JIM JONES & THE RIGHTEOUS MIND – Super Natural (Hound Gawd!)  

0

Dopo gli Hypnotics, i Black Moses e la Revue, ecco Mr. Jim Jones di nuovo al debutto. Ancora una volta con un disco pronto a tirarvi la sedia da sotto il culo e sfasciarvela in testa. Uno che ha ancora fra i suoi dieci dischi preferiti quelli di Stooges, MC5, Jerry Lee Lewis, Sly Stone, Tom Waits, dei Cramps e le storiche registrazioni di Alan Lomax difficilmente può sbagliare. E infatti non sbaglia.

Il nuovo progetto ha, rispetto ai precedenti, una maggior influenza gotica e noir che caratterizza canzoni spettrali come Shallow Grave e Everybody But Me e che si riversa copiosa dalle copertine così come dai tre video fin qui realizzati dalla band ma i nodi con le precedenze esperienze musicali di Jim Jones non sono stati affatto sciolti o recisi. Gli Stooges e il boogie-rock del Killer sono la base acida dentro cui vengono disciolte canzonacce sbronze come Dream, Base Is Loaded e Something’s Gonna Get Its Hands On You mentre canzoni come No Fool, Aldecide o Till It’s All Gone perseverano a sfangare nel gusto peccaminoso del blues assordante e ferroso dei Grinderman. Super Natural conferma la caratura di Jim Jones, la sua grande capacità di rinnovarsi senza mai tradire la fede nel rock ‘n roll più abbietto ed esagerato per pose e volumi. Daccene ancora, Lord Jim.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE AFGHAN WHIGS – In Spades (Sub Pop)  

0

Ormai da qualche anno i dischi più attesi sono quelli delle “vecchie glorie”. A dimostrazione che il pubblico è invecchiato almeno quanto le rockstar e che, piuttosto che cercare in quel nuovo che fatica a comprendere, preferisce “andare sul sicuro”. È una macchina ormai ben oleata, con una fetta sempre più grande di artisti che, se le condizioni fisiche lo permettono, tornano a calcare un palco e a garantirsi la pensione con gli introiti dei live (che hanno dal canto loro imparato a gestire a dovere, proponendo adesso il famoso pacchetto “vip” con cui puoi anche farti il selfie con la band che sorride o fa il gesto delle corna, a vostra richiesta o portarti a casa una cazzo di targa commemorativa che, vista l’età avanzata di molti musicisti, potrebbe, chissà, valere presto una fortuna, NdLYS) oppure ad incidere uno, due, tre dischi nuovi, non sempre assecondati da una altrettanto brillante verve compositiva.

Molti lo interpretano come un segnale ben auspicante. Una garanzia sullo stato di grazia del rock. Io, che ho capito che stavo invecchiando quando la voglia di rivedere le vecchie foto ha preso il sopravvento sul desiderio di farne di nuove, in maniera esattamente opposta, ma non sono qui per parlarvi di me bensì di uno fra gli album più attesi di questo 2017. Che guarda caso è il secondo del “nuovo corso” degli Afghan Whigs, resuscitati qualche anno fa. Come quello precedente e come tutti quelli che hanno inciso nella loro “prima vita” è un gran bel disco. Cardiologo e urologo possono stare tranquilli, per il loro intervento c’è ancora tempo. Il suono mantiene ancora quel fantastico equilibrio fra sensualità R&B (anche se il singolo Demon in Profile ha lo stesso crescendo armonico di Balla balla ballerino di Dalla, ma di questi paragoni scomodi nessuno ne parlerà fuori da qui) e il rock increspato e torbido che ce li fece amare eoni orsono. Decadente e sontuoso allo stesso tempo.

Un po’ come i Sophia. Un po’ come i Died Pretty dei dischi degli anni Novanta.

Canzoni che conservano quasi intatta la sensualità dei bei tempi, indugiando sulla componente ritmica (Arabian Heights,  Light as a Feather e la più scontata Copernicus) così come si scoprono capaci di custodire il tormento e il romanticismo un po’ schivo e trasportarlo in musica, rivestendola ora di archi (il curioso arrangiamento di Birdland ma anche quello di The Spell), ora punteggiando con i tasti di un pianoforte ballate torve come I Got Lost o Into the Floor che sono le tegole dove l’amore va ad asciugarsi le piume, dopo aver girovagato senza posa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TODO MODO – Prega per me (Goodfellas)  

0

Funziona solo a tratti, a piccolissimi tratti il nuovo disco dei Todo Modo. Un po’ come già per il primo raduno da “dopolavoro” degli ex “uomini del presidente” Agnelli Giorgio Prette e Xabier Iriondo, qui al servizio di Paolo Saporiti e per il quale pure si erano spesi sperticati elogi, del resto.

Non qui da me. Altrove.

Il meglio, come nei cocktail che non vengono girati a dovere, sta in fondo. In quella traccia inquietante e percorsa da un monito perverso vicino a quelli che la Fuzz Orchestra affida alle pellicole di culto della cinematografia italiana, Todo Modo compresa, e intitolata La ballata di Rouen. Il resto capitola invece sotto una sorta di manto Subsonico, appena appena incattivito da qualche asperità e seviziato dal rumore (La fine del mondo, Prendi a calci i tuoi dolori, Fino a farmi male, La figlia del Re).

Quando anche il rumore zittisce (Clandestino, Nel nome mio, Non dite niente) si lambisce invece quella sorta di vuoto cosmico di cui spesso la canzone d’autore si fa portavoce, contravvenendo alla regola che il vuoto in quanto tale non ha bisogno di alcuna voce.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BLONDE REDHEAD – 3 O’Clock (Wa Kuru/Ponderosa Music & Art)  

1

Le ore Tre giapponesi sono l’equivalente delle ore Cinque per l’Inghilterra e per quanti  hanno adottato il medesimo angolo di 150° per sorseggiare pigramente il loro tè.

È la stessa indolente pigrizia pomeridiana e post-prandiale che avvolge le quattro canzoni di questo extended play dei Blonde Redhead, tutte mollemente accucciate dentro un morbido utero di ovatta. Piccole intermittenze elettroniche, nuvole placide di archi (quelli dell’American Contemporary Music Ensemble, NdLYS) sospinte da discreti soffi di ottoni, squarci bucolici di una natura che asseconda servizievole il sonno del Dio Pan riverberando l’eco del suo stesso flauto.    

3 O’Clock indugia fattivamente in quella ricerca della soave bellezza che è diventata una prerogativa del terzetto italo-giapponese e che è riuscita a coniugare con destrezza il dream-pop occidentale, la library music di cui l’Italia dei fratelli Pace fu maestra negli anni Settanta e lo Shibuya-kei che fu invece dominio del Giappone di Kazu Makino.

Musica per sonorizzare i rifugi antiaerei.

Per proteggere occhi ed orecchie dalla devastante miseria del mondo che passa là fuori.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

cover_digital_stores_BRH_3oclock_by_Danilo_Garro.jpg

 

ALL THEM WITCHES – Sleeping Through the War (New West)  

0

Che bel gruppo sono diventati gli All Them Witches!

Se il primo album me li aveva fatti incasellare mentalmente tra le retrovie dello space-rock un po’ impersonale e un po’ logorroico e il secondo faticava a venire fuori da quella scatola dove erano stati rinchiusi, la compiutezza formale e il passo greve di questo nuovo Sleeping Through the War giovano al suono del gruppo del Tennessee rendendolo al contempo più terreno e più vicino al gusto “popolare”, sicchè non mi stupirebbe se il disco diventasse, pur essendo stilisticamente difforme, uno dei preferiti da chi segue band “catramose” come Afghan Whigs, i Black Rebel Motorcycle Club e addirittura i Giant Sand dei primi album.

Come se le galassie si fossero ristrette, coagulate in una nuvola color petrolio sospesa su una spiaggia o che proietta una sagoma di corvo sulle rocce. Il tono di gran parte del disco è languido e oppiaceo, anche se il sonno è spesso tormentato da improvvise tempeste che flagellano il paesaggio.

Accessori necessari e situazione propedeutica per goderne appieno: cuffie stereofoniche e rifugio orizzontale da pennichella solitaria sul far del tramonto.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE JESUS AND MARY CHAIN – Damage and Joy (ADA)  

1

Onestamente non so dire perchè la gente sia tanto affascinata dalle reunion. Tanto più in ambito rock, dove tutto spesso viene bruciato in un momento che è quell’esatto momento in cui la storia accade. E che è un attimo magnifico o terrificante, comunque irripetibile. I J&MC quel momento lo hanno avuto nel 1985. A non voler essere avari diciamo dall’estate del 1984 a quella del 1987, che pur presagendone già la fine disastrosa, ci appassionammo anche a Darklands.

Nonostante qualche buon spunto, fu molto difficile affezionarsi ai successivi.

Quali aspettative ci possano essere dunque per un disco che arriva a quasi venti anni dall’ultimo, modestissimo Munki è per me difficile da comprendere. Tanto più che ad annunciarlo viene scelto uno dei pezzi dei Freeheat (la band post-J&MC messa su da Jim Reid assieme alla sezione ritmica dei Gun Club) che all’epoca a nessuno piacque (tanto da ridurre in polvere la band e convincere i fratelli Reid che, da soli, non avrebbero mai potuto godere di un adeguato piano pensione) e che invece adesso, reincisa pari pari con la vecchia gloriosa griffe, comincia a piacere. Confermando i sospetti di Jim e i miei che alla fin fine anche nelle sartorie straccione del rock, quel che conta per gli avventori è l’etichetta, il brand.

Avuta dunque notizia che i fratelli Reid stavano per tornare con un disco nuovo ho organizzato un esperimento casalingo. Avendo a casa due “ospiti” che hanno oggi la fortuna di avere l’età che io avevo ai tempi di Psychocandy, ho deciso di testare che effetto possa avere oggi, decontestualizzato dal suo periodo di pubblicazione, quel disco. E l’effetto, ancora oggi, è il medesimo che molti avemmo allora. Fastidio, annichilimento, disgusto, sorpresa. Segno che, nel bene o nel male, era ed è tuttoggi un disco che marcava un territorio.

Quando finalmente arriva la copia completa di Damage and Joy realizzo che Amputation non è l’unico pezzo con più di dieci anni sulle spalle: The Two of Us, Facing Up the Facts, Get on Home, Song for a Secret, Can’t Stop the Rock, All Things Must Pass hanno infatti più o meno la medesima età, seppur ravvivati da qualche coro e da un arrangiamento leggermente diverso. Ma era il minimo che potessero fare, soprattutto dopo essersi affidati al make-up di uno come Youth.  

A questo punto è necessario però ripetere l’esperimento, sostituendo nell’airplay casalingo Psychocandy con questo disco nuovo e poi, come Jannacci allo zoo comunale, vedere di nascosto l’effetto che fa. Non su me, ormai avvizzito quanto i suoi autori, ma sulle nuove generazioni. Ed è un effetto talmente superficiale, epidermico, effimero e sovracutaneo che mi rimette in pace con i miei sensi di colpa, con i miei pregiudizi, con le mie fisime e con i miei precetti. Disinnescato il detonatore, il rock ‘n roll finisce per diventare una musica di compagnia. Come quella di Burt Bacharach o del nostro Fausto Papetti.

Gesù Cristo, o chi si spaccia per lui, è risorto invano.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MARLENE KUNTZ – Catartica (Consorzio Produttori Indipendenti)  

0

Quella del crowfunding è oggi pratica assai diffusa, in tutti campi.

Nel settore discografico la sua espansione è inversamente proporzionale alla disponibilità finanziaria delle case discografiche, piccole o grandi che siano.

Ma allora, siamo nel 1993 (quando quello che allora veniva chiamato World Wide Web viene usato ancora come alternativa ai canali porno di massa e per pochissimo altro), a tentare la strada del finanziamento pubblico, per di più senza averlo neppure, quel pubblico, sono davvero in pochi. I Marlene Kuntz ad esempio furono dei veri pionieri. Nell’estate di quell’anno sulle riviste di settore spunta, confuso tra cento altri, un annuncio con queste parole: “Marlene Kuntz è quattro anni  di suoni e amore. Ci nutriamo della quintessenza della Gioventù Sonica e delle Cattive Sementi: non plagio ma feeling di note e di vita. Chiediamo l’assurdo: la vostra prenotazione del nostro primo E.P. mandando £ 13.000 spese incluse a Riccardo Tesio, Via Sacco e Vanzetti 5, 12100 Cuneo”.

Le cose poi andarono come spesso vanno ai pionieri.

E quell’E.P. non uscì mai.

Ma a credere nei Marlene Kuntz fu uno che i Marlene Kuntz li aveva sentiti davvero. E che si prese carico di diventare il produttore esecutivo del progetto, finanziandolo con i soldi dell’etichetta che aveva appena messo in piedi. E così Catartica, che nel frattempo era diventato un album vero e proprio, divenne il primo numero del catalogo del Consorzio Produttori Indipendenti.

E Maroccolo aveva visto giusto, che il momento era buono per il rock non esattamente di stampo “mediterraneo” cantato in lingua italiana.

I Massimo Volume a Bologna avevano sdoganato la lingua di Dante rendendola protagonista centrale del loro suono.

Lo avevano fatto egregiamente i Flor De Mal giù in Sicilia e presto avrebbero ceduto, svoltando non solo stilisticamente, gli Afterhours. E anche chi qualche radice in comune con i Marlene Kuntz ce l’aveva per davvero, come i toscani Starfuckers. Senza svoltare. 

E i suoi C.S.I. erano pronti per il debutto. Trascinandosi dietro anche chi quell’alchimia la collaudava da anni ma senza riuscire a farsi largo in un mondo declinato in lingua inglese, come i Ritmo Tribale.

I Marlene Kuntz (che Godano proverà inutilmente a far articolare in maniera corretta, arrendendosi poi al comune adagio che li volle cunz anziché canz per sempre, NdLYS) diventano da subito quella gran cosa che sono rimasti negli anni, abbottonando con efficacia il canto in lingua madre alle asole storte dei Sonic Youth.

Un’abilità che si affinerà col tempo, quando la fragilità farà capolino fra i toni vanitosi che aleggiano ingombranti su gran parte dei primi testi del gruppo, ma che già su pezzi come Lieve, Nuotando nell’aria, Gioia (che mi do), Festa mesta si prefigura capace di trascinare le folle. Riuscendo alla fine a scucire quelle tredicimila lire ai botteghini dei concerti.   

Noi stiamo per generare l’idea di vomitare sui vostri piatti migliori.

E noi, aspettammo vomitassero.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

51kwvayqjel

DINOSAUR JR. – Beyond (Fat Possum)  

0

Venti anni esatti dopo You’re Living All Over Me.

Dieci anni esatti dopo Hand It Over.

E i Dinosaur Jr. ci regalano l’illusione non ne sia passato alcuno.

Beyond ritrova l’assetto triangolare più amato: J. Mascis, Lou Barlow, Murph.

La formula è quella trita dei Dinosaur Jr. dei tempi d’oro, quella che ti fa sanguinare le orecchie mentre la voce di Mascis sembra porgerti la garza per tamponare l’emorragia, senza riuscirci. Canzoni a presa rapida pronte a restaurare il monumento della band del Massachusetts.

Canzoni già sentite mille volte.

Piccoli tori meccanici imbizzarriti che abbiamo provato a cavalcare centinaia di volte, spesso resistendo fino alla fine.

Dieci anni fuori dal recinto, in attesa di indossare nuovamente i cappelli da cowboys.

E ora, eccoci pronti.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

a2476178674_10

THE ONLY ONES – Even Serpents Shine (Columbia)  

2

Gabbiani con le ali sporche di catrame, gli Only Ones regalano al 1979 il loro album-capolavoro, finito chissà in quale anfratto della memoria collettiva. Oscurato forse dalla grandezza di un singolo inarrivabile qual era stato Another Girl, Another Planet, che avrebbe oscurato chiunque, figurarsi le sorti di una band che sembrava predestinata ad una eclissi junkie inspiegabile, viste le qualità artistiche che avrebbero dovuto alzare la storia della band molte spanne sopra la media delle band new-wave cui il destino avrebbe riservato ben più fulgida e spesso duratura fortuna, e a disintegrarsi sul guard-rail senza riuscire ad oltrepassare il confine del loro romanticismo tossico borderline che si respira a pieni polmoni dentro Even Serpents Shine, perfetta caramellatura sul rock ‘n roll del maestro Johnny Thunders.

Un disco torbido eppure di una avvenenza narcisa e dionisiaca, il secondo Only Ones. Ravvivato da un torrente di tastiere sgorgato chissà come da qualche sorgiva sixties come quello che scorre su Flaming Torch, da qualche piccolo passo di bolero, da fortunali di chitarre che sospingono i bellissimi intrecci di voci che colorano canzoni come No Solution e Programme, punk più nei titoli che nei risultati o che scivolano languide sulla Out There in the Night dedicata da Peter Perrett al suo micio o nel “quasi” muto strumentale di coda in cui Peter ci priva del piacere della sua voce da angelo bello e dannato, ravvivando il desiderio di ricominciare da capo il naufragio dentro questo mare dove i serpenti brillano, prima di stringersi al collo.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

even-serpents-shine-cover

SURGERY – Nationwide (Amphetamine Reptile)  

1

Nel 1990 i Mudhoney non pubblicano nessun disco.

Esce però l’album d’esordio dei Surgery, il disco capace di flettere il grunge fangoso della band di Seattle dentro il forno blues, forgiando dei mascheroni  grotteschi del tutto simili a quelli prodotti nelle officine australiane dei Beasts of Bourbon. Aperto da un “errore” funky-metal rivoltante più nei risultati che nelle intenzioni, Nationwide è uno dei tanti preziosi pozzi scavati della Amphetamine Reptile per far sgorgare il rumore di un’intera nazione. Da lì verranno fuori geyser di vapori malsani come Unsane, Cows, Helios Creed, Lubricated Goat, Killdozer, Helmet, God Bullies fra gli altri, poi in parte risucchiati dalle avide fauci delle major come accadrà anche ai Surgery un paio di anni prima della morte del loro cantante, lo stesso che qui si contorce sotto il demone del rock ‘n roll, in una sconfinata  parodia di riff trascinati nel fuzz, come se di quello e nient’altro che quello fossero state piene le paludi del sud, colmando la distanza tra Seattle e Sydney, nell’unico modo in cui era possibile.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

mi0002056700