GL*XO BABIES – Dreams Interrupted (Cherry Red)  

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Non so chi sia l’autore della traduzione, che la Cherry Red si guarda bene da citare sia il suo nome che la fonte originaria (Piero Scaruffi, NdLYS), ma la gioia di stringere fra le mani questa bella raccolta dei Bristoliani Gl*xo Babies viene ridimensionata non appena si apre il booklet, scorrendo frasi illeggibili come “where flebili noises of foundation disturb a stentoreo rhythm” o “the only suggested tribalismo è but the emphasis is moved on the hidden rituali” che neppure l’Ufficio Sinistri della ItalPetrolCemenTermoTessiFarmoMetalChimica di fantozziana memoria avrebbe mai potuto partorire.

Meglio avrebbero fatto a questo punto affidarsi a Mr. Bean e far tesoro del suo silenzio e risparmiarci questa introduzione dislessica lasciando parlare direttamente la musica dei Gl*xo Babies o Glaxo Babies che dir si voglia (la “a” verrà oscurata  per evitare problemi con l’omonima casa farmaceutica, l’adesso famosa gsk produttrice fra l’altro del Voltaren®, dalla stessa loro label in occasione dell’uscita della raccolta Avon Calling, NdLYS), cani sciolti del punk d’avanguardia costretti a suonare con larga approssimazione il repertorio di band come Clash e Sex Pistols per accontentare un pubblico già incancrenito che reclamava a gran voce i “grandi successi” del punk da sotto il palco e a dover abdicare prestissimo dalle scene privandoci del loro sconcertante amalgama fra i Chrome e gli Chic subito dopo aver pubblicato il loro unico album, lasciando appunto il “sogno interrotto” come viene giustamente intitolata questa raccolta che mette insieme i pezzi dei primi singoli, Peel Sessions, improvvisazioni live. Alla faccia delle vostre White Riot e delle vostre Anarchy in the UK, che tanto alla fine siete finiti come tutti a guardare le sit-com in tivù e a portare i figli nelle scuole del regime, qualunque esso sia.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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UZEDA – Stella (Touch and Go)  

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I grappoli di rumore di Wailing ci riportano, ad otto anni da Different Section Wires, dritto nell’intestino crasso degli Uzeda, per dirci che nulla è cambiato e che ciò che era paura allora, è paura ancora. E quel che era follia, follia rimane. Seppur lucidissima.  

Suoni spezzettati, scoscesi e lividi, massi di lava che cadono giù dal vulcano etneo. Enormi tizzoni di inferno che tracimano giù, spinti dalle mani titaniche degli Ecatonchiri. La musica degli Uzeda non è mai paga di nulla, neppure di se stessa. Vive in un perenne contrasto, si evolve e si protegge come una malattia autoimmune. È un accumulo di tensione pronta ad esplodere che a volte si riavvolge invece su se stessa, autoalimentandosi all’infinito, facendosi scudo mentre avanza colpendo. Stella ci restituisce la luce inquieta di uno degli astri-guida del firmamento noise mondiale. Noi da qui, alzando la testa, possiamo vederlo brillare come gli antichi i tuoni di Zeus.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ARCTIC MONKEYS – Whatever People Says I Am, That’s What I Am Not (Domino)  

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Quanto volte ci siamo innamorati dell’Inghilterra e quante volte ancora lo faremo? Infinite volte e una volta ancora.

Gli Arctic Monkeys arrivano da Sheffield infiammando nuovamente gli animi assopiti dopo la sbornia brit-pop degli anni Novanta, abbattendo in una settimana il record di vendite conquistato il decennio precedente dal debutto degli Oasis, tanto per dire.

Ma cosa sono venuti a fare esattamente gli Arctic Monkeys? Presto detto: sono venuti a riportare a casa quanto era stato sottratto all’Inghilterra dagli Strokes.

Tutto quello scazzo da hooligan annoiato che abbiamo già amato nei dischi di Blur e Libertines che diventa una dinamo in grado di generare energia positiva mettendo in sequenza armonie e melodie già sentite centoventivolte e che per la centoventesima volta ci conquistano senza in realtà dire nulla di nuovo. Ci siamo cascati di nuovo, pensiamo, mentre scorrono cose come Mardy Bum, Riot Van, The View from Afternoon, Red Light Indicates Doors e altra roba(ccia, spesso) che cerca di accalorarsi punk per sciogliersi invece in un moderato groove da dancefloor.

La sensazione che affiora all’ascolto Whatever People Says I Am, That’s What I Am Not può essere ambivalente: quella di aver trovato un’altra ossessione, l’ennesima toppa da farsi cucire sul parka. Vincente perché ribelle.

O, viceversa, quella meno gradevole di essersi portati a casa un doppione di qualche album che abbiamo già sui nostri scaffali e di cui conosciamo a menadito ogni passaggio. Vincente perché familiare.

Cercate voi di capire perché non riuscite a liberarvi da questo disco.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

NEW YORK DOLLS – One Day It Will Please Us to Remember Even This (Roadrunner)  

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Nel 2004, subito dopo alla reunion fortemente caldeggiata da Stephen Morrissey e celebrata sul palco del Meltdown Festival, la leucemia si porta via Arthur Kane. Ma le celebrazioni per il nuovo matrimonio artistico fra David Johansen e Sylvain Sylvain si protraggono ancora a lungo, partorendo anche un nuovo figlioletto, a ben trentadueanni dal precedente.

È il 2006. L’anno dei rientri storici per il proto-punk mondiale, con i Radio Birdman e gli Stooges nuovamente sul piede di guerra e gli MC5 appena riformati. One Day It Will Please Us to Remember Even This è accolto dunque con grande favore dai vecchi nostalgici e anche dalle nuove generazioni che hanno favoleggiato a lungo su una delle band più straordinarie del rock americano e che adesso possono vedere in azione, seppure in formato “light”. Il disco è una versione parimenti “delicata” del vecchio rock ‘n roll sguaiato della band che ovviamente non ha più le pose scandalose degli anni Settanta, risparmiandoci una inutile pantomima e regalandoci uno spettacolo di puro disimpegno che alterna brani accesi come la bella Gimme Luv and Turn On the Light o i classici rock ‘n roll a braghe strette delle Dolls come Runnin’ Around, Gotta Get Away from Tommy e Dance Like a Monkey a lentacci forse un po’ troppo stopposi e infilandoci dentro qualche power-ballad dal suono più moderno come Take a Good Look at My Good Looks, la We’re All in Love trascinata da un’armonica che ha perso ogni accento blues e la Dancing on the Lip of a Volcano che la voce di Michael Stipe trascina quasi in zona alternative-rock anni Ottanta. Che vuol dire fondamentalmente R.E.M. e Hüsker Dü.

Tornando a sporcare le strade di New York e dando altra merda da raccogliere al Boy George che si appresta a pulirle con ramazza e paletta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE STROKES – First Impressions of Earth (RCA)  

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Gli Strokes non hanno mai ascoltato Ivan Graziani, ne sono certo. Dunque è solo un caso anzi un’”impressione”, la prima, che il loro terzo album si apra ESATTAMENTE come si apriva Pigro del musicista abruzzese, ovvero col passo disco-rock che fu di Monna Lisa e che qui viene ribattezzata You Only Live Once, aggiustando subito il tiro in un classico Stroke-style, con la voce scapestrata di Julian Casablancas e le chitarre riconoscibilissime di Albert Hammond Jr. e Nick Valensi. La seconda impressione è dunque che ci si trova ancora una volta, l’ennesima, davanti a This Is It. L’unica vera novità è una presenza più massiccia del basso, una baldanza che Nikolai Fraiture non aveva dimostrato prima e che “arrotonda” gli spigoli di canzoni come Juicebox, Heart in a Cage, On the Other Side e sembra trattenere a fatica l’ambizione di spostare il tiro su ritmi più disco.

Se però il tentativo di replica è riuscito per intero su Room of Fire, stavolta non si va oltre la prima facciata dell’album (chiusa peraltro da un improbabile pastiche per archi e voce che fa rimpiangere i Muse). Per il restante minutaggio gli Strokes si trascinano in ballate come Killing Lies o 15 Minutes che, complice il titolo, dà davvero la sensazione di durare cinque volte più di quanto meriterebbe, e in robaccia che sembra essere caduta dai guardaroba degli U2 mentre progettavano Zooropa.  

È l’ultima impressione: abitare sullo stesso pianeta degli Strokes comincia a diventare noioso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BURIAL – Burial (Hyperdub)  

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Il mondo, il mondo moderno, visto da una tana.

Burial è il sabato notte consumato in un eremitaggio da attico urbano, mentre nelle arterie della città le luci delle auto corrono come plasma dentro una ragnatela di deflussori. Sostituendo allo specchio lo schermo di un laptop Burial si lancia in un gioco di riflessi prismatici che stravolge il senso della musica da club, demolendo di fatto la sua natura socializzante, il suo fragore conviviale, i suoi rituali orgasmici e tribali in favore di una solitudine sconcertante e malinconica da edificio abbandonato.

La sua musica è piuttosto il luogo metafisico dove si annidano tutti gli spettri ammansiti dalle pastiglie di MDMA, il posto dove la cultura dei rave clandestini implode e si accartoccia su se stessa, morendo sotto le sue stesse macerie.

I flash seducenti della discoteca ridotti a vaghe strisce fluorescenti di led.

Il vigore ritmico sclerotizzato in un rattrappito cigolio di nunchaku elettronici.   

L’unica dimora che rimane immutata è la notte, coi suoi mille pericoli e i suoi mille rifugi sicuri dentro cui le musiche urbane di Burial trovano scampo, trascinandosi dietro il riverbero scuro dei suoi rumori e lo scroscio incessante della pioggia che la bagna.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Shapes & Sounds #1 / #2 / #3 (Top Sounds)  

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Secoli prima delle emittenti libere, delle broadcast-radio, delle trasmissioni in streaming e dei format in licenza, secoli prima di tutto ciò, c’era la zia BBC. Ovvero, per chi non conosce la storia della radiofonia, la prima e la più potente organizzazione di broadcasting del nostro pianeta. Così forte e potente che per un periodo, relativamente lungo, provò a colonizzare l’intera Europa. Per attuare il piano di conquista mise in piedi una vera e propria macchina da guerra: i gruppi venivano invitati a suonare negli studi della BBC, i fonici registravano le esibizioni e il risultato veniva stampato direttamente su vinile. I dischi venivano inviati settimanalmente alle emittenti che avevano aderito alla BBC’s Transcription Service garantendosi la professionalità degli speaker della radio inglese (Brian Matthew era il “titolare” del progetto ma in sua assenza venivano convocati David Symonds, Don Moss o Keith Slues) le cui voci si occupavano di presentare i vari artisti coinvolti e certe prelibatezze che di quei tempi non era facile agguantare con tempestività neppure nei negozi che si occupavano di dischi import. Ogni disco poteva essere trasmesso per sei mesi. Poi, teoricamente (come negli anni successivi per i “promo” delle case discografiche), andavano restituiti. Cosa che naturalmente non accadeva.

Ma la BBC aveva vinto la sua guerra. Che era innanzitutto una guerra di “branding” ma era anche un tentativo molto ben congegnato per assoggettare il mondo alle musiche della Terra di Albione. Cosa che le era riuscita particolarmente semplice, ovvio, dopo l’esplosione dei Beatles e degli Stones, ovvero gli anni in cui la musica inglese aveva tolto all’America di Presley lo scettro di potenza n.1 in ambito sociale.

Col passare degli anni i Transcription Discs sono diventati oggetto di un mercato che non è solo pirata ma anche legale, con la BBC che ha concesso la licenza per la pubblicazione di parte di quel materiale, un po’ come aveva fatto con le storiche Peel Sessions.

Quelle concesse alla Top Sounds hanno portato alla pubblicazione di queste tre fantastiche raccolte che si occupano proprio del periodo post-Sgt. Pepper’s, dal Maggio del ’67 al Gennaio del 1971. Ovvero gli anni in cui il beat aprì i suoi petali nella magica corolla della cultura freak generando piccole meraviglie come quelle di Kaleidoscope, Alan Brown!, End, Skip Bifferty, Timebox, Pretty Things, Gun, Montanas, Tomorrow, Bystanders, Bill Fay, Earth, Portrait, Casuals: piccole e grandi ninfee colorate nel rigoglioso giardino della Regina.

 “Sogni in technicolor” li chiamavano, ma anche questo i gggiovani d’ogggi non sanno cosa sia. Che peccato.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE TELESCOPES – Hungry Audio Tapes (Hungry Audio)

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Chi ha seguito le vicende dei Telescopes successive a quel capolavoro perverso che fu Taste avrà familiarizzato con la mutazione genetica cui Stephen Lawrie ha sottoposto la sua band. L’agghiacciante assalto al rumore bianco dei loro primi dischi, una colata lavica in cui Elevators e Velvet si fondevano in un unico ammorbante fiotto elettrico, ha ceduto il passo a una diversa forma di “elevazione” psichedelica che non esiterei a definire post-rock se non fosse che i Telescopes sono in giro da quando gente come GYBE o Mogwai pisciavano ancora il letto. Un suono che si aggira spettrale in queste boscaglie di drones mutanti, sterpi elettroniche che alitano pesanti (Household Objective) aggrovigliate nelle maglie di moog, theremin e beat pulsanti dentro cui i respiri di Stephen e Jo sembrano precipitare. Loro sono i Suicide dell’età del silicio.

Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SOULSHAKE EXPRESS – Heavy Music (Bad Reputation)  

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Un paio d’anni fa il battesimo su Dirtnap con un EP che faceva intuire quello che i cinque svedesi mantengono con questo full length.

Roba che non suona nuova ma coinvolgente e urticante come vuole la tradizione scandinava di bands come Solution, Flaming Sideburns, Hellacopters e in generale tutto il giro rawk ‘n roll di casa Bad Afro e White Jazz.

Hard rock incernierato su riffs dal solido impatto soul-punk, come dei Bellrays con meno appeal nero e più sozzura heavy-blues. Manca però il lampo di genio che faccia la differenza e la cui assenza costringerà i SSE a vivere nel cono d’ombra di decine di altre bands accostabili per stile e riferimenti visto che a parte un paio di pezzi (Little Lover con le sue spruzzate di Hammond e Get Up! solcata dall’armonica) il resto sembra passare addosso senza realmente scalfirti.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BLUE VAN – Dear Independence (TVT)

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I Blue Van sembrano impermeabili al freddo delle latitudini danesi. Viceversa, Dear Independence affina la formula vintage testata su The Art of Rolling: un suono spugnoso, imbevuto di petroli e idrocarburi rovesciati dalle taniche di Small Faces, BTO, Who, Action. Quello che affascina è la naturalezza che stilla dal loro mood e che fugge dalle spettacolarizzazioni retro-rock che in passato vennero da bands come Kula Shaker o Primal Screm ad esempio e che oggi in tanti vorrebbero emulare. Pezzi come The Time Is RightGoldmindElephant Man (con quell’organo cooooosì Steampacket, NdLYS) o The Scent of Seasons potrebbero mangiarsi bands come i Kooks in un solo boccone e non risputarne nemmeno un osso, tanto per dire. Se solo avessero la giusta macchina promozionale dietro invece di doversi vendere i dischi quasi da soli…..


Franco “Lys” Dimauro

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