KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD – Polygondwanaland (Beast)  

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Eredi fuori tempo massimo del flusso prog degli anni Settanta, King Gizzard & The Lizard Wizard sono una macchina iperproduttiva in grado di far impallidire i norvegesi Motorpsycho. Reso disponibile in download gratuito prima di trovare decine di pubblicazioni ufficiali in tutte le terre emerse (quella che ha io è in vinile limitata a 500 copie numerate ed edita dalla benemerita Beast Records) Polygondwadaland è il quarto di cinque album previsti per il 2017. Dentro ci sono dieci canzoni dentro cui può succedere di imbattersi in tutto, da rassicuranti e placide aperture bucoliche come quella che intitola il disco, bellissima perla per chitarre acustiche, basso pigolante e flauti a meccanici cigolii freak degni di Lothar and The Hand People come Horology, da folli suite dall’incedere sinistro come The Fourth Colour e Crumbling Castle a carmine burana sintetiche come Loyalty in un’atmosfera complessiva più pacata e finanche più parsimoniosa del solito.  

C’è dentro, come già rivelato dall’abominevole ragione sociale adottata dal gruppo, questo insano gusto per lo spettacolo ampolloso e per i ritmi da tesi in calcolo ingegneristico che è paragonabile a quello di band come Yes, Emerson, Lake & Palmer, King Crimson. Roba che odiammo quando eravamo disgustati dal rock che usciva dal college per infilarsi in accademia e dentro cui adesso parcheggiamo agevolmente affidando al custode le chiavi della nostra utilitaria, credendola un’astronave. Roba che ripudiammo allora che credevamo di non avere bisogno di alcun rifugio che non fosse quello del caos delle strade e che invece adesso che le strade si son fatte perigliose, torniamo a desiderare come accogliente invito a immaginare un mondo diverso da quello che si agita dietro le nostre finestre.

E che per convenzione, questa volta, chiameremo Polygondwadaland.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SHOWBIZ – Do the Rock ‘n’ Roll (Tongue) / AA. VV. – Invasione Monobanda #1/#2 (Dead Music) / THE SUPERSLOTS TERRIBLE SMASHERS – 4 Dummies (Area Pirata/Tongue) / BABYSCREAMERS – Un pour le garçon, un pour la fille (Araghost)/ THE MADCAPS – The Madcaps Live & Studio 1984-87 (Araghost) / WASTED PIDO – Home Sick Blues (Babuino/Dead Music)

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Mentre ero in vacanza il lavoro si è accumulato sulla mia scrivania. E si è accumulato in forma di disco, più o meno nella stessa quantità in cui il cestino del mio notebook ha ammonticchiato una bella sequenza di link per scaricare roba che forse non avrò mai l’occasione di ascoltare.

Do the Rock ‘n’ Roll è un EP di quattro pezzi firmato Showbiz, band che raccoglie cocci di formazioni come Bidons e Wild Weekend. La copertina fotografa perfettamente lo spirito di un classico vinile da mangiadischi, per ravvivare una festa un po’ moscia un po’ come facevano i Dr. Feelgood quando giravano per i pub inglesi o le New York Dolls quando assalivano i locali dove gli americani sbadigliavano ascoltando la musica dei Carpenters. Riportando disordine dove regnava la convenzione del gusto borghese.   

Le Invasioni Monobanda sono invece, in analogo formato, dei piccoli “sampler” con cui la Dead Music dà possibilità ad alcune one-man band che probabilmente verranno ricacciati nelle fogne con la stessa facilità con cui ne sono usciti, di lasciare una traccia, una piccola caccola di merda rock ‘n’ roll. Blues laido, vomiti country, rockabillly trash, clisteri stoogesiani, liquami garage punk vi verranno riversati addosso come se foste lì a svuotare le pattumiere di una casa di degenza. Roba sporchissima ed immonda, trinciato forte di rock ‘n’ roll trucido e tutto l’alito cattivo che ne consegue. Ratti sovraeccitati invadono il paese.   

Al confronto il nuovo singolo dei Superslots Terrible Smashers, altra band nata come nel caso degli Showbiz dalle ceneri dei Bidons, sembra una produzione da multinazionale. Il suono della band salernitana è sempre più intrisa di vibrazioni australiane, secondo i canoni di band come Celibate Rifles o Eastern Dark: chitarra e basso tesi e granitici, una tastiera che affiora a volte come un rigurgito acido dall’oltretomba e una voce leggermente metallica per quattro pezzi che in studio mi sembrano un po’ in catene ma che dal vivo sono pronti a sferrare le unghiate che qui promettono da oltre la gabbia.  

I Babyscreamers mettono invece sul piatto da dessert un paio di pezzi dal loro album di esordio, che ha già qualche annetto sulle spalle. Il terzetto di Ancona spiattella un punk che è deriva del motorik urbano dei Suicide e di quello industriale dei Ministry. Di là la bambina strilla. Ma potrebbe benissimo essere la vicina.

Sempre la Araghost mette su vinile le uniche, pare, registrazioni dei Madcaps di Recanati che nella metà degli anni Ottanta aprivano per Miracle Workers. Tre rovinosi e psicotici pezzi catturati dal vivo e una pepita registrata in studio senza il basso dello Zio Pelle sono l’unica testimonianza di questa formazione che suona a rotta di collo, scivolando lungo una striscia di asfalto che si snoda tra guardrail di punk, psychobilly e garage come se non ci fosse domani. Che infatti non ci fu.

Wasted Pido è invece lo pseudonimo dietro cui si nasconde Enrico Stocco degli Hormonas e dei John Woo. Con l’aiuto sporadico di amici o di una drum machine Enrico porta avanti ormai da dieci anni buoni il suo progetto di musica roots riportando country e blues nei luoghi a loro cari, abolendo le viste sui grattacieli che ne hanno insipidito lo stile. Rock N Roll Nurse è una ballata annegata in un effluvio di chitarra steel, mentre Skinny Woman è il live degli Yardbirds con Sonny Boy Williamson, ridotto a tre minuti.

Rieccomi a casa, finalmente. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

MAGNOLIA CABOOSE BABYSHIT – Magick3 (Araghost)  

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Avete mai messo piede in un pantano? Fango e melma che si attaccano alle suole come enormi ventose mentre affondate in una pozzanghera di acqua placida. Ecco, i Magnolia Caboose Babyshit affondano nel pantano dove pisciava Jeffrey Lee Pierce quando aveva il suo bourbon da smaltire. Affondano e vi trascinano giù con loro. Lì, prima e dopo di lui, continua a lavarsi i panni Chris D., l’uomo cannibale del roots-rock californiano. La musica del combo marchigiano è scabrosa al pari di quella delle band che Pierce e Desjardins guidavano negli anni Ottanta. Con le chitarre che sferragliano e fendono l’aria come la mannaia del triste mietitore e il basso che rantola feroce e spavaldo come di chi non vuole morire. Neppure quando ha l’acqua alla gola.

Man mano che arrivano pezzi come 777, Magicabus!, Hikikomori Sun e Bent l’acqua diventa via via più vorticosa, mesmerica. Fino al finale tellurico di Meat for Maggots dove l’elettricità delle chitarre si spegne in un risucchio vorace e avido di carne.

Riemergiamo tumefatti, percossi dall’odio.

Pronti per infilarci di nuovo nel pantano dove bevono i lupi.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE TELESCOPES – Stone Tape (Yard Press)  

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Lo spunto è interessante: oggetti inanimati che assorbono energia dal mondo circostante e la rilasciano sotto forma di vibrazioni, quando le condizioni lo consentono e queste particelle energetiche sono opportunamente stimolate da un contatto paranormale. È la teoria formulata da Thomas Charles Lethbridge nel 1961 cui si ispira questo nuovo lavoro dei Telescopes, il secondo per questo 2017 (anche se in realtà è il solo Stephen Lawrie a scrivere, suonare e produrre il tutto, NdLYS) e che si sposa perfettamente con l’universo sonoro della band inglese.

Stone Tape lascia impronte sulla neve dopo che la sferzante tempesta di As Lights Return si è placata, probabilmente interrotta da un evento ancora più atroce, ancora più devastante ed imprevisto. Il passo della sua mezza dozzina di tracce è macilento e greve, ma deciso e implacabile. Un avanzare sinistro e carico di un silenzio assordante, come quello dei bruti a nord della barriera di Grande Inverno. Il sole evocato dal primo titolo proietta lunghe ombre velvettiane mentre The Speaking Stones sembra il ronzio amplificato di qualche aracnide gigante e raccapricciante.

I Telescopes che guardavano le stelle sembrano essere diventati dei microscopi che allargano a dismisura lo sguardo sulla vita dei microorganismi, la spiano e ce ne trasmettono, amplificata, la sua incredibile, vorace lotta per la sopravvivenza.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE FUZILLIS – Grind a Go Go Volume 1 (Folc)  

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Succede che alla fine di una settimana pesante come le tavole delle leggi hai voglia di divertirti.

Succede che non te ne fotte un cazzo delle news, vere o fake che siano. Che tutto quello che ti serve sono il latrato di un sax, degli scioglilingua demenziali quanto quelli di Little Richard, delle pentatoniche che non vogliono nemmeno arrischiarsi ad aggiungere una nota che non sia oltre l’essenziale, di canzoni spiritate sull’alcol, sulla fica, sugli atolli, sui dinosauri, sugli agenti segreti, sui mostri marini, sulle galline che chiocciano e mentre camminano cacano uova e peti infischiandosene del mondo intero, proprio come te.

Succede che ti vengono in aiuto i Fuzillis, il loro frat-rock lercio e divertentissimo, le loro canzoni dementi e surreali.

Succede che ti trovi a ballare il twist e, quando sfinito ti ritrovi in orizzontale, ti giri sulla schiena e muovi le gambe come un bacherozzo. Finchè non ti resta un solo grammo di proteine da bruciare, un’unica bava di saliva a scivolarti dalla bocca, un ultimo retrattile movimento per riportare l’erezione allo stato di quiete, un ultimo soffio che ti permetta di maledire la nuova settimana che sta per cominciare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE PRIMEVALS – Dislocation (Triple Wide)  

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Nel novero delle band più sottovalutate della storia, i Primevals si contendono il podio con i Savages di Barrence Whitfield. Entrambe le band sono sopravvissute con grandissima dignità all’inesorabile passare del tempo, senza mai tradire le ispirazioni iniziali ma senza mai uscire dallo stato di culto cui sono state relegate. E forse è meglio così.

Dislocation celebra 35 anni di carriera per la formazione scozzese e, nonostante l’orrida copertina, è il miglior album dei Primevals da molto tempo a questa parte. Un disco robusto, vigoroso, che sposta i confini dello swamp-blues dei Gun Club e del desert-rock dei Died Pretty fin nelle remote terre a Nord della Gran Bretagna. E lo fa senza sforzo apparente, con risultati eccelsi, infilando in corsa canzoni come Slow Drip, Fever Zone, Cuckoo Clock, Chocolate and LSD, The Heebie Walk, Pleasures Past come se fossero le uscite di una improbabile autostrada che collega il Mojave, l’Arizona e Perth a Glasgow.

Ancora una volta, date una chance ai Primevals.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

pUTAN cLUB – Filles de mai (Toten Schwan)  

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Il pUTAN cLUB, ovvero l’indomabile François-Régis Cambuzat e la salentina Gianna Greco, si sgancia da Lydia Lunch e, venendo meno a quanto dichiarato con forza anni fa, decide (finalmente) di mettere su supporto fonografico la musica che porta in giro per l’Europa da ormai venti anni buoni. Quali che siano le ragioni che hanno portato i due artisti a “scendere a patti” col diavolo discografico non sono ancora chiare, ma personalmente non posso che rallegrarmene.

Immagino non sarà lo stesso per chi mi vive accanto, siccome la musica del pUTAN cLUB è quanto di meno commestibile possa oggi essere sistemato su un piatto a meno che non abbiate già dimestichezza con la selvaggina noise e le acciaierie industriali. Musica intransigente ed oltraggiosa, quella del pUTAN cLUB, crossover nel senso più puro del termine. Musica che stritola con la forza di una pressa d’acciaio decenni di rumorismo devastante, snidandolo dalle sue tane e costringendolo ad affrontare nemici dissimili per etnia ma vicini per impeto furioso.

Dentro le macchine del duo italo-francese convivono swamp-blues, noise, techno e musica industriale, rendendo possibile un riaggiornamento del tribalismo licantropo di band come Pussy Galore, Chrome Cranks e dei primi White Zombie ma anche le nenie valpurgiche dei Virgin Prunes e dei Birthday Party.

Il pUTAN cLUB spara ogni volta che passa un borghese. Spara ogni volta che passa un bigotto. Spara ogni volta che passa un politico. Spara ogni volta che passa un diplomatico. Spara ogni volta che passa un soldato. Spara ogni volta che passa un colletto bianco.

Attenti a scansarvi, se sopra le vostre teste avete una qualsiasi bandiera.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

U2 – Songs of Experience (Interscope)  

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Gli ultimi dinosauri viventi.

Gli unici ad essere rimasti fedeli a quel branco messo insieme quaranta anni fa. Più fedeli di quanto lo siano stati molti dei loro ascoltatori storici, spesso disorientati da produzioni discontinue oppure infastiditi, addirittura offesi da repentine rivoluzioni stilistiche disattese e mal digerite. Più fortunati di tanti altri branchi decimati dal tempo, dagli eccessi, dalla malasorte.

Songs of Experience arriva dopo la dovuta genuflessione ai piedi dell’albero di Giosuè, ennesimo omaggio alla memoria. Lo supera e procede verso il futuro. Che non è più il “futuro futuribile” dei dischi degli anni Novanta. Ma è un futuro tormentato, un futuro che si porta addosso tutto il peso del passato che lo ha preceduto, proprio come nei canti di William Blake cui il nuovo album, come il precedente, si ispira. Un futuro poco ottimista. Un futuro avvelenato. Un futuro da cui non è lecito attendere nulla di buono. Un futuro che se ti ci vuoi tuffare dentro e non restare deluso, devi farlo spogliandoti da ogni aspettativa. Così come devi fare quando ti avvicini ad un disco degli U2 a meno che tu non appartenga alla categoria adesso più diffusa che è quella della grande truppa dei detrattori “per partito preso” (i giornalisti stellati a guidare l’armata e sotto di loro l’uomo comune, quello che ha già dei gusti terribili di suo, però trova un piacere al palato quando vomita parole di odio e disaffezione contro una star a caso, purché non sia sua mamma), quelli che sono scontenti sempre tranne quando fanno la coda al botteghino per sentire l’ennesima scaletta in fin di vita di qualche gruppo ormai morto.

E fin qui sembrerebbe che io abbia sguainato la spada per difendere i lord irlandesi, come se fossi il loro cavaliere. Ma non è così. Perché anche ad aspettative azzerate il contenuto del loro nuovo album scivola via senza lasciare solchi profondi sulla pelle nonostante il tentativo di rispolverare, riaggornandone l’aroma, i tanti cliché e trucchi già adoperati lungo la loro lunghissima storia (Red Flag Day, The Showman, The Little Things That Give You Away, Love Is All We Have Left, You’re the Best Thing About Me, Landlady) pur di far breccia in un muro che in realtà è già dilaniato da anni e che rischia pure di crollargli addosso. Si tratta insomma di un rock ammansito e non più in grado di rigenerarsi se non prendendo a morsi se stesso. Rimettere sul piatto un loro disco è un po’ come il rito dell’albero di Natale. Lo piazzi nel salone, lo addobbi, lo accendi. E poi lo sposti nell’angolo perché in fondo ti interessa di più guardare la tv a schermo intero.   

    

Franco “Lys” Dimauro

 

PETER PERRETT – How the West Was Won (Domino)            

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Vieni qui Peter, fatti abbracciare.

Dove sei stato? Perché sei andato via senza dire un cazzo di niente a nessuno?

E questi sono i tuoi figli, Peter? Che ragazzoni che si sono fatti!

Ti trovo bene, anzi benissimo.

Sai che mentre non c’eri è passata una tua canzone in tv? Così tante volte che qualcuno ha finalmente comprato quel disco. E lo so che avrebbe dovuto farlo molto tempo prima, ma lo sai com’è fatta la gente, no?

Sai che invece adesso la tua nuova etichetta ha mandato assieme al disco una bella cartella stampa per spiegare ai giornalisti chi sei, cos’hai fatto, quello che hai scritto? Sai che l’hanno usata per scrivere del tuo nuovo disco un po’ dappertutto? Sai che continuano a paragonarti a Lou Reed, nonostante tutto?

E tu, invece?

Hai ripreso la chitarra?

Hai risolto quei problemi alla voce?

E quegli altri di cui si diceva in giro?

Non importa. Siediti e fammi sentire le tue nuove canzoni.

Sai che mi piacciono? Le trovo eleganti, le trovo confidenziali.  

E sai che sono felice di non averle dovute consumare in fretta, come tutti, di non averle dovute umiliare con una sveltina, solo per scriverne nei tempi previsti, nei modi previsti, in maniera prevedibile?  

Mi hanno fatto compagnia per mesi. Hanno rispettato i miei tempi e io ho rispettato il tempo che loro meritano. Hanno assecondato i miei sbalzi di umore e io ho trovato rifugio nei tuoi, come si dovrebbe da buoni amici.

Sai che sono canzoni che sembrano essere state lì da sempre, che aspettavano solo tu le raccogliessi da qualche cassetto, da qualche pattumiera, da qualche piega di quel letto dove forse sei stato per anni bruciando in polvere quegli spiccioli di diritti d’autore che meritavi?

Sai che sembrano davvero piovute da un altro pianeta?

Quindi ci sei andato alla fine?

Non importa. Vieni qui, fatti abbracciare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MESSER CHUPS – Taste the Blood of Guitaracula (MuSick)  

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Fanno dischi, dischi belli, da venti anni. Vengono dalla Russia, ma è solo un dettaglio. Per quanto ne so potrebbero venire dalle Hawaii o da Marte. O, perché no, dall’Italia, che di band simili ne ha sfornate da anni a decine e di bravissime.  

Con un piede sulla tavola da surf e un altro sulla rampa di un missile spaziale, i Messer Chups ci deliziano ancora una volta con una serie di numeri in cui il riverbero e il tremolo della “guitaracula” la fa da padrona.

Mille i richiami a strumentali anni Cinquanta e Sessanta. Mille riflussi di una conoscenza ancestrale alimentata dai ricordi rimossi di qualche telefilm, qualche cartone, qualche musica da film, qualche disco di papà che ora risalgono la china della nostra memoria, stimolate da una melodia, da un riff, da un accordo twangy, da una intera sequenza anche se ben camuffata, come quella spettacolare della storica Popcorn degli Hot Butter.

La ricerca e la cura del dettaglio sono quasi maniacali, come è buona norma in dischi del genere. Mettetevi comodi, indossate i vostri occhiali 3D e le vostre cuffie stereoscopiche e preparatevi ad un viaggio fantastico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro