AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

WIRE – Send (Pinkflag)    

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Quando torni nel posto da cui eri stato cacciato.

E ci torni per fare male.

Così suona Send dei Wire.

Che è un terzo That Petrol Emotion (Being Watched, ad esempio) e un terzo Ministry (In the Art of Stopping, sempre per esempio).

Il restante terzo sono i Wire, armati di spranghe.

I nuovi pezzi della band inglese suonano dritti come sfilassero via su un treno cyberpunk. Anzi, come fossero essi stessi quei vagoni.

Nice Streets Above, Comet, In the Art of Stopping, Mr. Marx’s Table, Read & Burn, Half Eaten viaggiano tutte così, meccaniche, fredde e traslucide, aggredendo le rotaie e gli audaci che stanno defecando a lato dei binari.  

Il ricompattamento delle “fila” dei Wire sembra quello rigoroso di un plotone militare più che quello di una band. E forse eccedono nel present-arm, finendo anche per mirare e sparare alla fantasia, quando questa passa.

Però Send è un disco senza compromessi, senza ammiccamenti, che non si struscia sulle gambe dei discografici come certi cagnolini di piccola taglia che hanno necessità di eiaculare. Send è un disco dei Wire giovani per la terza volta.

Noi qui, sventoliamo i nostri fazzoletti ben stirati mentre attendiamo che passino i loro vagoni.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

JOE STRUMMER & THE MESCALEROS – Streetcore (Hellcat)  

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Barry “Scratchy” Myers, il dj che aveva aperto i tour dei Clash per Give ‘em Enough Rope e che viene accreditato come “il deejay n. 1” sulla copertina interna di London Calling torna a lavorare con Strummer per l’ultimo tour dei Mescaleros. Sarà lui a dichiarare che Joe aveva fatto in cinquant’anni quello che molti non avrebbero mai potuto fare neppure se avessero avuto a disposizione cinquanta vite.

A noi piace davvero pensare che, si, Joe Strummer era riuscito a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, spremendolo fino all’ultima goccia. Purtroppo però quell’ultimo giorno arrivò per davvero. È il 22 Dicembre del 2002 e Strummer sta lavorando a Streetcore con i modi che gli sono congeniali in quegli anni ovvero vivendo praticamente dentro lo studio di incisione, dormendo su un giaciglio di fortuna assieme ai suoi appunti, alla sua chitarra, ad un mangianastri dove può fermare su nastro le idee che passano come stormi dentro la sua testa, colpendoli prima che scompaiano all’orizzonte o che stramazzino a terra. Non sa ancora che toccherà a Martin Slattery e Scott Shields, i Mescaleros di vecchia data, l’onere di completare quel che lui ha iniziato e che la sorte non gli consentirà di completare (Midnight Jam è infatti orfana del suo testo, anche se la voce di Strummer compare con degli intercalari del suo programma radio).  

Streetcore è il disco dove Strummer torna a parlare di una Londra che torna a bruciare, il disco dove per ironia del destino decide di reincidere quella Redemption Song che era già stata testamento di uno dei suoi eroi, il disco dove Strummer compie finalmente il suo nostos, il suo ritorno a casa che è anche un po’ il nostro. È il suono meticcio dei Clash e anche un po’ di quello dei Big Audio Dynamite, c’è il reggae, il country & western, il combat-rock. C’è Strummer e con lui gran parte della nostra vita.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

THE FALL – The Real New Fall LP (Action)  

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Mark E. Smith è come il beccuccio dei dispenser per sapone. Lo disincagli dalla sua posizione originale per sbloccare il pistone pneumatico che ti permetterà di utilizzarlo e lui si gira e si mette dal lato opposto dell’etichetta. Così, per farti uno sgarbo. Poi, c’è chi si prende la briga di rimetterlo nella posizione in cui dovrebbe stare. Qualcuno, come me, lo lascia dove ha deciso di stare. Selvaggio. Maleducato.

Il “vero nuovo album” dei Fall è un disco vero.

Il “vero nuovo album” dei Fall è un disco nuovo.

Il “vero nuovo album” dei Fall arriva dopo un’opera di “restauro” resasi necessaria dopo che Country on the Click, la sua versione originaria, è stata resa disponibile anzitempo su internet da qualcuno troppo fuori tiro per potersi prendere uno sputo in faccia da Mr. Smith.

Realizzato con una formazione che non durerà più di uno dei suoi scatarri, il “vero nuovo album” dei Fall è uno dei migliori album dei Fall. Un disco che potrebbe umiliare centinaia, forse migliaia di band formate da quelli che all’anagrafe potrebbero essere figli di Smith. Un lavoro quasi “garage” nella concezione e nei risultati. Grezzo, sporco e in grado di cancellare con un piscio quanto fatto dai Blur con quel disco dove Damon Albarn si scrollava un po’ della sua boria londinese per avvicinarsi, appunto, alla perfida Manchester dei Fall. Anche se tutti la scambiarono per l’America dei Pavement.

Chissà per cosa scambierete adesso questa nazione, coperta da limatura di ferro e soffocata dai fumi.

Cercherete qui il vostro dormitorio?

Ci andrete a pescare qualche trota intossicata dalle schiume e dalle ruggini?

Cercherete un pub abbastanza malfamato per insultare le cameriere nell’unica lingua che conoscete sperando che tutti siano ignoranti almeno quanto voi e poterla passare liscia?

Oppure direte ai vostri figli che quello è un posto abitato da gente facile alla rissa, incattivita dalle polveri sottili delle fabbriche, incline al vizio e al motteggio e che forse è meglio starsene a casa e noleggiare una barca a vela per poter guardare il tramonto in un posto dove il mondo sembra migliore della merda che è?

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE BLACK KEYS – Thickfreakness (Fat Possum)  

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Pomata blues della miglior specie, quella spalmata sulle undici canzoni del secondo album dei Black Keys.

Garantisce casa Fat Possum.

È il blues che regredisce al livello uno della sua scala evolutiva, il blues che ha trovato casa in città ed ha scoperto che in città c’è la corrente elettrica, prende un cavo e vi si aggrappa trascinandosi ai bordi del marciapiede e inscenando il suo turpe spettacolo di trivialità negra. Cantando di un amore fatto di corteggiamenti infiniti e infiniti rancori, corse alle calcagna di una preda e corse per seminare il predatore.

Thickfreakness è unto e pastellato in questa essenzialità vitale, macroscopica e radicale che sa di legno, ruggine e foglie di tabacco. I Black Keys si approssimano a diventare una band perfetta.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

IGGY & THE STOOGES – Back to the Noise (Revenge) / LES BATON ROUGE – My Body-The Pistol (Elevator) / JOHN WOO – Who? (Shake Your Ass)

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A conferma che suona sempre meglio una outtakes di Raw Power sotto un chiodo che tanta ciofeca che oggi ammorba il mercato e le narici, da più di 15 anni la francese Revenge continua a pubblicare anche l’impubblicabile di Iggy Pop e i suoi Stooges. Sull’onda lunga di Skull Ring (è proprio alla Virgin che la label si appoggia per la distribuzione francese, NdLYS) ecco pronta questa doppia Back to the Noise che raccoglie materiale già edito su dischi come Live @ Whiskey a Go-goTill the End of the Night o Raw Mixes. Se, come sospetto, avete l’orecchio già educato al KO Metallico, il rumore grezzo di queste takes di Open Up and BleedJohannaI Need Somebody I Wet My Bed vi parrà familiare anche se manca tutta la tragedia junkie che trasuda dai solchi di QUEL disco.

Pare siano una forza sul palco (chiedete a gente come Warlocks, Mooney Suzuki o Nashville Pussy che se li sono ritrovati tra i coglioni) i portoghesi Les Baton Rouge. E se provate a sentire questo nuovo My Body-The Pistol  ne avrete il sentore. La rabbia, veicolata dalla voce articolata e potente di Suspiria Franklyn, è quella dei giorni migliori delle riot-grrrls, un punk rock metallico (NON metallaro, NdLYS), bitumoso e ruvido che ha in X-Ray Spex il suo antenato estetico di riferimento, pur risolto in modo molto più diretto e frontale: nessuna distrazione “fiatistica” come nel gruppo di Poly Styrene, solo corde e pelli a massacrarsi. Bravi per davvero, non per posa.

Più vicini eppure infinitamente lontani sono i John Woo, quattro teppisti venusiani finiti nel piscio dei Canali. Veloci, approssimativi, e futuristicamente vintage, se mi passate l’ossimoro. Il nuovo 7” su Shake Your Ass prosegue sul solco tracciato dai precedenti lavori: carcasse di astronavi che si sfidano nelle polveri secche di qualche cazzo di pianeta perduto. Negative cars è una molecola d’amianto liberata dall’incendio del giardino di plastica dei Devo, Matt Daemon Meets Anarchy Hello Mr. Birdman due vortici garage punk suonati dai replicanti alieni dei Michelle Gun Elephant.

 

Franco “Lys” Dimauro

PAWNSHOP – Cruise‘o’Matic (Beard of Stars)

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Difficile spurgare ancora qualcosa di nuovo in ambito stoner. Il rischio è che alla fine, per quanto ti sforzi di apparire originale e snob (“lo stoner? Fuck off….noi non abbiamo etichette!” e menate simili…) i tuoi dischi, se ben fatti, finiscono per sembrare sempre un calchino di quelli di Kyuss, Monster Magnet o Fu Manchu. Se fatti male, il critico di turno, nel tentativo malcelato di non tirarsi addosso le ire del distributore, si sbatterà i testicoli a trovare illustri e forzati paragoni che ne possano alleviare lo sdegno (Melvins, Saint Vitus, Soundgarden, Sabbath… anche qui la rosa di nomi è poco fantasiosa…). È d’altronde anche vero che il fanatico di stoner quel disco lo comprerà ugualmente finché, ma questo vale per tutti i feticisti di qualunque religione, un giorno deciderà di venderli tutti in blocco, quei maledetti dischi compressi col solito ampli ficcato in copertina. Fatta la premessa dirò che questo secondo disco dei Pawnshop è un monolite niente male. Ben fatto e quindi, per l’equazione sopra esposta, simile ad una versione appena + fantasiosa dei Fu Manchu con i quali, oltre al culto per i copertoni fumanti, condividono la stessa passione per pezzi dritti e incendiari (Baby Bitch, Mean Machine) con rarissime rarefazioni (giusto lo Zombie vivente che si fa carico di chiudere la porta) e un grande vocalist come Kjell Undheim una spanna sopra Scott Hill a spadroneggiare e domare la Bestia. Nulla di nuovo quindi, come da contratto, ma il mio consiglio (e di fuffa stoner ne ho mezza casa piena) è che questo, al pari del recente 500ft of Pipe sia un buon disco per avvicinarsi al genere senza rimanere delusi. Dell’acquisto obbligato per gli altri abbiamo già detto. Ah, anche un buon mezzo per ripagare la Mammoth della promozione incompetente fatta all’ultimo Fu Manchu.

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE DIRTBOMBS – Dangerous Magical Noise (In the Red)  

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Il capolavoro dei Dirtbombs arriva nel 2003. Si intitola Dangerous Magical Noise ed è l’ultimo registrato con la line-up storica, visto che Tom Potter lascerà da lì a poco la band per dare vita ai Detroit City Council, formazione heavy-funk messa sotto contratto dalla Acid Jazz. Quello che negli obiettivi di Mick Collins deve essere l’album “pop” del gruppo si sposta in più di un’occasione verso un suono sfacciatamente, spudoratamente glam pur senza abbandonare la sua coperta di Linus punk e le sue lenzuola sporche di umori soul. Rimane dunque tendenzialmente sgraziato e imperfetto ma all’occasione galantuomo e consolatore. Sono le stimmate perfette per uno come Collins, da un lato affascinato dai grandi della black music e quindi dalle proprie radici culturali e storiche (John Lee Hooker, Sly Stone, James Brown, Curtis Mayfield, Sun Ra) e dall’altro dannatamente perso dentro un incubo urbano di metallo e cemento (lo spettro della Detroit industriale che già affiorava in passato sotto forma di proiezioni Stoogesiane e che qui riappare in tutta la sua violenza sottopelle pur colorandosi di fioriture glam e protopunk). Gli spettri di Marc Bolan, Gary Glitter, Mick Turner e Mission of Burma che fumano pipe di crack nel quartiere nero della città. Profondo e bruciante come una ferita da arma da taglio, se ve ne siete mai procurata una. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

GREEN CIRCLES – Brass Knobs, Bevelled Edges (and in 23 different positions) (Off the Hip)

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Tra gli attori protagonisti degli Antipodean Screams lanciati dalla Off the Hip giusto qualche mese fa c’erano anche loro: i Green Circles da Adelaide, un’ottima band con diversi punti di sutura con la tradizione sixties che è riuscita a farsi sovvenzionare dai contributi statali ben due dischi. Sti’ cazzi! Ad entrambi, ovvio, massimo rispetto. Dicevamo che i punti di contatto dei Green Circles con la musica sixties sono tanti, e differenti: Brass Knobs, più del precedente Get on the Outside of This è infatti un disco discontinuo non per qualità ma per panoramica. Quello che infatti potremmo per comodità d’uso e di “gancio” mnemonico chiamare beat viene di volta in volta deformato in molte varianti. Dal garage punk al folk rock, dalla psichedelia al power pop. Tutto fatto con passione e classe, non con mestiere (ciò che uccide, ad esempio, i dischi dei Rubinoos, tanto per restare nel campo di chi ama essere il jukebox perpetuo del sixties sound, NdLYS). Le sagome di Ray Davies, Pete Townshend (ascoltate come viene impostato il riff portante della bella Black Vinyl Heart), Dom Mariani, Phil May che passano sullo schermo. La sensazione è quella di ascoltare un volume inedito delle Battle of the Garages quando ti poteva capitare di ascoltare in sequenza Vipers, Plasticland, Yard Trauma e Fuzztones e di percepirne, passando oltre alle divergenze stilistiche, le incredibili affinità estetiche e culturali.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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EVAN DANDO – Baby I’m Bored (Fire)  

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Spreco di vinile, cellulosa, policarbonato e tempo per la ristampa deluxe di uno dei dischi più inutili dello scorso decennio. Si tratta del commercialmente fortunato Baby I’m Bored messo su dall’ex-leader dei Lemonheads Evan Dando nel 2003 che adesso viene rimpolpato con un secondo disco di singoli e inediti del periodo per motivare un nuovo tour dell’Abele gemello del Caino Kurt. Il disco è una modesta e sopravvalutata sequenza di canzoni dall’assetto fondamentalmente (ma non esclusivamente) acustico che si candidano ad offrire una versione romantica dell’America rurale ancorandosi fuori tempo massimo a quanto messo in scena dagli Uncle Tupelo dello storico No Depression.

È il country-rock delle buone maniere. Annoiato e noioso.

Quello buono per le college radio, dove infatti Dando viene venerato come un Dio Greco.

Che venga venerato ancora oggi e anche fuori da lì rimane uno dei grandi misteri della musica rock.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro