WILD EVEL AND THE TRASHBONES – Tales from the Cave (Wohnzimmer)  

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Dietro l’etichetta di Neanderthal Punk che campeggia sul loro album di debutto si nasconde la migliore garage band austriaca dei nostri giorni, erede naturale di quegli Staggers da cui proviene Wild Evel, adesso attorniato da una band di giovanissimi degenerati che si fanno chiamare Trashbones.

Tales from the Cave è garage-punk sfrontato, come lo immaginereste suonato da un gruppo prossimo alla seminfermità mentale. Urla primordiali, armonica che sfrega come la testa di un cerino su una striscia di carta vetrata, basilari accordi di organo e chitarre sbrindellate. Un autentico campo di mine antiuomo dentro il quale non è possibile camminare senza saltare in aria.

Wild Evel and The Trashbones sono qui per rinnovare la tradizione perversa di band come Stomachmouths, Primates, Gruesomes, Mighty Caesars, Cannibals. Quella delle clave e delle pellicce cucite con gli aghi di silicio. Niente alta sartoria qui dentro, per quella rivolgetevi ai franchising delle multinazionali.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE JETZ – The Anthology 1977-79 (Queen Mum)  

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Per quanti, come me, amano alla follia le cosiddette “one-hit wonders” ovvero le band destinate ad essere bandite da qualsiasi enciclopedia dedicata ai migliori album di qualsiasi stagione semplicemente perché tecnicamente non ne hanno mai inciso alcuno, gli inglesi Jetz sono una vera leggenda.

Lo sono sicuramente per me. E a me delle vostre leggende interessa poco o niente, soprattutto se sono quelle che postate in rete man mano che il tristo mietitore le aggiunge al suo raccolto. Nati nel 1976, col vento punk che è ancora una bonaccia e morti meno di tre anni dopo quando invece quel vento ha sradicato quasi tutto, i Jetz realizzarono un solo singolo nei primi mesi del 1978 che curiosamente la EMI decide di pubblicare in ben cinque stati europei ma non nella loro Inghilterra. Vai a capire il perché. I due pezzi destinati a quel singolo (il secondo dei quali viene però sostituito in fase di stampa) sono però tra i più belli di tutto il power-pop inglese e sono quelli che, ovviamente, danno il via a questa raccolta fortemente voluta dalla Queen Mum che si è presa la briga di contattare Den Pugsley per farsi consegnare quanto c’era ancora di buono nel suo archivio personale. E di roba buona ce n’era, gloriaddio.

The Anthology 1977-79 ha infatti una dozzina di bellissime pepite che faranno la gioia di quanti stravedono per band come Only Ones, Knack, Undertones, DM3, Real Kids o per i più recenti Sick Rose.

Dodici canzoni bellissime che mostrano capacità melodiche davvero disarmanti e chitarre che hanno sempre qualcosa da dire. E sempre di meno scontato di quanto ogni giorno vi capita vostro malgrado di dover sentire.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

COLDPLAY – Mylo Xyloto (Parlophone)  

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Non sempre dietro una grande opera progettuale, dietro un’idea, dietro un cambiamento si nasconde una ispirazione artistica altrettanto valida. Non sempre, perlomeno, all’obiettivo prefissato corrispondono risultati altrettanto validi. Le ambizioni dei Coldplay, già rivelate con il disco precedente, di lavorare come le grandi band degli anni Settanta attorno a un “concept album” si materializzano adesso con Mylo Xyloto, una pop opera ambientata nella immaginifica città di Silencia che coinvolge ancora una volta Brian Eno, stavolta non più e non soltanto come musicista aggiunto o produttore ma nei panni di “architetto” di lusso.

In termini strettamente musicali, tuttavia, il risultato è di una pochezza disarmante.

Mylo Xyloto porta alle estreme conseguenze quel gusto per la parata sinfonica già esplorata su X&Y e che qui assume le dimensioni di un abbagliante impianto luci pronto ad illuminare a giorno quello che è diventato uno spettacolo ridondante di isteria collettiva, di sbornia pop accostabile a quella di Madonna, Lady Gaga o Rihanna (che non a caso viene avvicinata dalla band per prestare la voce all’imbarazzante Princess of China). La musica del gruppo inglese si reinventa musica per sfilate di moda, per saggi di danza, per salite ascensionali virtuali quando sei col culo seduto su una bici da spinning e credi di essere il padrone del mondo quando invece stai solo rassodando i glutei.  

Il suono dei Coldplay diventa quello di mille pailettes che esplodono in aria, facendo da cornice a quel movimento ascensionale che, bucate le fosche nubi di Viva la Vida, si è trasformata in una ascensione al Cielo.

Chris Martin diventa Santo.

Il mondo si prepara a sborsare fior di quattrini per assistere alle sua apparizioni.

Qualcuno lo vede piangere lacrime di sangue.

Qualcuno lo terge con delle banconote.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

WUGAZI – 13 Chambers (Doomtree)  

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Il mash-up album per eccellenza.

La più radicale fra le band hardcore punk e la più radicale fra le band hardcore rap.

Insieme.

Invitati a loro insaputa da Cecil Otter e Swiss Andy dentro la loro casa di 13 stanze.

I Fugazi e il Wu-Tang Clan, ignari gli uni degli altri, rotolano rime e riff mai banali. Il risultato, anche se ai confini della pirateria, è uno dei migliori dischi di crossover mai realizzati. Il migliore io abbia mai sentito dai tempi della colonna sonora di Judgement Night, che annunciava un’epoca che si è spenta prima di realizzare i capolavori che preannunciava. Quel capolavoro esce ora, sdoganando il Wu-Tang nella severa comunità hardcore e i Fugazi nell’altrettanto rigido ghetto dell’hip-hop americano. Facendoci sentire tutta la nostalgia per due band fondamentali della musica degli anni Novanta. E facendola scorrere con la freschezza che la nostalgia spesso disconosce.

Wugazi sono la realizzazione di un progetto di fusione spesso maneggiato con una superficialità che invece non meritava.

Lunga vita al Wu-Tang Clan.

Lunga vita ai Fugazi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE DIAMOND DOGS – The Grit and the Very Soul (Legal)    

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Sulo ci teneva tanto a fare un disco acustico, qualcosa che avesse un gusto bucolico, che odorasse di terra e di erba, che avesse il sapore di rifugio dopo il lungo tour di promozione a Most Likely.

Violini, pianoforte, mandolini, chitarre acustiche, come il Dylan in vacanza a Durango. Ora, con tutto il rispetto per chi compra ansiolitici per poter chiudere occhio, mi chiedo a chi possa interessare spendere i propri Euro per ascoltare un disco che fa sbadigliare e che esibisce una delle più brutte cover degli Smiths a memoria d’uomo inclusa in scaletta, immagino, solo perché affine al clima intimista del disco ma verosimilmente lontanissima dal background culturale della band svedese. Dentro TGatVS il cattivo gusto si spreca e il “very soul” di cui dovrebbe essere pieno almeno per metà, sembra annacquato come una Coke del McDonald’s®. Con l’aggravante che qui non c’è nemmeno tanta carne da dover digerire.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Italia Noir (Halidon)

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Il testo della consegna parla chiaro: riassumere efficacemente l’universo musicale che si annidava dietro i film poliziotteschi italiani degli anni Settanta.

L’Italia Nera, appunto.

Cercando, ovvio, di non andare fuori tema.

E in questo la compilation della Halidon fallisce un po’ l’obiettivo.

In maniera inspiegabile per quanto riguarda l’inclusione di un classico del surf-spazzatura come Surfin’ Bird dei Trashmen che aveva pochissimo di noir e assolutamente nulla di italiano. Un po’ in malafede invece per quanto riguarda la scelta delle due tracce firmate dal contemporaneo Daniele Benati che, seppur sfiorando di striscio il “mood criminale” cui la raccolta si ispira, appartengono ad un repertorio recente, del tutto fuori dal contesto filmico in cui erano nate le musiche dei vari Morricone, Micalizzi, Cipriani, Persimfans (quelli della sigla del programma-cult Con un colpo di bacchetta, NdLYS) o Goblin raccolte per l’occasione. E il fatto che Daniele sia il leader dei Ridillo, gruppo di punta dell’etichetta lombarda che sta per uscire in quasi-contemporanea col suo sesto album ai cattivi come me dà un po’ da pensare. Soprattutto in virtù del fatto che di roba da mettere su un disco così gli archivi sono stracolmi e che gli ampi canali distributivi della Halidon (che toccano anche le edicole) porteranno questo documento tra le mani di affezionati ma, soprattutto, di avventori che magari non sono proprio esperti in materia e che quindi magari sarebbe stato opportuno “guidare” meglio.

I compilatori sciupano quindi in parte l’occasione di riportare in vita un fenomeno artistico e sociale tutto italiano in cui si cimentarono compositori assolutamente fantastici e in stato di grande fertilità creativa.

Peccato, le prove Invalsi non sono state superate. 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE FLESHTONES – Brooklyn Sound Solution (Yep Roc)

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The Fleshtones goes 35!!!

La più longeva garage band del mondo torna a lanciar petardi dal suo quartier generale con un disco che farà felici i maniaci della band newyorkese.

La “soluzione” cui accenna il titolo è quella di stabilire un compromesso tra le diverse idee del gruppo attorno al nuovo disco.

Da un lato la voglia di realizzare un disco strumentale, dall’altra quella di tirare fuori un cover album, dall’altra ancora quella di aggiungere qualche classico pezzo “alla Fleshtones”. Il risultato però sa un po’ di mestiere (qualcuno può ancora nutrire qualche dubbio sul fatto che i Fleshtones possano suonare alla grande pezzi come I Wish You Would o I Can‘t Hide? NdLYS) e alla fine l’incontro con Lenny Kaye non rende quanto ci si aspettava. Il DVD allegato alla copia deluxe è invece una lunga celebrazione con spezzoni di video, interviste, riprese in studio e dal vivo.

Sempre sorridenti. Sempre colorati. Sempre Fleshtones.

Lunga vita agli Dei Romani.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE MASONICS – In Your Night of Dreams and Other Foreboding Pleasures (Dirty Water)

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Ci sono passati Mickey Hampshire, Billy Childish e Liam Watson. Potesse bastare per entrare nei libri di storia, basterebbe. Purtroppo però non basta. Non è sufficiente neppure per entrare nella mia, di storia. I Masonics passano, fanno chiasso e, ahimè, scompaiono. Come degli ambulanti. Il meglio lo gettano via con i volantini che pubblicizzano il loro passaggio, come certi circhi equestri di serie B. Milkshakes, Wildebeests, Pop Rivets, Kaisers, Headcoats, Del Monas, Miss Ludella Black i nomi con cui a vario titoli i tre sono stati coinvolti e che riecheggiano in questo loro settimo disco in studio come negli altri che lo hanno preceduto. Rock ‘n roll basico e legnoso che diverte la prima mezz’ora, distrae per la seconda, te ne dimentichi la terza, nonostante il gruppo inglese non abbia nulla ma proprio nulla da invidiare alle più classiche formazioni del trash beat del Medway.

                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE DAMNED – The Chiswick Singles and Another Thing (Chiswick)    

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Quando firmano per la Chiswick, nel 1979, i Damned si sono già sciolti e riformati, perdendo per strada Brian James.

La fase più appassionata del gruppo è già terminata e il fuoco del punk è già stato domato. Top of the Pops apre le sue porte alla band proprio con il primo dei sei singoli su Chiswick, tutti qui raccolti integralmente. Io non sono mai stato un fan dei Damned post-James, men che meno un devoto di Dave Vanian per cui vi dirò che molte cose, qui dentro, valgono davvero poco.

L’“altra cosa” è rappresentata dall’altrettanto modesto Friday 13th Ep licenziato per la NEMS (con una versione di Citadel da far inorridire l’altro Brian, NdLYS), la Lookin’ for Another registrata al Moonlight Club di Londra e pubblicata fino ad ora esclusivamente sulle rare Moonlight Tapes sotto il moniker di School Bullies, una versione di Anti-Pope disturbata dal violino di Aleksander Kolkowski e il ruggito della dimenticata Over the Top incisa assieme ai ben più feroci compagni di scuderia Mötörhead.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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