MAGNOLIA CABOOSE BABYSHIT – Magick3 (Araghost)  

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Avete mai messo piede in un pantano? Fango e melma che si attaccano alle suole come enormi ventose mentre affondate in una pozzanghera di acqua placida. Ecco, i Magnolia Caboose Babyshit affondano nel pantano dove pisciava Jeffrey Lee Pierce quando aveva il suo bourbon da smaltire. Affondano e vi trascinano giù con loro. Lì, prima e dopo di lui, continua a lavarsi i panni Chris D., l’uomo cannibale del roots-rock californiano. La musica del combo marchigiano è scabrosa al pari di quella delle band che Pierce e Desjardins guidavano negli anni Ottanta. Con le chitarre che sferragliano e fendono l’aria come la mannaia del triste mietitore e il basso che rantola feroce e spavaldo come di chi non vuole morire. Neppure quando ha l’acqua alla gola.

Man mano che arrivano pezzi come 777, Magicabus!, Hikikomori Sun e Bent l’acqua diventa via via più vorticosa, mesmerica. Fino al finale tellurico di Meat for Maggots dove l’elettricità delle chitarre si spegne in un risucchio vorace e avido di carne.

Riemergiamo tumefatti, percossi dall’odio.

Pronti per infilarci di nuovo nel pantano dove bevono i lupi.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE TELESCOPES – Stone Tape (Yard Press)  

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Lo spunto è interessante: oggetti inanimati che assorbono energia dal mondo circostante e la rilasciano sotto forma di vibrazioni, quando le condizioni lo consentono e queste particelle energetiche sono opportunamente stimolate da un contatto paranormale. È la teoria formulata da Thomas Charles Lethbridge nel 1961 cui si ispira questo nuovo lavoro dei Telescopes, il secondo per questo 2017 (anche se in realtà è il solo Stephen Lawrie a scrivere, suonare e produrre il tutto, NdLYS) e che si sposa perfettamente con l’universo sonoro della band inglese.

Stone Tape lascia impronte sulla neve dopo che la sferzante tempesta di As Lights Return si è placata, probabilmente interrotta da un evento ancora più atroce, ancora più devastante ed imprevisto. Il passo della sua mezza dozzina di tracce è macilento e greve, ma deciso e implacabile. Un avanzare sinistro e carico di un silenzio assordante, come quello dei bruti a nord della barriera di Grande Inverno. Il sole evocato dal primo titolo proietta lunghe ombre velvettiane mentre The Speaking Stones sembra il ronzio amplificato di qualche aracnide gigante e raccapricciante.

I Telescopes che guardavano le stelle sembrano essere diventati dei microscopi che allargano a dismisura lo sguardo sulla vita dei microorganismi, la spiano e ce ne trasmettono, amplificata, la sua incredibile, vorace lotta per la sopravvivenza.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE FUZILLIS – Grind a Go Go Volume 1 (Folc)  

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Succede che alla fine di una settimana pesante come le tavole delle leggi hai voglia di divertirti.

Succede che non te ne fotte un cazzo delle news, vere o fake che siano. Che tutto quello che ti serve sono il latrato di un sax, degli scioglilingua demenziali quanto quelli di Little Richard, delle pentatoniche che non vogliono nemmeno arrischiarsi ad aggiungere una nota che non sia oltre l’essenziale, di canzoni spiritate sull’alcol, sulla fica, sugli atolli, sui dinosauri, sugli agenti segreti, sui mostri marini, sulle galline che chiocciano e mentre camminano cacano uova e peti infischiandosene del mondo intero, proprio come te.

Succede che ti vengono in aiuto i Fuzillis, il loro frat-rock lercio e divertentissimo, le loro canzoni dementi e surreali.

Succede che ti trovi a ballare il twist e, quando sfinito ti ritrovi in orizzontale, ti giri sulla schiena e muovi le gambe come un bacherozzo. Finchè non ti resta un solo grammo di proteine da bruciare, un’unica bava di saliva a scivolarti dalla bocca, un ultimo retrattile movimento per riportare l’erezione allo stato di quiete, un ultimo soffio che ti permetta di maledire la nuova settimana che sta per cominciare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE PRIMEVALS – Dislocation (Triple Wide)  

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Nel novero delle band più sottovalutate della storia, i Primevals si contendono il podio con i Savages di Barrence Whitfield. Entrambe le band sono sopravvissute con grandissima dignità all’inesorabile passare del tempo, senza mai tradire le ispirazioni iniziali ma senza mai uscire dallo stato di culto cui sono state relegate. E forse è meglio così.

Dislocation celebra 35 anni di carriera per la formazione scozzese e, nonostante l’orrida copertina, è il miglior album dei Primevals da molto tempo a questa parte. Un disco robusto, vigoroso, che sposta i confini dello swamp-blues dei Gun Club e del desert-rock dei Died Pretty fin nelle remote terre a Nord della Gran Bretagna. E lo fa senza sforzo apparente, con risultati eccelsi, infilando in corsa canzoni come Slow Drip, Fever Zone, Cuckoo Clock, Chocolate and LSD, The Heebie Walk, Pleasures Past come se fossero le uscite di una improbabile autostrada che collega il Mojave, l’Arizona e Perth a Glasgow.

Ancora una volta, date una chance ai Primevals.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

pUTAN cLUB – Filles de mai (Toten Schwan)  

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Il pUTAN cLUB, ovvero l’indomabile François-Régis Cambuzat e la salentina Gianna Greco, si sgancia da Lydia Lunch e, venendo meno a quanto dichiarato con forza anni fa, decide (finalmente) di mettere su supporto fonografico la musica che porta in giro per l’Europa da ormai venti anni buoni. Quali che siano le ragioni che hanno portato i due artisti a “scendere a patti” col diavolo discografico non sono ancora chiare, ma personalmente non posso che rallegrarmene.

Immagino non sarà lo stesso per chi mi vive accanto, siccome la musica del pUTAN cLUB è quanto di meno commestibile possa oggi essere sistemato su un piatto a meno che non abbiate già dimestichezza con la selvaggina noise e le acciaierie industriali. Musica intransigente ed oltraggiosa, quella del pUTAN cLUB, crossover nel senso più puro del termine. Musica che stritola con la forza di una pressa d’acciaio decenni di rumorismo devastante, snidandolo dalle sue tane e costringendolo ad affrontare nemici dissimili per etnia ma vicini per impeto furioso.

Dentro le macchine del duo italo-francese convivono swamp-blues, noise, techno e musica industriale, rendendo possibile un riaggiornamento del tribalismo licantropo di band come Pussy Galore, Chrome Cranks e dei primi White Zombie ma anche le nenie valpurgiche dei Virgin Prunes e dei Birthday Party.

Il pUTAN cLUB spara ogni volta che passa un borghese. Spara ogni volta che passa un bigotto. Spara ogni volta che passa un politico. Spara ogni volta che passa un diplomatico. Spara ogni volta che passa un soldato. Spara ogni volta che passa un colletto bianco.

Attenti a scansarvi, se sopra le vostre teste avete una qualsiasi bandiera.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

U2 – Songs of Experience (Interscope)  

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Gli ultimi dinosauri viventi.

Gli unici ad essere rimasti fedeli a quel branco messo insieme quaranta anni fa. Più fedeli di quanto lo siano stati molti dei loro ascoltatori storici, spesso disorientati da produzioni discontinue oppure infastiditi, addirittura offesi da repentine rivoluzioni stilistiche disattese e mal digerite. Più fortunati di tanti altri branchi decimati dal tempo, dagli eccessi, dalla malasorte.

Songs of Experience arriva dopo la dovuta genuflessione ai piedi dell’albero di Giosuè, ennesimo omaggio alla memoria. Lo supera e procede verso il futuro. Che non è più il “futuro futuribile” dei dischi degli anni Novanta. Ma è un futuro tormentato, un futuro che si porta addosso tutto il peso del passato che lo ha preceduto, proprio come nei canti di William Blake cui il nuovo album, come il precedente, si ispira. Un futuro poco ottimista. Un futuro avvelenato. Un futuro da cui non è lecito attendere nulla di buono. Un futuro che se ti ci vuoi tuffare dentro e non restare deluso, devi farlo spogliandoti da ogni aspettativa. Così come devi fare quando ti avvicini ad un disco degli U2 a meno che tu non appartenga alla categoria adesso più diffusa che è quella della grande truppa dei detrattori “per partito preso” (i giornalisti stellati a guidare l’armata e sotto di loro l’uomo comune, quello che ha già dei gusti terribili di suo, però trova un piacere al palato quando vomita parole di odio e disaffezione contro una star a caso, purché non sia sua mamma), quelli che sono scontenti sempre tranne quando fanno la coda al botteghino per sentire l’ennesima scaletta in fin di vita di qualche gruppo ormai morto.

E fin qui sembrerebbe che io abbia sguainato la spada per difendere i lord irlandesi, come se fossi il loro cavaliere. Ma non è così. Perché anche ad aspettative azzerate il contenuto del loro nuovo album scivola via senza lasciare solchi profondi sulla pelle nonostante il tentativo di rispolverare, riaggornandone l’aroma, i tanti cliché e trucchi già adoperati lungo la loro lunghissima storia (Red Flag Day, The Showman, The Little Things That Give You Away, Love Is All We Have Left, You’re the Best Thing About Me, Landlady) pur di far breccia in un muro che in realtà è già dilaniato da anni e che rischia pure di crollargli addosso. Si tratta insomma di un rock ammansito e non più in grado di rigenerarsi se non prendendo a morsi se stesso. Rimettere sul piatto un loro disco è un po’ come il rito dell’albero di Natale. Lo piazzi nel salone, lo addobbi, lo accendi. E poi lo sposti nell’angolo perché in fondo ti interessa di più guardare la tv a schermo intero.   

    

Franco “Lys” Dimauro

 

PETER PERRETT – How the West Was Won (Domino)            

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Vieni qui Peter, fatti abbracciare.

Dove sei stato? Perché sei andato via senza dire un cazzo di niente a nessuno?

E questi sono i tuoi figli, Peter? Che ragazzoni che si sono fatti!

Ti trovo bene, anzi benissimo.

Sai che mentre non c’eri è passata una tua canzone in tv? Così tante volte che qualcuno ha finalmente comprato quel disco. E lo so che avrebbe dovuto farlo molto tempo prima, ma lo sai com’è fatta la gente, no?

Sai che invece adesso la tua nuova etichetta ha mandato assieme al disco una bella cartella stampa per spiegare ai giornalisti chi sei, cos’hai fatto, quello che hai scritto? Sai che l’hanno usata per scrivere del tuo nuovo disco un po’ dappertutto? Sai che continuano a paragonarti a Lou Reed, nonostante tutto?

E tu, invece?

Hai ripreso la chitarra?

Hai risolto quei problemi alla voce?

E quegli altri di cui si diceva in giro?

Non importa. Siediti e fammi sentire le tue nuove canzoni.

Sai che mi piacciono? Le trovo eleganti, le trovo confidenziali.  

E sai che sono felice di non averle dovute consumare in fretta, come tutti, di non averle dovute umiliare con una sveltina, solo per scriverne nei tempi previsti, nei modi previsti, in maniera prevedibile?  

Mi hanno fatto compagnia per mesi. Hanno rispettato i miei tempi e io ho rispettato il tempo che loro meritano. Hanno assecondato i miei sbalzi di umore e io ho trovato rifugio nei tuoi, come si dovrebbe da buoni amici.

Sai che sono canzoni che sembrano essere state lì da sempre, che aspettavano solo tu le raccogliessi da qualche cassetto, da qualche pattumiera, da qualche piega di quel letto dove forse sei stato per anni bruciando in polvere quegli spiccioli di diritti d’autore che meritavi?

Sai che sembrano davvero piovute da un altro pianeta?

Quindi ci sei andato alla fine?

Non importa. Vieni qui, fatti abbracciare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MESSER CHUPS – Taste the Blood of Guitaracula (MuSick)  

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Fanno dischi, dischi belli, da venti anni. Vengono dalla Russia, ma è solo un dettaglio. Per quanto ne so potrebbero venire dalle Hawaii o da Marte. O, perché no, dall’Italia, che di band simili ne ha sfornate da anni a decine e di bravissime.  

Con un piede sulla tavola da surf e un altro sulla rampa di un missile spaziale, i Messer Chups ci deliziano ancora una volta con una serie di numeri in cui il riverbero e il tremolo della “guitaracula” la fa da padrona.

Mille i richiami a strumentali anni Cinquanta e Sessanta. Mille riflussi di una conoscenza ancestrale alimentata dai ricordi rimossi di qualche telefilm, qualche cartone, qualche musica da film, qualche disco di papà che ora risalgono la china della nostra memoria, stimolate da una melodia, da un riff, da un accordo twangy, da una intera sequenza anche se ben camuffata, come quella spettacolare della storica Popcorn degli Hot Butter.

La ricerca e la cura del dettaglio sono quasi maniacali, come è buona norma in dischi del genere. Mettetevi comodi, indossate i vostri occhiali 3D e le vostre cuffie stereoscopiche e preparatevi ad un viaggio fantastico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

WIDE HIPS 69 – The Gang Bang Theory (Area Pirata)  

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Non so se Lorena, Cristina e Daniela sanno squirtare, ma a me piace immaginare di si. E lo so, lo so bene, che questa intro è immoralmente sessista. Ma davvero non riesco a immaginare il rock ‘n roll privo di allusioni sessuali, a pensarlo mondo come un culetto di bimbo. Poi, mentre passa un disco come quello dei Wide Hips 69, a cosa vorresti pensare? Al pio bove? A son tre giorni che non piove? Il loro rock ‘n roll è infarcito di perversioni sessuali quanto i camerini dove le star che poi vanno a sfilare sul red carpet si cimentano nell’arte del “fammi sanguinare. E non dal cuore”.

Le tre ragazze di Teramo, cui si è aggiunto adesso Gabriele (paradossalmente: il loro punto G), sanno far chiasso come pochi e lo dimostrano ancora una volta con questa loro nuova Teoria della Gang Bang, che da quella del Big Bang si discosta solo apparentemente, perché tanto entrambe finiscono per generare l’assioma dei buchi neri. Per giungere alle loro conclusioni, passano in rassegna quanto ne sanno, e ne sanno, sul rock ‘n roll più impudico e più impreciso che ci sia, con chiarissime ascendenze garage (deliziosa la citazione di Cry dei Malibus nascosta sotto You’re Not Mine) e devianze assortite, come il soul-punk alla Detroit Cobras di Want You, il Motor-City sound alla Destroy All Monster di Eat My Shit.

È una teoria che a me piace. E la sostengo, non potendo sostenere altro di chi l’ha teorizzata.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PLAN 9 – A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) (autoproduzione)

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Alla fine dei Plan 9 si sono dimenticati tutti. Wikipedia, Discogs, Allmusic, discografici, ascoltatori, critici, musicisti. Spotify non lo considero neppure. Insomma, proprio tutti.

Gli ultimi venti anni della storia del gruppo di Rhode Island sono anni vissuti ai margini, con una formazione che si è disgregata pezzo dopo pezzo, fino a ridursi ad un terzetto costituito dalla solita coppia Stumpo/DeMarco e dal bassista Albert Iannuccilli più qualche batterista occasionale.

A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) viene rilasciato pertanto esclusivamente in download con la speranza di racimolare qualche dollaro per permetterne una pubblicazione su supporto fisico. Dubito che ci riusciranno, anche se io ho fatto la mia parte. Così come non so come andrà la competizione lanciata dalla Run Out Groove per ristampare il loro classicissimo Keep Your Cool and Read the Rules, lanciata più o meno nello stesso periodo.

A Tonic of Puffer Fish raccoglie registrazioni risalenti al quinquennio 2003/2007, con line-up diverse così come altalenanti sono i risultati delle diciassette tracce, ovviamente non tutte all’altezza del mito.

E però.

E però ci sono dentro cose come Pentagon Chamagne Room, Nice Things for Colored, la All Weather Gear condotta dalla voce di Deb, Axe the Navigator, Missile, Another Wizard che valgono ancora più di un ascolto. E complessivamente valgono molto di più dei cinque dollari che i Plan 9 vi chiedono per scaricarvele sul vostro bell’hard disk pieno di foto di compleanni e filmetti illegali.

Fateci un pensierino. E, se ne avete tempo e voglia, aggiornate le pagine di tutti quei siti senza i quali tre/quarti di recensori non saprebbero che cazzo scrivere.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro