LYRES – Lost Lyres (Munster)  

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Il materiale è stato già pubblicato dalla Matador in due riprese ma si tratta in ogni caso di materiale storico oltre che bellissimo. Sono le registrazioni in studio dei Lyres del 1980, destinate in parte ad un mini-Lp poi mai uscito. I Lyres hanno ancora pubblicato solo un singolo e, fin alla pubblicazione dell’album di debutto del 1983, resteranno un gruppo di nicchia, ascoltato solo dai pochi che grazie al lavoro delle formazioni della costa Ovest come Unclaimed e Crawdaddys stanno aprendo gli occhi sul mondo del recupero della musica beat dei Sixties. Rispetto a quelle, il suono dei Lyres fa leva sul suono ossessivo ed infetto dell’organo, sullo stile dei Mysterians e del Sir Douglas Quintet, primi punti di riferimento della band prima di spostarsi sui suoni europei di gruppi come Kinks e Outsiders.

Un bellissimo viaggio nei Lyres “perduti”. Perché dei Lyres non ne ho mai  abbastanza. Voi si?

 

                                                                                  Franco “LYreS” Dimauro

 

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THE GORIES – The Shaw Tapes: Live in Detroit 5/27/88 (Third Man)

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No, non sono registrazioni trafugate dal cassetto di Greg Shaw. Quelle ci aveva già pensato Greg a tirarle fuori, quando era ancora vivo e vegeto, cedendole poi alla Crypt per Outta Here.  

Lo Shaw in questione di nome fa Jim.

Come quello dei Destroy All Monsters. Ma non è neppure lui.

Se chiedete a chiunque abbia suonato in una garage band di Detroit, Dirtbombs, White Stripes, Go, Von Bondies, Demolition Doll Rods o qualunque altra, saprà raccontarvi qualcosa di lui o avrà fatto il suo spettacolo di beneficienza per curare il cancro al colon che lo ha colpito qualche anno fa.

Jim ha in casa le registrazioni di quasi ogni concerto tenuto a Detroit negli ultimi trent’anni, probabilmente. O buona parte di essi. Quella pubblicata dall’etichetta di Jack White risale al 27 Maggio del 1988. Siamo agli albori della scena post-garage della città dei motori: i Gories all’epoca sono solo tre disoccupati dell’hinterland che non hanno ancora pubblicato nulla e che hanno scarsissime possibilità di farlo. Invece lo faranno e in qualche modo devieranno per sempre la musica garage, spolpandola di ogni tessuto e lasciandone in piedi solo uno scheletro ciondolante. Hanno un repertorio fatto di blues sgualciti, qualche osso degli Stooges e garage songs malmesse rubate a band come Stoics, Nautiloids, Keggs, Iguanas. Quando le portano in scena chi sta guardando le vetrine dei negozi pensa che qualche carpentiere stia ancora battendo con gli attrezzi sulle assi del palco. Quando si avvicina per vedere a che punto sono i lavori, la band sta già lasciando il palco dopo aver suonato qualcosa che sembrava il rumore di un secchio di latta che cade dalle scale. Ma che forse era una canzone di Willie Dixon.

Shaw must go on.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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MOTORPSYCHO – Still Life with Eggplant (Rune Grammofon)  

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È quasi primavera e i Motorpsycho ci aprono il cancello del loro giardino, mostrandoci i loro ortaggi appassiti dal freddo norvegese.

Still Life with Eggplant, dopo la solenne abbuffata di Death Defying Unicorn è un corpo che torna a farsi divorare dagli uccellacci torvi del rock e a lasciare la sua carcassa sulla sabbia del deserto californiano, riannodando i nodi scorsoi con il lontano passato delle Canzoni per Rut, dove la convivenza forzata fra Black Sabbath e la musica californiana, seppur ancora primitiva, tracciava le coordinate di certo non esclusive ma di certo sintomatiche della bocca infernale del deforme demone norvegese. Le tre piaghe sulfuree e ferali di Hell poste in apertura di questo disco, seguite dal bouquet psichedelico di August (dal quarto sottovalutato album dei Love di Arthur Lee) aprono l’accesso a questa dicotomica anima dei Motorpsycho, ripetuta pochi minuti più avanti dall’altra sequenza Ratcatcher/The Afterglow.

Buio e luce che si rincorrono senza fretta, perdendosi dietro le ingannevoli ore bislunghe delle aurore boreali e delle notti polari.

I Motorpsycho sprofondano i loro stivali nella neve, fino a veder divampare le fiamme dell’Inferno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ELECTRIC SHIELDS – Save Our Souls (Teen Sound)  

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Non appena l’ho visto, ho pensato a That Was Then…And So Is This dei grandi Solarflares. Una volta ascoltato, pure.

E, non appena azionato il tasto play, il fatto che a darmi il benvenuto fosse l’Hammond di Fay Hallam (che di Graham Day era, all’epoca di quel disco, la moglie) non ha fatto che suffragare il mio istinto naturale.

Gli Electric Shields dunque, cambiano pelle.

Ancora una volta.

Pur guardando sempre dagli specchietti retrovisori verso gli orizzonti degli anni Sessanta. Se l’accecante furia texana degli esordi (quella di Sixty Flowers ma anche dell’E.P. d’esordio, per capirci) era già svanita alla fine degli anni Ottanta spostandosi verso la musica roots e country-folk del rodeo dei Byrds con il pallido White Buffalo County, il rientro in scena dopo venti anni ci presenta gli Electric Shields sguazzare in un  suono fortemente contaminato dal mod e dall’hard-R‘n-b inglese, attraverso una lunga scia che dal freakbeat arriva al primissimo hard rock passando tra le spire psichedeliche della chitarra di Hendrix.

Nove originali groovedelici e una cover dei Wimple Wich in una sequenza che non ha cadute di tono o rovesci di stile, con un suono sempre incalzante e ricco di riverberi elettrici anche quando i ritmi decelerano (il mare tempestoso che investe She, le rifrazioni al technicolor di The Hex) e sembrerebbero, ingannandoci, voler promettere una distensione dei muscoli pelvici.

Non è il modo migliore per salvarsi l’anima.

Ma efficace per curarla, quello si.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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YOW – Tonight You Look Like a Spider (Joyful Noise)

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Lui ci ha messo quindici anni per farlo, io quindici minuti per odiarlo. 

È il debutto solista di una delle figure-cardine del rock americano degli anni Novanta: David “Howl” Yow. Un disco simile a una fuga. Uno spettacolo di escapismo sonoro con cui Yow prova a fuggire da se stesso, da quell’ austera fisionomia noise che egli stesso si era cucito addosso durante gli anni di fuoco dei Jesus Lizard.

Tonight You Look Like a Spider è lontano da tutto quello che avreste mai voluto chiedere a David Yow. E, soprattutto, lontanissimo dalle risposte che vi aspettavate di sentire.

Un’operazione un po’ scellerata di rumorismo e artificio sonoro, come perfida ed esecrabile è la scelta di vendere alcune copie del disco al prezzo di 150 Dollari solo per liberarsi di cinquanta opere scultoree rimaste invendute.

Io il disco l’ho avuto gratis, anche perché dei monoliti di David non ho che farmene. Ho già i miei pesi sullo stomaco, e pesano più dei suoi.

Quindi, date le premesse, non avrei di che lamentarmi.

Però, al di là di questi privilegi, ritengo Tonight un disco totalmente superfluo.

Rumorismi assortiti, campionature di sequenza midi, piccoli siparietti di pianoforti a coda, miagolii di gatto (senza coda), manipolazioni vocali e dabbenaggini di pari portata.

Una sorta di scenografia per un palcoscenico sgombro di attori.

Il noise che lascia il posto al noioso.

Non che noi lo volessimo per sempre schiavo del suo passato. Se è da lì che voleva scappare, ha fatto bene a fuggire.

Ma chiedere al suo pubblico di pagare per la sua evasione, questo forse era davvero moralmente evitabile.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

 

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ANY TROUBLE – The Complete Stiff Recordings 1980-1981 (Cherry Red)

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Band di culto (epiteto con cui vengono definiti gli artisti che, malgrado l’investimento iniziale e il dispendio di energie, vengono ignorati dal pubblico. Fonte: Lyspedia) del pop intellettuale dell’epoca punk, gli Any Trouble emersero dalla popolosa scena power-pop inglese grazie alla spinta del solito John Peel che proiettò il loro primo singolo sulle modulazioni di frequenza della BBC contribuendo all’interessamento della benemerita Stiff Records che mise sotto contratto il quartetto di Crewe imbarcandolo nel The Son of the Stiff tour a fianco di Dirty Looks, Joe King Carrasco, Equators e Tedpole Tudor e apponendo il suo logo sulle copertine dei loro primi due album.

Il primo, Where Are All the Nice Girls? è quello col famoso scatto di copertina che ritrae dall’alto quella che sembra una fotocopia ancora più sfigata di Elvis Costello and The Attractions e la produzione di John Wood, ovvero l’uomo che era stato in consolle per alcuni dei dischi preferiti da Clive Gregson (il Costello della copertina, NdLYS). Sono dieci canzonette di spensierato e dinamico pop costruito su qualche chitarra skank (Second Chance, The Hook) e immediati hook melodici (Turning Up the Heat, Romance, The Hurt) mai particolarmente feroci e sufficientemente accattivanti per fare breccia nel cuore dei trentenni inglesi cui il punk era passato accanto senza tuttavia divorarli. Nonostante tutto però, a differenza di quella per la TAV che sta mangiando il Massiccio D’Ambin in questi giorni, la breccia non si fa.

Ne’ fra i trentenni, ne’ fra il pubblico più giovane sempre affamato di nuova roba da canticchiare, ne’ tantomeno fra le ragazze carine corteggiate dal titolo. 

L’operazione viene ritentata l’anno successivo adattando la formula della band alle nuove regole del pop che vogliono tastiere e sequencers al centro della scena. Wheels In Motion arriva dunque nel 1981 con un’immagine di copertina che si acclima con l’ambiente plumbeo della new-wave emergente e le canzoncine di Gregson vestite con abiti un po’ più sofisticati cuciti da Mike Howlett le cui produzioni stucchevoli avrebbero spopolato di lì a poco grazie ai successi di Blancmange, A Flock of Seagulls e Berlin.

Con la cover di Dimming of the Day siamo già dentro il peggiore adult contemporary e il resto del disco non è molto distante dall’easy listening più becero.

Il terzo disco a completare questa raccolta delle registrazioni Stiff (poi il gruppo approderà velocemente alla EMI) è il bootleg ufficiale Live at The Venue pubblicato dall’etichetta inglese in 500 esemplari e registrato il 31 Maggio del 1980 nel celebre locale londinese durante l’esibizione del quartetto come spalla per i Searchers.

Si ritorna, ovviamente, al clima asciutto e cristallino del disco di debutto e l’ottima  registrazione “senza trucco” mette in risalto l’eccezionale bravura strumentale e melodica di una band che alla fine ci ha lasciato in eredità non più di una decina di canzoni gradevoli (quelle del primo album) e un solo pezzo irrinunciabile: Turning Up the Heat ai quali dopo una giornata di lavoro è sempre piacevole ritornare, anche ventitré anni dopo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BLACK MANILA – Beach Parade (SnakeTown)

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Il singoletto dello scorso anno, uscito ad Aprile e finito nel mio lettore a Luglio, è stato uno dei miei preferiti dell’Estate 2013. Poi l’estate finisce e, manco il tempo di far asciugare il costume e ti ritrovi la casa piena di palle da appendere all’abete e il profilo facebook stuprato da una lista di auguri finti come la neve in bomboletta.

Io quest’anno ho sapientemente evitato la seconda tortura ma non la prima.

Sotto l’albero, la consueta sfilza di regali incartati tutti uguali, la parata dell’inutilità a forma di pacchetto regalo.

L’unico ad arrivare inatteso e senza confezione è stato questo EP dei Black Manila, scaricabile gratuitamente dal loro bandcamp e intitolato Beach Parade, in omaggio a quello che era il nome originario del trio londinese.

Si comincia con la zompettante Keep Your Head On che a me ha ricordato tantissimo quello che facevano anni fa band come Zutons e Coral e di cui adesso temo non si ricordi più nessuno. Lo strumentale che intitola il lavoro è ricco di richiami surf così come Bicho Raro scherza con la musica di frontiera americana, in un polveroso tex-mex che sembra parodiare i Calexico usando le facce da paraculo degli Stairs.

Il quarto asso calato dai Black Manila è All For You.

Ovvero il garage come era stato registrato all’ anagrafe di New York da Jonathan Richman e Lou Reed.  

Dura un quarto d’ora, ovvero due volte la durata di una scopata dell’italiano medio.

Ma la sorpresa più amara arriva solo ad eiaculazione avvenuta. Ovvero quando i Black Manila annunciano con le loro facce da schiaffi, che si sono sciolti.

Lo spirito beffardo del Natale.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GIÖBIA – Introducing Night Sound (Sulatron)

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Qualcuno finalmente si sarà accorto di loro, adesso che hanno aperto per i Black Angels. Chissà. Nel frattempo però, per licenziare il terzo disco, i milanesi Giöbia sono dovuti approdare alla corte della crauta Sulatron, casa di Vibravoid, Electric Moon, Causa Sui e altri mostri psichedelici contemporanei. Poco male, perché la band lombarda sembra aver trovato la sua connotazione e identità perfetta, a livello iconografico, strutturale e promozionale.

Introducing Night Sound è un disco inquinato di psichedelia, shoegaze, space rock, banghra surf, prog, un pizzico di new-wave e un pugno abbondante di grebo. È un suono sovrastrutturato e a tratti quasi terapeutico grazie all’uso di qualche strumento insolito come il sitar elettrico o il bouzouki, parecchio lontano da quello del Beyond the Stars che ce li fece conoscere tanti anni fa nonostante certe inclinazioni etniche rimangano sottotraccia, esaltando il gusto esotico di alcuni segmenti della musica dei Giöbia. Bellissime le due cover di Santana e Electric Prunes che si affiancano, esaltandoli, ai sette originali scritti dal gruppo.

Non è mica vero che qui in Italia ogni volta che fai un passo pesti una merda. A volte capita di trovare pure qualche moneta. Che poi ce le facciamo fregare dai tedeschi è anche colpa nostra.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro    

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NERO AND THE DOGGS – Death Blues (Rocket Man)

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Continuano a suonare leggendo il breviario di Dio Iggy, i milanesi Doggs (che sta per cani solo come gli Yardbirds stavano a gallinacci per Mike Bongiorno, NdLYS) , ora ribattezzatisi Nero and The Doggs, quasi ad ulteriore conferma di un percorso artistico che concettualmente li lega a quello degli Stooges.

Rantolano le medesime parole malate, e le depongono sopra un blues.

Ci sono cuori che sanguinano e pistole caricate a piombo e odio, in questo libro nero, a metà strada fra l’abbecedario di Lucignolo e le poesie alcoliche di Esenin (la cui L’uomo Nero recitata da Carmelo Bene nel suo spettacolo Quattro modi diversi di morire in versi introduce al disco, rappresentandone insieme prologo e culmine climatico, NdLYS).

Musica urbana e metallica, quella dei Doggs. È il blues che non ha mai conosciuto le campagne, quello intossicato dalle scorie e dai gas industriali delle moderne città-latrina in cui si sceglie di aspettare la morte.

Il blues che non è neppure più canto di lavoro, perché dentro gli opifici non si lavora più.

Città sventrate abitate da zombi barricati dentro casa che Nero and The Doggs dipingono con una passata decisa e viscosa di bitume stoogesiano, rendendola impermeabile e refrattaria alle emozioni. Perché è questo, al di là della ricercata e voluta similitudine stilistica e sonora, quello che li avvicina allo spirito nichilista di Stooges o Velvet Underground: un allestimento sonoro e lirico dove il livello emozionale è ridotto alla soglia minima, umiliato dall’inedia e riacceso solo attraverso il dolore fisico. Musicalmente Death Blues limita, rispetto alle prove precedenti, gli assalti più feroci scegliendo il più delle volte (Blue Moon White Light, Have You Found Yourself, Love Is a Jail, Death Blues, Sin City, Back to the End) di scivolare dentro un suono che è figlio diretto della carnalità fangosa dell’Iggy Pop di Kill City e del Tex Perkins di Sour Mash ma anche vicino al greve hard rock dei Miracle Workers di Primary Domain e ai suoi richiami gotici  di cui la title-track, con tanto di armonica Mohriana, ne sembra quasi l’evoluzione naturale.

Si muore ogni mattina.

Fuori e dentro di qui.

    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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EDOARDO INGLESE – L’Inglese per tutti (autoproduzione)

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Non ho riso, ascoltando il disco di Edoardo Inglese.

Non ho riso perché non avevo voglia di ridere.

Non ho riso perché quando rido mi viene su una faccia da cazzo moscio. A stare incazzato mi si irrigidiscono i muscoli facciali e quando mi dicono “hai la faccia tesa” mi viene da pensare “stai guardando un’erezione e non te ne sei neppure accorta, allegra allodola che non sai manco dove deporre l’uovo”.

Non ho riso perché sono disgustato. E quando hai il voltastomaco non ridi, altrimenti vuol dire che stai fingendo. Magari perché fa tendenza.
Non ho riso perché ne ho pieni i coglioni, della gente che ride.

Come li aveva pieni Luigi Tenco. Come li aveva pieni Francesco Guccini. Come li aveva pieni Giorgio Gaber.

Non rido perché il porcospino ha gli aculei, l’alpaca la saliva, la puzzola il buco del culo. A me hanno tolto tutto. Io mi difendo come posso.  

Non ho riso perché con i versi del senso perso di Toti Scialoja avevo già riso, ma era molto tempo fa.

Non ho riso perché i pagliacci mi mettono sempre tristezza. Anche quelli di Leoncavallo e di Gigi Savoia.

Non ho riso perché ho la consapevolezza amara e fondamentalmente errata che in fondo non c’ è un cazzo per cui ridere, e so che non la pensate così.

Ma alla fine quello che Edoardo Inglese prova a fare non è farci ridere, perché magari è più incazzato di tutti.

Prova a fare dell’ironia.

Sferzante e anche severa, come quella che attraversa sussurrando I Morti Nostri, sorta di 19 (Paul Hardcastle, qualcuno ricorda?) che sventola sotto il tricolore italiano, lo stesso adattato ad Union Jack sulla copertina di questo disco della voce solista della Original Slammer Band, da poco arrivata ai venticinque anni di onorata carriera sull’onda gelatinosa della sua blob music. Un disco randagio che si nutre di tantissime suggestioni liriche, musicali, teatrali anche se a livello di attitudine sonora, soprattutto quando scende in campo la Slammer Band, le analogie più palesi sono quelle col funky metropoiIt(ali)ano di Bisca e Folco Orselli.

Un album dove si scherza con l’italiano e sugli italiani. Quello che era il popolo degli eletti e che ora è solo un popolo di elettori.      

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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