DOM MARIANI – Popsided Guitar (Citadel)

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Rinnovandosi e riciclandosi all’occasione Dom Mariani è riuscito a spegnere le prime venti candele della sua carriera. Facendo la storia della pop music Australiana,  più o meno.

Da quelle parti, solo gli Hoodoo Gurus sono riusciti a fare altrettanto. In quattro. Cambi di formazione esclusi. Dom è invece uno capace di fare tutto da solo, pur trovando via via i compari adatti ad ogni esigenza. The Stems, Someloves, DM3, Stonefish, Majestic Kelp, Stoneage Hearts fino al suo debutto solista dello scorso anno, tutto qui riassunto su due cd che mostrano le varie facce di Dom: quella di audace maestro del power-pop, quella garage-punk oriented, quella di autore strumentale e quella di classico autore pop/rock. Poca gente ha avuto il dono di saper scrivere canzoni perfette. Lui è tra questi. E mai come ora che il mondo è sull’orlo del baratro abbiamo bisogno di tenercelo stretto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BOBBY WOMACK – Check It Out – The Very Best of Bobby Womack (Charly)  

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Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che a venti anni scrive assieme alla sorella Shirley una canzone come It’s All Over Now. La porterà in giro con i suoi fratelli, stregando i Rolling Stones che ne incideranno la loro versione una settimana dopo averla sentita in radio, senza neppure aspettare di tornare in Inghilterra.  

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel Marzo del 1965, con il cadavere di Sam Cooke ancora tiepido, ne sposa la vedova e mette le mani e, pare, qualcos’altro addosso alla loro figlia.

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel 1971 divide coi fratelli Sly e Freddie Stone chili e chili di cocaina e qualche bella schitarrata dentro un album epocale come There’s a Riot Goin’ On della Family Stone.

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel 1972 “regala” a Barry Shear il tema per il suo film, uno tra i tanti del filone d’oro ed ebano della blaxploitation. Quella canzone porta lo stesso titolo della pellicola, Across 110th Street, e l’avrete sentita sicuramente sottolineare l’entrata in scena sul tappeto mobile del Los Angeles International Airport di Miss Jackie Brown, nell’omonimo film di Tarantino.

Non è una canzone qualsiasi. E’ una delle più belle, intense, sensuali, erotiche canzoni di soul orchestrale mai piovute sul pianeta Terra. Lui, l’uomo, il ragazzo, il cocainomane Womack uno dei più talentuosi cantanti e autori di musica nera degli anni Settanta. Uno capace di metterci davvero l’anima nelle cose che canta. Che siano sue o scritte da altri (All Along the Watchover di Dylan ad esempio. Oppure Sweet Caroline di Neil Diamond) poco importa.

Bobby Womack è l’uomo raccontato qui dentro, in ventidue tracce che vanno dal 1969 al 1984. L’uomo che dal 2014 è andato ad accendere un’altra stella nel firmamento del soul, lasciando per sempre la 110ma Strada.

                                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ENABLERS – End Note (Neurot Recordings)  

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End Note fu di quando gli americani ci rubarono i Massimo Volume, senza farsene quasi accorgere. Il post- rock era già in declino e da San Francisco gli Enablers arrivavano a leggere i titoli di coda, pubblicando il loro debut-album su una label estrema come la Neurot Recordings e forse proprio per questo snobbato anche da chi nel nuovo mondo abitato da gruppi come Rodan, Tortoise e Slint aveva fatto  residenza, tanto che il gruppo si troverà presto a “regalarlo” sul proprio bandcamp.

End Note, nonostante la dichiarata ammirazione della band per l’avanguardia di San Francisco di band come Flipper, Tuxedomoon, Factrix e Sleeper, aveva in sé le caratteristiche migliori del post-rock: una tensione emotiva che sfociava in chiaroscuri drammatici accentuati dalle parole, tante, pronunciate da Pete Simonelli.

Un disco emotivamente inquieto.

Accogliente e minaccioso come le onde del mare.

Come di quelle, te ne dimentichi ogni tanto. Finchè non viene a prenderti.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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P.J. HARVEY – Uh Huh Her (Island)  

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Il ritorno al primitivismo dei primi dischi è chiaro sin dal grugnito scelto come onomatopeico titolo e al selfie casalingo usato per la copertina che ricorda in qualche modo quello di Dry. P.J. Harvey torna dunque a casa dopo la passeggiata notturna per le vie di New York, lasciando Times Square e i suoni laccati del suo precedente disco per rifugiarsi nella quiete di Uh Huh Her. Una serenità turbata dalla morte della nonna la cui perdita influenzerà alcune scelte vocali adottate per le canzoni che Polly ha già finito di abbozzare, come You Came Through e The Desperate Kingdom of Love chiusa con un simbolico volo di gabbiani. Un disco che torna all’essenzialità che era andata smarrita nei dischi immediatamente precedenti e con cui la Harvey si riappropria in toto della propria musica e, forse per la prima volta, sembra volerla trattare in maniera gentile, volerla accarezzare, volerci giocare senza aggredirla, regalandoci piccole perle folk avvolte nella carta crespa come The Letter, il breve intermezzo di No Child of Mine o The Darkest Days of Me and Him.

L’amore si muove nell’ombra, come un assassino.

Polly gli mostra il collo.

Fuori è il deserto.

Dentro, piove.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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ASTEROID B-612 – The Greenback Blues (Off the Hip)

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Una porca seduta di registrazione in presa diretta dentro gli studi della WFMU, radio alternativa nello sfintere del New Jersey, volumi a palla, un mixer a risucchiare i watt e ficcarli dentro un nastro per chissà quale sorte. Era il 21 Novembre del 1996. Quei nastri vengono stampati otto anni dopo nel loro intatto, devastante furore. Gli Asteroid sono stati per tutti i ’90 la miglior r ‘n r band venuta fuori dal bosco underground australiano. Paladini di un fuoco che, attizzato dai Radio Birdman avrebbe incendiato il continente per tutti gli anni ’80 per poi spegnersi lentamente fino alla nuova furia piromane di questi ultimi anni, furono i Caronte che traghettarono quella fiamma perpetua avviluppata al moccolo del punk degradato di Detroit e New York e la portarono fin qui sparando lapilli come Brother Brick, M-16‘s e Yes Men.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Wild About You! (UAR/3CR/Weather Records)

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Un lavoro finanziato dalla Città di Melbourne cui Ian McIntyre e Ian D. Marks si sono dedicati coerentemente al lavoro di tutela e diffusione del patrimonio musicale locale svolto sin dal 1977 dalla loro Community Radio 3CR. L’obiettivo stavolta era dare risalto all’underground australiano dei mid-60‘s e duplice l’arma usata: un saggio firmato dai due con  monografie e interviste inedite a leggende come Elois, Black Diamonds, Purple Hearts, gli immensi Missing Links e Creatures e molto altro ancora: 116 pagine in B/N davvero imperdibili e inoltre un vero e proprio tributo su CD con 17 bands (australiane, ovvio) chiamate a reintepretare altrettante hits locali. Grandi i “soliti” Drones, Naked Eye, Shutdown 66 ma la palma d’oro spetta agli Stabs e la loro cover tesa, spasmodica di Lies Lies e ai Gruntled che cuciono un gran bel vestito di cornamuse attorno a Drivin’ Me Insane. Grandioso.

 

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE THANES – Evolver (Rev-Ola)

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La calvizie spietata di Lenny Helsing è lì a ricordarci che, cazzo, sono passati quasi vent’anni dalla nascita dei Thanes. Un esempio di coerenza paurosa che le 27 tracce messe qui di fila esaltano senza tema di smentite. Una devozione incrollabile verso il freakbeat inglese, il R ‘n B olandese, il garage punk americano e una inspirazione ben lontana dalle secche aride cui altri neo-primitivi si sono trovati arenati accompagnano ancora oggi la loro storia: i Thanes sono un crotalo che si diverte a scivolare sull’erba della memorabilia sixties facendo vibrare il suo sonaglio in funzione aposematica. Evolver integra il contenuto della doppia raccolta uscita tre anni fa su Corduroy e anche se meno ricca della cuginetta australiana, la visibilità garantita dalla distribuzione Cherry Red non potrà che giovare al combo di Edimburgo e fare la gioia di fans vecchi (come Mike Stax e Jon Mills) e nuovi.

 

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SOUTHERN CULTURE ON THE SKIDS – Mojo Box (Yep Roc)

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Gli Scots appartengono a quella genia di bands del tutto accessorie alla grande storia del rock “che conta”. Uno di quei gruppi fuori posto ovunque, tirati su nel carrozzone Geffen quando tutto il rock indie faceva venir su le pupille a mo’ di $ ai predatori di turno e prontamente ributtati in strada realizzato che il loro trash ‘n roll non vendeva nei megastore della Tower. Eppure, a pensarci bene, cosa sarebbe il rock ‘n roll senza la vena sanamente goliardica e caciarona di bands come queste? Mojo Box è uno di quei dischi che non stanno sulle beauty farm delle enciclopedie rock ma che ti può far svoltare una giornata, col suo carico strabordante di surfytrashybeatrocknroll. Dopo la delusione dei Boss Martians, ecco un disco che può farvi venire il buonumore fin dalla copertina, i continui rimandi a bands come Ventures, Milkshakes, Zebra Stripes e due covers stravolte di Creation e Gun Club.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CITY LIGHTS – Escape From Tomorrow Today (Bittersweet)

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In Australia hanno aperto un po’ per tutti, dai Jet ai Dirtbombs passando per glorie locali come You Am I, D4 o Rocket Science (cui alla fine hanno “rubato” il batterista) costruendosi un buon seguito e una discreta fama che ora, per merito della Bittersweet, potrebbe raggiungere anche il vecchio continente magari usando come testa d’ariete il bel singolo You Stand Accused o il rimare marpione di New World Record o Every Single Day. Diversamente credo sia difficile che il loro retro rock debitore verso le armonizzazioni dei tardi Who e al classico guitar pop australiano (dai Church fino a Michael Carpenter, coinvolto nella sala-bottoni) possa “passare” dalle nostre parti visti i falliti tentativi di sdoganamento già tentati in passato da nomi ben più illustri. Fosse stato un mini però, avrebbe alzato un polverone.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE (INTERNATIONAL) NOISE CONSPIRACY – Armed Love (Burning Heart)

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Lo sticker di copertina strilla a gran voce il nome di Rick Rubin. Questione di marketing. Ma anche di target. È infatti facile intuire come all’ acquirente-tipo di un disco come Armed Love possa far più gola avere tra le mani un disco prodotto da chi ha già impastato nei panieri di Danzig, Cult, RATM, Public Enemy, Audioslave, Beastie Boys, Saul Williams, RHCP invece che sforzarsi di sapere su quali ruote paleolitiche aveva messo le mani un tale Billy Preston che si è qui incaricato di prendere il posto lasciato vuoto dalla tastierista Sara. 

Un fatto, quello della defezione della Almgren, non del tutto marginale. Con lei va via, e non credo ciò sia imputabile a pura suggestione ormonale, la parte più sexy del suono della band svedese. Che, a voler dar più forza al proprio messaggio politico, sceglie i colori anarchici del rosso e del nero piuttosto che il bianco/giallo in cui affondava l’artwork del precedente A New Morning. È difatti ancora una volta un duro, deciso susseguirsi di slogan politici quello che Dennis ci sbatte sul muso, sin dai tempi dei mitici Refused che però musicalmente erano molto più avanti rispetto alla Cospirazione del Rumore. Armed Love è, complice la produzione molto straight-in-the-face di Rubin, molto meno sixties-oriented rispetto ai precedenti dischi dei Noise, tutto viene rivisto dalla efficace visione hard del barbuto Rick, reso coriaceo e peso, un ariete pronto a sfondare il mercato delle produzioni rock ‘n roll tanto ricercate oggi. Il tiro di The Dream Is Over è in questo senso la perfetta essenza di quello che è l’effetto Rubin sulla musica del quartetto scandinavo: provatela a immaginare nella sua nudità e a confrontarla con la traccia definitiva che è presente sul disco: basso caricato a palla, organo vintage sugli scudi, ritmica serrata e battente. Gli Iron Butterfly per la fast-food generation, o giù di lì. Nessuna svendita, solo un buon veicolo per sfruttare al meglio, in un momento storico in cui la band svedese rischia seriamente di esplodere, l’appeal commerciale di un suono immerso nel magma del proto-hard dei tardi sessanta e che si fa portavoce di istanze ideologiche che sono si universali ma che hanno causato qualche problema alla band durante le loro date americane. Cioè gli americani saranno pure anti-Bush ma sono, soprattutto, Americani. Ovvero nazionalisti fino alla morte. Bush fa schifo, ma guai a dirlo da Europeo ad un cowboy.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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