GEOFF FARINA – Reverse Eclipse (Southern)  

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Geoff Farina è il Ben Watt coltivato sotto i funghi post-rock dei Karate. Anche se a volte, quando ascolto le pennate più asciutte di Fire ad esempio, a me piace descriverlo come il Billy Bragg della stagione emo-core, pure se questa chitarra non vuole uccidere niente e nessuno.

La chitarra di Farina è un ammazzamosche a salve, una paletta di cartone che accompagna gli insetti verso la via di fuga, verso quella fessura che le separa dalla libertà.

Se Geoff ha degli artigli, ma dubito ne abbia, li nasconde sotto due guanti di sottile fustagno, accarezzando a lungo le corde della sua chitarra finché da sotto i polpastrelli non veda apparire un sogno sottoforma di nuvola, senza lasciare alcuna impronta sulle corde. La sua carezza è una moina jazz, una lusinga bossanova, una carezza folk. Reverse Eclipse è il suono dei frigoriferi vuoti, lasciati accesi ma a porta socchiusa per evitare il puzzo di muffa, illudendo loro e noi stessi che un giorno torneranno ad essere scorta per saziare ogni organo che sia sotto il cuore.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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J MASCIS – Elastic Days (Sub Pop)  

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J Mascis ha una chewing-gum appiccicata sul palato ormai da più di tre decenni.

Conficcata in gola come la spina nel fianco del giovane Morrissey o come una lisca di pesce nel palato di un gatto.

Quando i distorsori dei Dinosaur Jr. tacciono, il rumore delle mandibole di Mascis che tentano di liberarsene ci muove a compassione. Perché è un rumore che somiglia molto a quella di certi nostri dolori, quelli con cui ci addormentiamo stringendoli come peluche e che spesso durante la notte ci afferrano per la gola, capricciosi.

Il suono del Mascis solista, libero dalla prigione fuzz dei Dinosaur Jr., sfoggia con orgoglio tutta la sua fragilità e si allinea ai percorsi di tanti altri reduci di quella stagione, da Bob Mould a Grant Lee-Phillips. Canzoni da tirar su come plaid nelle sere d’autunno. Da accarezzare come cuccioli di chow chow che ti leccano con la loro lingua azzurra e che ogni tanto (Picking Out the Seeds, Give It Off, la mia preferita Cut Stranger) tirano fuori i denti per tirar via quella coperta, per impedirti di prendere sonno.

Canzoni che sono state lì da sempre, anche quando passavano col passo di leopardo dei marines sotto il fuoco amico di You’re Living All Over Me e Bug. Anche se noi non ce ne eravamo accorti, felici di farci colpire da quella pioggia di proiettili.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

BILLY BRAGG & WILCO – Mermaid Avenue (Elektra)  

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La casa di Woody Guthrie sulla Mermaid Avenue di Coney Island era una casa senza porte. Nora, una dei quattro figli avuti dal matrimonio di Woody con Marjorie Greenblatt, lo ricorda bene. Gente che entrava ed usciva senza soluzione di continuità, artisti come Odetta, Bob Dylan, Ramblin’ Jack Elliott, Leadbelly, Pete Seeger, Sonny Terry stavano lì per giorni, settimane, mesi. Non erano elemento di disturbo al ménage familiare ma erano essi stessi parte di quella famiglia allargata. Nora Guthrie non ha mai tradito quello spirito e, dalla morte del padre, si è sempre prodigata per “aprire le porte di casa”, distribuendo testi inediti dell’enorme repertorio di papà Woody custodendone la memoria senza esporla in una teca di vetro ma facendone cosa viva grazie alle mani di spiriti affini cui è stato affidato il compito di dare una forma musicale a quei testi.

Billy Bragg, uno che suona la stessa macchina ammazzafascisti del buon Guthrie, è stato convocato direttamente da Nora per dare un vestito a quelle parole, proprio come sua mamma faceva quando, negli ultimi anni della vita di Guthrie, si trovò a modificare i vestiti del marito per difendere quel po’ di dignità che il morbo di Huntington non aveva ancora distrutto. Un compito che Bragg ha accettato di buon grado ma che ha voluto condividere con altre anime elette.

Esce così fuori Mermaid Avenue, lavoro a più mani che vede Billy Bragg, i Wilco e Natalie Merchant pasturare in un pascolo comune regalandoci un piccolo miracolo di musica roots (seppur forse fin troppo levigata proprio nel tentativo di sfuggire alla trappola di realizzare un disco Guthriano fino al midollo, NdLYS) in cui i testi di Guthrie vengono imbastiti su strutture musicali che sono debitrici al folk del musicista newyorkese ma non ne sono affatto schiave. Dunque in canzoni come Ingrid Bergman, Way Over Yonder in the Minor Key o Eisler on the Go troverete più Billy Bragg di quanto possiate mai sognare di trovare, così come nella sublime One by One ritroverete l’essenza dei Wilco e più ancora quella degli Uncle Tupelo, avvolta in una malinconica patina di nostalgia che ben si adatta alla lirica dell’autore.

Nora Guthrie può continuare a tenere aperta la porta della casa di Mermaid Avenue, lasciando che il vento faccia dei fogli del padre delle piccole vele per volare sopra tutta l’America.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

SINFONICO HONOLULU – Thousand Souls of Revolution (autoproduzione)

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È da due anni che mi chiedo perché i Sinfonico Honolulu non siano esplosi con una canzone come Un giorno come gli altri. E non mi do pace. Perché quella, che chiameremo per comodità canzonetta, è una canzonetta perfetta. Canticchiabile oltre ogni dire. Contagiosa.

Malgrado questo, i Sinfonico Honolulu, mini-orchestra per strumenti rock ed ukulele, sono rimasti confinati nell’underground più remoto. Anzi, per mettere su il nuovo disco si sono dovuti autofinanziare e chiedere l’aiuto in rete. Quel disco arriva oggi, a tre anni dal precedente, con il solo Steve Sperguenzie a farsi carico del lavoro che prima si spartiva con Luca Carotenuto se non addirittura con gente come Mauro Ermanno Giovanardi o Appino.

Sul nuovo disco Sinfonico Honolulu scuoia il rock e ne usa la pelle per vestire il suo corpo anomalo, inconsueto, deforme addirittura se consideriamo le forme che rivestiva prima: Thousand Souls of Revolution smonta e rimonta a suo piacimento dodici piccoli classici degli anni Ottanta. Tredici, con la copertina.

Ne viene fuori un disco sicuramente insolito ma di una gradevolezza assoluta grazie ad un lavoro di produzione meticoloso, diligente, scrupoloso. La dose di coraggio necessaria per ammazzare con uno, due, tre, quattro, cinque, sei ukulele canzoni inviolabili come The Voice degli Ultravox, Strange Little Girl degli Stranglers, Try Try Try di Julian Cope, This Is Not a Love Song dei Public Image Ltd. o The Caterpillar dei Cure, per alzare al cielo un pugno che stringe una minuscola chitarra hawaiana sopra una serie di titoli come The Killing Moon, Personal Jesus o Love Will Tear Us Apart è ripagato e restituito amplificato, come dovrebbe essere un vero atto d’amore. Le trame degli ukulele, notoriamente lo strumento più noioso del mondo, diventano nelle mani dei Sinfonico Honolulu migliaia di piccolissimi spilli da agopuntura che tormentano i corpi di Echo and the Bunnymen, Joy Division, Fine Young Cannibals, Ramones, li avvolgono in centinaia di strisce di garza impregnata di balsamo di tigre e li restituiscono al mare, facendoli brillare sotto un sole che poteva appartenergli e che spesso non gli fu gradito.

Un atto d’amore, dicevo.

E voi? Di cosa parlate quando cianciate d’amore?

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

MARK HOLLIS & TALK TALK – Gli omini di pan di zenzero

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Con il senno di poi il debutto dei Talk Talk era un disco paradossale. Così pieno anzi strapieno di suoni di plastica, sintetizzatori, batterie, così straripante di ritornelli, di melodie, di ninnoli. Un classico neonato da reparto ostetricia primi anni ’80 insomma. Un delizioso e sorridente primogenito da saziare a latte artificiale che invece, a rivedere le foto del battesimo una volta seduti ai banchetti per la nascita dei fratelli successivi (Laughing Stock e Spirit of Eden ma anche The Colour of Spring) avremmo trovato un esserino raccapricciante e anche un tantino viziatello e rompiballe. Se insomma i Talk Talk si fossero fermati alla primogenitura, oggi li ricorderemmo semplicemente come una delle tante meteore che hanno solcato i canali radio e tv per una stagione, esattamente come i…spe, come si chiamavano? Va be’, forse non ce ne ricorderemmo. Anche perché, diciamolo, rispetto agli eroi bellocci di quella stagione, quelli ben vestiti e con la lacca ai capelli, i Talk Talk sembravano i rospi destinati a rimanere nello stagno in eterno.
Le canzoni di The Party’s Over sono perlopiù brutture pari al loro appeal (Another World, Hate, Mirror Man). Quelle che si salvano dalla pattumiera dell’indifferenziata sono giusto un paio, più in virtù dei loro ritornelli orecchiabili e “appiccicosi” che all’epoca fanno gola a tutti che per le loro qualità intrinseche. Sembra insomma che la festa sia davvero finita, prima ancora di cominciare. Eppure, la larva dei Talk Talk è solo al primo atto di una delle più grandi metamorfosi della pop music moderna.

 

Adoravo i Talk Talk.
Che a guardarli in tivù sembravano omini di pan di zenzero.
E poi quando li intervistavi nel bel mezzo del loro successo (e It’s My Life FU quel successo lì) e facevi la solita domandina sulla roba che ascoltavano aspettando di sentirti piovere addosso il nulla astrale, loro tiravano fuori nomi come Erik Satie, Dmitrij Šostakovič, Sergej Prokof’ev, Pharoah Sanders. E tu non sapevi manco come cazzo scriverli, quei nomi lì. Che forse il nulla astrale nel 1984 lo ascoltavi tu, non loro.
Pensavi bluffassero, quei ragazzini lì con le facce da libro Cuore, così poco televisivi, così poco ammiccanti, così totalmente fuori moda.
E invece col passare del tempo e dei dischi, ci accorgemmo che non stavano bluffando affatto.
Ma allora, nel 1984, le citazioni colte nella loro musica erano invisibili agli occhi e impercepibili alle orecchie. Loro non le esibivano e a noi non interessava andarle a scovare, infastiditi e affascinati da quella musica ancora variopinta dove passavano stormi di uccelli, gli elefanti barrivano e mandrie di antilopi e bisonti correvano come in una savana sterminata. Non solo nel/nei video della title-track in cui i Talk Talk si facevano beffe dei siparietti montati ad arte per i nuovi piccoli e saccenti eroi del piccolo schermo ma un po’ ovunque, dentro il loro disco. C’erano sicuramente nell’altra hit dell’album, Such a Shame, ma le suggestioni di quelle tastiere e di quella ritmica che senza darlo a vedere scendeva a patti con i richiami etnici di Mick Karn e Bill Bruford facevano si che ne sentissi l’eco un po’ ovunque.
Magari degli oziosi panda nascosti dietro il canneto di bambù di Does Caroline Know? o dei tucani dal becco vanitoso sulla bella Dum Dum Girl che fa da introduzione all’album.
O ancora rinoceronti che sbuffano dentro Tomorrow Started.
Perché nessuno di noi allora sapeva che versi facessero i panda, i tucani o i rinoceronti. Così come non conoscevamo quelli di Šostakovič o del Faraone Sanders.
Però sapevamo che erano qui, dentro questo piccolo disco pop che senza torcere un solo capello a noi, senza torcere un solo pelo a loro era venuto dalle popolose terre del pop inglese a raccontarci di una vita che poteva anelare ad essere diversa pur senza sforzarsi di mostrarsi snob.

 

Dopo il successo stratosferico i Talk Talk cominciano lentamente a cambiare pelle abiurando totalmente dal synth-pop che aveva aperto loro le porte delle classifiche e li aveva sparati nel mondo delle pop-star da copertina dentro cui loro, schivi e bruttini, si sentivano del tutto fuori luogo. The Colour of Spring apre le porte alle grandi aspirazioni artistiche della band e costringe la EMI, sulla scorta di quanto portato alle loro casse con i singoli Such a Shame e It’s My Life a garantire loro un budget esagerato per confezionare a dovere il loro terzo album. Vogliono un disco che suoni quanto più naturale possibile, completamente svincolato dai suoni sintetici. Per quello chiamano a raccolta un numero incredibile di gente a dar loro manforte. Quasi sessanta persone, fra cui musicisti illustri come Steve Winwood e David Rhodes, prestano la loro voce o la loro tecnica al servizio di quella che, fra le tante effimere glorie del pop degli anni Ottanta, si rivela essere una delle formazioni più intelligenti ed ardite del decennio.
Gli ascolti massicci divenuti presto devozione verso la musica orchestrale, gli impressionisti francesi e la musica contemporanea influenzano in termini di approccio Mark Hollis fino a trovare compimento nelle derive isolazioniste di Laughing Stock e del suo primo album solista e che qui fanno capolino fra canzoni dall’arrangiamento ricco come Life’s What You Make It (con un uso originalissimo del pianoforte, piegato al compito di sostenere la ritmica più che la linea melodica), Happiness Is Easy (con un delizioso coro da scuola d’infanzia a fare il controcanto alla voce di Mark Hollis), Living in Another World (con uno straordinario assolo di armonica, strumento ripescato dall’oblio cui il synth-pop lo aveva cacciato), Time It’s Time (con un incredibile e a tratti inquietante gioco di voci femminili a creare ombre cinesi dietro il cantato principale) e Give It Up (con bellissimi contrappunti di piano e dobro ad inciampare su una distesa di organo e un solo di chitarra frippetronica), creando un disco perfettamente in bilico tra pop sofisticatissimo e rarefazioni cameristiche che celebrano l’arrivo della primavera e, soprattutto, la celebrazione del giorno del camaleonte, l’animale cangiante che i Talk Talk stanno diventando.

 

Spirit of Eden è il disco della metamorfosi.
L’abiura dalle gioie terrene in favore di una strada verso il divino portando con se solo il necessario.
“Prima di suonare due note, impara a suonarne una soltanto. E anche quando ne suoni solo una, sii sicuro di avere un motivo per farlo” dichiara il Mark Hollis “rinato” dopo l’orgia pop della prima metà degli Ottanta. Sono queste le uniche direttive che vengono dettate in fase di scrittura ed arrangiamento dei brani, stavolta pochi per numero ma lunghissimi per durata, che vengono messi in piedi per il quarto album. Sei brani in cui il silenzio fra le note ha la stessa importanza emozionale delle note stesse, quasi “diluite” in un etere bradicardico ed impalpabile, il cui cuore batte a non più di quindici battiti al minuto e il respiro si è adattato alla rarefazione e all’assenza di ossigeno al pari degli uccelli e delle conchiglie inabissate nei fondali marini o sepolte sotto la sabbia. Sono queste le forme viventi che popolano la copertina del quarto album dei Talk Talk, quello per cui la EMI sborsò una cifra illimitata di sterline per trovarsi alla fine un disco invendibile. Un disco di cui oggi si fa un gran parlare, con elogi e riverenze che neppure un diplomatico in visita ufficiale ma che all’epoca, come aveva previsto la EMI, non piacque a nessuno e quei pochi a cui piacque, dovettero amarlo di un amore taciuto. Perché i Talk Talk, nel mondo d’oro del pop, erano in una posizione scomoda e di totale disequilibrio.
Se sei uno che ha buon gusto musicale e, nel 1988, dichiari di amare i Talk Talk, il minimo che può succederti è di non essere preso sul serio, neppure da te stesso. Provate a immaginare: mi piacciono Robert Wyatt, Erik Satie, David Sylvian, il rock crauto, l’avanguardia musicale di San Francisco e i Talk Talk. No, non può funzionare. La memoria è un vicolo cieco in cui spesso si annidano i tarli.
Spirit of Eden e il “culto” dei Talk Talk si diffondono dunque in maniera carbonara, fino a che l’esplosione del post-rock che ne avrebbe rivelato l’ascendenza fondamentale aprendo le porte ad una venerazione (spesso più “di tendenza” che concreta) collettiva. Spirit of Eden è pertanto, oltre che il disco della metamorfosi, quello della negazione. Non solo quella dei suoi autori al mondo di plastica del pop ma del rock stesso che si sottrae alla sua carnalità, che diventa impalpabile, si auto-annienta, prende in mano un eraser e lo passa sul pentagramma. Le canzoni restano così aggrappate ad una incertezza, in una situazione di precario abbandono che è in qualche modo associabile all’estasi mistica. Si affacciano sull’eden, appunto, e ne subiscono l’incanto, vanno alla deriva senza curarsi di un approdo, di una riva conosciuta, di un’Itaca che è sinonimo di terra ferma, di certezza, di ritorno a casa e di incontri rassicuranti.
Sei canzoni filigranate, argentee come le schiene dei pesci che passano a pelo d’acqua, come le ali degli uccelli quando vengono ferite dai raggi del sole.

 

L’uscita di scena dei Talk Talk coincide con la pubblicazione del loro capolavoro assoluto, perfetto compimento della musica free-form di Spirit of Eden e da quello distante tre anni esatti (entrambi i dischi vengono pubblicati il 16 Settembre). Affrancata da ogni gabbia stilistica, da ogni dottrina la musica del duo (adesso orfano del bassista Paul Webb) si spiega libera, immensa, con ali maestose. Laughing Stock viene registrato fuori dal tempo e dallo spazio, secondo precise direttive impartite da Mark Hollis che sigilla ogni finestra dello studio e rimuove ogni orologio dalle pareti. Ogni strumento viene microfonato ad una distanza in grado di percepire ogni piccolo rumore, ogni piccola sfumatura ma di mandarla in bobina con un leggerissimo, atmosferico ritardo.
Sono canzoni che avanzano per suggestioni, per percezioni sensoriali, dilatandosi come vapore che si disperde nell’aria e che all’improvviso sceglie di abbattersi in piccoli temporali inaspettati (Ascension Day, la batteria “atmosferica” di After the Flood) che ti obbligano a tirar dentro il bucato mentre infradiciano i vestiti che hai addosso. Canzoni che sono posti imprecisati, nuvole di passaggio, memorie che riaffiorano e vengono spinte dalle onde, passanti senza volto avvolti nei pastrani che hanno addosso tutte le morbide cicatrici d’autunno, tutta la sferzante forza degli inverni.
Laughing Stock è la bellezza contemplata, la placida beatitudine del riposo, il ritemprante abbraccio del giaciglio, il mistero soave delle cose informi a cui diamo le forme che vogliamo, come a perfezionare l’atto della Creazione modellando ogni cosa alla sagoma della nostra felicità, perché la si possa riconoscere sotto la tormenta.

 

Ma l’evaporazione, la rarefazione molecolare di Laughing Stock e la fine dei Talk Talk non bastano a saziare i bisogni di dissolvenza artistica e fisica del loro leader.

Nel 1998 Mark Hollis decide dunque di diventare invisibile.


Lui che era stato alla guida di una delle band più esposte degli anni Ottanta, decide di mettere la sua ultima firma su un disco e poi chiudersi in casa. Regala qualche nota di pianoforte agli amici Phil Brown e Dave Allison ma chiede loro di usargli la cortesia di citarlo con un nome finto e, quando James Lavelle gli domanda di partecipare al nuovo disco degli U.N.K.L.E. lui, che è un uomo perbene, non sa dire di no. Purchè il suo nome non venga menzionato.
Non ci saranno altri Mark Hollis (nonostante un piccolo cameo strumentale per la colonna sonora di Boss curata da Brian Reitzell qualche anno dopo, NdLYS) se non per la sua famiglia.
Mark si accomiata con un disco intitolato semplicemente Mark Hollis. Anzi, non intitolato affatto. Un disco disadorno, elusivo e silenzioso. Un album che fa definitivamente tabula rasa di ogni orpello per mostrare l’anima nuda di chi lo ha pensato e porta a compimento la lunga e sbalorditiva metamorfosi della crisalide Talk Talk. Un album in cui il silenzio merita lo stesso riguardo devozionale delle sparute note che servono a dargli un vestito, in un processo di psicosintesi dove entrambi vengono messi sullo stesso piano cognitivo e in una strettissima relazione simbiotica.
Un disco che non passerà in radio, se non a notte fonda, quando i nostri pensieri si sono accucciati dentro il loro guscio di piume d’oca e meritano di essere accarezzati per dar loro la forma desiderata.
Un disco dove ogni strumento mostra un po’ dell’anima di chi dentro ci ha soffiato o sul suo corpo di legno, di avorio o di ottone ci ha passato sopra le mani lasciando piccole impronte concentriche simili a minuscoli cerchi di acqua, quando sul lago cade la prima goccia d’autunno.

Franco “Lys” Dimauro

 

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FLOR – Aria (Polydor)

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Nell’estate del 1995 le strade di Catania vengono tappezzate da un’insolita carta da parati gialla chiazzata di rosso. Chi si ferma incredulo a guardare da vicino vede che, proprio all’interno di quella macchia rossa, campeggia in bianco una sigla che è davvero, come lasciano intendere i bordi appuntiti che la delimitano, esplosiva.

Catania si prepara a vivere l’evento della stagione. Anzi, dell’anno. Anzi, di più, si prepara a materializzare uno dei sogni di molti rocker siciliani: i R.E.M., lungo il viaggio che da Stoccolma li porterà in Israele, si fermeranno per una data che si preannuncia storica, allo Stadio Cibali di Catania.

È l’apogeo della Catania immaginata (e in larga parte concretizzata) da Francesco Virlinzi della Cyclope. A far da supporto a quella data una band ancora semisconosciuta chiamata Radiohead e una band locale che è diventata l’orgoglio della Cyclope, di Virlinzi, di Catania e della Sicilia tutta. Il nome è stato accorciato per delle beghe giudiziarie con una assonante band romana ma tutti sanno che dietro quei Flor si nascondono loro: i Flor de Mal.  

Hanno un nuovo disco da promuovere. Ma, anche se non fosse, quel palco, quel momento, spettano loro per diritto acquisito e meritato.

Quel disco però c’è.

È stato registrato nel Febbraio di quell’anno ai Waterbird Studios con un nuovo batterista ad affiancare Marcello Cunsolo ed Enzo Ruggiero. Le canzoni sono ancora una volta una mirabile visione Paisley tutta italiana, distese di chitarre acustiche che rincorrono i R.E.M., i Rain Parade e gli inglesi Felt nei loro stessi labirinti, fino a raggiungerli nei mirabili intrecci di Aria, Bambino cattivo, Apri le braccia, Meglio vivere e poi costringerli alla rincorsa al ritmo hoedown di Veri dei e ad affondare i loro piedi tra le zolle del brullo, ispido paesaggio siciliano ne ‘U pizzo, mirabile canzone su una delle piaghe dell’isola, raccontata in cinemascope come in una pellicola di Sergio Leone. Nell’approdo definitivo del desert-rock italiano.

Sono le canzoni che i Flor porteranno sul palco quel 6 Agosto del 1995 in cui tutte le bussole d’Italia spostarono le loro lancette a Sud, come se quel gigantesco magnete chiamato Terra si fosse ribaltato.

E invece, da lì a breve, si sarebbero ribaltati loro. I Flor. Uno dei più rigogliosi e pizzuti arbusti endemici della Sicilia.          

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FLOR DE MAL – ReVisioni (Cyclope)  

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Dalla scrematura delle canzoni scritte on the road durante le centinaia di date che seguono la pubblicazione del bellissimo disco di debutto nasce ReVisioni, il secondo album dei Flor de Mal. Un album che si dimostra profetico della tendenza cui si piegherà il rock italiano da lì a breve conciliandolo all’uso della lingua italiana. E, nel caso della formazione siciliana, del dialetto catanese.  

Innestate nel tipico suono del trio, ovvero in una formidabile eco del guitar-rock di band come Died Pretty, R.E.M., Thin White Rope cui sembra aver rubato l’anima, le parole concedono adesso al pubblico la facoltà liberatoria di poter essere condivise e cantate. E così U secunnu, Re dell’Est, Puteri d’onniputenza, Patrick, L’ora è ora diventano cerini da passare da mano in mano sotto il palco, scottandosi le dita.    

Registrato fra New York, Athens e Catania ReVisioni sembra davvero rendere concreto il sogno di Francesco Virlinzi (il vero motore a scoppio della Catania di quel decennio) di fare della sua città il centro del mondo.

E i Flor de Mal, per i quali ha messo in piedi la sua etichetta cinque anni prima, sono il centro di quel sogno in cui anche loro credono fino in fondo, costringendo per una volta gli americani a togliersi il cappello da cowboy in segno di rispetto quando passa davanti a loro una band con le coppole.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FELT – The Splendour of Fear (Cherry Red)  

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I Felt furono una di quelle piccole meraviglie inglesi circoscritte nell’arco di un decennio e di cui pochi serbano memoria. Una di quelle che hanno trovato sepoltura sotto la statua del Milite Ignoto anziché in una di quei bei tabernacoli tutti pieni di marmo, foto ed edere rampicanti. Nati a Birmingham dalla comune passione di Maurice Deebank e Lawrence Hayward per le vertigini psichedeliche dei Television e le lampade di Wood dell’Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol pubblicarono una lunga sequenza di gymnopedie per chitarra di cui The Splendour of Fear rappresenta, nella sua concisa bellezza, l’apice artistico. E dentro quell’apice la chitarra di cristallo di Deebank incarna il sovrano assoluto. Sono sei canzoni in cui, a dispetto di una base ritmica incalzante nel più classico stile involuto del dopo-punk, le tessiture di Maurice Deebank esplodono di una dolcezza soave, di un tintinnio celestiale, epicureo, voluttuoso.

Come se il Paradiso avesse scelto di aprire una filiale nelle Midlands.

Per farsi annerire dalle ciminiere.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JOHN MURRY – A Short History of Decay (TV Records)  

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Attenzione.

Perchè vi diranno che è prodotto da Michael Timmins dei Cowboy Junkies, che le sparute parti percussive sono affidate al di lui fratello Peter e che la voce femminile è affidata a Cait O’Riordan dei fu Pogues. Vi diranno della sua parentela con William Faulkner (primo cugino della madre, NdLYS) e probabilmente vi racconteranno pure di quella volta in cui Chuck Prophet si dichiarò sorpreso che John Murry avesse fatto un disco “nonostante se stesso”. Perché, come tutti, John Murry ha in se stesso il suo nemico più acerrimo. Ma il suo nemico è forse più crudele di quello di tanti altri.

Vi diranno tutte queste cose e ve le diranno non solo perché sono vere ma perché “fanno curriculum”, quando si tratta di parlare di un personaggio schivo e pericoloso (a sé stesso più che agli altri) come John Murry. Che, sorprendendo non solo Prophet, arriva a dare un seguito a quel The Graceless Age di cinque anni fa. Come quel disco, il nuovo A Short History of Decay ha si l’aria di una rinascita corporale (Murry è stato strappato per un soffio da morte per overdose) ma cova una persistente angoscia spirituale che la rende insofferente al sorriso interiore che dovrebbe tenerci al riparo dalle intemperie.

John Murry è uno che ha sabotato la sua esistenza in nome di un’incoscienza malgestita e le cui canzoni trasudano di un vuoto d’amore incapace di essere colmato. Un po’ come quelle di Mark Eitzel e di Greg Dulli, del quale qui riprende in chiusura la bella What Jail Is Like.

John Murry ha messo su la cover band della sua stessa solitudine.

Si è scuoiato la pelle e l’ha messa a seccare al sole, per avere una striscia di cuoio a portata di mano, mentre guarda la bellezza del marmo sapendo di essere un uomo sbagliato, come me davanti alla bellezza dischiusa del pastore Davide che uccide i suoi mostri diventati giganti.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

EVAN DANDO – Baby I’m Bored (Fire)  

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Spreco di vinile, cellulosa, policarbonato e tempo per la ristampa deluxe di uno dei dischi più inutili dello scorso decennio. Si tratta del commercialmente fortunato Baby I’m Bored messo su dall’ex-leader dei Lemonheads Evan Dando nel 2003 che adesso viene rimpolpato con un secondo disco di singoli e inediti del periodo per motivare un nuovo tour dell’Abele gemello del Caino Kurt. Il disco è una modesta e sopravvalutata sequenza di canzoni dall’assetto fondamentalmente (ma non esclusivamente) acustico che si candidano ad offrire una versione romantica dell’America rurale ancorandosi fuori tempo massimo a quanto messo in scena dagli Uncle Tupelo dello storico No Depression.

È il country-rock delle buone maniere. Annoiato e noioso.

Quello buono per le college radio, dove infatti Dando viene venerato come un Dio Greco.

Che venga venerato ancora oggi e anche fuori da lì rimane uno dei grandi misteri della musica rock.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro