THE BEVIS FROND – We’re Your Friends, Man (Fire)  

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Non vorrei sbagliarmi (e in tal caso, come disse Giovanni Paolo II, “mi corrigerete”. A proposito…ma poi l’avete corretto? NdLYS) ma credo che in trent’anni di carriera questo sia il primo album di Bevis Frond ad essere pubblicato direttamente in prima stampa per un’etichetta diversa dalla sua Woronzow.

We’re Your Friends, Man esce infatti per la Fire Records.

E un po’ Nick Saloman glielo doveva, visto che l’etichetta inglese si è molto spesa recentemente nel rendere nuovamente disponibile una buona parte del suo catalogo, ristampando tutti i capolavori della sua carriera, da Miasma a New River Head, da Tryptych a Superseeder. Ma Nick è andato ben oltre i convenevoli di rito destinando alla Fire un lavoro articolato, lunghissimo ed ispiratissimo come forse neppure loro si aspettavano.

Un “mostro” di ottantacinque metri e venti gambe che potrebbe incutere timore a molti. Ben venga dunque il rassicurante titolo scelto da Saloman, che ce lo fa subito apparire un po’ più umano.

Un disco che dovrebbe piacere a tanti, ma proprio tanti.

A chi ama i Dinosaur Jr. e le tante mutevoli forme che Fred Cole ha avuto in vita (Dead Moon, Pierced Arrows, Lollipop Shoppe, Western Front).

A chi ama il genio nero di Hendrix e di Arthur Lee.

A chi ha amato Neil Young negli anni Settanta e Julian Cope negli Ottanta.

A chi ha amato sempre Bevis Frond e chi inizierà ad amarlo proprio adesso, proprio ora, proprio con questo album bellissimo.

E Dio voglia che sia così.

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Creative Outlaws (Trikont)

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Il boom economico del secondo dopoguerra, che garantisce alle famiglie di poter finalmente soddisfare non solo i bisogni legati ai beni di prima necessità ma anche di poter spendere i propri risparmi in beni secondari, determinano una diffusione del benessere e la nascita di una nuova sacca di mercato rappresentata dai teenagers. La miccia esplosiva del rock ‘n’ roll arriva a legittimare la loro figura come quella di destinatari ultimi del prodotto musicale. Per tutti gli anni Cinquanta la produzione destinata ai giovani ha tuttavia il compito quasi esclusivo di fornire un’adeguata colonna sonora al loro scompenso ormonale: il rock ‘n’ roll e il suo corrispettivo nero dell’R&B sono strettamente legati al concetto di fisicità e di sesso.  

È solo nel decennio successivo che la musica giovane scopre e rivaluta invece la coscienza civile e sociale, accompagnando l’ingresso dei teenager nell’età adulta e nelle sue contraddizioni. La musica, o almeno una buona parte di essa, cessa di essere pura evasione e si libera del suo ruolo di “pentola a pressione” dove far bollire le smanie giovanili per vestire di abiti politici e farsi portabandiera  della protesta e voce della “contestazione” che vuole controbilanciare se non addirittura ribaltare l’ordine costituito. È il momento in cui l’identità degli adolescenti si emancipa dal concetto di “gang” che l’aveva rappresentata negli anni Cinquanta e che era stata documentata su decine di film in cui teppistelli vestiti di pelle se le davano di santa ragione e assume invece quella valenza sociale passata alla storia come “controcultura”. Ad armeggiarla sono i “fuorilegge creativi” il cui fermento la Trikont vuole documentare in questo bel disco. Artisti folli e visionari che da un lato scardinano la tradizione (Captain Beefheart, Exuma, Country Joe and The Fish, Pearls Before Swine, Holy Modal Rounders) e dall’altro anticipano già la musica del decennio successivo (Stooges, Blue Cheer, Jimi Hendrix Experience, MC5), che saldano la musica alla poesia (Fugs, Shel Silverstein), alla vita da strada (Moondog) e alle stravaganti comunità hippie. Che sfiorano vette altissime di genialità creativa e pure si cimentano in parodie a buon mercato, in pantomime burlone di follia freak come quella dei Godz.

Successero molte cose, dal 1962 al 1970. Moltissime. Una spinta alla biglia del rock che ancora oggi non ha esaurito la sua corsa. Per raccontarle non basterebbero mesi e vagonate di dischi, dunque Creative Outlaws non può che rappresentarne un piccolo sunto, nemmeno lontanamente completo (sorvolando a piè pari su Dylan e tutta la scena folk del Greenwich ad esempio) e del tutto sommario nel contenuto.   

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

LOVE – Black Beauty (High Moon)  

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Ricordate J.D. Martignon? Forse no.

J.D. Martignon era un ragazzone francese col pallino per il rock ‘n’ roll, come molti di noi. Solo che lui era anche uno cui piaceva fare le cose, non solo ascoltarle. Setacciare locali alla ricerca di band da mettere sotto contratto, ad esempio. È così che negli anni Ottanta mette in piedi a New York la Midnight Records dove mette sotto contratto formazioni come Plan 9, Fuzztones, Vipers, Outta Place, Cheepskates, Dimentia 13, Plasticland, Hoods lanciando un catalogo di cui almeno una porzione fa ancora oggi un tuffo dagli scaffali per planare sullo stereo.

Qualche anno prima della sua prematura scomparsa, J.D. ha messo invece in piedi una prestigiosa etichetta dedicata alle ristampe di raro materiale degli anni Settanta, inaugurando il proprio catalogo con il leggendario “album perduto” dei Love.  

5000 fortunati (io sono il #4333) possono dunque finalmente avere in casa il disco che avrebbe dovuto rilanciare il nome di Arthur Lee e dei Love dopo la “falsa partenza” di False Start e che invece, a causa dell’improvvisa bancarotta dell’etichetta cui era stato affidato il master, rimarrà fino ad oggi il Sacro Graal della band californiana.

Black Beauty dunque, orgogliosamente nero nel titolo e nella line-up che Arthur ha messo in piedi dopo essere stato per anni alla guida di un gruppo multirazziale. Se qualcuno ci vede dei paragoni con la storia di Hendrix, sappia che non sono gli unici, visto che dopo le vertigini folk-rock dei primi anni è proprio ai lampi hard-blues del mancino di Seattle (che aveva collaborato proprio con i Love di False Start) che Lee guarda, diventandone in qualche modo erede, dando alle fiamme sul palco non la sua sei corde ma la sua parrucca. La morte dell’amico non farà che accelerare questa sorta di processo di trasmutazione dell’uno nell’altro.

Un pezzo come Midnight Sun, la sua progressione armonica, la timbrica dei fraseggi (che sono comunque opera quasi esclusiva di Melvan Whittington) e l’approccio vocale di Lee sono indizi sin troppo evidenti.

Il lavoro di rimasterizzazione degli acetati recuperati negli archivi dei vecchi compagni di band del talentuoso artista californiano, rispetto alle versioni bootleg che per anni sono circolate clandestinamente, è MOSTRUOSO e riporta Black Beauty alla sua purezza originaria, facendone deflagrare la bellezza nera, nerissima.

All’interno di questa torcia di orgoglio nero in cui Arthur Lee non manca di fare denuncia politica e sociale citando Malcolm X (Young & Able) o denunciando i modi non proprio super-partes della Polizia di Los Angeles (Lonely Pigs) fa specie sentire una cosa leggera come il calypso di Beep Beep, autentico dissipatore di energia ficcato nel cuore del disco. Ma Arthur Lee amava essere imprevedibile. E cosi è stato fino alla fine.

Le bonus aggiunte per l’occasione sono tre tracce “rubate” (lo capirete ascoltando la resa audio) ad un concerto scozzese del Maggio ’74, una intervista realizzata da Steven Rosen di Rolling Stone (se non masticate bene l’inglese potete leggerla qui: https://www.loudersound.com/features/interview-love-s-arthur-lee), una L.A. Blues registrata insieme ai Ventilator di Matt Devine poco prima di essere arrestato con una condanna a sei anni per possesso illegale di armi (in realtà la prima condanna ne prevedeva dodici, ma deduco che se state leggendo queste righe perché amate Arhur e i Love sappiate come sia andata la vicenda, NdLYS) e la Thomasine & Bushrod scritta per l’omonimo film cult, trasposizione in chiave western della blaxploitation che sta dilagando nelle sale in quegli anni.  

Una pioggia d’amore. Una pioggia elettrica d’amore.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SKY SAXON AND THE VIBRAVOID – A Psychedelic Testament (Clostridium)

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Registrato pochissimi mesi prima della sua dipartita, A Psychedelic Testament può in effetti considerarsi il testamento musicale di Sky Saxon, che in quei mesi assieme ai Vibravoid suona nella loro Düsseldorf in studio e dal vivo fino alla vigilia del Natale 2008. Sky è ormai da tempo uno svagato vecchietto un po’ picchiatello che racconta di mondi inesistenti mentre tamburella su qualche bonghetto, proprio come immaginate un reduce di quella stagione dell’amore che durò, appunto, una stagione. Le visioni freakedeliche dei Vibravoid “agganciano” le poesie visionarie del loro guru per improvvisare una jam già parzialmente pubblicata qualche anno fa dalla Anazitisi Records e adesso ampliata fino a raggiungere quasi gli ottanta minuti di durata, corrispondente all’incirca al tempo di vostre dieci scopate. Sky e la formazione tedesca copulano invece con l’universo fisico e cerebrale che ci ospita, costringendoci ad assistere all’atto mistico e sessuale.

A Psychedelic Testament è dunque un disco che definirei “alchemico” ed esoterico. E, considerato il fatto che gli elementi scelti prevedono un performer che a cantare non ha mai imparato e una band dal suono spesso incline alla libera divagazione, sappiate che il tutto assume un po’ i contorni dell’inafferrabile teiera volante dei Gong. Chi voglia affrontare il viaggio sappia dunque a che tipo di turbolenze andrà incontro e che forse non è opportuno portare bagagli a bordo, soprattutto se questi contengono roba che può zavorrare il volo, mentale prima che fisico.

Perché non è affatto vero che il limite è il cielo. Il limite è la nostra capacità, la nostra volontà di volerlo raggiungere. Sky, visto il nome che si è scelto, prova a insegnarci a superarlo. E noi ci rendiamo conto di quanto sia difficile già a metà seduta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE STRANGE FLOWERS – Best Things Are Yet to Come (Area Pirata)  

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Mamma mia quanta roba bella hanno registrato gli Strange Flowers in trent’anni di carriera! Tanta che c’è voluto un doppio CD per raccoglierne qualche badilata. Tanta che anche due CD non sono bastati, ed è molto probabile che il vostro pezzo preferito non ci sia. Però Best Things Are Yet to Come ha una omogeneità paurosa, per essere una raccolta. A dimostrazione che il percorso artistico degli Strange Flowers ha una coerenza ineccepibile.

La musica del gruppo toscano esce, in pieno inverno, vestita di leggeri abiti inglesi. Sfidando il freddo, porta i bambini a vedere il mare. E racconta loro qualche fiaba, soffiandola con grazia dentro la dolce cartilagine delle loro orecchie.

Racconta loro vecchie storie di sottomarini gialli e di cigni bianchi, di pifferai magici, di uomini che possono fare come una tartaruga, tuffarsi fra le onde e pescare perle nel mare per offrirle loro in dono mentre sono seduti sul loro trono di velluto. E ne inventano di nuove. Favole che diventano piccole meraviglie, sogni psichedelici dove piccole e grandi donne sono le protagoniste assolute. Guadano fiumi, si arrampicano su alberi di fragole, rubano arcobaleni. Seguono un bianconiglio che ha ancora fiato per trascinarci in un posto migliore. E che loro, a differenza di noi barbuti misogini, hanno ancora la voglia, il coraggio di rincorrere.  

Best Things Are Yet to Come corona egregiamente non solo la trentennale carriera del gruppo pisano ma celebra ufficialmente la reunion della prima line-up annunciata l’estate scorsa e che ora si può risentire in azione nelle tre versioni inedite di Strange Girl, The Sixth Colour e Goodbye Summer Skies.

Promettono che il meglio deve ancora arrivare. E noi, dopo averli ascoltati, siamo pronti a crederci.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

VIBRAVOID – Mushroom Mantras (Stoned Karma)  

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Da ormai diciotto anni l’astronave Vibravoid assicura ai propri adepti uno se non due viaggi interstellari l’anno. Mushroom Mantras per quest’anno è addirittura il terzo. Segno che la cabina passeggeri è sempre piena e val dunque la pena traghettare. E del resto vale pure la pena di salire a bordo, che il viaggio sulla capsula Vibravoid è sempre un gran bel viaggio, qualunque sia il significato vogliate dare al termine. Se il live pubblicato in estate si permetteva molte fermate nelle stazioni spaziali di altri eroi intergalattici come Pink Floyd, Can o Iron Butterfly, questo nuovo disco in studio ci proietta in una sorta di India extraterrestre che potrebbe affascinare, oltre a noi argonauti, anche a chi in passato ha sognato di essere immerso nelle acque del Gange ascoltando i dischi dei Kula Shaker, mentre invece stava soltanto facendo un bagno nella propria vasca, inalando vapori di kala namak.

Già l’inaugurale, esplosiva rivisitazione dello standard hindu Om Gang Ganpataye Namah suona come se la piccola Emily Young fosse andata a giocare nei giardini del Taj Mahal e non è che solo l’inizio di un viaggio che, con una scorta adeguata di mellotron, fuzz, effetti a nastro, sintetizzatori, sitar e uccellini cosmici ci regala la magnificenza pop psichedelica di The Legend of Doctor Robert, la vertigine spiroidale di Echoes of Time, il banghra stellare di Apollo69, i placidi approdi di Purple Pepper  e la sognante passeggiata lunare della lunghissima The Orange Coat che fanno lievitare le quotazioni di questo capolavoro fino alla top ten dei dischi più belli dell’anno.

In coda al nuovo, le lontanissime immagini dei primissimi viaggi, quando scorrazzavano per le autobahn della loro madrepatria a bordo di una poco accessoriata motorik crauta.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THIN WHITE ROPE – I crotali del deserto interiore

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Nella gran confusione di ombre lunghe e polvere da sparo che la restaurazione del Paisley Underground portò nel mondo del rock americano degli anni Ottanta, qualcuno pensò che la Sottile Corda Bianca potesse essere assimilata a una di quelle che pendevano spesso da qualche trave per portare al Sommo Giudice un’anima già giudicata, alleggerendogli il lavoro, dimenticando che nel fantasioso universo parallelo di William Burroughs questa metafora servisse a descrivere una striscia di sperma. Fu questo il nome scelto da Roger Kundel e Guy Kyser all’indomani dello scioglimento degli effimeri Lazy Boys per dare un senso di fertilità straripante al nuovo progetto musicale.

Quando nel 1984 registrano Down in the Desert, il pezzo che l’anno successivo aprirà il loro disco di debutto, non sanno neppure loro che stanno costruendo un archetipo sonoro che li imprigionerà loro malgrado per tutta la loro esistenza. Il desert-rock che viene coniato per definire da subito la loro musica nasce in fondo da questo malinteso. Il deserto evocato dai deliri fantastici di Kyser è in realtà geograficamente situato molte molte miglia più a sud della loro soleggiata e pacifica Davis, nella zona del Mojave. Eppure nelle allegorie usate da Guy per descrivere un’adolescenza che, nonostante gli agi che la sua benestante famiglia gli concede, rimane inquieta, il deserto resta paradossalmente l’habitat prediletto per parlare dei suoi animali domestici che diventano mostri preistorici e di ragazze che evaporano come miraggi sotto la canicola. Musicalmente, nella sua opera di reinterpretazione della tradizione del rock americano di due decenni prima (i Quicksilver Messenger Service, i Velvet Underground, Johnny Cash, Neil Young, la country music) Exploring the Axis è più vicino ad Up on the Sun dei Meat Puppets che a Medicine Show.

È un rock che conosce le smorfie del disappunto e del dolore.

Che si stende al sole californiano ma spesso proietta ombre che hanno la sagoma degli spolverini della wave inglese (l’uso del basso in pezzi come SoundtrackLithiumDisney Girl o Atomic Imagery, il cantato “contratto” di Kyser che ha ben poco a che spartire con il tranquillizzante e passionale canto del cerimoniale rock a stelle e strisce, NdLYS). Il geologo Kyser ci trascina per i capelli nel suo deserto. Che è in tutto e per tutto simile al nostro. C’è dentro tutto lo stesso chiasso e tutto lo stesso silenzio di cui ci circondiamo nostro malgrado.    

 

                                                                                 

A due anni dal debutto, i Thin White Rope hanno già una solidissima base di fans (gli Swinging Danglers) e hanno perfettamente definito i contorni di un suono che Exploring the Axis “esplorava” già in maniera personale ma ancora sfocata.

Moonhead, l’album che li riconsegna alle scene, mostra un gruppo all’apice della sua forma, totalmente conscio delle proprie abilità, assolutamente capace di manovrare con estrema destrezza un suono che è erede diretto della psichedelia malvagia ed espressionista dei Television. La solitudine psicologica di Kyser lo spinge in un deserto ancora più disabitato, che non è più quello terrestre.

È l’isolamento cui Kyser si abbandona nello spazio acustico di Thing, disturbato solo dal crepitio elettrico della sei corde di Roger Kunkel che lo affianca come uno spirito negli ultimi secondi di una country song ridestando lo spirito sinistro che incombe implacabile sul resto dell’album e sull’intera discografia della band californiana. E’ questo velo sciamanico a rendere la musica dei Thin White Rope così unica e distante sia dal resto delle formazioni Paisley cui vengono accostati più per comodità che per affinità spirituale, sia dal rampante indie-rock che sta conquistando la scena (Pixies, Dinosaur Jr. in primis) e che da lì a breve diventerà un affare colossale da cui i TWR non trarranno però alcun beneficio.

Moonhead non tenta un’operazione di restauro delle radici ma si sviluppa proiettando ombre scure sul terreno della musica tradizionale americana. Quello che viene fuori, pur sotto un vero turbine di chitarre acide che lavora alacremente per modellare le sagome di questo canyon che il suono dei Thin White Rope sembra disegnare, è un paesaggio inquietante e spettrale che ha più di un ponte di collegamento con certo post-punk inglese. Una tensione che resta sempre accesa, come se la band suonasse circondata da branchi di coyote inaspriti dalla fame e che Kyser si guarda bene dallo smorzare, giocando piuttosto proprio su questo senso di perenne minaccia che la sua musica sembra portarsi addosso e che viene sventolata con fierezza, come un vessillo di fede, uno stendardo di luogotenenza allo sconfinato esercito dell’inquietudine.

A ridosso di Moonhead esce Bottom Feeders, un mini-lp che, come sarà vezzo della band per tutta la carriera, ha il doppio compito di presentare ai fan i risultati delle varie campagne acquisti (in questo caso è John Von Feldt a sostituire il quattro corde di Stephen Tesluk inaugurando una giostra di avvicendamenti alla sezione ritmica che non avrà mai fine) ma soprattutto di promuovere la band con agilità in Europa, terra di conquista e ultima frontiera del sogno di Kyser.  E’ un piccolo campo da allenamento dove la band mette alla prova i nuovi ingaggi, cimentandosi in qualche cover (in questo caso Ain’t That Loving You Baby e Rocket U.S.A), rimodulando qualche vecchio pezzo e provandone di nuovi.

Se i Green on Red erano i Doors, i Long Ryders i Byrds e i Dream Syndicate i Velvet Underground, i Thin White Rope erano i Television del Paisley Underground. Guy Kyser e Roger Kunkel sono le chitarre più visionarie dell’intero movimento.

Dodici sottili corde di nichel che si intrecciano tra loro come nastri d’argento.

Dopo le suggestioni polverose e desertiche dei primi dischi, la musica dei Thin White Rope riposa adesso sotto un enorme sombrero sfoggiando la sua melanina mariachi. Un’abbronzatura fasulla che non serve a squarciare il velo di malinconia che avvolge come un cellophane la musica della band californiana esibita su In the Spanish Cavenonostante l’esuberanza country di Mr. Limpet posta in apertura voglia illuderci dell’esatto contrario. Il “sole rosso” dei Thin White Rope è un sole bastardo che brucia la pelle ma non la scalda. E la voce di Guy non si concede alla bellezza, giocando a fare il lupo mannaro anche dopo che la luna ha lasciato sgombro il cielo rosso del suo amato deserto. Sotto la sua voce, il suono della band si muove con abilità e disinvoltura disarmanti, tracciando un filo che collega Woody Guthrie e Johnny Cash ai Grateful Dead e ai Television. Country&Western, acid-rock, psichedelia

Rimane però, nonostante il cambio di bassista, il contrasto tra il suono torbido delle chitarre (come negli splendidi ricami di Red Sun o nell’incedere zoppo di Munich Eunich) e il suono freddo della sezione ritmica, in particolare della batteria. Un limite di produzione che graverà su tutta la prima fase della carriera del gruppo arginando l’impatto del suono di frontiera dei Thin White Rope e portandolo talvolta (si ascolti Astronomy) pericolosamente vicino a una versione sporca dei Dire Straits, chiudendo dentro un barattolo ermetico l’acido che cola copioso dalle chitarre e il latrato blues che Guy sembra tirar fuori più dalle sue viscere che dalla sua gola messa a dura prova dall’abuso di alcol che colora i giorni della grotta spagnola.

Sul fondo del mare i pirati giacciono senza la loro bottiglia di rum.

Sopra di loro la California aspetta il suo Big One.

È ancora Red Sun a dare forgia al nuovo miniLP  pubblicato per presentare un nuovo avvicendamento, stavolta ai danni di Josef Baker. Dietro le pelli, sul disco, lui c’è ancora, ma su quattro dei sei brani a prendere posto siede Frank French dei True West. Il pezzo chiave del precedente album viene spogliato e presentato in una versione unplugged, con un contorno di cover da brivido fra cui spicca una splendida Some Velvet Morning che da lì in avanti finirà in tutte le scalette live del gruppo e in tutte le raccolte postume che li riguardano.

 

Il nuovo decennio porta una piccola/grande novità per i Thin White Rope: il piccolo marchio della RCA che si affianca a quello della Frontier indica, forse, che la band ce l’ha fatta. O che ce la potrebbe fare.

Non solo. Sack Full of Silver allarga la formazione ad un secondo bassista. Si tratta di Stephen Siegrist dei Sin Eaters (la roots band di San Francisco in cui militò anche Ted Leo dei Pharmacists, NdLYS) che ha il compito di affiancare Von Feldt per dare una spinta ritmica che tuttavia resta piacevolmente impigliata nelle maglie chitarristiche del tipico suono della formazione o si piega, assecondandone le voglie, alle derive country e folk che Kyser sembra voler stavolta toccare con decisione su canzoni come On the FloeTriangleThe Ghost (quasi una variazione neppure troppo originale di In the Pines). I capolavori si chiamano invece Sack Full of Silver (zoppa ballata condotta da un malinconico accordion), Diesel Man (i R.E.M. di Monster prima dei R.E.M. di Monster), le sacche Television che galleggiano su Americana e i cambi di passo di Whirling Dervish, messe lì a ricordarci che il sole, in California come altrove, è un gioco d’ombre e non solo di luci.

Von Feldt lascia la band già durante le registrazioni dell’album, tanto che per il mini Squatter’s Rights uscito a soli due mesi il suo ruolo è già stato preso da Stooert Odom. Ancora tutte cover, qui dentro. Ad eccezione di un curioso brano cantato in origine da Kyser con gli italianissimi Avion Travel e commissionato da Lina Wertmuller per la colonna sonora di In una notte di chiaro di luna (ma qui suonato per intero dai Thin White Rope), a tradire il suo bisogno di fuggire dai luoghi comuni in cui i TWR si sono, un po’ colpevolmente, adagiati. Stanco, come lui stesso dichiarerà, di essere associato al deserto e ai cadaveri delle vacche.

 

Analogo bisogno esprime il tuffo tra le acque vermiglie di The Ruby Sea che è però un bagno tutt’altro che rigenerante.

Si respira un’aria di disfatta, come se dentro quell’imbarcazione che ha lasciato il deserto per avventurarsi al largo ci fosse una ciurma sfinita dalla calentura, partita per nuove terre da esplorare di cui però non si scorge traccia all’orizzonte.

L’isolamento che Guy Kyser si autoimpone per scrivere il nuovo materiale non dà i frutti sperati e anche l’aggiunta di qualche “scarto” delle passate stagioni non aumenta il livello qualitativo di un disco che sa di tempesta placata e che è un po’ la caricatura dell’impetuoso vento desertico dei Thin White Rope, ora ammansito in un country rock più ordinario che sono quasi un preludio alle “canzoni da campo” di Mark Lanegan e delle ballate dei Grant Lee Buffalo (Bartender’s DogThe Clown SongUp to Midnight avvolta nel coro delle sirene) o un tentativo fallito (Christmas SkiesThe Lady Vanishes) di imporre Kyser come il crooner del Mojave.

Alla fine della traversata il capitano Kyser e i suoi marinai si adagiano sulla costa, stremati. Le vele si sono arrese al logorio dei venti e le funi, tutte, si sono al fine spezzate. Anche quella bianca e sottile.

Guy svuota gli ultimi granelli di sabbia rimasti nella sua clessidra sulla spiaggia del nuovo, sconosciuto approdo. Sabbia tra la sabbia. Di nuovo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE JIMI HENDRIX EXPERIENCE – Electric Ladyland (Track)  

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Nel 1968 le doti artistiche di Jimi Hendrix assumono dimensioni mastodontiche.

La prima ad accorgersene è Cynthia Albritton, la leader delle Plaster Casters, la crew di groupies di Chicago specializzate nel ricreare, applicando il gesso direttamente sul pene degli artisti prescelti, i calchi dei genitali di tutte le rockstar dell’epoca. Iniziando, guarda caso, proprio da Hendrix.

Del resto la carica erotica del nero di Seattle era, oltre alle sue innegabili virtù chitarristiche, una delle leve fondamentali del suo enorme successo. Una virilità ostentata in pose dionisiache che avrebbe influito con decisione sul grande successo arriso al suo gruppo una volta sbarcato in Inghilterra. Come avrebbe dichiarato Eric Clapton “in Gran Bretagna è nozione comune che i neri siano dotati di un cazzo enorme. Jimi è arrivato qui e ha sfruttato al massimo la situazione. E ci siamo cascati tutti”. Della cosa sono convintissimi anche alla Track, la sua etichetta. Cosicché quando Hendrix si presenta negli uffici chiedendo “più spazio” per la musica che sta progettando e propone quel formato ancora non del tutto rodato del “doppio album” (una scommessa che in Inghilterra non è stata ancora tentata), Kit Lambert e Chris Stamp accettano di rischiare a patto che, proprio per abbassare i rischi, Hendrix lasci loro la totale scelta sulla copertina.

Chi il 16 Ottobre del 1968 si trovò a passare davanti ad un qualunque negozio di dischi del Regno Unito, venne invogliato ad entrare e aprire a centottanta gradi quella copertina che ammiccava dalla vetrina con diciannove prosperose ragazze bianche che mostravano, oltre alle loro grazie, qualche foto di Jimi Hendrix, il Dio nero del sesso e del rock ‘n roll. La copertina non piacque per nulla al Dio mancino, tanto da obbligare Chris Stamp a ritirare le poche copie sopravvissute alla censura e a scrivere velocemente una lettera alla Reprise, incaricata di stampare la versione per il mercato americano, offrendo indicazioni ben precise sulla cover. Indicazioni che vennero del tutto ignorate, finendo per impacchettare Electric Ladyland dentro una anonima copertina con uno sfocato scatto in rosso e giallo di Hendrix rubato durante un concerto al Saville Theatre di Camden.

Ma cosa c’era “dentro” Electric Ladyland?

Tanta roba.

È innanzi tutto il primo album sul quale Hendrix pretende il controllo completo in fase di produzione. Vuole far respirare la propria musica, concederle, ancora una volta, spazi che prima non le venivano concessi. Dilatarla e manipolarla come un cerchio di argilla e simulando, con un’applicazione artigianale ma ostinata della stereofonia, quel suono tipico delle pale di elicottero che ossessionava Hendrix da sempre.

È inoltre il primo disco sul quale Hendrix concede interventi esterni a quella che è la sua Experience, allargando la sua infinita voglia di sperimentare confrontandosi non più con le sue stesse capacità ma con quelle degli altri. Dentro ci sono infatti tre/quarti dei Traffic, Al Kooper, Buddy Miles, Mike Finnigan, Jack Casady dei Jefferson Airplane, Brian Jones dei Rolling Stones, Freddie Smith. Ma non sono le uniche persone ad affollare uno studio che, come dichiarerà Noel Redding, “non era la registrazione di un disco, ma una vera e propria festa. Tanta di quella gente che non riuscivi neppure a muoverti”.

Un’atmosfera da laboratorio aperto che non fa che arricchire un progetto già di per se ambizioso e aperto alla contaminazione.  

La musica di Hendrix diventa un flipper dentro cui la sua chitarra si agita come una biglia impazzita cercando da un lato di recuperare quella fierezza black che verrà poi esibita con la Band of Gypsys e dall’altra assecondando il magnetismo cosmico  che da sempre attrae Hendrix. Gli spazi per l’improvvisazione, anche quando il minutaggio viene ridotto all’essenziale (vedi le due cover presenti nel disco), sono enormi e miracolosi tanto che Bob Dylan sarà ancora una volta, come già successo con la Mr. Tambourine Man dei Byrds a “cedere” la paternità di un suo brano abbagliato dalla rilettura magistrale della sua All Along the Watchtower.   

È infine l’ultimo album della Experience. Lo sarebbe stato anche se Jimi Hendrix non fosse morto quel tragico Settembre del 1970, perché già a Woodstock, malgrado la gaffe del presentatore, a salire sul palco non è più la Experience ma la sua nuova band, una “band di zingari”.

L’ultimo album in cui i lampi di genio di Hendrix brillano con un fulgore anarchico capace di annichilire ogni altro musicista sulla terra. L’approdo del figlio del voodoo alla Terra Promessa, qualunque essa sia.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BIRDMEN OF ALKATRAZ – From the Birdcage (Contempo)  

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Quattro uomini dalla testa di pennuto si alzano come colossi dell’antichità dal paesaggio spettrale dell’isola di Alcatraz, puntando i becchi al cielo. 

È uno degli ultimi lavori “commissionati” al grande Rick Griffin, attraverso un ponte italo-americano tirato su da Aldo Pedron del Buscadero e Chris Darrow dei Kaleidoscope. Unici italiani a fregiarsi di quel nome sulla copertina di un loro disco sono i pisani Birdmen of Alkatraz, giunti al secondo lavoro dopo aver attraversato una giungla di problemi di ego (che si “placheranno” con la dipartita di Maurizio Curadi e la nascita degli altrettanto genialoidi Steeple Jack) e di ordine contrattuale (la band abbandonerà la Electric Eye per accasarsi nella geograficamente più a portata di mano Contempo).  

Anche stavolta, nonostante il lavoro di produzione sembri in qualche modo “pietrificare” la sezione ritmica e tendere a soffocare i vapori lisergici, i Birdmen of Alkatraz ci accompagnano in una scala a chiocciola che ci porta direttamente nel cuore della psichedelia californiana e texana dei sixties. Una visione spiroidale e circoncentrica ampliata dagli intrecci di due chitarre che pur conservando i tratti salienti del rock acido di due decenni prima, li proietta in una dimensione onirica para-fantastica e pre-apocalittica (Lord of Flies, Puzzle of a Downfall Child, Harsheness Day) che, unita all’immaginario evocato dal nome di battesimo scelto dal quartetto pisano, ne accresce il senso di vertigine e prefigura certa distopia steampunk che verrà codificata da lì a breve.

Più distesa appare la “sezione” dedicata alle cover, ben quattro, che fanno da corollario ai pezzi scritti da Daniele Caputo e Francesco Bocciardi. Rese con perizia magistrale e scioltezza da fuoriclasse.

Quello che i Birdmen erano, con buona pace di quanti cercavano all’estero quello che lasciammo marcire in patria.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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RAINBOW BRIDGE – Dirty Sunday (autoproduzione) / UNIMOTHER 27 – Fiore spietato (Pineal Gland)  

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Pur decollando da piste diverse queste due piccole produzioni dell’underground italiano (pugliese la prima, abruzzese l’altra) finiscono per incrociare le loro traiettorie. In entrambi i casi si tratta di lunghe improvvisazioni strumentali dove la chitarra assurge al ruolo di perno nodale. Il trio di Barletta dichiara sin dal nome una chiara ascendenza Hendrixiana ma le cinque canzoni di questo loro disco ne lasciano implodere la potenza visionaria dentro una selva di recrudescenze stoner che eludono ogni pretenziosa simulazione virtuosistica per inerpicarsi in un labirintico gioco di serpentine e rifrazioni elettriche.

Cinque strumentali costituiscono pure il corpo del nuovo album di Unimother 27, al secolo Piero Ranalli. Anche qui è la chitarra ad avere un ruolo da prim’attrice anche se spesso coadiuvata dall’uso del sintetizzatore che dà ai pezzi una spinta verso il prog cosmico dei cavalieri germanici. L’approccio è liberatorio, con un’impalcatura essenziale dentro cui la sei corde dà prova di grande equilibrismo e tenta l’elevazione psichedelica in una esibizione di scalata antigravitazionale che evita gli appigli sicuri preferendo l’impervio. L’attenzione (la mia perlomeno) scema tuttavia sull’ultimo quarto d’ora del disco, dove l’ampollosità delle soluzioni finiscono per essere un po’ troppo compiacenti per potermi regalare diletto e dove il virtuosismo si attorciglia su se stesso in un vortice che lascia poco spazio di ossigenazione.  

                                                            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro