DEVIL DOLLS – We Are (Corduroy) / GREENHORNET – SoulScum (My First Sonny Weissmuller) / FIREBIRDS – Their Second Album (My First Sonny Weissmuller)  

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Dalle parti dell’Australia è finito Jay Wiseman, già voce dei mitici quanto dimenticati Hoods. A Sydney ha trovato una gran bella donna e messo su una band chiamata Devil Dolls. Il loro album è un disco di buon punk ’77 alla Avengers appena deviato da certi echi sixties (Stoned, My Baby, Nag) ma sarebbe ora che la voce di Jay qui protagonista della sola cover di He’s a Whore dei Cheap Trick tornasse al ruolo basilare che le compete, alternandosi e intrecciandosi a quella della bambola Mirella. Per chi è alla costante ricerca di qualche scalcagnata band che perpetri il verbo blues anche nel nuovo secolo, consiglio caldamente Soulscum dei GreenHornet. Sentirete cosa si prova a farsi mordere il culo da un mastino che sbava blues. Il terzetto olandese suona oggi quello che suonerebbe Jon Spencer costretto a pubblicare su Crypt fino al ritorno sulla terra di Robert Johnson. Ogni tanto vengono fuori anche evidenti influenze surf e twangin’ (Single Shot, Get Locked) che li avvicinano a band come i Boss Martians e che non fanno altro che renderceli ancora più simpatici. Per la stessa label esce pure il nuovo dei Firebirds che sul Their Second Album continuano malgrado il cambio di line-up a fare quello che facevano già benissimo sul primo: beat secco, surf e instro-rock, R ‘n B albino, roba che piacerebbe a gente come Billy Childish o Tim Warren e che piace una cifra anche a me e a Porky Chedwik.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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M83 – Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts (Gooom)  

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Prima di autoproclamarsi, consapevolmente, il cassonetto di tutta la spazzatura retro-futurista che aveva loro fatto muovere i primi passi, gli M83 erano diventati quasi senza volerlo tra i protagonisti d’eccellenza del ritorno degli sconfinati arcobaleni shoegaze dei primi anni del nuovo secolo. Di quell’effimero revival portato avanti da compagini come Flying Saucer Attack, Sigur Rós, Lali Puna, Broadcast erano divenuti addirittura l’avamposto francese, trovandosi di colpo al centro di un palco su cui non si erano ancora spenti i riflettori che avevano accolto l’ingresso nel circo del pop di band come Air, Phoenix, Daft Punk.

Quella che all’epoca era ancora, convenzionalmente, una “band” sarebbe diventata poco più che un egocentrico luogo di produzione individuale per il solo Anthony Gonzales proprio all’indomani del loro capolavoro Dead Cities, il disco dove le montagne russe della space age bachelor pad music dei maestri (anche loro per metà francesi) Stereolab (0078h la pista più erta e rapida, con giro della morte, avvitamento a cavatappi e tutto il resto che vi piace trovare su una roller coaster) si catapultavano a capofitto dentro la raggelante “morgue” dei Cure più cerei creando asfittici abissi di staticità sintetica come Gone o entrando in collisione con l’asteroide 4422, da anni rinominato dall’astronomo Gareth V. Williams al vero maestro della space-music francese Jean Michel Jarre (Unrecorded, il maestoso iceberg che si staglia su On a White Lake Near a Green Mountain, le algide distese di Be Wild), prima di spegnersi nei quattordici minuti della loro A Day in the Life e intitolata Beauties Can Die: quattordici minuti di lievitante bellezza che avvizzisce fino al suo plateale soffocamento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU REED – The Raven (Sire)  

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“Music from and Inspired by“.

Quante volte lo avete trovato scritto su una qualche copertina di una colonna sonora et similia?

The Raven, ennesima fatica di un uomo stanco, è tratto ed ispirato da POEtry, la spettacolo su Allan Poe portato in scena con la complicità fattiva del registra Robert Wilson. Un disco lungo e complesso.

Un disco pieno di ospiti. Che Reed, nella vecchiaia, non vuole più stare da solo.

E ogni ospite porta qualcosa. Fosse anche un mazzo di rose nere su una delle vecchie poesie di Reed, come fa Antony nell’augurargli un giorno perfetto.

The Raven coniuga l’amore per la parola scritta e narrata tanto cara a Reed con la sua devozione per la musica, sempre più imprevedibile negli ultimi anni della sua vita. Free-jazz, arie da musical, intermezzi sepolcrali, assalti rock, ballate uggiose (Who Am I? è ancora capace di tenere testa alle sue cose migliori, ora che gli anni colorano tutto di una drammaticità più credibile, più pregnante, più nostalgica).

Non è un disco facilmente percorribile, per le tante cose che si porta dentro. E infatti verrà prontamente rieditato in versione singola anziché doppia spurgandolo dei tanti frammenti narrativi e denudandolo quindi in parte della sua anima. Assecondando la nostra propensione alla pigrizia.  

E invece The Raven è un disco che richiede pazienza.

Non averne ne pregiudica l’assimilazione, così come la fretta vi rende il piede malfermo.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVID SYLVIAN – Blemish (Samadhi Sound)  

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Blemish è il suono onomatopeico della polverizzazione del sogno d’amore di David Sylvian. Immerso in un isolamento fisico che diventa psicologicamente devastante, il musicista inglese partorisce un disco inquietante e sinistro, sospeso su ioni  atomici dentro cui Sylvian si rannicchia in posizione fetale.

È l’eco di stanze desolate, abbandonate anche dai “fantasmi” che le avevano imbrattate di gelatina sulla Ghosts di ventidue anni prima. Acquari disertati dai suoi abitanti, serpentine e resistenze elettriche che friggono senza più nessun cibo da scaldare o da tenere al freddo per la cena della sera, piccoli apparecchi radio che modulano senza più fermarsi ad una stazione radio, vagando nell’etere come i nastri di Jurgenson, strumenti acustici che corrono senza successo dietro un diapason sordo, vecchie cineprese otto millimetri che proiettano pellicole color nicotina e fieno.

Blemish è il suono di un mondo, affettivo ed artistico, che si sta sbriciolando. Sotto queste macerie, che sono pulviscoli e piccole particelle di amianto e zinco, resta il corpo di un Sylvain inanimato come un pompeiano inerme davanti al disastro.

Il mondo incantato di David Sylvian si frantuma sotto i suoi e i nostri occhi. E noi ne avvertiamo la cupa vertigine.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CHESTERFIELD KINGS – The Mindbending Sounds of… (Sundazed)  

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Nel 2002 Little Steven apre il suo Underground Garage trasformandosi, inaspettatamente, nel nuovo guru del sixties-punk creando nuovo interesse attorno al fenomeno. Quali che siano state le dinamiche non saprei ma Little Steven si ritrova in qualche modo a “battezzare” il disco della rinascita dei Chesterfield Kings. E’ lui a firmare le visionarie note di copertina e a collaborare fattivamente in almeno un pezzo. E, successivamente, a ristampare il disco per la sua etichetta personale.

L’altro nome prestigioso a partecipare al disco è Jorma Kaukonen, che presta la sua chitarra per un paio di pezzi.

Ma Mindbending è soprattutto il disco con cui i Andy Babiuk e Greg Prevost si riappropriano in toto del loro stile, dopo aver disperso il seme su dischi blues e surf e dopo un modesto album di cover come Where the Action Is!. Non mancano le scopiazzature ma stavolta l’album, interamente firmato dalla band, è un ottimo e ricco vassoio di muffin drogate cucinate negli stessi forni delle pasticcerie di Electric Prunes, We the People, Chocolate Watch Band, Rolling Stones (periodo Between the Buttons), Master’s Apprentices e Seeds.

Tra queste le scariche fluorescenti di Endless Circles, Non-Entity con la sua armonica arrapata, Stems & Flowers scritta con Sky Saxon e arrangiata in perfetto Seeds-sound, Transparent Life (a perfetta metà strada tra gli Electric Prunes e gli Stones di Paint It Black), il beat di impronta Easybeats di I Don’t Understand e Memos from Purgatory figlia del Sebastian F. Sorrow nato trentacinque anni prima sono quelli che fanno la parte del leone in questo disco pieno di chincaglieria d’epoca e di suggestioni psichedeliche. Bentornati a casa.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE PERSIAN RUGS – Mr. Tripper (SOS) / NERVOUS EATERS – Eat This! (No Tomorrow!)

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Dovessi assencondare la volontà della band, nobilmente palesata nell’ omissis di alcuna liner-note sul suo Mr. Tripper E.P. (SOS Records) dovrei tacervi dei trascorsi dei Persian Rugs ma siccome suppongo non sia stato l’unico a piangere la scomparsa di una delle più grandi pop bands della storia -una di quelle con le radici al posto giusto (ricordate la “lista” sputata su Turn On? Ecco, QUEL posto lì) e capace di scrivere grandi canzoni, cosa che non sempre vien fuori solo pisciandosi sui piedi- vi dirò che se il nome Hoodoo Gurus provoca un qualche effetto meccanico sul vostro apparato riproduttivo (e non alludo al masterizzatore…), avete trovato di che cibarvi per i prossimi mesi. Queste cinque canzoni ci riconfermano le doti di Dave & C: un garage soul che esplode nelle prime quattro tracce toccando vertici da antologia e che si colora di un sinistro e inedito tono doorsiano nella conclusiva Goin’ Out of Style. Bellissimo.

Altra gente tirata fuori dalle macerie sono i Nervous Eaters, addirittura. Gente che stava tra i topi (il locale di Jim Harold e l’eponima label, NdLYS) quando Boston viveva la sua febbre punk e autori di quel piccolo classico titolato Just Head nel ’77. Il nuovo Eat This! su No Tomorrow è onestissimo e anthemico power rock che non teme il confronto con le tante produzioni rawk ‘n roll degli ultimi anni.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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DENIZ TEK AND THE GOLDEN BREED – Glass Eye World (Career)

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Col passare degli anni ho sempre più comparato la carriera di Deniz Tek a quella di Wayne Kramer: entrambi reduci di un passato tanto glorioso quanto fugace e un presente, quello davvero infinito e pressochè trascurabile, fatto di dischi anonimi sin dalle copertine. L’ultimo di Tek, ad esempio, era stato un flop così clamoroso che il buon Deniz aveva deciso di dedicarsi alla sua professione di medico a tempo pieno, relegando a un piccolo poster appeso alle pareti del suo studio quanto ancora gli apparteneva del mondo del rock ‘n roll. La spinta a tornare fuori si deve ad Art e Steve Godoy degli Exploding Fuck Dolls, un passato come punkettoni in quel di Orange County e un amore sterminato per i Birdman che i due decidono di mettere a disposizione di Deniz sostituendo di peso il suo vecchio “group”. Questa, in breve, la storia che porta a questo nuovo disco per la sua Career e che, invece di essere uno sbiadito ritorno in pista per una tigre stanca di graffiare, finisce per essere il miglior disco dopo-Birdman di Deniz Tek. Dubito che i vecchi fans del gruppo di Rob Younger possano ascoltare pezzi come Always Out of Reach, Let’s Go o What It’s For senza trarne diletto o goduria. Chitarre che tornano a ruggire di rabbia e a fendere l’etere ammaccate da una ritmica potente, dinamica. Un disco che rende giustizia al passato glorioso del suo autore e che reclama il suo ruolo tra i rami intricati dell’albero genealogico di madre Birdman.

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

                                                                                             

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DAVID BOWIE – Reality (ISO)  

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Non piacerà a molti, Reality.

A tanti per abitudine.

A tanti, molti, per pigrizia.

Ad altri perché si aspettano ancora che Ziggy scenda da Marte e li porti a Berlino a vedere gli amanti che si baciano in barba ad una città, un’Europa divisa. Nel frattempo su Marte ci siamo arrivati noi, il muro è stato abbattuto, l’Europa ha una sola bandiera e la Germania è diventata di nuovo l’alleato cui ci pieghiamo, anche senza dichiararlo su Radio Monaco.

A me Reality piace.

Mi piace il suo essere dinamico, diverso, cangiante.

Mi piace per la sua maestosità da blockbuster che si accuccia dentro piccoli bozzoli di musica senza provarne vergogna. Fino a piombare in un abisso di solitudine come The Loneliest Guy.

Mi piace per tutti i suoi accordi in minore che fanno si che la sua felicità non sia mai piena. Come è giusto che sia.

Mi piace perché ci regala un piano jazz ma ce lo fa trovare in salone pieno di fiocchetti colorati. E perché lui ci si appoggia intonando una cosa come Bring Me the Disco King come fosse Frank Sinatra. E noi chiudiamo gli occhi e ci piace pensare lo sia.

Mi piace perché veste Jonathan Richman con una tutina da ufficiale dell’Enterprise e lo manda in orbita a salutare ancora Pablo Picasso.

Mi piace perché Bowie torna a suonare l’armonica dopo qualcosa come venti anni. E l’armonica è come gli occhi, non sa fingere.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

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THE CHINESE STARS – Turbo Mattress (Skin Graft)

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C’è grande attesa per il debutto “adulto” dei Chinese Stars, annunciato per i mesi afosi di questo 2004. Il motivo? Semplice, dentro la loro figura geometrica spigolosa e deforme si nascondono due trasfughi dei disciolti Arab on Radar (Eric Paul e Craig Kureck) e Richard Pelletier dei Six Finger Satellite. Come dire, due delle bands meno “piegate” al rock massificato degli ultimi anni. Le attese sono mitigate dall’uscita di questo mini dal formato quanto meno curioso (ma coerente col loro nome) ovvero un cd grande 3 pollici a forma di stella ninja appunto. Roba che fa male se tirata addosso ma anche a infilarla nel consueto lettore, di certo avvezzo a “carichi” meno appuntiti, in tutti i sensi. Per chi è rimasto deluso dalle ultime prove degli Us Maple, volti a una normalizzazione ormai compiuta, o orfano della barbarie sonora dei primi Jesus Lizard, le cinque canzoni di Turbo Mattress saranno una manna agghiacciante. Noise funk mutante e contorto come un intestino, ossessivo e marziale non fosse per quella chitarra di Paul Vieira che si infila in ogni spazio ritmico costruendo una impalcatura sfasciata e scoscesa. Un autentico vortice spiraloide che avvolge Sick Machine e Arson Hotline nelle maglie di una vertigine spastica condotta dalla voce mongoloide di Eric, figlio di John Lydon e David Yow. Nervosissimo, come i migliori Uzeda, l’impatto di Loose Traffic autentica tenaglia di rumore e isteria vocale e smagliato da una bass-line tipicamente Public Image la conclusiva Eyes of the Secret North. Ora non ci resta che aspettare il loro album e riporlo tra le cose migliori degli ultimi mesi, ovvero tra Liars e Rapture. E tirarlo fuori ogni volta che ci si vuole divertire a fare le linguacce davanti allo specchio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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VIVA VERTIGO – Viva Viva (Bad Afro) / SULO – Rough Diamonds (Feedback Boogie) / DENIZ TEK & SCOTT MORGAN – 3 Assassins (Career) / ON TRIAL – Head (Molten Universe)

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Uscita insolita per la Bad Afro, avvezza a pattume di ben altra caratura, quello accreditato a Simon Beck alias Viva Vertigo. Viva Viva è un disco debole e trascurabile con momenti di disarmante bruttezza come Satellite Song o Shade, ballatone cupe da far accapponare la pelle senza nemmeno un’oncia del pathos disperato che necessita in quelle occasioni.

Rough Diamonds  è invece intitolato al solo Sulo (perdonate il gioco di parole) ma in realtà ci sono più persone qui dentro che in tutta la discografia dei suoi Diamond Dogs. Le ragioni stanno nel fatto che a Sulo, oltre che cantare non riesce praticamente neppure il giro di Do sulla chitarra dello zio e che il materiale che sta dentro questo suo debutto solista è il risultato di sei anni di registrazioni effettuate tra una pausa e l’altra della sua band. Il materiale maneggiato è facilmente intuibile: rock tipicamente seventies nell’attitudine e nella forma. Aerosmith, Hanoi Rocks, Rolling Stones. Rispetto ai Diamond Dogs si nota una minore “dipendenza” dal suono Black Crowes ma anche (le cose credo vadano a braccetto) la perdita di quel vigore soul senza il quale un pezzo come Vegas Vamp rischia grosso di somigliare più ad una outtake degli Oasis piuttosto che ad una ballad dei Glimmer Twins.

E’ una autentica Detroit-connection quella che si celebra dentro 3 Assassins , disco live dove si ritrovano piromani come Deniz Tek & Scott Morgan, i fratelli Pasquini e Stefano Costantini. Quello che viene fuori, se non lo avete visto sui palchi francesi e italiani durante quel tour del 2001, potete sentirlo qui: tre chitarre e una sezione ritmica implacabile che sparano verso il cielo le fiamme dei classici di MC5, Sonic‘s Rendesvouz Band, Stooges oltre che ai minor-hits di Deniz del periodo Outside. Travolgente e superelettrico.

E a proposito di covers, la Molten ristampa in formato full-length il 10” Head degli On Trial approfittando del momento di gloria “riflessa” che la band danese sta vivendo sull’onda di Money For Soul dei paralleli Baby Woodrose. Si raggiunge dunque quota dodici brani con l’aggiunta di masterpieces come Parchment Farm di Mose Allison o Starship di Sun Ra, perfettamente integrati alla psichedelia fumogena del gruppo straboccante di pedali superfuzz e divorata dai flussi del wah wah. So che non renderò giustizia al songwriting del gruppo ma questo rimane il loro capolavoro.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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