LOVE – Black Beauty (High Moon)  

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Ricordate J.D. Martignon? Forse no.

J.D. Martignon era un ragazzone francese col pallino per il rock ‘n’ roll, come molti di noi. Solo che lui era anche uno cui piaceva fare le cose, non solo ascoltarle. Setacciare locali alla ricerca di band da mettere sotto contratto, ad esempio. È così che negli anni Ottanta mette in piedi a New York la Midnight Records dove mette sotto contratto formazioni come Plan 9, Fuzztones, Vipers, Outta Place, Cheepskates, Dimentia 13, Plasticland, Hoods lanciando un catalogo di cui almeno una porzione fa ancora oggi un tuffo dagli scaffali per planare sullo stereo.

Qualche anno prima della sua prematura scomparsa, J.D. ha messo invece in piedi una prestigiosa etichetta dedicata alle ristampe di raro materiale degli anni Settanta, inaugurando il proprio catalogo con il leggendario “album perduto” dei Love.  

5000 fortunati (io sono il #4333) possono dunque finalmente avere in casa il disco che avrebbe dovuto rilanciare il nome di Arthur Lee e dei Love dopo la “falsa partenza” di False Start e che invece, a causa dell’improvvisa bancarotta dell’etichetta cui era stato affidato il master, rimarrà fino ad oggi il Sacro Graal della band californiana.

Black Beauty dunque, orgogliosamente nero nel titolo e nella line-up che Arthur ha messo in piedi dopo essere stato per anni alla guida di un gruppo multirazziale. Se qualcuno ci vede dei paragoni con la storia di Hendrix, sappia che non sono gli unici, visto che dopo le vertigini folk-rock dei primi anni è proprio ai lampi hard-blues del mancino di Seattle (che aveva collaborato proprio con i Love di False Start) che Lee guarda, diventandone in qualche modo erede, dando alle fiamme sul palco non la sua sei corde ma la sua parrucca. La morte dell’amico non farà che accelerare questa sorta di processo di trasmutazione dell’uno nell’altro.

Un pezzo come Midnight Sun, la sua progressione armonica, la timbrica dei fraseggi (che sono comunque opera quasi esclusiva di Melvan Whittington) e l’approccio vocale di Lee sono indizi sin troppo evidenti.

Il lavoro di rimasterizzazione degli acetati recuperati negli archivi dei vecchi compagni di band del talentuoso artista californiano, rispetto alle versioni bootleg che per anni sono circolate clandestinamente, è MOSTRUOSO e riporta Black Beauty alla sua purezza originaria, facendone deflagrare la bellezza nera, nerissima.

All’interno di questa torcia di orgoglio nero in cui Arthur Lee non manca di fare denuncia politica e sociale citando Malcolm X (Young & Able) o denunciando i modi non proprio super-partes della Polizia di Los Angeles (Lonely Pigs) fa specie sentire una cosa leggera come il calypso di Beep Beep, autentico dissipatore di energia ficcato nel cuore del disco. Ma Arthur Lee amava essere imprevedibile. E cosi è stato fino alla fine.

Le bonus aggiunte per l’occasione sono tre tracce “rubate” (lo capirete ascoltando la resa audio) ad un concerto scozzese del Maggio ’74, una intervista realizzata da Steven Rosen di Rolling Stone (se non masticate bene l’inglese potete leggerla qui: https://www.loudersound.com/features/interview-love-s-arthur-lee), una L.A. Blues registrata insieme ai Ventilator di Matt Devine poco prima di essere arrestato con una condanna a sei anni per possesso illegale di armi (in realtà la prima condanna ne prevedeva dodici, ma deduco che se state leggendo queste righe perché amate Arhur e i Love sappiate come sia andata la vicenda, NdLYS) e la Thomasine & Bushrod scritta per l’omonimo film cult, trasposizione in chiave western della blaxploitation che sta dilagando nelle sale in quegli anni.  

Una pioggia d’amore. Una pioggia elettrica d’amore.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BASEMENTS – I’m Dead (Lost in Tyme)  

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A dispetto alla facilità di linguaggio non sono poi tantissime le garage band di ultima generazione che ti fulminano al primo ascolto, soprattutto se sei cresciuto ascoltando autentici animali paleolitici come Gruesomes, Tell-Tale Hearts, Wylde Mammoths, Gravedigger V o Untold Fables. I giovanissimi Basements, da Salonicco, possono a tutti gli effetti appartenere a questa striminzita categoria. I’m Dead è un esordio davvero strepitoso, una tanica del miglior carburante sixties-punk che va ad alimentare un motore a cinque tempi d’assalto.

Un pezzo come l’iniziale Wrong, strapazzata dall’armonica e dai singhiozzi di una chitarra in pieno spasmo yardbirdsiano, obbliga già ad una resa immediata e assoluta. La zoppicante Wiseman che segue a ruota sposta e modera i toni ma già la successiva What’s Going On torna a quel suono pieno di riverberi cavernosi che fu tipico dei Wylde Mammoths.

Al più classico neogarage si rifanno pezzi come She Put Me Down, la criptica I Wanna Come Back e il giro optical di I Don’t Want You No More mentre Go Away chiude il tutto con un assatanato jungle-beat alla Bo Diddley da antologia.     

I’m Dead candida i Basements tra le migliori garage-band del nuovo decennio e voi al podio dei fessi, se ve lo fate scappare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Down Under Nuggets (Festival)  

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I pezzi ce li avete già tutti, mi auguro. Io ce li ho tutti. Disseminati su svariate compilation o su qualche meraviglioso album importato da quelle terre lontane. Ma vederli in fila qui, ascoltarli in sequenza è impressionante.

Fondamentalmente “colonizzata” da due grandi famiglie inglesi, quelle degli Young e quella dei Gibb che avrebbero in qualche modo monopolizzato la musica locale in ambito beat (Easybeats, Barrington Davis), in ambito disco (Bee Gees), in ambito hard rock (ACϟDC, Rose Tattoo) e in ambito pop (Andy Gibb, Flash and The Pan) e  che avrebbero sfruttato i suoi porti per approdare e quindi salpare alla conquista del mondo, l’Australia è da sempre un museo a cielo aperto dove è possibile recuperare fantastici tesori dimenticati risalenti ad ogni epoca.

Quelle di cui si fa raccolta qui risalgono agli anni Sessanta. Gli anni, appunto, della prima invasione culturale inglese. Gli anni dei capelloni e delle minigonne. Gli anni in cui i Beatles e gli Stones porsero ai giovani le tavole della legge beat con i precetti per scandalizzare il mondo perbenista degli adulti. Leggi di cui band come Easybeats, Master’s Apprentices, Missing Links, Elois, Sunsets, Atlantics, Purple Hearts, Peter and The Silhouettes si fecero profeti locali producendo una mirabolante serie di dischi ancora oggi tra i più devastanti della storia della musica moderna.

Qui se ne raccolgono i cocci. Il resto cercate di recuperarlo setacciando altre sabbie.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO & STÅLE STORLØKKEN – The Death Defying Unicorn (Rune Grammofon)

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Nel 2012, su esortazione del prestigiosissimo Festival Jazz di Molde, i Motorpsycho decidono di cimentarsi con quella che è la loro Divina Commedia trovando in Ståle Storløkken il loro Virgilio. Ne esce fuori l’opera più solenne e vanitosa della loro discografia. Il concept è incentrato sul naufragio della baleniera Essex e sull’odissea cannibale del suo equipaggio, un immaginario dunque per certi versi simili a quello narrato da Vinicio Capossela per il suo Marinai, profeti e balene pubblicato qualche mese prima che ha però qui un differente approccio narrativo e musicale. Il matrimonio artistico con i musicisti free-jazz e le orchestre coinvolte fa infatti deragliare il suono in una sorta di alchemico pastiche tra prog, classica e no-wave che ha King Crimson (Mutiny!), György Sándor Ligeti (Doldrums) e Naked City (Through the Veil) come numi tutelari.

Un lavoro complesso, lungo ed articolato, a tratti di una prosopopea insopportabile (il gioioso finale di Into the Mystic è autentico scoppio di petardi P.F.M., tanto per dire su che “mari” stiamo viaggiando, NdLYS) se non si è soliti avventurarsi con lo spirito da argonauti che un’opera simile ci impone  e nel quale pochissimi gruppi contemporanei potrebbero invero cimentarsi, per capacità, inventiva e libertà espressive. Che poi ogni tanto si senta il bisogno di affacciarsi dall’impavesata per tirar giù qualche conato di vomito, è faccenda cui gli ammiragli, accecati dalla caccia al capodoglio, non sembrano interessarsi.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

 

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SNOW BUD AND THE FLOWER PEOPLE – Flashback (Cavity Search)

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Chris Newman è l’altro pilastro underground di Portland, la città di Fred Cole.

Una trentina di album all’attivo, la maggiorparte dei quali incisi con i Napalm Beach, venduti chissà a chi, che gli hanno garantito l’ingresso nell’Oregon Music Hall of Fame nel 2007. Nessuno tuttavia pare ricordarsi di lui, soprattutto qui in Italia, anche se un suo brano, fortemente voluto dalla vedova Cobain, è passato sul documentario Kurt & Courtney.

Con la sigla Snow Bud and The Flower People ha registrato sette album dal 1986 ad oggi, due dei quali solo su cassetta. E l’ultimo dei quali è questo Flashback prodotto da un altro lupo di vecchio pelo come Jack Endino.

Un suono spurio quello della sua band.

Sicuramente pieno di reminescenze acid-rock che vengono subito messe in mostra e inasprite dalla mano di Endino nella traccia di apertura, quasi un George Thorogood sotto petrolio

Ma non solo.

Rat Fink ad esempio è un classico, fetente numero alla Raunch Hands.

La title-track è invece un ottimo numero cow-punk. Marcio e trascinante.

Sono i due pezzi migliori dell’album, per chi come me si accontenta di un bel riff e un ritmo che ti metta voglia di cavalcare, anche se vi manca il cavallo. 

Su pezzi come Stoner Girl e No Shake viene invece fuori quel canto un po’ marpione figlio dell’Iggy Pop di mezz’età che funziona sempre, anche quando i toni si fanno lenti come sulla bella Mary Jane Brown. Unico pezzo davvero poco riuscito il blues da stadio di No Shake dove Chris si fa afferrare per il bavero dal solito chitarrista superdotato e trascinare in un inutile dimostrazione di virilità testosteronica, roba che farà felice sua moglie, ma che a me serve solo a farmi cambiare stanza, letto e disco.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro 

 

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AA. VV. – Action! (Ace)  

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Se i Monkees furono costruiti per essere i Beatles americani, Tommy Boyce e Bobby Hart furono, per forza di cose, i Lennon e McCartney d’Oltreoceano. Un matrimonio artistico nato nel 1959 e conclusosi solo il 23 Novembre del 1994, quando Tommy prende la pistola che custodisce nel suo comodino e si spara un colpo in testa. Trentacinque anni di “convivenza artistica” in cui Boyce & Hart scrivono, per loro e per altri, alcune delle canzoni pop più belle della musica giovane americana: Valleri, (Theme From) The Monkees, Action Action Action, (I’m Not Your) Stepping Stone, She, Come a Little Bit Closer, The Dum Dum Ditty, I Wonder What She’s Doing Tonight?, Last Train to Clarksville, Words ad esempio le trovate qui dentro, oltre che nei dischi di Standells, Monkees,  Paul Revere and The Raiders, Sex Pistols, Chesterfield Kings, Leaves, Regents, Shangri-Las, Sons of Adams, Minor Threat e centinaia di altri. Una striscia di perfette pop-songs che ha attraversato campi incolti di musica rendendoli fertili. Questo disco ne onora il pregio e la memoria, regalandoci un’ora di sana leggerezza.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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(ALLMYFRIENDZARE)DEAD – Black Blood Boom (Overdrive)

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Tutti gli amici dei Turbonegro sono morti.

Quelli di Francesco Villari pure. Tranne quattro.

Tarantiniani quanto basta per non diventare una statua di sabbia di Tito & Tarantula e figli di puttana quanto serve per trasformare la loro terra nel Messico della Repubblica Italiana, gli (Allmyfriendzare)Dead ribadiscono le buone impressioni dello scorso Hellcome con un disco dove affiorano le loro principali fonti di ispirazione. Che sono il rockabilly marcio dei Mɘtɘors (Donnie B. Good), le chitarre surf di Duane Eddy e Dick Dale (Funeral Blowjob), certo garage psicotico e doorsiano di marca Fuzztones/Misteriosos (The Man In to the Cave), il rock ‘n roll impomatato dei Blasters (Goodbye Clever) e quello lercio dei primi QOTSA (Arramo Lincoln).

Basso slappato, chitarre twang e, quando serve, una sborrata di Farfisa, una sbuffata di sax o una imprecazione in dialetto calabrese, come quelle urlate su We Kill X.    

Perché dove non arriva la musica, arrivano le sberle.

Gli amici di Francesco Villari sono morti, tranne quattro.

I miei pure. Tutti.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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LOS CHICOS – In the Age of Stupidity (Dirty Water)

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L’aneddoto è ormai di dominio pubblico: ad una conferenza stampa tenuta a Madrid in occasione della sua partecipazione all’edizione 2005 del Metrorock, Mr. Beck Hansen, magliettina rossa e cappello bianco a falde calato sul viso, risponde alla domanda di un giornalista locale su quale sia il suo gruppo spagnolo preferito con una risposta perentoria e, forse, inaspettata: “Mi garbano i Los Chicos”.

Traducendo per gli italiani, come se Adele dichiarasse ad Alfonso Signorini che la sua band italiana preferita sono i Tunas.

Alfieri madrileni del rock ‘n roll e dell’esportazione su larga scala del Calimocho i Los Chicos sono ormai in giro da un bel po’ realizzando dischi, partecipando a dischi-tributo e portando ovunque la loro miscela di garage-punk, power pop, pub-rock, blues scollacciato e country imbevuto nel cuba libre. Tutta robaccia di cui è pieno anche questo loro quinto album, creatura che pare nata da un incesto tra il super-rock dei Fleshtones, il punk amaro dei Replacements, il country da rednecks degli Horseheads e l’immondezzaio garage dei Mighty Caesars sconfinando talvolta in una sorta di piacevolissimo bubblegum da cantina che pare una versione zozza dei Green Day. Se questi avessero ascoltato più i Long Ryders e Chuck Berry che i Van Halen, ovviamente. ¡Uno! ¡Dos! ¡Tré! ¡Los Chicos!   

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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CRYSTAL THOMAS – “A Chance in Hell” (Off the Hip)

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Un giorno mi piace e il giorno dopo meno, questo nuovo disco di Crystal Thomas e dei suoi Flowers of Evil che nel frattempo hanno assunto a tempo pieno Spencer P. Jones come terzo chitarrista. Crystal è poco nota qui da noi ma da tempo apprezzata in patria, dove ha avuto l’onore di collaborare con Mick Harvey e Conway Savage dei Bad Seeds e che forse per questo è stata etichettata in fretta e furia come la P.J. Harvey d’Australia. Per quanto mi riguarda però le analogie finiscono lì, nonostante alcune inflessioni vocali (Whatever We Can Find, Patterson‘s Curse) possano avvicinarla, ad un ascolto svagato, alla cantante del Dorset. Musicalmente invece siamo coi piedi ficcati nel deserto australiano, come spaventapasseri tormentati dai corvi, lungo quella linea gotica tracciata da artisti come These Immortal Souls, Weddings Parties Anything, Crime & The City Solution, Drones, Penny Ikinger. Ma quando Crystal apre le persiane per lasciar passare un po’ di luce (I Could Die Right Now, La Mort, Dragon Song), le sagome che ci avevano messo un po’ di inquietudine appaiono smorte e appassite. Così come quando i ritmi rallentano per prendere i toni di una ballata (la temibile sequenza Silence # 2 The Dry) l’urlo di sgomento si trasforma in una smorfia di sbadiglio.

Il tristo mietitore della copertina ha insomma fatto mezzo viaggio a vuoto.

Oggi si raccoglie maluccio un po’ ovunque, nonostante le colture intensive.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE FUZZTONES – Raw Heat (Sin)  

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Millenovecentottantanove: dopo l’invasione europea di un paio di anni prima i  Fuzztones si preparano al grande salto. Ian Atsbury, sciamano dark dei Cult gode di grande credito presso la sua etichetta in virtù delle milioni di copie vendute di dischi come Love ed Electric. Affascinato dal suono dei Fuzztones Ian mantiene la promessa fatta a Rudi di “spingere” per il loro ingresso nella scuderia Beggars Banquet. La gang newyorkese strappa così il primo contratto major mai sottoscritto da una band neo-garage e si chiude in sala prove per assemblare il materiale da proporre per varcare la soglia del “mainstream-rock”. Il gruppo mette su una manciata di cover-versions e una dozzina di originali e li propone alla Beggars che decide di investire sul gruppo e li invita a scegliere un produttore “di grido” per elaborare i brani. Gli equilibri in seno del gruppo cominciano a sfasciarsi. C’è chi sente odore di soldi e di successo e chi comincia a sentire puzza di bruciato. I dissapori fanno optare per un compromesso “tollerabile”: la band si indirizza su Shel Talmy, nome dal prestigio inviolabile per aver lavorato fianco a fianco con Kinks e Who nei loro periodi d’oro. Scartate le covers di Shadows of Knight, Troggs e Lollipop Shoppe rielaborate per l’occasione, In Heat esce impacchettato in una confezione porno-soft e pronto per il grosso mercato. I sogni di gloria della band però si scontrano con la cattiva promozione della RCA (che distribuisce l’album, NdLYS) che lascia marcire il disco castrando di fatto l’avventura e i rapporti tra  Rudi e Jordan Tarlow. Dopo quasi venti anni è ora la label personale di Rudi Protrudi a darci in mano quelle famose demo che la band consegnò alla Beggars (parzialmente edite in passato sulle Flashbacks della Sundazed, NdLYS) e da cui venne fuori il loro primo ed unico album major, arricchito delle covers allora escluse, qualche stralcio di intervista e una Heathen Set registrata per il radio show dell’amico Little Steven.

Il mio parere è che la band abbia in realtà trovato l’escamotage per “riappropriarsi” di quel disco e strapparlo con abilità dalle grinfie della Beggars che ne detiene ancora tutti i diritti. Scrostata infatti la post-produzione di Talmy quello che resta non si discosta granché da quello che fu il risultato finale di quel progetto, anche nel valore altalenante della scaletta che resta una della meno incisive della carriera del gruppo. I fuzz-maniaci grideranno al miracolo ma personalmente credo che la band, adesso al lavoro per un secondo disco-tributo dopo l’Illegitimate Spawn dello scorso anno, stia abilmente ma pedantemente sfruttando se stessa e il proprio repertorio.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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