5° BRACCIO – Blackout a Torino (E.U. ’91 Serbian League)    

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La Torino antagonista dei primi anni ‘80 faceva capo al Collettivo Punx Anarchici e ruotava attorno ad alcuni piccole band di hardcore fortemente politicizzato come AntiStato e 5° Braccio, dalla cui fusione sarebbe poi nata l’hardcore-band italiana per eccellenza, ovvero i Negazione. Nessun lascito discografico per la prima band di Roberto Farano a.k.a. Tax ma molti concerti in giro per il Nord-Italia da cui questa raccolta recupera cinque pezzi (bellissimo il reggae-punk di Fai Qualcosa che oggi potrebbe diventare un tormentone anti-nucleare da cantare in coro alle sfilate no-global, NdLYS). I restanti quindici sono i pezzi dalla tape Vanchiglia (con le mitragliate di Punkaminazione e Ricambio Umano) e le prime registrazioni torinesi dell ’82. Un documento necessario per rimettere a posto uno dei tasselli della storia del punk nostrano.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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BLUE CHEER – What Doesn‘t Kill You… (Rainman)    

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Cosa aspettarsi da un nuovo Blue Cheer 17 anni dopo lo sbiadito Highlights and Lowlives? Niente di buono, ovviamente. La furia cieca di Vincebus Eruptum era già allora un ricordo lontano, scavalcata da un rifferama muscoloso e testosteronico ma distante anni luce dal climax supersonico di QUEL disco. Siamo sempre davanti a dei reduci che hanno già dato il meglio di sé e a cui si chiede di godersi il proprio posto nella storia. Il suono di “questi” Blue Cheer cede alle lusinghe del metal e dello stoner (che alla loro intuizione di un blues-rock deformato e super-saturo deve quasi tutto, non scordiamolo, NdLYS) così come 40 anni fa a quelle del blues e il risultato, se potrebbe andar bene a qualsiasi gruppazzo hard rock moderno, non rende giustizia alla loro gloria.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE STRANGE FLOWERS / BABY SCREAM !!?! – Split CD (Beyond Your Mind)

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Assunto n. 1: gli Strange Flowers si mangiano i Baby Scream come le mie figlie la Nutella, senza manco farla passare dal palato. Questo nonostante il gruppo argentino abbia aggiunto punti esclamativi quanto un cartellone di Aiazzone.

Assunto n. 2: gli Strange Flowers hanno tirato fuori una versione di Gimme Danger degli Stooges INCREDIBILE, un vaso di Pandora straboccante di chitarre liquide, grandissimo esercizio di stile degno dei Rain Parade. Qualcosa di talmente intenso che, se da un lato rende indispensabile l’acquisto del disco, dall’altro ne sfuma ogni contorno per ergersi come faro tra le nebbie. L’originale firmato da Michele Marinò è invece un greve rantolo stoner per voce effettata e chitarra fuzz. A chiudere, una lunga e marziale versione acustica dell’abusata Masters of War.   

Assunto n. 3: ora attenti, perché il loro Vagina Mother è già in circolazione da un po’.

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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LIME SPIDERS – Live at The Esplanade (Figtree)    

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Un concerto che risale a 10 anni fa, epoca della seconda reunion della band di Sydney. La location un albergo di Melbourne e la scaletta quella “classica”: una buona abbuffata delle solite covers (Action Woman, Save My Soul, You Burn Me Up and Down, I Was Alone, una calda resa di Career of Evil dei B.O.C., per chiudere con una tirata He‘s Waitin’ dei Sonics), una sfilza delle loro minor-hits (ma all’epoca Slave Girl era già stata sdoganata dagli atroci Goo Goo Dolls, NdLYS) e un paio di buoni, scorticanti inediti come Dead Boys e Society of Soul. Come nel caso di altre aussie-bands, il tempo e la vecchiaia pare siano solo astrazioni e la furia degli esordi per nulla scalfita. Anzi, fatto conto dei pruriti hard-rock oriented delle tarde produzioni in studio, questo live torna a rendere giustizia di uno degli acts più selvaggi degli anni Ottanta australiani.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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EL CUY – El Cuy (World in Sound)

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Se per voi l’idioma sudamericano (peruviano, nella fattispecie) in un contesto rock ‘n roll ad alto voltaggio non è un problema, allora preparatevi a sprofondare nel maelstrom furioso degli El Cuy, da Lima, Peru. Nella loro top faves su Myspace hanno i Motörhead, gli Stooges e i Josiah. Niente di più perfetto per descrivere il loro suono che è in effetti un macigno staccatosi proprio da quei monoliti. C’è il basso martellante e battente in perfetto Lemmy-style (Arrancate La Piel, Rucanrol), il riff maniacale e malato della Detroit anni ’60 (Animal, il giro centrale di Iraquì), il blues straziato e devastato dai volumi (Sin Principio Ni Fin), protuberanze hard-rock (Juntos Y Separados), arborescenze e liquami psichedelici (El Rapto del Alma). E pur tuttavia il nodo della scelta della madrelingua rimane a mio avviso irrisolto e intralcia la ferocia del gruppo. Una promessa, una gran bella promessa. Ma per ora soltanto quella.

 

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

 

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FOLCO ORSELLI – MilanoBabilonia (LifeGate)    

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MilanoBabilonia è il disco che segna la maturità artistica di Folco Orselli, l’etilico bohemien milanese che gli avventori dei club del Nord Italia già ben conoscono da qualche anno.

Un disco enorme, vorace, straboccante. L’Apocalisse secondo Folco. Ma qui il tono profetico lascia il posto a quello non meno inquietante della cronaca metropolitana.

Il primo sigillo è rappresentato da La fine del mondo ed ecco la prima Bestia liberarsi da ogni catena e azzannarci direttamente al volto, scura e rapace, pronta a divorare tutto.

C’è una visione babelica e bastarda che esce, grassa, da tutto il disco: blues, rock, musica sudamericana e tanta merda funky. Suoni gonfi e carnosi, frutto della crescita musicale di Folco ma anche delle esperienze maturate dai musicisti della sua band. Il debito verso “certa” scuola cantautorale rimane (mi riferisco a gente come Capossella, Villotti o Marra, NdLYS), ma ora si percepisce chiaro come si tratti più di un’affinità elettiva, di un “comune sentire”, di una sensibilità paritetica e omogenea che non di una emulazione di formule o di una elaborazione di stereotipi. MilanoBabilonia è l’accesso al mondo adulto e adulterato. E c’è questa presa di coscienza, questo abbandono alla deriva verso cui il nostro mondo-Babilonia ci sta naufragando, che rende il tutto ancora più madido di rabbia e cinico disincanto.

Il mondo finisce. Troia brucia.

Il Numero della Bestia è stato rivelato. L’Himalaya si scioglie e presto lo berremo imbottigliato da qualche multinazionale dell’Est. E in tutto questo schianto di umanità travolta, le facce scorrono ancora cariche di sorrisi di circostanza, frasi fatte, unghie laccate. È una pioggia glitter che si mischia a quella acida, l’orchestra del Titanic che suona fino alla fine. Ed è un’idea che MilanoBabilonia rende con una perfezione che solo pochi dischi hanno finora conosciuto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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P.J. HARVEY – White Chalk (Island)  

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Smessi i panni di Patti Smith vestiti con discutibile gusto su Stories From the Cities, Stories From the Sea, Miss Harvey si diverte ad indossare quelli di Tori Amos per White Chalk. Un album che andrebbe consegnato ai negozi e dai negozi a noi con uno sticker che ci avverta della sua fragilità. White Chalk è infatti un disco di cristallo al cui ascolto ci si sente come degli elefanti all’interno del Museo del Moser.

Il suo approccio dilettantesco al pianoforte fa di White Chalk, l’album pensato “attorno” a quello strumento, un lavoro intenzionalmente vulnerabile.

I tasti d’avorio diventano più delle stampelle per sostenere il cantato flebile di Polly Jean che un tappeto melodico su cui stendere le parole ad asciugare.

Ogni picchiettio dei martelletti, un piccolo ematoma si forma sulla carne bianca delle gambe di Polly.

A forma di torta di mela della nonna.

A forma di cuore.

A forma di dolore ricurvo.

A forma di metastasi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE FLAMING SIDEBURNS – Keys to the Highway (Bitzcore)  

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Dei Flaming Sideburns mi piace la capacità a muoversi con destrezza dentro il museo delle cere del migliore, classico motherfucker rock ‘n’ roll risultando sempre credibili ed efficaci. Una “assimilazione” dei canoni r ‘n’ r che dalle loro parti è comunque diffusa tanto quanto qui da noi l’inclinazione genetica alla canzonetta melodica. Keys to the Highway non aggiunge nulla su ciò che sappiamo di loro, se non la conferma alla loro dottrina con un’altra dozzina di canzoni che sfrecciano tra glam simil-Stooges (Cut the Crap), ballate dalla scorza metropolitana (Slow Down, che copia ma non eguaglia la loro Flowers), vagonate di riffs caduti dai van di Flamin’ Groovies, Sonic‘s Rendezvous Band, MC5, Dead Boys e tanta lordura soul punk (soprattutto, ovvio, sulle due tracks con Lisa K dei Bellrays, NdLYS) e street-roll.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TUXEDOMOON – Vapour Trails (Crammed Discs)  

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Interamente composto in Grecia, Vapour Trails arriva a coronamento di trenta anni di carriera dell’ensemble californiano e dopo più di un centinaio fra dischi collettivi, solisti, collaborazioni e comparsate varie. A celebrazione dell’evento la Crammed lo pubblica separatamente ma anche integrato dentro un cofanetto intitolato 77o7 Tm assieme a una raccolta di inediti, un live dello stesso periodo e un DVD di video e installazioni visive. Nonostante il “vapore” respirato durante la realizzazione del disco sia quello dell’antica civiltà ellenica, Vapour Trails si apre con un omaggio a quella che è la nuova patria di Steven Brown, ovvero il Messico già “esplorato” su Joeboy in Mexico esattamente dieci anni prima. Mucho Colores si poggia infatti su un languido tappeto mariachi e sui vocalizzi in lingua spagnola di Reininger che è invece l’unico componente del gruppo ad aver fatto della Grecia la sua fissa dimora. Il suono si sporca e si contamina nella successiva Still Small Voice, finendo per assomigliare curiosamente ai “mostri spaventosi” di Bowie (altra curiosità, a disegnare la copertina è Jonathan Barnbrook, autore delle peggiori copertine dell’ex-Duca Bianco, NdLYS). La lunghissima piece strumentale Kubrick riporta la band nel suo habitat più naturale, sospesa come polvere siderurgica su una musica che flirta col jazz, l’astrattismo colto della musica contemporanea, l’elettronica impalpabile. L’epica ellenica ispirata dal Partenone diventa invece influenza tangibile nella quiete con cui viene descritta Atene su Big Olive, nel paludoso e anfibio dispiegarsi di Dark Temple e nel mantra in greco antico di Epso Meth Lama che si piega alle ricerche trascendenti di Lygeti e Bartòk.            

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GORE GORE GIRLS – Get the Gore (Bloodshot)    

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La Motorcity continua a dettare legge in ambito garage e roots-punk. Un groviglio di situazioni, bands e sortite più o meno estemporanee e in mezzo delle autentiche istituzioni del sottobosco della musica che guarda ai sixties come riferimento immediato. Tra queste, il gruppo di Amy Gore spicca per l’adesione ai canoni dei tipici gruppi all-female dei ‘60 come Shirelles, Ronettes e Shangri-Las giù giù fino a Belles, Bittersweets, Pussycats o Pleasure Seekers: giovani minorenni ai primi cicli mestruali e scosse dalle prime turbe sessuali dopo aver visto Ringo Starr maneggiare le bacchette su A Hard Day‘s Night. Get the Gore ti risucchia esattamente in un gorgo di libido beat agli estrogeni e riesce a divertire, anche se la ripetitività della formula grava sulla seconda parte del disco e sugli sforzi per superare i propri limiti (Sweet Potato l’esempio più lampante). Comunque molto meglio che l’ultimo, fiacco Detroit Cobras, questo è certo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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