THE STROKES – First Impressions of Earth (RCA)  

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Gli Strokes non hanno mai ascoltato Ivan Graziani, ne sono certo. Dunque è solo un caso anzi un’”impressione”, la prima, che il loro terzo album si apra ESATTAMENTE come si apriva Pigro del musicista abruzzese, ovvero col passo disco-rock che fu di Monna Lisa e che qui viene ribattezzata You Only Live Once, aggiustando subito il tiro in un classico Stroke-style, con la voce scapestrata di Julian Casablancas e le chitarre riconoscibilissime di Albert Hammond Jr. e Nick Valensi. La seconda impressione è dunque che ci si trova ancora una volta, l’ennesima, davanti a This Is It. L’unica vera novità è una presenza più massiccia del basso, una baldanza che Nikolai Fraiture non aveva dimostrato prima e che “arrotonda” gli spigoli di canzoni come Juicebox, Heart in a Cage, On the Other Side e sembra trattenere a fatica l’ambizione di spostare il tiro su ritmi più disco.

Se però il tentativo di replica è riuscito per intero su Room of Fire, stavolta non si va oltre la prima facciata dell’album (chiusa peraltro da un improbabile pastiche per archi e voce che fa rimpiangere i Muse). Per il restante minutaggio gli Strokes si trascinano in ballate come Killing Lies o 15 Minutes che, complice il titolo, dà davvero la sensazione di durare cinque volte più di quanto meriterebbe, e in robaccia che sembra essere caduta dai guardaroba degli U2 mentre progettavano Zooropa.  

È l’ultima impressione: abitare sullo stesso pianeta degli Strokes comincia a diventare noioso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BURIAL – Burial (Hyperdub)  

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Il mondo, il mondo moderno, visto da una tana.

Burial è il sabato notte consumato in un eremitaggio da attico urbano, mentre nelle arterie della città le luci delle auto corrono come plasma dentro una ragnatela di deflussori. Sostituendo allo specchio lo schermo di un laptop Burial si lancia in un gioco di riflessi prismatici che stravolge il senso della musica da club, demolendo di fatto la sua natura socializzante, il suo fragore conviviale, i suoi rituali orgasmici e tribali in favore di una solitudine sconcertante e malinconica da edificio abbandonato.

La sua musica è piuttosto il luogo metafisico dove si annidano tutti gli spettri ammansiti dalle pastiglie di MDMA, il posto dove la cultura dei rave clandestini implode e si accartoccia su se stessa, morendo sotto le sue stesse macerie.

I flash seducenti della discoteca ridotti a vaghe strisce fluorescenti di led.

Il vigore ritmico sclerotizzato in un rattrappito cigolio di nunchaku elettronici.   

L’unica dimora che rimane immutata è la notte, coi suoi mille pericoli e i suoi mille rifugi sicuri dentro cui le musiche urbane di Burial trovano scampo, trascinandosi dietro il riverbero scuro dei suoi rumori e lo scroscio incessante della pioggia che la bagna.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Shapes & Sounds #1 / #2 / #3 (Top Sounds)  

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Secoli prima delle emittenti libere, delle broadcast-radio, delle trasmissioni in streaming e dei format in licenza, secoli prima di tutto ciò, c’era la zia BBC. Ovvero, per chi non conosce la storia della radiofonia, la prima e la più potente organizzazione di broadcasting del nostro pianeta. Così forte e potente che per un periodo, relativamente lungo, provò a colonizzare l’intera Europa. Per attuare il piano di conquista mise in piedi una vera e propria macchina da guerra: i gruppi venivano invitati a suonare negli studi della BBC, i fonici registravano le esibizioni e il risultato veniva stampato direttamente su vinile. I dischi venivano inviati settimanalmente alle emittenti che avevano aderito alla BBC’s Transcription Service garantendosi la professionalità degli speaker della radio inglese (Brian Matthew era il “titolare” del progetto ma in sua assenza venivano convocati David Symonds, Don Moss o Keith Slues) le cui voci si occupavano di presentare i vari artisti coinvolti e certe prelibatezze che di quei tempi non era facile agguantare con tempestività neppure nei negozi che si occupavano di dischi import. Ogni disco poteva essere trasmesso per sei mesi. Poi, teoricamente (come negli anni successivi per i “promo” delle case discografiche), andavano restituiti. Cosa che naturalmente non accadeva.

Ma la BBC aveva vinto la sua guerra. Che era innanzitutto una guerra di “branding” ma era anche un tentativo molto ben congegnato per assoggettare il mondo alle musiche della Terra di Albione. Cosa che le era riuscita particolarmente semplice, ovvio, dopo l’esplosione dei Beatles e degli Stones, ovvero gli anni in cui la musica inglese aveva tolto all’America di Presley lo scettro di potenza n.1 in ambito sociale.

Col passare degli anni i Transcription Discs sono diventati oggetto di un mercato che non è solo pirata ma anche legale, con la BBC che ha concesso la licenza per la pubblicazione di parte di quel materiale, un po’ come aveva fatto con le storiche Peel Sessions.

Quelle concesse alla Top Sounds hanno portato alla pubblicazione di queste tre fantastiche raccolte che si occupano proprio del periodo post-Sgt. Pepper’s, dal Maggio del ’67 al Gennaio del 1971. Ovvero gli anni in cui il beat aprì i suoi petali nella magica corolla della cultura freak generando piccole meraviglie come quelle di Kaleidoscope, Alan Brown!, End, Skip Bifferty, Timebox, Pretty Things, Gun, Montanas, Tomorrow, Bystanders, Bill Fay, Earth, Portrait, Casuals: piccole e grandi ninfee colorate nel rigoglioso giardino della Regina.

 “Sogni in technicolor” li chiamavano, ma anche questo i gggiovani d’ogggi non sanno cosa sia. Che peccato.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE TELESCOPES – Hungry Audio Tapes (Hungry Audio)

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Chi ha seguito le vicende dei Telescopes successive a quel capolavoro perverso che fu Taste avrà familiarizzato con la mutazione genetica cui Stephen Lawrie ha sottoposto la sua band. L’agghiacciante assalto al rumore bianco dei loro primi dischi, una colata lavica in cui Elevators e Velvet si fondevano in un unico ammorbante fiotto elettrico, ha ceduto il passo a una diversa forma di “elevazione” psichedelica che non esiterei a definire post-rock se non fosse che i Telescopes sono in giro da quando gente come GYBE o Mogwai pisciavano ancora il letto. Un suono che si aggira spettrale in queste boscaglie di drones mutanti, sterpi elettroniche che alitano pesanti (Household Objective) aggrovigliate nelle maglie di moog, theremin e beat pulsanti dentro cui i respiri di Stephen e Jo sembrano precipitare. Loro sono i Suicide dell’età del silicio.

Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SOULSHAKE EXPRESS – Heavy Music (Bad Reputation)  

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Un paio d’anni fa il battesimo su Dirtnap con un EP che faceva intuire quello che i cinque svedesi mantengono con questo full length.

Roba che non suona nuova ma coinvolgente e urticante come vuole la tradizione scandinava di bands come Solution, Flaming Sideburns, Hellacopters e in generale tutto il giro rawk ‘n roll di casa Bad Afro e White Jazz.

Hard rock incernierato su riffs dal solido impatto soul-punk, come dei Bellrays con meno appeal nero e più sozzura heavy-blues. Manca però il lampo di genio che faccia la differenza e la cui assenza costringerà i SSE a vivere nel cono d’ombra di decine di altre bands accostabili per stile e riferimenti visto che a parte un paio di pezzi (Little Lover con le sue spruzzate di Hammond e Get Up! solcata dall’armonica) il resto sembra passare addosso senza realmente scalfirti.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BLUE VAN – Dear Independence (TVT)

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I Blue Van sembrano impermeabili al freddo delle latitudini danesi. Viceversa, Dear Independence affina la formula vintage testata su The Art of Rolling: un suono spugnoso, imbevuto di petroli e idrocarburi rovesciati dalle taniche di Small Faces, BTO, Who, Action. Quello che affascina è la naturalezza che stilla dal loro mood e che fugge dalle spettacolarizzazioni retro-rock che in passato vennero da bands come Kula Shaker o Primal Screm ad esempio e che oggi in tanti vorrebbero emulare. Pezzi come The Time Is RightGoldmindElephant Man (con quell’organo cooooosì Steampacket, NdLYS) o The Scent of Seasons potrebbero mangiarsi bands come i Kooks in un solo boccone e non risputarne nemmeno un osso, tanto per dire. Se solo avessero la giusta macchina promozionale dietro invece di doversi vendere i dischi quasi da soli…..


Franco “Lys” Dimauro

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CASINO ROYALE – Reale (V2)  

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Le due X in copertina ci ricordano che sono passati venti anni di Casino Royale. Approssimati leggermente per eccesso ma descritti con precisione algebrica nell’intro di Royale Sound: 7000 giorni. Ovvero, con una semplice divisione: diciannove anni virgola diciotto.

Diciannove anni e tre mesi scarsi durante i quali i Casino Royale si sono trasformati più e più volte rimanendo fedeli a nient’altro se non a loro stessi.

Dopo i dischi alchemici degli anni Novanta e l’abbuffata drum ‘n bass del progetto RYLZ, Reale torna alla musica interamente suonata e delega ad Howie B il compito di rielaborare tutto in chiave elettronica per lo speculare Not in the Face, pubblicato sull’etichetta personale della formazione milanese un paio di anni dopo.

Reale è il disco della riscossa di Alioscia, rimasto unico capitano dopo l’ammutinamento di parte dell’equipaggio. Una orgogliosa, incrollabile fede nella scommessa Casino Royale ostentata nella Royale Sound citata in apertura e dentro la quale BB-Dai non si esime dal togliersi qualche sassolino dalla scarpa, con classe da poeta urbano e schiettezza da teppista hardcore. Un lavoro che non ha forse la statura “popolare” di Sempre più vicini e CRX, dischi davvero in grado di parlare A TUTTI, animato da una consapevolezza nuova, più adulta, orgogliosa di usare un lessico (musicale e verbale) che può essere compreso da pochi pur avendo una capacità di confrontarsi con le migliori produzioni di settore europee, sfaccettato e labirintico, in grado di reggere ed affrontare le turbolenze che sono vuoti d’ossigeno di chi ancora riesce a volare, nonostante tutto.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SICK ROSE – Blastin’ Out (Teen Sound)

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All’inizio fu il Texas di Faces, quindi le giungle urbane di Shaking Street e Renaissance. Questo progetto in cantiere dal 2002, stava per trasformarsi nell’Eldorado dei Sick Rose. Ma ora eccola, questa folgore di chitarre e organi chiamata Blastin’ Out!. Dom Mariani lo produce e gli da una impronta fortissima. Non c’è vera recisione col loro passato: affiorano richiami al suono pop metropolitano dei Real Kids o Knack che già su Shaking Street e Floating erano stati esplorati (Can‘t Get Enough o la cover di I Give You Lies dei Dixies p.e.) ma Dom ha come “sbucciato” il suono dei Sick Rose lasciando intatta e offrendo al mondo la loro polpa: un power rock vigoroso, sottilmente feroce e modernissimo malgrado si cibi delle interiora di bands come Stems o Smithereens. Un disco dall’impatto fortissimo, con le radici ficcate nel concime del suono pre-punk e carico delle prime gemme di questa primavera ’06. Blastin’ Out, Go & Ask Your Mother o Wait Until Next Summer sono dichiarazioni di un amore infinito per quel Dio che ci compiaciamo di cercare dentro le canzoni della nostra vita. Grande, grande, grande lavoro.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FIVE O’CLOCK HEROES – Bend to the Breaks (Glaze)  

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Non deve essere semplicissimo suonare così fortemente inglesi dalla parti di New York, eppure i 5o’CH, che albionici lo sono davvero, per metà, sono riusciti a tirarsi le simpatie di gran parte del giro “alternativo” che conta, proprio negli USA. Bend to the Breaks è un disco che suona sufficientemente retrò per piacere un po’ a tutti, di questi tempi: echi di teen-sound tardo anni-70. Che poi sarebbe il beat, quello storico, rivisto secondo la lente leggermente convessa del punk. Pensate a gente come Costello, il primo Joe Jackson, i Jam, i primi Police, i Vibrators. Siamo lì, incuneati tra accordi in levare e ritmica pesta. Non tutti i 12 brani hanno la potenza contagiosa di pezzi come Skin Deep o Holidays (esclusa dalla versione definitiva) scadendo a volte nel banale (l’enfasi duraniana di White Girls, NdLYS) ma più per ingenuità che per cattiveria.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

PAUL COLLINS BEAT – Flying High (Get Hip)  

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Concepito e cresciuto nel tempo, Flying High è il nuovo disco di Paul Collins, l’adesso pelato ex-leader di Nerves e Last. Già disponibile da un pezzo, è ora la Get Hip ad acquisirne i diritti e a dargli quel po’ di visibilità che la Lucinda gli negò. Senza dilungarci sull’importanza della scrittura di Collins (e del suo ex compare Peter Case, che andrebbe ricordato OVUNQUE, NdLYS) per la crescita del power-pop diciamo che Flying High è ciò che, con orrido dire qualunquista, si definisce un disco “onesto”. Traducendo, un album che non rinnega le radici dell’autore ma neppure ne eguaglia le vampe. Il cristallo pop di Paul non si è ancora appannato (come spiegarsi altrimenti una perla come Helen?), anche se ha perso un po’ di irruenza r ‘n r e scelto strade più moderatamente blande e meno audaci. Ma se era un banco su cui mettersi alla prova possiamo dire al buon Paul di esserne uscito a testa alta.                                                                                     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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