STEVE WYNN – Melting in the Dark (Offworld)

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L’unico disco memorabile dello Steve Wynn solista esce esattamente a metà anni Novanta. E a renderlo tale contribuiscono due fattori: le canzoni di Steve e il vestito che i Come riescono a cucirgli addosso prima che l’autore decida di darle tutti in saldo (come era già successo con la bellissima Smooth, svenduta un paio d’anni prima agli svedesi Nomads, NdLYS).

Il carattere indomabile del disco viene rivelato subito dall’imbizzarrita Why, con le chitarre che esplodono come barili di polvere da sparo e i tamburi che sembrano una batteria di mortaretti. Ma è solo una delle tante anime di un disco che si fregia di esibire una The Angels figlia illegittima del Lou Reed di New York, un power-pop imparentato con gli Hoodoo Gurus come quello di Shelley’s Blues Pt. 2, una Melting in the Dark dove i sibili delle chitarre sembrano fischi di pistola, una Smooth che riapre le ferite sui lividi ancora freschi della versione dei Nomads, una delizia come Epilogue che degrada nel Pacifico dopo essersi crogiolata nella sabbia del deserto californiano o una What We Call Love che invece avanza rotolando in un mare crespo di chitarre. E anche quando in Drizzle o Silence Is Your Only Friend sembra di intravedere, alla luce fioca delle candele, un barlume di disincantato blasé, lo spirito ne esce rinvigorito, come dopo un abbraccio.        

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro  

MADRUGADA – Grit (Virgin)

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Il taglio col passato, e se di vera recisione si tratterà ce lo rivelerà il futuro, è abbastanza netto: il singolo Ready è un attacco che suona come un innesto fra i Libertines, gli Afghan Whigs e l’Iggy Pop di Naughty Little Doggie. E del resto la copertina del disco ha già un deliberato richiamo ad una sessualità più spregiudicata rispetto al romanticismo decadente e demodè di The Nightly Disease, sulle cui ombre i Madrugada aprono tuttavia le loro porte almeno un paio di volte, per vedere se gli spiriti della notte sono ancora vivi e trovandoli agonizzanti nella bellissima Majesty.  

Ma a colpire dentro Grit è soprattutto la ferocia delle chitarre. Non solo quelle di Ready, ma anche quelle stoogesiane di Come Back Billy Pilgrim e quelle garage-rock di Try e di 7 Seconds e che, seppure non rappresentino che un terzo della capacità volumetrica del disco, ne rappresentano la chiave di lettura di bilanciamento umorale fra i torbidi e barocchi serbatoi di fiele dei primi dischi e quel che dei Madrugada sarà, se mai sarà. I graffi che i Madrugada ci lasciano sulla schiena, insomma. Come ricordo di quest’altra notte insonne. L’ennesima.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

UNION CARBIDE PRODUCTIONS – “Financially Dissatisfied Philosophically Trying” (Radium 226.05)

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Senza smarrire del tutto l’impronta stoogesiana del primo album e qui avvertibile da subito nel brano che apre il lavoro, “Financially Dissatisfied Philosophically Trying” cerca da un lato di espandere il sound degli Union Carbide Productions dosando un po’ di polvere psichedelica e dall’altra spostando il cuore dall’interno del corpo verso l’epidermide, in una non del tutto riuscita solennizzazione espressiva che si esprime in impacciate menate come Down on the Farm e Career Opportunities.

I parametri estetici sembrano avvicinarsi, non si sa quanto consapevolmente, verso l’hot-rod music gotica degli Electric Peace e dall’altra agli stracci metal-punk dei Mudhoney e anticipano in forma strisciante le intuizioni di diverse altre band là da venire, dagli (International) Noise Conspiracy ai Monster Magnet (che per Nod Scene useranno l’attacco “al cylum” di Maximum Dogbreath, NdLYS), portando a compimento, prima e meglio di loro stessi, il mealstrom elettrico trasversale dei conterranei Nomads.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

DINOSAUR JR. – Col groppo alla gola

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Non bisogna scavare nemmeno troppo in fondo per stimare l’impatto di J Mascis sull’alternative-rock Americano dei tardi anni ’80.

I Dinosaur Jr. furono, una volta messo a fuoco il loro stile, un vero uragano, un’autentica bufera di elettricità feroce. Background hardcore, come del resto la quasi totalità delle bands coeve (Minutemen, Replacements, Meat Puppets, Hüsker Dü…) e la smania di plasmare quella nevrosi in forme nuove, inedite, guardando indietro verso la tradizione e cercando di forzarla in avanti. Nel caso dei Dinosaur fu soprattutto Neil Young a essere preso di mira, depredato di quelle sue ballate sonnolenti per essere centrifugato in un maelstrom di distorsioni al limite del parossismo.

Il disco d’esordio, inciso ancora col nome che saranno costretti a cambiare grazie agli ex-giovani eroi progressisti della filosofia hippie diventati adesso delle vecchie cariatidi (John Cipollina, Peter Albin, Joe McDonald, Robert Hunter, Jack Cassidy, Spencer Dryden impegnati allora con il megaflop Dinosaurs) e pubblicato dunque col titolo Dinosaur è in realtà ancora “altro” rispetto a quello che sarà lo standard del gruppo. Serve piuttosto come manifesto di rinnovamento dopo le sfuriate hardcore dei Deep Wound, con un suono ancora ingenuo, vulnerabile, poroso. Saltato l’ingombrante macigno di Bulbs of Passion che sembra fare l’occhiolino ai Roxy Music malati di In Every Dream Home a Heartache, Il riferimento più prossimo sono dunque i R.E.M. (Forget the Swan) e i Meat Puppets (Cats in a Bowl, Does It Flow), mentre le tracce di quello che verrà dopo sono rivelate da Repulsion e Severed Lips. In mezzo, il capolavoro del disco, ovvero quella Gargoyle da molti ormai dimenticata, vulnerabile groviglio amatoriale tra post-punk e guitar-rock. 

I volumi si fanno insostenibili sul disco successivo, che archetipizza il suono dei Dinosaur (le prime copie, poi ritirate dalla SST, sono ancora stampate col nome originale) sin dall’apertura: Little Fury Things è puro Mascis-style: voce intorpidita e stonata, tappeto di distorsione aperta, assolo sbavoso e dissonante. Feedback e wah wah fanno il vuoto attorno a loro, impadronendosi dello scenario in maniera totale, appena solcati dalla voce lamentosa di Mascis. L’approdo alla SST non poteva essere migliore, esplodendo in tutta la sua forza deflagrante e ponendo proprio in chiusura di You’re Living All Over Me, le basi per la nascita del movimento lo-fi: Poledo scritta da Lou Barlow è il prototipo dello slacker-pensiero.

Bug consacra il gruppo, finalmente “ringiovanito” come dei moderni Benjamin Button, ad icona del nuovo rock, prima di venir soffocato dallo straripamento del fiume grunge. Registrato all’allora mitico Fort Apache, regala alla storia dell’indie-rock almeno una mezza dozzina di capolavori: Freak Scene, No Bones, They Always Come, Let It Ride, Yeah We Know, Budge sono autentiche ferite aperte sul cadavere del cantautorato americano (ascoltate i fendenti che lacerano il tessuto di No Bones o la galoppata wah wah di Yeah We Know, NdLYS), è pelle scorticata, dolore lancinante subito addolcito dalla ugola rattrappita di J Mascis, una cateratta di elettricità che ci travolge come il crollo di una diga.

Dopo, nulla sarebbe più stato lo stesso. Per i Dinosaur Jr. e per grandissima parte del rock a stelle e strisce.

Il piccolo uovo di dinosauro diventa un virus capace di infettare il mondo, facendo meglio di quanto avrebbe fatto il millennium bug dodici anni dopo.

 

Fatto fuori Lou Barlow, non prima di aver pubblicato una colossale e tronca cover di Just Like Heaven più Cure dei Cure tanto da far paura allo stesso Mascis che volutamente cercherà di abbrutire il pezzo in qualche passaggio e da ricevere la venerazione imperitura di Robert Smith i Dinosaur Jr. diventano sempre più un affare privato per J Mascis. È lui a firmare sotto la voce “artista” in calce al nuovo contratto con la WEA ed è praticamente lui da solo a suonare su Green Mind, il disco che inaugura la seconda fase artistica della band del Massachusetts, quella che ha il compito di replicare a iosa la formula sperimentata sui dischi targati SST e renderlo il nuovo prototipo per l’alternative rock del nuovo decennio.

Falde di rumore bianco stratificato e voce svogliata e ipotrofica.

Melodie vischiose e indolenti, come suggerite da un’incapacità quasi biologica di poter essere davvero felici.

È l’atrofizzazione della felicità peculiare dell’era del grunge quella che passa tra le mucose e i liquidi fisiologici del giovane rettile americano.

Green Mind si immerge fino al collo in questa liturgia al culto della noia, dell’appassimento delle emozioni, in questo torpore dei sentimenti che indugia a volte, laddove il campo si sgombra dalle tempeste di feedback (Thumb, Flying Cloud), in autentici sbadigli musicali o nei groppi in gola (Green Mind, Blowing It, Water, il funky assonnato di Muck) figli delle buffe smorfie di Robert Smith.

Laddove i Cure mascheravano il disagio provato davanti alla meraviglia della vita dietro chili di cerone, rossetto ed eyeliner, i Dinosaur Jr. lo tumulano sotto rabbiose tempeste di sabbia fuzz come quelle che soffiano su The Wagon, Puke + Cry o How‘d You Pin That One on Me, come dei Jesus & Mary Chain vestiti di flanella.

Provate a cantare le canzoni degli Hüsker Dü o di Neil Young mentre piangete a dirotto. Non dovreste essere molto lontani dalla pietra filosofale del rock del Piccolo Dinosauro.

 

Dopo una serie di dischi che avevano avuto, inconsapevolmente, l’intuizione di traghettare il barcone punk esacerbato e noisy di Replacements e Hüsker Dü verso Seattle, proprio nell’anno in cui il grunge è stato canonizzato e accolto come fenomeno di massa, i Dinosaur Jr. danno alle stampe Where You Been senza dover far altro che replicare il canovaccio del disco precedente.

Ballate strozzate e improvvise aperture delle paratoie per lasciare colare chili e chili di rumore (On the WayI Ain’t Sayin’Out There, l’assolo che squarcia Get Me), sotto la benedizione occulta di Neil Young.

Mascis riesce ad elaborare il dolore (anche quello della morte del padre raccontato, con un falsetto con le occhiaie su Not the Same) creando una sorta di “epica da cameretta”. Perché ognuno ne resti avvolto e possa allo stesso tempo riconoscersi in quello specchio dove le lacrime lasciano righe curvilinee e verticali che si confondono coi capelli.

C’è ombra, dentro la musica dei Dinosaur Jr. “di mezzo”, tanta ombra.

Seduto sul suo divano di flanella Mascis abbraccia una chitarra con le corde allentate.

Poi scende in strada a cercare un passaggio su una strada che non porta a niente, se non verso la tristezza dei trent’anni.

 

Raggomitolato sul divano di casa, da solo, J Mascis stappa una bottiglia di prosecco brindando non si sa bene a cosa o a chi, poi si snida e srotola il suo tappeto di chitarre cominciando a strusciarvisi sopra, facendo le fusa.

Disseminati sul tappeto, i suoi giocattoli di sempre. Lui ogni tanto tira fuori le unghie e li aggredisce come fossero dei topi di fogna che non meritano altro che essere sbranati. Poi torna a stiracchiarsi pigro, nei modi a lui consoni. E, quando l’intestino lo richiede, va a cagare nella lettiera. Senza curarsi di ricoprire la merda col terriccio.

Without a Sound non regala nessuna novità di rilievo, se non per il fatto che la sigla Jr. potrebbe adesso tranquillamente ridursi alla sola J, unico proprietario del marchio. E del resto, perché dovrebbe regalarne qualcuna? Mascis ha aspettato con pazienza che il mondo girasse e passasse dalla sua camera senza che lui abbia fatto niente di più che alzare leggermente la tapparella facendo passare un po’ di luce.

Adesso finalmente è giunto quel momento.

E mentre i Nirvana e gli Hüsker Dü pubblicano, per ironia della sorte, i loro dischi “dal vivo” pur essendo già morti, i Dinosaur Jr. si inerpicano sulle classifiche (Over Your Shoulder lo farà ancora, a sopresa, addirittura venticinque anni dopo, NdLYS) a rubare i croccantini che qualcuno aveva messo in alto illudendosi che il gatto Mascis non avesse mai avuto la forza e la volontà di spirito di arrampicarsi così in alto.

 

Hand It Over, il settimo e a lungo ultimo album dei Dinosaur Jr. mostra in maniera evidente come il ciclo vitale della band di Amherst sia giunto al termine, nonostante il tentativo di rivitalizzare una formula ormai logora con la sovrapposizione di strumenti desueti che le danno una sagoma buffa anziché conferirle spessore (chi non ha mai sorriso davanti alla trombetta beatlesiana di I’m Insane scagli la prima pietra) creando frankenstein motorpsychedelici come Can’t We Move This e Never Bought It o stupidi esercizi di country adenoideo come Gettin’ Rough, trascinando la salma del grande rettile in lungo (gli otto minuti del letargo carico di incubi Neil Young di Alone) e in largo in cerca di un posto dove poterla occultare, preparandola per la lunga ibernazione.


La bella raccolta pubblicata dalla Rhino nel 2001 a suggello e sigillo della glaciazione successiva ad Hand It Over, Ear Bleeding Country ci ricorda di quante volte J Mascis abbia incantato il nostro cuore con il suo sbadiglio grunge e di quanto il canzoniere della moderna musica americana sia stato imbrattato dal suo rigurgito noise (certo, più nella prima metà della sua esistenza che nella seconda, ad essere onesti).

E così man mano che scorrono canzoni come In a Jar, Freak Scene, The Wagon, Get Me, Feel the Pain, Where’d You Go, I Don’t Think So, Forget the Swan, The Lung, ci rendiamo conto di quanto siano peculiari, di come ci siano diventate familiari e di quanto in profondità siano penetrate nella memoria collettiva di chi ha vissuto i suoi vent’anni a cavallo tra gli anni Ottanta e i ’90. Di come Mascis abbia inferito sui nostri timpani e di come se ne sia preso cura riempiendoli di ovatta, perché potesse tornare a farceli sanguinare ancora, in un cerchio infinito di dolore e dolcezza.

 

Venti anni esatti dopo You’re Living All Over Me.

Dieci anni esatti dopo Hand It Over.

E i Dinosaur Jr. ci regalano l’illusione non ne sia passato alcuno.

Beyond ritrova l’assetto triangolare più amato: J Mascis, Lou Barlow, Murph.

La formula è quella trita dei Dinosaur Jr. dei tempi d’oro, quella che ti fa sanguinare le orecchie mentre la voce di Mascis sembra porgerti la garza per tamponare l’emorragia, senza riuscirci. Canzoni a presa rapida pronte a restaurare il monumento della band del Massachusetts.

Canzoni già sentite mille volte.

Piccoli tori meccanici imbizzarriti che abbiamo provato a cavalcare centinaia di volte, spesso resistendo fino alla fine.

Dieci anni fuori dal recinto, in attesa di indossare nuovamente i cappelli da cowboys.

E ora, eccoci pronti.

 

Sotto il letto, là dove voi tenete il vaso da notte, J Mascis tiene un pedale distorsore.

Non appena sveglio, si stropiccia un po’ gli occhi e lo pigia.

Pochi minuti e la colazione è pronta. Squisita come sempre. Sciroppo d’acero, cannella, uva sultanina e miele distribuiti su undici pancakes lasciate un po’ crude per poterci affondare anche le gengive se nel frattempo, da quando i Dinosaur Jr. sono arrivati come un uragano ad oggi, avete perso tutti i denti o buona parte di essi. Odore di cose buone, di cose familiari soprattutto, nella fattoria Mascis.

Farm arriva a ben venticinque anni dalla comparsa sulla Terra di quell’animale preistorico che cambiò le sorti di buona parte dell’alternative rock americano e ad una dozzina da quell’apparente estinzione che in realtà si rivelò essere solo un lungo letargo da cui la band si è riavuta con un ruggito da leoni come Beyond. Il nuovo album non tradisce le aspettative scatenate proprio da quella reunion e rincara la dose, con pezzi come I Want You to Know, Plans, There’s No Here, Pieces, Over It, l’assolo infinito di I Don’t Wanna Go There già pronti ad affiancare i grandi classici del gruppo, con il loro suono epico e grondante di sottile malumore, di annoiata beatitudine. Un assordante scudo contro le inimicizie e le delusioni.

Golia va incontro al pastorello Davide.

Si china.

Lo prende tra le mani.

E gli mostra lo sterminato campo del suo dolore.       

 

Rude e Recognition, i pezzi che fanno seguito ad Imagination Blvd., Your Weather, Back to Your Heart, Lightning Bulb, Poledo dimostrano come Lou Barlow sia il Grant Hart dei Dinosaur Jr., l’autore capace di smorzare il vento tempestoso di J Mascis e allo stesso tempo fargli prendere traiettorie imprevedibili.

La novità però sta nel fatto che stavolta le (come al solito poche) canzoni di Barlow siano le migliori del lotto. Perchè nella trilogia della reunion inaugurata da Beyond e proseguita magistralmente con Farm, I Bet on Sky è quello che più si approssima al concetto di stanchezza, di opacità compositiva. Qualcosa che Mascis deve aver intuito quando i tempi sono diventati stringenti per onorare il contratto con la Jagjaguwar che prevedeva prima e pretendeva adesso un secondo album. Da questa consapevolezza è nato forse il bisogno di menare un po’ il can per l’aia, di dare un po’ d’ossigeno ad una scaletta che di aria non ne ha moltissima in realtà. Ecco quindi soluzioni funkeggianti come quelle di Don’t Pretend You Didn’t Know e I Know It Oh So Well o il rumore bianco sordinato di Almost Fare, le tastiere grevi di Stick a Toe In, l’hard rock grinzoso alla Queens of the Stone Age di Pierce the Morning Rain o della Recognition firmata Barlow a cercare di ravvivare un repertorio che sembra sonnecchiare di nuovo, così come era stata nella fase calante della prima parte di carriera.

Stavolta, come vuole la credenza popolare, gli sbadigli di Mascis sono diventati contagiosi.

 

Tiny, l’estratto che ci ha addolcito l’estate del 2016 più di quello di pomodoro funziona come specchietto per le allodole, srotolando in tre minuti tutti i luoghi comuni del suono Dinosaur Jr.: chitarre affogate nella distorsione, assolo al fulmicotone, ritmica serrata e J Mascis che si ostina a sbadigliare mentre canta (o a cantare mentre sbadiglia, se preferite), continuando a trasmettere quella sensazione che sia lì ma che preferisca essere altrove ma Give a Glimpse of What Yer Not, l’album che si fa carico di accorciare le distanze tra le produzioni del periodo storico (sette) con quelle post-reunion (con questa giunte al quarto capitolo) non è, proseguendo con le analogie ornitologiche, un disco-civetta confermando come il ritorno in scena di una delle più grandi formazioni dell’alternative-rock americano degli anni Ottanta sia stata in fondo una delle più credibili e di come la media qualitativa dei quattro album prodotti in questo nuovo assetto siano nettamente superiori a quella degli ultimi svaporati dischi in studio della prima fase (Without a Sound e Hand It Over). La scrittura di Mascis è ancora vivace, seppure poggi su uno standard cui ormai abbiamo familiarizzato tanto da non metterci più paura (Good to KnowI Told EveryoneBe a Part, la power ballad da groppo alla gola di Lost All Day). A scardinare la compattezza delle sue canzoni arrivano i brani firmati da Lou Barlow, di certo più vicini allo stereotipo della classica canzone americana, quella che da Neil Young e i Byrds arriva fino agli Uncle Tupelo e i Pearl Jam. Le une sono malamente incollate alle altre, a dire il vero, come una piccola imperfezione artigianale in un prodotto che ha già la sua clientela pronta a fare la fila fuori dalla bottega. E oggi, dopo più di trent’anni, i Dinosaur Jr. meritano ancora che noi si stia in fila per ascoltare quello che vengono a dirci.

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

 

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AFTERHOURS – Quello che non c’è (Mescal)  

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La prima cosa che non c’è è Xabier Iriondo. Non l’unica e non la più importante. Perché “quello che non c’è” su Quello che non c’è è soprattutto l’allegria. Quella patina di ottimismo di facciata con cui gli Afterhours avevano smaltato alcune delle canzoni dei due album precedenti viene qui del tutto cancellata, annientata da un senso di catastrofe imminente, inghiottita dal grigio in cui ogni scarica di tensione assume la forma di una croce. Quello che non c’è celebra il crollo di ogni desiderio, di ogni impeto emotivo, la perdita della memoria come unico esorcismo possibile per eludere il senso di sconfitta e di malattia che deriva dalla mutazione delle cellule perfette dell’affettività in molecole tumorali che ti dilaniano l’anima prima e la carne un attimo dopo. Il livellamento dei sentimenti è il tema ricorrente delle poche ma elaborate, contorte, accigliate e funeste tracce del nuovo disco, quello in cui Manuel Agnelli opera la stessa operazione tentata da Fiumani con i Diaframma, cucendo la dinamica del gruppo addosso alla sua stessa immagine, aggrovigliata attorno al proprio dolore, aggrappata al proprio bisogno di riabbracciare le cose e le persone del passato, come confessato nello splendido talking di Ritorno a casa.

Gli Afterhours vanno avanti, avanzando di spalle, guardando a quello che si sono lasciati dietro, assicurandosi che quell’ufficiale dell’esercito britannico non scelga di sparare il suo colpo bloccato in canna da venticinque anni proprio adesso. Proprio a loro.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BOTANICA – With All Seven Fingers (AL!VE)

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Alla fine si sono un po’ persi per strada, i Botanica.

E anche noi abbiamo un po’ perso la nostra.

Ma all’epoca di With All Seven Fingers, quando ormai avevano deciso di esportare il male newyorkese fino in California nascondendo le ammaccature blues del loro furgone fatiscente con una bella patina di alternative rock che gli permettesse di non dare nell’occhio, erano ancora una band fantastica.

Certo, il rischio di farsi beccare c’era stato eccome. Soprattutto quando Kid Congo Powers aveva deciso di abbassare il finestrino e di intonare con la sua voce da bevitore di Godfrey’s Cordial la filastrocca ubriaca di Power ricordando i suoi giorni all’inferno con Lux Interior, Jeffrey Lee Pierce e Nick Cave.

Era stato, manco a dirlo, il momento più emozionante del viaggio.

Perché quando il gruppo sembrava accartocciarsi su se stesso e fare paragoni fra i loro testicoli e quelli di gente come Tom Waits e Leonard Cohen, come in Trapped, Dirty Little Need, Malediction, dava ancora il meglio di sé. Ma anche quando si sforzava di dimostrarsi inutilmente su di giri, come nell’arrangiamento alla Barry Adamson di Let’s Go o su Giacometti Hound, i Botanica sapevano il fatto loro. Che era, per un po’, anche il fatto nostro.  

Poi, ognuno è tornato a farsi i fatti suoi.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LORETTE VELVETTE – Lost Part of Me (Veracity)

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Nel 1997, mentre voi eravate intenti a guardare le gambe di PJ Harvey e di Courtney Love (o forse no, quelle della Love avevate smesso di guardarle un paio di anni prima), io continuavo a guardare quelle di Lori Godwin, dai tempi dei Panther Burns ormai ribattezzata Lorette Velvette.

Non che le esibisse più di tanto, in realtà. Bastava la sua musica a renderla erotica. Quello struscio di ferraglia trascinata sul pavimento in gres porcellanato della cucina di Cherry Red, ad esempio. Oppure quel riff macilento ma ostinato alla Not Moving di Lost Part of Me che poi esplode in mille stelle filanti di chitarre sfilacciate. O ancora quel tunnel simile all’intestino colitico di Captain Beefheart che è Come On Over.

Oppure quel battipanni che picchia sulle natiche del 20th Century Boy amico di Marc Bolan. O ancora quelle belle chitarre cariche di elettricità glam che fanno capolino su Dirt degli Stooges e Boys Keep Swinging di Bowie. Che poi lei avesse (ce l’ha ancora, tranquilli, è viva e vegeta tra le fila di quei matti dei Kropotkins assieme a quella bertuccia di Moe Tucker, NdLYS) una voce da gazza, poco importava: il suo terzo album solista era una cannonata.

Senza bisogno di mostrare le gambe, peraltro. E canticchiando come se fosse a passeggio per le strade di Paperopoli.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PORNO FOR PYROS – Good God’s Urge (Warner Bros.)

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Onirico fino a rasentare l’orto botanico dei Cure di The Top e Kiss Me Kiss Me Kiss Me (provate a sentire il funky distopico di Freeway, le tastiere subacquee di Porpoise Head, le buffe trombe messicane di 100 Ways o la superba, ascetica Thick of It All), il secondo album dei Porno for Pyros è un giardino d’inverno a strapiombo su qualche costa dell’America Centrale.

Al centro giganteggia un’enorme pianta carnivora che ha ormai completamente divorato quello che sul disco precedente era ancora masticato, ovvero il corpo dei Jane’s Addiction avvolto in un sonno che sembra perenne. La nuova barbarie rifiuta l’assalto frontale e sceglie di scorrere come un fluido carsico fino ad irretire le gambe del nemico, vomitando lentamente dalle sabbie mobili sottoforma di folk appena turbato da influssi tropicali, fiati mariachi e polveri di una qualche Atlantide che è venuta giù sotto i nostri piedi mentre sprofondando cercavamo di captare un qualche segnale dalle stelle, come Re Magi sperduti nella via.

Fuori il sole si allarga come la coda di un pavone che tra la pioggia ha individuato la sua pavonessa. E poi diventa cremisi come il mantello di un torero e nero come il ventaglio della sua dama che seduta in tribuna vedrà schizzare tra la polvere il rivolo disgustoso della morte.       

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DIED PRETTY – Doughboy Hollow (Blue Mosque)  

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Registrato nuovamente a casa dopo l’esperienza californiana dell’album precedente ma in realtà “pensato” per gran parte a Londra nell’appartamento inglese di John Needham, Doughboy Hollow regala ai Died Pretty le prime soddisfazioni in patria, portando la band al primo posto della indie chart e al 24mo di quella ufficiale. Merito soprattutto ma non soltanto, della “spianata” di violini ad opera di Amanda Brown dei Go-Betweens che, come la famosa bibita che sa di rossetto sciolto, mette le ali al singolo D.C., ma non solo. Perché il quarto album della formazione australiana, pur scavando qualche cunicolo che li riporta ai giorni epici dei primi anni (come la splendida Sweetheart scritta pensando ad un serial killer ma mascherata da canzone d’amore, NdLYS) rievocati dagli scatti di Paul Tatz che sembrano volutamente un sequel della copertina di Pre Deity, ha una baldanza e una forza d’urto che può piacere a tratti anche a chi stravede per Springsteen e Patti Smith (Godbless) o per gli Smiths (Out in the Rain in particolare), e che ovviamente sono in tanti pure laggiù in Australia.  

Euforia e malinconia si rincorrono dentro il labirinto dei Died Pretty, in una giostra magica. Forse per l’ultima volta.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SCREAMING TREES – Invisible Lantern (SST)  

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Prima che la Epic costringesse Mark Lanegan a lavorare sui toni melodrammatici della sua voce per farne il Jim Morrison del rock del northwest, gli Screaming Trees consegnano alle stampe quella meraviglia che è Invisible Lantern, rampicante velenoso che cinge i muri di Seattle disperdendo i pollini della psichedelia più acida dentro un fiume di watt che scorre lungo brani recalcitranti come la progressione stoogesiana di Ivy, gli Experience amatoriali, imprecisi, dozzinali di The Second I Awake, gli Elevators soffocati con un fardello di plastica di Shadow Song, l’acid-rock texano che cola da Direction of the Sun, l’hard-rock stopposo di Lines & Circles, Invisible Lantern, Even If, She Knows tutti aggrediti dalla tipica distorsione “dilaniante” del pedale per chitarra da cui la band ha preso il nome (anche se pare che si tratti solo di omonimia e che non ci sia stata una relazione voluta all’effettistica da studio nella scelta battesimale, NdLYS) e, appena ammansiti, sotto quel sudario di Grey Diamond Desert che anticipa già i Miracle Workers di Primary Domain. Il rock degli Screaming Trees è di quello che ama scarabocchiare ai margini dei generi, spesso bruciando i bordi come a volerne ulteriormente confondere le tracce. Come spiriti malvagi in grado di comandare sulle nuvole, soffiano sulla città quella che diventerà in pochi mesi la tempesta perfetta.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro