DINOSAUR JR. – Beyond (Fat Possum)  

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Venti anni esatti dopo You’re Living All Over Me.

Dieci anni esatti dopo Hand It Over.

E i Dinosaur Jr. ci regalano l’illusione non ne sia passato alcuno.

Beyond ritrova l’assetto triangolare più amato: J. Mascis, Lou Barlow, Murph.

La formula è quella trita dei Dinosaur Jr. dei tempi d’oro, quella che ti fa sanguinare le orecchie mentre la voce di Mascis sembra porgerti la garza per tamponare l’emorragia, senza riuscirci. Canzoni a presa rapida pronte a restaurare il monumento della band del Massachusetts.

Canzoni già sentite mille volte.

Piccoli tori meccanici imbizzarriti che abbiamo provato a cavalcare centinaia di volte, spesso resistendo fino alla fine.

Dieci anni fuori dal recinto, in attesa di indossare nuovamente i cappelli da cowboys.

E ora, eccoci pronti.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Shapes & Sounds #1 / #2 / #3 (Top Sounds)  

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Secoli prima delle emittenti libere, delle broadcast-radio, delle trasmissioni in streaming e dei format in licenza, secoli prima di tutto ciò, c’era la zia BBC. Ovvero, per chi non conosce la storia della radiofonia, la prima e la più potente organizzazione di broadcasting del nostro pianeta. Così forte e potente che per un periodo, relativamente lungo, provò a colonizzare l’intera Europa. Per attuare il piano di conquista mise in piedi una vera e propria macchina da guerra: i gruppi venivano invitati a suonare negli studi della BBC, i fonici registravano le esibizioni e il risultato veniva stampato direttamente su vinile. I dischi venivano inviati settimanalmente alle emittenti che avevano aderito alla BBC’s Transcription Service garantendosi la professionalità degli speaker della radio inglese (Brian Matthew era il “titolare” del progetto ma in sua assenza venivano convocati David Symonds, Don Moss o Keith Slues) le cui voci si occupavano di presentare i vari artisti coinvolti e certe prelibatezze che di quei tempi non era facile agguantare con tempestività neppure nei negozi che si occupavano di dischi import. Ogni disco poteva essere trasmesso per sei mesi. Poi, teoricamente (come negli anni successivi per i “promo” delle case discografiche), andavano restituiti. Cosa che naturalmente non accadeva.

Ma la BBC aveva vinto la sua guerra. Che era innanzitutto una guerra di “branding” ma era anche un tentativo molto ben congegnato per assoggettare il mondo alle musiche della Terra di Albione. Cosa che le era riuscita particolarmente semplice, ovvio, dopo l’esplosione dei Beatles e degli Stones, ovvero gli anni in cui la musica inglese aveva tolto all’America di Presley lo scettro di potenza n.1 in ambito sociale.

Col passare degli anni i Transcription Discs sono diventati oggetto di un mercato che non è solo pirata ma anche legale, con la BBC che ha concesso la licenza per la pubblicazione di parte di quel materiale, un po’ come aveva fatto con le storiche Peel Sessions.

Quelle concesse alla Top Sounds hanno portato alla pubblicazione di queste tre fantastiche raccolte che si occupano proprio del periodo post-Sgt. Pepper’s, dal Maggio del ’67 al Gennaio del 1971. Ovvero gli anni in cui il beat aprì i suoi petali nella magica corolla della cultura freak generando piccole meraviglie come quelle di Kaleidoscope, Alan Brown!, End, Skip Bifferty, Timebox, Pretty Things, Gun, Montanas, Tomorrow, Bystanders, Bill Fay, Earth, Portrait, Casuals: piccole e grandi ninfee colorate nel rigoglioso giardino della Regina.

 “Sogni in technicolor” li chiamavano, ma anche questo i gggiovani d’ogggi non sanno cosa sia. Che peccato.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PORCUPINE TREE – Nil Recurring (Peaceville)    

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Lo slancio creativo di Steven Wilson è incontenibile, straripante. Una fertilità che fatica ad essere contenuta nelle uscite “ufficiali” della sua band e che sceglie quindi percorsi alternativi, necessari, vitali per estendere i propri margini, sia fuori del contesto del gruppo-madre (Blackfield e No-Man quelli con vita più lunga) o che, all’interno stesso del percorso artistico dei Porcupine cerca vie di fuga alle solite scadenze “contrattuali” pubblicando materiale inedito in varie forme e differenti contesti. 

Nil Recurring è ad esempio un EP che raccoglie degli “scarti” dal precedente Fear of a Black Planet. Sono quattro pezzi che ostentano una visione completa e bilanciata del Tree-sound che, dopo le visioni oniriche di psichedelia elettronica dei primi album sperimentali, si è sviluppato in un contesto di metal progressivo affine a quello di bands come Tool, Opeth o Mars Volta. Nil Recurring, la prima traccia, mostra il carattere più Crimsoniano del quartetto: è uno strumentale impetuoso, con i synth di Barbieri che come sempre montano una impalcatura solenne dentro cui si muovono ferine le chitarre ringhiose di Steven Wilson e di Robert Fripp e in cui si incuneano i preziosi dettagli che ne arricchiscono la trama. Normal, a ruota, mostra invece la faccia più rassicurante dei Porcupine: un arpeggio acustico che si dipana morbidissimo e su cui si stende la voce androgina di Steven a disegnare un refrain vaporoso che pare galleggiare a un passo dalle nuvole. E’, nei fatti, una rivisitazione della Sentimental che stava sul disco maggiore e che tracciava tutto il “concept” che stava dietro al progetto: non un disco sugli orrori dell’Apocalisse come qualche critico a corto di idee scrisse a suo tempo ma un’opera sul malessere giovanile, sul disagio e lo scostamento che i giovani vivono tra l’allontanamento dagli affetti dell’infanzia e le nuove solitudini che il mercato tecnologico offre loro come alternativa. Cheating the Polygraph (affine alle dinamiche epiche dei Tool) e What Happens Now? (che sposta l’asse sul prog elettronico dei loro esordi, NdLYS) si riappropriano del lato più evocativo del loro suono con questa tensione sottesa che emerge veemente per poi riaffondare nelle onde di un suono mai domo, in una sorta di “calma apparente” che a me ricorda certi scenari da blockbuster da tragedia acquatica. Non so se avete presente film come Lo Squalo o L’Orca Assassina, quella tensione latente che si respirava nelle scene antecedenti alla furia della bestia. Le acque azzurrissime, terse, avvolgenti prima che i denti affondino nella carne. Ecco, la musica dei Porcupine Tree vive esattamente in questa dicotomia: è acquatica e predatrice al tempo stesso.

Ti avvolge e rassicura per poi lacerarti le viscere. Ha ombre e luci, costanza ed intermittenza.

Livore e dolcezza infinita.

Ambiguità e sensualità ermafrodita.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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STUDIODAVOLI – Megalopolis (Record Kicks)

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Un omaggio già abbastanza esplicito ad un mondo perduto che continua a irradiare il suo fascino (chi di voi non conosce i mitici amplificatori a valvole Davoli è evidentemente troppo fuori dal target del gruppo pugliese) che finalmente, dopo i trionfi di Arezzo Wave 2002, trova modo di esplicarsi dentro le 17 tracce di questo debutto su Record Kicks. La musica degli StudioDavoli è una giostra che gira sciolta nel luna park del modernariato pop con eleganza e maestria. Immersa in un universo fatto di colonne sonore perdute (Piccioni, Pregadio, Ortolani, Nicolai, Usuelli) e vestita della stessa tappezzeria retrò di icone pop come Stereolab, Die Moulinettes, Micromars, Air, Valvola, Gakuji Matsuda.

I pezzi che richiedono e regalano immediatezza e agilità timbrica (il singolone Superpartner, la chewing-gum radioattiva di Go Baby, il velluto synth-etico di I‘ve Got a Steady Job, la languorosa ballata analogica di One Day Before, l’Ummagumma futurista di Sexsafari) sono, lampante, quelli che fanno da gancio per traghettarti in un viaggio che non esclude momenti più contemplativi e articolati (Breast’s Garden che si apre come fosse una Messa in memoria del naufragio dell’Enterprise per poi assestarsi su un midtempo corposo e brillante, il placido e campestre sviluppo di One Day Before o la sognante nenia di Love 70, le scomposte alternanze ritmiche della title track) dimostrando l’abilità degli StudioDavoli a (ri)maneggiare lo scibile easy-pop con quella competenza, quell’ amore incondizionato e quel mood arty che l’argomento richiede.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE HORRORS – Strange House (Loog)  

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Ai più smaliziati fanatici del garage-punk psicotico degli anni Sessanta e delle sue successive reincarnazioni il debutto degli Horrors non provocherà chissà quali polluzioni. Al monocromatico look da becchini e alle variazioni horror sulla musica beat ci avevano abituato, con depravazione ben maggiore, i Gruesomes, i Gravedigger Five e i Fuzztones, tanto per nominarne un paio. I quali, è auspicabile, venderanno qualche copia in più dei loro dischi in virtù dell’hype generato da Strange House. Così come è probabile che qualcuno andrà a profanare il sepolcro di Screaming Lord Sutch incuriosito da una versione di Jack the Ripper che, nonostante non sia affatto la prima e affatto la migliore, potrebbe rivelarsi del tutto nuova alle orecchie vergini di molti ragazzini. E questi, anche se ascrivibili alla voce “effetti collaterali” sono i pregi migliori di questo disco. Il resto suona come una nidiata di pipistrelli che svolazzano attorno ad un garage-punk abbastanza dozzinale ed ordinario. Spalmabile, come la crema alla nocciola. Con in regalo le figurine della Famiglia Addams e di The Munsters.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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5° BRACCIO – Blackout a Torino (E.U. ’91 Serbian League)    

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La Torino antagonista dei primi anni ‘80 faceva capo al Collettivo Punx Anarchici e ruotava attorno ad alcuni piccole band di hardcore fortemente politicizzato come AntiStato e 5° Braccio, dalla cui fusione sarebbe poi nata l’hardcore-band italiana per eccellenza, ovvero i Negazione. Nessun lascito discografico per la prima band di Roberto Farano a.k.a. Tax ma molti concerti in giro per il Nord-Italia da cui questa raccolta recupera cinque pezzi (bellissimo il reggae-punk di Fai Qualcosa che oggi potrebbe diventare un tormentone anti-nucleare da cantare in coro alle sfilate no-global, NdLYS). I restanti quindici sono i pezzi dalla tape Vanchiglia (con le mitragliate di Punkaminazione e Ricambio Umano) e le prime registrazioni torinesi dell ’82. Un documento necessario per rimettere a posto uno dei tasselli della storia del punk nostrano.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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BLUE CHEER – What Doesn‘t Kill You… (Rainman)    

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Cosa aspettarsi da un nuovo Blue Cheer 17 anni dopo lo sbiadito Highlights and Lowlives? Niente di buono, ovviamente. La furia cieca di Vincebus Eruptum era già allora un ricordo lontano, scavalcata da un rifferama muscoloso e testosteronico ma distante anni luce dal climax supersonico di QUEL disco. Siamo sempre davanti a dei reduci che hanno già dato il meglio di sé e a cui si chiede di godersi il proprio posto nella storia. Il suono di “questi” Blue Cheer cede alle lusinghe del metal e dello stoner (che alla loro intuizione di un blues-rock deformato e super-saturo deve quasi tutto, non scordiamolo, NdLYS) così come 40 anni fa a quelle del blues e il risultato, se potrebbe andar bene a qualsiasi gruppazzo hard rock moderno, non rende giustizia alla loro gloria.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE STRANGE FLOWERS / BABY SCREAM !!?! – Split CD (Beyond Your Mind)

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Assunto n. 1: gli Strange Flowers si mangiano i Baby Scream come le mie figlie la Nutella, senza manco farla passare dal palato. Questo nonostante il gruppo argentino abbia aggiunto punti esclamativi quanto un cartellone di Aiazzone.

Assunto n. 2: gli Strange Flowers hanno tirato fuori una versione di Gimme Danger degli Stooges INCREDIBILE, un vaso di Pandora straboccante di chitarre liquide, grandissimo esercizio di stile degno dei Rain Parade. Qualcosa di talmente intenso che, se da un lato rende indispensabile l’acquisto del disco, dall’altro ne sfuma ogni contorno per ergersi come faro tra le nebbie. L’originale firmato da Michele Marinò è invece un greve rantolo stoner per voce effettata e chitarra fuzz. A chiudere, una lunga e marziale versione acustica dell’ abusata Masters of War.   

Assunto n. 3: ora attenti, perché il loro Vagina Mother è già in circolazione da un po’.

 

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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LIME SPIDERS – Live at The Esplanade (Figtree)    

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Un concerto che risale a 10 anni fa, epoca della seconda reunion della band di Sydney. La location un albergo di Melbourne e la scaletta quella “classica”: una buona abbuffata delle solite covers (Action Woman, Save My Soul, You Burn Me Up and Down, I Was Alone, una calda resa di Career of Evil dei B.O.C., per chiudere con una tirata He‘s Waitin’ dei Sonics), una sfilza delle loro minor-hits (ma all’epoca Slave Girl era già stata sdoganata dagli atroci Goo Goo Dolls, NdLYS) e un paio di buoni, scorticanti inediti come Dead Boys e Society of Soul. Come nel caso di altre aussie-bands, il tempo e la vecchiaia pare siano solo astrazioni e la furia degli esordi per nulla scalfita. Anzi, fatto conto dei pruriti hard-rock oriented delle tarde produzioni in studio, questo live torna a rendere giustizia di uno degli acts più selvaggi degli anni Ottanta australiani.

 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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EL CUY – El Cuy (World in Sound)

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Se per voi l’idioma sudamericano (peruviano, nella fattispecie) in un contesto rock ‘n roll ad alto voltaggio non è un problema, allora preparatevi a sprofondare nel maelstrom furioso degli El Cuy, da Lima, Peru. Nella loro top faves su Myspace hanno i Motörhead, gli Stooges e i Josiah. Niente di più perfetto per descrivere il loro suono che è in effetti un macigno staccatosi proprio da quei monoliti. C’è il basso martellante e battente in perfetto Lemmy-style (Arrancate La Piel, Rucanrol), il riff maniacale e malato della Detroit anni ’60 (Animal, il giro centrale di Iraquì), il blues straziato e devastato dai volumi (Sin Principio Ni Fin), protuberanze hard-rock (Juntos Y Separados), arborescenze e liquami psichedelici (El Rapto Del Alma). E pur tuttavia il nodo della scelta della madrelingua rimane a mio avviso irrisolto e intralcia la ferocia del gruppo. Una promessa, una gran bella promessa. Ma per ora soltanto quella.

 

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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