SPIDERGAWD – V (Crispin Glover)  

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Ho orecchie, cuore e muscoli pelvici allenati.

E già al primo ascolto questo mi permette di intuire cosa riuscirà a conquistarmi e cosa no.

E in genere non mi sbaglio.

Per quanto mi riguarda V, cui peraltro ho già concesso ben più di un primo ascolto, andrà dunque con molta probabilità ad ingrossare le fila già straboccanti di dischi che mi imporrò periodicamente di farmi piacere. So già che proverò, cercando un po’ colpevolmente di adeguarmi a lui in momenti e/o situazioni diverse consapevole del fatto che sarà molto più difficile possa verificarsi che sia lui ad adattarsi a me, di tentare una tardiva riconciliazione affettiva che pur tuttavia quasi certamente non ci sarà.

Magari allora schioccherà di nuovo la fiamma che la band norvegese aveva acceso in me un paio di anni fa e vi saprò raccontare di un amore tornato lucido come una boccia da bowling. Ma adesso no, adesso questo quinto album degli Spidergawd lascia inappagato il mio bisogno affettivo quanto quello sessuale.

È un disco che suona molto vicino a certe pacchianate anni Ottanta. Non completamente da buttare sia chiaro, che soprattutto sulle tracce finali riesce a diventare davvero trascinante, eppure non riesce a convincermi. Mi trasmette l’idea che gli Spidergawd non vogliano osare, che preferiscano giocare sul sicuro. E non c’è nulla che possa disarcionare i miei ormoni più di questa prevedibilità.

E quando alla fine lo stereo torna a zittirsi, ecco montare la sgradevole sensazione di aver ceduto alle lusinghe sessuali di qualcuno che della mia concessione ha abusato e farsi avanti la consapevole rabbia che il mio piacere era secondario e marginale a quello altrui.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE LONG RYDERS – Psychedelic Country Soul (Cherry Red)  

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Di nuovo tutti assieme, come era già successo più di dieci anni fa, in quella “ReUnion” che però non aveva dato alcun frutto dal punto di vista creativo. Questa nuova rimpatriata, a coda dell’operazione di recupero avviata dalla medesima label che tiene a battesimo questo lavoro, ha invece tutta l’aria di un rientro “operativo” a tutti gli effetti. Psychedelic Country Soul arriva ad aggiornare un repertorio fermo musicalmente al 1987, saltando a piè pari un’intera generazione cui il nome dei Long Ryders dirà dunque poco o nulla. Avendovene già parlato ripetutamente non mi dilungherò ancora una volta e lascio la cattedra volentieri a qualcun altro, che a me le classi distratte piacciono poco.

Dunque ripartiamo da qui, da questo Psychedelic Country Soul sulla cui copertina le quattro sagome truci di State of Our Union non fanno più paura e cui affideresti volentieri la cura della tua mandria invece di nasconderla come succedeva all’epoca in cui arrivarono in città attraversando al galoppo le praterie degli anni Ottanta.    

Finito da anni il tempo di fare razzie nelle fattorie è dunque il tempo di ricordare i tempi andati. Di quella volta lungo la strada ferrata. E poi di quell’altra dentro il saloon di MacBride. E di quella in cui attraversarono la frontiera senza documenti, nascosti in un carro di sterco e fieno. E quella volta che la fecero franca sfuggendo allo sceriffo e alla legge. Lo fanno talvolta con la giusta carica emotiva (Molly Somebody, The Sound, Greenville, What the Eagle Sees), tanto che l’aria sembra ancora vibrare di quel ricordo. E nella traccia conclusiva lo fanno in maniera davvero persuasiva e avvincente, deformando il loro country-rock in visioni psichedeliche che sono l’omaggio tardivo al Paisley Underground che mancò nei loro giorni gloriosi.  

Altre volte le loro memorie si confondono con quelle di altri. Mancano i particolari che in qualche modo ne certifichino la storia e la rendano unica ed autentica. Ma è solo un “difetto” marginale in un’opera che è un ottimo compendio adulto alla storia dei “giovani” Long Ryders e che può dignitosamente affiancare la discografia ormai storica della band californiana.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BOB MOULD – Sunshine Rock (Merge)  

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Dice bene Bob Mould quando afferma che il dovere di ogni buon musicista rock sia oggi quello di colmare il vuoto discografico del settore provando a tutti i costi di realizzare quei grandi rock albums che oggi sembrano sempre più rari e dunque sempre più preziosi.

Dice un’ovvietà ma è un’ovvietà sacrosanta.

Un dovere cui Mould non si è mai sottratto, a dire il vero, anche se a volte i risultati non sono stati all’altezza dei buoni propositi. Di dischi un po’ zoppi è piena la sua carriera e anche questo nuovo dal titolo orribile non è quel disco “perfetto” che forse il musicista di Minneapolis avrebbe avuto il “dovere morale” di realizzare.

Certo, la voce e la chitarra di Bob Mould sono sempre un richiamo irresistibile per noi che abbiamo passato i quaranta anni consumandone almeno un quarto ascoltando i suoi dischi, come se quell’uomo fosse un rabdomante capace, agitando il suo strumento, di trovare qualche emozione residua, qualche lacrima di amore-rabbia-dolore che non abbiamo versato quando andava fatto. Una magia che riesce solo in parte su questo nuovo disco. E ci riesce ovviamente quando la sua musica evoca lo spettro pingue di Mould medesimo (Thirty Dozen Roses, What Do You Want Me to Do), molto meno per quanto mi riguarda quando a manifestarsi è un involontario ectoplasma dei Foo Fighters (Western Sunset, Sunny Love Song) o quello inaspettato dei New Order (The Final Years, Lost Faith).

Quindi se dovessimo giudicare Sunshine Rock con gli stessi pesi messi sulla bilancia da Mould nella sua dichiarazione diremmo che no, non siamo davanti a quel nuovo capolavoro irrinunciabile che ci porteremmo su un’isola deserta. Così come è vero che su quella maledetta isola non ci andremo mai e che qualora accadesse di dischi non ce ne porteremmo. È solo un altro disco. Un altro disco di Bob Mould. Un altro disco di Bob Mould sulla soglia dei sessant’anni.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

HOWE GELB – Gathered (Fire)  

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Una voce che è poco più che un sussurro. Canzoni come ruvide carezze. Gathered è l’opera n.24 dell’Howe Gelb solista ed è un disco struggente, ombroso e bellissimo, impreziosito dai featuring di artisti come Matt Ward, Pieta Brown, Anna Karina, Kira Skov e della figlia Talula. Un disco registrato in giro per il mondo, tra Copenhagen, Dublino, Cordova, Parigi e la nativa Tucson, con addosso un cappellino con la visiera che sembra trasformarsi spesso nel cappello di feltro di Leonard Cohen.

C’è, dentro Gathered, tutta l’aria gonfia di vapori dei vecchi locali jazz americani, quella cantata da Tom Waits nei suoi primi album. Tutta l’agonia di dolori e ricordi che annegano nel bourbon e che qualche pianista in un angolo prova a rendere meno atroce. Un disco da luci soffuse e bandiere a mezz’asta, senza gioie da celebrare. Stipato di malinconia come le valigie prima di lasciare qualcuno per sempre.

Howe Gelb supera sè stesso senza clamori. Mentre il mondo si abbandona al piacere lascivo della musica senz’anima.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE LEMONHEADS – Varshons 2 (Fire)  

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Dopo dieci anni, ecco il sequel di Varshons del bibitaio Evan Dando, ormai unico custode del chioschetto Lemonheads. Con lui questa volta ci sono Lee Falco alla batteria e Nina Violet al basso e all’organo Farfisa più una serie di altri musicisti che fanno la loro apparizione e aggiungono un po’ di colore in questa nuova serie di “versions” che pescano da un repertorio folk-rock lungo mezzo secolo che abbraccia Paul Westerberg, NRBQ, Jayhawks, Yo La Tengo, Lucinda Williams, Florida George Line e Eagles e dai meno prevedibili repertori di Nick Cave, Eyes (quelli punk di Los Angeles, non i mitici inglesi del decennio precedente) e Bevis Frond che tuttavia vengono anch’essi affrontati nel consueto stile di Evan Dando, ovvero senza averne alcuno, limitandosi ad appiccicarsi addosso al corpo delle balene come dei Balani, stando lì una vita intera, fino a sembrare dei fossili.

I dischi dei Lemonheads continuano ad essere un posto che mette a suo agio tutti, un posto dove nessuno dissente e dove l’America si guarda l’ombelico pensando sia il più bel posto del mondo. Un disco da tacchino ripieno e da barbecue innaffiati a birra bionda.  

Anche questo non è diverso dagli altri: un disco che non fa male ad una mosca.

Se Dando mi dà Dando, riuscirò a farne a meno.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

ANANDA MIDA – Cathodnatius (Go Down)  

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Sebbene sia la stessa band per prima a dichiararsi un gruppo di area “stoner” non sono mai riuscito ad associare il suono degli Ananda Mida a quello roccioso delle formazioni legate a quel genere. Non ci riesco neppure stavolta, mentre Cathodnatius si espande riempendo tutto lo spazio possibile nel mio appartamento.  

Ben altre suggestioni è capace di evocare la formazione di Matteo Scolaro, Alessandro Tedesco, Davide Bressan e Massimo Recchia, qui coadiuvati alla voce da Conny Ochs che contribuisce ad allontanare ulteriormente la musica del gruppo da quella per lungocrinite comparse de Il Signore degli Anelli. Il suo timbro, che io trovo molto “anni Ottanta” e lontanissimo dai cliché di genere, contribuisce all’innalzamento verticale del pallone aerostatico degli Ananda Mida, sollevando la piccola àncora che lo tiene mollemente assicurato alla terra e sistemandola nel cesto dell’equipaggio che ora è libero di prendere il volo. La musica si presta a questo volo che permette loro di passare sopra i confini di genere e di tempo e di urinare sopra ogni frontiera che si trovano ad oltrepassare.

Scansatevi, voi che siete a sentinella di ogni confine come corazzieri ai lati della pira del milite ignoto, prima che vi arrivi quel piscio in testa e voi pensiate molto candidamente che stia piovendo.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

REVEREND BEAT-MAN AND IZOBEL GARCIA – Baile Bruja Muerto (Voodoo Rhythm)  

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Per le feste appena concluse non ce l’ha fatta, ma Viva La Figa è destinata a diventare un tormentone di tutte le feste dell’anno appena iniziato, dal lunedì di Pasquetta fino al San Silvestro che chiude la passerella dei Santi del calendario. Statene certi.

Non è l’unica cosa politicamente scorretta di questo nuovo disco che il Reverendo realizza assieme alla novizia messicana Izobel Garcia e che di sermoni ne ha da poterci fare tutto il periodo quaresimale senza rischio di repliche, a cominciare da Black Metal (si, quella che ascoltavamo da pischelli sotto la truce forma datale dai Venom) fino alla lingua piena di lardo di Come Back Lord, passando per il turpe, lungo maleficio di My Name Is Reverend Beatman per finire a quella lode all’amore infuso nell’odio di Pero Te Amo che ha dentro tutto il dolore meraviglioso, tutto il fiele mieloso della musica subtropicale.

Un disco che voi uomini senza fede ve lo sognate.

Anzi, manco quello.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

CHOCOLATE WATCHBAND – This Is My Voice (Dirty Water)  

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Pare proprio che ad Alac Palao, primo batterista dei mitici Sting-Rays e da anni storico musicale a libro paga presso la Ace Records, piaccia “condire” le reunion dei gruppi storici, come fosse una gambo di prezzemolo. Eccolo dunque prestare i suoi servigi al basso per la reunion della Chocolate Watchband così come ha fatto lo scorso anno per il rientro in scena dei Flamin’ Groovies.

L’altro nuovo accolito è Derek See mentre Dave Aguilar, Gary Andreijasevich, e Tim Abbott serrano le fila della vecchia guardia per tirare in piedi This Is My Voice, il primo disco del 2019 a battere sul tempo tutti gli altri piovendomi in casa ben tre mesi prima della sua uscita ufficiale, prevista per Febbraio, avvolto in una copertina orribile con tanto di meme di #metoo, richiami agli slogan di Rudy Giuliani e al Maschinenmensch di Metropolis, bombardieri e divise che hanno il compito di dichiarare visivamente quanto la band californiana non sia per nulla un affare del passato ma batta in sincrono con i mutamenti storici e culturali del nostro tempo. Sinceramente, ce lo saremmo volentieri risparmiato. Ma tant’è.

Il disco invece com’è? Diciamo che musicalmente il ritorno della Watchband si risolve tutto nei primi otto minuti: Secret Rendezvous è un aggressivo e sporco brano garage che, pur se fuori dalle corde della formazione, riesce nell’intento di catturare l’attenzione del pubblico, anche se la fanfara di fiati finisce per sommergerla già dalla seconda strofa. Meglio invece Judgement Day, che ci riporta nei territori più consoni alla storia della (watch)band, un blues psichedelico che diventa via via più abrasivo man mano che gli strumenti si sovrappongono uno sull’altro. Dopodiché il disco naufraga lentamente ma inesorabilmente tra originali di dubbia fattura dove fanno la loro comparsata sitar e theremin e cover di Seeds, Music Machine, Bob Dylan e Mothers of Invention che non superano mai gli originali e che non se ne discostano neppure tanto, lasciandoci perplessi sul perché la Chocolate Watchband abbia sentito la necessità di proporcele.

Applausi a metà dunque.

Come quando qui da noi si rifà viva l’Equipe 84 e non ti senti mai di sputargli addosso ma neppure di imporre il silenzio ai coinquilini per ascoltare l’ennesima volta la cover di Barry McGuire che tutti sappiamo.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro