WIDE HIPS 69 – The Gang Bang Theory (Area Pirata)  

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Non so se Lorena, Cristina e Daniela sanno squirtare, ma a me piace immaginare di si. E lo so, lo so bene, che questa intro è immoralmente sessista. Ma davvero non riesco a immaginare il rock ‘n’ roll privo di allusioni sessuali, a pensarlo mondo come un culetto di bimbo. Poi, mentre passa un disco come quello dei Wide Hips 69, a cosa vorresti pensare? Al pio bove? A son tre giorni che non piove? Il loro rock ‘n’ roll è infarcito di perversioni sessuali quanto i camerini dove le star che poi vanno a sfilare sul red carpet si cimentano nell’arte del “fammi sanguinare. E non dal cuore”.

Le tre ragazze di Teramo, cui si è aggiunto adesso Gabriele (paradossalmente: il loro punto G), sanno far chiasso come pochi e lo dimostrano ancora una volta con questa loro nuova Teoria della Gang Bang, che da quella del Big Bang si discosta solo apparentemente, perché tanto entrambe finiscono per generare l’assioma dei buchi neri. Per giungere alle loro conclusioni, passano in rassegna quanto ne sanno, e ne sanno, sul rock ‘n’ roll più impudico e più impreciso che ci sia, con chiarissime ascendenze garage (deliziosa la citazione di Cry dei Malibus nascosta sotto You’re Not Mine) e devianze assortite, come il soul-punk alla Detroit Cobras di Want You, il Motor-City sound alla Destroy All Monster di Eat My Shit.

È una teoria che a me piace. E la sostengo, non potendo sostenere altro di chi l’ha teorizzata.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PLAN 9 – A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) (autoproduzione)

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Alla fine dei Plan 9 si sono dimenticati tutti. Wikipedia, Discogs, Allmusic, discografici, ascoltatori, critici, musicisti. Spotify non lo considero neppure. Insomma, proprio tutti.

Gli ultimi venti anni della storia del gruppo di Rhode Island sono anni vissuti ai margini, con una formazione che si è disgregata pezzo dopo pezzo, fino a ridursi ad un terzetto costituito dalla solita coppia Stumpo/DeMarco e dal bassista Albert Iannuccilli più qualche batterista occasionale.

A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) viene rilasciato pertanto esclusivamente in download con la speranza di racimolare qualche dollaro per permetterne una pubblicazione su supporto fisico. Dubito che ci riusciranno, anche se io ho fatto la mia parte. Così come non so come andrà la competizione lanciata dalla Run Out Groove per ristampare il loro classicissimo Keep Your Cool and Read the Rules, lanciata più o meno nello stesso periodo.

A Tonic of Puffer Fish raccoglie registrazioni risalenti al quinquennio 2003/2007, con line-up diverse così come altalenanti sono i risultati delle diciassette tracce, ovviamente non tutte all’altezza del mito.

E però.

E però ci sono dentro cose come Pentagon Chamagne Room, Nice Things for Colored, la All Weather Gear condotta dalla voce di Deb, Axe the Navigator, Missile, Another Wizard che valgono ancora più di un ascolto. E complessivamente valgono molto di più dei cinque dollari che i Plan 9 vi chiedono per scaricarvele sul vostro bell’hard disk pieno di foto di compleanni e filmetti illegali.

Fateci un pensierino. E, se ne avete tempo e voglia, aggiornate le pagine di tutti quei siti senza i quali tre/quarti di recensori non saprebbero che cazzo scrivere.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

DROOGS – Young Gun (Plug ‘n Socket)  

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Chi uscirà a comprare il nuovo disco dei Droogs?

Probabilmente in pochissimi. Ancora meno di quei pochi che hanno saputo della sua pubblicazione. Perché i Droogs erano già una band di “basso profilo” quando erano in piena attività, figurarsi ora che pubblicano un disco dopo venti e passa anni dall’ultimo, anche se in formazione storica (Ric Albin, Roger Clay, Dave Provost – negli ultimi anni impegnato anche a fianco di Shelley Ganz nella nuova reincarnazione degli Unclaimed – , più il produttore/batterista Dave Klein). Cosa vengono a raccontarci dopo così tanto tempo? Ci raccontano di un rock ‘n roll che ama stare fuori dal recinto delle mode ovvero dal perimetro che ti garantisce successo, soldi immediati e un buon piano pensione, traguardo al quale peraltro i musicisti della band californiana credo siano ormai vicinissimi. Motivo per il quale il titolo del loro nuovo disco sembra particolarmente inappropriato. Un rock ‘n roll cui non interessa di invecchiare perché, diciamolo, è già nato vecchio. E quindi può sbattersene altamente le palle.

Ma al di là di questo, Young Gun è un disco che funziona. E funziona proprio perché lo sforzo di sembrare giovane rimane limitato alla scelta del titolo. Dentro invece ci sono i Droogs di sempre, quelli eternamente sospesi in una bolla temporale che ogni tanto scende a rimbalzare su qualche decennio e poi torna in alto senza lasciarsi intrappolare, canzoni fatte di quel suono robusto e sincero del quale sai che puoi fidarti, un po’ come accadeva nei dischi di Tom Petty o di Elliott Murphy.

Dischi su cui puoi poggiare la testa, oltre che la testina. Anche se siete, come me, delle teste di cazzo. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GLI ULTIMI – Tre volte dieci (Hellnation)  

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Da buon feticista il pacco, con data di spedizione 19/12/2017, l’ho conservato.

Perché ho scoperto proprio il giorno in cui mi è stato consegnato che Hellnation, ultimo baluardo della musica punk della capitale, ha chiuso la sua saracinesca pochissimi giorni dopo, a venti anni dalla sua apertura in Via Nomentana 113, negli stessi locali che furono quartier generale della Banda Bonnot.

Conoscendo Roberto da almeno metà dei miei anni so che non starà con le mani in mano ma è un conforto che non placa la malinconia per un’altra fetta di orgoglio DIY che va via, assieme a una bella fetta della nostra vita. L’ultimo pacco di promo inviatomi da Roberto ha dunque un che di commovente. Un pacco inviato senza chiedere nulla in cambio. Un pacco che è più un attestato di stima. Un pacco che è musica per la musica, nulla di più. Inviato da uno che mi stimava quando non ero nessuno e che mi stima ancora adesso che continuo ad essere nessuno. Esattamente così.

Senza chiedere “ma per dove lo recenzisci?” (con la zeta, come fa qualcuno). Senza chiedere “ma per cosa ti serve?” ed evitando così la mia risposta più comune a questa domanda: “per pulirmici il culo”. Salvando lui e me dall’infamia del “voto di scambio”.  

Lì dentro, tra gli ultimi, ci sono proprio Gli Ultimi. Con il loro disco uscito a Maggio. Un altro disco di real-punk. Ovvero il lato disordinato delle vite che invece siamo obbligati ad ordinare in qualche modo per sopravvivere alle tagliole della vita quotidiana. Il punk vissuto fra stadio, precariato, centri storici trasformati nelle nuove periferie, famiglie che cercano di resistere allo schifo che le circonda alzando un piccolo fortino di resistenza affettiva, bar dove scolarsi una birra alzando il boccale a qualsiasi cosa, purché sia vera, purché sanguini davvero.

Tre volte dieci celebra la vita, commemora le speranze cadute e brinda a quelle nuove. Lo fa con un disco che è punk nell’anima ma che lavora di fino per rendere quelle canzoni più belle, aggiungendo buon gusto alla credibilità. Cercando di afferrare qualche nuovo desiderio finché il tempo ci concede la forza di correre e di provare ad afferrarlo, prima che l’orologio della vita non ci imponga di dovercene privare.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE VOLCANICS – Oh Crash… (Citadel)  

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Quando si tratta di far ruggire le chitarre, di dar loro quell’”imprinting” tipico del rock australiano, in tutto l’emisfero australe non c’è tecnico migliore di Rob Younger. I Volcanics lo sanno e si affidano a lui ancora una volta per mettere mano al loro quarto disco, che è proprio il disco che vi aspettereste da una band prodotta da Mr. Birdman: chitarre che pestano sul corpo del rock ‘n roll fermandosi sempre un attimo prima di sfigurarlo, distorsioni decise e pastose, un ticchettio di piano che ogni tanto affiora, basso e batteria ben amalgamati e compatti, quasi fusi assieme. Il resto, la scrittura, è merito del quintetto di Perth. Non sempre ineccepibile ma forgiata con l’acciaio delle spade dei padri. Stooges, MC5, New Christs, Makers, Mooney Suzuki, pur sbroccando in qualche coro insipido che ricorda troppo da vicino certo punk buono per i surfisti. Non roba spregevole, sia chiaro, ma manca quel pizzico di torbido che invece farebbe dei loro dischi dei piccoli capolavori.

Quando invece il bilancino pende dal lato più sconcio, Oh Crash… rivela tutte le sue qualità. E sarebbe ora che i Volcanics si facessero immortalare in quel preciso, magnifico momento, limitandosi solo a cambiare smorfia tra un fotogramma e l’altro.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SAINT PHILLIP‘S ESCALATOR – The Derelict Sound (autoproduzione)     

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Mi sono spesso chiesto, nell’ultimo decennio, perché i St. Phillip’s Escalator non siano mai esplosi come fenomeno di massa, alludendo naturalmente a quel “popolo di eletti” che si nutre in maniera abituale di rock ‘n’ roll, lo stesso insomma che ha fatto di nomi come Chesterfield Kings, Hellacopters o Black Lips degli intoccabili della storia del rock e che, presa a campione, spesso non conosce della band di Rochester neppure il nome.

L’ascolto del loro ultimo disco ribadisce questo mio interrogativo aggiungendo l’assoluta certezza che non troverò il loro nome nelle banali classifiche di fine anno che tutti si affretteranno a stilare senza neppure aspettare che passi Santo Stefano. Peccato. Perché ancora una volta i St. Phillip’s Escalator hanno lavorato ad un disco senza rinnegare le loro ispirazioni ma esaltandole e riproiettandole nel nuovo secolo. Con una genuinità palpabile e un’energia coinvolgente.

Il loro “suono derelitto” pasciuto nei pascoli del miglior rock ‘n’ roll degli anni ’60 e ’70 si allarganda in una visione “classica” e globale del rock stradaiolo e suburbano passando per la California, per Detroit, per New York, per il Texas e per il Northwest e trascinando con se tutto il meglio raccolto per quelle strade, da Alice Cooper ai 13th Floor Elevators, dalle New York Dolls ai Sonics, dagli Hoods ai Mudhoney, dagli Amboy Dukes ai Chesterfield Kings, il cui suono non ha mai smesso di riverberarsi dentro le loro canzoni. Che stavolta, a differenza dell’avaro disco precedente, sono ben dieci.

E non se ne butta via una.

Anche se alle vostre orecchie ammaestrate dalle riviste di tendenza forse non ne arriverà mai manco mezza.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JOVANOTTI – Oh, vita! (Universal)

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Jovanotti fu, all’epoca delle posse, uno dei bersagli preferiti dalla pattuglia dei primi rapper italiani. Un fenomeno da baraccone costruito da Cecchetto cercando di cavalcare l’onda dell’entusiasmo per i successi di Mc Hammer e Beastie Boys e che usava il rap come semplice esercizio logopedico per curare senza riuscirci la sua esse moscia. Poi però avvenne il miracolo. La esse moscia rimase tale ma Lorenzo Jovanotti cominciò a studiare il mondo. Prima sui libri e poi col passaporto. E quel contenitore vuoto iniziò a riempirsi. Gli stessi che lo avevano spinto in mare gli lanciarono un salvagente e lo fecero salire a bordo. Se lo misero sul palco con loro. Gli strinsero le mani. Sorrisero dello stesso sorriso contagioso che aveva lui. Successe all’incirca nella metà degli anni Novanta, con un singolo intitolato L’ombelico del mondo la cui vertigine percussiva verrà replicata a breve da artisti come Mau Mau e Fratelli di Soledad senza scandalizzare nessuno e con l’album successivo L’albero che sintetizzava già nel titolo questo nuovo bisogno di terra, di radici e di robustezza. Poi, venti anni venti di successi clamorosi, di film ispirati alle sue canzoni, di tormentoni estivi ed invernali che tutti hanno imparato a memoria, esse mosce comprese. Jovanotti che sale sul podio assieme a Vasco Rossi e Ligabue tra gli artisti più amati da chi vuole sentirsi giovane ad ogni costo, che vuole far parte di una tribù moderatamente trasgressiva.

Oh, vita! cerca disperatamente di cortocircuitare la sua carriera riportandola all’essenzialità degli anni immediatamente precedenti a quella svolta con la maturità e l’esperienza personale accumulata invece negli anni successivi, mettendo faccia a faccia gli eroi della giovinezza con quelli dell’età adulta. L’America maccheronica e l’Italia maccherona.

Musicalmente Rick Rubin contro Michael Franti, per sintetizzare. Ci prova e ci riesce, mostrando tutti i limiti della sua scrittura e la banalità sconcertante delle sue rime, abbondando di luoghi comuni, di frasi da Baci® Perugina® e di ottimismo ad ogni costo, mettendo su un disco che piacerà più ai fan di Celentano e di Cutugno che a quelli degli Spearhead, potete starne certi. Un disco vecchio per concezione e per risultati, a cui Rubin (che pure di merda ne ha prodotta assai) ha lavorato con la mano sinistra e Lorenzo, molto presumibilmente, con la destra. Proprio come da ragazzino.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ESCAPE-ISM – Introduction to Escape-ism (Merge)  

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Ci si può divertire con tutto. È concesso. È tollerabile. Forse anche auspicabile. 

Ian Svenonious si è divertito un po’ con tutto, nella sua vita artistica. Dal punk al noise, dalla musica elettronica al gospel, dal garage-trash al funky.

Si è divertito e ci ha fatto divertire. Non sempre, ma in linea di massima abbiamo sopportato il suo pigolio con stoica benevolenza. 

L’ultimo suo diletto pare sia quello di mettere a bollire le sue visioni critiche sul mondo dentro la pentola di musica sintetica dei Suicide. Ma di divertimento, ahimè, ne offre ben poco. Non tanto per la logorante ripetitività e il minimalismo del flusso sonoro che erano già tipiche del duo newyorkese e che pure amammo anche privo di sorrisi ma piuttosto per la seriosa superbia che lo anima.

Ian esegue piccolissimi ricami alla chitarra, distorti e dilatati dagli effetti e canta vicinissimo col muso appoggiato al microfono, in modo che ogni suo sospiro diventi un orgasmo, ogni rantolo un mugugno di piacere. Eppure non sempre questa sensualità prorompente riesce a trasformarsi in qualcosa di veramente erotico e quasi tutte le canzoni del suo disco solista si spengono senza nessuna vera esplosione di piacere e, il più delle volte, senza neppure un vero finale. Tornano semplicemente nel nulla da cui erano venute, abbassando repentinamente il cursore del volume, smorzandosi come se qualcuno avesse soffiato sulle loro candele piezoelettriche.

Incapaci di trovare un qualche compimento. O, molto più semplicemente, affondate dalla loro stessa svogliatezza che è alla fine anche un po’ la nostra.     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE STRANGE FLOWERS – Best Things Are Yet to Come (Area Pirata)  

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Mamma mia quanta roba bella hanno registrato gli Strange Flowers in trent’anni di carriera! Tanta che c’è voluto un doppio CD per raccoglierne qualche badilata. Tanta che anche due CD non sono bastati, ed è molto probabile che il vostro pezzo preferito non ci sia. Però Best Things Are Yet to Come ha una omogeneità paurosa, per essere una raccolta. A dimostrazione che il percorso artistico degli Strange Flowers ha una coerenza ineccepibile.

La musica del gruppo toscano esce, in pieno inverno, vestita di leggeri abiti inglesi. Sfidando il freddo, porta i bambini a vedere il mare. E racconta loro qualche fiaba, soffiandola con grazia dentro la dolce cartilagine delle loro orecchie.

Racconta loro vecchie storie di sottomarini gialli e di cigni bianchi, di pifferai magici, di uomini che possono fare come una tartaruga, tuffarsi fra le onde e pescare perle nel mare per offrirle loro in dono mentre sono seduti sul loro trono di velluto. E ne inventano di nuove. Favole che diventano piccole meraviglie, sogni psichedelici dove piccole e grandi donne sono le protagoniste assolute. Guadano fiumi, si arrampicano su alberi di fragole, rubano arcobaleni. Seguono un bianconiglio che ha ancora fiato per trascinarci in un posto migliore. E che loro, a differenza di noi barbuti misogini, hanno ancora la voglia, il coraggio di rincorrere.  

Best Things Are Yet to Come corona egregiamente non solo la trentennale carriera del gruppo pisano ma celebra ufficialmente la reunion della prima line-up annunciata l’estate scorsa e che ora si può risentire in azione nelle tre versioni inedite di Strange Girl, The Sixth Colour e Goodbye Summer Skies.

Promettono che il meglio deve ancora arrivare. E noi, dopo averli ascoltati, siamo pronti a crederci.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE LA’S – The La’s 1987 (Viper)  

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Dal 1983 al 1990, l’anno in cui finalmente il loro sudatissimo album verrà pubblicato, i La’s sono prigionieri delle manie perfezioniste di Lee Mavers. Le stesse, per capirci, che a cose fatte porteranno allo scioglimento della band una volta che il loro leader si dichiarerà insoddisfatto del risultato finale, nonostante quel loro unico disco venga annoverato ancora oggi da tanti, me compreso, fra i capolavori della musica inglese degli ultimi trent’anni.

Settimane, poi mesi, infine anni interminabili di prove su prove, registrazioni su registrazioni, tentativi su tentativi pur di scovare il segreto di quel suono vintage che Lee ama lasciare evaporare dai solchi dei suoi dischi preferiti, con apparecchiature sempre più obsolete e compagni sempre nuovi da sfruttare fin che la loro riserva di ossigeno ed entusiasmo non si fosse esaurita: Mike Badger, Jim Fearon, Phil Butcher, Bernie Nolan, Tony Russell, Paul Rhodes, John Timson, Barry Walsch, Tony Clarke, Sean Eddleston, James Joyce, Paul Hemmings, John Power, John Byrne, Chris Sharrock, Barry Sutton, Peter Carnell, il fratello Neil. E una lista altrettanto lunga di produttori.

Considerato il divario esorbitante tra la fama del gruppo inglese e il numero di pubblicazioni ufficiali, la discografia dei La’s si è negli anni allungata con una sterminata serie di dischi messi insieme raccogliendo proprio quei provini e aggiungendo session radiofoniche o esibizioni dal vivo. Senza nulla togliere alle pubblicazioni della loro etichetta ufficiale, gli omaggi più sinceri alla storia dei La’s arrivano sempre dalla Viper, minuscola etichetta liverpooliana anch’essa che alle glorie della propria città ha votato l’esistenza. Prime fra tutte ovviamente i La’s, visto che la label è stata fondata e gestita proprio da due ex (Paul Hemmings e Mike Badger) e che dunque ha la possibilità di avere materiale di prima mano, anche se non sempre di prima scelta.

La nuova uscita riguardante la band di Lee Mavers è, come dice il titolo, concentrata sull’anno centrale nella storia del gruppo. Quello della pubblicazione del primo singolo (elogiato da Morrissey sulle colonne di Melody Maker) e della costruzione del repertorio destinato a riempire il loro primo (e unico) album. Sono tre diverse sessions registrate tra Marzo e Maggio incorniciate tra qualche estratto dal vivo precedente e successivo a quelle. Sono piccoli lampi miracolosi, intrecci perfetti di chitarre jingle-jangle e melodie da festa sulla chiatta del Mersey. Roba per completisti ma poi mica tanto, che ovunque ficcasse le mani Lee Mavers a quel tempo sembrava davvero di poter tifare Liverpool come venticinque anni prima.

Per Natale, regalatevi un po’ di aria di primavera quest’anno. Anche se quel venticello leggero portava in presagio venti di burrasca di cui nessuno allora aveva presentimento.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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