AFTERHOURS – Germi (Vox Pop)  

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La svolta era nell’aria da un po’, e non solo in casa Afterhours. La frettolosa presa di distanze del rock italiano degli anni Ottanta dal patrimonio autorale italiano in favore di un ermetismo e di un simbolismo più facilmente ammaestrabile venne ridimensionata nel decennio successivo, rivalutando la portata storica del cantautorato italiano e riaprendo i giochi.

I primi ad accorgersene furono i Gang. Poi, tutti gli altri. Infine, il pubblico.

Che venne creato dal nulla e rieducato alla riscoperta di quello stesso patrimonio che si era visto sottrarre qualche anno prima. L’esperimento era partito in maniera non troppo impegnativa, con una serie di album collettivi in cui le nuove leve della musica italiana si cimentavano con autori più o meno classici della canzone tricolore. Da Union a Fatti e rifatti, da E cantava le canzoni a I disertori. Fra coloro cui sembra particolarmente riuscito riadattare il proprio stile alla difficile metrica italiana spiccano i Casino Royale e gli Afterhours. Entrambi milanesi ma di provenienza stilistica assai differente, sono quelli che azzardano di più. Raccogliendo un guanto di sfida che altri avrebbero lasciato sul pavimento. Germi, il disco che quel guanto usava per sferrare i primi pugni usciva nel 1995 per Vox Pop, rompendo l’indugio che era seguito alle loro versioni di Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano e La canzone popolare di Fossati. Le chitarre sono quelle poderose che il grunge, già in modalità riflusso, ha lasciato in eredità e che la band si porta addosso già dall’album precedente, assieme ad una tripletta di canzoni che l’uso del nuovo idioma rende adesso immediatamente assimilabili. L’unica vera novità di rilievo dal punto di vista musicale è l’utilizzo rumoroso del violino di Davide Rossi (si, “quel” Davide Rossi cui i Coldplay dovrebbero fare un monumento, NdLYS) che costituirà per un po’ di anni uno degli elementi di disturbo dei loro spettacoli dal vivo. Ma, complessivamente, è l’”espressività” la nuova carta vincente della band milanese, dei “nuovi” Afterhours. L’uso della lingua italiana accentua la morbosità carnale dei testi di Agnelli e conferisce carattere ad un gruppo che in caso contrario sarebbe stato destinato a vivere sotto la pellicola protettiva del mercato underground.        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Down (Touch & Go)  

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La sferzante idiosincrasia dei Jesus Lizard non sembra conoscere battute d’arresto ne’ tantomeno concede tempo per qualsiasi tipo di convalescenza. Down rappresenta il quinto capolavoro in cinque anni di produzione. Sul palco e in studio la band di Chicago sembra lavorare con fierezza fino allo sfinimento, con lo stakanovismo di un operaio maoista.

Una rigorosa concentrazione sull’elemento canzone simile a quella del dio Vulcano sulla sua incudine che porta a forgiare forme sempre nuove e sempre robustissime di noise-rock brutale e ieratico.

L’iniziale Fly on the Wall rende musicalmente l’idea di vertigine e di voragine che la bella illustrazione di Malcolm Bucknall trasmette visivamente. Le chitarre che si stendono da subito sul rotolante giro ritmico sembrano un vischioso strato di muschio che rende indeciso fino al cedimento definitivo il passo su quelle rocce che molto probabilmente hanno occupato la diapositiva immediatamente precedente a quello scatto di copertina.

Poi, è il solito campionario di nefandezze. Stavolta però “distorte” da una visione meno iconoclasta. Come se le spire del motore Jesus Lizard si distanziassero per lasciare passare piccoli spifferi d’aria. La musica si fa leggermente più cinematografica, tridimensionale, anamorfica. L’approccio si fa spesso meno aggressivo, più ragionato e articolato e, addirittura, distensivo (Horse, Elegy) nonostante non manchino bordate di rumore aberrante (Mistletoe, Din, il garage mutogeno di The Best Parts). Si indugia meno sul voltastomaco e il rigurgito marcio che ne viene. Ma i Jesus Lizard di Head continuano a detenere il loro primato tra gli sfregiati degli anni Novanta.         

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ESCAPE-ISM – Introduction to Escape-ism (Merge)  

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Ci si può divertire con tutto. È concesso. È tollerabile. Forse anche auspicabile. 

Ian Svenonious si è divertito un po’ con tutto, nella sua vita artistica. Dal punk al noise, dalla musica elettronica al gospel, dal garage-trash al funky.

Si è divertito e ci ha fatto divertire. Non sempre, ma in linea di massima abbiamo sopportato il suo pigolio con stoica benevolenza. 

L’ultimo suo diletto pare sia quello di mettere a bollire le sue visioni critiche sul mondo dentro la pentola di musica sintetica dei Suicide. Ma di divertimento, ahimè, ne offre ben poco. Non tanto per la logorante ripetitività e il minimalismo del flusso sonoro che erano già tipiche del duo newyorkese e che pure amammo anche privo di sorrisi ma piuttosto per la seriosa superbia che lo anima.

Ian esegue piccolissimi ricami alla chitarra, distorti e dilatati dagli effetti e canta vicinissimo col muso appoggiato al microfono, in modo che ogni suo sospiro diventi un orgasmo, ogni rantolo un mugugno di piacere. Eppure non sempre questa sensualità prorompente riesce a trasformarsi in qualcosa di veramente erotico e quasi tutte le canzoni del suo disco solista si spengono senza nessuna vera esplosione di piacere e, il più delle volte, senza neppure un vero finale. Tornano semplicemente nel nulla da cui erano venute, abbassando repentinamente il cursore del volume, smorzandosi come se qualcuno avesse soffiato sulle loro candele piezoelettriche.

Incapaci di trovare un qualche compimento. O, molto più semplicemente, affondate dalla loro stessa svogliatezza che è alla fine anche un po’ la nostra.     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

FLOR DE MAL – ReVisioni (Cyclope)  

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Dalla scrematura delle canzoni scritte on the road durante le centinaia di date che seguono la pubblicazione del bellissimo disco di debutto nasce ReVisioni, il secondo album dei Flor De Mal. Un album che si dimostra profetico della tendenza cui si piegherà il rock italiano da lì a breve conciliandolo all’uso della lingua italiana. E, nel caso della formazione siciliana, del dialetto catanese.  

Innestate nel tipico suono del trio, ovvero in una formidabile eco del guitar-rock di band come Died Pretty, R.E.M., Thin White Rope cui sembra aver rubato l’anima, le parole concedono adesso al pubblico la facoltà liberatoria di poter essere condivise e cantate. E così U secunnu, Re dell’Est, Puteri d’onniputenza, Patrick, L’ora è ora diventano cerini da passare da mano in mano sotto il palco, scottandosi le dita.    

Registrato fra New York, Athens e Catania ReVisioni sembra davvero rendere concreto il sogno di Francesco Virlinzi (il vero motore a scoppio della Catania di quel decennio) di fare della sua città il centro del mondo.

E i Flor De Mal, per i quali ha messo in piedi la sua etichetta cinque anni prima, sono il centro di quel sogno in cui anche loro credono fino in fondo, costringendo per una volta gli americani a togliersi il cappello da cowboy in segno di rispetto quando passa davanti a loro una band con le coppole.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MADRUGADA – Industrial Silence (Virgin)  

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Il cielo d’improvvisto si fece gonfio di nuvole fino ad esplodere in una pioggia incessante chiamata Madrugada.

Era la fine degli anni Novanta. Si era quasi consumato un decennio che ci aveva regalato i dischi di Grant Lee Buffalo, Tindersticks, Jeff Buckley, Mark Lanegan. Dischi da cui analogamente pioveva. Eccome se pioveva.

E adesso, proprio poco prima di spegnarsi, Industrial Silence ci riappendeva sui fili del bucato e ci lasciava inzuppare di nuovo in quel distillato di vapore.

Che disco bellissimo avevano fatto questi norvegesi dal nome astruso. Così pregno di malinconia e di inchiostro blu da restare incantati.

Proprio come certe nuvole che sembrano arrivare dal nulla per ingombrare il cielo in un preludio di pianto, i Madrugada erano arrivati e avevano srotolato il loro metro. Ce lo avevano consegnato tra le mani per immergerlo nel serbatoio delle nostre angosce e misurarne la morchia che ne rivestiva il fondo. Avevano portato canzoni che potevano riempire lo spazio libero che ne restava, senza obbligarci a forzare un sorriso, a vestire in maniera inadeguata agli stracci che portavamo dentro.

Si erano adunati nella nostra stanza e avevano intonato quello di cui avevamo bisogno, come una catasta di ceppi che se non ci avrebbero scaldati, ci avrebbero comunque concesso lo spettacolo giallo del fuoco e quello grigio del fumo che ne viene.

Come adusi alchimisti, avevano trasformato la pioggia in zaffiri.  

                                                                                 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOTORPSYCHO – The Tower (Stickman)  

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La prima bella copertina dai tempi di Lobotomizer arriva quando la discografia del gruppo norvegese supera ormai il conto delle trenta uscite ufficiali. È un’opera di Håkon Gullvåg, altro gigante norvegese di Trondheim. Un dipinto del 2005 di quasi due metri quadrati che rappresenta la Torre di Babele. Il disco anzi, i dischi che ci stanno dentro sono invece il “solito” capolavoro dei tre norvegesi (Bent e Hans più il giovane Tomas Järmyr degli Zu chiamato a sostituire Kenneth Kapstad, ormai risucchiato dal vortice degli Spidergawd). Un lavoro articolato e sorprendente sia quando scaccia i soliti demoni hard rock (e sabbathiani, visto il richiamo neppure troppo velato al riff di Paranoid che ogni tanto affiora lungo l’avanzata) con un calcio di classe come A.S.F.E., sia quando si apre nei dolcissimi moti ascensionali degli impasti westcoastiani della lunghissima A Pacific Sonata, una Fata Morgana davanti al cui incanto riesci a sollevarti duemila miglia dal suolo, una cometa con una scintillante coda jazz portata in omaggio dal nuovo batterista.

The Tower, come e forse più che ogni altro disco dei Motorpsycho, riesce ad ergere una robustissima diga con i detriti portati giù da cinquant’anni di esondazioni rock: molto prog, hard-rock, folk psichedelico, fusion, grunge, stoner, acid-rock, echi di Canterbury e dell’Estate dell’Amore.

Assemblati in blocchi enormi come dei moai, questi frammenti di storia assumono proporzioni immani sotto il cui eventuale crollo sarebbe impossibile uscirne vivi, così come si rischia di uscire stanchi e malconci tentando l’arrampicata dai suoi pendii più impervi (The Tower o Intrepid Explorer, ad esempio, guarda caso quelle che nel titolo esortano proprio alla scalata cognitiva).

E magari sono proprio i Motorpsycho le prime vittime di loro stessi, chi può dirlo.

Oppure chi ancora si ostina a seguire il sentiero seguendo le briciole lasciate dai compagni di viaggio che ci hanno preceduto, cercando di evitare il pericolo e le sorprese belle e brutte che l’ignoto può riservarci.

The Tower potrebbe rivelarsi per voi la tredicesima fatica di Ercole. Meglio per tutti vi fermiate alla quinta e che continuate a vangare merda per un tempo infinito.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PROTOMARTYR – Relatives in Descent (Domino)  

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Il fiume ha le sponde basse. I ciuffi d’erba che le vestono si immergono nell’acqua come cannucce accartocciate e riemergono come barbe unte da schiuma di birra. La musica dei Protomartyr solca quelle acque che sanno di piscio e detergenti industriali. L’uomo al timone è un uomo di mezz’età che borbotta e maledice ogni goccia d’acqua.

Ha la pelle sudata e l’alito di chi ha bevuto due sorsi da ogni bottiglia della stiva, solo per il gusto di poter dire che sono mezze vuote.

Porta un biglietto della lotteria accartocciato dentro la tasca sinistra della sua camicia a quadri. Un giorno si ricorderà di controllare le estrazioni, forse. Di verificare quanto la sorte gli sia avversa, per poter inveire ancora un po’.

I compagni leggono qualche rivista sgualcita.

Le notizie del giorno.

Uguali a quelle di ieri. Solo un po’ più feroci.

Una donna cerca di raggiungerli a nuoto, sin dall’inizio del viaggio. Non si sa chi sia. I suoi capelli e le sue vesti si confondono con la schiuma di quell’acqua putrida, nella disperata agonia del nuoto.

Detroit, vista da lì, somiglia tanto a Manchester. Ciminiere e mattoni. E carcasse di fabbriche sventrate. E ferro arrugginito che una volta imprigionava gli operai del turno di notte. Ora liberi. Ora senza lavoro. Arrugginiti pure loro.

Chissà se qualcuno ha poi fermato la puntina sul piatto di Ian, sembra chiedersi il capitano Joe. Chissà se Mark va ancora allo stesso bar e se ordina ancora birra scura a doppio malto. Chissà se sgrida i passanti.

Dietro di lui, i suoi compagni fanno rumore, coprendo il rumore delle bracciate di quella donna. Senza alcuna colpa e senza alcuna pietà.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE REPLACEMENTS – Pleased to Meet Me (Sire)  

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Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

fIREHOSE – “if’n” (SST)  

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Conclusa l’avventura degli Hüsker Dü e sigillata dentro il disco-capolavoro dell’alternative rock degli anni Ottanta, c’è ancora una foto del trio di Minneapolis a far capolino tra le novità dei negozi di dischi. Il 1987 inaugurato da Warehouse: Songs and Stories non si è ancora spento quando arriva nelle vetrine “if’n”, il disco dove in qualche modo tutto un certo modo di intendere la musica trova la sua dimora finale e allestisce forse il suo ultimo capolavoro prima di cedere il passo ai giovani eroi del grunge che decreteranno la precipitosa eclissi della SST.

Le esasperazioni funk-core dei Minutemen sono definitivamente placate, anche se le sincopi nere del basso di Mike Watt e le rullate fuori schema di George Hurley permangono in buona parte del repertorio (Backroads, From One Cums One). Ma a compiere il miracolo e ad emancipare i fIREHOSE dalla pesante eredità della band di D. Boon sono le canzoni dal taglio più diretto e orecchiabile, come Honey, Please, Making the Freeway, Anger, Operations Solitare, In Memory of Elisabeth Cotton, Soon. Piccoli capolavori messi lì a ricordarci che siamo stati adolescenti quando sulle college radio passavano Meat Puppets, Replacements, Thin White Rope, X. E che dunque la nostra era stata un’adolescenza che ci avrebbe regalato il dono del rimpianto.

Proprio come quella dei nostri padri che invece l’avevano trascorsa cantando le canzoni dei Creedence.  

E che dunque potevamo, noi e loro, andare insieme a consumare un frullato di banane dentro un qualche bar della città.

Un qualsiasi frullato.

In un qualsiasi bar.

In una città qualsiasi.    

Perché noi e loro, eravamo appartenuti a qualcosa di bellissimo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DINOSAUR JR. – Without a Sound (Blanco Y Negro)

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Raggomitolato sul divano di casa, da solo, J. Mascis stappa una bottiglia di prosecco brindando non si sa bene a cosa o a chi, poi si snida e srotola il suo tappeto di chitarre cominciando a strusciarvisi sopra, facendo le fusa.

Disseminati sul tappeto, i suoi giocattoli di sempre. Lui ogni tanto tira fuori le unghie e li aggredisce come fossero dei topi di fogna che non meritano altro che essere sbranati. Poi torna a stiracchiarsi pigro, nei modi a lui consoni. E, quando l’intestino lo richiede, va a cagare nella lettiera. Senza curarsi di ricoprire la merda col terriccio.

Without a Sound non regala nessuna novità di rilievo, se non per il fatto che la sigla Jr. potrebbe adesso tranquillamente ridursi alla sola J., unico proprietario del marchio. E del resto, perché dovrebbe regalarne qualcuna? Mascis ha aspettato con pazienza che il mondo girasse e passasse dalla sua camera senza che lui abbia fatto niente di più che alzare leggermente la tapparella facendo passare un po’ di luce.

Adesso finalmente è giunto quel momento.

E mentre i Nirvana e gli Hüsker Dü pubblicano, per ironia della sorte, i loro dischi “dal vivo” pur essendo già morti, i Dinosaur Jr. si inerpicano sulle classifiche a rubare i croccantini che qualcuno aveva messo in alto illudendosi che il gatto Mascis non avesse mai avuto la forza e la volontà di spirito di arrampicarsi così in alto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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