RAINBOW BRIDGE – Dirty Sunday (autoproduzione) / UNIMOTHER 27 – Fiore Spietato (Pineal Gland)  

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Pur decollando da piste diverse queste due piccole produzioni dell’underground italiano (pugliese la prima, abruzzese l’altra) finiscono per incrociare le loro traiettorie. In entrambi i casi si tratta di lunghe improvvisazioni strumentali dove la chitarra assurge al ruolo di perno nodale. Il trio di Barletta dichiara sin dal nome una chiara ascendenza Hendrixiana ma le cinque canzoni di questo loro disco ne lasciano implodere la potenza visionaria dentro una selva di recrudescenze stoner che eludono ogni pretenziosa simulazione virtuosistica per inerpicarsi in un labirintico gioco di serpentine e rifrazioni elettriche. Cinque strumentali costituiscono pure il corpo del nuovo album di Unimother 27, al secolo Piero Ranalli. Anche qui è la chitarra ad avere un ruolo da prim’attrice anche se spesso coadiuvata dall’uso del sintetizzatore che dà ai pezzi una spinta verso il prog cosmico dei cavalieri germanici. L’approccio è liberatorio, con un’impalcatura essenziale dentro cui la sei corde dà prova di grande equilibrismo e tenta l’elevazione psichedelica in una esibizione di scalata antigravitazionale che evita gli appigli sicuri preferendo l’impervio. L’attenzione (la mia perlomeno) scema tuttavia sull’ultimo quarto d’ora del disco, dove l’ampollosità delle soluzioni finiscono per essere un po’ troppo compiacenti per potermi regalare diletto e dove il virtuosismo si attorciglia su se stesso in un vortice che lascia poco spazio di ossigenazione.  

                                                            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ULTIMATE SPINACH® – Ultimate Spinach® / Behold and See / III (Akarma)

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Non ebbero vita lunga i bostoniani Ultimate Spinach®: i tre album incisi tra il ’68 e il ’69 e adesso ristampati da Akarma ne tracciarono la parabola discendente prima che la “verdura” sfiorisse tornando alla terra.

Formati dal polistrumentista Ina Bruce-Douglas, gli Ultimate Spinach® esordirono con un omonimo album di classica impronta flower-power. L’armamentario è quello tipico dell’epoca con sfoggio di theremin, harpsichord, tablas, flauti e sitar ma usati in modo funzionale ai brani e mai, a dispetto di quegli anni facili al fascino della ricerca strabordante e fine a se stessa, viceversa.

Malgrado il cuore del disco, Hip Death Goddess, si attacchi alla coda del velivolo Jefferson con maestria non certo impari, il debutto di questi vegetali per il cervello si lascia ricordare soprattutto per i brevi quadretti che le fanno da cornice: uno specchio deformante in cui la tradizione si trasfigurava in ritratti buffi, visionari, divertenti o poeticamente bucolici dilatando i propri contorni fino all’alterazione cromatica del proprio corpo.

Intuizioni confermate e sviluppate su Behold and See dello stesso anno, altro albo dal valore indiscutibile.

L’enfasi si smarrisce ma la quota rimane altissima.

Al confronto gli Ultimate Spinach® di III sembrano un’altra band. Oh, pardon…gli Ultimate Spinach®  di III SONO un’altra band.

Rimasta la sola Barbara Hudson a sfogliare l’album di famiglia, l’ultimo atto della band brucia, nell’inutilità dannosa di riutilizzare la vecchia sigla, quanto di buono era stato creato, con un disco stanco ed incapace di spiccare non il volo ma un semplice salto, perdendosi in pallosissimi esercizi di stile e musica da FM eccezion fatta forse solo per l’inaugurale Romeo and Juliette, trafugata dagli archivi delle nuggets americane. Roba pericolosa da cui è meglio stare alla larga.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

 

 

AA. VV. – Jon Savage’s 1967 – The Year Pop Divided (Ace)

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Sequel della bella raccolta dello scorso anno dedicata al 1966, ecco il secondo volume curato da Mr. Jon Savage che, differentemente rispetto alla volta precedente, limita adesso il suo contributo alla scelta delle canzoni e alla stesura delle liner notes di questa straordinaria doppia raccolta. Stavolta dunque niente libro di “supporto” alle quarantotto canzoni scelte tra le tante che segnarono un anno di profonda trasformazione musicale e sociale. L’anno in cui il beat diventa freak, il rock si inacidisce, il soul tramuta in funk e tutta la musica giovane diventa visionaria e multiforme. L’anno in cui il pop si divide, come sottolinea giustamente Savage. La creatività, spesso amplificata dalle droghe, è a livelli stratosferici. Su entrambe le coste dell’Atlantico. E le canzoni scelte dai repertori di 13th Floor Elevators, James Brown, Move, Attack, Byrds, Marmalade, Buffalo Springfield, Rex Garvin, Mickey Finn, Supremes, Third Barbo, Young Rascals, Blossom Toes, Captain Beefheart e le decine di altre lo dimostrano in maniera esemplare ed incontrovertibile.

Non c’è una sola canzone meno che splendida qui dentro.

Ognuna con una sua peculiarità, una sua personalità, un suo peso specifico che la rendono unica eppure universale.

Soldi e tempo spesi benissimo.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE BIRDMEN OF ALKATRAZ – Glidin’ Off (Electric Eye)  

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In Italia accadono grandi cose, nella metà degli anni Ottanta.

Una delle migliori viene messa a fermentare all’ombra della torre di Pisa e imbottigliata a Pavia. Si chiamava Glidin’ Off e la stappammo per il Natale del 1986.

Veniva dalle cantine dei Birdmen of Alkatraz, dai cui fatati vigneti avevamo già assaggiato la magica effervescenza di una cosa come Song for the Convict Charlie.

Su Glidin’ Off i Birdmen of Alkatraz riuscivano formidabilmente a replicare quell’incanto, quel maleficio capace di riportare indietro le lancette nel tempo e nello spazio distribuendone le spore su tre canzoni che dei fiori psichedelici di cui essi si erano cibati avidamente come api operose sembrava adesso ne avessero fatto del miele sublime.

Furono loro ad iniziare tanti, me incluso, alla comprensione di alcuni dei testi più pregiati ed enigmatici del rock acido di venti anni prima raffinando quel recupero dell’immenso archivio degli anni Sessanta iniziato dalle formazioni Paisley americane e poi dalle garage-band del vecchio e nuovo continente, concedendosi il lusso di allargare la forbice ad imbuto per lasciare confluire dentro il loro cilindro il blues primordiale di Robert Johnson, il suono della giungla di Mastro Bo Diddley, le muffe post-psichedeliche dei primi anni Settanta. E lo fecero con questo distillato che ancora oggi riesce a spandere vapori e regalare sensazioni olfattive, visive, percettive di stordente, aggrovigliata bellezza.

Grazie Birdmen. Per esservi cura di noi come Stroud dei suoi canarini.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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EXPLODING EYES – Exploding Eyes (Big Neck)  

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La copertina è davvero bella.

E merita di entrare nella galleria dei possessori di dischi che il terzetto irlandese chiama a raccolta.

Ma, al di là della copertina di sicuro impatto, cosa vengono a dirci esattamente questi tre giovani capelloni di Dublino? Fondamentalmente che ascoltano buona musica. La citano nelle interviste e ne documentano l’appropriazione stilistica su questo loro album di debutto riverberandone il suono su dieci canzoni che diluiscono il principio attivo dentro una miscela che però, nel tentativo di tenere a freno le sbrodolature acide per renderne digeribile la miscela, si perde troppo spesso in dozzinali e sciapi hard-rock (la terribile Need Somebody, I Panic, Something Critical, Fear) dove tutta l’arte visionaria delle compagini psichedeliche e proto-hard ci cui hanno fatto incetta viene irrimediabilmente compromessa in favore di un suono che ricorda più quello di formazioni spurie come Doctor and the Medics, Mission o Balaam and The Angel (se non addirittura certo corporate rock di infima qualità come accade in Madman’s Lament) che i vari Andromeda, Stooges, Blue Cheer che ci aspettavamo di incontrare, traditi oltre che da una bella cover, dall’introduttivo baccanale di We Need Love che sembrava volerci riportare per mano tra i solchi dei primi dischi degli Hypnotics.

Insomma, alla fine, più il contenitore che il contenuto.

Aspettando passi l’astronave giusta.         

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LOVE – Da Capo (Elektra)  

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Los Angeles.

Al 4320 di Cedarhurst Cicle sorge una villa in stile coloniale costruita nel 1930.

Il suo valore attuale è di nove milioni di Euro.

Se avete i soldi, compratela.

Altrimenti, potete affittarla.

Come ha fatto una ventina di anni fa Johnny Depp e come fece cinquant’anni fa Arthur Lee per farci il quartier generale dei Love.

Cosa succeda là dentro fra groupies e droghe è facile immaginarlo.

Arthur va spesso a letto con una ragazza e si sveglia con a fianco un’altra. Nuda e sfatta come quella della sera prima.

Gli altri non sono da meno. Ma la star del Sunset Strip è Lee. Gli altri ne traggono profitto in quanto suoi musicisti. Ha dato al suo gruppo il nome dell’amore, ma la sua è un’attitudine da gangster e da despota. Del resto, come avrà modo di dire: “se sei solo un chitarrista ritmico non puoi dirmi cosa dovrei aggiungere o togliere da una mia canzone. Devi limitarti a fare quello che sai fare: suonare la chitarra ritmica e stare zitto”.

Da Capo, il secondo disco dei Love, viene registrato durante quei giorni al “Castello”. Sono giorni folli e fecondi. Per rappresentarli Arthur Lee decide di mettere su una piccola orchestra, aggiungendo flauti, sassofoni, tablas e clavicembali e regalando il più lungo viaggio psichedelico fino a quel momento tentato su disco: diciotto minuti di fraseggi blues e sincopi jazz che pur nella familiarità del paesaggio proposto, rappresenta un audace ma fallito tentativo di organizzare un viaggio metafisico, un po’ come faranno contemporaneamente i Doors, i Seeds, le Mothers of Invation, gli Stones o Le Stelle di Mario Schifano.

Il meglio sta sull’ondivaga e umorale altra facciata del disco, quelli in cui i Love dipingono cieli d’arancio. E poi fanno piovere da quei cieli una bomba atomica come 7 & 7 Is.

Perché “se non sarà l’amore, sarà la bomba a tenerci uniti”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PINK FLOYD – The Early Years Box Set 1965-1972 (Legacy)                                        

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Se siete dei fanatici dei Pink Floyd, quest’anno il vostro Venerdì Nero sarà più nero del solito. Vi si chiede qualcosa come un milione delle vecchie lire per assicurarvi un cofanetto di praline rosa della premiata confetteria Floyd. Se siete abbastanza caparbi lo troverete ad appena 335 Euro, però. Che mi pare una cifra che qualunque italiano medio (quello che vedete sfilare in piazza accanto ai suoi simili a macchia di leopardo o in fila agli uffici di collocamento e alle poste per ritirare il sussidio di disoccupazione) può permettersi.

Ne vale la pena? Ovviamente no, se per un attimo attingiamo alla scorta di raziocinio che l’esaltazione collezionistica tende ad obnubilare.

Sono 25 ore in compagnia dei Pink Floyd dei primi anni.

Quelli dell’epoca Barrettiana e quella immediatamente successiva.

Una compagnia eccellente, ma con tariffe da escort.

Rarità, pubblicazioni in studio e dal vivo in parte inedite, in parte no, bellissimi filmati d’epoca, colonne sonore, ambientazioni, un centinaio di foto tra cui molte mai viste, poster, cartoline. In formato audio e in formato video (molti dei quali difettosi, come si trattasse di roba comprata a pochi spiccioli dal vucumprà di Porta Portese), che le cose ci piace anche vederle, oltre che sentirle. E non solo quando si parla di donne. Roba che finirà presto, seppur tritata, su Youtube e che verrà presto oscurata. Non dalle nuvole, stavolta.

Tutto curatissimo come si conviene ad un’operazione simile, stipato dentro un cofanetto (funereo più che elegante, di un’essenzialità un po’ anonima ed egocentrica) simile a una scatola della Nike™ che vi obbligherà a dedicargli un intero scaffale della vostra discoteca casalinga e a farvi saltare la rata del mutuo (in realtà si tratta della riproduzione stilizzata del furgone utilizzato dai Tea Set, la primissima incarnazione della band, NdLYS). 

Io non ho ancora finito di ascoltarlo, ne’ tantomeno di guardarlo.

Che i Pink Floyd impongono dei doveri, certo. Ma pure la famiglia ne impone. E così il lavoro e la ricerca di esso.

Ma se proprio non avete un cazzo da fare e amate Gilmour più di vostro padre, dedicategli pure il tempo, la passione, il denaro che continua a chiedervi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CYNICS – Get Our Way (Get Hip)  

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Get Our Way ritrova la “strada” smarrita e riporta immediatamente i Cynics nei più familiari canoni del garage-rock che erano stati traditi da Learn to Lose causando lo sdegno dei fans e una bella perdita in termini di immagine e di dollari. Il recupero è veloce e abbastanza efficace, con un album che torna a macinare grandi riff folk/beat e garage-punk (Love Me Now che sembra addirittura tornare indietro fino all’esordio e Private Suicide i migliori) e che aggiunge un sottile straniamento psichedelico figlio delle intuizioni aaromatiche di We the People ed Elevators e che costituiscono la vera novità, stavolta ben gradita al pubblico storico della band, di pezzi come Lose Your Mind, 13 O’Clock Daylight Savings Times, All the Streets, Beyond the Calico Wall/STP00117. Get Our Way non regge forse il carico eccessivo (ben diciassette brani, come era stato per il disco di esordio, forse a voler simboleggiare un nuovo inizio e che invece segnerà una violenta e improvvisa battuta d’arresto per la band, forse stanca di affrontare tour estenuanti e interessata a prendersi un po’ cura degli affari propri) ma, seppur meno snello dei suoi illustri predecessori, ci restituisce una band capace di maneggiare con stile la fantastica tradizione beat-punk dei sixties.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE END – From Beginning to End… (Edsel)

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A volte, forse, la scelta di un nome determina un destino affine. Così, nonostante il supporto fattivo degli Stones (Bill Wyman, coautore anche di alcuni brani, Charlie Watts, Nicky Hopkins, il fonico Glyn Johns), gli End restarono una delle piccole nuvole fugaci nei cieli di marmellata inglese.

La Decca, alla cui corte approdano grazie proprio all’interesse di Wyman, è impermeabile alle pressioni che il bassista degli Stones per la pubblicazione del loro primo album salvo poi pubblicarlo, una volta reciso il contratto con Jagger & Co., proprio per sfruttare come avvoltoi il nome di Wyman che infatti viene sbattuto in bella vista accanto al nome della band, sulla copertina del loro unico album. Un ritardo che influirà in maniera decisiva e nefasta per le sorti del disco, arrivato nei negozi nel Dicembre del 1969, quando il sole che splendeva sui campi psichedelici britannici è già tramontato lasciando il passo alla nuova alba del progressive e dell’hard rock. La Decca e le riviste non hanno nessun interesse a spingere un disco che agonizza come un criceto che è scivolato in corsa dalla sua giostrina girevole. La confusione fra il nome della band e il titolo del lavoro, fanno il resto. Introspection è dunque la musica dei titoli di coda della stagione freakbeat inglese. Il fondo della tazza di quella che Sean Gregory definirà una Zuppa di Cioccolata per Diabetici. Due/terzi del gruppo sono già andati altrove, a farsi di insulina. Il resto della band prosegue con i nuovi acquisti Paul Francis e Jim Henderson spostandosi verso un suono più attuale e meno sognante senza tuttavia riuscire a pubblicare nulla se non un singoletto. In terra straniera e sotto falso nome, finendo pure per girare un cameo su una pellicola locale intitolata Un, dos, tres, al escondite inglés a fianco di altre piccole glorie beat locali come Los Pop Tops, Los Angeles, Los Beta, Los Buenos, Henry Y Los Seven.

Il bel cofanetto della Edsel arriva ora ad implementare le sette righe che Wikipedia riserva alla formazione londinese, distribuendo in quattro cd e un bel libretto curato da David Wells e dal cantante Colin Giffin tutto quanto c’è da sapere e da sentire sulla storia degli End, con l’eccezione di qualche brano di cui nessuno riesce a trovare le matrici (She’s the One o Another Time, Another Place ad esempio). Il primo raccoglie tutto il materiale prodotto prima della fioritura psichedelica. Sono brani che pagano il loro tributo ai Beatles e al soul della Stax pur schivando (con orgoglio ma anche poca lungimiranza, NdLYS) alcuni suggerimenti sulla scelta delle cover da parte di Bill Wyman, il bassista degli Stones che li ha presi a cuore durante il tour del ’64 in cui Giffin e Brown presenziano come supporter con la loro precedente band. Piccole perle di blue-eyed soul sono disseminate lungo i tre quarti d’ora del disco, come You Better Believe It, I Got Wise, Searching For My Baby, Why. Le mutazioni acide inaugurate dalla registrazione del singolo Shades of Orange/Loving, Sacred Loving e culminate con la stesura di Introspection sono invece quelle che riempiono la sacca gastrica del secondo cd.  Sono rigurgiti acidi che, come nella tradizione psichedelica inglese, inseguono il Bianconiglio fin dentro un mondo incantato che sembra destinato a custodire ogni sogno infantile. Le canzoni, (tante) dal profilo più deciso vengono separate dal resto della zuppa acida e pubblicate venti anni dopo dalla Tenth Planet Records su Retrospection che viene adesso addizionato con quattro bonus e impacchettato sul terzo cd.

Le registrazioni effettuate dal 4 Marzo 1969 al San Valentino dell’anno successivo sono invece quelle di The Last Word, il mancato secondo album come sempre prodotto da Wyman e ancora una volta sabotato dalla Decca, tanto da venir pubblicato solo nel 1999 sulla terza e conclusiva opera di disseppellimento operata dalla Tenth Planet. Il suono non perde la propria matrice visionaria ma viene amplificato e diluito secondo le regole del momento storico che la band stavolta è sicuro di cavalcare a regime. E invece, come avevano previsto con malaugurata congettura, arriva la fine. Sfiancato da problemi contrattuali infiniti Dave Brown decide di dar vita ai Tucky Buzzard sparando sul mercato ben cinque album nel giro di tre anni, prendendosi la sua vendetta.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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BOHEMIAN VENDETTA – Bohemian Vendetta (Tapestry)

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Gran messe di reissues psichedeliche su vinile 180gr. dalle presse Tapestry. Quella che tocchiamo su questo numero riguarda la ristampa dell’ unico album dei Bohemian Vendetta, gruppo di adozione newyorkese che fu tra i “prescelti” per allestire la scaletta della prima storica Pebble. L’omonimo album dei Bohemien era intriso del beat progressivo che stava dilagando un po’ ovunque, gettando i ponti per quello che diventerà a breve l’hard-rock storico dei primi anni ’70. Le destrutturazioni di classici come Satisfaction e House of the Rising Sun erano il manifesto programmatico di un bisogno di allargare le maglie del suono 60’s lasciandolo bruciare nella sua stessa griglia di fuzztones gracchianti. In futuro bands come Vietnam Veterans, Plan 9 o addirittura Stranglers avrebbero dovuto pagare il proprio compromesso con la band di Brian Cooke.

 

Franco “Lys” Dimauro

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