FERDINANDO MOLTENI – Banana Republic 1979 (Vololibero Edizioni) 

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Di Banana Republic ricordo i ritagli di giornale appiccicati sul diario di scuola di mia sorella.

Ricordo il film-concerto proiettato nella sede della FGCI.

Ricordo le canzoni, passate dalle radio libere (ma libere veramente).

Ricordo che era il periodo trionfale dei dischi collettivi, dal cantautorato che esplodeva nei Palasport e nelle arene grazie all’avvenuto matrimonio con le band elettriche: De André con la P.F.M., Guccini coi Nomadi e Lucio Dalla e Francesco De Gregori con ben due band di supporto di cui una sarebbe da lì a qualche anno diventata un’entità autonoma e storica col nome di Stadio, ché lì era nata: negli stadi dove si era celebrata la tournée più chiacchierata della fine degli anni Settanta e che, affrontando i rischi che Molteni ben racconta su questo volumetto agile e spedito, “sbloccò” gli anni Settanta ormai vittime della pericolosa macchina delle rappresaglie e dell’antagonismo fanatico e violento.  

Ferdinando Molteni si fa carico di raccontarci a parole i retroscena di quello che all’epoca venne documentato da un disco e da un film entrambi di pessima (e anche un po’ truffaldina) fattura (e qui scoprirete perchè, NdLYS) ovvero il “matrimonio artistico” di Lucio Dalla e Francesco De Gregori e il debutto nel circuito della musica d’autore di Rosalino Cellamare, da quel momento e per tutti Ron. Un tour epocale in un momento cruciale per la società italiana e per la carriera dei loro protagonisti. Il disco-evento che con canzoni come Banana Republic e Ma come fanno i marinai li svincola dal peso mortale di autori impegnati per buttarsi con intelligenza, coraggio e senso di sfida tra le braccia del disimpegno. Liberando sé stessi e tutta la musica italiana, nei modi che vi invito a scoprire sfogliando queste pagine e il racconto di come la terra dei partigiani diventò una distesa di alberi tropicali. E della scimmia e dell’orso bruno che vi abitavano fra i rami.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE KAAMS – Kick It (Area Pirata) 

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Traccia n.3: Walk Out the Door.

Ecco la tana dove si sono andati a rifugiare i Jam due mesi dopo aver pubblicato The Gift.

Ed è una tana tutta italiana, scavata nel giardino dei Kaams, che dovrebbe trovarsi nei dintorni di Bergamo.

Kick It continua quel progresso di affinamento che già trapelava sul disco precedente e che svincola ormai definitivamente i Kaams dalla musica garage per spostarsi in area power-pop, pur trascinandosi dietro l’energia sanguigna dei primi giorni, già manifestata dall’assalto frontale di Misery, che come il piscio di gatto serve per marcare il territorio. Poi, una volta “a casa” i Kaams regalano le perle della loro produzione: Walk Out the Door innanzitutto, Don’t Forget My Name costruita sulla linea melodica di Dandy dei Kinks, Free, Up All Night, Cold in My Bones, Dark Days, My Destiny.

Poi lasciano uno stronzo psichedelico (Follow the Sun) sulla lettiera e vanno via.

Canzonacce vestite con la giacca a tre bottoni, quelle di Kick It, come insegna il teppismo di classe degli Who e dei Jam.

Certo, avessero deciso di essere eleganti anche al momento di scegliere la copertina anziché decidere che forse la minaccia di uno sputo li avrebbe rappresentati meglio, avrei apprezzato il gesto.

Forse perché di sputi ne ho ricevuti fin troppi e adesso il disgusto monta come liquido seminale durante una fellatio. Che mi pare un paragone poco fine ma in sintonia con l’erezione provata per un disco come questo.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

I MITOMANI BEAT – Figli dei figli dei fiori (autoproduzione) 

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Eve LaBlonde? Non c’è.

Maurizio Chiavelli? Non c’è.

Marco Stazi? Non c’è.

E allora chi c’è?

Sembra un riadattamento de La gatta mammona e invece è la storia de I Mitomani Beat che tra una fermata e l’altra del loro pulmino beat si sono scordati ai cessi degli autogrill cantante, chitarra solista e basso.

Me cojoni. Ecco spiegato perché fra il primo e questo nuovo disco siano passati ben cinque anni, che cambiare tre musicisti su cinque è ben più complicato di dover sostituire un paio di pneumatici.

Figli dei figli dei fiori però adesso è qui e, onestamente, a me piace molto ma molto di più rispetto a Fuori dal tempo che per me non andava oltre una risicatissima sufficienza.

Il raggio d’azione del complesso romano è chiaro sin dal nome che si è scelto, quindi sciocco ed inutile chiedere di più: siamo dentro un’allegrissima giostra beat dove, come nei singoli de I Ribelli o di Augusto Righetti, convivono maccheroniche rivisitazioni dello yè-yè, dell’R&B e del garage-sound americano.

Musica che ha la capacità di allietare pomeriggi e serate aderendo allo stesso tempo ad uno stile, ad un’idea di musica, a dei riferimenti culturali ben precisi e in questa nuova scaletta Pulmino Beat, Calamita-Calamità, Pa Pa Pa, L’orologio, Mai (Lies dei Knickerbockers), La canzone di protesta, Lei mi ama e non lo sa assolvono pienamente al loro compito, figlie (dei figli) di quella spensieratezza tutta sixties che adesso fa un po’ sorridere. E meno male, ché per il resto di questi tempi non c’è veramente ma veramente nulla di che sorridere.      

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ROBERTO TAX FARANO & PAOLO SPACCAMONTI – Young Till I Die (Escape from Today/Dunque) 

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Marzo 2019: la mia quattromillesima recensione è dedicata a Marco Mathieu, come una delle prime. 

Il 6 di questo mese Marco ha compiuto 55 anni. Il 15 Luglio di quest’anno invece, se le cose non si evolveranno, i suoi occhi saranno chiusi da due, ovvero da quella maledetta notte in cui è rimasto coinvolto in un incidente sulla Roma-Ostia a bordo del suo scooter. Da quel giorno la pagina social di Marco è uno sbocciare di messaggi in cui l’amore e la speranza si è sostituita lentamente alla rabbia e all’incredulità ma in cui non ha mai fatto capolino l’ombra vile della rassegnazione.

Un altro Luglio nero per i Negazione, quattro anni dopo quello che si portò via Fabrizio Fiegl, il batterista di …Lo spirito continua….

Lo spirito non si arresta ancora adesso che il loro vecchio amico Tax ha voluto omaggiare Marco e sostenere in parte le spese mediche della famiglia col ricavato di questo disco (due brani, non un album come qualche rivista online per ragazzini borchiati ha volutamente equivocato, NdLYS) che vede coinvolti il musicista Paolo Spaccamonti e Speaker DeeMo che ne ha curato invece la splendida, evocativa copertina.

Chi cercasse qui un tuffo nei mari hardcore sappia che dovrà tuffarsi in altre onde, che qui ben altri naufragi troverà. Lo spirito continua e Young Till I Die sono due divagazioni strumentali per chitarre meditabonde che rifiutano ogni retorica, sia quella delle parole sia quella delle facili scappatoie su terre conosciute, forse nel tentativo di raggiungere l’amico Marco in quelle terre altre dove ha preso dimora, di stringergli le mani lì dove la fisicità è un affare sconosciuto, tutt’al più un vago, inafferrabile ricordo.

Un vinile (serigrafato) che va comprato e compreso per l’amore metafisico che lo avvolge prima che per tutto il resto.

Ciao Marco, su quel furgone ci siamo tutti noi.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SLEAFORD MODS – Eton Alive (Extreme Eating) 

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Onestamente i consensi raccolti dagli Sleaford Mods in Italia, dove il livello medio di comprensione delle lingue straniere è di poco inferiore a quello di conoscenza della grammatica italiana (quindi viaggiamo non oltre la soglia di 4/10), mi lascia perplesso.

Ben venga, per carità, ma ho l’impressione (sono in cattiva fede oltre che in cattività) che in molti casi si tratti di un hype di facciata. Teoricamente non ci sono motivazioni che possano giustificarlo: i loro live sono tra le cose più noiose della storia (un tizio che parla, tanto, in una lingua di cui noi afferriamo due parole su dieci e un altro con le mani in tasca che ogni tanto gli passa una birra), musicalmente il loro impatto si auto-estingue al terzo brano e non sono per nulla alla moda ne’ nel look ne’ tantomeno nell’ideologia di cui si fanno portavoce (questo vale per chi riesce magari seguendole sulla copertina che le riporta, e non è questo il caso, ad afferrare le liriche delle loro canzoni).

Sono certo che calorosa e ossequiosa accoglienza verrà riservata anche a questo loro nuovo Eton Alive. E io sono felice per loro perché quella del duo di Nottingham è una delle proposte più sincere degli ultimi anni. Sincere e di confine.

La terra calpestata è sempre quella di un crossover urbano circondato da mura di elettronica tenuti assieme da sincopi funk, bassi dark-wave, pattern figli del motorik e della disco teutonica che assumono una forma scheletrica, atrofica e molto politicizzata dei Prodigy (Kebab Spider) o una altrettanto illogica e allegorica creatura metà Bauhaus e metà Fall (Firewall) oppure metà Gang Starr e metà Cure (Top It Up). Ed è una terra piena di ciottoli ed erbacce, di graffiti e bottiglie di alcolici dove qualcuno ha pisciato dentro.

Eton Alive, che piaccia a tanti oppure no, conferma gli Sleaford Mods come piccolo elemento di disturbo nella catena di montaggio della musica pop inglese.

Forse è il caso impariate l’inglese e che cominciate a fare a meno delle chitarre.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE ZEN CIRCUS – Vivi si muore 1999-2019 (Woodworm/La Tempesta)  

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Anche a voler fare i progressisti a tutti i costi il pezzo portato a Sanremo dagli Zen Circus era davvero poca cosa. Rivoluzionario solo nella misura in cui potrebbe essere davvero innovativo sovvertire le classiche rime sanremesi o abolire un ritornello e chiudendo tutto con un finale corale strappato alla Catene dello scorso anno che a sua volta lo strappava a Figlio di puttana di dieci anni prima e via così.

Noiosi come gli altri, insomma.

Solo un po’ più belli da guardare, anche se attraverso le spade sguainate delle guardie svizzere della musica indie levate in loro onore.

Di quel popolo di strenui difensori di quella che una volta, prima che trovasse il modo per penetrarvi e ambire a loro volta al trono, veniva considerata musica “alternativa” gli Zen Circus sono ormai da anni venerati al pari di bovini sacri. Esattamente da quando, prima tentennando e poi in maniera risolutiva, hanno svoltato verso la lingua italiana, come da tradizione ormai consolidata (vedi alla voce Afterhours). Il taglio col passato è diventato così via via più profondo, tanto da tenerlo ben nascosto anche in questo Vivi si muore, fatto salvo per l’omaggio a fine scaletta al loro debutto, negli anni in cui si divertivano a fare le boccacce alle Violent Femmes e a farle talmente bene da riuscire a coinvolgere Brian Ritchie in persona per la realizzazione di Villa Inferno.

Questa raccolta celebrativa ci ricorda di quante canzoni degli Zen Circus abbiamo cantato in venti anni e di quanto molte di queste, soprattutto quelle che hanno sposato il gusto dilagante per la mezza parolaccia e la mezza imprecazione (ma anche quelle che abusano della consueta ovvietà di voler fornire un identikit sociale della propria giovinezza ben sapendo quanto questo abbia dei tratti comuni, condivisibili, sentiti, generazionali che ben fungono da furbo “specchio emozionale” per gli ascoltatori), siano diventate di pubblico dominio.

Canzoni che ho visto cantare in coro in piazza a Faenza proprio nel giorno in cui il mio piccolo sito veniva riconosciuto come il miglior blog personale dell’anno e a cui quindi anche io ho legato qualche bel momento della mia vita.

Canzoni contro qualcosa o qualcuno, come quelle di Alberto Fortis che nel frattempo sono state dimenticate. Perché la nostra memoria ha sempre bisogno di essere rieducata. Anche quella degli Zen Circus, che nel frattempo sembrano si siano dimenticati del tutto di D.Boon e del suo fantasma.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BAZOOKA – Zero Hits (Inner Ear) 

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I Bazooka mettono un po’ d’ordine in garage. Zero Hits mostra una band determinata ad affrancarsi dal classico garage in bassa fedeltà degli esordi e decisa allo stesso tempo a rivendicare l’orgoglio delle proprie origini. La lingua greca è infatti diventata di assoluto predominio dentro una musica che ha ormai allargato il proprio raggio d’azione esondando verso un punk insieme epidemico e concettuale con un innesto fiatistico (Void, Prison, Night Shift) che non mi stupirebbe se riuscisse a far breccia nel cuore di chi segue la scena ska-punk.

Ma il meglio il gruppo di Atene ce lo riserva nella seconda metà dell’album, quando sembra girare come uno sciame di mosche attorno al corpo in preda alle convulsioni di certo post-punk di scuola Swell Maps/Undertones (ma anche Orange Juice, Woodentops e That Petrol Emotion) che si agita nervoso e pronto allo scatto epilettico nella zona pelvica del disco: In the City, Something I Have Betrayed, Soultana, I Break Everything, Indifferent Glances.

I Bazooka continuano a sparare. Stavolta con una mira più precisa del previsto.

                                                                                                         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ROYAL TRUX – White Stuff (Fat Possum) 

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Mentre la Wikipedia italiana, sempre in ritardo clamoroso su tutto, riporta ancora “I Royal Trux furono un gruppo rock statunitense”, il duo Herrema/Hagerty torna sul mercato dopo quasi venti anni di divorzio pubblicando White Stuff, disco di morbosissimo funky-glam che suona come mille lingue che leccano la sagoma di Marc Bolan immortalata su Electric Warrior. O come quelle ciambelle del water imbottite di tessuto, che scaldano il culo e assorbono piscio, se con le immagini più crude riuscite a far volare meglio la vostra fantasia.

Un glam-rock che è, sorvolando sui dischi più enigmatici e avanguardistici del duo, la cifra stilistica preferita dei Royal Trux. Camuffato, mascherato, deformato come nei peggiori incubi di Ty Segall o nei sogni sfocati di Beck ma tutto sommato facilmente individuabile su gran parte dei brani di questo loro nuovo album, da White Stuff a Suburban Junky Lady, da Whopper Dave a Every Day Swan, vicinissimi se non sovrapponibili a quanto prodotto dalla Herrema coi suoi Black Bananas, compresa la fascinazione per le musiche delle tribù urbane qui esibita in pezzi come Sic Em Slow e Purple Audacity #2.

La musica dei Royal Trux tuttavia procede a sbuffi, e qui sta la sua forza.

Non ci sono carezze ne’ pugni ma solo sbuffi di noia tossica.

Hagerty e la Herrema si muovono quasi in assenza di ossigeno, come in quel gioco erotico in cui il culmine orgasmico coincide col momento di asfissia quasi letale. Chissà che adesso non vi tocchi di doverlo provare.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE BEASTS – Still Here (Bang!) 

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Tornano i Beasts, senza Bourbon.

Ma pure senza Brian Hopper, andato a bere un po’ più in là, nei campi elisi dove le nostre menti banali fantasticano sulle reunion perfette e definitive e là dove solo poche settimane dopo la registrazione di questo disco è andato a raggiungerlo Spencer P. Jones, dopo aver fatto testamento olografo qui con At the Hospital, parlandoci di quel posto da lui frequentato con assiduità negli ultimi mesi della sua vita e regalandoci uno dei momenti migliori di questo disco che rappresenta lo sbocco creativo della reunion della reunion della reunion dei BoB che non è forse definitiva e di certo non è perfetta. L’apertura del disco ad esempio si lascia un po’ troppo trascinare dall’entusiasmo finendo per mostrare dei muscoli che non sembrano neppure i loro, quanto piuttosto quelli dei Verve meno svenevoli (On My Back) e della Rollins Band (Pearls Before Swine). Tendenza al culturismo che viene ribadita più avanti su It’s All Lies e che fortunatamente lascia spazio a territori più consoni a quelli della band australiana e che si fanno largo in pezzi come nella cover di The Torture Never Stops, nell’ironica Your Honour, sul rock and roll stonesiano di Drunk on a Train, nella dolente What the Hell Was I Thinking e nella palude sinistra di Don’t Pull Me Over dove davvero, come presi da una suggestione simile a quella dei turisti di Lochness, ci pare di intravvedere la sagoma della Bestia venire su dalle acque luride. Pensando che forse non abbiamo fatto il nostro viaggio invano, quantunque in larga parte lo sia.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE BANGLES/THE THREE O’CLOCK/THE DREAM SYNDICATE/RAIN PARADE – 3×4 (Yep Roc)

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Da quel fantomatico giorno di trent’anni fa in cui le rose appassirono e il vino diventò aceto Steve Wynn non si è mai fermato un solo giorno, autoproclamandosi il vero stakanovista del Paisley Underground.

Dal 2012 ha lavorato alacremente per riunire i Dream Syndicate riportandoli a spasso per il mondo e realizzando uno dei migliori comeback album di sempre e dando continuità al progetto con un nuovo album già pronto nei primi mesi del 2019. In mezzo ai due album, per tenere su di giri il motore, Wynn si è preso la briga di proporre ad altri nomi storici del movimento, anch’essi riformati più o meno nello stesso periodo, di realizzare un disco di cover contraccambiate: ognuna delle quattro band esegue 3 pezzi delle rimanenti magari con qualche contributo vocale degli interpreti originali, per un totale di dodici perle Paisley tirate a nuovo secondo lo stile peculiare di ogni compagine. I migliori del lotto restano proprio loro, i Dream Syndicate, abilissimi atleti da rodeo anche quando si tratta di tirare per le corna il bue altrui (Hero Takes a Fall delle Bangles, You Are My Friend dei Rain Parade e She Turns to Flowers dei Salvation Army) mentre la quota rosa del piccolo senato Paisley tempesta di diamanti la già brillante Jet Fighter dei Three O’Clock col minimo sforzo e questi ultimi dipingono di blu Tell Me When It’s Over, classicone dei classiconi di tutto il fenomeno, facendo appunto i fenomeni mentre i Rain Parade aggiungono elio ai palloncini di When You Smile facendole oltrepassare le nuvole, come nell’esperimento aerostatico di Emergency Third Rail Power Trip.

Dall’alto Prince guarda giù e sorride.

Ogni volta che un palloncino gli accarezza il volto, un sorriso triste si fa largo sotto la sottile striscia dei baffi.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

3×4 Album Cover