HANGEE V – Minus One/Old Shadow (Groovie) / THE LIARS – Salvation/Can’t Stay Away From You (Area Pirata) / THE ROUTES – Do What‘s Right by You/Love Like Glue (Dirty Water) / THE DUSTAPHONICS – Burlesque Queen/Tornado (Dirty Water) / AA. VV. – The Wildest Things in the World (Boss Hoss) / THEE PIATCIONS – Time/Singapore Mon Amour (A Giant Leap) / ROLLERCOASTER – Unfinished Business E.P. (A Giant Leap) / THE MAHARAJAS – Sucked into the 70‘s (Crusher) / THE FLIGHT REACTION – Flying Colours/A Broken Heart – Won’t Give In/I Lost You (CopaseDisques)

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Mi piacciono i singoli. Dentro c’è spesso quella miccia che, allungata e stiracchiata per i “metraggi” degli album, perde spesso tutto il suo livore. 

E poi, ti obbliga a frequentare il tuo stereo. Un singolo non lo metti lì “a ruota” mentre fai le faccende di casa o cerchi di aggiustare la tua casa che va a pezzi come la tua vita. Non ti permette di andare a grattarti le palle. Devi stare lì, nei pressi.

Perché dopo due o tre minuti dovrai essere pronto a rigirare il tuo bel dischetto e rimettere a posto la puntina. Ai tanti che vogliono evitarsi questa fatica, cerchiamo di dare qualche motivo in più per tirare su le panze dalle scrivanie e dalle poltrone andando a spulciare tra le ultime uscite europee in formato ridotto.

È la spagnola Groovie Records di Lisbona a mettere il timbro sul nuovo 7” degli italiani Hangee Five, ormai da anni una garanzia per la custodia dei suoni sixties più criptici e riverberati.

Minus One è uno strumentale dalla classica progressione surf sullo stile degli Chantays con un tocco spiritato sullo stile dei Roemans o degli Enchanters 4.

Sul lato B Old Shadow si muove tra frustate di fuzz, urla isteriche e mazzate di batteria mostrando l’altra faccia del gruppo sardo, quella più legata al sixties punk maledetto e demente. Le analogie con la Judgement Day degli Esquires sono evidenti e non taciute.

Dalla sponda opposta del Tirreno, esattamente da Pisa, provengono i Liars.

Alessandro Ansani e Pierpaolo Morini fanno musica, questa musica, da quando molti di voi si ciucciavano il dito. Andrea Salani, il “nuovo” batterista, da quando vostra madre ciucciava altro, prima di addomesticarsi alla vita coniugale.

Se i nomi di Putrid Fever e CCM vi dicono qualcosa, dovreste aver capito.

Ora che tornano tutti ma proprio tutti, tornano anche loro e onestamente mi sembrano molto più motivati di tanti altri. Salvation e Can‘t Stay Away From You (Area Pirata) sono due belle canzoni (eccezionale la prima, semplicemente bellissima la seconda) che mostrano come si possa suonare del rock moderno senza abusare dei luoghi comuni che i nostri ascolti spesso ci impongono.

Negli anni Ottanta lo facevano i Plan 9, gli Hidden Peace, i Things, gli Electric Peace.

E lo facevano i Liars. Grazie a Dio sono tornati a farlo.

Merdosissimo garage punk per il nuovo 45rpm dei giapponesi Routes, il primo ad essere pubblicato per una label del Vecchio Continente, la meravigliosa Dirty Water.

Non un singolo qualsiasi ma il migliore di questo 2010 che molti ricorderanno per i dischi di xx, Vampire Weekend, Crystal Castles o Wavves.

A nessuno di loro consiglio l’ascolto di una cosa infima come Do What‘s Right by You, elementare e volgarissimo beat punk che pare suonato da allucinati figli di capelloni come Missing Links o Outsiders.

Love Like Glue fa anche peggio: sembra una copia graffiata del primo album degli Shadows of Knight. Roba che non comprereste mai nel negozietto di dischi usati, figurarsi se lo comprerete al prezzo di uno nuovo.

E fate bene.

Ne abbiamo fin sopra i coglioni dei vostri dischi pieni di elettronica come un disco degli A-ha che volete per forza spacciarci come nuova e alternativa.

Ognuno stia nel proprio recinto, che la promiscuità ha fatto più danni che altro.

Sempre da casa Dirty Water arriva un’ altra cosa lurida come il 7” dei Dustaphonics.

Hanno questa cantante, Aina Westlye, che canta come se le stessero praticando un fisting rettale e un chitarrista che ha memorizzato ogni cosa di quelle che da anni si diverte a passare nei club dove lavora come DJ: blues, funky, surf, rockabilly.

Il risultato è Burlesque Queen, un delirio tarantiniano con tanto di sassofono bavoso e cori da privè su un testo scritto nientemeno che da Miss Tura Satana.

Roba da eiaculazione precoce, manco a dirlo.

Sul lato B c’è Tornado, un classico di Dale Hawkins.

Diddley sound martoriato dalle maracas e dal tremolo e canto da pantera soul.

Sono invece quattro le band a spartirsi i pollici dell’ultima uscita Boss Hoss: viene un pollice e 75 a testa, ma ne valeva la pena. Anche perché il mio idraulico per montare un tubo da mezzo pollice chiede molto ma molto di più.

I Barbacans sono italiani e con Cut Your Head G.S. (Giancarlo Susanna?, Gwen Stefani? Non ci è dato sapere…NdLYS) confermano quanto di buono fatto col disco di esordio: un suono sporchissimo e denso di catrame fuzz e scorie di organo Vox.

I Vicars fanno altrettanto con una Can‘t See Me scopiazzata sulla imbastitura di He‘s Waitin’ dei Sonics. Sull’altro lato due band dal Sudamerica: Los Peyotes con Pintalo De Maron con un organo demente e chitarre che fanno l’acqua-planning sull’ Oceano Atlantico. Triviale e squilibrato. Los Explosivos invece ci accomiatano con l’ennesima cover di I Can Only Give You Everything che certo non ci fa più l’effetto che ci fece quando la sentimmo la prima volta ma è sempre un bel sentire.

Del resto la prima pompa è indimenticabile, ma non è che quelle successive siano da buttare.

Chi invece sacrifica i beatle-boots per un paio qualsiasi di scarpe purchè siano belle da guardare sono i Piatcions. Non credo che imparerò a scrivere il loro nome correttamente senza guardarlo sulla copertina prima di essere pronto per il boia ma questo non vi riguarda. Il ridicolo giro di parole serviva solo per dire che dopo il singolo capellone dello scorso anno il quartetto di Domodossola si mette al lavoro per educare il proprio suono a quello della generazione shoegaze.

Chitarre stratificate e voci fluttuanti come nei dischi dei Darkside o degli Spiritualized sulla Time che occupa prima facciata di questo nuovo singolo che esce per la A Giant Leap mentre Singapore Mon Amour è un trip di cinque minuti su una linea di basso martellante e curve algide di sintetizzatori, sferzati da folate di vento cosmico.

Come prendere un trip mentre stai atterrando sulla luna assieme ai Krisma.

È sempre la A Giant Leap che si fa peso di portare in Italia quanto hanno registrato i Rollercoaster (italiani ormai naturalizzati americani, NdLYS) in California.

Ne viene fuori un bellissimo EP di quattro pezzi fulminanti. Dall’iniziale Change Is Due che pare una cover di Dead Souls dei Joy Division suonata da Jesus and Mary Chain fino alla bellissima trama di chitarre paisley e piano elettrico di Unfinished Business passando per il nodoso rock detroitiano di Between Seeing and Not Seeing e quello fangoso di Soul on Fire figlio degli Hypnotics è tutto, davvero, un bel sentire. Magari ce ne fossero di band così.

Smettetela di comprare i dischi de Le Vibrazioni e andate a cercare questa roba.

Tornano un po’ a sorpresa anche i Maharajas. Lo avevo già detto qui: http://www.facebook.com/note.php?note_id=77561044279 un po’ di anni fa che il gruppo svedese mi sembrava voler sempre più prendere le distanze dal suono garage degli esordi per lanciarsi nel recupero di certo power-pop di scuola Flamin’ Groovies e questo Sucked in the 70’s conferma i miei sospetti: Down at the Pub richiama subito alla memoria la Down at the Night Club di altri svedesi ma solo dal titolo: ci troviamo infatti davanti ad un pub-rock scattante e pieno di belle melodie alla Plimsouls. Una nuova direzione confermata anche dagli altri tre pezzi, tra i quali mi pare distinguersi la Stickers and Pins posta in chiusura, tutta carica di vecchi ricordi epoca Shake Some Action (Flamin’ Groovies) e Triangle (Beau Brummels) e delle cartoline estive di Stems, Hoodoo Gurus e ultimi Sick Rose.

I vecchi estimatori del suono in H-Minor rimarranno delusi, gli altri prendino la sdraio e si mettano al sole, prego.

E a proposito di Maharajas. Forse non tutti sanni che Jens Lindberg, il leader della band svedese, era negli anni Ottanta dentro quella cricca di perdigiorno dei Crimson Shadows. Jens era quello con il medaglione al collo e la faccia da schiaffi. Accanto a lui, oltre ai fratelli Maniette e a Henrik Orrje c’era pure Måns Månsson, più avanti alla guida dei grandi Maggots, ufficialmente sciolti il 13 Aprile del 2010 ma in realtà già sfatti da un po’. Sentendo odore di bruciato il buon Måns ha tirato su una band assieme a Mats Brigell e Sebastian Braun dei Giljoteens e al chitarrista degli Artyfacts, qui relegato al basso. La band si battezza The Mystic Ways con l’intento “religioso” di tornare a suonare vecchie cose dal cuore sixties. Tradita la visione mistica ma non la missione, i quattro si ribattezzano Flight Reaction come un vecchio pezzo dei Calico Wall e debuttano ora con un doppio 7″ per la CopaseDisques: Flying Colours/A Broken Heart e Won’t Give In/I Lost You risuonano di vecchie spezie anni sessanta in classico stile Crude Pa. o New England Teen Scene: suono abrasivo ma anche pieno di ricami folk malinconici e delicati. Un sound che dietro la sua apparente semplicità nasconde un groviglio di suoni ricercati e caleidoscopici colori retroattivi (ascoltate come suona il solo di I Lost You, NdLYS).

La Svezia, si sa, è sempre una spanna sugli altri.

E non credo sia soltanto una questione di paralleli.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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The Flight Reaction - Won't Give In 7'' [CopaseDisques 2010]

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NO DEAL – Soul Picker’s Deal/These Things Kill (Gravedigger’s) / THE SCRUBS – Please Go Out/Hey Girl (Area Pirata) / THE LINK QUARTET – Quattro Pezzi Facili (Area Pirata) / BRAT FARRAR – Being with You That Night (Hound Gawd!)

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Arriva la primavera e, per non farmi trovare fuori forma, decido di far fare un po’ di flessioni al fedele braccio del mio piatto Technics. Come personal trainers scelgo un po’ di roba che mi è arrivata via posta negli ultimi due mesi.

I primi del lotto sono i No Deal, “nuova” formazione di Cagliari che in realtà nasconde due/quarti dei Rippers, il chitarrista dei Freaks e il boss della storica Gravedigger’s che qui impugna il basso con lo stesso approccio turgido e roccioso di Keith Evans e Cord Neal, perfettamente funzionale al caotico garage punk della band, dove tutto è ridotto al frastuono essenziale. Due canzoni belle maleducate suonate a metà manico, pisciando in egual misura sul giro di Do e sugli assoli di Satriani recuperando piuttosto il minimalismo catramoso dei Velvet e dei Punks di Detroit. 

Più scanzonato sembra l’approccio dei lodigiani Scrubs, che immagino a fare le boccacce come il giovane Koizumi. E che probabilmente farebbero le pernacchie a leggere le mie intuizioni. Due canzoni anche nel loro caso, con pioggia fuzz e grandine di maracas come ai tempi dei Primates.

Le atmosfere cambiano del tutto invece con il nuovo E.P. del Link Quartet che se hanno cinque facce in copertina significa che qualche novità c’è. E infatti le quattro cover servite in salsa italiana vedono l’ingresso in formazione di Silvia Molinari di cui onestamente non conosco i trascorsi artistici e che qui si dedica a cantare nella lingua di Dante dei piccoli classici di Blood, Sweat & Tears, Shockin’ Blue e Serge Gainsbourg. Ovvio, conoscendo di cosa è capace il quartetto, che ci si aspetti di azzardare un comodo parallelo con la Driscoll e i Trinity e tirarci fuori anche una simpatica “manovra” aritmetica. Recensione finita, e avanti il prossimo esercizio di fitness. Purtroppo così non è e malgrado il suono da giganti raggiunto dal Link, ormai in grado di padroneggiare retro-pop, funky, hammond-beat e prog con il medesimo altissimo livello di maestria, il lavoro mi pare meno caldo rispetto agli standard altissimi cui il “quartetto” ci ha abituato.

Per elettrizzarmi un po’ metto sul piatto di portata il nuovo singolo di Sam Agostino, alias Brat Farrar. Uno un po’ matto che si diverte a tagliuzzare i riff dei Wipers con una motosega a batterie. Un elettropunk che dà il meglio di sé su Feel This Way, con un bel ritornello anni Ottanta che farebbe gola a tante osannate new wave band in giro per il pianeta e che invece mi sa che ascolteremo in pochi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOOSE – Untamed (Rockin’ House)

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Se seguite le vicende di Bassa Fedeltà e quelle del suo figlioletto tamarro Metallic KO non dovrebbe esservi sfuggito il nome dei Loose, quintetto votato al più schietto Detroit-sound di Stooges e Radio Birdman. Bene, il loro nuovo 7″ Untamed esce per la statunitense Rockin’ House e vi consiglio di sfilarlo subito dallo scaffale del vostro negozietto di fiducia e farlo vostro, anche a costo di rubarlo.

In soli 5 anni il loro livello di scrittura è cresciuto in maniera incredibile assimilando la più selvaggia tradizione rawk ‘n roll e scaraventandocela addosso come fiotti di sborra.

We’ll Make It esplode di schiumazza wah wah e secrezioni ormonali, Let Me Know ha lo stesso slancio epico che fu dei migliori New Christs. Un anthem assoluto con un ponte chitarristico che in trenta secondi dice più di quanto uno Scaruffi potrà mai scrivere su quello che è il rock ‘n roll.

I Loose sono un buco di donna, odore di sesso che ti satura le narici e desiderio denso come miele che ti imbratta le mani. Assolutamente deviato e fottutamente erotico.

                                                            Franco “Lys” Dimauro

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THE HIVES – Main Offender (Burning Heart) / BLACK MOSES – 7″ (Shifty Disco) / ULTRA BIMBOOS – Jukka Perkele! (Bad Afro) / RAY DAYTONA AND THE GOOGOOBOMBOS – Hole in the Sky (Mad Driver)

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Bel poker di singoli per questo numero di Bassa Fedeltà: iniziamo dagli svedesi Hives, reduci dal successo del loro secondo full-length Veni Vidi Vicious. Da lì è tratta l’opening track del nuovo singolo Main Offender: 2 minuti e 1/2 di demenza garagepunk con cui avrete già preso familiarità da tempo, suppongo.
Il contorno è una bella cover di Lost & Found dei Saints abrasiva e sciutta e un sermone di Mr. Howlin’ Pelle sulla solita base scoppiettante e fumogena di chitarre e armonica a profusione. Da segnalare anche la riedizione via Gearhead del loro mini A.K.A. I-D-I-O-T alla cui 5 tracce originali è stata aggiunta la cover di Numbers, minor-hit degli Adverts.
C’è vita nel dopo-Bomb Turks.
Prossimi all’album di esordio gli inglesi Black Moses, nuovo progetto dell’ex vocalist dei mai dimenticati Hypnotics James Jones. Questo loro CDsingle uscito per il single-club della ShiTty Disco è semplicemente il MIGLIOR singolo dell’anno, poche storie.
Una scossa elettica che ti tramortisce i sensi con le sue scariche di distorsioni vintage. Eye On You riprende certi sbrodolamenti stoogesiani già cari agli stessi Hypnotics imbastendoli su un potente lavorìo di riferimenti seventies. So Easy è invece un’autentica outtakes hendrixiana satura di gonfiori elettrici. Roba al cui confronto i Black Crowes di Lions sembrano i felini rincoglioniti del Circo Togni.
1000 copie numerate. Buona fortuna.
Me ne aveva detto un gran bene Mans dei Maggots e in effetti non sono male, le finlandesi Ultra Bimboos, ma neppure imprescindibili, almeno fuori dal mio letto.
Il loro 7″ di esordio viaggia su sentieri garage-beat fin troppo battuti. Piacevoli ma nulla di più, per ora.
Con il nuovo 45RPM su Mad Driver gli italiani Ray Daytona & The GooGooBombos sembrano prendere ulteriormente le distanze dall’immaginario sci-fi che aveva fatto grandi le loro prime produzioni per rintanarsi in un canonico anche se egregio garage punk. Hole in the Sky è l’originale che occupa il Lato A: gran bel numero, anche se puzza di già sentito.
Due classiche covers sul retro: Have Love Will Travel faceva già parte del live-set dei Pikes In Panic (la grande band senese che avrebbe poi generato bands come Barbieri, Ghostrider e, appunto, GooGooBombos, NdLYS) secoli fa ma fa sempre la sua gran bella figura. Boss Hoss è trafugata dagli stessi scaffali, quelli dei Sonics, e riletta a dovere.
Che dirvi? Al cuor non si comanda e a me il dischetto piace. Stop.

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE UNCLAIMED – The Unclaimed (Moxie)  

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L’atto di nascita del neogarage degli anni Ottanta.

Il disco che tracciò le coordinate di attitudine, look e suono per tutto quello che venne dopo, fu questo 7” pubblicato da Dave Gibson per la sua Moxie Records, l’etichetta fondata in onore del suo cane e delle oscure band di beat/punk degli anni Sessanta di cui Dave è acerrimo collezionista. Una passione condivisa con pochissimi altri, all’epoca. Uno fra questi è Shelley Ganz, che abita a non troppi isolati da Carondelet Street, il quartier generale di Dave e che ha pensato di sporcarsi le mani con quella musica mettendo su una band devota a Music Machine, Electric Prunes, Chocolate Watch Band, Syndicate of Sound e Count Five. Si chiamano Unclaimed, come un’oscura band californiana di quindici anni prima, e girano per i locali della città con una bellissima selezione di cover surf e garage che in molti cominciano ad invidiare. Dave li vuole a tutti i costi sulla sua etichetta. E Shelley Ganz, Sid Griffin, Barry Shank, Thom Hand e Matt Roberts ci stanno. L’E.P. d’esordio degli Unclaimed esce nel 1980, quando attorno c’è il nulla o poco più. Quattro canzoni che segnano il punto zero della febbre garage che dilagherà da lì a breve non solo in California ma su due interi continenti.

Quattro canzoni rudimentali, scarne, primitive, per lo più scopiazzate (The Sorrow non è altro che Train For Tomorrow degli Electric Prunes e Run From Home una furba versione di Never Alone dei Five Canadians, NdLYS), suonate e cantate con una approssimazione ma allo stesso tempo una eleganza che le rende fragili ed affascinanti e tuttavia necessarie per dare l’imprinting a qualcosa che sta covando fra i teenager americani sin dall’uscita delle Nuggets, che era stata soffocata dal punk e che ora stava riemergendo con le “pepite” pubblicate dalla AIP Records. E Ganz, in quel preciso istante, sembrava il Re Mida dai capelli corvini e le beatle-boots ai piedi destinato a trasformare in oro ogni suono che usciva da quei solchi.

Altri avrebbero fatto di più e meglio. Ma l’immagine degli Unclaimed neri come corvi rimane a svolazzare su tutti, a monito ed esempio perenne.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SICK ROSE feat. DOM MARIANI – Live In Studio E.P. (Hermits/Area Pirata)  

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Una cosa simile i signori Sick Rose l’avevano già fatta nel 1989, ovvero chiudersi in studio, divertirsi a suonare delle cover e metterle su un dischetto da sette pollici.

Se allora si trattava di “disfarsi”, in qualche modo, delle ultime scorzette agrodolci del garage punk, questo nuovo E.P. ha invece la funzione di rafforzare il legame artistico con Dom Mariani e, insieme, col power pop cui la band si è votata con risultati egregi da qualche anno a questa parte. Oscurissima roba anni Settanta, riproposta con abilità e giusto rispetto degli originali. Si parte con la Get Your Mind Made Up che apriva la seconda facciata dell’unico disco dei sudafricani Flame, all’epoca prodotto nientemeno che da Chris “Beach Boy” Wilson e pubblicato sull’ etichetta personale dei fratelli Wilson, quindi la Girl On the Train che Martin Briley e Brian Engel buttarono giù sul loro disco-tributo al Merseybeat nel 1973 e che, riascoltata qui, pare fosse stata scritta pensando proprio alle voci di Luca Re e Dom Mariani e alle chitarre di Diego Mese e Giorgio Cappellaro (coincidenza: anche l’ultimo album della band torinese è uscito, proprio come quello dei Liverpool Echo, con una riproduzione “fake” di una rivista inglese, NdLYS).

Sulla facciata B, Lover Come Back to Me degli Hudson Brothers, all’epoca (siamo nel 1974) superprotetti di Elton John (il pezzo tra l’altro porta la firma di Bernie Taupin) e (My Girl) Maryanne degli Spongetones, la più recente del lotto, ribadiscono il concetto tra chitarre aitanti e melodie bubblegum.

Peccato non poterlo infilare nel lettore cd dell’auto, per vedere le nostre strade meno grigie di quanto non siano. 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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I BARBIERI / I FENOMENI – Battle of the Bands (Area Pirata) / CAPT CRUNCH AND THE BUNCH – Capt Crunch and The Bunch (Area Pirata) / TONY BORLOTTI E I SUOI FLAUERS – Aperitivo da Tony (Discos Jaguar) / THE THANES – She’s Coming Back to Me (State) / THE ROUTES – Better Off (Groovie)

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Di tanto in tanto spezzo le gambe alla pigrizia del comodo (e sempre più spesso noioso) diletto dell’ascolto degli album mettendo in queue una fila di 45giri, allenando i miei pingui addominali issandomi dal molle divano per andare a sollevare la puntina ogni tre/quattro minuti. Un’attività che ha un fascino demodé cui spesso si associa un buon godimento auricolare.

I prescelti stavolta sono quelli che leggete in cima all’articolo, un po’ di roba accolta implorante sull’uscio di casa.  

Si comincia con la singolar tenzone in salsa bitt tra I Barbieri di Siena e I Fenomeni di Genova, alle prese con due cover cadauno. Se la band senese conferma il suo stile ormai classico cimentandosi con She Told Me Lies dei Chesterfield Kings e The Hustler dei Sonics, la rivelazione (per me, visto che hanno già inciso due album che non sono transitati ne’ dalla mia porta di casa ne’ dal mio giradischi, NdLYS) sono I Fenomeni. Le loro reboanti rendition di Action Woman e Dirty Water sono incredibilmente fedeli, nel suono e nello spirito, alle originali di Electras e Standells.

Al debutto vero sono invece, pur non essendo animali di primo pelo, Capt Crunch and The Bunch. Tra le loro fila si cela, infatti, gentaglia dei Fase Quattro e dei Bugz. Due pezzoni, uno in inglese e uno in madrelingua, che indugiano su riffoni memori di Bob Seger, Grand Funk e Dr. Feelgood. Due begli scossoni che mi hanno ricordato che sulle casse dello stereo è meglio non poggiare il bicchiere col Jack Daniel‘s.

Ritorno rapidamente al beat con il nuovo frizzante lavoro dei Flauers. Sempre in piccolo formato, ma con dentro quattro brani. Due spolverate sul repertorio di Pino Donaggio e dei Fuggiaschi e un paio di pezzi autoctoni che mostrano la consueta faccia briosa del beat che da sempre contraddistingue il repertorio del gruppo salernitano.

Mancavano da un po’ nel mio reparto nuovi arrivi i Thanes. Il secondo dei singoli pubblicati nel 2013 dagli eroi del garage scozzese è infilato dentro un’anonima copertina di cartoncino dalla State Records ma nonostante questo il loro stile ormai sedimentato nelle nostre ossa viene fuori in tutta la sua classe e se il lavoro sulla cover dei Poets è, come sempre, pregevole, a colpire è soprattutto la She‘s Coming Back to Me scritta da Angus McPake crepitante di scintille fuzz e scintillii jingle jangle.

Tornano ad abbaiare i Routes, dopo l’ottima parentesi strumentale di Instrumentals dell’anno precedente. Come sempre, loro sono una spanna sopra il resto.

Il fatto che la formazione sia cambiata per due terzi dimostra che i Routes sono fondamentalmente una sigla per l’estro dirompente di Christopher Jack. 

Quattro canzonacce beat che sono un sunto del Back from the Grave-pensiero, l’ennesima perla firmata Routes da non lasciarsi scappare di mano.  

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro    

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THE ROUTES – Stormy / Willie the Wild One (Groovie)

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La sorpresa per il nuovo album non ve la tolgo, perché se no che cazzo vivete a fare? Per aspettare la reunion degli Standells?

Però posso farvi sbavare nell’attesa di quello che, vi assicuro, sarà uno dei dischi garage più devastanti dell’anno. Stormy e Willie the Wild One sono due cover tirate fuori da dove sapete, suonate nel solito, imperfetto e dissoluto stile da caverna del gruppo giapponese che in queste lordure ci sguazza come Lapo Elkann nella sua Jacuzzi, permettendosi di declamare questi versi sacri senza essere blasfemi.

Le copie del disco sono le consuete cinquecento.

Ne venderanno non più di trecento. E nessuno si pentirà di averlo fatto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

The Routes - Stormy 7'' [Groovie 2011]