ENZO AVITABILE & BOTTARI – Salvamm’o munno (Il Manifesto)  

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La volontà soggettiva espressa con tono categorico e propositivo nel titolo ha insita in sé una necessità urgente ed oggettiva: il mondo ha bisogno di essere salvato. E di essere salvato dalla belva più feroce che abbia mai nutrito al seno. Una belva che ha sempre fame, anche quando è sazia. E che pur di assecondare la sua voracità apparecchia mettendo i suoi figli sui piatti, anziché davanti. Divorando prima quelli più disgraziati, quelli non desiderati.

Una progenie di genti che Salvamm’o munno chiama all’adunata sotto una pioggia di tamburi battenti anche se è a quegli altri, a chi sta seduto con la salvietta sporca al collo, che si rivolge lanciando un SOS allarmante ma anche salvifico ed evangelico. La musica di Enzo Avitabile, sempre sospesa fra tradizione e contaminazione (come dimostrato soprattutto in quel capolavoro dalle tinte trip-hop che fu Addò), trova nel sisma ritmico dei Bottari di Portico una spinta catartica, travolgente ed implacabile che è allo stesso tempo tribale e contadina. L’allucinazione tuareg di A peste e l’impetuoso ritmo di Paisà, e ancora quel raccordo che dalla Napoli-Salerno permette di trovare l’uscita che conduce dritto al cuore del Medio Oriente di Puort’ aller’, l’invocazione di Canta Palestina, la fronn’e limone (il canto “a distesa” tipico della cultura contadina e mercantile napoletana) di Vott’o sole arint’, le rotondità sinuose da danza del ventre di Abball’ cu me sono martelli che ci inchiodano ad una responsabilità condivisa e condivisibile: quella di salvare il mondo ma soprattutto di farlo dopo averne ammirato la bellezza ed il suo profondo mistero.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE MOJOMATICS – A Sweet Mama Gonna Hoodoo Me (Alien Snatch!)  

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Anima blues ma attitudine garage. Matteo Bordin e Davide Zolli esordiscono con un disco che fa terra bruciata e che farà scuola. A Sweet Mama Gonna Hoodoo Me è uno di quei dischi cui piace sguazzare nella porcilaia, tra i propri escrementi, dopo aver ingurgitato avanzi di rock ‘n’ roll di ogni sorta.

Hillbilly, country, blues, garage, folk, ragtime. Tutto apparentemente sgangherato ma nei fatti minuziosamente calcolato come le moine di una meretrice.

Per farci cadere nella loro trappola hoodoo.

E così quando si aprono le tagliole di canzoni come The Story That I Tell, My Mojo Starts Workin’ Now, It’s Such a Shame (che usa come esca The Shape of Things to Come di Max Frost and The Troopers, NdLYS), Please Think About Me, How Long Baby?, Bad Mojo Stomp non abbiamo neppure il tempo di imprecare che abbiamo già perso entrambi i piedi nella loro morsa di ferro arrugginito.

Difficile tirarsene fuori.

Non ci resta che, avendo perso gli arti inferiori, battere il tempo con quelli superiori.

Almeno fino a che non perderemo anche le unghie e le falangi per scavare a mani nude nella speranza di tirarci fuori dalla palude piena di insidie dei Mojomatics.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

PGR – D’anime e d’animali (Mercury) 

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Il secondo album dei PGR si riappropria della fisicità e della struttura molecolare dei CSI di Ko de Mondo.

Chitarra/basso/batteria.

BigFamilyMulo house anche se di quella casa ben poca cosa rimane.

Il ricongiungimento più clamoroso è tuttavia quello di Ferretti col suo passato contadino e montanaro che non è solo un afflato nostalgico e moralista come quello del Celentano degli anni Settanta ma che diventa ruota dentata che mette in moto un intero meccanismo di riappropriazione fisica degli spazi e del tempo.

Torna la celebrazione della preziosa virtù del ricordo, già custodita e accarezzata in forme diverse nelle precedenti formazioni ferrettiane e riaffiora la fame d’amore di quell’amore che sazia che venne cantato in Annarella e che adesso viene onorato in S’ostina.

Tornano, seppur a brandelli, i CSI.

Giovanni, Giorgio e Gianni resistono.

Anche davanti al fuoco amico.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

NOUVELLE VAGUE – Nouvelle Vague (Peacefrog)  

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Se avessi scritto la recensione a questo disco a ridosso della sua uscita, sarei stato più clemente con i Nouvelle Vague.

Purtroppo per loro non è andata così.

E il gruppo francese paga pegno.

Per tutte le Carle Bruni che mi sono dovuto sorbire agli apericena negli ultimi dieci anni.

Per tutte le Mad World stuprate da Donnie Darko e da tutti gli altri eroi piccoli e grandi delle serie tv, per tutte le bossanova che hanno infestato il pianeta, per quella selva oscura di giovani rampanti col Ferrarino posteggiato in seconda fila davanti al proprio american bar preferito, per tutti quei dj che si portano dietro una chiavetta con duecentoottantotto files di musica di merda con cantanti che strusciano e ammiccano come femmine da bordello portoricano, per tutti quelli che non hanno ancora capito che lounge e lunch sono due cose diverse e nonostante questo banchettano giocando beatamente con le olive galleggianti, attenti a non sporcarsi la camicia stirata da una schiava bianca cui gorgheggiano amore come un sifone per acquaseltz.

E quindi, a malincuore, eccomi qui “anema e core” (diamogli tempo, la rifaranno) a dover odiare questo disco. Malgrado ci sia dentro una bella versione piovosa di In a Manner of Speaking che fa il nodo alle budella e che sia riuscito nel sortilegio di trasformare la corsa a perdifiato di Robert Smith tra la foresta in quella di Biancaneve fra i cespugli di bougainvillea.

Peccato. Ma a volte, anche quando le olive sono senza osso, ad andar di traverso può essere l’oliva medesima.

           

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE LOONS – Paraphernalia (UT)  

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Dopo aver dato il via, con la pubblicazione degli acetati dei suoi idoli Misunderstood, alla Ugly Things Records, Mike Stax si riserva il numero successivo del catalogo per la pubblicazione del secondo album dei suoi Loons. Paraphernalia è il disco che segna l’ingresso in pianta stabile di sua moglie Anja Dixson e che rappresenta il tentativo più azzardato di approcciare in maniera spudorata il mondo psichedelico di band come Kaleidoscope, Pretty Things, Kinks, Tomorrow e Wimple Winch. Canzoni come Craig Smith?, Sweet Turns to Sour, The Ghost of the Grey House, Another Life sono infatti un chiaro assalto alla fortezza freakbeat mentre la mai sopita smania di Stax di strappare le vesti al Dutch-beat e all’R&B selvaggio dei Sixties prende il sopravvento su pezzi come Turned to Stone, Getting Better e Falsehood, una di quelle canzoni che avrebbero riempito d’orgoglio Greg Prevost se fosse uscita dal repertorio della sua band. Some Kind of Asylum e The Search rivelano invece un efficace appeal melodico innestato su snelle melodie di chiara ascendenza Love e Turtles, a completare uno spettro disarmante di citazioni, memorie, stili dalla caratura enorme.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IGGY & THE STOOGES – Back to the Noise (Revenge) / LES BATON ROUGE – My Body-The Pistol (Elevator) / JOHN WOO – Who? (Shake Your Ass)

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A conferma che suona sempre meglio una outtakes di Raw Power sotto un chiodo che tanta ciofeca che oggi ammorba il mercato e le narici, da più di 15 anni la francese Revenge continua a pubblicare anche l’impubblicabile di Iggy Pop e i suoi Stooges. Sull’onda lunga di Skull Ring (è proprio alla Virgin che la label si appoggia per la distribuzione francese, NdLYS) ecco pronta questa doppia Back to the Noise che raccoglie materiale già edito su dischi come Live @ Whiskey a Go-goTill the End of the Night o Raw Mixes. Se, come sospetto, avete l’orecchio già educato al KO Metallico, il rumore grezzo di queste takes di Open Up and BleedJohannaI Need Somebody I Wet My Bed vi parrà familiare anche se manca tutta la tragedia junkie che trasuda dai solchi di QUEL disco.

Pare siano una forza sul palco (chiedete a gente come Warlocks, Mooney Suzuki o Nashville Pussy che se li sono ritrovati tra i coglioni) i portoghesi Les Baton Rouge. E se provate a sentire questo nuovo My Body-The Pistol  ne avrete il sentore. La rabbia, veicolata dalla voce articolata e potente di Suspiria Franklyn, è quella dei giorni migliori delle riot-grrrls, un punk rock metallico (NON metallaro, NdLYS), bitumoso e ruvido che ha in X-Ray Spex il suo antenato estetico di riferimento, pur risolto in modo molto più diretto e frontale: nessuna distrazione “fiatistica” come nel gruppo di Poly Styrene, solo corde e pelli a massacrarsi. Bravi per davvero, non per posa.

Più vicini eppure infinitamente lontani sono i John Woo, quattro teppisti venusiani finiti nel piscio dei Canali. Veloci, approssimativi, e futuristicamente vintage, se mi passate l’ossimoro. Il nuovo 7” su Shake Your Ass prosegue sul solco tracciato dai precedenti lavori: carcasse di astronavi che si sfidano nelle polveri secche di qualche cazzo di pianeta perduto. Negative cars è una molecola d’amianto liberata dall’incendio del giardino di plastica dei Devo, Matt Daemon Meets Anarchy Hello Mr. Birdman due vortici garage punk suonati dai replicanti alieni dei Michelle Gun Elephant.

 

Franco “Lys” Dimauro

DOM MARIANI – Popsided Guitar (Citadel)

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Rinnovandosi e riciclandosi all’occasione Dom Mariani è riuscito a spegnere le prime venti candele della sua carriera. Facendo la storia della pop music Australiana,  più o meno.

Da quelle parti, solo gli Hoodoo Gurus sono riusciti a fare altrettanto. In quattro. Cambi di formazione esclusi. Dom è invece uno capace di fare tutto da solo, pur trovando via via i compari adatti ad ogni esigenza. The Stems, Someloves, DM3, Stonefish, Majestic Kelp, Stoneage Hearts fino al suo debutto solista dello scorso anno, tutto qui riassunto su due cd che mostrano le varie facce di Dom: quella di audace maestro del power-pop, quella garage-punk oriented, quella di autore strumentale e quella di classico autore pop/rock. Poca gente ha avuto il dono di saper scrivere canzoni perfette. Lui è tra questi. E mai come ora che il mondo è sull’orlo del baratro abbiamo bisogno di tenercelo stretto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BOBBY WOMACK – Check It Out – The Very Best of Bobby Womack (Charly)  

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Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che a venti anni scrive assieme alla sorella Shirley una canzone come It’s All Over Now. La porterà in giro con i suoi fratelli, stregando i Rolling Stones che ne incideranno la loro versione una settimana dopo averla sentita in radio, senza neppure aspettare di tornare in Inghilterra.  

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel Marzo del 1965, con il cadavere di Sam Cooke ancora tiepido, ne sposa la vedova e mette le mani e, pare, qualcos’altro addosso alla loro figlia.

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel 1971 divide coi fratelli Sly e Freddie Stone chili e chili di cocaina e qualche bella schitarrata dentro un album epocale come There’s a Riot Goin’ On della Family Stone.

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel 1972 “regala” a Barry Shear il tema per il suo film, uno tra i tanti del filone d’oro ed ebano della blaxploitation. Quella canzone porta lo stesso titolo della pellicola, Across 110th Street, e l’avrete sentita sicuramente sottolineare l’entrata in scena sul tappeto mobile del Los Angeles International Airport di Miss Jackie Brown, nell’omonimo film di Tarantino.

Non è una canzone qualsiasi. È una delle più belle, intense, sensuali, erotiche canzoni di soul orchestrale mai piovute sul pianeta Terra. Lui, l’uomo, il ragazzo, il cocainomane Womack uno dei più talentuosi cantanti e autori di musica nera degli anni Settanta. Uno capace di metterci davvero l’anima nelle cose che canta. Che siano sue o scritte da altri (All Along the Watchover di Dylan ad esempio. Oppure Sweet Caroline di Neil Diamond) poco importa.

Bobby Womack è l’uomo raccontato qui dentro, in ventidue tracce che vanno dal 1969 al 1984. L’uomo che dal 2014 è andato ad accendere un’altra stella nel firmamento del soul, lasciando per sempre la 110ma Strada.

                                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ENABLERS – End Note (Neurot Recordings)  

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End Note fu di quando gli americani ci rubarono i Massimo Volume, senza farsene quasi accorgere. Il post- rock era già in declino e da San Francisco gli Enablers arrivavano a leggere i titoli di coda, pubblicando il loro debut-album su una label estrema come la Neurot Recordings e forse proprio per questo snobbato anche da chi nel nuovo mondo abitato da gruppi come Rodan, Tortoise e Slint aveva fatto  residenza, tanto che il gruppo si troverà presto a “regalarlo” sul proprio bandcamp.

End Note, nonostante la dichiarata ammirazione della band per l’avanguardia di San Francisco di band come Flipper, Tuxedomoon, Factrix e Sleeper, aveva in sé le caratteristiche migliori del post-rock: una tensione emotiva che sfociava in chiaroscuri drammatici accentuati dalle parole, tante, pronunciate da Pete Simonelli.

Un disco emotivamente inquieto.

Accogliente e minaccioso come le onde del mare.

Come di quelle, te ne dimentichi ogni tanto. Finchè non viene a prenderti.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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