MAX STÈFANI – In Rock We Trust

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Diceva Max Stèfani, al momento di dar via al suo più recente progetto editoriale, che durante la sua più che trentennale direzione de Il Mucchio gli sono passate davanti più di un milione di persone. Molte di queste erano, ovviamente, non esattamente artisti ma “addetti ai lavori”, ovvero “impiegati” di quel grandissimo indotto che è la musica rock e non solo rock.

Sono loro i principali protagonisti di In Rock We Trust. Un vastissimo esercito di discografici, giornalisti, addetti stampa, gestori di negozi di dischi o di agenzie di booking, produttori, intrattenitori televisivi, organizzatori di concerti, giurati più o meno prestigiosi, speaker radiofonici e personaggi “trasversali” che facevano un po’ tutte quante le cose e anche altre delle quali il buon Stèfani si guarda bene dal raccontare, limitandosi a togliersi qualche sassolino quando si parla di come andarono le cose nella sua rivista. E forse è giusto che sia così.

In Rock We Trust insomma prende in prestito l’assioma usato per definire il circuito shoegaze, ovvero “la scena che celebra se stessa”, praticamente l’esatto opposto di quanto scritto da me su OrcoRock dove denunciavo le malefatte, gli accordi sottobanco, le pressioni, i “canali preferenziali” e quant’altro hanno (e continuano a) inquinare il mercato musicale italiano e che, proprio per questo, mi creò la scomunica dai canali ufficiali del giornalismo musicale e scatenò un domino di porte chiuse in faccia che ancora oggi quando mi rado devo stare usare la stessa attenzione che doveva metterci Joseph Merrick.

Il testo di Max Stèfani del resto non è un libro di denuncia e va preso per quel che è: un almanacco di quanti o una buona parte di quanti hanno fatto della musica il loro lavoro. Non necessariamente la loro passione. Pirati e mercenari. Gente che ha costruito vascelli e bucanieri che ci sono semplicemente saliti sopra. Tutti assieme. Qualche volta allegramente (come nel caso rarissimo di RaiStereoNotte) ma molto più spesso no. Per carità, in moltissimi casi si tratta realmente di nomi che hanno contribuito in maniera per nulla marginale alla diffusione del rock in Italia e davanti ai quali io per primo mi toglierei il cappello, se ne portassi uno. Ma in altri, o spesso nei medesimi casi, si tratta anche di gente che ha spinto quel che non meritava di essere spinto solo per farsi amico il distributore di turno (spesso arruolato nel suo stesso giornale) o per vendere qualche copia in più di quello che lui stesso aveva prodotto o stampato o che in caso contrario sarebbe rimasto a marcire sugli scaffali del suo negozio. O del negozio della moglie. O dell’amico. Amici, nemici, nemici dei nemici, amici degli amici. Insomma, una merda. Che non merita l’ossequioso riguardo che Max Stèfani, da signore qual è, gli concede accennando appena e sempre abbastanza velatamente a qualcuna delle loro malefatte.

I “percorsi di rock in Italia” sono dunque i meno impervi, siccome Stèfani decide di percorrere strade placide dove si può meriggiare pallidi e assorti. E’ in realtà più un percorso nella memoria personale alla ricerca di quel “milione” di volti incrociati lungo la sua lunghissima attività giornalistica. Che a me che ne conosco qualche centinaio (e mi basta) diverte pure ma sulla cui utilità per quanti sono avidi di conoscere anche i lati scabrosi di chi tiene le mani in pasta sulla cultura più o meno alternativa in Italia potrebbe non bastare. I nomi sono tanti ma ovviamente non tutti (tra le riviste non si fa menzione alcuna di Metallic KO di Claudio Sorge o Fun House di Rosario Ciccarelli ad esempio, così come viene colpevolmente tralasciata Aelle che sdoganò per molti il fenomeno hip-hop in Italia, mentre fra le etichette che hanno “marcato il territorio” andava sicuramente citata la Cyclope di Francesco Virlinzi, NdLYS) in un cammino che procede, per quel che si può, cronologicamente dagli anni Sessanta ai nostri giorni, saltando però a piè pari su una realtà ormai dilagante come quella dei blog e dalle cui fantomatiche redazioni sempre più spesso le riviste di settore suggono nuova linfa per rimpiazzare una emorragia di firme che pare non conoscere arresto. Infine, non avrebbe nuociuto un indice con i nomi citati lungo le 330 pagine per rendere più agevole la ricerca dell’ago giusto dentro il pagliaio. Ma forse questo rende l’avventura più carica di imprevisti, come i tanti refusi del testo che avrebbero meritato una correzione postuma e che invece sono rimasti lì come dei sanpietrini. E dunque benvenuti in questa foresta abitata da poeti e navigatori. E da pochi, pochissimi santi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RUDI PROTRUDI – The Fuzztone (FanPro)  

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L’ultima volta che lo intervistai, due anni fa, Rudi Protrudi mi confessò di essere in dirittura di arrivo per la pubblicazione della sua biografia. Un lavoro che, tra un tour, una vacanza e qualche rara sortita in studio lo ha tenuto impegnato per ben quindici anni, avendoci messo mano per la prima volta nel lontano 2002. Ovvero, più o meno, da quando la storia dei Fuzztones si è lentamente trasformata in una eterna, perpetua celebrazione del proprio passato con decine di ristampe, raccolte, cofanetti, pubblicazioni di memorabilia, rarità, concerti, dischi tributo e di cui questa biografia spalmata su due volumi formato 20×30 rappresenta per adesso l’ultimo tassello.

Un’operazione mastodontica.

Ma del resto Protrudi ha attraversato indenne cinquanta anni di sesso e rock ‘n roll, ha scopato e suonato con così tanta gente che io non riuscirei neppure a tenerne il conto col pallottoliere e invece lui ricorda date, orari, situazioni con una precisione sorprendente. Invidiabile dunque non solo per averle fatte, le orge con le Pandoras o i concerti con Esquirita, con i Dead Boys, con i Pretty Things, con Lydia Lunch e cento altri ma anche per averne ancora un ricordo così vivido, nonostante in un paio di passi del libro Rudi si dichiari poco contento del livello di fosforo del suo cervello. Dunque dentro The Fuzztone potrete saziare ogni curiosità riguardante la più longeva e conosciuta garage-band del mondo e il loro incontrastato leader, anche la più pruriginosa. Dalla prima masturbazione alla strumentazione usata per quel capolavoro che rimane Lysergic Emanations passando per il difficile rapporto col padre, i viaggi “formativi” a New Orleans, gli intrighi sessuali e sentimentali di ogni componente della band, gli sputi, le legnate, gli scazzi, le umiliazioni, i trionfi, le carognate, i raggiri, il mai risolto odio di Tim Warren nei loro confronti e la loro irriverente antipatia verso i Cramps, i cameo televisivi, gli incontri fortuiti o programmati con i loro eroi, la passione per i “mostri” degli anni Cinquanta, le richieste di reunion sovvenzionate dalla mafia siciliana, i tour cancellati dagli attacchi di diarrea, le esperienze di magia bianca, l’omosessualità usata come trucco per evitare la “chiamata” dello Zio Sam, il sentimento di inadeguatezza che invade i Fuzztones nel dopo-Lysergic Emanations. Di tutto e di più, insomma. Tirando nel mucchio genitori, parenti, compagni di scuola, groupies, autisti, discografici, promoter, ballerine di burlesque, negozianti di dischi, trafficanti di bootleg, spacciatori, roadies, nazi-skin, conduttori televisivi, rivali e compari, maestri, emuli, animali domestici, fan devoti e voltagabbana. Tutti. Con la spietatezza e il cinismo che ben si sposano al Rudi Protrudi così come credevamo di conoscerlo. E che dunque, conoscevamo, pur senza avere contezza di ogni dettaglio della sua vita, qui sviscerato con particolare, esagerata insistenza sui risvolti sessuali di ogni faccenda, toccando l’argomento mediamente in un paragrafo su due ed esibendo tutto l’orgoglio di ribattezzare la band come la Paisley Pussy Posse. Che insomma…ci si sente quasi in colpa ad aver eletto i Fuzztones a gruppo della propria vita pensando che l’unica cosa interessasse loro fosse scoparti la ragazza. Ma questo erano, sono, i Fuzztones.

Recuperando memorie personali, interventi e ricordi di amici, colleghi, rivali, giornalisti, locandine, copertine di riviste, flyer, foto e quant’altro, Rudi Protrudi rivela dunque al mondo ogni retroscena della sua vita votata al Culto del Fuzz con l’approccio ormai a tutti noto di un ego smisurato che rivendica la paternità, anche lessicale, su un sacco di cose, in un crescendo di esaltazione personale che culmina nell’epilogo conclusivo dove viene stilata la lista delle band che hanno aperto “per” loro. Finendo per fare di questa biografia un’agiografia.

Al di là del suo taglio però The Fuzztone era un’opera necessaria, per onorare la band che più di qualunque altra, lo si voglia prendere per un complimento oppure no poco importa, ha contribuito a diffondere la febbre del garage-punk anche in territori dove forse non avrebbe mai dilagato ed è riuscita a coagulare attorno a sé un’enorme massa di appassionati provenienti anche da sottoculture profondamente diverse. Incrostando la tavolozza del rock ‘n roll da oltre trentacinque anni.    

E veniamo ai due CD allegati gratuitamente a corredo dei due volumi: nel primo caso si tratta di un’ottima riedizione del concerto all’Electric Banana di Pittsburgh del Febbraio dell’85 già pubblicato dalla Sin Records e dalla Cleopatra e che fareste bene a procurarvi in un modo o nell’altro, mentre nell’altro caso si tratta di una esecrabile raccolta di registrazioni di fortuna  alcune delle quali tranciate, altre del tutto inascoltabili, che vedono coinvolto Protrudi in veste di autore, musicista, guest-star, prim’attore o praticante.  Del tutto trascurabile, ma considerando che non viene chiesto un Euro in più, prendetelo come un compendio audio alle vicende narrate in queste quattrocento pagine.

Che è molto probabile rimarranno scritte in inglese, siccome la proposta di traduzione inviata a quelle che dovrebbero essere le più ricettive case editrici italiane, da Goodfellas a Vololibero, è rimasta priva di alcuna risposta dimostrando come l’amore per l’Italia citato diverse volte da Rudi lungo questa biografia in realtà non sia del tutto un amore ricambiato. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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WOVENHAND – Star Treatment (Glitterhouse)  

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Era da un sacco di tempo che non riascoltavo un disco di rock gotico. Intendo uno di quelli che stazionano da circa trent’anni sui miei scaffali: Sisters of Mercy, Fields of the Nephilim, Killing Joke, The Mission. Insomma, avete capito quali. Oggi mi capita di ascoltarne uno senza averlo messo in conto. Di WovenHand avevo seguito i primi anni di carriera, quelli con cui David Eugene Edwards si era presentato come amanuense del folk col suo calamaio di inchiostro nero nero. Poi i suoi promozionali non erano più arrivati e io mi sono scordato di chiederli. E, si sa come vanno queste cose…tocca a te farti sentire/non sarò certo io a fare il primo passo/chi non sente nostalgia di te non ti merita e tutte quelle boiate che adesso trovate in formato blister di saggezza sui vari social…insomma, io e Dee ci siamo persi per qualche anno. Alla fine, sono andato io a cercarlo. È stato nel Dicembre del 2016. Ho scoperto che ha fatto un disco ogni due anni, l’uomo del Colorado più svizzero di ogni altro uomo del Colorado. Questo Star Treatment è l’ultimo della serie. Lo ritrovo con in mano lo stesso calamaio di inchiostro nero come il corvo di quindici anni fa. Eppure le impronte lasciate sui libri sono in qualche modo diverse, tanto che pare spesso (soprattutto nella prima metà del lavoro) di avere fra le mani proprio uno di quei tomi di cui vi accennavo in apertura.

Insomma, a volersene scampare dall’Apocalisse sembra non ci sia modo.

O voglia.

O bisogno.  

Che loro sono sui destrieri e viaggiano veloci.

E noi faremmo cosa saggia ad ambientarci in tempo, come in effetti stiamo già facendo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ROLLING STONES – Blue & Lonesome (Polydor)  

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La copertina è di quelle buone per i dischi da edicola, da mettere a fianco agli espositori delle Mentos® con analoga linguaccia, messe sul mercato proprio a ridosso dell’uscita di Blue & Lonesome, ventitreesimo (e probabilmente ultimo) album dei Rolling Stones che, troppo annoiati per scrivere qualche nuova canzone, decidono di affidarsi ai più banali dei blues da birreria per tirarne su la scaletta.

Un disco in cui le emozioni stanno a zero, abbattute da un semplice compitino in classe. Un po’ come chiedere la certificazione di conformità al proprio elettricista di fiducia, e metterla in carpetta. Un disco dove si suona il blues e lo si suona benissimo. “Il ritorno alle radici”, diranno in tanti (lo hanno già detto, prima di avere il disco sul piatto, pregustando l’odore di salsa di pomodoro misto a legna che esce dal forno mentre preparano la loro pizza margherita), ma solo presunto. Perché laddove i primi dischi degli Stones, quelli in cui gli esercizi erano fatti sul medesimo ciclostile, tuonavano di urgenza e praticantato giovanile e avevano lo scopo di educare i loro coetanei alla forza primitiva e selvaggia della musica nera, Blue & Lonesome per forza di cose non ha nulla di tutto ciò. Di dischi così nei cinquanta anni che lo separano dagli altri ne sono passati a tonnellate. Di canzoni così si è riempita la radio, la tivù, la rete e scendendo sul personale, anche qualcos’altro.

Nessun ritorno alle radici quindi. Solo un disco da regalare a quell’amico che ama B.B. King ed Eric Clapton (ah…a proposito, è anche lui qui dentro guarda caso) e non disdegna Zucchero.

Magari di canna, che è più grezzo.

Il che fa molto blues. Non è così?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GRONGE – Gli Anni 90 (Again)  

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Gli anni 90.

Gli anni del “grunge”.

Ma anche, in un piccolo micro-universo parallelo, gli anni dei “Gronge”. Almeno per una porzione di essi.

Non erano i primi (la stessa etichetta romana aveva approntato una miracolosa raccolta de”Gli anni 80” esattamente un anno fa, NdLYS) e non saranno gli ultimi, che la formazione capitolina tornerà a far arricciare il naso dopo una pausa durata tanto a lungo che più nessuno si sarebbe ricordato di aprire l’agenda.

Quelli raccontati qui dentro sono invece i Gronge che sono rimasti nella memoria collettiva. Non certo in quella popolare, tuttavia. Sono gli anni di dischi come VotaGronge, A Claudio Villa e Teknopunkabaret. Piccoli gironi infernali dove l’Italia piccola e grande, quella nazional-popolare e quella nascosta dietro le sbarre dei penitenziari, dentro i centri sociali o dentro le case per malati di mente viene frullata in un compattatore assieme a scarti di plastica, vetro, metallo. Lo avrebbero fatto ancora, più avanti, toccando altri mostri sacri come Giovanni Lindo Ferretti, i Cugini di Campagna, la De Filippi. Siamo ai confini del cyber-punk, in uno strano e straniante ibrido fra industrial e hip-hop post-Matrix. Un laboratorio musicale dove nastri, campionamenti, rumori, si accatastano uno sull’altro.  

La musica dei Gronge è un imbuto “techno”logico che tutto inghiotte e risputa dopo aver attuato un rapido processo di destrutturazione dove si fondono ironia, sarcasmo, anarchia, iconoclastia punk, irriverenza e denuncia sociale.           

Alle diciotto tracce che costituivano il peso netto di quelle tre fondamentali uscite, l’edizione in doppio CD de Gli Anni 90 aggiunge delle tracce live rubate a (Ciò che invece rimase fuori), ovvero il documento audio del concerto alla Facoltà di Lettere de La Sapienza in quello che fu il caldo inverno della Pantera, la Prigioniero dell’ormai introvabile Hokahey! in cui band come Not Moving, Fratelli di Soledad, Kina, Bisca99Posse, Ariadigolpe e Yo Yo Mundi mostravano il loro abbraccio ai detenuti pellirossa ostaggi della grande Mamma Amerika e una versione altrimenti inedita di Ultimo giorno di squola.  

Così, tanto per gradire un aperitivo al veleno.                                

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PINK FLOYD – The Early Years Box Set 1965-1972 (Legacy)                                        

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Se siete dei fanatici dei Pink Floyd, quest’anno il vostro Venerdì Nero sarà più nero del solito. Vi si chiede qualcosa come un milione delle vecchie lire per assicurarvi un cofanetto di praline rosa della premiata confetteria Floyd. Se siete abbastanza caparbi lo troverete ad appena 335 Euro, però. Che mi pare una cifra che qualunque italiano medio (quello che vedete sfilare in piazza accanto ai suoi simili a macchia di leopardo o in fila agli uffici di collocamento e alle poste per ritirare il sussidio di disoccupazione) può permettersi.

Ne vale la pena? Ovviamente no, se per un attimo attingiamo alla scorta di raziocinio che l’esaltazione collezionistica tende ad obnubilare.

Sono 25 ore in compagnia dei Pink Floyd dei primi anni.

Quelli dell’epoca Barrettiana e quella immediatamente successiva.

Una compagnia eccellente, ma con tariffe da escort.

Rarità, pubblicazioni in studio e dal vivo in parte inedite, in parte no, bellissimi filmati d’epoca, colonne sonore, ambientazioni, un centinaio di foto tra cui molte mai viste, poster, cartoline. In formato audio e in formato video (molti dei quali difettosi, come si trattasse di roba comprata a pochi spiccioli dal vucumprà di Porta Portese), che le cose ci piace anche vederle, oltre che sentirle. E non solo quando si parla di donne. Roba che finirà presto, seppur tritata, su Youtube e che verrà presto oscurata. Non dalle nuvole, stavolta.

Tutto curatissimo come si conviene ad un’operazione simile, stipato dentro un cofanetto (funereo più che elegante, di un’essenzialità un po’ anonima ed egocentrica) simile a una scatola della Nike™ che vi obbligherà a dedicargli un intero scaffale della vostra discoteca casalinga e a farvi saltare la rata del mutuo (in realtà si tratta della riproduzione stilizzata del furgone utilizzato dai Tea Set, la primissima incarnazione della band, NdLYS). 

Io non ho ancora finito di ascoltarlo, ne’ tantomeno di guardarlo.

Che i Pink Floyd impongono dei doveri, certo. Ma pure la famiglia ne impone. E così il lavoro e la ricerca di esso.

Ma se proprio non avete un cazzo da fare e amate Gilmour più di vostro padre, dedicategli pure il tempo, la passione, il denaro che continua a chiedervi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SUN RA AND HIS ARKESTRA – At Inter-Media Arts (Modern Harmonic)

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Mille copie in doppio CD, mille in triplo vinile.

E’ uno dei due “regali” della Sundazed per il Black Friday del 2016 (in realtà disponibile in download già da un anno, NdLYS).

E’ il Sun Ra del 9 Novembre 1991, quello già colpito dalle malattie terrene nonostante la sua corazza interstellare e che lesina le sue apparizioni sui palchi, affidando la sua Arkestra alle mani amorevoli di John Gilmore.

E’ il Sun Ra che fa rientro sul pianeta, anche a livello umano. Dopo aver abbandonato la città, la famiglia e gli affetti, andrà a trovare la sorella a Birmingham, dove morirà appena due anni dopo questo show registrato negli studi della WNYC di New York con la stessa “arkestra” di quello destinato a restare il suo ultimo album in studio, registrato a Milano nei primi giorni d’estate del 1990. Il suono è ormai lontano dalle spietate forme spaziali dell’epoca newyorkese finendo per abbracciare una sorta di jazz universale che parte dal suono delle big band di Duke Ellington fino al free jazz ineducato di Coleman, Ayler e Coltrane.  

Il disco è ovviamente un’uscita per fanatici, quindi perfettamente sensata per il pubblico folle che cerca (senza riuscirci probabilmente, vista la mole industriale di dischi pubblicati) di seguire i mille rivoli di una discografia folle quanto la mente che l’ha prodotta, ma è anche un modo come un altro per approcciarsi al mondo del Sun Ra, partendo da terre meno impervie di quelle che vi capiterà di attraversare se vorrete proseguire l’avventuroso percorso.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE EXCITEMENTS – Breaking the Rule (Penniman)  

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Ad intervalli più o meno regolari gli spagnoli Excitements ci porgono l’invito a partecipare al loro soul party. E noi accettiamo, stuzzicati dal fatto che la compagnia e le canzoni che allieteranno la serata, saranno sempre all’altezza delle aspettative.

Breaking the Rule, terzo disco della formazione, non tradisce le attese. Come per il disco precedente, il repertorio è ormai quasi del tutto autoctono anche se,  un po’ come succede per i dischi della compianta Sharon Jones, lo scarto dai classicissimi della soul music è talmente sottile che ogni singolo pezzo può essere scambiato per un inedito di Ike & Tina Turner o delle sorelle Franklin.

R ‘n B scattante come il cammello delle Ikettes (Everything Is Better Since You’ve Gone, Four Loves, Did I Let You Down) e soul potenti trascinati dai fiati come fossimo dentro i dischi di Otis Redding o Sam & Dave (The Mojo Train, Wild Dog, Take It Back, Hold On Togheter). 

Stile e radici. E due gambe che sembrano scolpite nell’ebano per ricordarci che i peccati della carne ci regalano il paradiso in terra, negandoci l’altro.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FRANCESCO DI BELLA – Nuova Gianturco (La Canzonetta)  

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Quella che si staglia alle spalle di Francesco Di Bella sembra la skyline di una metropoli americana. Potrebbe essere la Nuova York dei servizi di Ruggero Orlando oppure Chicago. O Los Angeles.

Invece no, quelli che si vedono sono i denti che si stagliano contro il cielo dal centro direzionale della “nuova Gianturco”, uno dei possibili mondi di Napoli. Progettato dall’urbanista Kenzō Tange nel 1982 e completato una dozzina di anni dopo, mette in bella mostra le carie delle più grosse fauci dei predatori industriali italiani. Dall’Enel alla Telecom, dall’Olivetti al Banco di Napoli, dall’ENI al Tribunale di Napoli, dalla Polizia alla Chiesa di San Carlo Borromeo, ogni potere industriale, commerciale, temporale, giuridico, spirituale che rende schiava l’Italia ha lì il suo trionfo di vetro e cemento, il suo trono, la sua scultura, la sua cattedrale.

A Gianturco però, al n.101 della via principale del quartiere da cui prende nome, c’è il centro sociale Officina 99. L’officina in cui la storia viene fatta anche da quelli che la storia la fanno senza dover esibire per forza una torre che  raschia il culo al cielo di Napoli.

Francesco Di Bella, voce storica dei 24 Grana, ha scelto la Nuova Gianturco per il suo nuovo pasto eucaristico. E l’ha messa in copertina, anche adesso che non abita più in quella Via Gluck del Sud. Perché si è napoletani per sempre e mai solo per qualche stagione.

È una immagine che, mutatis mutandis, non può non ricordare la famosa linea metropolitana architettata da Edoardo Bennato per la sua tesi di laurea e poi scelta dal suo autore come immagine di copertina su Io che non sono l’imperatore. Trasmette un senso di appartenenza e di straniamento che sono opposti in direzione ma uguali in intensità. Che sono le sensazioni che si respirano in Nuova Gianturco, un disco che è parte-nopeo e parte, no. Pervaso da quel fatalismo malinconico che è un po’ cifra stilistica della città ma senza abusarne dei clichè, grazie soprattutto ai suoni vaporosi costruiti dal vecchio amico Sinigallia attorno alle sue fragili linee di chitarra, rispolverando per l’occasione gli umori dei 24 Grana di Ghostwriters e tornando, dopo l’esperimento acustico di Ballads Cafè, ad una dimensione piacevolmente onirica.

Come un pallone aerostatico caricato ad elio, la musica di Nuova Gianturco solca il grigio cemento di tutte le periferie, da Quarto Oggiaro a Scampia.        

 

                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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GREG ‘STACKHOUSE’ PREVOST – Universal Vagrant (Mean Disposition)  

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Identica formazione del Mississippi Murderer di tre anni fa per il nuovo lavoro di Mr. Stackhouse. Analoghi (ovvero eccellenti) i risultati. L’approccio al blues del musicista di Rochester è ancora una volta passionale ma, nonostante la sua natura ruspante, per nulla calligrafico e formale.

Greg Prevost raccoglie una zolla di terra del Mississippi e la modella come argilla adattandola ad un repertorio che sconfina fuori dalle aree di stretta pertinenza blues ma che di catrame blues è impregnato. Del resto la storia artistica di Greg non può ignorare personaggi come Arthur Lee, David Johansen, Keith Richards, Johnny Thunders, e altri piccoli e grandi eroi imprescindibili del folk-rock, del Motor-city sound, del punk americano battezzati anch’essi con le acque del “Giordano” del blues. Cosicchè quando Greg lancia la sua tela di ragno, anche loro ne vengono imprigionati.   

Lontano dal blues inanimato da birreria Universal Vagrant, pur abusando degli stereotipi del genere (chitarre slide, armonica e giri “convenzionali”), riesce a mantenere viva quell’attitudine rock ‘n roll stradaiola sfoggiata dai Chesterfield Kings di Berlin Wall of Sound, come ben dimostrano un paio di episodi autografi come Hayseed Riot e Shot of Rock & Roll o la cover di Moanin’ the Blues, dall’unico singolo di Allen Shaw registrato nel Settembre del 1934 e ad evocare il rock retrò dei sempre poco lodati Black Crowes e dei Primal Scream di Give Out But Don’t Give Up (ascoltare per credere una bellissima per quanto ovvia Lord Shine a Light on Me inzuppata nel caffè macchiato del gospel sudista).     

In attesa che l’America torni “grande di nuovo” e che ci si prepari a pagarne il prezzo, Universal Vagrant ci ricorda che a farne le spese sono stati sempre quelli che non avevano nulla per cui combattere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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