THE CHESTERFIELD KINGS – Psychedelic  Sunrise (Wicked Cool)  

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Dopo averci messo le mani e la faccia per The Mindbending Sounds of…, per il nuovo Psychedelic Sunrise Little Steven ci mette stavolta anche i soldi. Quello che sarà destinato ad essere l’ultimo atto dei Chesterfield Kings esce infatti sotto la sua produzione esecutiva e per la sua label. Nonostante il disco mostri una continuità concettuale ed una sorta di affiatamento artistico (la formazione resta invariata rispetto a quella del disco precedente) con Mindbending, il risultato è però una bolla di sapone.

Eccentrica, colorata, iridescente.

Ma pur sempre una bolla.

Tradito da un’ambizione forse un po’ eccessiva (i violini di Inside Looking Out, i forzati inserti pinkfloydiani di Elevation Ride, tanto per dirne di due) e da richiami fin troppo ovvi con il freakbeat che fu. Sparandone uno, sfacciato, proprio in apertura di disco. Proprio per questo forse il disco funziona meglio ascoltato ribaltando la scaletta, visto che come nei piatti malconditi il meglio rimane sul fondo: il garage punk arruffato di Dawn che svisa dalle parti di Fluctuaction, l’Alice Cooper impasticcato di Yesterday’s Sorrows, la ballatona roots Gone che invece tracima dalle parti di I’ll Be Back Someday.

                                                                      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE RIVINGTONS – Papa Oom Mow Mow (SHOUT!)  

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Leggenda vuole che Turner Wilson, il nuovo acquisto dei sopravvissuti di quelli che erano stati fino a pochi mesi prima i Lamplighters e gli indisciplinati “ribelli” della Rebel-‘Rouser di Duane Eddy, si aggirasse per lo studio durante la registrazione di Moonlight in Vermont, secondo e ultimo singolo inciso sotto il moniker di Crenshaws, balbettando un incomprensibile scioglilingua gutturale. E che Kim Fowley, che stava presidiando il banco del mixer, avesse avuto in un attimo, in un solo attimo, una delle sue tante illuminazioni.

I Rivingtons nascono quel giorno, assieme alla leggenda della loro Papa-Oom-Mow-Mow. Con uno scioglilingua senza senso (“il suono più divertente che abbia mai sentito e del quale non capisco una sola parola” canta Al Frazier, non appena il volume sul baritono di Wilson glielo consente) che avrebbe contagiato il mondo come aveva fatto cinque anni prima il Wop-bop-a-loo-mop alop-bom-bom di Little Richard. Uno scioglilingua la cui eco avrebbe risuonato ancora e spesso sui successivi singoli dei Rivingtons: Kickapoo Joy Juice, Mama-Oom-Mow-Mow, The Bird’s the Word, la buffa cover di Slippin’ and Slidin’ erano ritagliate fondamentalmente su quel modello. Folli novelty songs per far scuotere a dovere culetti e uccelli nelle feste del liceo. Selvaggi neri che cacciavano la loro selvaggina bianca.

Un gruppo da prendere poco sul serio, non fosse che le modulazioni delle loro quattro voci oltre a quei gorgheggi da scimpanzè in calore erano anche in grado di spalmare badilate di grazia soul sulle ballate che, come da tradizione, occupavano le facciate B dei singoli. Bastino qui due cose enormi come Deep Water e Waiting per capire quanto.  

Oppure rendere oltremodo divertenti classici trafugati dai camerini di Ray Charles o Little Richards.  

Un gruppo da portare ad ogni festa.

E, visto che non lo si può più fare, portarci almeno i loro dischi.

Come questa irrinunciabile raccolta di tutto il loro materiale inciso dal quartetto originale (Frazier lascerà per diventare il manager della band) per la Liberty tra il 1962 e il 1964 e liberare in sala il mitico uccello dei Rivingtons.

A-well-a everybody’s heard about the bird!

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RE DINAMITE – Re Dinamite (Go Down)    

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Registrazione analogica, missaggio crudo e mastering immediato: impacchettato “a caldo” questo esordio dei trevigiani Re Dinamite, come per non perdere un’oncia del suo aroma. Tutto poco elaborato, senza orpelli, bardature o fronzoli: chitarra compressa e spinta da basso e batteria lungo i vicoli di uno stoner rock dritto-in-faccia che però come una vergine debosciata si lascia lusingare dal blues (bellissimo il giro zozzo di Loves of Bacco con l’armonica che frigge in una padellata di rovente olio fuzz, NdLYS) o dal rock ‘n roll di base (come in quella sorta di Route 66 virata stoner che è Sick Girls), liriche essenziali, poca voglia di jammare ed energia da vendere. Come per i Fu Manchu il concetto non è costruire dune nel deserto ma pressarle con un cilindro per farne una pista da Mustang.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DINOSAUR JR. – Beyond (Fat Possum)  

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Venti anni esatti dopo You’re Living All Over Me.

Dieci anni esatti dopo Hand It Over.

E i Dinosaur Jr. ci regalano l’illusione non ne sia passato alcuno.

Beyond ritrova l’assetto triangolare più amato: J. Mascis, Lou Barlow, Murph.

La formula è quella trita dei Dinosaur Jr. dei tempi d’oro, quella che ti fa sanguinare le orecchie mentre la voce di Mascis sembra porgerti la garza per tamponare l’emorragia, senza riuscirci. Canzoni a presa rapida pronte a restaurare il monumento della band del Massachusetts.

Canzoni già sentite mille volte.

Piccoli tori meccanici imbizzarriti che abbiamo provato a cavalcare centinaia di volte, spesso resistendo fino alla fine.

Dieci anni fuori dal recinto, in attesa di indossare nuovamente i cappelli da cowboys.

E ora, eccoci pronti.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Shapes & Sounds #1 / #2 / #3 (Top Sounds)  

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Secoli prima delle emittenti libere, delle broadcast-radio, delle trasmissioni in streaming e dei format in licenza, secoli prima di tutto ciò, c’era la zia BBC. Ovvero, per chi non conosce la storia della radiofonia, la prima e la più potente organizzazione di broadcasting del nostro pianeta. Così forte e potente che per un periodo, relativamente lungo, provò a colonizzare l’intera Europa. Per attuare il piano di conquista mise in piedi una vera e propria macchina da guerra: i gruppi venivano invitati a suonare negli studi della BBC, i fonici registravano le esibizioni e il risultato veniva stampato direttamente su vinile. I dischi venivano inviati settimanalmente alle emittenti che avevano aderito alla BBC’s Transcription Service garantendosi la professionalità degli speaker della radio inglese (Brian Matthew era il “titolare” del progetto ma in sua assenza venivano convocati David Symonds, Don Moss o Keith Slues) le cui voci si occupavano di presentare i vari artisti coinvolti e certe prelibatezze che di quei tempi non era facile agguantare con tempestività neppure nei negozi che si occupavano di dischi import. Ogni disco poteva essere trasmesso per sei mesi. Poi, teoricamente (come negli anni successivi per i “promo” delle case discografiche), andavano restituiti. Cosa che naturalmente non accadeva.

Ma la BBC aveva vinto la sua guerra. Che era innanzitutto una guerra di “branding” ma era anche un tentativo molto ben congegnato per assoggettare il mondo alle musiche della Terra di Albione. Cosa che le era riuscita particolarmente semplice, ovvio, dopo l’esplosione dei Beatles e degli Stones, ovvero gli anni in cui la musica inglese aveva tolto all’America di Presley lo scettro di potenza n.1 in ambito sociale.

Col passare degli anni i Transcription Discs sono diventati oggetto di un mercato che non è solo pirata ma anche legale, con la BBC che ha concesso la licenza per la pubblicazione di parte di quel materiale, un po’ come aveva fatto con le storiche Peel Sessions.

Quelle concesse alla Top Sounds hanno portato alla pubblicazione di queste tre fantastiche raccolte che si occupano proprio del periodo post-Sgt. Pepper’s, dal Maggio del ’67 al Gennaio del 1971. Ovvero gli anni in cui il beat aprì i suoi petali nella magica corolla della cultura freak generando piccole meraviglie come quelle di Kaleidoscope, Alan Brown!, End, Skip Bifferty, Timebox, Pretty Things, Gun, Montanas, Tomorrow, Bystanders, Bill Fay, Earth, Portrait, Casuals: piccole e grandi ninfee colorate nel rigoglioso giardino della Regina.

 “Sogni in technicolor” li chiamavano, ma anche questo i gggiovani d’ogggi non sanno cosa sia. Che peccato.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PORCUPINE TREE – Nil Recurring (Peaceville)    

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Lo slancio creativo di Steven Wilson è incontenibile, straripante. Una fertilità che fatica ad essere contenuta nelle uscite “ufficiali” della sua band e che sceglie quindi percorsi alternativi, necessari, vitali per estendere i propri margini, sia fuori del contesto del gruppo-madre (Blackfield e No-Man quelli con vita più lunga) o che, all’interno stesso del percorso artistico dei Porcupine cerca vie di fuga alle solite scadenze “contrattuali” pubblicando materiale inedito in varie forme e differenti contesti. 

Nil Recurring è ad esempio un EP che raccoglie degli “scarti” dal precedente Fear of a Black Planet. Sono quattro pezzi che ostentano una visione completa e bilanciata del Tree-sound che, dopo le visioni oniriche di psichedelia elettronica dei primi album sperimentali, si è sviluppato in un contesto di metal progressivo affine a quello di bands come Tool, Opeth o Mars Volta. Nil Recurring, la prima traccia, mostra il carattere più Crimsoniano del quartetto: è uno strumentale impetuoso, con i synth di Barbieri che come sempre montano una impalcatura solenne dentro cui si muovono ferine le chitarre ringhiose di Steven Wilson e di Robert Fripp e in cui si incuneano i preziosi dettagli che ne arricchiscono la trama. Normal, a ruota, mostra invece la faccia più rassicurante dei Porcupine: un arpeggio acustico che si dipana morbidissimo e su cui si stende la voce androgina di Steven a disegnare un refrain vaporoso che pare galleggiare a un passo dalle nuvole. E’, nei fatti, una rivisitazione della Sentimental che stava sul disco maggiore e che tracciava tutto il “concept” che stava dietro al progetto: non un disco sugli orrori dell’Apocalisse come qualche critico a corto di idee scrisse a suo tempo ma un’opera sul malessere giovanile, sul disagio e lo scostamento che i giovani vivono tra l’allontanamento dagli affetti dell’infanzia e le nuove solitudini che il mercato tecnologico offre loro come alternativa. Cheating the Polygraph (affine alle dinamiche epiche dei Tool) e What Happens Now? (che sposta l’asse sul prog elettronico dei loro esordi, NdLYS) si riappropriano del lato più evocativo del loro suono con questa tensione sottesa che emerge veemente per poi riaffondare nelle onde di un suono mai domo, in una sorta di “calma apparente” che a me ricorda certi scenari da blockbuster da tragedia acquatica. Non so se avete presente film come Lo Squalo o L’Orca Assassina, quella tensione latente che si respirava nelle scene antecedenti alla furia della bestia. Le acque azzurrissime, terse, avvolgenti prima che i denti affondino nella carne. Ecco, la musica dei Porcupine Tree vive esattamente in questa dicotomia: è acquatica e predatrice al tempo stesso.

Ti avvolge e rassicura per poi lacerarti le viscere. Ha ombre e luci, costanza ed intermittenza.

Livore e dolcezza infinita.

Ambiguità e sensualità ermafrodita.

 

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

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STUDIODAVOLI – Megalopolis (Record Kicks)

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Un omaggio già abbastanza esplicito ad un mondo perduto che continua a irradiare il suo fascino (chi di voi non conosce i mitici amplificatori a valvole Davoli è evidentemente troppo fuori dal target del gruppo pugliese) che finalmente, dopo i trionfi di Arezzo Wave 2002, trova modo di esplicarsi dentro le 17 tracce di questo debutto su Record Kicks. La musica degli StudioDavoli è una giostra che gira sciolta nel luna park del modernariato pop con eleganza e maestria. Immersa in un universo fatto di colonne sonore perdute (Piccioni, Pregadio, Ortolani, Nicolai, Usuelli) e vestita della stessa tappezzeria retrò di icone pop come Stereolab, Die Moulinettes, Micromars, Air, Valvola, Gakuji Matsuda.

I pezzi che richiedono e regalano immediatezza e agilità timbrica (il singolone Superpartner, la chewing-gum radioattiva di Go Baby, il velluto synth-etico di I‘ve Got a Steady Job, la languorosa ballata analogica di One Day Before, l’Ummagumma futurista di Sexsafari) sono, lampante, quelli che fanno da gancio per traghettarti in un viaggio che non esclude momenti più contemplativi e articolati (Breast’s Garden che si apre come fosse una Messa in memoria del naufragio dell’Enterprise per poi assestarsi su un midtempo corposo e brillante, il placido e campestre sviluppo di One Day Before o la sognante nenia di Love 70, le scomposte alternanze ritmiche della title track) dimostrando l’abilità degli StudioDavoli a (ri)maneggiare lo scibile easy-pop con quella competenza, quell’ amore incondizionato e quel mood arty che l’argomento richiede.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE HORRORS – Strange House (Loog)  

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Ai più smaliziati fanatici del garage-punk psicotico degli anni Sessanta e delle sue successive reincarnazioni il debutto degli Horrors non provocherà chissà quali polluzioni. Al monocromatico look da becchini e alle variazioni horror sulla musica beat ci avevano abituato, con depravazione ben maggiore, i Gruesomes, i Gravedigger Five e i Fuzztones, tanto per nominarne un paio. I quali, è auspicabile, venderanno qualche copia in più dei loro dischi in virtù dell’hype generato da Strange House. Così come è probabile che qualcuno andrà a profanare il sepolcro di Screaming Lord Sutch incuriosito da una versione di Jack the Ripper che, nonostante non sia affatto la prima e affatto la migliore, potrebbe rivelarsi del tutto nuova alle orecchie vergini di molti ragazzini. E questi, anche se ascrivibili alla voce “effetti collaterali” sono i pregi migliori di questo disco. Il resto suona come una nidiata di pipistrelli che svolazzano attorno ad un garage-punk abbastanza dozzinale ed ordinario. Spalmabile, come la crema alla nocciola. Con in regalo le figurine della Famiglia Addams e di The Munsters.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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5° BRACCIO – Blackout a Torino (E.U. ’91 Serbian League)    

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La Torino antagonista dei primi anni ‘80 faceva capo al Collettivo Punx Anarchici e ruotava attorno ad alcuni piccole band di hardcore fortemente politicizzato come AntiStato e 5° Braccio, dalla cui fusione sarebbe poi nata l’hardcore-band italiana per eccellenza, ovvero i Negazione. Nessun lascito discografico per la prima band di Roberto Farano a.k.a. Tax ma molti concerti in giro per il Nord-Italia da cui questa raccolta recupera cinque pezzi (bellissimo il reggae-punk di Fai Qualcosa che oggi potrebbe diventare un tormentone anti-nucleare da cantare in coro alle sfilate no-global, NdLYS). I restanti quindici sono i pezzi dalla tape Vanchiglia (con le mitragliate di Punkaminazione e Ricambio Umano) e le prime registrazioni torinesi dell ’82. Un documento necessario per rimettere a posto uno dei tasselli della storia del punk nostrano.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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BLUE CHEER – What Doesn‘t Kill You… (Rainman)    

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Cosa aspettarsi da un nuovo Blue Cheer 17 anni dopo lo sbiadito Highlights and Lowlives? Niente di buono, ovviamente. La furia cieca di Vincebus Eruptum era già allora un ricordo lontano, scavalcata da un rifferama muscoloso e testosteronico ma distante anni luce dal climax supersonico di QUEL disco. Siamo sempre davanti a dei reduci che hanno già dato il meglio di sé e a cui si chiede di godersi il proprio posto nella storia. Il suono di “questi” Blue Cheer cede alle lusinghe del metal e dello stoner (che alla loro intuizione di un blues-rock deformato e super-saturo deve quasi tutto, non scordiamolo, NdLYS) così come 40 anni fa a quelle del blues e il risultato, se potrebbe andar bene a qualsiasi gruppazzo hard rock moderno, non rende giustizia alla loro gloria.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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