PSYCHOMOTOR PLUCK – Kill Your Lunch (autoproduzione) 

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Che gli Psychomotor Pluck, leggenda underground senese degli anni Ottanta, continuassero a suonare dal vivo e a registrar dentro qualche sperduto studio della loro terra lo vengo a sapere una mattina di Marzo del 2019, direttamente sul mio whatsapp e direttamente da loro.

Chiedo le prove.

E le prove arrivano.

La più schiacciante si chiama Kill Your Lunch, autoproduzione registrata al Casino di Siena nel 2015 mentre Babbo Natale faceva la messa a punto alla sua slitta.

Della partita ci sono Al Mitchell al basso e Daniele Bolognesi detto Il Pulce alla voce/chitarra (i reduci), Roberto Migliorini all’altra chitarra, Alessandro Dionisi alla batteria, Matteo Addabbo (dell’omonimo Trio jazz) all’Hammond e un paio di comparsate alla seconda voce e all’armonica da parte di Silvia Bolognesi e Nicolas Beaugunin.

È proprio il suono dell’Hammond la pregiudiziale che sposta l’asse del sound dei Psychomotor Pluck che ricordav(am)o accostandolo a quello dei Prisoners omaggiati qui in due interpretazioni riuscite tanto quanto quella conclusiva alla Ain’t No Square dei Creeps. Occorre dunque riadeguare la nostra memoria: quella miscela metallica che importava polveri pesanti dall’Australia e dagli scarti di Detroit si è inglesizzata (che l’organo Hammond fu, malgrado il suo certificato di nascita e i sermoni jazz di Jimmy Smith, affare soprattutto inglese) e ha cambiato amalgama.

Un po’ come se alla sua dentatura canina avesse aggiunto due premolari d’avorio, continuando a mordere.

Il risultato è un disco coi controcazzi, col suono che gronda dalle casse (il tecnico del suono del resto è Griffin Alan Rodriguez, uno che sa come tirare fuori il groove anche da un assorbente usato, NdLYS) laddove il loro album di debutto si arrabattava in un piattume che impediva al gruppo di prendere il volo e che si riannoda, ravvivandola, alla tradizione underground toscana di band impetuose come Pikes in Panic e Boot Hill Five.  

Religious Game, An American Mith, Alma & Ulisse Minor Blues, The Truth & the Illusion, Kill Your Lunch, Underground Down the Town ci riconsegnano a sorpresa una band lucidissima e capace.

E io sono orgoglioso di averlo scoperto.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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TRIO LESCANO – Trio Lescano (Alpharecord)  

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Aspettavano Tazio Nuvolari.

E invece arrivarono i fascisti, a ricordarle che erano brave e carine ma che erano ebree. E che dunque erano fuorilegge per difetto di nascita e che erano gradevoli sì, ma non gradite.

Le sorelle Leschan furono il prodotto più fresco e sorprendente dell’era del 78 giri, dell’EIAR e del primo dopoguerra. L’epoca delle canzoni alla radio e dei grammofoni. Della spensieratezza come merce di consumo e propaganda. Salvo poi, nella torva e contorta mente dei fascisti, ritrovarsi accusate di sospetta irriverenza al Regime solo perché qualcuno aveva visto del torbido dentro le acque cristalline di Maramao perché sei morto o Pippo non lo sa.

E poi… beh…poi c’è sempre e comunque quella questione dell’origine ebrea che proprio non andava bene.

E così le tre sorelle Lescano, ormai naturalizzate italiane ma con quel marchio di onta incancellabile, furono costrette a correre più di Nuvolari e a nascondersi al confine con la Svizzera, nascoste in una pensione d’alta montagna, iniziando un lento tramonto che anche a conflitto terminato e con le camicie nere ormai stese a rovescio non riuscirà a riportare il Trio Lescano alla popolarità stratosferica degli anni ’30. Gli anni in cui le Lescano diventarono le sirene incantatrici dello swing italiano con canzoni come Ma le gambe, Tulipan, C’è un’orchestra sincopata, Oh ma ma, Signorina grandi firme, Valzer della fisarmonica, Camminando sotto la pioggia, gonfie di elio e cariche di buonumore.

Contagiose come la febbre gialla. E gialle come la stella di David che per vent’anni prese il posto della cometa nel presepe degli italiani di razza ariana.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE THUNDERBEATS – Primitive Sound (Groovie)  

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Avendo intitolato ’66 il disco di debutto del 2013, il 2016 per i moscoviti Thunderbeats dovrebbe corrispondere al 1969 (e questo 2018 in cui la Groovie si è presa la briga di pubblicare il disco anche fuori dall’ex unione sovietica, il 1971). Cosa che invece per fortuna, considerando che quell’anno fu per molte band di estrazione beat un anno di tormentato e di non sempre compiuto passaggio, non è. Il suono di Primitive Sound è ancora quel guazzabuglio di suono alla Troggs che ha fatto capolino sul disco precedente e che in pezzi come I Sing, Streets & Avenues, Rumble in the Tides o Primitive Sound raggiunge livelli di eccellenza. Non siamo al plagio, considerato che gli innesti di organetto sixties e di sax permettono al quartetto russo di variare il passo (Hot Days, Summer Days, I’m Angry, You’re Restless, Bad News Blues, Joint Is Jumping, Such a Lovely Deal) verso uno spedito e spassoso garage punk che ricorda quello dei Fuzztones di Horny as Hell, ma anche se fosse il fatto di avere in mente un modello come quello della band pre-punk inglese può essere motivo di vanto e ottenere il mio (ap)plauso. Forse pure il vostro.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE FALLEN LEAVES – Punk Rock for Gentlemen (Parliament)  

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Lo chiamano Minimum R&B. Ma pure Simple Songs for Simple People. E sono vere entrambe le cose.

I Fallen Leaves sono uno dei segreti meglio custoditi del rock ‘n’ roll inglese, fondati da Rob Symmons e Rob Green dei Subway Sect ormai più di dieci anni fa e da sempre fedeli allo spirito dell’autoproduzione e del punk-rock scolpito nella corteccia di band primitive e legnose come Troggs, Who, Kinks, Downliners Sect, Cannibals, Headcoates, Vacants.

Lo chiamano pure Punk Rock for Gentlemen.

Come questa raccolta che spulcia dai loro primi tre album. Punk rock suonato con le clave, come piace a me. Ma anche con qualche pennello a setole morbide, come a voler dipingere una qualche staccionata Merseybeat. Finendo per citare i Buzzcocks ed incrociarli coi Sorrows. Senza accennare a un sorriso.

Come piace a me, ancora una volta.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE SHOWBIZ – Do the Rock ‘n’ Roll (Tongue) / AA. VV. – Invasione Monobanda #1/#2 (Dead Music) / THE SUPERSLOTS TERRIBLE SMASHERS – 4 Dummies (Area Pirata/Tongue) / BABYSCREAMERS – Un pour le garçon, un pour la fille (Araghost)/ THE MADCAPS – The Madcaps Live & Studio 1984-87 (Araghost) / WASTED PIDO – Home Sick Blues (Babuino/Dead Music)

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Mentre ero in vacanza il lavoro si è accumulato sulla mia scrivania. E si è accumulato in forma di disco, più o meno nella stessa quantità in cui il cestino del mio notebook ha ammonticchiato una bella sequenza di link per scaricare roba che forse non avrò mai l’occasione di ascoltare.

Do the Rock ‘n’ Roll è un EP di quattro pezzi firmato Showbiz, band che raccoglie cocci di formazioni come Bidons e Wild Weekend. La copertina fotografa perfettamente lo spirito di un classico vinile da mangiadischi, per ravvivare una festa un po’ moscia un po’ come facevano i Dr. Feelgood quando giravano per i pub inglesi o le New York Dolls quando assalivano i locali dove gli americani sbadigliavano ascoltando la musica dei Carpenters. Riportando disordine dove regnava la convenzione del gusto borghese.   

Le Invasioni Monobanda sono invece, in analogo formato, dei piccoli “sampler” con cui la Dead Music dà possibilità ad alcune one-man band che probabilmente verranno ricacciati nelle fogne con la stessa facilità con cui ne sono usciti, di lasciare una traccia, una piccola caccola di merda rock ‘n’ roll. Blues laido, vomiti country, rockabillly trash, clisteri stoogesiani, liquami garage punk vi verranno riversati addosso come se foste lì a svuotare le pattumiere di una casa di degenza. Roba sporchissima ed immonda, trinciato forte di rock ‘n’ roll trucido e tutto l’alito cattivo che ne consegue. Ratti sovraeccitati invadono il paese.   

Al confronto il nuovo singolo dei Superslots Terrible Smashers, altra band nata come nel caso degli Showbiz dalle ceneri dei Bidons, sembra una produzione da multinazionale. Il suono della band salernitana è sempre più intrisa di vibrazioni australiane, secondo i canoni di band come Celibate Rifles o Eastern Dark: chitarra e basso tesi e granitici, una tastiera che affiora a volte come un rigurgito acido dall’oltretomba e una voce leggermente metallica per quattro pezzi che in studio mi sembrano un po’ in catene ma che dal vivo sono pronti a sferrare le unghiate che qui promettono da oltre la gabbia.  

I Babyscreamers mettono invece sul piatto da dessert un paio di pezzi dal loro album di esordio, che ha già qualche annetto sulle spalle. Il terzetto di Ancona spiattella un punk che è deriva del motorik urbano dei Suicide e di quello industriale dei Ministry. Di là la bambina strilla. Ma potrebbe benissimo essere la vicina.

Sempre la Araghost mette su vinile le uniche, pare, registrazioni dei Madcaps di Recanati che nella metà degli anni Ottanta aprivano per Miracle Workers. Tre rovinosi e psicotici pezzi catturati dal vivo e una pepita registrata in studio senza il basso dello Zio Pelle sono l’unica testimonianza di questa formazione che suona a rotta di collo, scivolando lungo una striscia di asfalto che si snoda tra guardrail di punk, psychobilly e garage come se non ci fosse domani. Che infatti non ci fu.

Wasted Pido è invece lo pseudonimo dietro cui si nasconde Enrico Stocco degli Hormonas e dei John Woo. Con l’aiuto sporadico di amici o di una drum machine Enrico porta avanti ormai da dieci anni buoni il suo progetto di musica roots riportando country e blues nei luoghi a loro cari, abolendo le viste sui grattacieli che ne hanno insipidito lo stile. Rock N Roll Nurse è una ballata annegata in un effluvio di chitarra steel, mentre Skinny Woman è il live degli Yardbirds con Sonny Boy Williamson, ridotto a tre minuti.

Rieccomi a casa, finalmente. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

MODERN STUDIES – Swell to Great (Fire)  

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La ristampa in tempi ravvicinatissimi rispetto alla sua prima uscita su etichetta Song, by Toad è propedeutica al nuovo, secondo album, della band scozzese che uscirà per la Fire nel 2018 ed esce a ridosso dell’inverno, stagione perfetta per le canzoni dei Modern Studies dove pare precipitare una neve carica di fuliggine che si raccoglie un attimo prima di sciogliersi su un feltro non dissimile da quello dei cappelli piovosi di Cohen. Le musiche dei Modern Studies si poggiano placide e sommesse, spinte dal leggerissimo sibilo dell’harmonium di Emily Scott e passeggiano coi piedi avvolti in pesanti calze di lana, spesso in slow-motion come i maratoneti di Momenti di gloria o come negli spiritual dei primi Spain.

Ogni tanto passano vicino a una cassetta delle lettere e sembrano esitare. Poi preferiscono godersi il dubbio di una qualche bramata risposta invece che la conferma di un devastante silenzio. E la sorpassano senza fermarsi.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ADAM WHITE/BARNEY ALES – MOTOWN · Il sound della giovane America (L’Ippocampo)  

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Fiamme. Lingue di fiamme rosse e gialle che divorano una città.

Con questa immagine a colori per niente romantica si apre MOTOWN, il libro-capolavoro di Adam White che racconta la storia della prima grande industria di musica messa su da un uomo di colore.

Sono le fiamme che annunciano l’inizio di una delle più grandi sommosse razziali della storia d’America, quelle che avvolgono come un preludio d’Inferno una inconsapevole Detroit quella notte del 23 Luglio del 1967.

L’incipit ci introduce immediatamente nel clima rovente di quegli anni. Gli anni in cui il progresso industriale ed economico di una nazione fa a pugni col progresso civile e l’integrazione razziale è ancora un sentiero che attraversa in salita tutti gli stati d’America. Gli anni in cui il riscatto della popolazione nera passa attraverso piccole clamorose azioni come quella di Rosa Parks fino alla consapevolezza politica di Martin Luther King. Ma passa anche attraverso audaci e strategiche operazioni di penetrazione culturale come quella compiuta da Berry Gordy che trasforma dal nulla la città dei motori (all’epoca le industrie automobilistiche della città producono tanto quanto viene prodotto in tutto il resto del mondo, NdLYS) nella città dei successi: Hitsville. Come il grande cartello che Gordy piazza al 2648 del West Ground Boulevard.

Anni di grandissimi successi infatti. E di un’egemonia culturale non inferiore a quella del rock ‘n roll bianco. Tanto che sia i Beatles che gli Stones (e ovviamente tutti gli altri a seguire) metteranno in piedi il loro repertorio pescando dall’una e dall’altra scatola.

Il libro di Adam White li racconta tutti in un libro che vale tanto oro quanto pesa.

E vi assicuro che pesa assai.

L’ippocampo non ha lesinato in carta, pagine e colore. E il risultato è ineccepibile nella forma e nel contenuto. 400 pagine rilegate in grande stile, piene zeppe di foto bellissime, stralci di interviste, aneddoti, racconti, memorie e soprattutto sogni.

Si, il famoso sogno americano. Raggiunto e trasformato in folle, vibrante, plaudente, colossale realtà per milioni di persone di ogni razza e colore.

Grazie Motown, per questi sessanta anni di musica.

Grazie Adam, grazie Barney per averceli fatti riassaporare.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SFERA EBBASTA – Sfera Ebbasta (BHMG/Roccia Music/Universal/Def Jam)  

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I più giovani fra i miei lettori mi chiedono se mi piace Sfera Ebbasta.

E io rispondo “no”. Ma non “no” ebbasta.

Rispondo che no, non mi piace. E che il fatto che non mi piaccia non è da prendere come una condanna al rapper di Cinisello Balsamo. Tutt’altro. Il fatto che non piaccia a chi si affaccia alla soglia dei cinquant’anni ne legittima paradossalmente il messaggio. Il fatto che il “Trap King” si faccia così sfacciatamente portavoce di valori che cozzano con quelli della mia generazione o con quelli che nel ruolo che la ruota della vita ci ha obbligato a vestire (genitori, educatori, insegnanti, ecc.) ci impegniamo a difendere o trasmettere peccando spesso in coerenza ne rinvigorisce la sua forza.

La musica e il messaggio di Sfera sono il prodotto della civiltà contemporanea. Che va oltre l’edonismo dei nostri venti anni, della nostra società del “sono in quanto ho” ma si appropria del territorio esibendo conquiste consumistiche di lusso ed esclusive (il Rolex, i vestiti griffati, le Lamborghini, il Mercedes) moralmente discutibili che certificano uno status di ricchezza non solo raggiunta ma ostentata con spregio, con sfacciataggine estrema. Tutto ciò che era condannabile senza possibilità di appello negli anni Settanta, che veniva messo alla berlina mediatica dagli zoom dei paparazzi negli anni Ottanta e che veniva ritenuto moralmente inaccettabile nel rap militante degli anni Novanta, diventa qui protagonista assoluto.    

È una società parassitaria, sgombra di miti che non siano quelli del possesso egocentrico fine a se stesso, cresciuta come muschio sulle piante che abbiamo innaffiato di più e che evidentemente non erano le stesse per le quali mostravamo, mentendo, di avere più cura. Condannabile nella misura in cui riusciremmo a tirarci fuori dal vortice civettuolo, dal falso perbenismo, dalla nevrosi da sovraesposizione, dal sudicio maschilismo vomitato sulla pagina della Leotta e dal cannibalismo vorace che invece noi stessi alimentiamo nelle vetrine pubbliche fuori e dentro i social network, amputando una parte di noi stessi che preferiamo invece mantenere “periferica”.

La musica di Sfera Ebbasta amplifica, nelle liriche, nell’uso esasperato dell’auto-tune e di stranianti beat esanimi (non c’è uso di campionamenti “consapevoli”, di flash che cerchino ponti emotivi col passato o che cerchino di agganciare in qualche modo la memoria collettiva) quel marciume e si innesta con prepotenza dentro la grande macchina senza fare propaganda politica, rifiutando il buonismo di facciata, rendendo collettivo l’egoismo arrivista più spietato proprio come avviene nei social che, propagandando l’inizio di una nuova era di relazioni sociali, sono invece diventate le cesoie che hanno reciso i deboli fuscelli dei rapporti umani.

Mettendoci di fronte al nostro stesso fallimento, Sfera Ebbasta ci impone di non accettarlo nel novero degli artisti che salveremmo dalle fiamme dell’Inferno.

Perché noi siamo uomini probi e perdoniamo solo Barabba e Jovanotti.

Ebbasta.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SEX CRIME – Sex Crime (Danger)  

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Ricordate i No-Talents? Ok, no.

Erano una band di punk “lo-fi”, come veniva definito una ventina di anni fa il punk sconquassato che veniva pubblicato da etichette come Estrus, Norton, Hate, Demolition Derby o 1+2. Due di loro (Cècilia Meneau e Iwan Lozach) tornano adesso con questa nuova formazione in cui quella radice punk viene immersa in un vasetto di pop sintetico e mongoloide figlio illegittimo dei Devo, elaborando una dozzina di canzoni dal corposo taglio garage-punk guardato attraverso le lenti convesse del synth-pop. L’effetto si avvicina a volte a quella sorta di bubblegum pastoso al confine tra glam e sixties-pop che fu caro a Doctor & the Medics, talaltra a certo sci-fi dei nostri eroi GooGooBombos ma il più delle volte riesce a tenere benissimo la carreggiata lungo un percorso di belle canzonette abbastanza contagiose per reggere oltre che la durata di un disco, anche quella di un concerto.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MAX STÈFANI – In Rock We Trust

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Diceva Max Stèfani, al momento di dar via al suo più recente progetto editoriale, che durante la sua più che trentennale direzione de Il Mucchio gli sono passate davanti più di un milione di persone. Molte di queste erano, ovviamente, non esattamente artisti ma “addetti ai lavori”, ovvero “impiegati” di quel grandissimo indotto che è la musica rock e non solo rock.

Sono loro i principali protagonisti di In Rock We Trust. Un vastissimo esercito di discografici, giornalisti, addetti stampa, gestori di negozi di dischi o di agenzie di booking, produttori, intrattenitori televisivi, organizzatori di concerti, giurati più o meno prestigiosi, speaker radiofonici e personaggi “trasversali” che facevano un po’ tutte quante le cose e anche altre delle quali il buon Stèfani si guarda bene dal raccontare, limitandosi a togliersi qualche sassolino quando si parla di come andarono le cose nella sua rivista. E forse è giusto che sia così.

In Rock We Trust insomma prende in prestito l’assioma usato per definire il circuito shoegaze, ovvero “la scena che celebra se stessa”, praticamente l’esatto opposto di quanto scritto da me su OrcoRock dove denunciavo le malefatte, gli accordi sottobanco, le pressioni, i “canali preferenziali” e quant’altro hanno (e continuano a) inquinare il mercato musicale italiano e che, proprio per questo, mi creò la scomunica dai canali ufficiali del giornalismo musicale e scatenò un domino di porte chiuse in faccia che ancora oggi quando mi rado devo stare usare la stessa attenzione che doveva metterci Joseph Merrick.

Il testo di Max Stèfani del resto non è un libro di denuncia e va preso per quel che è: un almanacco di quanti o una buona parte di quanti hanno fatto della musica il loro lavoro. Non necessariamente la loro passione. Pirati e mercenari. Gente che ha costruito vascelli e bucanieri che ci sono semplicemente saliti sopra. Tutti assieme. Qualche volta allegramente (come nel caso rarissimo di RaiStereoNotte) ma molto più spesso no. Per carità, in moltissimi casi si tratta realmente di nomi che hanno contribuito in maniera per nulla marginale alla diffusione del rock in Italia e davanti ai quali io per primo mi toglierei il cappello, se ne portassi uno. Ma in altri, o spesso nei medesimi casi, si tratta anche di gente che ha spinto quel che non meritava di essere spinto solo per farsi amico il distributore di turno (spesso arruolato nel suo stesso giornale) o per vendere qualche copia in più di quello che lui stesso aveva prodotto o stampato o che in caso contrario sarebbe rimasto a marcire sugli scaffali del suo negozio. O del negozio della moglie. O dell’amico. Amici, nemici, nemici dei nemici, amici degli amici. Insomma, una merda. Che non merita l’ossequioso riguardo che Max Stèfani, da signore qual è, gli concede accennando appena e sempre abbastanza velatamente a qualcuna delle loro malefatte.

I “percorsi di rock in Italia” sono dunque i meno impervi, siccome Stèfani decide di percorrere strade placide dove si può meriggiare pallidi e assorti. È in realtà più un percorso nella memoria personale alla ricerca di quel “milione” di volti incrociati lungo la sua lunghissima attività giornalistica. Che a me che ne conosco qualche centinaio (e mi basta) diverte pure ma sulla cui utilità per quanti sono avidi di conoscere anche i lati scabrosi di chi tiene le mani in pasta sulla cultura più o meno alternativa in Italia potrebbe non bastare. I nomi sono tanti ma ovviamente non tutti (tra le riviste non si fa menzione alcuna di Metallic KO di Claudio Sorge o Fun House di Rosario Ciccarelli ad esempio, così come viene colpevolmente tralasciata Aelle che sdoganò per molti il fenomeno hip-hop in Italia, mentre fra le etichette che hanno “marcato il territorio” andava sicuramente citata la Cyclope di Francesco Virlinzi, NdLYS) in un cammino che procede, per quel che si può, cronologicamente dagli anni Sessanta ai nostri giorni, saltando però a piè pari su una realtà ormai dilagante come quella dei blog e dalle cui fantomatiche redazioni sempre più spesso le riviste di settore suggono nuova linfa per rimpiazzare una emorragia di firme che pare non conoscere arresto. Infine, non avrebbe nuociuto un indice con i nomi citati lungo le 330 pagine per rendere più agevole la ricerca dell’ago giusto dentro il pagliaio. Ma forse questo rende l’avventura più carica di imprevisti, come i tanti refusi del testo che avrebbero meritato una correzione postuma e che invece sono rimasti lì come dei sanpietrini. E dunque benvenuti in questa foresta abitata da poeti e navigatori. E da pochi, pochissimi santi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro