NERO KANE – Love in a Dying World (American Primitive)  

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Prima furono i Doggs, ovvero il rumore del pisello di Iggy mentre si scopava le groupie nei camerini del Michigan Palace. Quindi fu la volta di Lust Soul, esordio solista in abiti neri e attillati da Corvo metropolitano. Un gusto gotico che permane anche in questa nuova produzione, cambiandosi però d’abito e infilandosi dentro il miglior gotico americano, che è quello degli spazi aperti, dello spirito che si smarrisce nell’agorafobia delle distese desertiche che sono un balcone di roccia e sabbia aperto sull’anima, delle campagne battute da venti sempre più implacabili.

La musica di Nero Kane è carica di presagi sinistri e armata di una tristezza affilata, di un amore che sta appassendo assieme al mondo che lo accoglie in un ultimo abbraccio e che odora di morte come lui. Nero raccoglie questo amore esanime e lo porta in braccio, senza curarsi di prestargli soccorso. Ne mostra il cadavere e ne rimane sedotto anche quando non respira più, intonando un canto d’amore che è un canto da veglia funebre che impregna tutto il suo disco, abisso nero di amore e morte.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE GOOD, THE BAD AND THE QUEEN – Merrie Land (Studio 13)   

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The Good, the Bad and the Queen hanno fatto un altro disco che fra un paio d’anni non ascolterà più nessuno, forse neppure loro. Un album che si regge sull’attualità del tema (quello della Brexit) e che su quel tema costruisce una musica cinematografica nella quale sembra davvero di vedere l’isola britannica andare alla deriva con tutto il suo carico di anime, come una nave da crociera che ha spento i motori proprio mentre nella sala-teatro si tiene uno spettacolo da circo. Attori, marionette e suonatori sembrano disorientati. Lo show diventa zoppicante, le musiche si ingrigiscono, tutto diventa una baldoria triste, come un disco dei Madness che si inceppa, un carillon fuori fase.

Le canzoni di Merrie Land sono prive di ritornelli, di motivetti da cantare. Galleggiano indossando un Wurlitzer di salvataggio e annegano nella cristalleria evocata dai suoni della marimba, di un oboe, dei flauti. Sono canzoni con la spina nel fianco, drammatiche e goffe come degli Smiths sgonfiati o il Sandinista! stantio di Broadway e Hitsville U.K..  

Come Ribbons e The Poison Tree, naufragio definitivo dei Blur di The Universal e Tender.

L’Inghilterra, orfana più che di Europa di veri capolavori autoctoni, ve lo paragonerà a qualche disco dei Kinks o addirittura dei Beatles. Invece sembra il locale caldaie dello Yellow Submarine invaso dalle alghe.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

MARSHMALLOW OVERCOAT – songs from the motion picture All You Need Is Fuzz (Area Pirata)  

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Che la musica rock si sia stancata da qualche anno di prendere polvere sugli scaffali dei negozi di dischi e si sia spostata tra i ripiani delle librerie e sugli schermi di cinema e tv è un fatto ormai noto. Autobiografie, monografie, saggi, cortometraggi amatoriali e lungometraggi con produzioni da blockbuster hanno interessato (e, visto il trend, continueranno a farlo con frequenza sempre maggiore) trasversalmente TUTTO il settore musicale, da quello di nicchia a quello effimero venuto fuori dai talent sparsi per il mondo, dalle grandi stelle del pop alle più estreme rock ‘n’ roll band della storia. Dai Sonics ai Måneskin, dai Coldplay ai Radio Birdman, dagli Oasis ai Queen, da Lady Gaga ai Virgin Prunes, dai Byrds a Fabrizio De André, da Dylan a J.Ax non c’è una casa editoriale o cinematografica che non investa sul pupillo di turno o un artista che voglia diversificare l’offerta della sua autopromozione. Timothy Gassen è uno che si arrabatta da anni tra libri e documentari per cui non stupisce che anche lui abbia presentato, al 28imo Arizona Film Festival, un vero e proprio film di 90 minuti per raccontare l’universo delle garage-bands, in particolare della sua.

In giro, dice Tim Gassen, da 30 anni (di cui gli ultimi venti però in ibernazione e in ventilazione forzata solo grazie alla sua attività sui social, NdLYS) i Marshmallow Overcoat hanno percorso attivamente la storia del movimento neo-garage in realtà per un solo decennio anche se a Gassen piace far credere che il loro cadavere respiri ancora. Insomma, uno dei casi neanche troppo isolati in cui l’astuzia supera di gran lunga il talento.

Non avendo ancora vista la pellicola non so in che modo Gassen ci racconterà la faccenda.

Però adesso Area Pirata ne pubblica la versione “audio”: 25 canzoni che ne documentano l’intera carriera, a cominciare dal primissimo singolo su Dionysus. Il disco è infatti una sorta di “ristampa” (copertina compresa) del “Very Best of” pubblicato qualche anno fa su Garagenation, spurgato dalle cover versions e concentrato sul materiale autoctono con tre inediti assoluti. Di buon livello, soprattutto quando la band si avventura(va) nelle cose più sinistre come Psilocybil Mind, Santa Fuzz, 13 Ghosts o The Mummy. In attesa che magari gli Overcoat si decidano a registrare qualcosa di nuovo e non a campare di rendita con del materiale che ha più anni delle mie figlie.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE BEVIS FROND – We’re Your Friends, Man (Fire)  

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Non vorrei sbagliarmi (e in tal caso, come disse Giovanni Paolo II, “mi corrigerete”. A proposito…ma poi l’avete corretto? NdLYS) ma credo che in trent’anni di carriera questo sia il primo album di Bevis Frond ad essere pubblicato direttamente in prima stampa per un’etichetta diversa dalla sua Woronzow.

We’re Your Friends, Man esce infatti per la Fire Records.

E un po’ Nick Saloman glielo doveva, visto che l’etichetta inglese si è molto spesa recentemente nel rendere nuovamente disponibile una buona parte del suo catalogo, ristampando tutti i capolavori della sua carriera, da Miasma a New River Head, da Tryptych a Superseeder. Ma Nick è andato ben oltre i convenevoli di rito destinando alla Fire un lavoro articolato, lunghissimo ed ispiratissimo come forse neppure loro si aspettavano.

Un “mostro” di ottantacinque metri e venti gambe che potrebbe incutere timore a molti. Ben venga dunque il rassicurante titolo scelto da Saloman, che ce lo fa subito apparire un po’ più umano.

Un disco che dovrebbe piacere a tanti, ma proprio tanti.

A chi ama i Dinosaur Jr. e le tante mutevoli forme che Fred Cole ha avuto in vita (Dead Moon, Pierced Arrows, Lollipop Shoppe, Western Front).

A chi ama il genio nero di Hendrix e di Arthur Lee.

A chi ha amato Neil Young negli anni Settanta e Julian Cope negli Ottanta.

A chi ha amato sempre Bevis Frond e chi inizierà ad amarlo proprio adesso, proprio ora, proprio con questo album bellissimo.

E Dio voglia che sia così.

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AA. VV – Jon Savage’s 1968 – The Year the World Burned (Ace)  

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Il 1968, ci dice Jon Savage, è l’anno in cui il mondo bruciò.

E molte di quelle fiamme lo avvolgono ancora oggi, quarant’anni dopo.

Il quarto volume curato dal giornalista e scrittore inglese per la Ace Records è pieno zeppo di musiche urticanti ancora oggi. Moderne, rivoluzionarie, eccessive.

Una scelta di canzoni (quarantotto in tutto) che esprimono al meglio il torrido clima di quell’anno, tra pezzi “obbligatori” (Fire di Arthur Brown, Kick Out the Jams degli MC5, Cloud Nine dei Temptations, Everyday People di Sly Stone, I Say a Little Prayer della Franklin, Piece of My Heart della Big Brother &The Holding Co., How Does It Feels to Feel dei Creation, Say It Loud! di James Brown) e una “seconda scelta” per nulla banale, anzi: pezzi poco conosciuti di Pretty Things, Beau Brummels, Canned Heat, Love, Kinks, Buffalo Springfield impreziosiscono tutto il primo dei due dischi mentre sul secondo canzoni come Omnibus dei Move, Machines di Lothar and The Hand People, Lincoln Country di Dave Davies, Eastern Organ della Brother Dan All Stars e Rain dei KAK risplendono come autentiche perle. Innovative e sfolgoranti ancora oggi. Una selezione favolosa, plurivalente dove soul music, reggae, freakbeat, pop music convivono senza umiliarsi l’un l’altro in un carosello infinito di suggestioni e il 45 giri vive il suo ultimo anno di gloria.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

EVERLAST – Whitey Ford’s House of Pain (Martyr Inc.)  

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C’è stato un periodo della mia vita in cui mi piaceva Everlast.

No, non erano i tempi degli House of Pain, che per me allora l’hip-hop era soprattutto roba italiana. Non perché fossero più bravi ma perché, come aveva dichiarato qualcuno, il rap era per me “il messaggio” e di cantare Jump Around saltando per la stanza inneggiando alla birra scura non era esattamente il messaggio che cercavo.

Erano invece gli anni immediatamente successivi, quelli di Whitey Ford Sings the Blues, la seconda volta in cui prova, dopo otto anni, a fare tutto da solo. O quasi, che di strumenti era ben disseminato quel disco, sezione fiati e di archi addirittura e poi tastiere e qualche scratch che era come una cicatrice di quegli anni vissuti nella Casa della Paura. Ma Whitey Ford adesso era essenzialmente un bluesman, nonostante suoni il blues come i Fun Lovin’ Criminals facevano col funk. Moderno, bianco, teppista. Ma pur sempre un uomo ispirato dalla musica americana. Un po’ Beck, un po’ Me Phi Me, un po’ Michael Franti. Erano gli anni in cui lavoravo in radio e i suoi pezzi avevano un appeal radiofonico perfetto. Tanto che a furia di passarli ci entrai, è il caso di dirlo, in sintonia. Nonostante questo Everlast non ha mai mosso grandi volumi di vendita e il fatto di ritrovarmi ora sulla scrivania un suo nuovo disco dove ritira fuori il vecchio nome della band palesa in maniera evidente come dopo un quarto di secolo Mr. Whitey Ford abbia ancora bisogno di farsi identificare ricorrendo al passato in varie forme (una reunion celebrativa lo scorso anno e adesso, appunto, il richiamo lampante alla sua ex-band nel titolo dell’album).

Whitey Ford’s House of Pain è il nuovo capitolo dell’Everlast artista di ieri, riaggiornato a quello che è l’uomo Everlast di oggi, con Trump alla guida del suo paese e una figlia cui è stata diagnosticata la fibrosi cistica. Un uomo con qualche altra cicatrice da aggiungere a quella che sul petto gli ricorda ancora di quando fu strappato alla morte per una bizzarria del suo cuore. Non è un disco che ha ambizioni hardcore, semmai ne mostra qualcuna di successo piegandosi come un fuscello al vento del facile ascolto: It Ain’t Easy e The Climb potrebbero essere, se le radio sapranno fare il loro lavoro o se qualche film-maker saprà inserirle nella serie tv giusta, un successo colossale. Trascinandosi dietro tutto l’album, ovviamente. E noi magari saremo lì ad applaudire.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

RAINBOW BRIDGE – Lama (autoproduzione)  

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Immagino che il repertorio del mancino di Seattle rappresenti ancora una fetta importante delle scalette dei concerti della band di Barletta ma discograficamente parlando, Lama è già il secondo lavoro che i Rainbow Bridge realizzano con materiale del tutto autoctono.

Sei brani in tutto (anche se uno è semplicemente una breve jam di “sputi” chitarristici di appena sessanta secondi) coprono i quaranta minuti del nuovo disco. Sei canzoni in cui l’”arte di manovra” hendrixiana è presente solo come ispirazione e non più come modello univoco, cosa tra l’altro già ravvisabile sul Dirty Sunday dello scorso anno ma che qui compie un ulteriore e decisivo passo in ottica di definizione caratteriale concedendosi il lusso del cantato, peraltro molto distante timbricamente e tecnicamente da quello nero e voodoo di Hendrix.  

Il suono triangolare pesa ovviamente in maniera decisa sulla sei corde del bravo Giuseppe Piazzolla ma il terzetto pugliese si muove da un lato avvicinando le schiene alle rocce stoner e dall’altra nuotando a bracciate piene dentro un increspato mare di deliziosa e liquida placenta hard-psych, come nella veramente notevole traccia finale, lunghissima ma mai arrendevole alla noia, premonitrice di prelibatezze che con pochissimi aggiustamenti frutteranno in maniera copiosa.   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BIRTH OF JOY – Hyper Focus (Gitterhouse)  

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Il pubblico del cosiddetto “retro-rock” è facilmente infiammabile.

Agli artificieri si chiede di sapersi destreggiare con grande manualità e una buona competenza dentro un arsenale di vecchie armi e munizioni del periodo bellico (diciamo, con buona approssimazione, quelle del periodo ’68-’74) e di mettere su con quelle uno spettacolo pirotecnico che, nella sua suggestione, replichi in qualche modo le gesta degli eroi di quel conflitto.

Narcisismo, autocompiacimento ed onanismo, se ben esibiti, sono piacevolmente tollerati e, spesso, anche considerati come virtù.

Gli olandesi Birth of Joy, essendo dotati di tutte queste qualità, sono diventati una delle band più osannate del novero di artisti che a quel passato guardano con venerazione sacrale (nel senso religioso, più che in quello osseo del termine, quantunque…). Il loro suono, in virtù soprattutto dell’utilizzo non predominante ma comunque peculiare delle tastiere, rimanda a band come Uriah Heep, Deep Purple e i tardi Doors. È ravvisabile pure, tra le maglie di questo loro Hyper Focus, il fascino per certe magniloquenze cupe che sono state lungamente sviscerate da band come Porcupine Tree e Muse il che, essendo un compromesso che va a scapito della fisicità e dell’aggressività che resta come soffocata, imprigionata, bloccata, non gioca a loro favore, rinviando quell’esplosione all’infinito senza in realtà realizzarla mai.

Il che è un po’ come restare col cazzo dritto per tre quarti d’ora.

E poi rimetterlo nelle mutande, aspettando si afflosci.        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DENIZ TEK – Lost for Words (Career)  

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Come a suo tempo era successo a Dom Mariani, anche Deniz Tek si lascia invaghire dalla musica surf rilasciando questo disco strumentale dove fanno la loro comparsata gente come Keith Streng dei Fleshtones e Pyp Hoyle dei Visitors.

Devo dire che non mi aspettavo granché, anche per la predisposizione di Tek all’aborto spontaneo. Eppure Lost for Words è un lavoro che si fa ascoltare con piacere e che riesce a muoversi in un ambito (quello della musica surf e western) super-inflazionato e straboccante di gruppi-fotocopia, con un livello di autonomia e personalità davvero lodevole. Si, Morricone, i Ventures e John Barry (Burn the Breeze, Song for Dave e Lies and Bullets) si annidano spesso dietro le dune, come è ovvio che sia. Ma lungo lo scorrere del disco è come se il chitarrista australiano si dimenticasse di essere spiato e conducesse il gioco un po’ dove cazzo vuole, riarrangiando anche un paio di episodi dei Radio Birdman e mettendo in scena un film muto pieno di belle immagini.

No, non è necessario mettere la tavola da surf sotto il braccio, indossare la maschera da wrestler o allacciarsi i cinturoni con le fondine ai pantaloni per improvvisarsi cosplayer mentre si ascolta Lost for Words.

Basta sedersi in riva alla spiaggia e dare le spalle al mondo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

PRINS OBI AND THE DREAM WARRIORS – Prins Obi and the Dream Warriors (Inner Ear)

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Dovrei fare il saputello e raccontarvi qualcosa. Invece faccio ammenda e vi confesso che fino a ieri non sapevo chi fosse Prins Obi. E anche oggi ne so molto poco, anzi nulla, se non che il suo disco (il terzo, solo questo so) gira sul mio stereo per la terza volta. Un’altra cosa che so, ma conta davvero poco, è che lui e il suo gruppo sono di origini greche e che usano la loro lingua in un paio di occasioni lungo questo loro album collettivo.  

E dunque questa è la seconda volta che la Grecia mi impressiona favorevolmente quest’anno, dopo il disco dei CHCKN di qualche mese fa. Come in quel caso ci troviamo dentro un calderone di riferimenti ed accostamenti anche improbabili che in questo caso vanno dai T.Rex ai Los Bravos, dal David Bowie giovanissimo e dandy fino ai nostri Avvoltoi, alzandosi con i piedi sugli sgabelli del beat fino a rovesciare piccole pozioni magiche dagli scaffali più alti di certa psichedelia prog.

Tutto senza andare mai oltre i limiti del consentito e senza eccedere in manierismi ed esibizioni di chissà quali virtuosismi ma risolvendo tutto con una piacevolissima immediatezza pop. Realizzando con scarti e scampoli di stoffa (perché, ammettetelo, in quanti tra voi è mai piaciuto veramente il Bowie del primo album solista? O il soul scolorito di certe formazioni beat come i Los Bravos?) un piccolo portento di sartoria pop.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro