THE ELECTRIC SHIELDS – Back Up #14 (AUA)

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Che meraviglia che erano i primi Electric Shields, prima della “conversione” al country-rock di White Buffalo County, il disco che un po’ ovunque, Discogs e recensioni “certificate” comprese, trovate col titolo sgrammaticato freudianamente in White Buffalo CountRy!

Così arroventati di garage-punk texano da poter ambire di diritto a raccogliere il testimone dei primi Sick Rose, salvo poi farselo consapevolmente scivolare di mano. Peccato. Quella breve stagione di “fiamme” è oggetto di questa uscita programmata per il Record Store Day del 2019, che ha sempre lesinato uscite dedicate alla musica garage o neo-garage e sulla quale dunque, se siete dei fanatici del genere, potrete tranquillamente “dirottare” le vostre finanze.

Subito in apertura vengono piazzate le quattro tracce di quel piccolo capolavoro su 7” che custodisco ancora come una delle uscite migliori del catalogo della Electric Eye.

Fuzz e organo Vox ingombranti, nonostante le dimensioni ridotte. Come ficcare le mani dentro un’arnia di api laboriose, con la consapevolezza che non le tireremo fuori indenni.

A seguire ecco Flames of Pain, un’autentica colata lavica di garage-punk che a suo tempo Claudio Sorge pensò bene di tirare fuori dalla loro demotape per accostarla al gas al veleno della nuova scena “neolitica” italiana sparando in cielo gli ultimi, colorati fuochi della stagione neo-psichedelica nostrana. Demotape che ovviamente qui viene recuperata per intero, col suo carico di distorsioni esagerate e di ricami d’organo combo assieme alle sei tracce della demo successiva, The Words I Never Said, in cui il suono si sgrana leggermente lasciando passare tra le sue maglie bellissime fioriture folk, e ai pezzi “regalati” a Lost Trails e The Best of Electric Eye.

Gli inediti assoluti si intitolano Faraway e It’s Your Time, stranamente tagliate fuori dalla scaletta di Sixty Flowers e invece per nulla acerbe e addirittura, nel secondo caso, foriera di quel progressivo avvicinamento al suono folky della stagione successiva. Bonus che aggiungono valore ad una raccolta pregevole e necessaria di suo.

Disponibile, pare, in diversi formati.

Disponibile, pare, con le note di copertina che ne raccontano la storia.

Disponibile in copia promozionale, pare, solo per gli amici degli amici.

Io, da nemico n.1, ve lo consiglio lo stesso.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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PIXIES – Beneath the Eyrie (Infectious)  

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Ormai appurato un po’ da tutti i vecchi leoni della scena alternative-rock (Dream Syndicate, Violent Femmes, Dinosaur Jr., Long Ryders e chi più ne ha più ne metta) che una volta sciolto il branco il loro ruggito non ha messo paura quasi a nessuno, ecco che dopo qualche lustro vissuto in solitaria quei leoni in parte sdentati hanno sentito l’esigenza di serrare i ranghi e rimettersi in cammino per la savana discografica (giungla, l’avremmo chiamata una volta, ma di foreste oramai ne sono rimaste ben poche, NdLYS).

I Pixies hanno tentato (con successo, come tutti gli altri, che la nostalgia è malattia dalla quale quasi mai si guarisce) questa operazione ormai sei anni fa e sono giunti ora al terzo capitolo della loro seconda vita, che provano a reinventare simile alla prima: On Graveyard Hill, Los Surfer Muertos, Long Rider, Catfish Kate o St. Nazaire ad esempio abbondano della chincaglieria che arredava dischi come Surfer Rosa o Trompe le Monde. Melodia, rumore, qualche schitarrata surf e western.

Belle, ma il rock ‘n’ roll è un po’ come il porno. E se attori e attrici hanno trent’anni di meno è meglio.

Meglio a questo punto quando i Pixies scelgono di non fare i Pixies e suonano un po’ ambigui, quasi come dei Monty Python che si divertano a prendere in giro i Blonde Redhead: This Is My Fate, Bird of Prey, In the Arms of Mrs. Mark of Cain sono insolite bizzarrie, non del tutto riuscite ma perlomeno coraggiose nel tentare il salto dal recinto.

Ma Beneath the Eyrie è anche pieno di canzoni di un pallore artistico assoluto: Silver Bullet, Daniel Boone, Ready for Love, Death Horizon torna all’idea della savana iniziale: un semideserto dove, sotto l’ombra di qualche baobab, ogni tanto il branco si ferma stremato e invece che riposare pensa sia una buona idea strimpellare una canzone. Una canzone qualsiasi. Non necessariamente una dei Pixies. Non necessariamente una che possa essere ricordata. Non necessariamente una che valesse un pubblico, per quanto nostalgico sia.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE CUTTHROAT BROTHERS – Taste for Evil (Hound Gawd!)  

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Potrebbe essere che ci sentiate qualcosa del primo grunge. C’è infatti il tocco di Jack Endino su questa nuova sortita dei Cutthroat Brothers, anche se il merito non è sua esclusiva. In effetti il richiamo a certi Nirvana è palese, anche se l’effetto più immediato che Taste the Evil produce in me è quello di sentire una versione meglio definita in senso punk-rock dei Dirtbombs, che nel mio bilancino personale pesano più dei Nirvana e che quindi è una suggestione che va tutta a loro vantaggio.

Le dieci canzoni del secondo album della band dei tagliagole di Seattle hanno una pastosità e una sorta di furia tribale che, nonostante l’elementare gioco su cui si poggiano e le strutture semplicissime che le caratterizzano (nei due minuti scelti come media su cui “elaborare” i vari pezzi non c’è spazio per assoli e masturbazioni varie quanto piuttosto a sequenze serrate ma non esasperate di pressing ritmico e sequenze solidissime di riff chitarristici), danno loro spesso le fattezze di un arrembante voodoo elettrico e gli conferiscono a tratti un vago odore di carburanti bruciati non molto lontano da quello sprigionato dalle autocisterne degli Electric Peace (e del resto della passione per mezzi su due o quattro ruote gli Zeke, da cui questa band per metà proviene, non ha mai fatto mistero, NdLYS).

Questa non è l’estate dell’amore.

Neppure l’autunno lo sarà.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro  

IGGY POP – Free (Caroline/Loma Vista)  

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Il mare è quello degli ultimi giorni d’estate. E infatti è quasi al limitare dell’autunno che Zio Iggy, ultimo sopravvissuto alla falce che si è portata via i fratelli Asheton, Steve MacKay, David Bowie, Lou Reed torna a farci visita. Ecco perché quel mare cui Iggy va incontro sembra più grande e deserto di quanto dovrebbe.  

Un saluto veloce ma intenso: Free sfora di poco la mezz’ora.

Una carezza torbida come quella di The Idiot, ma fatta da un uomo di settant’anni che ha azzannato la vita e sfidato la morte e ora si gode il riverbero quieto di quel mare agitato e tossico che generò, appunto, quel capolavoro. Su un divano, sorseggiando brandy, alzandosi di tanto in tanto per mimare un balletto solitario sul tappeto persiano, ormai ripulito dal vomito stoogesiano. Scalzo.  

Free è un lavoro più sofisticato che urgente, appoggiato languidamente su tentacoli di sax e placidi landscapes sonori. Raccontato, più che cantato in senso stretto (tutta la parte finale del disco è un reading notturno illuminato da piccole luci da night club in disarmo). Senza buttarti giù la porta per farsi ascoltare, aspettando sia tu a sentire il bisogno di andarlo a trovare, come si fa con i nonni.

Ed è una visita che val la pena fare.  

Loves Missing e Dirty Sanchez basterebbero da sole a compensare la spesa per il biglietto di andata.

La luna in tuxedo che splende su Glow in the Dark, gli abissi marini di Page quello di ritorno.

Oppure restate dove siete. Ma in silenzio, per non disturbare il meritato riposo dei giganti.  

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

MR. DEADLY ONE BAD MAN – Breakdown (Skronk/Dead Music)  

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Il posto della copertina sembra la location perfetta per una delle tante apparizioni del Samara Challenge. Magari la cosplay della signorina Morgan sfonda il parabrezza della Volvo e allunga le braccia. O magari passa ciondolante da un bordo all’altro. Oppure stai a vedere che si alza la saracinesca e….tac….eccola lì, in camicia da notte, fradicia di pioggia.

E invece no. Invece quella è la dimora (temporanea, immagino) di un “gentiluomo” che con la morte scherza pure lui.

Un one-bad-man in una one-man-band.

Uno che gli piace fare le cose in gruppo ma anche farsele da sé. Un po’ come me.

In Breakdown ad esempio, fa tutto da solo: parcheggia la macchina, scende in fretta strumenti e amplificatori, monta la batteria, si sistema il reggi-armonica, collega il microfono, inforca gli occhiali da sole sul naso, si infila un collo di bottiglia sul dito mignolo, uan-ciù-uan-ciù-check e si comincia.

Otto pezzi registrati in due session diverse che svelano un’anima punk racchiusa in una crosta blues, accostabile per attitudine a quella di gente come Jeffrey Evans, Greg Cartwright, Don Howland, John Schooley.

Come loro Mr. Deadly Man spoglia le sue vittime e poi ne gode in solitudine.

Not Good Mate, Three Teeth, Our Night o ancora Go Away eYour Breakfast passano leccandosi le labbra, in attesa di salire sulla sua Volvo, in qualunque direzione essa vada. Ancora meglio se decide di restare ferma dove si trova, reclinando solo leggermente il sedile.

Mister Deadly Man aspetta la sua occasione.

Voi, non mancate l’appuntamento con la vostra.  

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

ANUSEYE – 3:33 333 (VE Recordings)  

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333 copie in vinile colorato per il 33 giri numero 3 degli Anuseye: è così che il “sole rosso” torna ad albeggiare sulle Puglie.

Una corona cremisi che si fa largo fra le nuvole grigie di Sycamore Red, che sembrano le mammatus clouds che stazionavano su Seattle, come enormi mammelle di latte avvelenato.

Dunque albeggia, ma piove e tira vento: la tempesta di fango di Meet the Mudman ci coglie in pieno. E avanza implacabile e densa.

La musica degli Anuseye si conferma impetuosa e priva di crepe. Una bava gelatinosa come la schiuma che soffoca le blatte. Che loro lo chiamino “sciroppo” poco importa: è un’ingannevole menzogna. Un po’ come la blindatura di Armored lasciata appositamente disattivata per abbindolarci, per farci cadere nella trappola vintage di Dominant Eye e, con le palpebre divaricate come quelle del drugo Alex, costringerci a seguire la lezione sugli effetti dell’LSD seduti sul tappeto volante di Vacuum Time Unit. Fino a che non sentiamo l’impulso di buttarci giù, ora che il sole sembra salutarci, tramortito dal suo stesso colore.

Don’t try this at home, folks.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

CESARE BASILE – Cummedia (Urtovox)  

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Durante i quattordici mesi di governo giallo-verde Cesare Basile è stato l’unico a cantare del “capitano” per quel che è. Capitano (fangu, rifardu e ganu senza onore) è stata la sola vera invettiva anti-Salvini che l’Italia abbia prodotto durante l’era del pupulismo al potere, mentre il cantautorato “di rappresentanza” si tirava fuori dalle battaglie ideologiche, chiudendosi nel perbenismo radical-chic buono per garantirgli il conto in banca, i passaggi in tv e le feste di piazza.

Il nuovo album di Basile getta il cadavere di Salvini in mare, tra le stesse acque in cui altri sono annegati in suo nome. Cummedia si libera di quella zavorra che puzza di fascismo e naviga, libera, tra le onde di un Mediterraneo in cui nessun porto è più luogo di approdo.

Cesare Basile tira fuori il suo piccolo armamentario di chitarre, cianciane, pupi e cartelloni fatti ad inchiostro di china, si siede su uno sgabello e con la sua voce inizia a tormentarci e a graffiarci fino a tirarci via la pelle.

C’è, dentro le undici tracce di Cummedia, tutto il tormento arcaico della Sicilia. Esibito ora a mo’ di scudo, ora a mo’ di spada. Un dolore endemico e rugoso che sembra infilarsi dentro gli anfratti del corpo, “inficcarsi ntra li carni re cristiani”, come le “spine dei fichi d’india raccontate” su Cchi voli riri, metafora sagace degli spilli del sospetto che piano piano si insinuano perniciose nel nostro cervello, fino a trasformare l’Italia in Babele.  

Cummedia è il vascello in fiamme della musica italiana.

Con la bandiera rossa e nera sull’albero maestro.

Cesare Basile l’unico capitano cui dovremmo sventolare i fazzoletti quando passa davanti le nostre coste.         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

REDD KROSS – Beyond the Door (Merge)

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I had a dream.

Un sogno piccolo, che non scomodi nessun vecchio eroe della storia.

Sogno che quest’anno un disco di power-pop possa piazzarsi in vetta alle playlist personali o collettive di ascoltatori e giornalisti.

È un sogno indotto, ovviamente. Un sogno indotto dall’ascolto di Beyond the Door, ultimo disco di Jeff e Steve McDonald, i fratelli che si rifiutano di invecchiare, i fratelli cui Courtney Love impedì di aprire mai un solo concerto dei Nirvana, nonostante avessero lo stesso manager, biasimando loro per quanto invece avrebbe dovuto accusare il McDonald dei fast food.

I fratelli McDonald tornano oggi con un disco abbagliante. Uno di quelli che ti conquista al primo ascolto, alla prima nota, al primo riff che in questo caso è “rubato” a Henry Mancini, autore nel 1968 della colonna sonora di quel film-culto che fu Hollywood Party. Che forse non è una scelta ardita ma è di una coolness con pochi rivali, dote che fa la differenza fra i Redd Kross e le centinaia di band di punk melodico che si sentissero legittimate a rivendicare diritti su canzoni come There’s No One Like You o The Party Underground.

Ma l’asse vincente di Beyond the Door è costituito da canzoni come Fighting, Fantástico Roberto, What’s a Boy to Do?, Punk II, Beyond the Door e le due cover che aprono e chiudono il disco, tutte trionfali e gommose pastiglie power-pop che puoi infilare nella lavastoviglie per tirare via tutto quel po’ di sporco che nostro malgrado ci incrosta l’anima a fine giornata.

Perché in fondo, anche questa è una missione da Croce Rossa.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MICK MEDEW AND THE MESMERISERS – Open Season (I-94 Bar)  

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Il bar con la musica migliore d’Australia sponsorizza il ritorno (si fa per dire, visto che Mike non è mai andato via da quel mondo, NdLYS) discografico di Mick Medew, che quando avevamo tutti più capelli era la voce trainante degli Screaming Tribesmen.

Un disco che mostra un Medew in gran spolvero, arrangiato e suonato per far colare miele dalle orecchie di quanti amano il power-pop, ovvero quel suono sfacciatamente retrò, altamente contagioso e perennemente scaldato dal sole che proprio in Australia ha trovato una sua naturale patria d’appartenenza grazie a band come Hoodoo Gurus, Stems, Pyramidiacs, Sunnyboys, You Am I o artisti del calibro di Dom Mariani e Michael Carpenter e, ancor prima, formazioni come Eighty Eights, Brewskins, Clones, Riffs, Chalice, Skates per tacere degli immensi Easybeats.

Open Season si accoda a quella lista in virtù di una scrittura vivace che ai classici “trucchi” del genere abbina anche una propensione verso il suono contadino del vecchio country-rock (ascoltare Deep River o Exile on Boundary Street, prego) con risultati apprezzabili e, nei pezzi migliori del lotto (Open Season, Why Did I Fall in Love with You e Imaginary Friend), mostra una qualche affinità timbrica con il Peter Perrett che tutti amiamo, il che ce lo rende se non irrinunciabile, simpatico oltremodo.

Quindi cappotta abbassata, se potete, e vai di cori e chitarre scampanellanti.  

Se non potete, immaginatelo.     

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro