THE BACKDOOR MEN – Södra Esplanaden #4 (Dolores Recordings)

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Diciamo che se siete tutto quello che paventate di essere (scavafosse, sixties-maniaci e quant’altro) la sezione storicamente più interessante di questa raccolta è quella immediatamente successiva alla stringata scaletta dei due singoli e mezzo pubblicati dai Backdoor Men durante la loro attività e che, sempre se siete ciò che dichiarate e io non ho alcun motivo per dubitarne, dovreste conoscere come l’ABC.

Si tratta infatti delle prime registrazioni della band svedese, ovvero quelle risalenti al periodo “mod” antecedente alla svolta folk/punk e garage che li avrebbe portati a incidere gemme come Magic Girl e, sul versante più selvaggio, l’insuperata bellezza di Out of My Mind, quando i Backdoor Men si chiamavano ancora Pow e giravano i locali della città muovendosi sulle Vespe portando in dono l’oro dei Jam, l’incenso dei Lambrettas e la mirra dei Merton Parkas.

Erano i primissimi anni Ottanta e i Pow erano l’unica mod-band della Svezia. Pionieri di un’estetica ricca di fascino. Come sarebbe stato pochi anni dopo per i Backdoor Men. Pionieri anch’essi, ancora una volta. 

Södra Esplanaden racconta, in musica e nel bel libretto a corredo, la trasformazione dei Pow in Backdoor Men e da questi nei più fortunati (molto più fortunati) Creeps. Non c’è invece alcuna traccia dei brani che il quartetto pare stesse elaborando per l’album d’esordio che doveva essere partorito nel reparto neonatologia dell’Electric Eye di Pavia.

Ed è un vero peccato.

Che saremmo stati felici e onorati di conoscere quello di cui la storia ci ha privati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE HELLACOPTERS – Rock & Roll Is Dead. (Universal)  

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Il rock ‘n roll è morto.

Che sia spirato fra le mani di chi se ne è preso cura per un bel po’ di anni avvolge la tragedia di un velo di romanticismo e anche di buon auspicio.

A dargli l’estrema unzione arriva un classico lick sottratto al libro liturgico di Padre Chuck Berry. Da lì, è tutta una celebrazione funebre niente male. Nonostante il suono degli svedesi si sia progressivamente alleggerito della vecchia scorza, a me i dischi degli Hellacopters continuano a piacere. Questo che del rock ‘n roll ne dichiara il decesso anche più di quello che ne celebrava la grandiosità sei anni fa, per dire. Quello prima del grande salto verso le braccia di mamma Universal. 

Siamo dentro l’ennesimo labirinto di luoghi comuni del rock ‘n roll. Un po’ come succede dentro i dischi di Black Crowes o dei mai troppo osannati You Am I. Qualche corridoio di british-blues di marca Faces/Humble Pie, sale addobbate con qualche bella tela power-pop e qualche graffito hard-rock vecchia maniera.

Tutto qui? Tutto qui.

La rivoluzione non sarà trasmessa in tv e neppure dentro un disco di rock and roll. Che peraltro è morto.

E fareste bene a smettere di piangere. Che poi passate per emo.

E a mettere su un bel disco con cui divertirvi, prima che anche voi andiate a far compagnia al rock and roll.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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HATER – The 2nd (Burn Burn Burn)

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La prima cosa di cui ti accorgi è come, nonostante siano passati più di dieci anni, The 2nd azzeri subito le distanze da quel debutto per questo side-project per Ben Shephard (Soundgarden) e John McBain (Monster Magnet). E infatti si tratta di registrazioni risalenti al 1995, talvolta con un missaggio davvero precario (Otis & Mike) anche se sono il suono pastoso dei chitarroni semiacustici e la voce calda, misurata di Ben a emergere ancora una volta, in questa estrema legittimazione del retro-rock alla T. Rex. È di fatto questa forza implosa che scorre latente nella loro musica a fare degli Hater una band dal fascino retrò potentissimo che si rivela in poderosi stomp infettati di protogarage alla Mudhoney come Downpur at Mt. Angel o Feversaint. Per chi conserva ancora i ricordi della Seattle centro del mondo, un obbligo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ADOLESCENTS – O.C. Confidential (Finger)

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25 candele sulla torta degli Adolescents e al di là del palese controsenso, eccoci travolti dalla loro onda anomala: dopo le raccolte di demos assemblate dalla loro storica label Frontier, le ristampe di Welcome to Reality e del mitico album blu e l’intero recupero del medesimo da parte di NoFX, Pennywise, Bad Religion e altra gente che su quel disco ha imparato praticamente i Vangeli, ecco infine il disco della reunion. La novità è che Frank Agnew Jr. suona ora accanto al padre e questo al di là del fatto anagrafico, è grandioso. Per il resto gli Adolescents si mostrano all’altezza del loro mito che ne fece gli eroi di Orange County. Quanti imberbi ribelli del punk melodico farebbero carte false per scrivere un classico come California Son? Ovvio, nulla di epocale, ma del resto cosa lo è davvero, oggi?

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ALL TOMORROW’S PARTY – Yoo Doo Right, You Doo Slide (Alive Naturalsound)

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Hawkwind e Telescopes. Sono queste le due coordinate dentro cui fluttua il suono di questo terzetto giapponese al debutto su Alive. Perimetri psichedelici ora melliflui e sognanti (Simpathy for the Junkies o il bollore liquido di Cracked), ora increspati da distorsioni pressanti e grumosi di acetilene fuzz (la cavalcata di Light of Love, satura di vapori grebo o Bad Bee Says) dentro cui sembrano prendere forma i demoni di Teenage Fanclub, Spacemen 3, Loop, Hypnotics, Stewed. Da una terra che dai Boredoms ai Guitar Wolf ci ha abituato ad esasperazioni nichiliste e caricature sgraziate e scomposte del rock ‘n roll, sembra un miracolo sentirsi abbracciare dal pop psichedelico di pezzi come In Shade of Blue, dove pare di vedere gli XTC planare dentro Mellon Collie dei Pumpkins o dalla polvere di maracas di Sure Love.

Eppure, così è.

Bellissimo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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I FANTOMATICI – Giustizia sommaria (Green Cookie)

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Piombare da Vicenza come se  si piovesse da chissà quale mondo. Un allunaggio sul Pianeta Terra che i quattro Fantomatici attuano con uno dei più bei dischi di instro-rock mai usciti in Italia, zeppo di riferimenti alla cultura cinematografica italiana dei Sollima, dei Caiano, dei “monnezza”, dei Maurizio Merli, dei Merenda, dei Volontè. Siamo in quel settore amatoriale incuneato tra sci-fi music, surf, tentazioni hillbilly che appare quasi come una particella umorale impazzita, trasformata in una pallina da flipper costretta fuori dal tempo, uno stroboscopio di immagini vintage che evocano scenari da spaghetti western o da trucidi poliziotteschi anni ‘60/70 e in cui le formazioni italiane hanno ormai raggiunto uno status di tutto rispetto.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO – Black Hole/Black Canvas (Stickman)  

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La (apparente) pausa discografica tra It’s a Love Cult e Black Hole/Black Canvas porta a risultati prodigiosi. Nel frattempo Håkon Gebhardt ha modo di annoiarsi e lasciare il posto vacante, un “buco nero”. Black Hole/Black Canvas è pertanto l’unico lavoro del terzetto norvegese a non essere registrato in trio.

Ma, nonostante le premesse infauste, è un disco che riporta i Motorpsycho ai fasti del decennio precedente e scioglie gli zuccheri dei dischi che lo hanno preceduto in un (nuovamente) vigoroso impasto di acidi psichedelici e hard-rock proteinico.

Tecnicamente si tratta di un ottimo compromesso tra il furioso grunge dei dischi degli anni Novanta e la visione pop degli ultimi lavori, con l’obiettivo focalizzato sugli elementi chiave della forma-canzone (riff, ritornello, melodia, assolo) piuttosto che sulle sovrastrutture di sostegno e sul climax d’insieme riuscendo quindi a trovare un abilissimo equilibrio fra i due tipi di approccio.

Un doppio album che regala all’antologia della band alcuni tra i passi più memorabili del già fittissimo canzoniere: gli intrecci Sonic Youth di No Evil e Kill Devil Hills, le cavalcate hard raggrinzite come un lenzuolo grunge di Hyena e The Ace, gli spasmi di In Our Tree e L.T.E.C., il brutale passo Blue Cheer di Coalmine Pony, la ballata alla Dinosaur Jr. di With Trixeene Trough the Mirror, I Dream with Open Eyes, la fuga chitarristica di Before the Flood. Concepito senza troppa autoindulgenza, pensando più ad illustri precedenti altrui come Daydream Nation e Zen Arcade che ai propri, Black Hole/Black Canvas diventa la nuova vetta da cui i Motorpsycho guardano il mondo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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NINE HORSES – Snow Borne Sorrow (Samadhi Sound)

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Ad un certo punto (diciamo orientativamente da Dead Bees on a Cake in poi) il mio rapporto con la musica di David Sylvian è cambiato, forse empaticamente ed inconsciamente nello stesso modo con cui era mutato il suo approccio con la musica. Mi sembrò, non so ben motivare il perché, che il Maestro Sylvian non “uscisse” più con un nuovo disco ma che in qualche modo fossi io ad andare a scovarlo, a profanare questa sorta di misticismo ascetico che sembrava avvolgerlo per rubare un po’ della sua essenza.

Si impossessò di me un vago senso di pudore misto a una riverenza del tutto non richiesta. Eravamo entrambi in fuga dal “pop”, da quello che la sua estensione grammaticale portava in sé come conseguenza. Eravamo in qualche modo parte integrante del mondo e allo stesso tempo sconnessi da esso, ognuno alla sua maniera. Di tanto in tanto andavo a curiosare tra quello che Sylvian sembrava voler pubblicare senza il clamore di un tempo.

Sentivo che tra le pieghe di quella voce c’erano parole che il mio cuore voleva ascoltare.

Spesso chiuse dentro un bozzolo di ovatta o talaltra intrappolate in un mandala di sottilissimo fil di ferro da cui mi risultava difficile tirarle fuori.

Ma a volte, accadeva.

Come fu per Snow Borne Sorrow, dove ritrovavano il vigore elegante e discreto dei suoi dischi dedicati alle api, piccole lanterne di carta di riso sospese fra i ghiacci, lanciate sopra la mia testa da un tocco di pianoforte, da un soffio di tromba, dalla carezza di una spazzola sopra la pelle di un tamburo, dal picchiettio di un vibrafono, dall’alito sublime della ninfa del nord Stina.  

Avevo scosso il sonno del poeta che sognava gli angeli portando via un lembo della sua coperta. Ora c’era vento buono per usarla come vela, per portare al largo questa filuga destinata a naufragare morente in un mare pescoso.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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HEAVY TRASH – Heavy Trash (Yep Roc)

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Quando i Blues Explosion sono diventati ormai una istituzione per la scena rock ‘n roll internazionale, Jon Spencer sente il bisogno di costruirsi una casetta rustica. Una sorta di rifugio ecocompatibile dove coltivare le sue vecchie passioni per il rockabilly, la country music, il soul e la musica rurale con cui è in parte cresciuto e di cui si era innamorato durante la sua adolescenza ascoltando Exile on Main Street degli Stones e i dischi di Presley. Quella casetta in legno, sperduta nelle campagne del New Jersey, si chiama Heavy Trash. Ad abitarla sono lui e Matt Verta-Ray, l’amico degli Speedball Baby con cui Jon ha condiviso gli angusti spazi dei camerini in diverse date della sua Blues Explosion parlando della Sun Records, del suono di Memphis e del timbro delle chitarre prodotte in Giappone negli anni Sessanta come Fujigen e Zim-Gar. Quello che i due registrano dentro quella capanna di legno viene pubblicato adesso dalla Yep Roc con lo stesso nome scelto da Spencer e Verta-Ray. Che sono in due, ma non sono da soli in questo disco in cui ci sono ben diciotto musicisti e vocalisti di supporto, nascosti chissà grazie a quale macumba dietro le musiche rachitiche dei due musicisti di New York. E che realizzano un disco che piacerà più a chi amava Hasil Adkins, i Beasts of Bourbon o i Gallon Drunk che a chi ha visto la luce quando ha messo sul piatto Acme o Orange. E che pure sarà costretto a farselo piacere, per rispetto del cast.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – These Ghoulish Things / Mostly Ghostly (Ace)

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Preso impegni per il prossimo Halloween?

Bene, disditeli.

Organizzate una bella festa in maschera, un Cosplay dove gli invitati invece da essere vestiti come degli idioti fuggiti dalla saga de Il Signore degli Anelli sono obbligati a trasformarsi in uno di quei personaggi buffamente macabri che affollavano le nobili ville degli Addams o dei Munsters.

Cerone, rossetto nero, denti posticci, eyeliner, brillantina, mantelli, ghette, bende e tutto quello che può farvi sentire a vostro agio più del doppiopetto o del tailleur che i vostri superiori vi obbligano a tenere in ufficio per otto ore al giorno.

Oppure una mummia, un vampiro, un mostro delle paludi, un alieno dalle zampe palmate, un polipo gigante. Cazzo ne so, un mostro abbastanza rivoltante da produrre una fragorosa risata.

Non una festa truculenta come quelle organizzate da Maxim Golovatskikh dove a cucinare con le patate, essendo chiusi i supermercati, ci mettevano gli ospiti.

Una festa goliardica dove i brividi di terrore sono misti a fragorose risate, dove lo straordinario è consueto e i mostri hanno facce che riconosci, non quelle dello zio buono o dell’amico del cuore.

Una festa dove l’orrore è pura folle fantasia.

Poi si sa…la musica è finita…gli amici se ne vanno…e i mostri veri ti piombano a casa vestiti in giacca e cravatta o tuta da lavoro.

Per la colonna sonora scegliete quello che più vi aggrada purchè non sia Marilyn Manson che se no dalle risate vi si scioglie il cerone.

Tuttavia, se vi piace essere veramente old-style, vi consiglio questi due dischi zeppi di fondi di cassetto della peggior cultura horror-trash degli anni ‘50/’60.

Musichette innocue, talvolta anche ridicole, sicuramente grottesche che raccontano di improbabili storie d’amore con mostri, zombies e vampiri.

Rock ‘n roll e cha-cha-cha, blues e musiche “incredibilmente strane” piene di frattaglie, sangue e viscere putrescenti con alcuni straclassici del genere: dal Tema della Famiglia Addams a quello di The Munster passando per Monster Mash di Bobby Pickett (coverizzata negli anni da Bad Manners e Misfits, NdLYS), Feast of the Mau Mau di Jay Hawkins, Sleepy Hollow dei Monotones, Bo Meets the Monster di Bo Diddley, Rockin’ In the Grave Yard di Jackie Morningstar o I‘m the Wolfman di Round Robin a suo tempo ripresa anche dai Fuzztones su quell’altro disco da notte delle streghe che fu Monsters A Go-Go.

Sul secondo e più recente volume ci sono il Dracula‘s Theme dei Ghouls, Dinner With the Drac di Mister Zacherle, la Night of the Vampire dei Moontrekkers, All Black ‘n Hairy di Screaming Lord Sutch o The Mummy dei Naturals a ricordarvi che dovrebbero essere i cimiteri a essere popolati da zombi, non le città.

Ma questa è pura fiction, ovviamente.

 

                                                                                             

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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