THE STYLE COUNCIL – Cappuccino freddo

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Il Maggio del 1984 fu uno dei mesi più piovosi che l’Italia ricordi. 366 millimetri di pioggia solo a Milano. Roba che Siffredi se lo sogna. Roba che non si vedeva da duecento anni. Fu uno di quei mesi in cui ti fermavi volentieri a casa e mandavi a fanculo tutto il resto, sperando che la piena si portasse via gran parte della merda che riempiva le strade. In TV a farti compagnia c’erano Marco Predolin, Beppe Grillo che ti parlava del Brasile, Augusto Martelli, Marco Columbro, Cesare Cadeo, Maurizio Nichetti, Wanna Marchi e la Deejay’s Gang.

In radio, ma anche in sui canali televisivi, passavano spesso loro, vestiti con gli spolverini adeguati a quelle piogge: gli Style Council.

Chi aveva “frequentato” l’ala mod della musica inglese quelle due facce le conosceva già. Per altri erano solo una curiosa alternativa ai suoni “verniciati” del pop che dominava la scena. Cafè Bleu fece il suo ingresso in casa mia coi piedi ancora fradici, cricchiando come quelle vecchie scarpe da ragioniere degli anni Cinquanta. E non fu proprio amore a prima vista.

Era un disco dove convivevano anime diverse, quasi schizofreniche. C’erano queste carezzevoli atmosfere jazz che erano la sinfonia perfetta per accompagnare lo scivolo verticale di quelle gocce di condensa che avevano deciso ad un certo punto di lacrimare dai vetri delle finestre.

E poi improvvise esplosioni di euforia da big-band che ti facevano temere che fuori da quei vetri appannati ci fosse Gene Kelly a ballare ancora col suo ombrello, zuppo di temporale.

E ancora qualche aria da spy-movie.

Del resto qualcuna di loro era venuta dal freddo. E quindi era anche questo un ospite coerente con quel Maggio poco temperato.  

A fianco di tutto ciò, come se non bastasse, c’erano anche delle robe che parlavano quel linguaggio ancora abbastanza piatto del rap. Ma come? Le strade sembrano un fiume che si trascina via il mondo creato e vuoi vedere che c’è gente che sta a rotolarsi sull’asfalto? Poco credibile.

E infatti fuori non c’era nessuno.

Ne’ Gene Kelly, ne’ Richard Burton, ne’ i figlioletti pieghevoli di Grandmaster Flash.

Se richiudevi gli infissi e ti riavvicinavi alla stufa, potevi sentire You’re the Best ThingThe Paris Match o The Whole Point of No Return ardere come dei ciocchi e coccolarti nel loro tepore. Come se fuori dovesse piovere per sempre.

E un po’ anche dentro.

 

Signore e Signori, vi presento gli anni Ottanta.

Eleganti e si, anche un po’ coolatoni.

A sinistra Signor Eleganza in persona, Mr. Paul Weller.

A destra l’organista pel di carota Mick Talbot, da Merton.

Si sono conosciuti nel fremente giro mod inglese alla fine degli anni Settanta e Mick ha già prestato la sua maestranza per Setting Sons dei Jam.

Sono gli ultimi anni di vita della grande mod-punk band.

Weller e Talbot suonano e sognano.

Ascoltano i vecchi dischi di Georgie Fame e Jimmy Reed e sognano.

Rovistano in vecchi negozi alla ricerca di roba vecchia e sognano.

Ogni tanto accendono la tivù. E vedono gli ABC. E i Visage. E gli Human League.

Non gli piace. E sognano.

Sognano di mettere su un gruppo che abbia dentro il calore del soul e l’eleganza del jazz da club, i colori tempera della bossa nova.

Che suoni moderna ma non di plastica.

Ci riusciranno per un po’.

Sicuramente per i primi due album incisi come Style Council.

Gruppo che già dal nome decide di fare i conti con lo stile, la classe, l’eleganza.

Che negli anni Ottanta significa essere fuori dal giro delle popstar di successo, quelle dalle acconciature improbabili e dai raggi laser, metà Megaloman e metà Atlas Ufo Robot.

E invece, dopo Cafè Blue che aveva “creato il caso”, gli Style Council si trovano al centro di un movimento di restaurazione chiamato Cool Jazz, scoprendo che la loro voglia di musica retrò può essere condivisa e che il loro bisogno è un’esigenza sentita anche da una grossa fetta di mercato.

Così ci riprovano, con più convinzione. Tirando fuori Our Favourite Shop.

Rendendo tutto palese fin dalla copertina.

Un emporio dove si trova di tutto, dove molte vite possono trovarsi rappresentate. Di certo quelle di Mick e Paul: c’è Otis Redding, c’è la venerata Rickenbacker 360/12, un manifesto di orgoglio gay come Another Country, c’è Al Green, ci sono le cravatte e i dischi della Motown, la maglia della Raleigh, Sinatra e i Beatles.

Un inventario della propria vita, più che un negozio di uno svuotacantine.

Ascoltato dopo trent’anni ci si accorge di quanto ci suoni ancora familiare e di come riesca ancora a scaldarci il cuore nonostante una sottile patina eighties lo avvolga come un leggero foglio di cellophane, di come tutti gli Housemartins stessero già dentro una cosa come Welcome to Milton Keynes e i Kings of Convenience ovviamente a galleggiare dentro le vasche spa di Down in the Seine e All Gone Away, di come il funambolico soul di Internationalists sarebbe potuto stare allo stesso tempo dentro The Dream of the Blue Turtles di Sting o, con i piccoli ritocchi  necessari, dentro l’unico album dei Redskins o di come, quando passa A Stones Throw Away, ci si sia fatti scappare la Eleonor Rigby degli anni Ottanta distratti da chissà cosa. Non so se possa essere anche il mio negozio preferito.

Ma sono sicuro che un bel po’ di roba la porterei ancora volentieri a casa.

                                                                      

Doppio dodici pollici con un paio di brani per facciata e copertina senza alcun riferimento diretto agli autori. Che sono gli Style Council. E che in questo modo rendono omaggio alla club-culture che sta esplodendo in Gran Bretagna, sulla spinta delle contaminazioni del funk che hanno dato via all’hip-hop. Per vedere l’esplosione del fenomeno acid-jazz occorrerà attendere un altro pochino, ma The Cost of Loving si merita la citazione di disco seminale per l’avvento di band come Brand New Heavies e Mother Earth.

Ancora una volta Paul Weller sembra aver capito tutto, ed averlo capito prima.

Il suo pubblico, me compreso, no.  

Quando il Dynamic Trio dichiara “one nation under a groove” su Right to Go, citando volutamente il Dio del P-Funk, in molti (ancora una volta, me compreso) pensano di essere finiti sul disco sbagliato. Sull’altare sbagliato.

E tutto il resto dell’album non si preoccupa certo di fugare questi dubbi. Lo stacco dal passato è netto e la svolta funky talmente marcata da lasciare le marciature ai piedi. Ma, soprattutto, c’è una laccatura che rende indigesto il tutto. Un ritocco stilistico che sa anche di ritocco estetico, un’abbronzatura che sa di lampade UV. Il più amaro tra i bocconi dolciastri che ci toccò ingerire negli anni Ottanta.

                                                                                  

Spiazzante fino ad essere crudele è invece, Confessions of a Pop Group, il canto del cigno degli Style Council. Al termine della sua avventura iniziata in bici, il duo britannico riesce nell’impresa di giocarsi gli applausi degli ammiratori, facendosi odiare da tutti con un album sofisticatissimo e ambizioso dove jazz, musica classica e pop orchestrale diventano espressioni di un isolazionismo sempre più snob messo in bella mostra su una prima facciata che ha il senso strategico di un ostacolo interposto fra la band e il suo pubblico, quasi a voler scremare quanto invece avevano raccolto senza filtri con il loro precedente, ammiccante The Cost of Loving. Alle lusinghe di quel pubblico il gruppo cede nella seconda parte del disco, con il suo pop ben vestito di fiati esplosivi, pianoforti elettrici e bassi superfunk e regalando al loro repertorio cose come How She Threw It All Away, Confessions of a Pop Group, Iwasadoledadstoryboy e Life at a Top People’s Hearth Farm.

Ma la vera magia del disco è quel nuovo approdo al silenzio che si respira nelle tracce strumentali della prima facciata e vicevera, sempre su quella, il naufragio emozionale per voci che fluttuano sugli oceani di It’s a Very Deep Sea, Changing of the Guard e The Story of Someone’s Shoe. C’è tutto uno stupore che esonda una volta prosciugata quella palude di incomprensione in cui gli Weller, Talbot e Dee C. Lee vogliono farci affondare e che lo rende insondabile come certi abissi marini che spesso hanno lo stesso rumore del riflusso della nostra anima in solitario tormento.

Le confessioni, ecco. Più che il gruppo pop. Per una volta lasciamo sia quella la cosa ad affascinarci di più. Col presentimento avverato che sia l’ultima volta.  

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CREEPS – ORGANIsmi mutanti

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Enjoy The Creeps fu il disco che tolse agli Stati Uniti la coppa del mondo del garage revival. Lo fece nel 1986 e nei due tempi standard, senza bisogno di tempi supplementari e calci di rigore.

Uno dei testi sacri del Nuovo Testamento del garage rock fu elaborato in Svezia, terra di grandi profeti e di innumerevoli seguaci del Nuggets-sound per tutti gli anni Ottanta. I Backdoor Men erano nati nel 1984 dalla naturale evoluzione dei Pow, una mod-band che allietava i locali di Stoccolma con la loro lista di covers di Small Faces e Spencer Davis Group. Fu in uno di questi club che il biondissimo Hans Ingemansson, mente dei Pow, conosce Robert Jelinek, un immigrato cecoslovacco con la passione per le crude garage bands degli anni Sessanta come Music Machine, Sonics, Count Five e Standells. La band muta pelle, nome e suono. Ribattezzatasi Backdoor Men in onore dello storico e lascivo blues rivisitato dagli Shadows of Knight, si avvicina a un suono più squisitamente sixties-punk, strizzando l’occhio al grungey-folk degli anni Sessanta.

A spingere dal basso è però l’amore per il blues virato punk di bands come Animals e Them, per l’hi-speed soul da go-go party, per il jazz-rock di Brian Auger e dei suoi Trinity. I Backdoor Men si trasformano in breve nei Creeps e nel giro di pochi mesi mettono mano a questo esordio folgorante dominato dalla tastiera Farfisa, dall’incredibile voce black di Robert e dagli inserti di armonica blues (da pelle d’oca l’intro di The Creep, NdLYS) e maracas (che in Rattlesnake Shake si trasformano in un raggelante serpente a sonagli).

Down at the Night Club, in apertura, chiarisce subito il concetto: è un beat energico dominato da un giro d’organo circolare, groovy, dinamico. La voce di Robert nera e piena raccoglie in toto l’eredità di Van Morrison così come quella di Greg Prevost aveva fatto con Jagger, poco tempo prima. In chiusura, dopo due minuti di furia soul-punk, il pezzo si dilata con una sincopata coda strumentale per piano jazz di gran classe. Forse la cosa più chic che una garage band abbia mai osato fare.

Ma chi porta il disco nei salotti buoni dell’Alta Classe è un fesso.

Enjoy riaccende subito i motori con Ain’t No Square ed il suo elementare assolo intinto nel fuzz, fino al rutilante finale. Come Back Baby smorza nuovamente i toni con una ballata dove è ancora una volta l’eco dei Them di pezzi come How Long Baby o Here Comes the Night a risuonare nei riverberi vintage delle chitarre e nel canto implorante di Robert.

Gli fa da gemella, sul lato B, Darling. Uno struggente ricamo folk-blues con le corde vocali di Jelinek tese fino allo spasimo.

Le cavalcate più intense si intitolano Just What I Need, Hi Hi Pretty Girl e She’s Gone, tre violente e implacabili marce beat che spaccano le casse. Resteranno tra le pepite più preziose delle miniere neogarage dell’intero decennio.

Ineccepibili, per gusto ed esecuzione, le covers: una City of People rubata agli Illusions e un medley tra due Sonics “minori” resi con ferocia e competenza filologica.

Now Dig This! di due anni dopo ce li restituirà completamente soggiogati dalla febbre Hammond del post-James Taylor con un album ancora dignitoso ma distante dalle furiose scorribande sixties punk del debutto.

La rovina sarà dietro l’angolo, con una serie di album brutti quanto il gobbo di Notre-Dame e un’immagine da tamarrissimi figli dell’acid-house.

Ma queste sono storie buone per gli agiografi e i minchioni di wikipedia.

Per tutti gli altri rimangono le dodici perle di questo disco, una delle migliori cose rotonde con un buco al centro che non sia da poggiare sul vostro letto ma su un piatto hi-fi.

 

Hans Ingemansson is a great organist… …und ibt gern speghettis.

La definizione non è mia e non so se Hans abbia mai mangiato volentieri gli spaghetti.

Ma so per certo che è stato davvero un grande organista e che fu lui, con questo disco, a farmi innamorare del suono Hammond, così come due anni prima aveva fatto col suono del Farfisa.

Due anni.

Anche se, messi a confronto Enjoy The Creeps e Now Dig This!, sembra sia successo chissà cosa.

Sono anni in cui tutte le band garage cambiano pelle spostandosi più o meno consapevolmente verso un inspessimento dei suoni che porterà alle deflagrazioni grunge di fine decennio (nessuno lo ammetterà mai ma i Miracle Workers potrebbero essere accreditati a pieno titolo come precursori del genere, NdLYS).

I caschetti lasciano il posto a capelli incolti.

Anche i Creeps cambiano registro, allontanandosi dal grintoso R&B di matrice Animals e dal furioso garage degli inizi verso un suono diverso, dinamico, hi-energy. Diversamente da tutti gli altri però.

Sono gli unici, nel giro, ad aver ancora buoni rapporti col barbiere.

Proveranno acconciature improbabili, qualche anno dopo.

Col risultato di diventare calvi come culi di bertucce.

Ma all’epoca, siamo nel 1988, decidono per un taglio da uomini dei servizi segreti.

E sulla copertina del loro secondo disco stanno, pistole in pugno, tutti attorno al trono del Re dai denti d’avorio.

I Creeps hanno cambiato del tutto il loro stile ma rimangono ancora una granata ad impatto. Hans, lo spaghettaro di cui divevo, ha preso il predominio su tutto il resto così che Now Dig This! suona in tutto e per tutto come uno strepitante, glorioso omaggio al suono Hammond, come quello che James Taylor sta celebrando in contemporanea in Inghilterra, solo che qui c’è la voce pazzesca di Robert Jelinek a leccarci l’addome e non c’è un pezzo, dico un SOLO pezzo, sbagliato. Se non avete mai organizzato una festa solo per il piacere di sparare a mille questo disco, avete vissuto invano.

Gli svedesi Creeps sono, storicamente, l’unica band nata in piena rivoluzione neo-sixties ad aver raggiunto un successo clamoroso. Breve, effimero ed evanescente ma clamoroso. Lo fanno all’alba degli anni Novanta, con un disco che lascerà interdetti anche i fans che avevano accettato quella metamorfosi che da Enjoy The Creeps li aveva portati al soul-punk farcito di Hammond di Now Dig This! di cui Blue Tomato rappresenta la degenerazione e lo scadimento in ottica commerciale.

Siamo nel 1990 e la piccola ma agguerrita Acid Jazz di Londra sta creando dal nulla un nuovo fenomeno musicale che cerca di coniugare il jazz elettrico degli anni Sessanta con l’R&B più raffinato e un tiro funky morbido che riesce a fare breccia nel mercato con band come Galliano, Brand New Heavies, Mother Earth, Corduroy mentre vecchie glorie come Style Council, James Taylor Quartet ed Everything But the Girl trovano una seconda giovinezza proprio riadattando il loro stile alle moine delle piste da ballo più sofisticate.

La WEA, che si trova in mano un prototipo che con qualche ritocco all’immagine e una spinta sul groove può tranquillamente rivendicare un ruolo in quello che è diventato il suono più “in” della stagione, mette il gruppo alle strette.

Il risultato è Blue Tomato.

Copertina disarmante, con la band obbligata a vestire come una terribile boy band dei paesi baltici. Come la band, anche il suono di Now Dig This! viene costretto sin dall’introduzione a subire parecchie umiliazioni (Ohh-I Like It! – il megasuccessone di cui parlavo in apertura – She’s My Girl, I’m Gone, Up the Top, I’d Better Start Running, Get a Little Lovin’) con assoli di chitarra, piccoli orgasmi fiatistici, cori da Sister Act e una batteria che, pur poco dinamica, viene incaricata di tenere sveglio il groove, come fosse una pasticca di amfetamina.

C’è tutta un’aria di allegria posticcia che inquina Blue Tomato, anche quel poco, pochissimo di buono che noi dal cuore tenero vorremmo salvare dal macero, un’aria da programmi televisivi del venerdì pomeriggio.

I Creeps affogano in una insalata di pomodoro.

Blu, peraltro.

Il secondo album dei Creeps per la WEA prosegue sul solco tracciato dal vendutissimo Blue Tomato: un funky/soul scattante e dominato dall’organo Hammond che in quel periodo viene smerciato come acid-jazz. La sovvenzione della major permette loro pure di poter ottenere i servigi dei Kick Horns, terzetto inglese che ha lavorato su dischi sovrabbondanti come Sophisticated Boom Boom dei Dead or Alive, About Face di David Gilmour, Flaunt the Imperfection dei China Crisis, Red dei Communards, Wait a Minute del James Taylor Quartet, Steel Wheels degli Stones, Connected degli Stereo MC’s e svariate produzioni di Camel, Pete Townshend, Paul Young e addirittura della nostra Marcella Bella.

Quello di Seriouslessness è un suono tutto sommato esplosivo, seppur piegato alle logiche dell’ascolto disimpegnato. Accoglie qualche riff in odore di Kravitz come quelli di Unhippify Yoselph e Dingaling, un paio di ballate sornione, un groove funky memore della lezione di James Taylor e soprattutto la voce di Robert Jelinek che resta una preziosissima ostrica slava con dentro una perla nera. Tutto declinato in funzione di un appeal accattivante e senza sbavature, fino a farlo sembrare di plastica. Un po’ come certe panterone degli spot tv che sembrano pronte a sfoderare gli artigli ma poi alla fine mostrano solo il perizoma e le due natiche che lo contengono.

Però un occhio glielo si butta sempre, no?

 

Mr. Freedom NOW! esce solo su compact disc, come esige il mercato dell’epoca.

Poco male: ha un suono di plastica, e val bene una plastica.

Qualcuno se lo scambia su Napster, altra obbrobriosa moda del periodo.

Comunque sia, l’ultimo album dei Creeps concepito come tale porta ad un’ulteriore placcatura del soul ballabile del quartetto svedese.

Volendo interpretare con un pizzico di cattiveria la copertina e sovvertendo il naturale processo evolutivo di ogni favola che si rispetti, diremmo facilmente che i principi si sono trasformati in ranocchi. Mr. Freedom NOW! è infatti l’ennesimo disco destinato a deludere quanti si aspettavano un ritorno nella tana del sixties-punk da cui, a ben vedere, i Creeps sono scappati ormai da dieci anni e dentro cui non faranno più ritorno. E perché dovrebbero, del resto?

Sgombrando il campo dalle aspettative deluse, si tratta di un chiassoso lavoro acid-jazz (le chitarre pressanti di Number 3 e No Go, il funky volgare di Old Folks, ‘Bit Younger Folks & New Folks e Grossmotherfucker che sembrano voler incrociare RHCP e Andre Williams, i ritmi svagatamente caraibici che fanno capolino spesso, i rumorismi vari che schizzano il pentagramma) più del solito, con l’organo di Hans Ingemansson come sempre protagonista assoluto e valore aggiunto di questo nuovo pugno di canzoni dall’anima nera che, a differenza dei loro detrattori, non hanno voglia di prendersi troppo sul serio.

 

La passione per il cinema che avrebbe fatto di Hans Ingemansson, fino alla sua prematura scomparsa a soli 54 anni un ricercato autore, sceneggiatore e attore per diversi film e serie tv svedesi ha un anello di congiunzione con la sua “prima vita” da musicista nella realizzazione delle musiche per la serie Mysteriet På Greveholm, atto conclusivo della vicenda discografica dei Creeps. Composte in parte con il produttore Dan Zaethreus, le musiche del disco pubblicato come colonna sonora del telefilm hanno pochissimo a che spartire col repertorio classico dei Creeps, pur essendo riconoscibilissimo l’organo di Hans. Il resto della band, Robert compreso, ha un ruolo marginale nella creazione di questi “sketch sonori” aperti da un improbabile minuetto annunciato da una improbabile foto che ritrae i Creeps con tanto di parrucche settecentesche e costumi da concertisti di corte.

Si passa dal trascurabile al trascurabilissimo.

Lasciando dei Creeps un flebile ricordo destinato a sfiorire nei cuori di quanti li avevano conosciuti solo per l’effimero successo dei primi anni Novanta e una grande amarezza per chi ne aveva testimoniato il deflagrante avvio di carriera ormai dieci anni prima.

Ciao Creeps. ciao Hans.

Vostro per sempre, malgrado voi.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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JAMIROQUAI – Travelling Without Moving (Columbia)  

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Sono uno che i tormentoni se li sceglie da sé. E appena comincia la bella stagione, per evitare che me la imbruttiscano con gli equivalenti musicali dei cinepanettoni, mi carico il lettore cd dell’auto (che non é neppure lontanamente paragonabile alle vetture di lusso collezionate da Jay Kay, NdLYS) coi dischi dei Jamiroquai. Che sono uno di quei gruppi con l’estate dentro, come i pomodori pachino.

Una schiuma lattiginosa di funk, acid-jazz, R&B, disco.

Una vacanza metà aborigena, metà stellare.

Travelling Without Moving è il disco che traghetta il gruppo verso i dancefloor mondiali, in virtù di pezzi pulsanti e goderecci come High Times, Alright, Virtual Insanity, Cosmic Girl, You Are My Love dove le dita di Toby Smith sul piano Rhodes e sul Moog saltano come la rana dell’omonimo videogioco, attraversando le strade ingombre del basso sublime di Stuart Zender e saltando sui tronchi galleggianti di fiati e percussioni sui quali il folletto Jay Kay si muove indossando un cappello rubato ad Afrika Bambaataa.

Se venite dalle finezze loro primi album vi sembrerà tutto un po’ volgare.

Se invece venite da quei tormentoni che sanno di buffet Valtur andato a male cui alludevo in apertura, vi sembrerà di avere davanti un’autentica orchestra-spettacolo come quelle dei Tower of Power, dei Parliament, della Sunshine Band o dei Fania All Stars oppure con un po’ di immaginazione sci-fi potreste immaginare di sfilare i caschi ai Daft Punk e, con vostra gran sorpresa, di trovarci sotto Curtis Mayfield e Wayne Casey.

Ma se non venite da nessuna parte perché non vi piace muovervi potreste viaggiare lo stesso, come suggerisce il titolo.

E magari non corro il rischio di incontrarvi agli incroci.

Franco “Lys” Dimauro

CALIBRO 35 – Decade (Record Kicks)  

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Tecnicamente e grammaticalmente è da un decennio e non da una decade che la musica dei Calibro 35 risuona nelle sale concerto e tra le mura di casa nostra. Ma poco importa. Perché le musiche dell’ensemble milanese sembrano essere lì da almeno mezzo secolo. Quindi, per chi come me non ha ancora varcato la soglia dei cinquant’anni, da sempre.

Decade rappresenta, al di là della débâcle linguistica, l’ulteriore perfezionamento della cifra stilistica della pregiata formazione italiana: l’aggiunta degli archi e della sezione fiati apre la porta a nuove possibilità, permettendole di infittire la trama musicale ma anche di sganciarla da quella fusione di elementi jazz e funk tipici della loro produzione e dell’immaginario sonoro e cinematografico cui si ispira e che tuttavia rappresenta sempre il loro punto nevralgico, il perfetto nodo di raccordo fra la nostra memoria e l’astuto talento con cui i Calibro 35 riescono a teletrasportarci (come nella bellissima SuperStudio, magico esempio di musica per poliziotteschi immaginari o nello scattante orchestrale di Faster Faster!) in quei luoghi schiacciati dal peso di altri ricordi.

Sono quelli i brani in cui i Calibro 35 soddisfano i nostri bisogni, probabilmente sempre meno i loro. Si avverte infatti, ma si avvertiva anche nel disco precedente, il bisogno di sperimentare strade nuove, di spostarsi verso certe forme di minimalismo, di ricerca ambient, di destrutturazione melodica (Modulor, Polymeri, Travelers) che fu ambito d’azione trasversale proprio dei nostri maestri della musica “da film” (penso ovviamente a Morricone, Alessandroni così come ai Goblin ma soprattutto alla serie Dimensioni Sonore di Bruno Nicolai) e che potrebbero aprire il catenaccio della gabbia dove la formazione ha deciso volutamente di rinchiudersi.

E noi, malgrado tutto, sappiamo che la loro eventuale fuga non ci farà piacere.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MATT BIANCO – Whose Side Are You On (Cherry Pop)

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Jazz da aperitivo. Verde come le olive da intingere nel Martini Dry. Nulla di più.

Eppure quella che sembrava essere la più effimera fra le band inglesi ispirate in qualche modo alle fusa del jazz americano è stata, nei fatti, quella sopravvissuta più a lungo, tanto da essere ancora in piena attività, con buona pace dei vari Working Week, Style Council o Everything But the Girl. Tenuti a galla in qualche modo dalle risacche dell’acid jazz e della lounge music, i Matt Bianco continuano ad imperversare nei locali dove si simula un evanescente elogio al pre e al dopo cena tra tintinni di flute e coppette da cocktail in un rituale mondano di fancazzismo di classe per gente che non sa distinguere un lounge bar da un american bar.

E alla quale, dunque, i Matt Bianco col loro spensierato latin-gezz vanno più che bene. Così come andavano bene all’epoca di questo disco di debutto appena ristampato a quanti si accontentavano di vederli rincorrere il sincrono con la traccia audio durante le esibizioni in playback al Festivalbar o negli altri ritrovi per gli iscritti al club del cuore di panna. Perché un tour vero, un concerto vero all’epoca i Matt Bianco non sapevano neppure cosa fosse. Quasi un paradosso, per una band che decide di uscire fuori dal calderone synth-pop di quegli anni per riscoprire il calore del suono acustico e di strumenti veri come contrabbasso, tromba, pianoforte, flauto, organo elettrico e riportali tra la gente. Riuscendoci, in qualche modo e con grande successo, con questo disco d’esordio che mette insieme, anche un po’ a casaccio, improbabili cha cha cha, filigrane bossanova, arredamenti alla Henry Mancini, smooth jazz da salotto, jive saltellanti e i colori carioca che l’amico bassista Kito Poncioni insegna a Mark Reilly ad usare con una buona disinvoltura.

Ma la star del disco è ovviamente Basia Trzetrzelewska, cantante polacca che senza eccedere nei virtuosismi riesce a dare un ulteriore tocco di classe al già ammiccante suono della band e il cui volontario allontanamento lascerà i Matt Bianco privi dai guanti di seta che emergono su pezzi come More Than I Can Bear o la title track.

La riedizione deluxe propone oltre al disco originale la sterminata (ma all’epoca obbligatoria) pletora di remix e versioni estese, le inedite e grezze versioni demo dei classicissimi e una perfetta replica di Half a Minute targata 2016.

Se siete fra gli operosi sportivi del cin-cin e delle serate sugli chalet, qui avrete di che leccarvi le dita. Dopo aver pescato l’oliva dal Martini Dry, ovviamente. E aver sputato l’osso con la classe che vi contraddistingue.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE JAMES TAYLOR QUARTET – Mission Impossible (Re-Elect the President)  

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Forse fu un po’ per ripagarlo della delusione per le aspettative che il contratto da lui fortemente voluto con la Stiff avevano generato e subito bruciato, forse semplicemente perché lo riteneva in ogni caso uno dei giovani musicisti inglesi più dotati in assoluto. Fatto sta che, dopo il crollo finanziario della storica label inglese che aveva reso irreperibile nel giro di qualche settimana l’ultimo lavoro dei Prisoners e ne aveva in qualche modo decretato lo scioglimento, Eddie Piller si sente in dovere di invitare James Taylor a incidere qualcosa per la sua nuova etichetta dal nome improbabile che ha il vezzo di dedicare i numeri di catalogo ai nomi dei presidenti statunitensi. Il dischetto che Taylor registra mettendo in piedi un quartetto di amici (Allan Clockford dei Prisoners, il fratello David e Simon Howard dei Daggermen) e “lavorando” all’Hammond Blow Up di Herbie Hancock e One Mint Julep dei Clovers ottiene un successo inaspettato e strepitoso legittimando il rientro in scena del bravissimo tastierista britannico e del suo Quartet.

Piller decide di dare un seguito immediato a quel 7”(numero di catalogo Ford1).

Taylor vuole prendersi del tempo per scrivere qualche pezzo.

Piller non gliene concede.

Del resto se due cover sono andate così in alto, forse non è necessario scrivere alcunchè.

E così Mission Impossible, il mini album (numero di catalogo Reagan2) che gira a 45 giri per risaltare la dinamica dei pezzi ma anche con una approssimazione nei titoli che non riuscirà ad essere aggiustata neppure nelle successive ristampe digitali e che dà il via all’ascesa di Taylor e, senza ancora saperlo, a tutto il movimento acid jazz che prenderà il nome proprio dall’etichetta che Piller organizzerà di lì a breve ispirandosi proprio al jazz elettrico riportato in auge dal James Taylor Quartet e dalle formazioni di cool-jazz come Working Week e Style Council, mette in sequenza sei cover e un unico inedito stipato in fondo alla lista ma perfettamente “in stile” col resto del repertorio che fa l’occhiolino ai grandi maestri della musica da film (Lalo Schifrin, Jimmy Smith, Sonny Rollins, John Barry) ma anche alle altre passioni di Taylor per la black music (soul, funky, jazz). Le colonne sonore sono il tema portante del disco, tant’è che la versione promo che viene distribuita ai giornalisti è intervallata da alcuni dialoghi tratti proprio dalle pellicole cui i pezzi sono stati rubati. Un capriccio che darà il via alla riscoperta delle musiche per film aprendo il mercato a un numero infinito di etichette a questo dedicate. Il repertorio è però talmente risicato che la band è costretta, nei concerti di supporto promozionale al lancio del disco, a dover risuonare l’intero set per due volte successive.

La vita da indie-band si sarebbe consumata tutta in quell’anno, con la pubblicazione dell’altrettanto valido The Money Spyder quindi l’approdo alla Polydor e una discografia sempre più laccata e sempre più lontana dallo spirito originale del quartetto. James Taylor si candida alla presidenza per la nuova terra dell’acid-jazz e del nu-soul. E viene eletto. E rieletto. Fino ad oggi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PAOLO APOLLO NEGRI – Hello World (Tanzan Music/Hammond Beat)    

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Modernariato chic.

Ed ecco così Paolo Apollo Negri trasformarsi da “commodoro” dell’Hammond groove italiano, in Dottor Commodore.

Polsini inamidati e testa infilata dentro un monitor di vecchia generazione, di quelli che richiedevano una ditta di facchinaggio per farlo transitare da una scrivania all’altra.

Sotto le sue dita, il manto zebrato di mille tastiere.

Alle pareti qualche vecchio poster che gli ricorda qualche appuntamento mancato. Come ad esempio quello con cui il blog del Tricheco lanciava l’ultimo appello per il concorso che permetteva di vincere un theremin. O quello del Primitive Tour che vedeva i Fuzztones dividere il palco con i Gonn di Craig Moore.

Dentro questo microclisma, Paolo accende il suo organo.

Noi accendiamo i nostri.

Salutiamo il mondo e si parte per una terra fantastica dove il jazz elettrico incontra il funk, approdando a quella che per comodità potremmo definire fusion senza dover per forza scomodare i fantasmi di Weather Report o Herbie Hancock e senza tuttavia prescinderne.

E ci si dimentica per un po’ che prima o poi il mondo dovremo lasciarlo davvero. E che quello che ci aspetta non sarà obbligatoriamente meglio di questo.

Otto brani stilosi sui quali fanno la loro comparsata Bob Harris della band di Frank Zappa (ovviamente NON l’Harris dei primi album, che Paolo non ha ancora il potere di resuscitare altro se non i vostri sensi, ma l’Harris che prestò la voce a dischi come Tinsteltown Rebellion e The Man From Utopia, NdLYS) e Noel McKoy del quartetto di James Taylor (non “quello”. L’altro) ma che sono soprattutto il frutto di un sapiente lavoro di improvvisazione e dialogo empatico tra Paolo e la sua band.

Ci sono dentro Gumbo Funk e Hole in a Sock uscite già come aperitivo tre mesi fa in versioni leggermente diverse e anche una nuova versione del Cirque Du MIDI pubblicata due anni prima e che rielabora in chiave jazz il riff di Dancing ‘round the Walnut Tree che stava sul quarto album del Link Quartet e poi c’è dentro tanta altra roba.

Impavida e solare.

Bella come due gambe.

Sensuale come due gambe accavallate.

Calda come due gambe socchiuse.

Malandrina come Gambadilegno.

Ciao mondo, guarda come mi diverto!

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LINK QUARTET – 4 (Hammond Beat)

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Mamma mamma, vieni a vedere! È tornato il Link Quartet!

Dovremmo aspettarlo come il Carosello da pischelli, ogni disco del gruppo piacentino.

E io così lo aspetto. Perchè non puoi metterti a letto senza averlo prima ascoltato.

Stavolta ho dovuto aspettare di più: sette anni durante i quali la casa mi si è riempita di bimbe da mettere a letto assieme a me, dopo il Carosello. E che ora possono goderne con me.

Archiviata la prima parte di carriera con la pubblicazione di Evolution, 4  inaugura la nuova fase del Link Quartet.

La formazione di Paolo Negri e Renzo Bassi si è spaccata in due e riattaccata con l’ingresso in squadra di Marco Murtas e Alberto Maffi ai quali si aggiungono, su questo disco, le voci di Arnaldo Dodici (già su Italian Playboys e Decade) e Tameca Jones, il sitar di Simon Rigot e i fiati degli Hellfire Horns. Il quartetto insomma non è più un quartetto e neanche il signor Link (alias Giulio Cardini) è più lo stesso, così come non è più della partita Tony Face.  

La classe però, rimane. Anzi, si affina.

4  mostra un gruppo sciolto come non mai nell’armeggiare con i vecchi suoni del funk e del jazz elettrico ma capace pure di aprirsi a curiosi esperimenti banghra come nella lunga intro della conclusiva Big Peach e nel suo intermezzo da foresta amazzonica o a raffinate e acide arie retro-futuristiche come quelle sfoggiate su Moonlight Serenade.

Groove e stile sono le parole d’ordinanza e il Link Quartet non manca un bersaglio.

Dodici tiri, dodici centri, sti figli di puttana.

Paolo Negri è il Re Mida che trasforma in oro l’avorio, il suo quartetto la più potente banda di trafficanti di zanne d’elefante.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Beretta 70 (Crippled Dick Hot Wax)

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Il mustazzo più intoccabile cui il disco è dedicato è, ovviamente, quello di Maurizio Merli, eroe assoluto dei poliziotteschi italiani degli anni ’70. Uscito indenne dai proiettili della criminalità organizzata di Roma, Torino, Corleone, Napoli, Milano, Brooklyn e stroncato da un infarto mentre giocava a tennis a soli 49 anni.

In realtà dentro Beretta 70 fanno le loro comparsate anche altre icone armate e più o meno baffute di quel periodo: Fabio Testi, Franco Nero, Cristopher Mitchum, Franco Gasparri, Claudio Cassinelli, Stuart Whitman. Sembra di vederli sfrecciare sulle loro Giulietta man mano che dalle casse vengono fuori i temi che ne sottolineavano le sgommate sulle pellicole di quegli anni e che, anche decontestualizzate dal loro intento primario, affascinano per il buon gusto che le arredava. Si tratta per lo più di groove funky come quelli in voga in quel periodo mescolati all’occorrenza con qualche sapore popolare (la Folk & Violence di Franco Micalizzi dal sapore partenopeo, il crescendo orchestrale de La polizia ha le mai legate che evoca i paesaggi liberty della Torino rappresentata nell’omonimo film). Una stupenda capsula del tempo che pare funzionare anche a rovescio (l’attacco di Mark a cura di Adriano Fabi e Sammy Barbot sembra un fantasma della Don‘t Stop ‘til You Get Enough di Michael Jackson che uscirà solo quattro anni dopo così come l’arpeggio di Life of a Policeman ricorda tantissimo quello che i Clannad useranno per In a Lifetime, NdLYS) e che, se per chi come me ha ciucciato dalle tette dei film italiani di quel periodo è difficile dissociare dalle immagini degli inseguimenti e degli omicidi di quelle pellicole, per i più snob che non sanno nemmeno di cosa stia parlando ha comunque un altissimo valor proprio grazie a piccoli capolavori di ambientazione sonora come New Special Squad, Goodbye My Friend, La via della droga, Summertime Killer, Nucleo antirapina, Blazing Magnum, Driving All Around.

Gli eroi, oltre ai poliziotti, sono ovviamente i fratelli De Angelis, i Goblin, Franco Micalizzi, Stelvio Cipriani e gli altri che hanno reso grande una delle migliori e più sottovalutate scene musicali italiane.

Erano gli anni del piombo e della diossina.

Ma erano sempre meglio dei veleni che ci intossicano adesso.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PAOLO APOLLO NEGRI – The Great Anything (Hammond Beat)

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L’Hammond è un po’ una filosofia di vita.

Come la Vespa o il Subbuteo.

Se lo suoni, non celebri mai te stesso, ma lui.

Ecco, Paolo Negri è un po’ l’officiante di questa cerimonia dove viene celebrato il groove d’avorio.

Non solo Hammond, per essere precisi, visto che il disco si apre con una Gasoline 1971 che riporta in pista il timbro Moog e toglie un po’ di polvere dal suono acid jazz che fu dei Mother Earth, grazie anche alla voce della bionda Corrina Greyson.

Discone di gran classe, dove niente è lasciato al caso.

Ne’ le orgie di gruppo, ne’ le fughe soliste.

Come nell’apoteosi di I‘m a Fool che si apre come un funky degli EW&F, si trasforma in un jazz da struscio e si richiude grasso lasciando che le fantasie sessuali di Paolo e di Marco Tansini diano il meglio di se.

Il mambo tribale/spaziale di Jungle Food stempera in qualche modo l’attesa per la reunion dei Black Widow con il cameo di Clive Jones al flauto.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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