MUDDY WORRIES – Third Degree (Araghost)  

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L’esordio, su piccolo formato, è di tre anni fa per l’etichetta di Pierpaolo De Iulis.

Ora arriva l’album intero a ricordarci che nella bassa padana, quando la siccità asciuga le risaie, le pianure del Po diventano paludi di fango dove puoi infilare i piedi e tirarli fuori coperte di melma come se ti trovassi sulle rive del Mississippi.

E quando la luce del plenilunio inonda d’argento i campi, da quelle acque sembrano affiorare turpi figure di mostri dai corpi deturpati e ripugnanti.

È allora che i Muddy Worries attaccano il loro furioso baccanale blues figlio diretto di quello del roots punk gotico dei Flesh Eaters (soprattutto nell’uso del basso) e dello stopposo swamp di Scientists e Chrome Cranks che in Italia ha già avuto eccellenti pionieri nei Carnival of Fools di Mauro Ermanno Giovanardi e nei Tupelo di Stiv Livraghi.

Third Degree è un disco che soddisferà i palati stuzzicati da quei nomi ma anche chi rimase folgorato dall’elettricità acida che bruciò la Los Angeles degli anni Ottanta e la Chicago degli 11th Dream Day. Perché attorno ai totem blues tirati su per tenere lontani i demoni della palude c’è tutto uno sferragliare di chitarre che non vogliono essere domate dalle dodici misure del blues e come bufali imbizzarriti si divertono a buttare giù recinti e staccionate.

Per evitare di venire travolti, vi conviene girare alla larga dall’Emilia quest’estate.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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LES GRYS-GRYS – Les Grys-Grys (Groovie) 

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Intervistato dal sottoscritto qualche mese fa in occasione del mio libro sul garage-punk, un disponibilissimo Mike Stax mi indicava i francesi Grys-Grys come una delle sue band contemporanee preferite. Se fino ad allora il metro per poterlo stimare era ridotto ai diciotto centimetri di un paio di singoli, ecco adesso i trentuno centimetri tanto attesi per poter valutare la reale portata del gruppo. Ed è opportuno dire che il loro album ci travolge come se di colpo si fossero alzate le paratie di una diga e noi ci trovassimo nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.

Pochissime uscite del settore hanno oggi una freschezza e insieme una forza così tracotante quanto l’album di debutto di questi cinque ragazzoni di Montpellier. Registrato da Mr. Liam Watson, ovvero uno che appena tocca la merda questa si trasforma in oro e che dunque immaginate un po’ cosa puó fare quando dietro al vetro compaiono cinque ragazzoni infoiati che sembrano una sorta di incrocio tra gli Who che desiderano ancora una morte prematura di A Quick One e il beat alla benzedrina dei Purple Hearts, Les Grys-Grys è un disco debordante di suoni scapigliati e caleidoscopici che ci proietta dentro un vortice freakbeat/R&B frastornante. Provate un po’ a sentire le loro versioni di She Just Left dei Crawdaddys o del classicissimo Got Love If You Want It e ditemi se non sentite alle calcagna i morsi di mille cani ringhiosi, spronati dal suono fendente di un’armonica e aizzati dal pow-wow dei tamburi agitati davanti al loro muso.

Oppure prendete pezzoni autoctoni come It Ain’t Right, Satisfy the Lord of Anarchy, Time Flies and Still, In a Loop, Gone by Dawn, Brother Tobio, They Gonna Get Me, The Day, tutti scompaginati da un suono filiale a quello di gruppi come Open Mind, Eyes, Creation, Who, Master’s Apprentices, Yardbirds, Golden Dawn e falciate da un’armonica che sembra soffiata da Belzebú, chitarre sempre sul punto di deflagrare, sempre con la punta degli stivaletti sul pedale del distorsore e il tacco sul detonatore.

I Grys-Grys sono, oggi, quello che furono i Tell-Tale Hearts negli anni Ottanta, un gruppo incredibile, primitivo, devastante e assolutamente necessario. Se pensate di poterne fare a meno vi state perdendo uno dei pochi dischi contemporanei capaci di affiancare i capolavori del sixties-rock di ogni epoca, una nuova pietra miliare con cui le prossime orde di cavemen dovranno per forza confrontarsi, se vorranno ancora dire qualcosa sull’argomento.

    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ONE HORSE BAND – Keep on Dancing (Loser)  

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Come dite?

Babelogue?

Babylon???

Ah!!! Bob Log!?!!

E ditelo forte, no? Che quando suona One Horse non si sente un cazzo.

Si, si, vero! Braviiii!!!

Ma sapete che avete ragione? Ci va giù duro e ci va molto vicino, l’uomo con la testa di cavallo.

Tra l’altro mi pare abbia pure aperto per i suoi concerti.

Cos’altro dite???

Portobello???? Eh???

Ah! Mi ascolto quello!?!

Fate un po’ come cazzo vi pare.

Io ascolto entrambi, finché l’erezione regge. E qui, in più canto, perché alcune cose come It Feels So Good e I Won’t Pay che fanno a pezzi i Monkees e li buttano tra le acque fangose del Rio Grande le trovo irresistibili.

Come dite???

Sgomento blu????

Ah…contento tu…!?!

Io si, e voi? Ancora appresso ai cantautori indie che si lagnano per la fila al fast-food e per le spunte ai messaggi whatsapp?

Visto? C’è un inferno per ognuno di noi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

RADIOHEAD – Minidiscs (autoproduzione)  

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Ho sempre avuto l’impressione che trascorrere una giornata insieme a Thom Yorke debba essere più noioso di un weekend in mia compagnia.

Oggi, ne ho la conferma.

Pur sapendo che sarebbe stata un’operazione destabilizzante ho deciso di sobbarcarmi le famose diciotto ore di registrazione sottratte dagli hackers che, avuta contezza dell’inutilità hanno pensato di ridarle indietro alla band in cambio di un riscatto. Per non cedere al ricatto, la band ha deciso di rilasciare dunque una copia del maltolto in streaming gratuito e chiedendo a chi volesse scaricarlo, di pagare un piccolo obolo da dare in beneficienza per cercare di salvare un pianeta che sarà impossibile da salvare senza applicare le leggi libertarie di Bakunin e quelle socialiste di Marx e lasciando a pascolo libero i maiali della produzione industriale. Dunque anche il lodevole scopo con cui i Radiohead mascherano quest’operazione (qualora venisse garantito il versamento ad Extinction Rebellion) non basta a salvarci e i TG potranno continuare, tra uno spot e l’altro imposto a suon di moneta sonante dagli industriali che stanno divorando questa palla sospesa nel nulla come fanno i bachi con la mela, a tempestarci di pipponi sull’inquinamento inarrestabile.

Di certo sistemare fuori dalla porta diciotto pattumiere stipate di immondizia, neppure ben differenziata, non aiuterà ne’ il pianeta ne’ i suoi abitanti. Diciotto ore di provini, abbozzi, takes di cui sentivano la mancanza solo i feticisti che ai propri idoli leccherebbero anche le suole delle scarpe e che spesso dimenticano che dietro un grande album non ci sono solo grandi canzoni ma anche grandi “progetti” che prevedono scremature, perfezionamenti, trovate brillanti (spesso dovute ad interventi esterni), strategie di produzione e di elaborazione del suono, investimenti economici.

Ecco perché OK Computer, per il quale una parte di questo materiale venne poi usato, è un grande album e questi Minidiscs una roba che, anche a piccole razioni, produce irritazione per sfregamento. E non di mani.      

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

JOVANOTTI – Jova Beach Party (Universal)  

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L’estate del 2019 sarà l’estate di Jovanotti che darà l’avvio alla stagione ricevendo simbolicamente la staffetta calda dalle mani di Vasco Rossi e del suo Non Stop Live tour con tanto di date straripanti nel suo giardino privato di San Siro e di navi crociera personalizzate. Che piaccia o meno, sono questi i nomi che riescono a radunare gli italiani come un popolo che sciama ancora sotto la stessa bandiera. Due comunità spesso sovrapponibili. Due fazioni mai del tutto antagoniste. Accomunate dalla voglia di fare festa sempre e comunque e dalla stupida convinzione di essere “giovani dentro”, peraltro esaltata dai loro cerimonieri.

Come antipasto per l’inedito tour che trasformerà le nostre spiagge in un carnevale brasiliano Jovanotti pubblica una nuova serie di tormentoni da aggiungere ad una scaletta i cui pioli sono ormai patrimonio collettivo, inni all’ottimismo spensierato e consapevole, preghiere pagane a Gaia che evocano gli elementi della natura e la comunione dell’uomo con la terra. Otto canzoni che abusano dei cliché estivi di ordinanza (world-music, funky, musica brasiliana e caraibica, disco-music, trap, reggae) e degli altri luoghi comuni della poetica “cherubina” dell’autore, tentativi alchemici di connettere i caratteri sacri del tribalismo con le futili orge social del popolo del sabato sera e lodi d’amore per donne che sono belle e senza peccato solo nella sua fantasia.

Canzoni e parole da cui non potrete salvarvi, qualunque sia lo chalet e il lido che sceglierete di frequentare quest’estate e che avremo a nausea ben prima che parta il tour ma che mostrano ancora un’effervescenza e una voglia di curiosare che in pochi, ai livelli di popolarità di Jovanotti, possono vantare. Brillantina che incollerà la vostra pancia a quella di migliaia di altre pance, mentre proverete a fare il selfie perfetto per dimostrare che siete dalla parte del popolo. Quello di Jovanotti.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MEAT PUPPETS – Dusty Notes (Megaforce)  

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Quando nel 18 Novembre del 1993 Kurt Cobain invita negli studi di MTV dove i Nirvana stanno registrando la loro selezione di canzoni “senza elettricità” i fratelli Kirkwood per affiancarlo durante un tris di pezzi scritti da loro medesimi, i Meat Puppets hanno già concluso il loro ciclo vitale e i loro dischi fondamentali hanno già sei, nove, dieci anni di vita. Eppure da allora non c’è una sola recensione che riguardi la loro produzione successiva (o le ristampe della prima) che non citi i Nirvana e il grunge facendo di quell’invito e di quel coinvolgimento un po’ fortuito un cazzo di passaporto falso per far girare il nome dei Puppets anche fuori dai confini a loro cari. Che, fatta salva la primissima fase di carriera, sono quelli di un rock che ha fatto prima a pugni e poi a pugnette con la tradizione americana.

Dusty Notes è coerente con questo percorso che con i Nirvana, val la pena ricordarlo, non c’entra praticamente nulla. Neppure quando accendono le motoseghe di Vampyr’s Winged Fantasy. Canzoni che col passare degli anni si sono fatte sempre più eleganti e rifinite e che adesso con l’aggiunta di una notevole dose di tastiere, diventano autentiche miniature pregiate (ascoltate le finezze di The Great Awakening, prego) che farebbero invidia ai Ween. Che dei Puppets sono stati sempre invidiosi, oltre che esserne fans quanto e forse più di quanto lo fosse Cobain, senza che per questo nessuno sia mai venuto a rompere i maroni per due decenni citandoli ad ogni occasione.   

Ma com’è questo nuovo disco delle bambole di carne?

Gradevole.

Anche se spesso sgasato come una bibita aperta due settimane prima e che continua a presenziare il pranzo della domenica e quello che mandi giù è solo acqua sporcata e addizionata con una quantità di zuccheri da far felice il vostro dentista.  

Insomma, canzoni come Warranty, Nine Pins, Dusty Notes o Nightcap meritano un giretto più che altro per la simpatia e il rispetto che portiamo ai Meat Puppets. Simpatiche giullarate su un country-rock che, ci suggeriscono loro, si è un po’ impolverato e arrugginito.    

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro  

 

PETER PERRETT – Humanworld (Domino)  

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Dopo aver abdicato dal mercato musicale per decenni, Peter Perrett sembra aver ritrovato la voglia di creare e di condividere.

Lui ringrazia il cielo per essere sopravvissuto. Malconcio, ammaccato ma vivo.

Noi ringraziamo il cielo per essere sopravvissuti con lui, di potergli attaccare addosso un numero sufficiente di cerotti e di bende che possano nascondere le ferite più evidenti e di poterlo infine riabbracciare.

Con Johnny Thunders non ne avemmo il tempo.

Con Lou Reed non ne avemmo il modo.

Sciocco sarebbe dunque, lui che a buon ragione può rappresentare l’anello placcato in oro che lega tutti e due, lasciarsi scappare questa occasione. Tanto più che Humanworld lo ritrae in una dimensione meno intimista rispetto al disco di due anni fa (però che cosa non è Heavenly Day se non uno strascico glam di un Lou Reed che ha appena lasciato il palco con la consapevolezza dolceamara che alla fatta dei conti a lui è andata meglio di tanti suoi compagni dei tempi in cui il mondo sembrava ancora tutto da conquistare e che adesso è invece un sepolcreto di croci?, NdLYS) e più desiderosa di confrontarsi con un sound da rock-band, finendo per mostrare in almeno un paio d’occasioni i denti, seppur cariati, degli Only Ones e di toccare, in questo suo nuotare nelle vasche del rock inglese, il bordo piscina affollato di synth degli Psychedelic Furs e, dall’altra parte, quello ingombro di chitarre dei primi Verve. Noi dalla tribuna continuiamo ad applaudire, anche quando qualche bracciata sembra più impacciata del solito. Perché Peter è un fuoriclasse, uno che ha una voce capace di placarti l’anima pur raccontandoti storie di tormento e di sogni che fanno il rumore di vetri infranti.

O quel rumore era quello di un cuore?

Probabilmente il suo.

Forse, il mio.     

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE DARTS – I Like You but Not Like That (Alternative Tentacles)  

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Se sarete presenti al Festival Beat di Salsomaggiore edizione 2019 e d’un tratto vi troverete a chiedervi per quale ragione molti maschietti si sono radunati sgomitando sotto il palco facendosi largo usando il tacchetto cubano come fosse il maglio di Thor e disertando la consueta tappa al banco delle birre, potrebbe essere arrivato il turno dell’esibizione delle Darts.

Perché si, le Darts sono un bel vedere. E anche un bel sentire, ovviamente. Tanto da aver conquistato anche Jello Biafra che pure alla febbre garage era rimasto immune per quasi sessant’anni. Salvo poi portarsi le Darts in tour ad aprire i suoi concerti e alla fine ha voluto l’esclusiva sul loro secondo disco, che di folgorazioni ne ha diverse (New Boy, Thin Line che sembra fare il verso a certi giri proto-surf tanto cari ad East Bay Ray, Japan, Break Your Mind nascosta dietro il riff di I Need You dei Kinks, Phantom) e si concede pure il lusso di un paio di canzoni più complesse di cui almeno una, Love U 2 Death, sono certo sia una delle preferite di Biafra in virtù della sua ironia necrofila e della sua atmosfera sinistra che sembra perfetta per l’effetto vertigo di un horror di serie B.

E lui, come me, ama la Serie B.

E io, come lui, le Darts.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

FEDERICO GUGLIELMI – Siberia (Hellnation libri) 

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I dischi sono amplificatori delle nostre emozioni. Non ci piove, anche se su alcuni di essi nevica.

Le celebrazioni dei dischi in qualche modo la misura della nostra vecchiaia.

Siberia, disco dentro cui nevicava tantissimo, misura 35 dei nostri anni.

Sfogliando questo libro che ce lo racconta in modo dettagliato, sembrano il doppio.

L’Italian Records, i Litfiba (QUEI Litfiba), Nicola Vannini, la Contempo, Rockerilla (QUEL Rockerilla), Ernesto De Pascale, la IRA di Pirelli, Ciao 2001, Alessandro Calovolo, Il Mucchio Selvaggio, VideoMusic.

Oppure, sembra ieri.

Perché è vero, assolutamente vero, quel che dice Bauman che noi ci adattiamo al tempo e ai tempi. Ma è altrettanto vero che il tempo si adatta a noi.

E così, facendocene beffe, possiamo immaginare che quel che leggiamo sia accaduto ieri. O ieri l’altro, se proprio non vogliamo gabbare oltre che lui anche noi. L’Italia che si metteva in linea con la musica inglese con l’ardita scommessa di adattare la new-wave alla lingua di Dante, anche lui guarda caso nato a Firenze come i Diaframma.

Siberia è il disco-simbolo di quel momento. Miro Sassolini ha appena preso il posto di Nicola Vannini e Alberto Pirelli decide di investire su di loro e di inaugurare con il loro album la sua nuova etichetta, perché ognuno è libero di suicidarsi come vuole. E invece Siberia è un suicidio fallito e il primo atto di una storia d’amore infinita: quello tra i Diaframma e il loro pubblico, sempre pronto a sostenere il gruppo anche quando questo diventa sempre più un affare privato di Federico Fiumani. Il libro di Guglielmi racconta, attraverso i protagonisti che ne presero in qualche modo parte, le vicende accorse ai Diaframma a monte e a valle di quel disco (anche “molto” a valle, con un doveroso spazio dedicato al Siberia rivisto e corretto della versione reloaded del 2016) tenendosene un po’ in disparte, senza dispensare punti di vista che non siano necessari alla narrazione. Un po’ lettore anche lui. E anche lui a guardare questo cuore appeso a sanguinare come la carcassa di un suino dal gancio di un macellaio.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE MADS – Turn Me Up / Strange Town (Area Pirata/Sexy Groove Rhythms) / LOS INFARTOS – El Narco Ritmo (Area Pirata) / CANNON JACK & THE CABLES – Primitivo / Big Bad Monkey Man (Area Pirata) / ROMA K.O. – Demo 1988 (Hellnation) / THE CRETINS – Haven’t Got a Clue (Dirty Water) / THE FLAMING SIDEBURNS – Soulshaking (Bad Afro)

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Tutti invitati al quarantesimo compleanno dei Mads. E come ad ogni festa di compleanno, a meno che non voglia fare l’imbucato, è d’uopo partecipare al regalo. La quota stavolta è di 8 Euro (gli amici e le amiche delle mie figlie chiedono di più) e in cambio vi portate a casa come ricordo uno dei sette pollici più belli dell’anno: un’originale e una cover dei Jam che scivolano via graffiando come pochi di questi tempi. Roba che se ne riconoscete l’aroma, allora di anni ne avete qualcuno in più di quelli che la band milanese festeggia con Turn Me Up e Strange Town del Sig. Weller. E se è davvero così, e se alla fine degli anni Settanta preferivate il punk più legato alle istanze mod di quello che preferiva giocare con le spillette da balia, allora fareste meglio a mettervi in casa questa roba qua. Non ve ne pentirete.

Non si sprecano i Los Infartos da Teramo, giunti solo al secondo singolo in quattro anni dimostrando che hanno di meglio da fare che realizzare dischi. Ma quando lo fanno, ti strapazzano a dovere.

El Narco Ritmo lo fa con quattro pezzi dove punk, garage e Hammond-beat sconfinano uno nell’altro. Attenti, che con l’età che galoppa il rischio di farvi venire un infarto lo correte davvero.

Cannon Jack & The Cables sono invece uno spin-off de Le Muffe. Goliardia demenziale figlia del rock and roll e del beat italiano che non arrivarono in classifica e attitudine garagistica da pianeta dei primati sono gli ingredienti che Gianluca Daghetti e compagni infilano dentro le due tracce del loro debutto. Robaccia che se la mettete su al primo appuntamento, finite la serata in compagnia di Federica, la mano amica.   

La romana Hellnation pesca invece nei liquami di Roma per tirare fuori questi sorci chiamati Roma K.O., attivi trenta anni fa nei locali della capitale ma di cui questo EP di quattro brani rappresenta l’unica, tardiva, testimonianza discografica. A dispetto del titolo, che ne spiega solo la fonte, almeno tre pezzi su quattro hanno una dinamica molto ma molto migliore di quella che possiate immaginare e che potrebbe indurvi maldestramente a scartarlo a priori. Quattro graffi(ti) della Roma che bruciava.

La Dirty Water mi manda invece una velina (non quella in carne ed ossa, purtroppo) con tanto di link per il debutto dei Cretins. E io, come un cretino, la apro trovandoci dentro una sola canzone (boh, io con questi cazzo di link ci capisco ancor meno dei post di Instagram dove in calce alla foto di un culo c’è un aforisma di Freud che nessuno leggerà ma che tutti applaudono). Haven’t Got a Clue è pero davvero un pezzone che merita di stare nella mia playlist personale di questo 2019, con le chitarre belle tirate su un classico giro proto-punk ed energia a profusione.

Quella che hanno dimenticato da qualche parte i Flaming Sideburns, che tornano dopo anni cagando un solo pezzo e comunicandomelo anche loro con un link che mi porta dritto dritto su SoundCloud e su Spotify, ovvero i due circoli polari dove va a morire il rock ‘n’ roll e dove meritate di morire anche voi che continuate a cliccarci sopra.

Soulshaking, presentato con una foto scattata proprio nella Brighton dei Cretins (più precisamente in quel vicolo che ora puzza di piscio e divenuto famoso per lo scatto di Jimmy poi immortalato sulla copertina dalla soundtrack di Quadrophenia) è preludio al loro album n° 5 previsto per il prossimo anno e onestamente mi pare solo un classico esercizio di stile a metà strada fra i Fleshtones e gli Sweatmaster di per sé non malaccio, non fosse che i Sideburns erano anni fa dei fuori classe e che adesso invece mi pare di vederli seduti tra i banchi, a tentare gli esami di recupero al corso serale per gli over 40.   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro