AMYL AND THE SNIFFERS – Amyl and The Sniffers (Rough Trade)  

1

Come se fossero tornati gli Avengers.

No, non quelli in tuta di poliuretano che sfrecciano sul cielo di Hollywood ma quelli che quando passavano davanti alla capitale del cinema (e ci passavano, che quella era la zona), sboccavano di brutto dopo l’ennesima notte di eccessi.

Dunque sono tornati quegli Avengers e, cara Houston..abbiamo un problema: questi sono ancora più incazzati, ancora più sudici e disperati.  

Amyl e gli Sniffers vengono da Melbourne e hanno più proiettili nella cartucciera che i Motörhead di Ace of Spades. Pezzi come Cup of Destiny, Control, Shake Ya, Starfire 500, Punisha, Monsoon Rock, GFY penetrano le pareti come se fossero mura di burro.

Non serve dire molto, che mentre vi parlate addosso la piccola e indiavolata Amyl e i suoi ragazzi sono già arrivati a devastarvi la stanza, ad insudiciarvi di schiuma da barba come i Damned teppisti fecero coi vostri papà quando ancora non stavano a con le babbucce a guardare le serie tv. Serve dire solo che il debutto degli Sniffers si candida a miglior disco punk dell’anno.

Dovrebbe bastarvi.

Se così non fosse, vi meritate Pitchfork e le retrospettive di Classic Rock.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

Annunci

PAT TODD & THE RANKOUTSIDERS – The Past Came Callin’ (Hound Gawd!)  

0

Quando conobbi, artisticamente parlando, Pat Todd era la metà degli anni Ottanta. All’epoca Pat era alla guida dei Lazy Cowgirls e aveva già la pelata. Da allora sono passati trentacinque anni. I Lazy Cowgirls non esistono più da più di dieci ma la pelata di Pat (nonostante sugli ultimi tre album si guardi bene dall’esibirla) è ancora la medesima, come il suo amore per quel rock cui se tagli le vene, esce fuori del sangue.

I suoi sono i classici dischi che arrivano senza clamore, ma arrivano per salvarti la vita. I suoi pochi video su YouTube hanno lo stesso numero di visualizzazioni di quelli del tuo vicino che prova a fare i ravioli al nero di seppia e un numero di like che per contarli basterebbe la zampa di uno struzzo. Così come questo The Past Came Callin’, appassionato omaggio al rock ‘n’ roll che conosce l’odore delle grandi metropoli americane, del suo smog e delle macchie di piscio fresco che puoi trovare nei vicoli dietro i pub. Quattordici canzoni che magari non sono tutte necessarie, ma delle quali almeno la metà sono come quei salvagenti lanciati da una motovedetta per galleggiare nel mare di merda nel quale stiamo annegando.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MORRISSEY – California Son (Étienne)  

0

Jobriath era della Pennsylvania.

Joni Mitchell e Buffy Sainte Marie canadesi.

Bob Dylan, come ben sa Morrissey, di Duluth naturalizzato newyorkese.

Phil Ochs e Roy Orbison texani.

Dionne Warwick del New Jersey.

Carly Simon di New York, come Laura Nyro e Melanie Safka.

Tim Hardin dell’Oregon.

Gary Puckett del Minnesota.

La prima domanda è dunque di quale California si stia dichiarando figlio Morrissey con questo disco di cover che ce lo consegna definitivamente come il Tony Hadley degli intellettuali. L’amato/odiato Moz torna dunque con un disco di canzoni altrui, come Giorgia e Laura Pausini. E con al petto una spilla con cui corteggia la destra nazionale e fa indignare quella fetta di pubblico che lo vorrebbe di sinistra, senza che lui abbia mai dichiarato di esserlo. Uno che di cose scomode ne ha dette tante ma che non va giudicato per questo quanto per la sua musica che però ancora una volta non è opera sua e che in questo disco gli risparmia pure la fatica di scriverne le liriche.

Un lavoro realizzato col minimo sforzo creativo.

Un lavoro alla Sinatra, insomma.

Pieno di luci abbaglianti e abiti in lamè anche quando il repertorio chiederebbe vestiti più sobri (ovvero in un paio di casi, che il resto era roba già pronta da servire per i clienti della Love Boat mezzo secolo fa, NdLYS). California Son suona come quei vecchi dischi di Gary Puckett and The Union Gap o di Tommy James and The Shondells dove tutti sembrano ebbri di zuccheri complessi che il fegato fatica ad elaborare. Anche quando i violini si placano e le brutte coloriture elettroniche (terribili nel caso di Loneliness Remembers What Happiness Forgets della Warwick) si stemperano per lasciare spazio ad un piano solingo, come in Lenny’s Tune o ad una chitarra acustica come in Days of Decision, c’è una sontuosità trattenuta a stento che fa a pugni coi nostri ricordi delle Asleep e delle Back to the Old House che ci cullarono in tenera età, con quel bisogno di sentirci abbracciati che Morrissey non vuole più soddisfare. E forse ha ragione lui e i partiti politici di cui si professa alfiere probabilmente solo per irretire qualcuno.

Non me. Che posso fare a meno dell’uno e degli altri.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE NATIONAL – I Am Easy to Find (4AD)  

0

Non deve essere facile per un tipo dalla personalità ingombrante come Matt Berninger riuscire a farsi da parte. Eppure, in questo ottavo disco dei National, Matt decide di provarci. Lasciando che la concentrazione dell’ascoltatore si sposti dal suo mantello nero alle ali di un intero stormo di cherubini sceso per aiutarlo in questa nuova missione, fino a consumare gli eccessi in Underwater, Dust Swirls in Strange Light e Her Father in the Pool.  

Donne che diventano protagoniste, salvo accettare che il fantasma di Matt appaia per accompagnarle come quello di Sam arrivava nella vita ordinaria di Molly in quel capolavoro di romanticismo stucchevole che fu Ghost.

È questa la novità più clamorosa di I Am Easy to Find, ma non l’unica: molto si parlerà del cortometraggio di Mike Mills uscito come compendio visivo al disco, seppur non sia gran cosa. E forse appena un po’ meno, visto che a veder la musica indie abbigliata da gran galà ci hanno ormai abituati in tanti (non ultimi gli Arctic Monkeys, col cui ultimo disco questo dei National condivide anche un bizzarro riferimento agli Strokes) e siamo dunque abituati a sacrificare qualche muta di chitarra in cambio di un set di corde per violini, dei sontuosi abiti da prima teatrale che sono stati scelti per vestire le nuove canzoni. 

Poi però, ad annegare le discussioni da pub, arrivano le canzoni.

Canzoni come Hey Rosey, Oblivions, Light Years o Not in Kansas, intendo. Che ti costringono ad abbassare la voce e raddrizzare le orecchie, perché i National sono uno di quei gruppi che ti danno sempre la sensazione che ti stanno raccontando qualcosa di importante, anche quando ti stanno semplicemente dicendo che ieri hanno trovato fila alla cassa del supermercato. Una capacità di drammatizzazione che in I Am Easy to Find tocca vertici di grandeur assoluta.

Come se i Madrugada, in nomination per la miglior colonna sonora, sfilassero sul red carpet di Cannes.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

VINICIO CAPOSSELA – Ballate per uomini e bestie (La Cùpa) 

1

Ballate per uomini e bestie è un disco sul Medioevo contemporaneo. Sui nuovi màrtiri e i nuovi patiboli, sulla nuova Inquisizione che è adesso tribunale pubblico dove ognuno gioca il ruolo di accusatore e di accusato, sulle nuove crociate, sui nuovi appestati e sui nuovi lazzaretti, sull’esigenza di mostrarsi che il nuovo regime sociale ci impone e sul bisogno di eremitaggio come scelta salvifica e purificatrice. Che è tuttavia un altro modo di puntare il dito, seppur da un punto di vista che si vorrebbe moralmente privilegiato. Da quel nido geograficamente situato in Irpinia il binocolo di Capossela usato anni fa per scrutare gli abissi mostruosi dell’oceano si trasforma in falange per indicare abissi altrettanto mostruosi.

Capossela nel nuovo disco si arrovella tra i versi, quelli gutturali e primigeni delle bestie e quelli umani del racconto tramandato, della storia parlata, dello scioglilingua, del dolore che prende forma di parola per appollaiarsi sul pentagramma sotto le sembianze di un corvo. Inoltrandosi in un bosco di caricature senza mai perdere la strada maestra che resta profondamente caposseliana.  

Un musical per i tempi bui, insomma. Anche in forma di giga o di cantico da trovatori, tanto per non lasciare dubbio sulle intenzioni. Ma anche in mille altre forme diverse, tanto che sull’undicesimo disco del cantautore irpino non c’è un brano che sia riconducibile ad un altro, cosa che invece gravava pesantemente sulla raccolta di “ballate” precedente. Ogni pezzo ha una sua maschera, un suo abito stravagante o una sua nudità. Bellissimo ad esempio Uro, vestito da Teho Teardo con cotta di maglia e pellame di mammuth o l’osceno e travolgente Testamento del porco. Bella la banda di paese che sfila su I musicanti di Brema e anche la nuda semplicità de Il povero Cristo, folk song vestita solo di una sindone consunta. Poi, certo, parte anche qualche sbadiglio. Che è roba concessa anche in epoca medievale e mentre leggi Il Decamerone.

E magari capita che ti pare brutto, visto che ormai Capossela anche se vestito di cenci è stato ammesso nei salotti televisivi e su quelle riviste dai fogli patinati che non sono buoni manco per pulirtici il culo, e allora soffochi lo sbadiglio. E allora le lacrime che trasmutano in liquido quello che non hai voluto emettere in aria finiscono per deformare Perfetta letizia in un’onirica versione dell’ahrarara dei Fichi d’India. E ti vergogni ancora di più.  

Fanco “Lys” Dimauro

                                                                        

Ballate-Per-Uomini-E-Bestie-album-cover.jpg

AFRICA UNITE E ARCHITORTI – In tempo reale (autoproduzione) 

3

Quello tra Africa Unite e Architorti è un corteggiamento iniziato ormai anni fa, ormai definitivamente sbocciato in amore. In tempo reale è, in quest’ottica, la famosa mezza mela che riesce finalmente a trovare la sua metà perfetta. Ed è un frutto che risulterà indigesto a molti. Chi cercasse infatti qui dentro il reggae per cui sono famosi i primi non ne troverà neppure un po’. Neppure una linea di basso o un solo colpo di rullante.

È semmai l’altra anima nera del gruppo, quella nera per inquietudine e non per vocazione razziale di Mada a manifestarsi per prima tra i glitch di Hopptiquaxx! recuperando in parte le rime di Soffici sapori e a far capolino con qualche suo misuratissimo trucco dub lungo una scaletta dove i protagonisti assoluti sono gli archi dell’ensemble di strumentisti di Pinerolo, chiamati a fare da tappeto al cantato di Bunna e a sottolineare come sia proprio vero che quest’anno l’Estate abbia deciso di arrivare in ritardo o non arrivare affatto. Perché nonostante la data di uscita sia prossima al solstizio In tempo reale non annuncia canicola e ascoltarlo è un po’ come attraversare quelle gocce di pioggia sospese nell’aria dopo un temporale, quelle stesse che magari poi si aprono in un bell’arcobaleno che annunciano bel tempo senza essere obbligato a mantenere quanto promesso, quelle stesse che invece a volte si alleano per calare come umido mantello a forma di caligine. Un disco che è un segno di questi tristi tempi senza memoria dove “il cancro si espande” e l’Impero del Nord ha eretto mura a strapiombo su un mare su cui anche il sole ha deciso di non affacciarsi più.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Diggin’ in the Goldmine (Pseudonym) 

0

Cuby and The Blizzards, Golden Ear-rings, Outsiders, Q65, Motions, Peter and The Blizzards, Baroques, Bumble Bees, Thunders, Zipps e una tonnellata di altri: (quasi) tutto quello che avete sempre sapere a proposito di nederbeat e che non avete mai osato chiedere. Soprattutto se, invece che la più abbordabile versione in doppio vinile, avete soldi abbastanza da potervi permettere la versione extra-large in otto cd, buona per passare un’intera giornata “in immersione” tra le acque profonde del Mare del Nord alla ricerca di qualche tesoro sommerso, qualcuno dei quali conosce la luce del giorno dopo anni di buio profondo. Sembrerebbe essere il non-plus-ultra del beat olandese insomma, anche grazie alle solite note di copertina a firma Mike Stax che attirano sempre come le insegne luminose fanno con gli allocchi.

E invece Diggin’ in the Goldmine non è quello che potrebbe sembrare. Basta dare una scorta alla lunghissima track-list per vedere che di roba ne manca e ne manca assai. Ad esempio sono totalmente assenti gli Jay-Jays o i Beat Buddies. Questioni di lana caprina, me ne rendo conto. Però è anche vero che la Pseudonym ci chiede di scucire 80 Euro ovvero Dieci Euro a dischetto, peraltro di laminato e non di vinile. E io a cinquant’anni mi sono un po’ rotto i maroni di spendere cifre inusitate per roba che come le macchine valgono già la metà non appena escono dalla concessionaria.

Magari la prendo in prestito.

Ci faccio due o tre giri.

Gliela riporto.

E mi rimetto seduto sulla mia auto d’epoca. E coi soldi che risparmio sul bollo mi compro su Ebay un bel, crepitante disco del medesimo periodo, se non più vecchio.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

DATURA4 – Blessed Is the Boogie (Alive Naturalsound) 

0

E così, dopo anni di profezie power-pop, Dom Mariani si scopre amante dei Canned Heat, degli ZZ Top e degli Humble Pie. Succede più o meno agli inizi dell’ultimo decennio. La band con cui può dar fondo a questa nuova passione si chiama Datura4 e vede in azione al suo fianco Greg Hitchcock, già nei Bamboos, negli You Am I e per un brevissimo periodo nei New Christs. Un amore che non è nemmeno troppo estemporaneo, essendo già al terzo parto. Chitarre fumanti che si fermano un attimo prima di diventare l’ennesima pantomima stoner ma che sono quanto di più lontano possiate immaginare dalle sottili pareti di cartongesso degli Stems, dei DM3 e dai Someloves, anche se Sounds of Gold tradisce l’indole di Mariani nel rievocare pur senza volerlo la freschezza pop degli Easybeats, anche se rivestita di chitarroni che sembrano estratti dalla fanghiglia del Rio Grande. Ooh Poo Pah Doo e di Evil People galleggiano, pur pesanti, in una palude di Hammond come certi Deep Purple quando Jon Lord mostrava loro i libri delle fiabe, prima che l’eruzione si plachi e la band si distenda sul prato dei Wishbone Ash per pezzi come Not for Me, Cat on a Roof e The City of Lights senza in realtà saper bene cosa fare. Menando il can per l’aia in attesa che alzi la gamba e faccia i suoi bisogni. Che tuttavia non sempre coincidono coi nostri.

Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – The Pop Genius of Mickie Most (Ace) 

0

Uno dei grandi vanti di Michael Peter Hayes, simpaticamente chiamato “er più” per la sua abitudine di etichettare con il superlativo ogni cosa in cui si imbattesse, era quella di non aver mai letto un libro in vita sua. L’altro grande vanto era quello di aver declinato l’offerta di produrre Elvis Presley considerandolo ragionevolmente spacciato e sorpassato dalla nuova frizzante scena della Swinging London di cui Mickie Most fu uno dei protagonisti fondamentali.

Uno che allungava il vino con l’acqua e riusciva a venderlo come liquore.

Modesto musicista/cantante Mickie diventa a dispetto dei limiti tecnici l’alfiere del rock and roll in Sud Africa, esportando una versione pallida della musica dei visi pallidi nel cuore della terra dell’Apartheid, quindi al suo rientro in Inghilterra si improvvisa produttore dopo aver visto gli Animals in azione al Club a-Go-Go di Newcastle, portandoli in studio per registrare il loro primo singolo. È l’inizio di un’ascesa folgorante nel mondo della musica pop che lo porterà subito in cima al mondo con Brenda Lee, Herman’s Hermits, Donovan, Yardbirds, Lulu, Jeff Beck e poi più avanti negli anni con Vibrators, Suzi Quatro, Hot Chocolate, Johnny Hates Jazz, Kim Wilde. Most è uno cui non interessa alcuna speculazione intellettuale, vuole solo produrre successi pop. Gli eccessi del rock ‘n’ roll non lo riguardano, motivo per cui declina anche l’offerta di lavorare con gli Stones preferendo godersi le eleganti cene con la sua compagna anzichè chiudersi in studio a notte fonda aspettando che Mick, Keith e Brian carburassero.

La storia di Most è splendidamente raccontata nel superbo libretto di 72 pagine a firma Rob Finnis si cui il CD allegato con successoni come The House of the Rising Sun, Hi-Ho Silver Lining, No Milk Today, Mellow Yellow, Is It True, Tobacco Road, Little Games, Gin House, Brother Louie, I Love Rock ‘n’ Roll, Kids in America, 48 Crash, To Sir with Love diventa a questo punto solo un supplemento audio piacevole nella misura in cui vi aggrada la musica a consumo immediato.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE MIDNIGHT KINGS – Midnight Fever (Wild Honey/Folc) 

0

Quando quattro anni fa Luca Mattioli pubblicò il suo Mixcloud Wildmen, Witches, Cavemen and Other Weird Creatures pagando tributo alle canzoni che lo avevano folgorato sulla via del rock ‘n’ roll ai tempi degli Stolen Cars, Primitive dei Groupies era già stata scelta a rappresentare un amore per la musica di serie B che da sempre hanno attratto il conosciuto cantante degli S.T.P. come carta moschicida. Quella stessa Primitive fa adesso parte della scaletta del nuovo disco dei suoi Midnight Kings anche se, spogliata del pellame con cui siamo abituati a pensarla e vestita come se finalmente fosse stata ammessa al ballo di fine anno del college, stentiamo a riconoscerla. Il “trattamento” riservatole è in sintonia con lo stile della nuova band del Metius, che è tutta la musica pre-punk dopo il punk, se capite il concetto. Sonics, Champs e Pharaohs, surf music e cha-cha-cha, Little Richard e Eddie Cochran, il rhythm ‘n’ blues dell’era delle scimmie e il rockabilly del pleistocene si rimestano per una sbornia da emicrania post-party. Tutto suonato con stile in una hall per nulla disadorna, dove il barrito onnipresente di un sassofono occupa ogni molecola d’ossigeno lasciata libera dal picchiettio del pianoforte e dal serrato rifferama delle chitarre.

Le donne fanno la ruota con le loro gonne plissettate.

Gli uomini si strozzano con le cravatte.

Il complesso sul palco lucida gli strumenti con i panni, terge il sudore con i fazzoletti. E riattacca.

Nel parcheggio qualcuno ha abbassato cappotta e sedili.

Tra un mese chiudono le scuole.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro