad Afro)

0

Ciclicamente la svedese Bad Afro si preoccupa di fare il punto del proprio catalogo, operazione utile altresì x ficcare il termometro nello sfintere della scena scandinava. Mercurio ancora alto, ovviamente, visto che è qui, e non negli stankiuniti di Strokes e B.R.M.C. che il r ‘n r continua a dare il meglio. Come sempre, anche questo 3° volume di Pushing Scandinavian Rock to the Man! si divide tra pezzi già editi, alternative versions, anteprime e inediti assoluti. Così mentre Sweatmaster e Royal Beat Conspiracy alimentano l’attesa per i loro nuovi lavori, bands come Species, Borderlines e Mutants ben rappresentano l’evoluzione della specie. Dentro ci stanno pure le a-sides delle più recenti uscite 7” della label: Baby Woodrose è un quartetto di Copenaghen che chiude dentro la splendida sleeve del suo sette pollici una cover dei Love cattivi di My Flash On You e la bellissima Never Coming Back, ciondolante tra la My Brother the Man dei We the People e una qualunque delle killersongs dell’ epoca neogarage con risultati devastanti. Ricordavo invece meno diretti i danesi On Trial che sulle due tracce del loro Higher! b/w That’s Right rocherrollano di brutto con una soul power song sul lato A e la già rodata lega Stooges/Monster Magnet mooolto cattiva sul retro. Da qualunque lato lo giriate, un capolavoro. Bastardi!

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

download

 

R-1413728-1292775450.jpeg