DI VIOLA MINIMALE – Niente fascino (autoproduzione)  

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Una lunga striscia irrequieta di chitarre lunari legano Di Viola Minimale a quel rock italiano cinico e perverso che fu, molti anni fa, di formazioni oblique e trasverse come Umberto Palazzo e il Santo Niente, Marlene Kuntz, Disciplinatha, Massimo Volume. Formazioni cresciute a valle dell’uragano Sonic Youth e che con quell’elemento disturbante condividevano lo stesso numero chimico. Che è quello del rumore. Ordinato secondo un gusto che ha però una disciplina tutta europea, affine quindi a quello che su qualche enciclopedia del rock potreste ancora trovare sotto la voce “shoegazer”.

Gente che preferiva guardarsi le scarpe per osservare se davvero quel fluire di elettricità crepitante potesse staccarle da terra.

Che sceglieva di guardare dentro i propri sogni se proprio era necessario guardare da qualche parte, tra le feritoie che lasciano passare squame di luce che sembrano scaglie di psoriasi regalate alla propria stanza degli affanni.   

Il sogno come il punto G delle proprie emozioni.

Dimora esclusiva.

Anello di carne rosea che non si mostra al mondo.

Nido tremulo vibrante come piuma di usignolo.

Niente fascino gioca fra sussurri e “continue ripetizioni” con la zona erogena della nostra fase rem, rivelando il fascino che il titolo gli nega in otto canzoni mutevoli alle beffe umorali del tempo, volubili e capricciose. Come le donne. Come gli uomini che le amano. Come il Dio che governa le nuvole che passano sulle loro teste e concede loro il lusso cagionevole degli ombrelli.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Nick Cave Heard Them Here First (Ace)  

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L’idea non è del tutto nuova. Ci aveva già pensato la Rubber Records, più di quindici anni fa, a “setacciare” fra le canzoni che hanno ispirato le nefandezze di Nick Cave e dei suoi comprimari. La Ace Records torna adesso sull’argomento per il nuovo volume (il quarto) della sua collana Heard Them Here First. Nonostante la “replica”, i doppioni rispetto alla scaletta dei due volumi di Original Seeds sono limitati a meno di una dozzina di canzoni, due delle quali (Hey Joe e The Big Hurt) proposte qui peraltro in interpretazioni diverse. Il canzoniere spazia dalla John the Revelator di Blind Willie Johnson alla Disco 2000 dei Pulp coprendo più di sessantacinque anni di musica maledetta lungo ventidue tracce che Mr. Caverna ha avuto l’occasione di reintepretare in occasioni e con compagnie diverse anche se il nocciolo duro del disco è rappresentato dall’ormai trentennale album di cover Kicking Against the Pricks” dalla cui scaletta vengono qui scelte Muddy Waters, Hey Joe, Hammer Song, The Long Black Veil, Jesus Meets the Woman at the Well e Something‘s Gotten Hold of My Heart. Un lavoro di recupero che ha indubbiamente il suo fascino anche se sarebbe ancora più morboso e dunque patologicamente più affine all’autore australiano e ai suoi fanatici ascoltatori sparsi per il mondo poter avere fra le mani una mastodontica enciclopedia audio delle innumerevoli canzoni che Nick ha fatto sue lungo la sua sterminata discografia.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE MAHARAJAS – Yesterday Always Knew (Low Impact)  

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Un’attesa lunghissima. Poi, di colpo, rientrano in pista i Maharajas. Con un disco, e un suono, nuovi. Stendendo un po’ di lucido power-pop sulla patina di malinconico folk-rock che era il tratto tipico dei loro dischi precedenti e che qui espande i suoi vapori su pezzi come Hands of Tyme e Water to Wine, la band svedese dà nuova verve al proprio song-writing. Canzoni come It Doesn‘t Matter AnymoreAre You Ready to ShopFamily ProviderTake Me HomeInto the UnknownNine-One-OneNothing in ReturnYesterday Always Knew danno la nuova misura di questo ritrovato gusto per la melodia a presa rapida e le chitarre scintillanti che vola tra Beatles, Raspberries e Hoodoo Gurus e che porterà sicuramente nuovi adepti alla corte dei marajà. Se le riviste che vendono ancora qualche copia riusciranno a fare il loro lavoro. E se chi le compra saprà leggere a dispetto di una copertina che forse meritava un po’ di cura in più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LE MUFFE – “Penna, tornio & salame” (autoproduzione)    

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Ognuno ha un angolo buio della propria adolescenza che non ha voluto mai condividere con nessuno.

Nel mio ci stavano le vignette di Jacovitti e le canzonacce degli Squallor.

Non c’entrano ne’ le une ne’ le altre, con l’esordio de Le Muffe.

Eppure, appena tirato fuori dall’anonima busta postale con cui mi è stato recapitato, sono affiorate entrambe.

In realtà Le Muffe sono il nuovo frutto dell’amore per la decomposizione di Douglas G. Pjpa, già alla guida de I Vermi dal cui beat velenoso il suono e l’ideologia della nuova band non si discosta più di tanto.

È sempre l’organo Farfisa a dettare legge dentro questo aggiornamento metropolitano al vecchio vocabolario del beat italico che ha sostituito i capelloni con maniaci sessuali, boss di quartiere, becchini e beoni alcolizzati.

Insomma, l’Italia dello sfascio finanziario e del degrado morale contrapposta a quella del boom economico raccontata con ironia amara e con perfido cinismo.

Siamo più dalle parti della Paolino Paperino Band che dentro i comodi nidi del beat ribelle degli anni Sessanta, dunque.

Avrebbero potuto suonare punk, Le Muffe.

Avrebbero potuto scegliere di essere gli Atrox.

E invece hanno scelto di tormentarvi suonando uno scalcinato beat.

Senza dover per forza illudervi che stiamo ancora in fila per andare sulle nostre 500 a Milano Marittima a rimorchiare qualche ragazza.

Che poi al rientro vi lanciano un sasso dal cavalcavia mentre state cantando Mettete dei fiori nei vostri cannoni  e non riuscite a farvene una ragione.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE SHADOWS OF KNIGHT – Live 1966 (Sundazed)  

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È un po’ una furbata, il “nuovo” Live 1966 appena pubblicato dalla Sundazed. Nel senso che di queste sedici tracce registrate dal vivo al Cellar Club di Arlington Heights nel Dicembre del 1966, ben tredici erano già state pubblicate dalla stessa label più di vent’anni fa, su Raw ‘n Alive at The Cellar Club ’66. Le aggiunte riguardano tre interpretazioni abbastanza trascurabili di Anytime That You Want Me (che finirà poi nel repertorio degli H.P. Lovecraft, la band che ingaggerà Jerry McGeorge come bassista, NdLYS), Peepin’ and Hidin’ (cantata, come da tradizione, da Joe Kelley) e Willie Jean (interpetata, anche questa secondo consuetudine e in maniera alquanto dozzinale, da Tom Schiffour).

Siamo agli sgoccioli della brevissima, fortunata avventura dei primi Shadows of Knight. Dopo il successo trionfale di Gloria, la band ha subito il flop clamoroso di Bad Little Woman e I‘m Gonna Make You Mine e il pubblico locale ha già voltato loro le spalle eleggendo i Cryan’ Shames come nuovi eroi di Chicago.

Warren Rogers è stato il primo a fare i bagagli. E infatti in questa esibizione, di lui non c’è neppure l’“ombra”. Al suo posto c’è David Wolinski che era stato chiamato come tastierista aggiunto per le registrazioni del secondo album.

Purnondimeno la musica del gruppo di Chicago è ancora furiosa e rovente (ne siano prova i pezzi che aprono e chiudono la scaletta), irrispettosa come impongono i tempi ma pure ossequiosa quando si tratta di inchinarsi ai piedi del Dio blues.

Nera che più nera non si può.

Nera come il carbone.

Nera come la notte.

Nera come le ombre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

   

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LAS ASPIRADORAS – Haciendo Amigos (Soundflat)  

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La Soundflat continua a pubblicare dischi ad un ritmo notevole e anche suicida, a giudicare il periodo di stanca. Tutta, o quasi, bella roba garage/beat/surf.

Con Haciendo Amigos siamo a circa sessanta uscite. All’incirca quelle che mi faccio io in un anno. Solo che sempre più capita che, sia nelle loro che nelle mie, al rientro ho sempre le mascelle bloccate in una smorfia perpetua molto simile allo sbadiglio. Mi annoio insomma. E me la prendo con tutto e tutti. Senilità, che volete farci. Stavolta tocca agli aspirapolveri. Che fanno il loro lavoro, col rumore che gli è proprio. Un pirulì pirulà di Farfisa e tante parole in spagnolo. Pure carino, per carità di Dio. Trenta anni fa (diciamo quando ero in fissa per Stomachmouths e Primates) per canzonette come Caramelos (la hit dei fratelli Josè e Delfin Amaya), No Hay Dolor Sin Placer (la migliore del lotto, con una bella armonica a colorare un po’ di più il troglodita beat del gruppo di Toledo, NdLYS), Toxico o Salvaje avrei rotto pure i vetri della finestra dei vicini. Ora passano senza fare ombra.

Ma voi sapete che sono loro, non io, ad avere ragione.

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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TUXEDOMOON – Pink Narcissus (Crammed Discs)  

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Romantica e decadente come l’ultimo volo di una falena tramortita, la musica dei Tuxedomoon torna a volteggiare sopra le nostre teste, con l’intento di vestire il corpo nudo di Bobby Kendall, l’altra farfalla notturna che sbatteva le sue ali su Pink Narcissus, il film di James Bidgood a suo tempo “musicato” da Prokofiev e Mussorgsky. Un immaginario, quello evocato dalla pellicola di Bidgood, dove i pionieri dell’avanguardia new-wave di San Francisco si sentono perfettamente a loro agio. La band californiana è stata da sempre permeabile alle suggestioni della settima arte e questo nuovo lavoro ne è l’ulteriore conferma.

Pink Narcissus si colloca infatti tra le opere migliori dei Tuxedomoon, rimanendo fedele ai canoni estetici ed estetizzanti della loro musica che unisce fumi sintetici ed ombre jazz creando una sequenza mirabile di visioni metropolitane evanescenti e noir che si susseguono per i cinquantaquattro minuti di questa lunghissima successione di brani quasi integralmente strumentali in cui il clarinetto di Steven Brown, il basso di Peter Principle, la tromba di Luc van Lieshout e il violino di Blaine L. Reininger si lusingano come amanti su lenzuola ancora bagnate d’amore. Pink Narcissus si snoda dunque secondo i vecchi clichè del suono Tuxedomoon, con i soliti nobili rimandi alla musica da camera, al rock teutonico, a certi crampi KingCrimsoniani.

Soffia malinconia. Sull’India, sulla Yugoslavia, sulla California, sull’Abissinia, sugli Urali e sui Pirenei. I Tuxedo la raccolgono dentro il loro imbuto e ce la sbuffano addosso. Di nuovo.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE STANDELLS – Live On Tour – 1966! (Sundazed)

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La carriera degli Standells era iniziata proprio così: serate e serate di concerti.

A Los Angeles, a Pasadena, a Sacramento, a Las Vegas.

Locali presi d’assalto da teenagers che vogliono solo ballare i successi dell’epoca, e il repertorio che si adegua a quelle esigenze. “I ballabili”, per dirla con una lingua che agli Standells non era del tutto estranea.

Anche il loro debutto discografico era stato un documento dell’energia da party di quelle serate, registrato al PJ‘s di Hollywood.

Poi, nell’Ottobre del 1965 c’era stato l’incontro con Ed Cobb e il successo di Dirty Water a cambiare tutto. O quasi tutto. Perché, a fianco di una serie inarrestabile di belle canzoni scritte da Cobb e dal gruppo in linea con la ribellione che intanto ha invaso la strada, il rapporto entusiasta con il pubblico non cambia e le date nei club (anche di supporto agli Stones) si susseguono senza sosta.

Quello che mancava, per chi gli Standells li ha scoperti con venti anni di ritardo come me, era un disco che documentasse l’energia di questi spettacoli. Quelli del 1966. Quelli in cui, oltre alla mai sopita voglia di divertire (ne sia prova la versione di Gloria qui inclusa) gli Standells tirano fuori il grugno che la nuova stagione impone.

Quella testimonianza arriva ora. A quasi cinquant’anni da quel concerto del 22 Ottobre all’Auditorium Hill di Ann Arbor che alterna cover ai nuovi classici capelloni della band californiana. Anche se, è doveroso dirlo, parte di queste erano già uscite in formato 10” nel 2001, sempre su Sundazed.

Non un disco di merdose registrazioni live con gli strumenti tutti appiccicati l’uno sull’altro ma un album dal vivo che suona con una dinamica e un bilanciamento dei suoni che ha poco da invidiare alle registrazioni in studio del periodo. Una bella mezz’oretta di festa beat. Per quanti vogliano credere ancora ad un mondo migliore.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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JAMES WILLIAMSON – Re-Licked (Leopard Lady)  

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Forse è così che si invecchia.

Mettendo su un disco di James Williamson senza avere un’erezione.

Ascoltandolo attraverso le feritoie di un pc, da una piattaforma digitale che ogni tanto passa qualche spot e condendolo con qualche beep che ti avverte di un qualche messaggio che qualcuno che finge di volerti bene ti manda su un social network. Un poke che bussa sulla spalla di un Pokemon che ride solo quando ne è costretto. E anche allora, di malavoglia.

Re-licked è la riproposizione, riveduta e corretta, dello storico materiale scritto da Williamson con l’amico Iggy Pop durante gli anni Settanta. Roba bootlegata negli anni più e più volte, titoli che conoscete tutti, se avete seguito l’epopea in parte sommersa degli Stooges: Rubber LegCock in My PocketI‘m Sick of YouI Got a RightOpen Up and Bleed, ecc. ecc.

La novità vera è che però, nonostante la paternità condivisa delle canzoni e malgrado anche Steve Mackay e Mike Watt si siano rimboccati nuovamente le maniche per mescere nel torbido della storia dell’Iguana, Iggy si sia rifiutato di partecipare alle registrazioni del disco, lasciando ad altri l’onere di ruggire o latrare sui pezzi che rappresentano forse uno dei momenti più dolorosi della sua stessa vita. Ne viene fuori una sorta di anomalo disco-tributo. Che non è un tributo agli Stooges ma a quel soul eroinomane e metropolitano che fu appendice alla violenta e veloce vicenda della band di Detroit.

A rendere omaggio, nomi di prima grandezza: Jello Biafra, Mark Lanegan, Nicke Andersson, Ariel Pink, Bobby Gillespie, Carolyn Wonderland, Lisa Kakaula, J.G. Thirlwell, Mario Cuomo degli Orwells, Alison dei Kills e così via.

Tutta gente che pare aver fretta di andare. E che, nonostante tutto, rimane.

A lanciare uno sputo, a versare un po’ di sangue, a camminare sulle schegge di vetro del Michigan Palace, come fachiri.

Quattordici brani (due dei quali riproposti però in due versioni analoghe per base strumentale ma con vocalist diversi) che hanno ancora una loro scellerata potenza. Malgrado Spotify. Malgrado Itunes. Malgrado il mondo invecchi e io con lui.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DOME LA MUERTE AND THE DIGGERS – Supersadobabi (Go Down)    

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Il 14 Gennaio del 2013 Dome La Muerte pubblica un annuncio in cui manifesta la necessità di completare la nuova line-up dei sui Diggers. Requisiti: Femmina da 23 a 99 anni, attitudine VERA al R’n’R , capacità , presenza scenica ed ovviamente disponibilità per viaggiare. Non so quanta gente abbia risposto a quell’annuncio ma il nome della candidata prescelta è quello che alla fine compare nel nuovo, terzo album della band capitanata da Dome: Iride Volpi, ventiseienne chitarrista pisana con le dita e il cuore intinte nell’hard rock, nel grunge e nel blues.

Gli altri sono Giampiero Palazzino, batterista di origini pugliesi, e Marco Serani, già bassista per Violent Cocks, Homebreakers, Etherna e Dead Soul e vecchio compagno di birre di Dome, quando il punk era ancora una missione e loro dei missionari.

Il disco è di quelli che in qualche modo sono sempre stati sul tuo piatto e non ne sono mai scesi. E che, analogamente, soggiornano da tempo immemore sugli scaffali di casa Petrosino, accanto ai suoi amati dischi di folk rurale, di canti pellirossa e di musica surf.

Dischi di sleaze-rock, di street rock ‘n roll, di glam-rock, di garage punk.
Che puoi riprodurre con lo stampino, oppure assimilarne le proprietà e azzardarne una tua rilettura, come fanno Dome e i suoi Diggers, anche quando si tratta di confrontarsi con cover che ad altri risulterebbero eccessivamente comode o altrettanto malagevoli come in questo caso Little Doll e The Shape of Things to Come.

Non esercizio di stile, ma stile.

Anzi, neppure quello, ma stilettate.

Supersadobabi ne elargisce a profusione, a dimostrazione di un amore viscerale mai sopito, nonostante i sali minerali versati e l’ asfalto macinato in una carriera lunga e coerente.

Un album che mostra una versatilità (dalla psichedelia spaziale di Broken Chains allo spaghetti-surf di We‘ll Ride Until the End, dal boogie da ferrovia della nuova versione di Bad Trip Blues al rock ‘n roll da subway newyorkese di Nice Family) da cui molti oggi hanno da imparare.

L’America che una volta aveva i Gun Club, i Cramps, i Miracle Workers, gli Heartbreakers, gli MC5 adesso ha poco con cui divertirsi.

Noi, abbiamo i Diggers.  

LOUDato sii, o mio Signore.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

 

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