AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE 88 – Over and Over (EMK/Mootron) 

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Ho atteso per anni che gli 88 sfondassero.

Si, vero, sono diventati la band preferita di Ray Davies, hanno suonato nelle ultime session di Alex Chilton, hanno lavorato e suonato fianco a fianco con Lucinda Williams, Smashing Pumpkins, Elliott Smith, Black Francis, i Flaming Lips e addirittura con gli Zombies e le loro canzoni sono finite in diverse sitcom e serie tv per teenagers e famiglie unite e divise da uno schermo.

Un curriculum che in tanti non riescono neppure a sognare. Vero.

Ma non è quello che mi aspettavo.

Pensavo davvero che prima o poi sarebbe esplosa la eightyeightmania. Che ogni nuova canzone degli 88 passasse sui TG della sera, come accade per i Coldplay. Forse addirittura sul TG dell’una, come succedeva per gli One Direction.

Invece no, tanto che ad un certo punto il gruppo finisce di pubblicare dischi e nessuno se ne accorge.

Ecco, in tutti questi anni riascoltando Over and Over, apice della loro arte, mi sono interrogato sul perché senza sapermelo spiegare. Perché questo secondo disco della più british tra le band americane è inappuntabile e inattaccabile. Un senso melodico che ha davvero del prodigioso, secondo quella linea che da Paul McCartney porta diritto al brit-pop dei Blur, dei Coldplay, dei Supergrass e dei futuri Fratellis, attraversa ogni singola traccia e, all’interno di esse, ogni loro porzione: strofe, ponti, ritornelli, melodie, armonie. Come se dietro di loro ci fosse un team di produttori e autori ingaggiati per far funzionare tutto senza la minima sbavatura. E invece i dodici pezzi di Over and Over sono tutte farina del sacco di Keith Slettedahl, ventenne californiano che sembra un giovane Morrissey vestito come Michael Bublé. Uno che ama i Beatles e i Kinks alla follia e che sembra aver fatto tesoro di ogni disco dei genitori. In questo ambito e con pari perizia solo i Delta Spirit riusciranno a fare altrettanto, in terra californiana. Anche loro con poco successo e ancor meno visibilità.

Ma, stanco di aspettare, era ora di dirvelo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE DRONES – Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By (ATP Recordings)  

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Che disco incredibile, questo secondo degli australiani Drones.

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Creative Outlaws (Trikont)

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Il boom economico del secondo dopoguerra, che garantisce alle famiglie di poter finalmente soddisfare non solo i bisogni legati ai beni di prima necessità ma anche di poter spendere i propri risparmi in beni secondari, determinano una diffusione del benessere e la nascita di una nuova sacca di mercato rappresentata dai teenagers. La miccia esplosiva del rock ‘n’ roll arriva a legittimare la loro figura come quella di destinatari ultimi del prodotto musicale. Per tutti gli anni Cinquanta la produzione destinata ai giovani ha tuttavia il compito quasi esclusivo di fornire un’adeguata colonna sonora al loro scompenso ormonale: il rock ‘n’ roll e il suo corrispettivo nero dell’R&B sono strettamente legati al concetto di fisicità e di sesso.  

È solo nel decennio successivo che la musica giovane scopre e rivaluta invece la coscienza civile e sociale, accompagnando l’ingresso dei teenager nell’età adulta e nelle sue contraddizioni. La musica, o almeno una buona parte di essa, cessa di essere pura evasione e si libera del suo ruolo di “pentola a pressione” dove far bollire le smanie giovanili per vestire di abiti politici e farsi portabandiera  della protesta e voce della “contestazione” che vuole controbilanciare se non addirittura ribaltare l’ordine costituito. È il momento in cui l’identità degli adolescenti si emancipa dal concetto di “gang” che l’aveva rappresentata negli anni Cinquanta e che era stata documentata su decine di film in cui teppistelli vestiti di pelle se le davano di santa ragione e assume invece quella valenza sociale passata alla storia come “controcultura”. Ad armeggiarla sono i “fuorilegge creativi” il cui fermento la Trikont vuole documentare in questo bel disco. Artisti folli e visionari che da un lato scardinano la tradizione (Captain Beefheart, Exuma, Country Joe and The Fish, Pearls Before Swine, Holy Modal Rounders) e dall’altro anticipano già la musica del decennio successivo (Stooges, Blue Cheer, Jimi Hendrix Experience, MC5), che saldano la musica alla poesia (Fugs, Shel Silverstein), alla vita da strada (Moondog) e alle stravaganti comunità hippie. Che sfiorano vette altissime di genialità creativa e pure si cimentano in parodie a buon mercato, in pantomime burlone di follia freak come quella dei Godz.

Successero molte cose, dal 1962 al 1970. Moltissime. Una spinta alla biglia del rock che ancora oggi non ha esaurito la sua corsa. Per raccontarle non basterebbero mesi e vagonate di dischi, dunque Creative Outlaws non può che rappresentarne un piccolo sunto, nemmeno lontanamente completo (sorvolando a piè pari su Dylan e tutta la scena folk del Greenwich ad esempio) e del tutto sommario nel contenuto.   

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

NIXON NOW – Altamont Nation Express (Elektrohasch)    

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Vista la copertina?

Bene. Dentro c’è quel che pensate.

Stelle e strisce. Pelle. Carne.

Gli anni Sessanta non più vergini.

Quelli di Stooges e degli MC5. Di Altamont.

Distorsori e wah wah che fanno a brandelli il rock ‘n’ roll dopo averlo stordito.

Un disco bellissimo, questo secondo dei tedeschi Nixon Now.

Pensato come un enorme coito, un bukkake di watt, come se i giorni del Grande Ballroom non fossero mai passati.  

Dentro l’essenzialità brutale di canzoni come Revolver, Burning Down the Neighborhood, Shake, Madman si consuma l’ennesimo sogno che permette al rock ‘n roll di sopravvivere a se stesso rileggendo eternamente le sue regole base. Rialzandosi sempre e comunque, come un Lazzaro di cui nessuno si prenderà la briga di perorare la causa.

Infliggendo dolore e piacere in parti uguali. Finché la libido ne chiede.

Vendicando e rivendicando se stesso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CHUBBY CHECKER – The Best of Chubby Checker (ABKCO)  

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Nonostante oggi sia vista come una delle cose più innocue e buffe in cui si possa venire coinvolti, il twist fu portatore di una delle più grandi rivoluzioni di costume della società moderna.

Ad inventarlo era stato, inconsapevolmente, Hank Ballard nel 1959 ma a farne un fenomeno di massa dalle proporzioni clamorose ci avrebbe pensato Dick Clark ovvero l’uomo più influente dell’America post-bellica, assegnando quel che in origine era la facciata B di un singolo R ‘n B nelle mani di un mulatto di nome Ernest Evens prontamente ribattezzato Chubby Checker e messo sotto contratto dalla Cameo Parkway, etichetta in cui egli stesso investiva parte dei suoi proventi e da cui riceveva larga parte dei guadagni. Lui si sarebbe ovviamente fatto carico di promuovere adeguatamente la nuova versione di The Twist sul suo American Bandstand, coinvolgendo il pubblico nella forza trascinante e liberatoria di quel ballo che era come “strofinarsi il culo con l’asciugamano mentre provi a spegnere due sigarette sul pavimento”.

Sembra una cagata pazzesca. Ma non lo è.

Perché il twist permette finalmente alle donne, considerate fino all’epoca del rock ‘n roll semplice “tappezzeria” delle sale da ballo costrette ad aspettare l’invito di qualche omino più o meno galante per potersi impadronire della pista da ballo, di ballare da sole.

Il twist non prevede compagno o compagna. Il twist è la danza dell’individuo e della moltitudine assieme. Ed è una rivoluzione importante, da cui non si tornerà più indietro.

La carriera, breve ma folgorante, di Chubby Checker è un continuo riadattamento di quell’idea: Twistin’ U.S.A., Pony Time, The Hucklebuck, Let’s Twist Again, The Fly, Slow Twistin’, Limbo Rock, Twist It Up, Let’s Limbo Some More, Popeye the Hitckhiker, Twistin’ Round the World e via le altre non sono che abilissime variazioni sul tema del “ballabile”.

Il passo di danza viene prima di tutto il resto. La musica non si fa portavoce di nessun altro messaggio se non quello di far muovere il bacino, di invadere la pista da ballo. Puro divertimento, pura energia cinetica. Entrando nei salotti della gente perbene con garbo e discrezione e facendo lentamente scivolare le loro figlie nei gironi della libertà sessuale che in quegli stessi giorni viene farmaceuticamente sancita con la commercializzazione al banco della prima pillola contraccettiva.

hold it, aww shake your fat fanny, i mean shake your fanny, twirl that thing gal twirl it, bring it, twist it a little bit…

        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE BACKDOOR MEN – Södra Esplanaden #4 (Dolores Recordings)

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Diciamo che se siete tutto quello che paventate di essere (scavafosse, sixties-maniaci e quant’altro) la sezione storicamente più interessante di questa raccolta è quella immediatamente successiva alla stringata scaletta dei due singoli e mezzo pubblicati dai Backdoor Men durante la loro attività e che, sempre se siete ciò che dichiarate e io non ho alcun motivo per dubitarne, dovreste conoscere come l’ABC.

Si tratta infatti delle prime registrazioni della band svedese, ovvero quelle risalenti al periodo “mod” antecedente alla svolta folk/punk e garage che li avrebbe portati a incidere gemme come Magic Girl e, sul versante più selvaggio, l’insuperata bellezza di Out of My Mind, quando i Backdoor Men si chiamavano ancora Pow e giravano i locali della città muovendosi sulle Vespe portando in dono l’oro dei Jam, l’incenso dei Lambrettas e la mirra dei Merton Parkas.

Erano i primissimi anni Ottanta e i Pow erano l’unica mod-band della Svezia. Pionieri di un’estetica ricca di fascino. Come sarebbe stato pochi anni dopo per i Backdoor Men. Pionieri anch’essi, ancora una volta. 

Södra Esplanaden racconta, in musica e nel bel libretto a corredo, la trasformazione dei Pow in Backdoor Men e da questi nei più fortunati (molto più fortunati) Creeps. Non c’è invece alcuna traccia dei brani che il quartetto pare stesse elaborando per l’album d’esordio che doveva essere partorito nel reparto neonatologia dell’Electric Eye di Pavia.

Ed è un vero peccato.

Che saremmo stati felici e onorati di conoscere quello di cui la storia ci ha privati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE HELLACOPTERS – Rock & Roll Is Dead. (Universal)  

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Il rock ‘n roll è morto.

Che sia spirato fra le mani di chi se ne è preso cura per un bel po’ di anni avvolge la tragedia di un velo di romanticismo e anche di buon auspicio.

A dargli l’estrema unzione arriva un classico lick sottratto al libro liturgico di Padre Chuck Berry. Da lì, è tutta una celebrazione funebre niente male. Nonostante il suono degli svedesi si sia progressivamente alleggerito della vecchia scorza, a me i dischi degli Hellacopters continuano a piacere. Questo che del rock ‘n roll ne dichiara il decesso anche più di quello che ne celebrava la grandiosità sei anni fa, per dire. Quello prima del grande salto verso le braccia di mamma Universal. 

Siamo dentro l’ennesimo labirinto di luoghi comuni del rock ‘n roll. Un po’ come succede dentro i dischi di Black Crowes o dei mai troppo osannati You Am I. Qualche corridoio di british-blues di marca Faces/Humble Pie, sale addobbate con qualche bella tela power-pop e qualche graffito hard-rock vecchia maniera.

Tutto qui? Tutto qui.

La rivoluzione non sarà trasmessa in tv e neppure dentro un disco di rock and roll. Che peraltro è morto.

E fareste bene a smettere di piangere. Che poi passate per emo.

E a mettere su un bel disco con cui divertirvi, prima che anche voi andiate a far compagnia al rock and roll.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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HATER – The 2nd (Burn Burn Burn)

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La prima cosa di cui ti accorgi è come, nonostante siano passati più di dieci anni, The 2nd azzeri subito le distanze da quel debutto per questo side-project per Ben Shephard (Soundgarden) e John McBain (Monster Magnet). E infatti si tratta di registrazioni risalenti al 1995, talvolta con un missaggio davvero precario (Otis & Mike) anche se sono il suono pastoso dei chitarroni semiacustici e la voce calda, misurata di Ben a emergere ancora una volta, in questa estrema legittimazione del retro-rock alla T. Rex. È di fatto questa forza implosa che scorre latente nella loro musica a fare degli Hater una band dal fascino retrò potentissimo che si rivela in poderosi stomp infettati di protogarage alla Mudhoney come Downpur at Mt. Angel o Feversaint. Per chi conserva ancora i ricordi della Seattle centro del mondo, un obbligo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ADOLESCENTS – O.C. Confidential (Finger)

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25 candele sulla torta degli Adolescents e al di là del palese controsenso, eccoci travolti dalla loro onda anomala: dopo le raccolte di demos assemblate dalla loro storica label Frontier, le ristampe di Welcome to Reality e del mitico album blu e l’intero recupero del medesimo da parte di NOFX, Pennywise, Bad Religion e altra gente che su quel disco ha imparato praticamente i Vangeli, ecco infine il disco della reunion. La novità è che Frank Agnew Jr. suona ora accanto al padre e questo al di là del fatto anagrafico, è grandioso. Per il resto gli Adolescents si mostrano all’altezza del loro mito che ne fece gli eroi di Orange County. Quanti imberbi ribelli del punk melodico farebbero carte false per scrivere un classico come California Son? Ovvio, nulla di epocale, ma del resto cosa lo è davvero, oggi?

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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