THE LAISSEZ FAIRS – Marigold (Rum Bar)  

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Riecco il mondo in technicolor di John Fallon, ad un anno e mezzo da Empire of Mars, segnale di un rinnovato stato di grazia per l’ex leader degli Steppes dopo il silenzio di cui si era avvolto durante tutto il primo decennio del nuovo secolo.

I suoni di Marigold sono quelli da giardino incantato tanto cari a Fallon: Barrett, Skip Spence, Jack Holmes, Donovan, Fleur de Lys, Robyn Hitchcock, Dukes of Stratosphear e anche certo glam rock (penso a Bowie e ad alcune cose dei Bauhaus) tornano a fiorire nelle nuove sedici tracce dei Laissez Fairs, mutevoli per mood e ambientazione creando un ricettario ricco in cui il palato dell’ascoltatore poco avvezzo potrebbe essere messo a dura prova, rischiando di rimandare indietro qualche portata. Per gli altri invece, anche se non tutti i brani dell’album hanno uguale caratura, la pioggia mutevole di Marigold potrebbe essere una delle più ritempranti di questa estate.     

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

RICHARD HAWLEY – Further (BMG)  

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Un po’ Chris Isaak e un po’ Mark Lanegan, un po’ Morrissey e un po’ Scott Walker.

Il gusto per gli arrangiamenti sontuosi che abbiamo amato o odiato nei Cousteau e nei Tindersticks e un amore per la sua Sheffield che in questo suo primo disco per la BMG viene in parte tradito, venendo meno alla tradizione che vedeva ogni suo disco legato ad un luogo della sua città e che in qualche modo lo avvicina a Birmingham, con la cessione della sua versione di Ballad of a Thin Man alla colonna sonora dell’ultima stagione di Peaky Blinders che qui non troverete.

Ci troverete però un rallenti di Mr. Tambourine Man intitolato Not Lonely.

Ci troverete pure la solita raffinata musica da compagnia di Hawley e nel mezzo qualche guizzo d’energia come Off My Mind e Time Is dove il musicista di Sheffield sembra intenzionato a lasciar andare le redini e lasciar correre il suo destriero in campi pieni di sterpaglie stonesiane più che nel solito prato inglese in cui invece è più spesso costretto a trottare.

Ci troverete pure una Alone che da sola è più bella di tutto l’intero ultimo album di Morrissey, quantunque il manierismo sia equivalente nell’una e nell’altro caso. E poi anche tanta roba di cui abbiamo gli armadi pieni, oltre che i coglioni. Come il Nillson nascosto (mica tanto) dietro la title-track o il glam vestito in doppiopetto alla Bryan Ferry di Is There a Pill?.

Ci troverete insomma Richard Hawley, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

POWERSOLO/THE COURETTES – Glædelig jul allesammen/Christmas (I Can’t Hardly Wait) (Crunchy Frog) / THE EMPTY HEARTS – It’s Christmastime/Joyful Noise (autoproduzione) / THE HI-RISERS – Christmas with The Hi-Risers (Hi-Tide)  

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Il Natale contagia tutti, inutile nasconderlo. Anche i musoni come me.

Ispirati dalla sua tradizione cristiana o dal folklore pagano fatto di Babbi Natale, renne e slitte, in pochi si sottraggono al momento più magico dell’anno. Anche nel mondo già di per sé grasso e colorato del rock ‘n’ roll, le campanelline della slitta di Santa Claus diventano una suppellettile dal fascino irresistibile. Anche quest’anno, il calendario dell’avvento si arricchisce di nuove “perle” natalizie. Qui ne vediamo qualcuna, giusto quelle che le mie tasche permettono e quello che è sotto le tasche sopporta: la Crunchy Frog celebra la natività con uno split tra l’acclamatissimo Powersolo e i gettonati Courettes. Un lento stop per voce da orco su un lato e un rumoroso singolo che è una versione “smart” del wall-of-sound spectoriano sull’altro.

Ancora più campanelle dondolano sulla A-side del nuovo singolo degli Empty Hearts dell’ex Chesterfield King Andy Babiuk anche se preferisco di gran lunga lo spettacolare numero alla Diddley che occupa il retro, forse la cosa migliore finora incisa dal gruppo di Rochester.

La Hi-Tide, piccola etichetta del New Jersey, di singoletti natalizi quest’anno ne ha pubblicati tre, ma il migliore del lotto è questo degli Hi-Risers, storica band che proviene dalla medesima area geografica degli Empty Hearts. Per loro meno campanelle e due canzoni piene dello “scampanellante” beat inglese di marchio Hollies. Nulla di fantasmagorico ma tutto suonato con classe e stile ineccepibili. Santa Claus ne sarebbe orgoglioso.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

RICHARD AND THE YOUNG LIONS – Volume 1 / Volume 2 (Wicked Cool)  

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Tre singoletti su etichetta Philips tra il 1966 e il ’67 e un mini-tour a fianco agli Yardbirds, poi un lunghissimo oblio mitigato dallo stato di cult-band conseguito grazie alla tardiva e inconsapevole partecipazione ad alcune compilation di classico e deragliante sixties-punk come Pebbles, Boulders, What a Way to Die e quella Open Up Yer Door che rubava il titolo proprio al più noto tra i loro minor-hit. Questa in breve la storia altrettanto breve degli Young Lions del New Jersey.

Fino a l’altro ieri.

Perché oggi (anzi ieri, perché le registrazioni sono state effettuate con “Richard” Tepp ancora vivo e vegeto all’indomani della reunion organizzata in occasione del Cavestomp Festival del 2001, NdLYS) Townes Van Zandt convince la band a tornare in studio. A dare man forte al gruppo lo stesso Steve Van Zandt alla chitarra e una nutrita serie di turnisti sicché dentro questi due tardivi album degli Young Lions ci sono più musicisti che in una squadra di calcio, panchine incluse.

Il risultato?

Non ci crederete: FANTASTICO.

Le incisioni d’epoca vengono aggiunte in fondo alle due scalette, e sono quelle che già conosciamo. Ma sono le registrazioni nuove a stupire per una freschezza che era comodo pensare inevitabilmente sfiorita e per un’adesione stilistica ai canoni d’epoca: canzoni come Don’t Waste My Time, One Kiss, I Ain’t Missing You e le cover di Action Woman degli Electras e Warning degli Humans (su Volume 1), la nuova versione di You Can Make It, Make Me Lonely, Why, Honor to Be e le cover di It’s a Cryin’ Shame dei Gentlemen e di Get Me to the World on Time delle Prugne Elettriche (su Volume 2) sono roba talmente fatta bene da sfiorare il miracolo e da dare il benservito a tanti giovanotti ben disposti.

Non più giovani, questo è sicuro. Ma ancora leoni.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE ROSALYNS – Outta Reach (Pig Baby)  

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Le Rosalyns sono il nuovo progetto di Anja Stax dei Loons, una all-female band che ha l’obiettivo di rimettere in mano alle ragazze il garage-rock, con gli “aggiustamenti” del caso visto che nel frattempo, dagli anni Sessanta ad oggi, nella storia del rock ‘n’ roll sono arrivati gruppi come i Modern Lovers e gli Stooges.

Dunque preparatevi per un viaggio che dalle Shirelles, delle Shangri-Las e dalle Belles passa attraverso Tommy James and The Shondells, Paragons, Easybeats fino ad arrivare a delle versioni anche abbastanza feroci di He Cracked e Search and Destroy, a dimostrazione che le Rosalyns non vogliono essere un gruppo-fumetto di scodinzolanti cheerleaders che si agitano sui ritornelli di Hanky Panky o Go Go Gorilla ma una r ‘n’ r band coi fiocchi (che preferisco agli “attributi” che spesso vengono concessi con generosità dagli uomini col pisellino a tante donne e nascondendo in realtà una degli epiteti più maschilisti che possano essere elargiti, NdLYS).

Outta Reach è un disco di pregiata maestranza rock and roll. Feticista il giusto e divertente oltremodo, con delle versioni di Putty (in Your Hands), Abba, Come Back e Search and Destroy da manuale.

Fate spazio alle Rosalyns sui vostri scaffali.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

CAVEMEN – Night After Night (Slovenly)  

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Infilati spesso nella pattumiera del garage-rock, forse per via del nome stampato sull’etichetta, in realtà i neo-zelandesi Cavemen sono uno scarto compostabile da gettare, se proprio dovete, nel contenitore del punk. Quando guardano agli anni Sessanta, e qui succede ad esempio su Boyfriend e Belgian Holiday, lo fanno guardando le stesse tavole da surf cui guardavano i Ramones. Solo che dalle loro parti ce ne sono molte di più.   

Non ci vanno molto per il sottile, i Cavemen.

Neppure stavolta.

Però azzeccano più pezzi del solito, nella solita catastrofica scaletta di riff furiosi, urla sbracate e cori svaccati che caratterizza il loro stile: Slave, Snakeskin, Got My Eye on You, Can’t Resist, Night After Night e quella pastoia da fattoria infestata in stile Gun Club/Tex and The Horseheads che è Death Will Never Change in cui i Cavemen si concedono di riprendere fiato dopo una ventina di minuti di corsa a perdifiato, i migliori del lotto. Che è un lotto deperibile, come gran parte delle derrate punk dell’ultimo ventennio. Gli anni in cui tutto costa qualcosa e pochissimo vale il prezzo che ci chiedono.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

FLAMIN’ GROOVIES – I’ll Have a… Bucket of Brains / Between the Lines (Grown Up Wrong!)  

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Quando ti arriva a casa un disco dei Flamin’ Groovies è sempre una gran festa.

Figurarsi quando te ne arrivano due, per giunta a sorpresa.

A farmi questo regalo è la Grown Up Wrong! Records di Melbourne, recentemente tornata a sfornare dischi (un doppio live degli Scientists e una ristampa dell’Ann Arbor Revival Meeting dei Powertrane). E lo fa a pochi giorni dal mio quarantanovesimo compleanno. La prima è una ristampa dello storico EP pubblicato venticinque anni prima e che documentava le famose registrazioni ai Rockfield Studios con Dave Edmunds alla consolle. Proprio quelle dove c’è quella Slow Death bannata dalle radio e destinata simbolicamente a separare la fase Loney/Jordan da quella Wilson/Jordan. Slow Death è il testamento musicale di Roy Loney, il suo ultimo regalo alla band. Ed è una delle dieci canzoni da salvare dall’Apocalisse che verrà, anche in questa edizione già meno imbizzarrita registrata dal sostituto. Perché i Flamin’ Groovies sono un’anaconda capace di mutare pelle ma di conservare sempre il suo spirito da rettile predatore. Lo dimostrano queste tracce, anche se quando arriveranno a risuonare nelle nostre stanze saranno già passate tonnellate di loro vinili a testimoniarlo, facendo di Bucket of Brains un testimone attendibile ma arrivato all’udienza in grandissimo ritardo.

Sull’intero decennio del sodalizio storico Wilson/Jordan (saltando volutamente il rientro nostalgico di qualche anno fa) indaga Between the Lines, raggruppando tutte le canzoni scritte dal duo nel periodo che va dal 1971 al 1981 e documentate all’epoca su tre album e una manciata di singoli. Tutte belle come raggi di sole. A raccontarcele a parole sono chiamati invece Marc Zermati della Skydog e David Laing di Ugly Things che impreziosiscono il ricco libretto di questa ennesima raccolta sui Groovies. La band che ha salvato il rock ‘n’ roll infinite volte.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

GospelbeacH – Let It Burn (Alive Supernaturalsound)  

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Neal Casal è andato via senza troppo fragore, mentre l’attenzione degli italiani era divisa fra i costumi bagnati del Papeete e le chiappe viscide che affollavano o sfollavano da Montecitorio. E così il 26 Agosto il mondo intero ha perso uno dei migliori chitarristi contemporanei senza farci troppo caso. Appena due giorni prima su tutte le piattaforme digitali era uscito Bad Habits, il singolo che annunciava il nuovo album dei GospelbeacH e che verrà poi scelta come traccia di apertura di questo loro nuovo disco, con la chitarra di Neal che sembra abbracciare per l’ultima volta tutto il pianeta in un larghissimo abbraccio hippie.

Banali suggestioni post mortem, ovviamente, anche se resta come dato di fatto la capacità dei GospelbeacH di realizzare musica e canzoni che affondano i piedi in quel fango che da Woodstock invase a lungo l’America tutta portando con se una ventata di ottimismo e good-vibrations che a lungo risuonarono sui dischi di Byrds, Jackson Browne, Eagles, Neil Young, Tom Petty, Big Star. Tutta gente con cui i GospelbeacH si confrontano apertamente con la loro cornucopia di canzoni dalle trame larghissime e trasparentissime, come se il mondo fosse ancora quel carosello di colori vividissimi di certe pellicole degli anni ’70 e non una palla carbonizzata che si muove a fatica nello spazio.

Sembra, attraversando le canzoni di questo Let It Burn, di vedere ancora l’America che vive il mito della frontiera, che si nutre del suo sentimento delle distanze immense, votata alla pluralità ma anche ad una solitudine sconfinata come tutta l’America, pronta a scrutare, ad indagare quell’altrove che sembra invadere ogni piccolo villaggio americano e calamitare ogni singolo cittadino.

L’America libera che abbiamo visto solo in qualche film e che ci ha fatto perdutamente innamorare. L’America in cui nessun sogno è troppo grande per poter diventare reale e in cui ai pasticcieri piace sempre esagerare con gli zuccheri.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE WHO – Who (Polydor)  

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Pare che per registrare le loro parti su Who Daltrey e Townshend siano entrati in studio in momenti diversi e mai quando uno dei due si trovava già dentro, a dimostrazione che non tutto il sangue che è scorso sul palco degli Who non era buon sangue, almeno da diversi anni a questa parte.

Dall’ultimo album in studio ne sono passati tredici, addirittura. Che tuttavia non è la pausa più lunga che Roger e Pete si sono concessi.   

Anche da “separati in casa” però l’alchimia tra i due funziona se non per tutto il tempo che ci chiedono di dedicare al loro nuovo lavoro ma per una buona porzione di esso. All This Music Must Fade e Detour ad esempio ma anche l’elegante I Don’t Wanna Get Wise tengono alta l’attenzione e lo stendardo col vessillo degli Who durante la prima metà del lavoro. Poi, vero, la fiacchezza prende il sopravvento e il disco va un po’ alla deriva con pochi guizzi (Rockin’ in Rage) e ballate torcibudella che non perdonerei neppure ad Elton John o ad Ed Sheeran, figurarsi agli ex-teppistelli inglesi. Però, nonostante le foto sulle carte d’identità siano ormai stropicciate e i volti dei conducenti quasi irriconoscibili, li lasciamo passare. Per gli Who e per gli eroi esibiti sugli adesivi che hanno appiccicato sulla carrozzeria il varco è sempre aperto.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE SPARKLES – The Complete Recordings (Jukebox Music Factory)  

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El Vidocq è un avido collezionista francese di dischi e memorabilia degli anni ’50 e ’60 che da qualche anno si è improvvisato pure discografico realizzando alcune compilation di musica exotica, surf e frat-rock su una label chiamata Jukebox Music Factory il cui modus operandi è proprio quello suggerito dal nome scelto: una sorta di selezione di canzoni buone per le famose “macchine di dischi” in voga proprio in quegli anni. Roba, intendiamoci, che dentro i jukebox ci è finita di rado ma che nasceva come musica da intrattenimento per gli avventori dei bar e night-club disseminati lungo la pancia dell’America. Se la mia memoria e la mia collezione non mi inganna questo dedicato interamente agli Sparkles è il primo album intestato ad un’unica band realizzato dalla sua label, dopo una serie di dischi come Shake-O-Rama, Monster-O-Rama e Strip-O-Rama. E si, sono gli Sparkles che tutti gli amanti del più stordente garage-sound ricordano per due distillati di assenzio come No Friend of Mine e Hipsville 29 B.C., quelli con ben due batteristi in formazione uno dei quali, Lucky Floyd, urlava pure al microfono tutto il suo sdegno.

The Complete Recordings segue ovviamente tutto il percorso discografico del gruppo texano, formato nel 1957 come band di intrattenimento per i locali della loro città, col solito repertorio di classici e il classico sassofono solista in primo piano, come l’epoca richiede. Le registrazioni di quel periodo restano inedite anche in questo caso, che però prevede l’intera sequenza di quanto ufficialmente realizzato e collezionato da El Vidocq: undici canzoni in tutto incise tra il 1962 e il 1967 con quel frammento di criptonite di No Friend of Mine su cui Lucky attorciglia la lingua come un rapper ante-litteram.

Sputandovi addosso per due minuti e mezzo tutto il suo odio e la sua frustrazione.

Io ve la sputo qui affinchè vi sia di monito, ancora e per sempre:


You told me if I ever got down, you’d cool my frown
Baby, I’m down, so prove it!
Yeah!
My poor heart just cold as the log
That fell in the middle of a big peat bog, so move it!
Yeah!
Now, what’s this, babe?
Are you just gonna stand there?
And watch me pull my hair?
Well, you go on, get out of here
‘cause you ain’t no friend of mine, no
No, no, no, no, no, no, no, no

You ain’t no friend of mine
You’ve been puttin’ me on all this time
You ain’t no friend of mine
You just want to stand and watch me
Watch me blow my mind

Sun comes up and the moon goes down,
I’m running wild, on the town,
Like a boozer, yeah!
Man on the sidewalk putting me down,
Says I look queer,
Calls me a clown and a loser, yeah!

Now, what’s this, babe?
Are you just gonna stand there?
Remember when I was pulling my hair?
Well, you go on, get out of here,
‘cause you ain’t no, ain’t no friend of mine, no
No, no, no, no, no, no, no, no

You ain’t no friend of mine
You’ve been puttin’ me on all this time
You ain’t no friend of mine
You just want to stand and watch me
Watch me blow my mind.

 

                                                                                                 Franco “Lys” Dimauro