MADRUGADA – Industrial Silence (Virgin)  

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Il cielo d’improvvisto si fece gonfio di nuvole fino ad esplodere in una pioggia incessante chiamata Madrugada.

Era la fine degli anni Novanta. Si era quasi consumato un decennio che ci aveva regalato i dischi di Grant Lee Buffalo, Tindersticks, Jeff Buckley, Mark Lanegan. Dischi da cui analogamente pioveva. Eccome se pioveva.

E adesso, proprio poco prima di spegnarsi, Industrial Silence ci riappendeva sui fili del bucato e ci lasciava inzuppare di nuovo in quel distillato di vapore.

Che disco bellissimo avevano fatto questi norvegesi dal nome astruso. Così pregno di malinconia e di inchiostro blu da restare incantati.

Proprio come certe nuvole che sembrano arrivare dal nulla per ingombrare il cielo in un preludio di pianto, i Madrugada erano arrivati e avevano srotolato il loro metro. Ce lo avevano consegnato tra le mani per immergerlo nel serbatoio delle nostre angosce e misurarne la morchia che ne rivestiva il fondo. Avevano portato canzoni che potevano riempire lo spazio libero che ne restava, senza obbligarci a forzare un sorriso, a vestire in maniera inadeguata agli stracci che portavamo dentro.

Si erano adunati nella nostra stanza e avevano intonato quello di cui avevamo bisogno, come una catasta di ceppi che se non ci avrebbero scaldati, ci avrebbero comunque concesso lo spettacolo giallo del fuoco e quello grigio del fumo che ne viene.

Come adusi alchimisti, avevano trasformato la pioggia in zaffiri.  

                                                                                 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO – The Tower (Stickman)  

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La prima bella copertina dai tempi di Lobotomizer arriva quando la discografia del gruppo norvegese supera ormai il conto delle trenta uscite ufficiali. È un’opera di Håkon Gullvåg, altro gigante norvegese di Trondheim. Un dipinto del 2005 di quasi due metri quadrati che rappresenta la Torre di Babele. Il disco anzi, i dischi che ci stanno dentro sono invece il “solito” capolavoro dei tre norvegesi (Bent e Hans più il giovane Tomas Järmyr degli Zu chiamato a sostituire Kenneth Kapstad, ormai risucchiato dal vortice degli Spidergawd). Un lavoro articolato e sorprendente sia quando scaccia i soliti demoni hard rock (e sabbathiani, visto il richiamo neppure troppo velato al riff di Paranoid che ogni tanto affiora lungo l’avanzata) con un calcio di classe come A.S.F.E., sia quando si apre nei dolcissimi moti ascensionali degli impasti westcoastiani della lunghissima A Pacific Sonata, una Fata Morgana davanti al cui incanto riesci a sollevarti duemila miglia dal suolo, una cometa con una scintillante coda jazz portata in omaggio dal nuovo batterista.

The Tower, come e forse più che ogni altro disco dei Motorpsycho, riesce ad ergere una robustissima diga con i detriti portati giù da cinquant’anni di esondazioni rock: molto prog, hard-rock, folk psichedelico, fusion, grunge, stoner, acid-rock, echi di Canterbury e dell’Estate dell’Amore.

Assemblati in blocchi enormi come dei moai, questi frammenti di storia assumono proporzioni immani sotto il cui eventuale crollo sarebbe impossibile uscirne vivi, così come si rischia di uscire stanchi e malconci tentando l’arrampicata dai suoi pendii più impervi (The Tower o Intrepid Explorer, ad esempio, guarda caso quelle che nel titolo esortano proprio alla scalata cognitiva).

E magari sono proprio i Motorpsycho le prime vittime di loro stessi, chi può dirlo.

Oppure chi ancora si ostina a seguire il sentiero seguendo le briciole lasciate dai compagni di viaggio che ci hanno preceduto, cercando di evitare il pericolo e le sorprese belle e brutte che l’ignoto può riservarci.

The Tower potrebbe rivelarsi per voi la tredicesima fatica di Ercole. Meglio per tutti vi fermiate alla quinta e che continuate a vangare merda per un tempo infinito.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PROTOMARTYR – Relatives in Descent (Domino)  

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Il fiume ha le sponde basse. I ciuffi d’erba che le vestono si immergono nell’acqua come cannucce accartocciate e riemergono come barbe unte da schiuma di birra. La musica dei Protomartyr solca quelle acque che sanno di piscio e detergenti industriali. L’uomo al timone è un uomo di mezz’età che borbotta e maledice ogni goccia d’acqua.

Ha la pelle sudata e l’alito di chi ha bevuto due sorsi da ogni bottiglia della stiva, solo per il gusto di poter dire che sono mezze vuote.

Porta un biglietto della lotteria accartocciato dentro la tasca sinistra della sua camicia a quadri. Un giorno si ricorderà di controllare le estrazioni, forse. Di verificare quanto la sorte gli sia avversa, per poter inveire ancora un po’.

I compagni leggono qualche rivista sgualcita.

Le notizie del giorno.

Uguali a quelle di ieri. Solo un po’ più feroci.

Una donna cerca di raggiungerli a nuoto, sin dall’inizio del viaggio. Non si sa chi sia. I suoi capelli e le sue vesti si confondono con la schiuma di quell’acqua putrida, nella disperata agonia del nuoto.

Detroit, vista da lì, somiglia tanto a Manchester. Ciminiere e mattoni. E carcasse di fabbriche sventrate. E ferro arrugginito che una volta imprigionava gli operai del turno di notte. Ora liberi. Ora senza lavoro. Arrugginiti pure loro.

Chissà se qualcuno ha poi fermato la puntina sul piatto di Ian, sembra chiedersi il capitano Joe. Chissà se Mark va ancora allo stesso bar e se ordina ancora birra scura a doppio malto. Chissà se sgrida i passanti.

Dietro di lui, i suoi compagni fanno rumore, coprendo il rumore delle bracciate di quella donna. Senza alcuna colpa e senza alcuna pietà.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE REPLACEMENTS – Pleased to Meet Me (Sire)  

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Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

fIREHOSE – “if’n” (SST)  

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Conclusa l’avventura degli Hüsker Dü e sigillata dentro il disco-capolavoro dell’alternative rock degli anni Ottanta, c’è ancora una foto del trio di Minneapolis a far capolino tra le novità dei negozi di dischi. Il 1987 inaugurato da Warehouse: Songs and Stories non si è ancora spento quando arriva nelle vetrine “if’n”, il disco dove in qualche modo tutto un certo modo di intendere la musica trova la sua dimora finale e allestisce forse il suo ultimo capolavoro prima di cedere il passo ai giovani eroi del grunge che decreteranno la precipitosa eclissi della SST.

Le esasperazioni funk-core dei Minutemen sono definitivamente placate, anche se le sincopi nere del basso di Mike Watt e le rullate fuori schema di George Hurley permangono in buona parte del repertorio (Backroads, From One Cums One). Ma a compiere il miracolo e ad emancipare i fIREHOSE dalla pesante eredità della band di D. Boon sono le canzoni dal taglio più diretto e orecchiabile, come Honey, Please, Making the Freeway, Anger, Operations Solitare, In Memory of Elisabeth Cotton, Soon. Piccoli capolavori messi lì a ricordarci che siamo stati adolescenti quando sulle college radio passavano Meat Puppets, Replacements, Thin White Rope, X. E che dunque la nostra era stata un’adolescenza che ci avrebbe regalato il dono del rimpianto.

Proprio come quella dei nostri padri che invece l’avevano trascorsa cantando le canzoni dei Creedence.  

E che dunque potevamo, noi e loro, andare insieme a consumare un frullato di banane dentro un qualche bar della città.

Un qualsiasi frullato.

In un qualsiasi bar.

In una città qualsiasi.    

Perché noi e loro, eravamo appartenuti a qualcosa di bellissimo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DINOSAUR JR. – Without a Sound (Blanco Y Negro)

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Raggomitolato sul divano di casa, da solo, J. Mascis stappa una bottiglia di prosecco brindando non si sa bene a cosa o a chi, poi si snida e srotola il suo tappeto di chitarre cominciando a strusciarvisi sopra, facendo le fusa.

Disseminati sul tappeto, i suoi giocattoli di sempre. Lui ogni tanto tira fuori le unghie e li aggredisce come fossero dei topi di fogna che non meritano altro che essere sbranati. Poi torna a stiracchiarsi pigro, nei modi a lui consoni. E, quando l’intestino lo richiede, va a cagare nella lettiera. Senza curarsi di ricoprire la merda col terriccio.

Without a Sound non regala nessuna novità di rilievo, se non per il fatto che la sigla Jr. potrebbe adesso tranquillamente ridursi alla sola J., unico proprietario del marchio. E del resto, perché dovrebbe regalarne qualcuna? Mascis ha aspettato con pazienza che il mondo girasse e passasse dalla sua camera senza che lui abbia fatto niente di più che alzare leggermente la tapparella facendo passare un po’ di luce.

Adesso finalmente è giunto quel momento.

E mentre i Nirvana e gli Hüsker Dü pubblicano, per ironia della sorte, i loro dischi “dal vivo” pur essendo già morti, i Dinosaur Jr. si inerpicano sulle classifiche a rubare i croccantini che qualcuno aveva messo in alto illudendosi che il gatto Mascis non avesse mai avuto la forza e la volontà di spirito di arrampicarsi così in alto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Without-A-Sound-A

THE WILLOWZ – Fifth (Thrill Me)  

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I Willowz mancavano dal mercato discografico dal lontano 2009.

È probabile non siano più quegli spilungoni lungocriniti che attraversarono tutto quel decennio inseguendo a loro modo e con ottimi risultati i White Stripes e i Boss Hog e che quindi stenteremo a conoscerli ora che il loro quinto album arriva, un po’ a sorpresa, a far circolare nuovamente il loro nome. Nel frattempo la band ha lavorato su un concetto rock ‘n roll più definito, concentrandosi su riff basici (Now You Know il più endemico, ma anche All the Same, Ana Lee, See You Again non scherzano) che potrebbero far battere il piedino pure a chi stravede per Wolfmother, Redd Kross o Jet, facendo cortocircuito con il garage-punk di bands come Brood e Darts su episodi come Just Can’t Wait o Lily.

Il risultato è un disco di facile presa.

Forse troppa, gli verrà rimproverato.

Probabilmente dai sempliciotti che si sfregano ancora le mani quando in edicola spunta l’ennesimo speciale dei Led Zeppelin dove sono scritti i soliti cinquanta aneddoti letti migliaia di volte.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

QUEENS OF THE STONE AGE – Villains (Matador)  

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Rientro dalle ferie estive e trovo il nuovo e tanto atteso Queens of the Stone Age ad attendermi a braccia aperte. La notizia della produzione affidata a Mark Ronson ha dominato il gossip musicale per tutta l’estate nonostante qui in Italia se la sia battuta con quella affidata a Rubin per il nuovo di Jovanotti e dunque c’era moltissima curiosità attorno a Villains, predestinato a diventare il Disco-Inferno della formazione californiana. Dunque la domanda che ci ronzava in testa era: quanto Ronson troveremo dentro il nuovo QOTSA?
Tanto, tantissimo.

Peccato (o menomale che) non si tratti di Mark ma di Mick.

Villains è infatti una croccante, friabile fetta biscottata cosparsa di tanta marmellata bowiana. Che può anche voler dire trovarsi a tavola con i Muse, cosa che in effetti succede in chiusura del disco, ma che il più delle volte invece riesce a trovare una stilosa via di fuga dal classico, martellante hard-rock che ci si aspetta sempre debba venir fuori dalla chitarra di Josh Homme, così come da quella di Troy Van Leeuwen e da cui invece i due musicisti sembrano voler scappare sempre più sovente. La patina glam che gioca ai limiti col kitsch (i Muse, dicevo, ma anche gli ZZ Top degli anni Ottanta sembrano sempre dietro l’angolo) sempre più spessa con cui i QOTSA hanno deciso di rivestire la loro musica ne rinnova, se non la vitalità, perlomeno la grinta e Villains è il prodotto perfetto per soddisfare un pubblico che si lascia accontentare da poco, che non ha più bisogno di stupirsi e che regala applausi a piene mani ai propri idoli, qualunque cosa facciano. Pur di avere un sogno in cui credere e non rinnegare il proprio tatuaggio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

DAVID SYLVIAN/ROBERT FRIPP – The First Day (Virgin)  

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Il diniego di Sylvian ad entrare in pianta stabile nei King Crimson per la seconda reunion della band inglese si risolve artisticamente in una preziosissima collaborazione artistica con Robert Fripp, ormai incapace di rinunciare ad una voce espressiva come quella di Sylvian. Il disco coincide con uno dei periodi più felici nella vita personale di David Sylvian con la nascita del primo frutto di un matrimonio che si annuncia felice e che invece porterà uno stormo di nuvole grevi.

Ma sulla copertina e dentro le musiche di The First Day (titolo che già di per se annuncia una rinascita) Sylvian sorride come mai prima e come mai più farà dopo. Ne viene fuori un disco vivo e pulsante, forse anche godereccio se questo termine non facesse a pugni con l’immagine eterea e sciamanica che da sempre si associa a quella di chi quindici anni prima è stato eletto “uomo più bello del mondo” e che di quella bellezza preserva ancora un intatto, efebico splendore. The First Day è elogio e rappresentazione della fertilità che la carta astrale gli ha riservato in quel periodo della sua vita così come della spiritualità e dell’amore per le dottrine esoteriche e religiose che ne pervadono l’animo già da un po’.

Un disco che non rinuncia all’eleganza ma accetta l’oltraggio ritmico senza venirne umiliata.

È insomma la storia di un incontro e non di un baratto. Una delle tante ibridazioni possibili che David Sylvian impone alla propria arte per ravvivarne lo spirito alchemico, fino a lasciarla divampare dentro i dodici minuti di 20th Century Dreaming (Shaman’s Song), sin dal titolo un incrocio fra le figure schizoidi dei primi King Crimson e quelle mistiche di Words with the Shaman o a lanciarla dentro un flipper residuato dalla follia mancuniana che sembra aver invaso tutto il Regno Unito, come nella lunghissima Darshan che sfora il quarto d’ora di durata. 

Minuto più minuto meno la durata della felicità. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JIM JONES & THE RIGHTEOUS MIND – Super Natural (Hound Gawd!)  

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Dopo gli Hypnotics, i Black Moses e la Revue, ecco Mr. Jim Jones di nuovo al debutto. Ancora una volta con un disco pronto a tirarvi la sedia da sotto il culo e sfasciarvela in testa. Uno che ha ancora fra i suoi dieci dischi preferiti quelli di Stooges, MC5, Jerry Lee Lewis, Sly Stone, Tom Waits, dei Cramps e le storiche registrazioni di Alan Lomax difficilmente può sbagliare. E infatti non sbaglia.

Il nuovo progetto ha, rispetto ai precedenti, una maggior influenza gotica e noir che caratterizza canzoni spettrali come Shallow Grave e Everybody But Me e che si riversa copiosa dalle copertine così come dai tre video fin qui realizzati dalla band ma i nodi con le precedenze esperienze musicali di Jim Jones non sono stati affatto sciolti o recisi. Gli Stooges e il boogie-rock del Killer sono la base acida dentro cui vengono disciolte canzonacce sbronze come Dream, Base Is Loaded e Something’s Gonna Get Its Hands On You mentre canzoni come No Fool, Aldecide o Till It’s All Gone perseverano a sfangare nel gusto peccaminoso del blues assordante e ferroso dei Grinderman. Super Natural conferma la caratura di Jim Jones, la sua grande capacità di rinnovarsi senza mai tradire la fede nel rock ‘n roll più abbietto ed esagerato per pose e volumi. Daccene ancora, Lord Jim.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro