KING KHAN – Murderburgers (Khannibalism)  

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Non ci sono gli Shrines a coprire le nudità del Re Khan su questo disco del 2014 che torna adesso sul mercato in veste ufficiale.

A porgergli il mantello e dividere con lui gli hamburger sono Greg Ashley e Oscar Michel, ovvero due/quarti di quelli che furono i Gris Gris. E il risultato, ahimè, si sente. L’energia positiva e travolgente dei dischi con gli Shrines è quasi del tutto dissipata, soffocata da una rilassatezza che non concede al ritmo che pochissimi Joule di energia (il tiro garage scriteriato di Teeth Are Shite, il suono dei Saints replicato quasi alla perfezione su Born in 77).

Murderburgers non ha insomma la stessa spettacolarità dei dischi con gli Shrines, preferendo adagiarsi su un folk rock che tenta addirittura l’assalto alle fortezze di Dylan (It’s Just Begun) e di Beck (Too Hard Too Fast), scivolando in realtà molto prima di aver raggiunto la salda certezza di una balaustra. Anche la carica esplosiva di Born to Die soccombe alla psichedelia sgraziata di Greg Ashley.

Un diversivo che concediamo con piacere a King Khan, per tutto quello che ci ha regalato in quindici anni di dischi.

Ma adesso ridateci gli Shrines, per favore.

E qualcuno dica al Re che è nudo.

 

    

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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SPIDERGAWD – Spidergawd (Crispin Glover)  

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Il rientro alla vecchia Trondheim dopo l’esilio volontario ad Halden cui Per Borten si obbliga dopo il crollo dei suoi sogni di gloria inseguiti con i Cadillac trova un’accoglienza calorosa. Bent Sæther e Kenneth Kapstad dei Motorpsycho mettono infatti a disposizione i propri servigi per risollevare morale e sorte del biondo cantante e chitarrista loro concittadino. Nascono così, quasi per gioco, gli Spidergawd. Destinati a manovrare una macchina da guerra che si trasforma invece in un affare serio, destinato se non a spodestare i Motorpsycho stessi, a sostituirsi nel cuore di molti appassionati a quell’altra meraviglia nordica chiamata Soundtrack of Our Lives, proprio nel momento in cui la formazione svedese ha deciso di scomparire di scena e raccogliendone in qualche modo il testimone con un disco registrato in soli due giorni e dopo appena un paio di incontri in sala prove. Del resto sono canzoni o idee di canzoni che Borten ha già in testa da tempo, alcune già pubblicate sotto lo pseudonimo Capricorn per la medesima etichetta che adesso ha messo fuori questo album stupendo che si riabbraccia nelle intenzioni e nei risultati a capolavori hard come Outsideinside dei Blue Cheer e High Time degli MC5. Boogie-rock d’assalto, con la chitarra esibita a mo’ di fucile a pompa e un sassofono che gli si posa sopra come un eterocero attratto dal bagliore degli spari.

Attraversate, adesso. E venite dalla parte sbagliata della strada.   

  

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

MOVIE STAR JUNKIES – Evil Moods (Voodoo Rhythm)  

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Rieccoci nella fitta boscaglia dei Movie Star Junkies, orgoglio italiano di cui tutti sembrano orgogliosi fuorchè gli italiani, come da norma.

Dopo la raccolta di scaglie curata dalla francese Beast Records è infatti l’acquario della svizzera Voodoo Rhythm a (ri)accogliere il corpo ittiosico del rettile torinese.

Il satiro che campeggia a tutto schermo sulla copertina di Evil Moods è venuto per alitarci addosso la polvere dei defunti eroi dello swamp blues che infestarono il nostro mondo decenni fa: Beasts of Bourbon, Birthday Party, Gun Club, Thin White Rope, Horseheads, Scientists, 11th Dream Day, Satantango.

Come fece il Caravaggio con le sue misture, i Movie Star Junkies usano quelle polveri necrofile per disegnare il loro nuovo capolavoro: dieci canzoni intossicate  di spirito noir, di letteratura hardboiled, di cinema pulp. Dieci canzoni che passano sulla linea dell’orizzonte come dieci sagome di uno spaghetti western. Dieci cowboy cattivi arrivati per annientare la nostra umana propensione per la giustizia. Dieci samurai dai mantelli scuri, venuti ad esibire il loro seppuku proprio dinanzi ai nostri musi, perché sia di monito per la nobiltà guerriera che abbiamo perduta.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ENNIO MORRICONE – Le colonne sonore originali dei film di Sergio Leone (RCA)  

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La foto la vidi per la prima volta nell’osteria di Checco Il Carrettiere, a poche centinaia di metri da Ponte Sisto, in quel cuore pulsante della romanità più fiera ed autentica che è Trastevere. Mostra una cinquantina di scolari disposti su quattro file, avvolti nei loro grembiuli neri. La scolaresca è quella dell’Istituto Mastai, fondato da Papa Pio IX nel “fabbricone” della raffineria di tabacchi da lui stesso (accanito fumatore come il Pio XIII protagonista inquieto di The Young Pope, NdLYS) costruita in quella che diventerà Piazza Mastai e inaugurata il 21 Novembre del 1869. In quella foto che oggi trovate agevolmente in rete, separati da un compagnetto di nome Grisanti, Sergio Leone ed Ennio Morricone sono ritratti per la prima volta insieme.

Quando nel 1964, spinto dal produttore Giorgio Papi, Sergio Leone decide di incontrare un “musicista di Trastevere” che ha già musicato il primo western prodotto in Italia per affidargli la colonna sonora della sua prima sceneggiatura di quello che diventerà famoso come “spaghetti-western”, non riconosce dietro quelle lenti già troppo spesse il suo vecchio compagno di scuola. È proprio colui che nel frattempo si è diplomato al Conservatorio come compositore acquisendo lo strameritato titolo di Maestro, a ricordargli di quella foto. E a portarlo proprio nel locale del vecchio compagno di scuola Filippo Porcelli per mostrargli lo scatto che documenta quei ricordi infantili già vecchi di quasi trent’anni.

In quell’autunno trasteverino nasce il più grande e il più lungo sodalizio artistico italiano del XX Secolo, inaugurato ufficialmente nel Novembre di quell’anno e spentosi solo con la morte del grande regista. Per i film dell’ex-compagno di classe il Maestro Morricone scriverà alcune delle partiture rimaste, parimenti alle riprese di Leone, nella memoria collettiva deformando indelebilmente quell’immaginario di cowboys esportatori e custodi della giustizia che era stato portato sul grande schermo da “eroi” come John Wayne e Kirk Douglas. Gli anti-eroi di Leone invece sono tutti eroi negativi. Tutti ugualmente infami portatori sani di odio e rancore. Luridi bastardi senza patria mossi solo dall’ingordigia. Per quelle sagome perennemente coperte da una bava di sudore Ennio Morricone cuce, a volte riadattando vecchi temi folk e oscure murder-ballads, un perfetto abito sonoro. Musiche talmente epiche ed evocative, talmente “ottiche” che riesci a rivedere quei film senza neppure aprire gli occhi. Scocchi di fruste, campane, carillon, fischi solitari, scacciapensieri, fruscii di erbacce, nitriti, sibili di proiettili, sbuffi di locomotive, stridii sinistri di armoniche a bocca, organi a canne, trombe mariachi, pestar di zoccoli e soffi di vento. Una giungla sonora innestata dentro un’atmosfera da pericolo imminente evocata deturpando la classica tradizione twangy di maestri come Duane Eddy e Link Wray, magistralmente rielaborata dal chitarrista Bruno Battisti D’Amario cui viene chiesto di lasciare la chitarra leggermente fuori tono e di percuotere le corde con un accanimento che “deve far pensare a una lama pellirossa che scuoia uno scalpo bianco”. Ne escono capolavori assoluti come Per qualche dollaro in più,  La resa dei conti, L’uomo dell’armonica, Il Triello, Il buono il brutto e il cattivo, Mesa Verde che sono il non-plus-ultra della musica per film mai partorita da mente umana. Un universo sonoro da cui, dal rock all’hip-hop, dai cantautori ai piccoli mutanti della musica elettronica, avrebbero tutti pescato a piene mani (dai Wall of Voodoo ai Clash, dai Litfiba ai Dead Kennedys, dai Calexico ai Gallon Drunk, dai Santa Sangre ai Tarentel, dai Ronin ai Big Audio Dynamite, dal Wu-Tang Clan agli Orb, da Fabrizio De André ai Bad Seeds solo per citare qualche nome).

Da allora, tutto ciò che è “musicalmente cinematografico” è detto anche Morriconiano.

Da allora, l’Italia ha infilzato la sua bandiera in terra americana.

Da allora, il Maestro è il Maestro. Gli altri, tutti suoi allievi.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE NEUMANS – The Neumans (Screaming Apple)  

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Bruciati nel giro di un paio di stagioni. Ma che stagioni!

I californiani Neumans di Rex Beaton e della di lui compagna Gravel sono stati, per la metà di questo decennio quello che i Vipers e gli Unclaimed furono per la metà degli anni Ottanta: un concentrato di demenza garage-punk e di scarti psichedelici di quart’ordine, chitarre fuzz e organetti Vox sparati sul pubblico sognando di essere la reincarnazione dei Music Machine, dei Missing Links o dei Five Canadians.

Il loro approccio era quello selvaggio e sporco delle formazioni neo-garage di trent’anni prima: i primissimi Miracle Workers, i Gravedigger Five, i Gruesomes, le prime Pandoras, i primi Pikes in Panic saltano alla mente mentre scorrono i dodici brani di quello che è atto di battesimo e allo stesso tempo testamento discografico della band di Santa Ana. Nessuna concessione alle lusinghe freak, alle moine della scena indie che vorrebbe creare in vitro le repliche degli Allah-Las o alle carezze dell’area shoegaze che vorrebbe riprodurre invece quelle degli Spacemen 3.

Solo garage punk nella sua accezione più classica e nella sua forma più devastante.

Insomma, se siete arrivati a scoprire il beat dei Sixties passando per i nastri della Burger o le padelle della Lolipop dubito vi sentirete a vostro agio. Se invece per voi la parola nuggets non richiama alla mente solo il pranzo-spazzatura del McDonald’s fatevi sotto senza esitazione alcuna, qui ce n’è un piatto pieno.

Formidabili Neumans.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE NEW CHRISTS – Incantations (Impedance)  

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In Australia gli eucalipti piangono lacrime blu.

Se dalla baia di Sydney giri le spalle al mare, puoi vederli tingere di blu una fascia di rocce che si staglia sull’orizzonte.

Sono le Blue Mountains.

Stanno lì, a due ore di macchina dalla città e sembra vogliano proteggerla separandola dal resto del mondo.

Un esercito di roccia a guardia della città.

Il Capitano Piddington. Il Colonnello York. Il Maggiore Boyce. Il Sergente Wilson.

E, a fianco a loro, il Tenente Colonnello Younger. Classe 1953. Una carriera militare cominciata a venti anni e ancora fulgida e brillante.

Da trentacinque anni è alla guida dei New Christs, nonostante il logo dei Radio Birdman sia ancora in bella vista fra le mostrine.

Se avete fatto la naja nella caserma giusta, sapete di che/chi sto parlando.

Incantations è il quinto album dei New Christs in 35 anni. E io amo la gente che si fa vedere poco. Younger è uno di questi. Nonostante il suo nome, dicevamo, non abbia mai smesso di proiettare la sua ombra su Sydney, rendendolo un posto migliore. Malgrado gli avvicendamenti nella line-up (l’ultimo è quello che registra l’arrivo di Paul Larsen dei Celibate Rifles, NdLYS), il suono dei New Christs è rimasto fondamentalmente invariato: un compatto e minaccioso power-rock che non ama gli eccessi ma si muove quasi sotto il ciglio delle dune sabbiose del deserto australiano, come un serpente che striscia tirando di tanto in tanto fuori la testa per farci sentire i suoi sonagli sintonizzati a quelli di altri animali striscianti come Only Ones e Magazine.

Se avete idea di cosa vi aspetta, non resterete delusi.

Se non ne avete neppure il sospetto restate pure dove siete.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BARON FOUR – Out of the Wild Come…The Baron Four (Soundflat)  

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Quelli tra di voi con le zazzere meno folte dovrebbero ricordarsi di Mole tra le fila dei Mystreated, formidabile band del Kent attiva per tutti gli anni Novanta. Finita quell’avventura, Matthew avrebbe infilato le mani in tantissima altra roba (Higher State, Embrooks, Galileo 7, Groovy Uncle, ecc.) sempre col medesimo obiettivo: correre attraverso il presente guidando una potente macchina del tempo impostata perennemente sul 1966. I Baron Four, messi su assieme a Mike dei Vicars che si occupa di allestire il repertorio del quartetto, sono l’ennesima riappropriazione di un linguaggio che trova il suo glossario di base fra le pagine del vademecum beat dei Kinks. Nessun pezzo è realmente indispensabile, nessuno poco credibile. Out of the Wild Come… è un campionario di abili linguacce che faranno la felicità di chi non ha mai smesso di credere nel sorriso facile che le band della British Invasion esportarono come antidoto ai musi lunghi che aspettavano il rientro di Elvis dal servizio di leva.

Chi quel sorriso non lo ha più ritrovato, probabilmente adesso è impegnato in musiche di altra complessità per poter trovare qui un qualche diletto, una chiave di lettura che sia oggettiva e funzionale ad un progetto che non si compromette con il moderno e che ha poca logica fuori dal circuito di nicchia cui si rivolge.

Che è probabilmente quello delle poche decine di persone che leggeranno questa recensione approssimativa.

E che magari adesso stanno sorridendo.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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STRIKE – Rollin’ Machine (autoproduzione)  

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Il tempo di un rapido pit-stop per sostituire un paio di pistoni, oleare i cilindri e la macchina degli Strike torna a macinare chilometri. Sono Luca Ciriacono (già anima slap dei Volcanoes) e Peppe Falzone (degli Adel‘s) i nuovi fuoriclasse ritmici della formazione iblea che per il resto confida sempre nella voce di Salvo Lissandrello e nella chitarra di Rocco Boccadifuoco per mettere mano a questo quinto disco che rinuncia alla scrittura autonoma per applicarsi alla rilettura di piccoli e grandi classici del rockabilly americano con un suono che è sempre più sorprendentemente sovrapponibile alle linee tracciate da eroi bianchi come Johnny Burnette, Eddie Cochran, i Crickets o Johnny Cash.

Riverberi e pennate boppin’ che sacrificano forse qualche smorfia teppista che era emersa in passato (Ready For My Hell, Mama Said) ma che rielaborano in modo impeccabile il suono ribelle dei Fifties aggiungendo un pizzico di area da rodeo che non guasta (come su Rockin’ Daddy di Sonny Fisher ad esempio) ed un suono old-style che ha raggiunto una pertinenza davvero invidiabile coi modelli basici cui si ispira. Eleganti e (im)pertinenti, come sempre. Primi della classe, ma sempre seduti agli ultimi banchi, gli Strike.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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DI VIOLA MINIMALE – Niente fascino (autoproduzione)  

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Una lunga striscia irrequieta di chitarre lunari legano Di Viola Minimale a quel rock italiano cinico e perverso che fu, molti anni fa, di formazioni oblique e trasverse come Umberto Palazzo e il Santo Niente, Marlene Kuntz, Disciplinatha, Massimo Volume. Formazioni cresciute a valle dell’uragano Sonic Youth e che con quell’ elemento disturbante condividevano lo stesso numero chimico. Che è quello del rumore. Ordinato secondo un gusto che ha però una disciplina tutta europea, affine quindi a quello che su qualche enciclopedia del rock potreste ancora trovare sotto la voce “shoegazer”.

Gente che preferiva guardarsi le scarpe per osservare se davvero quel fluire di elettricità crepitante potesse staccarle da terra.

Che sceglieva di guardare dentro i propri sogni se proprio era necessario guardare da qualche parte, tra le feritoie che lasciano passare squame di luce che sembrano scaglie di psoriasi regalate alla propria stanza degli affanni.   

Il sogno come il punto G delle proprie emozioni.

Dimora esclusiva.

Anello di carne rosea che non si mostra al mondo.

Nido tremulo vibrante come piuma di usignolo.

Niente fascino gioca fra sussurri e “continue ripetizioni” con la zona erogena della nostra fase rem, rivelando il fascino che il titolo gli nega in otto canzoni mutevoli alle beffe umorali del tempo, volubili e capricciose. Come le donne. Come gli uomini che le amano. Come il Dio che governa le nuvole che passano sulle loro teste e concede loro il lusso cagionevole degli ombrelli.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Nick Cave Heard Them Here First (Ace)  

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L’idea non è del tutto nuova. Ci aveva già pensato la Rubber Records, più di quindici anni fa, a “setacciare” fra le canzoni che hanno ispirato le nefandezze di Nick Cave e dei suoi comprimari. La Ace Records torna adesso sull’argomento per il nuovo volume (il quarto) della sua collana Heard Them Here First. Nonostante la “replica”, i doppioni rispetto alla scaletta dei due volumi di Original Seeds sono limitati a meno di una dozzina di canzoni, due delle quali (Hey Joe e The Big Hurt) proposte qui peraltro in interpretazioni diverse. Il canzoniere spazia dalla John the Revelator di Blind Willie Johnson alla Disco 2000 dei Pulp coprendo più di sessantacinque anni di musica maledetta lungo ventidue tracce che Mr. Caverna ha avuto l’occasione di reintepretare in occasioni e con compagnie diverse anche se il nocciolo duro del disco è rappresentato dall’ormai trentennale album di cover Kicking Against the Pricks” dalla cui scaletta vengono qui scelte Muddy Waters, Hey Joe, Hammer Song, The Long Black Veil, Jesus Meets the Woman at the Well e Something‘s Gotten Hold of My Heart. Un lavoro di recupero che ha indubbiamente il suo fascino anche se sarebbe ancora più morboso e dunque patologicamente più affine all’autore australiano e ai suoi fanatici ascoltatori sparsi per il mondo poter avere fra le mani una mastodontica enciclopedia audio delle innumerevoli canzoni che Nick ha fatto sue lungo la sua sterminata discografia.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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