BLACK MOUNTAIN – Destroyer (Jagjaguwar)  

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Va be’, l’amplificatore gigante lo avevamo già visto. Lo accendi, le valvole riscaldano e al primo accordo vieni investito da uno tsunami di watt. Insomma, si prevedono grandi volumi. E fin qui niente di nuovo.

Ma io che sono ormai lupo di vecchio pelo so anche che spesso le cose grandi, oltre a dare piacere (ci siamo capiti), sono utili altrettanto spesso per nascondere qualcosa. In genere qualche magagna.

Dunque non è che mi basta vedere un amplificatore gigante sugli scogli per essere ben disposto. Ma neppure per avere pregiudizi negativi, è giusto dirlo.

Destroyer tiene fede a quell’immagine. Nel senso che i volumi altissimi ci sono, eccome se ci sono. Talmente forti da spezzare quasi in due Horns Arising ad esempio, in cui il contrasto tra distorsioni assordanti e spazio acustico crea una depressione quasi geologica. La sorpresa è che il vento più forte è tuttavia quello soffiato delle tastiere in odore di space-rock e prog, rivelandoci che “nascosti” dietro l’amplificatore ci sono gli Yes e i Tangerine Dream.  

Idee vetuste come quelle di cui sono saturi pezzi come FD’72, Pretty Little Lazies, High Rise, spesso protratte anche oltre il limite che le bombole di ossigeno (nostre e loro) consentono, non giocano a loro favore e infine Destroyer si spegne generando più sbadigli che urla.

Spostate quell’amplificatore da lì, che si bagna.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE WARLOCKS – Mean Machine Music (Cleopatra)  

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Continuano un po’ a guardare le loro scarpe e un po’ il cielo i Warlocks, in questo loro ennesimo ciclone shoegaze che dalla California si abbatte sul nostro continente. Rappresentato graficamente dall’italiana Laura Gamba della Lagoonar, Mean Machine Music è il disco dove le influenze “nascoste” e di cui mi pregio ancora oggi di essere stato il primo ad individuare dieci anni fa, quando scrivevo per una rivista che da lì a poco sarebbe passata dalle mani di Rockerduck a quelle di Paperon de’ Paperoni e che comunque potete recuperare sul mio blog (https://reverendolys.wordpress.com/2014/04/23/the-warlocks-heavy-deavy-skull-lover-tee-pee/), emergono con nitidezza lampante e dichiarata: Mogwai, My Bloody Valentine, Oneida, Velvet Underground, il Cope psichedelico, i Radiohead sperimentali, space-rock, shoegaze e musica krauta, permettendosi di dare una doppia lettura (una dominata dalle chitarre, un’altra dalle macchine) delle quattro canzoni che lo compongono (una quinta è un omaggio strumentale agli Hawkwind senza infamia e senza lode).

Nel complesso meno asfittico rispetto ai primi dischi, il suono dei Warlocks continua ad essere un’esperienza “ad immersione” dentro una colata cementizia di effluvi psichedelici assordanti e stranianti che certo oggi fanno meno paura ma non meno male.         

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ACHILLE LAURO – 1969 (Sony Music)  

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Achille Lauro è in fuga dalla trap.

E mentre Sferaebbasta si proclama rockstar senza spostarsi dall’asse che passa esattamente per il centro del suo egocentrismo, Achille Lauro gioca a fare la rockstar per davvero, andando a scomodare un anno-chiave come il 1969 e infilando in copertina alcune icone di cui la metà in realtà al 1969 non ci arrivò neppure. Gente morta alla cui porta Achille Lauro può bussare tranquillamente senza temere che la stessa gli venga sbattuta sul muso, come si fa con gli ospiti indesiderati.

In realtà Achille Lauro non rivendica nessuna appartenenza ad un mondo di cui conosce veramente poco e che non gli interessa esplorare e comprendere fino in fondo, limitandosi a sfruttarne i cliché e finendo per suonare, su Rolls Royce, Cadillac, 1969 e Delinquente (ovvero le tracce assimilabili all’apparato rock) come una sorta di innesto tra il Vasco Rossi dei primi anni Ottanta (quello celebrato, prima di scoprire Gandhi e Siddharta, anche da Jovanotti) e i Prozac+. Chitarre che tornano a colpire solo perché colgono di sorpresa una generazione che le disconosce, cresciuta a bip elettronici e suoni digitali, rivoluzionarie solo nella misura in cui si riappropriano di un codice musicale che per i giovani è quasi del tutto sconosciuto, sposandolo a dei testi che invece risulteranno scandalosi a chi le chitarre le conosce ma prova fastidio quando si parla in maniera sfacciata di droga, sesso e soldi. Puntando lo stesso dito che i loro genitori usarono per additare Vasco Rossi.

Personalmente non ci trovo nulla di scandaloso ne’ tantomeno di rivoluzionario. Ma trovo Achille un personaggio da cabaret, divertente, colorato, sopra le righe, quasi un Alighiero Noschese del rock ‘n’ roll, con delle idee che non sono originali ne’ grandiose, ma che però funzionano soprattutto nella breve distanza. E lui, essendone cosciente, non va oltre la mezz’ora di durata (molti suoi detrattori che lo accusano di essere un impasticcato, a letto non potrebbero reggere quei tempi se non usando analogamente qualche pasticchetta, NdLYS). Che è un po’ come mezz’ora in un privé: attracchi qualcuno da cui non sai cosa aspettarti, gustandoti l’effimero piacere dell’ignoto e dopo ti rendi conto che il meglio lo hai lasciato a casa. A letto o sullo stereo. Ma comunque a casa.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

UZEDA – Quocumque jeceris stabit (Temporary Residence Ltd.)  

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Alla mia richiesta di una copia promozionale avanzata all’etichetta che si occuperà di stampare in Italia il nuovo disco degli Uzeda mi è stato risposto picche. Anzi, neppure quello. Nessuna riposta. A dimostrazione che in Italia la macchina della musica si inceppa già a livello comunicativo, chiusa su se stessa come un riccio, millantatrice di chissà quali libertà di espressione ma in realtà piccola e borghese.

E questo vale a tutti i livelli: etichette, agenzie di booking, distributori, riviste, musicisti.

Lo dico solo perché vi rendiate conto che quando qualcuno in questo microcosmo piange miseria, in realtà è spesso un miserabile.

È dunque grazie alla Temporary Residence se ho avuto il privilegio di poter ascoltare in anteprima il nuovo disco degli Uzeda, “stella” tricolore del noise che invece associamo istintivamente all’America “albina”.  

Se vi state chiedendo, leggendo il mio prologo, se questo abbia pregiudicato il mio ascolto e pregiudicherà dunque il mio giudizio, la risposta è NO: Quocumque jeceris stabit è un ritorno a livelli altissimi per la band dei coniugi Tilotta.

Basso e batteria sono cigoli robustissimi come non mai.

Ascoltate The Preacher’s Tale o Blind e capirete cosa intendo.

Protetti da questo perimetro di acciaio, Agostino e Giovanna possono permettersi di fare qualunque cosa.

E la fanno.

Basta già l’ascolto dell’inaugurale Soap per capire che non avranno timore di scendere nell’arena senza indossare alcuna corazza, armati solo di un maglio di ferro e di una voce che è il grido di un dolore che non conosce remissione, un dolore che lacera la carne ma non riesce a penetrare dentro, respinto da un corpo che resiste nonostante tutto.

È l’urlo che si sente, ora convulso, ora lacerante, ora sommesso come un’esplosione soffocata in Red, The Preacher’s Tale o Mistakes.

È l’urlo degli Uzeda. L’urlo di mille uomini e mille donne siciliane che hanno attraversato la storia, vessati ma pazienti.

Un urlo gagliardo e fiero, laddove fiero diventa declinazione maschile di fiera.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE BLACK KEYS – ‘Let’s Rock’ (Easy Eye)  

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Mmmh.

Che non è un gemito di piacere campionato da un film porno ma piuttosto un mugugno di perplessità.

‘Let’s Rock’ è il disco che nelle intenzioni dovrebbe sancire il ritorno dei Black Keys al suono dei loro dischi degli anni Novanta. Lo dice chiaramente il titolo, lo dichiarano ufficialmente loro, lo si intuisce nettamente dalla bella immagine scelta per la copertina.

Ben venga dunque. Sul mio stereo c’è sempre posto per un bel disco di rock ‘n’ roll sanguigno. E i Black Keys ne hanno fatti di belli (Magic Potion resta il mio preferito). Dunque coraggio. Fiducia.

Allacci la cintura lato passeggero e cominci a guardare quanto indica il fondoscala del tachimetro per intuire quanta adrenalina produrrà il tuo corpo per i quaranta minuti del giro-pista.

Però poi il disco parte.

E parte con una cosa come Shine a Little Light.

Senti il motore che si scalda, ruggisce. Il pilota preme il pedale fino a fine corsa per una ventina di secondi e quando chiudi gli occhi pronto per volare sull’asfalto…il motore sfiata. Praticamente subito.

Sulla radio passano Daryl Hall & John Oates.

La macchina si ferma davanti ad un fast food.

Ordiniamo un hamburger con la salsa tonnata senza tabasco e due bicchieri d’acqua. Io liscia. Il pilota frizzante, che ha voglia di sentirsi effervescente.

Riprendiamo il viaggio.

Sul cielo volano le aquile.

In radio passano i ZZ Top un po’ stanchi degli anni Ottanta.

C’è un bel paesaggio tutt’intorno.

Lontano si vede un piccolo branco di sciacalli.

O forse sono iene?

Si, sono leggermente ingobbite, sono iene.

L’andatura da crociera ci permette di seguirle per un po’.

Mi sgancio la cintura. Non credo ce ne sia bisogno.

Sulla radio passano i Dire Straits.

Batto il piedino a tempo di cassa.

Il pugno sul lato esterno dello sportello, a tempo di rullante.

Canto cercando di imitare le coriste che cercano di imitare le coriste di Zucchero.

Al posto dell’adrenalina mi è salito un po’ di voltastomaco.

In radio passa l’Electric Light Orchestra. O forse sono i Toto.

Io non ho mai digerito l’Electric Light Orchestra. Non ho mai digerito i Toto.

Sarà stato quello.

Scendo, sbocco.

Proseguo a piedi.

Pare che da qualche anno la sedia elettrica sia stata sostituita con un’iniezione letale.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE GALILEO 7 – There Is Only Now (Damaged Goods)

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A sentire la naturalezza con cui lo fanno, sembrerebbe un gioco da ragazzi.

Ma non vi fidate, che qui è come puntare sul gioco dei bussolotti al mercato di Porta Portese, tale è l’abilità dei Galileo 7 a nascondere la loro biglia sotto le campanelle del freakbeat inglese. Suono e citazioni che sono un distillato di cultura british, in questo ennesimo capolavoro della band di Allan Crockford che potrebbe rappresentare una valida alternativa d’ascolto per chi ha i primi dischi dei Blur e dei Charlatans perennemente parcheggiati sul proprio stereo. Anzi, forse più fra quel pubblico che tra le frange degli amanti del suono vintage delle band mod/beat degli anni Sessanta che i Galileo 7 hanno come ispirazione ma non come unico modello stilistico di riferimento.

A loro, agli amanti del brit-pop più retrò di un trentennio fa, consiglio di dare un ascolto a canzoni come Let Go, Too Late, Everything Is Everything Else e di immaginarle sparate dalle casse dell’Haçienda in una delle calde serate dell’estate dell’amore dell’89, mentre le bollicine dello spritz si trasformavano in mille faccine sorridenti. Provate a immaginare e tornate a dirmelo, dopo aver scavalcato il trambusto di I Dream of Sleep e la carcassa del sommergibile dei Beatles che si è arenato sulle spiagge di The World Looks Different Today.

Io sto qui e vi aspetto, mentre riporto indietro gli orologi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE RACONTEURS – Help Us Stranger (Third Man)  

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Help Us Stranger è il disco che riconcilia Jack White col rock ‘n’ roll dopo lo strambo disco solista dello scorso anno.

Lo fa in maniera abbastanza prevedibile ma lo fa.

Perché il rock ‘n’ roll funziona un po’ come le tette: il ricordo delle prime ciucciate ci perseguiterà per tutta la vita, eleggendo quelle ghiandole ad ossessione perenne, nella ricerca inconscia di quel piacere primordiale. Ecco dunque Jack White tirare fuori le tette ed offrirci una di quelle poppate che possono saziarci occhi, mani e palato. Sa bene che quel che cerchiamo dentro un disco è, più o meno, uguale da almeno cinquant’anni: un’apoteosi di riff, qualche ballata che possa farci recuperare, senza disperderla, l’energia, qualche passaggio da mandare a memoria per celebrare solstizi ed equinozi come in una messa pagana, qualche genuflessione al prog e al folk (addirittura la Hey Gyp di Donovan sfigurata in uno stomp degno dei Quicksilver Messenger Service) per stemperare il ruggito hard-rock e quella sensazione che quelle tette sono lì per noi, pur nella consapevolezza che in realtà le divideremo con tantissimi altri fratelli di sangue e di latte. Perché il r&r è onanismo individuale ma anche orgia collettiva e tribale.

Help Us Stranger è candidato a rivestire questo ruolo, perseguendo in maniera egregia il suo scopo.

Pezzi come Sunday Driver, Live a Lie, Thoughts and Prayers, Bored and Razed, Don’t Bother Me, What’s Yours Is Mine, Shine a Light on Me dove echi di Led Zeppelin, MC5, Humble Pie, Gov’t Mule e Jethro Tull rimbalzano l’uno addosso all’altro diverranbo di pubblico dominio prima che voi mettiate il like a questa recensione.

A questo è destinato, Help Us Stranger.

Può sembrare retorico, e forse lo è.

Eppure…come dire no ad un bel paio di tette?   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

MUDDY WORRIES – Third Degree (Araghost)  

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L’esordio, su piccolo formato, è di tre anni fa per l’etichetta di Pierpaolo De Iulis.

Ora arriva l’album intero a ricordarci che nella bassa padana, quando la siccità asciuga le risaie, le pianure del Po diventano paludi di fango dove puoi infilare i piedi e tirarli fuori coperte di melma come se ti trovassi sulle rive del Mississippi.

E quando la luce del plenilunio inonda d’argento i campi, da quelle acque sembrano affiorare turpi figure di mostri dai corpi deturpati e ripugnanti.

È allora che i Muddy Worries attaccano il loro furioso baccanale blues figlio diretto di quello del roots punk gotico dei Flesh Eaters (soprattutto nell’uso del basso) e dello stopposo swamp di Scientists e Chrome Cranks che in Italia ha già avuto eccellenti pionieri nei Carnival of Fools di Mauro Ermanno Giovanardi e nei Tupelo di Stiv Livraghi.

Third Degree è un disco che soddisferà i palati stuzzicati da quei nomi ma anche chi rimase folgorato dall’elettricità acida che bruciò la Los Angeles degli anni Ottanta e la Chicago degli 11th Dream Day. Perché attorno ai totem blues tirati su per tenere lontani i demoni della palude c’è tutto uno sferragliare di chitarre che non vogliono essere domate dalle dodici misure del blues e come bufali imbizzarriti si divertono a buttare giù recinti e staccionate.

Per evitare di venire travolti, vi conviene girare alla larga dall’Emilia quest’estate.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LES GRYS-GRYS – Les Grys-Grys (Groovie) 

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Intervistato dal sottoscritto qualche mese fa in occasione del mio libro sul garage-punk, un disponibilissimo Mike Stax mi indicava i francesi Grys-Grys come una delle sue band contemporanee preferite. Se fino ad allora il metro per poterlo stimare era ridotto ai diciotto centimetri di un paio di singoli, ecco adesso i trentuno centimetri tanto attesi per poter valutare la reale portata del gruppo. Ed è opportuno dire che il loro album ci travolge come se di colpo si fossero alzate le paratie di una diga e noi ci trovassimo nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.

Pochissime uscite del settore hanno oggi una freschezza e insieme una forza così tracotante quanto l’album di debutto di questi cinque ragazzoni di Montpellier. Registrato da Mr. Liam Watson, ovvero uno che appena tocca la merda questa si trasforma in oro e che dunque immaginate un po’ cosa puó fare quando dietro al vetro compaiono cinque ragazzoni infoiati che sembrano una sorta di incrocio tra gli Who che desiderano ancora una morte prematura di A Quick One e il beat alla benzedrina dei Purple Hearts, Les Grys-Grys è un disco debordante di suoni scapigliati e caleidoscopici che ci proietta dentro un vortice freakbeat/R&B frastornante. Provate un po’ a sentire le loro versioni di She Just Left dei Crawdaddys o del classicissimo Got Love If You Want It e ditemi se non sentite alle calcagna i morsi di mille cani ringhiosi, spronati dal suono fendente di un’armonica e aizzati dal pow-wow dei tamburi agitati davanti al loro muso.

Oppure prendete pezzoni autoctoni come It Ain’t Right, Satisfy the Lord of Anarchy, Time Flies and Still, In a Loop, Gone by Dawn, Brother Tobio, They Gonna Get Me, The Day, tutti scompaginati da un suono filiale a quello di gruppi come Open Mind, Eyes, Creation, Who, Master’s Apprentices, Yardbirds, Golden Dawn e falciate da un’armonica che sembra soffiata da Belzebú, chitarre sempre sul punto di deflagrare, sempre con la punta degli stivaletti sul pedale del distorsore e il tacco sul detonatore.

I Grys-Grys sono, oggi, quello che furono i Tell-Tale Hearts negli anni Ottanta, un gruppo incredibile, primitivo, devastante e assolutamente necessario. Se pensate di poterne fare a meno vi state perdendo uno dei pochi dischi contemporanei capaci di affiancare i capolavori del sixties-rock di ogni epoca, una nuova pietra miliare con cui le prossime orde di cavemen dovranno per forza confrontarsi, se vorranno ancora dire qualcosa sull’argomento.

    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ONE HORSE BAND – Keep on Dancing (Loser)  

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Come dite?

Babelogue?

Babylon???

Ah!!! Bob Log!?!!

E ditelo forte, no? Che quando suona One Horse non si sente un cazzo.

Si, si, vero! Braviiii!!!

Ma sapete che avete ragione? Ci va giù duro e ci va molto vicino, l’uomo con la testa di cavallo.

Tra l’altro mi pare abbia pure aperto per i suoi concerti.

Cos’altro dite???

Portobello???? Eh???

Ah! Mi ascolto quello!?!

Fate un po’ come cazzo vi pare.

Io ascolto entrambi, finché l’erezione regge. E qui, in più canto, perché alcune cose come It Feels So Good e I Won’t Pay che fanno a pezzi i Monkees e li buttano tra le acque fangose del Rio Grande le trovo irresistibili.

Come dite???

Sgomento blu????

Ah…contento tu…!?!

Io si, e voi? Ancora appresso ai cantautori indie che si lagnano per la fila al fast-food e per le spunte ai messaggi whatsapp?

Visto? C’è un inferno per ognuno di noi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro