DI VIOLA MINIMALE – La dinamica degli addii (autoproduzione)  

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Sei canzoni lunghe un anno. È questo il bottino del nuovo mini album dei Di Viola Minimale, composto e registrato tra il Marzo del 2017 e il Marzo successivo. Il suono della band ragusana scorre piacevolmente dentro quella corrente di suono elettrico di band come Estra, Marlene Kuntz, Moltheni e Santo Niente che è da sempre il loro marchio di fabbrica. C’è una certa predilezione per il passo lento, codeinico, per i climax sonori rilassati ma inquieti anche se a mio parere è quando il gruppo sovverte la disciplina che si è autoimposto che viene fuori il lato migliore, come nel vortice noise de La trappola o nelle sequenze conclusive di Torneremo a vivere dove nervi e muscoli vengono mostrati senza eccedere nell’esibizionismo fine a sé stesso, lasciando sempre socchiuso un minuscolo varco verso il dissonante e il disarmonico, come se nulla fosse veramente accessibile, realmente agevole.

C’è sempre, nella musica dei Di Viola Minimale, un voluto senso di incompiutezza (come nel finale evirato di L’anamnesi), di inappagamento, di scomodo confronto con le emozioni proprie ed altrui, di serenità conquistata a fatica, di scivolosa discesa nel torbido e di fiera consapevolezza della propria incalpestabile dignità morale, una ammaestrata capacità di non lasciarsi umiliare dalle bruttezze della vita così come da non lasciarsi incantare dalle sue frivolezze.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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BOB MOULD – Sunshine Rock (Merge)  

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Dice bene Bob Mould quando afferma che il dovere di ogni buon musicista rock sia oggi quello di colmare il vuoto discografico del settore provando a tutti i costi di realizzare quei grandi rock albums che oggi sembrano sempre più rari e dunque sempre più preziosi.

Dice un’ovvietà ma è un’ovvietà sacrosanta.

Un dovere cui Mould non si è mai sottratto, a dire il vero, anche se a volte i risultati non sono stati all’altezza dei buoni propositi. Di dischi un po’ zoppi è piena la sua carriera e anche questo nuovo dal titolo orribile non è quel disco “perfetto” che forse il musicista di Minneapolis avrebbe avuto il “dovere morale” di realizzare.

Certo, la voce e la chitarra di Bob Mould sono sempre un richiamo irresistibile per noi che abbiamo passato i quaranta anni consumandone almeno un quarto ascoltando i suoi dischi, come se quell’uomo fosse un rabdomante capace, agitando il suo strumento, di trovare qualche emozione residua, qualche lacrima di amore-rabbia-dolore che non abbiamo versato quando andava fatto. Una magia che riesce solo in parte su questo nuovo disco. E ci riesce ovviamente quando la sua musica evoca lo spettro pingue di Mould medesimo (Thirty Dozen Roses, What Do You Want Me to Do), molto meno per quanto mi riguarda quando a manifestarsi è un involontario ectoplasma dei Foo Fighters (Western Sunset, Sunny Love Song) o quello inaspettato dei New Order (The Final Years, Lost Faith).

Quindi se dovessimo giudicare Sunshine Rock con gli stessi pesi messi sulla bilancia da Mould nella sua dichiarazione diremmo che no, non siamo davanti a quel nuovo capolavoro irrinunciabile che ci porteremmo su un’isola deserta. Così come è vero che su quella maledetta isola non ci andremo mai e che qualora accadesse di dischi non ce ne porteremmo. È solo un altro disco. Un altro disco di Bob Mould. Un altro disco di Bob Mould sulla soglia dei sessant’anni.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

EVERLAST – Whitey Ford’s House of Pain (Martyr Inc.)  

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C’è stato un periodo della mia vita in cui mi piaceva Everlast.

No, non erano i tempi degli House of Pain, che per me allora l’hip-hop era soprattutto roba italiana. Non perché fossero più bravi ma perché, come aveva dichiarato qualcuno, il rap era per me “il messaggio” e di cantare Jump Around saltando per la stanza inneggiando alla birra scura non era esattamente il messaggio che cercavo.

Erano invece gli anni immediatamente successivi, quelli di Whitey Ford Sings the Blues, la seconda volta in cui prova, dopo otto anni, a fare tutto da solo. O quasi, che di strumenti era ben disseminato quel disco, sezione fiati e di archi addirittura e poi tastiere e qualche scratch che era come una cicatrice di quegli anni vissuti nella Casa della Paura. Ma Whitey Ford adesso era essenzialmente un bluesman, nonostante suoni il blues come i Fun Lovin’ Criminals facevano col funk. Moderno, bianco, teppista. Ma pur sempre un uomo ispirato dalla musica americana. Un po’ Beck, un po’ Me Phi Me, un po’ Michael Franti. Erano gli anni in cui lavoravo in radio e i suoi pezzi avevano un appeal radiofonico perfetto. Tanto che a furia di passarli ci entrai, è il caso di dirlo, in sintonia. Nonostante questo Everlast non ha mai mosso grandi volumi di vendita e il fatto di ritrovarmi ora sulla scrivania un suo nuovo disco dove ritira fuori il vecchio nome della band palesa in maniera evidente come dopo un quarto di secolo Mr. Whitey Ford abbia ancora bisogno di farsi identificare ricorrendo al passato in varie forme (una reunion celebrativa lo scorso anno e adesso, appunto, il richiamo lampante alla sua ex-band nel titolo dell’album).

Whitey Ford’s House of Pain è il nuovo capitolo dell’Everlast artista di ieri, riaggiornato a quello che è l’uomo Everlast di oggi, con Trump alla guida del suo paese e una figlia cui è stata diagnosticata la fibrosi cistica. Un uomo con qualche altra cicatrice da aggiungere a quella che sul petto gli ricorda ancora di quando fu strappato alla morte per una bizzarria del suo cuore. Non è un disco che ha ambizioni hardcore, semmai ne mostra qualcuna di successo piegandosi come un fuscello al vento del facile ascolto: It Ain’t Easy e The Climb potrebbero essere, se le radio sapranno fare il loro lavoro o se qualche film-maker saprà inserirle nella serie tv giusta, un successo colossale. Trascinandosi dietro tutto l’album, ovviamente. E noi magari saremo lì ad applaudire.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

PRINS OBI AND THE DREAM WARRIORS – Prins Obi and the Dream Warriors (Inner Ear)

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Dovrei fare il saputello e raccontarvi qualcosa. Invece faccio ammenda e vi confesso che fino a ieri non sapevo chi fosse Prins Obi. E anche oggi ne so molto poco, anzi nulla, se non che il suo disco (il terzo, solo questo so) gira sul mio stereo per la terza volta. Un’altra cosa che so, ma conta davvero poco, è che lui e il suo gruppo sono di origini greche e che usano la loro lingua in un paio di occasioni lungo questo loro album collettivo.  

E dunque questa è la seconda volta che la Grecia mi impressiona favorevolmente quest’anno, dopo il disco dei CHCKN di qualche mese fa. Come in quel caso ci troviamo dentro un calderone di riferimenti ed accostamenti anche improbabili che in questo caso vanno dai T.Rex ai Los Bravos, dal David Bowie giovanissimo e dandy fino ai nostri Avvoltoi, alzandosi con i piedi sugli sgabelli del beat fino a rovesciare piccole pozioni magiche dagli scaffali più alti di certa psichedelia prog.

Tutto senza andare mai oltre i limiti del consentito e senza eccedere in manierismi ed esibizioni di chissà quali virtuosismi ma risolvendo tutto con una piacevolissima immediatezza pop. Realizzando con scarti e scampoli di stoffa (perché, ammettetelo, in quanti tra voi è mai piaciuto veramente il Bowie del primo album solista? O il soul scolorito di certe formazioni beat come i Los Bravos?) un piccolo portento di sartoria pop.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

COWS – Daddy Has a Tail! (Amphetamine Reptile)  

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Molti anni prima del #metoo essere stuprati piaceva un po’ a tutti. Negli anni a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta questa pratica raggiunse molto probabilmente il suo apice. A quei tempi le officine della Amphetamine Reptile facevano più paura del metro quadrato di spazio compreso tra il pavimento e la scrivania di Harvey Weinstein, eppure eravamo in tanti ad infilarci proprio lì, in quell’opificio con la scritta NOISE ben illuminata all’ingresso.

Nel 1989 è una di quelle attività in piena espansione, nonostante claustrofobia sia il termine che per primo viene in mente ogni qualvolta si passi per quei corridoi. È l’anno in cui l’etichetta di Washington recluta band come Boss Hog, Surgery, Lubricated Goat, Vertigo, Helmet, Helios Creed, dando l’idea che il passatempo di Tom Hazelmyer sia in tutto e per tutto simile al suo vero lavoro come operaio in fonderia. Tra questi ci sono i Cows di Minneapolis. Non degli esordienti a tutti gli effetti ma che per la AmRep esordiscono, per così dire, una seconda volta.  Daddy Has a Tail! è infatti disco superiore all’esordio, pur senza cambiare di fatto gli ingredienti e soprattutto senza affinare di molto la ricetta.

I Cows non sono nulla di più che una scalcinata band buona per salire sul palco quando ogni singolo cliente del pub non è capace di distinguere un fusto di birra da un vitello. Un gruppo cui nessuno può dar credito tranne noi che custodiamo ancora i primi dischi di Meat Puppets e Butthole Surfers come reliquie e che ci piace immaginarci sbronzi come pirati mentre intoniamo robaccia come Part My Konk o Shakin’ All Over del comandante Johnny Kiss ruttando bestemmie all’aroma di rum.

La musica dei Cows è torbido piscio di bovino dentro cui ci piaceva rotolarci come maiali nel fango, umiliandoci senza neppure doverlo esibire in pubblico.

Altro che #metoo.

Altro che “carina, fammi un pompino e ti mando sul red velvet”.

Altro che gossip.  

Altro che milf.

Altro che l’orco cattivo.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

3RA1N1AC – H1551ng Pri95 1n 5tati1c Coutur3 (Touch and Go)  

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L’ultimo disco dei 3ra1n1ac con le chitarre.

L’ultimo disco dei 3ra1n1ac con T1mmy Taylor che suona le chitarre.

(Quasi) l’ultimo disco dei 3ra1n1ac con T1mmy Taylor.

(Quasi) l’ultimo disco di T1mmy Taylor.

Poi, dopo aver compiuto l’ultima bravata coi compagni tirando sassi di kryptonite all’indirizzo dei nuovi compagni di etichetta Man or Astro-Man per un quarto d’ora di fila, T1m avrebbe lasciato per sempre il pianeta terra.

I 3ra1n1ac sono eredi di quella follia strisciante che ha sempre caratterizzato l’Ohio, prima ancora che lo stato del Midwest diventasse in qualche modo il vessillo della tradizione storica nazionale con le sue Hall of Fame consacrate ai nomi che hanno fatto la storia della musica americana. La loro musica è una gigantesca ruota panoramica che da Cleveland guarda a mezza America e allunga lo sguardo al di là dell’Oceano.

H1551ng Pri95 1n 5tati1c Coutur3 suona come dei Wire sotto elettro-shock. Costretti ad ammettere che il punk era tutta una grossa minchiata, con gli elettrodi infilati sotto la pelle fino a che non saltano sui rami del platano più vicino come bertucce vivisezionate.

Pu55yfoot1n’, 1 Am a Crack3d Machin3, Ki55 M3, U Jack3d Up J3rk e V1nc3nt Com3 on Down suonano come dei Girls Vs Boys obbligati ad essere stuprati da queste scimmie mentre Ian Svenonius celebra la sua messa punk facendo le linguacce come Jagger.

Leccando i piedi a Dio. Finche T1m non decide di salire su per asciugarglieli.  Lasciandoci qui un po’ più soli.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

J MASCIS – Elastic Days (Sub Pop)  

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J Mascis ha una chewing-gum appiccicata sul palato ormai da più di tre decenni.

Conficcata in gola come la spina nel fianco del giovane Morrissey o come una lisca di pesce nel palato di un gatto.

Quando i distorsori dei Dinosaur Jr. tacciono, il rumore delle mandibole di Mascis che tentano di liberarsene ci muove a compassione. Perché è un rumore che somiglia molto a quella di certi nostri dolori, quelli con cui ci addormentiamo stringendoli come peluche e che spesso durante la notte ci afferrano per la gola, capricciosi.

Il suono del Mascis solista, libero dalla prigione fuzz dei Dinosaur Jr., sfoggia con orgoglio tutta la sua fragilità e si allinea ai percorsi di tanti altri reduci di quella stagione, da Bob Mould a Grant Lee-Phillips. Canzoni da tirar su come plaid nelle sere d’autunno. Da accarezzare come cuccioli di chow chow che ti leccano con la loro lingua azzurra e che ogni tanto (Picking Out the Seeds, Give It Off, la mia preferita Cut Stranger) tirano fuori i denti per tirar via quella coperta, per impedirti di prendere sonno.

Canzoni che sono state lì da sempre, anche quando passavano col passo di leopardo dei marines sotto il fuoco amico di You’re Living All Over Me e Bug. Anche se noi non ce ne eravamo accorti, felici di farci colpire da quella pioggia di proiettili.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

TY SEGALL – Fudge Sandwich (In the Red)  

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Chissà che l’obiettivo finale di Segall non sia quello di accaparrarsi tutta l’intera classifica nelle annuali playlist delle riviste o dei blog musicali. O forse più umilmente di piazzarne almeno uno, cosa che magari quest’anno potrebbe accadere con Fudge Sandwich, visto che alla fine i cover-album piacciono un po’ a tutti. Anche quando sono spiazzanti come questo. Ty Segall allestisce un barbecue fuzz dove mette a friggere pezzi come Hit It and Quit It dei Funkadelic, The Loner di Neil Young, Archangel Thunderbird degli Amon Düül, I’m a Man dello Spencer Davis Group, Rotten to the Core dei Rudimentary Peni, St. Stephen dei Grateful Dead. Fuoco, fiamme, fumo. Un casino.

Ma le vere perle del disco sono in realtà la versione acustica di quel classicone del punk americano che è Class War dei Dils, l’inquietante cover di Low Rider dei War che introduce al disco con un tono abominevole e malato degno di Trent Reznor e la riduzione in salsa Beatles di Slowboat degli Sparks.

Una scaletta apparentemente illogica che va dal kraut-rock all’R&B, dal funk all’anarco-punk, dall’acid-rock al rock d’autore ma che invece si adatta perfettamente alla logica folle di Ty Segall. Violente grandinate elettriche e poi il riparo sotto il legno accogliente di una chitarra acustica. E un’ombra gotica che si affaccia di tanto in tanto dalla balaustra, sporgendosi fino a cadere giù, sul nostro banchetto di sandwich grassi ed indigesti.   

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

JON SPENCER– Say it loud: I’m white and I’m proud  

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Venerazione assoluta o demolizione definitiva? Le alternative potrebbero essere vere entrambe. E vere tutt’e due senza l’una escludere l’altra. Forse addirittura avvalorandosi a vicenda. Ne aggiungerei addirittura una terza: feticismo maniacale. Ché i Pussy Galore, cinque teenagers accalorati di Washington di cui tutti ignorano l’esistenza, decidono di (o sono costretti a) stampare questo debutto a lunga durata in formato cassetta. In 550 copie. Sapendo che, fatto fuori il giro del parentato, ne resteranno 500 nei magazzini della Shove, che poi è la loro stessa cantina.

La strumentazione consiste in quattro chitarre e una batteria, più svariate percussioni improvvisate. Il che vuol dire arredo e struttura della loro baracca, picchiate con quel che capita e quando capita in mezzo a quello che, più che un diluvio di chitarre sembra in pratica il rumore del disgorgante versato nel gabinetto del CBGB’s.

Avete presente il martello del centurione che in The Passion di Mel Gibson assicura Cristo alla croce non solo facendo penetrare nella carne viva i chiodi di ferro ma piegandone l’estremità affinché non siano scalzati via? Ecco, i Pussy Galore eseguono lo stesso lavoro su quello che era già il disco più brutale e rozzo dell’intera discografia degli Stones. Lo crocifiggono e ne assicurano il corpo martoriato al patibolo, con una ferocia irriverente, blasfema e pure ignorante.  Ma non solo: i Pussy Galore si sostituiscono agli stessi Stones, oltraggiandone il cadavere e sbeffeggiandolo, ben consapevoli che tutti si accorgeranno dello scambio. Anzi, orgogliosi del loro atto sciagurato, come dei bulletti di provincia.

‘Exile on Main St’ è l’atto estremo di amore e quello altrettanto smisurato di odio che coincidono nello stesso punto, nel medesimo istante come dentro la canna della calibro 38 di David Chapman sei anni prima.

L’inizio della lunga avventura musicale di Jon Spencer inizia così.

Come quella di un comune teppista.

Uno cui non affidereste neppure il vostro criceto e che invece si mette in testa di suonare gli Stones con una chitarra a tre corde, senza saperne accordare neppure una.

Uno che ambisce ad essere odiato come uomo prima che lodato come artista.

Che si siede come un piccione su un marmo di Michelangelo e si abbandona ad una defecazione corrosiva e balorda.    

 

Quanto i Gories stavano sperimentando a Detroit, trova un battesimo discografico a Washington. Right Now! si diverte a martoriare il garage-punk così come l’anno precedente ‘Exile on Main St’ aveva tratto godimento dallo stupro ai danni dello sporchissimo doppio album degli Stones.

Pussy Galore sono un gruppo eversivo ed amatoriale, senza alcuna cognizione di una qualche idea teorica o pratica di tecnica, felice di usare i pochi strumenti a disposizione (tre chitarre e una batteria spuria assemblata unendo tamburi acustici e scarti industriali) per trovare una formula che possa in qualche modo legare l’austerità degli Einstürzende Neubauten con il rock ‘n roll di base. Il risultato è un disco dove il vero protagonista è il frastuono, il disordine, il turpiloquio. Come se una band di vandali fosse entrata a mettere a soqquadro gli scatoloni con i non venduti del deposito Crypt.  

 

Fra i tanti scavafosse che negli anni Ottanta cercarono di estrarre dalle viscere della terra il più disastrato garage-punk degli anni Sessanta, i Pussy Galore vanno ricordati per aver avuto l’idea di effettuare gli scavi dall’interno di un capannone industriale, scoperchiando quelle tombe all’interno di una vera e propria torneria industriale. Mentre mandavano a puttane tutto il purismo del revival rock ‘n roll, i Pussy Galore ne demolivano l’intera struttura e aprivano a loro insaputa una breccia che avrebbe rappresentato un nuovo varco, una nuova via di fuga per il rock ‘n roll del decennio successivo, assoggettando alla forza del ferro gli uomini dell’età della pietra.

Pochi dischi si avvicinano alla catastrofe sonora quanto quelli dei Pussy Galore pur conservando i tratti, seppur sfigurati, del rock ‘n roll, pur obbligandolo a mangiare merda. Che è un’immagine che alla Caroline non piace, tanto da costringere Jon Spencer a cambiare titolo al loro terzo lavoro. Dial ‘M’ for Motherfucker esce nel 1989 con una copertina in grado di catturare alla perfezione quell’atto delinquenziale di demolizione di cui vi parlavo prima, l’ultimo con la formazione originale.

Il rock ‘n roll viene messo a muro e trucidato, braccia legate dietro la schiena, benda sugli occhi. Qualcuno scrive una M sul muro. Sembra vernice, vista da lontano.

Invece, è il suo stesso sangue.     

 

Non c’è un solo strumento accordato, dentro quello che molto ironicamente i Pussy Galore chiamano Historia de la Musica Rock, parodiando nel titolo e nell’artwork la famosa collana pubblicata in Spagna negli anni Ottanta come compendio all’omonima enciclopedia rock. Jon Spencer, Bob Bert e Neil Hagerty si arrogano dunque la libertà di sedersi al fianco di Stones, T.Rex, Bowie, Rod Stewart, Kinks e Bob Dylan pur senza reggere in mano uno strumento. Le undici tracce del loro ultimo disco sono canzoni malmesse e fatiscenti dove ognuno sembra suonare, parlare, cantare, sputare per i cazzi suoi, come accade su (Do) The Snake o Song at the End of the Side per la quale ultima i Pussy Galore non si prendono neppure la briga di trovare un titolo. O ancora dentro il metro quadrato di chitarra e voce deformi di Drop Dead. Accozzaglie di rumori e voci messi uno accanto all’altro che portano la firma di tutti e tre i non-musicisti, proprio perché dentro vige un’anarchia impossibile da compattare.

Canzoni come Mono! Man o Eric Clapton Must Die sono invece larve di quel mostro dal volto ustionato che sarà la prima incarnazione della Blues Explosion.

Bluesmen negativi drogati dall’alcol e dall’ego che annunciano una qualche catastrofe, forse la propria. E che si divertono a giocare con la carcassa del dirigibile dei Led Zeppelin dopo averne bucato ogni centimetro della superficie.       

 

Nel passaggio tra i Pussy Galore e i Boss Hog le chitarre diventano tre e quello fra Jon Spencer e Cristina Martinez è un rapporto che è diventato anche coniugale. L’apporto marginale della Martinez nell’avventura precedente diventa invece focale nella nuova compagine. Sia dal punto di vista artistico che da quello iconografico. Il corpo della Martinez campeggia con disinvoltura già nel primo EP e, nuovamente, sull’album di debutto facendo della coppia una delle più sexy della storia del rock moderno.

Un’esplosione erotica ancora allo stato brado dal punto di vista musicale visto che su Cold Hands i Boss Hog si divertono ancora a scompaginare il rock ‘n’ roll e a succhiare sangue come i vampiri di Twilight. La simulazione coitale che in effetti fa capolino lungo diversi passaggi del disco è annegata dentro la baraonda di rumore che il gruppo si diverte a sollevare. Il turpe disordine di strumenti e voci è figlio diretto di quello di Historia de la Musica Rock e i Boss Hog sono l’ennesimo pittogramma dietro cui si nasconde la fame di scarti avariati ed avanzi del lupo Spencer.      

 

Nel 1991, quando Jon Spencer decide di mettere assieme la “sua” band, lo fa costruendola sopra le macerie di quello che erano stati i Pussy Galore. Il “groove” sarebbe arrivato dopo.

L’esordio per la Caroline, così come la sua versione europea licenziata dalla Crypt è infatti un rantolo malvagio di rumore che agonizza su venti smorfie blues/punk prodotte da Steve Albini, uno che a rattrappire i muscoli riesce come pochi. Figurarsi se a chiedere i suoi servigi sono tre tossici che si divertono a pisciare in gola al blues e a mettere insieme canzoni che sono poco più che cocci di uno stomp così ossuto e radicale da sembrare suonato sotto tortura.

The Jon Spencer Blues Explosion vive di questa apologia del disgusto, facendo della scuola blues di John Mayall la prima vittima del suo nichilismo spietato.      

 

Il cofanetto di classici Stax e Volt preteso da Jon Spencer al momento della stipula del contratto con la Matador dà i frutti sperati su Extra Width, il disco che segna il momento in cui la musica del terzetto emerge dall’underground garage per diventare il marchio di fabbrica di tutto il rock ‘n roll degli anni Novanta, con un piede intinto nella palude blues e soul e l’altro nei più attuali immondezzai dell’hip-hop e del noise. Allargando le maglie di rumore del disco del debutto (nulla più che una, anzi due versioni “ufficiali” delle registrazioni casalinghe spacciate ai primi concerti col titolo di A Reverse Willie Horton, NdLYS) Extra Width permette di godere appieno dei tratti distintivi della Blues Explosion di quegli anni, ovvero il suono per nulla educato della cheap guitar di Spencer, gli incredibili inserti di theremin (e sintetizzatori sotto stupro, come succede nell’assolo di Afro) che arricchiscono di dissonanze e frequenze spurie le già tormentate canzoni del terzetto e le piccole peripezie di Russell Simins che si allontanano sempre più dal tam-tam primitivo e Tuckeriano dei primissimi lavori per inventare dialoghi ritmici con la chitarra, regalando ai nuovi pezzi un dinamismo che diventa il marchio di fabbrica della band che di fatto si affranca dal modello Gories degli esordi per diventare esso stesso archetipo di un concetto di rock ‘n roll radicale e sempre più spettacolare ed autocelebrativo, sulla falsariga di quello inscenato da James Brown. Extra Width è l’autoscatto perfetto di questo momento in cui Jon Spencer prova a creare l’incesto biologico tra le musiche bianche ed ossute della Sun e quelle pingui e nere della Stax. 

 

Russell, Judah e Jon sono in una fatiscente camera del ghetto newyorkese, mentre dall’altra parte della parete un giovane bianco di nome Beck Hansen fa freestyle cianciando dentro una cornetta del telefono. È una parodia della clip di Walk This Way (Run DMC vs. Aerosmith) che la dice lunga sul fatto che la Blues Explosion si prenda molto meno sul serio di quanto si possa pensare, proprio nel momento in cui la loro musica esplode devastando il mondo.

Orange è il disco che definisce in maniera più o meno definitiva il “suono” della Blues Explosion.

Elegante e sporchissimo in egual misura.

Bianco, nero.

Sexy.

Funky.

Copertina a specchio con il theremin Moog Vanguard usato da Spencer stilizzato in copertina. Nessun accenno al frastuono dentro cui quello strumento è immerso, se non quell’unico punto esclamativo messo stavolta all’estremità del moniker della band, messo lì come un avvertimento per i più sprovveduti.

Che sono tanti, perché in quel 1994 che ha definitivamente seppellito la scena grunge, della Jon Spencer Blues Explosion si parla come della cosa più eccitante in giro sul Pianeta Terra. Ma i loro dischi, a quel tempo, non viaggiano su alcuna piattaforma o social, i loro dischi te li devi andare a sentire nei posti adatti a quel lavoro o te li devi “immaginare” leggendone sulle riviste di settore.

Molti dunque sono arrivati senza sapere esattamente quali sermoni sarebbero stati recitati dentro quel disco dalla copertina ammiccante e un po’ narcisa, finendo per venirne in qualche modo travolti, non appena si poggia la puntina su una cosa sporcacciona come Bellbottom che odora di sesso a pagamento e diventa una delle cose imprescindibili di tutto il rock ‘n roll del nuovo decennio.

Perché Spencer, il ragazzo che amava violentare gli Stones e i Neubauten, che divorava le Back from the Grave, i dischi di Presley e quelli di Rufus Thomas stavolta ha davvero fatto tutto per bene. Ha messo dentro violini, fiati, theremin, chitarre sbrindellate, giri di basso rotondi come le chiappe di Tina Turner, una batteria scoppiettante, hip-hop, blues, rock ‘n roll, funk, soul, lo ha prodotto a fianco di Jim Waters curandone ogni piccolo dettaglio e ha messo fuori un disco dove ogni lordura è calcolata, ogni macchia di sperma lasciata volutamente in vista, a simboleggiare una polluzione impossibile da controllare.

Orange è l’inizio dello spettacolo che Extra Width aveva soltanto annunciato.

Accomodatevi. Le donne ovviamente non pagano il biglietto.

 

Il suono dei Boss Hog acquista tridimensionalità corporea col passaggio alla Geffen e la pubblicazione del disco omonimo.

Come se lo scheletro di Cold Hands avesse messo carne, il secondo album della coppia Spencer/Martinez coordina il rumore degli esordi offrendo una sequenza di pezzi dove è il dinamismo ritmico a fare da collante e propellente per i lick blues/punk di Spencer. Canzoni come Sick, What the Fuck, White Sand, Punkture, Green Skirt scivolano comode e, visti i catorci su cui i coniugi erano abituati a sedersi, ordinatissime sulla strada asfaltata di Orange della Blues Explosion e si impongono come una sorta di versione ♀ degli assalti maschi del gruppo madre. Il tentativo della Martinez di scrollarsi di dosso i peli del villoso marito arriva inaspettato quasi in chiusura del disco, in quella Texas in cui sembra volersi spogliare dei panni di Signora Spencer per vestire quelli gotici di Gitane DeMone ma è un vezzo episodico del tutto marginale in un lavoro che, pur dichiarando esplicitamente la propria sudditanza dal modello Blues Explosion, resta forse il migliore di tutta la carriera dei Boss Hog.  

  

Se i due dischi precedenti erano stati preparati ad hoc per sfondare il muro che separa la Blues Explosion dalla scena alternative affidando l’apertura a due teste d’ariete come Afro e BellbottomsNow I Got Worry si diverte a farne scempio aprendosi con l’urlo da scimmia sgozzata di Skunk e una deviazione quasi hardcore come Identify chiarendo sin da subito che la Blues Explosion è tornata in qualche modo al rock ‘n roll sgraziato degli esordi e al garage mutante dei Pussy Galore.   

Suggestionato in maniera decisa dalle assidue frequentazioni con R.L. Burnside, Beastie Boys e Calvin Johnson, Now I Got Worry è infatti un disco eccessivo e brutale ma anche sperimentale e  contaminato (Fuck Shit UpEyeballin’Sticky) e volutamente meno radiofonico, come se ad un tratto Spencer avvertisse il bisogno di preservare il suo vecchio spirito nichilista alzando un po’ gli scudi, lavorando volontariamente ad una produzione più cattiva e lo-fi rispetto a quella sfoggiata su Orange.

Jon Spencer torna insomma a vestire i panni a lui cari del teppista, dello stupratore del rock ‘n roll, dello sfregiatore seriale che uccide contrariato dalla bellezza.

   

Uno dei vanti della mia discoteca personale è una copia promozionale di Controversial Negro con Mick Jagger in copertina.

Fu già un vanto quando mi arrivò a scrocco dall’ufficio stampa della BMG.

Lo diventò ancora di più quando l’annunciata stampa europea del disco venne cancellata e Controversial Negro finì per venire stampato solo in Giappone, restando un affare per pochi intimi.

Ogni volta qualche fesso veniva a casa mia a chiedermi una rarità degli Stones io tiravo fuori quel disco.

E il fesso rimaneva a bocca aperta.

Dopo avergliela richiusa gli confessavo che non era un disco degli Stones ma della Jon Spencer Blues Explosion.

E il fesso riapriva la bocca.

Era uno dei miei aperitivi preferiti, prima di sedermi a tavola a trangugiare le delizie preparate da mia moglie.

La Shout! Factory, ristamperà anni dopo quel disco, togliendomi quel piacere.

Ma solo in parte.

Controversial Negro perderà infatti gran parte del suo alone di leggenda diventando di dominio pubblico. Però Live In Tucson, come sarà ribattezzato, uscirà con una scaletta allungata a ben ventinove pezzi e con una copertina diversa. Perché se prestate attenzione, su quella edizione, quella che è disegnata sotto la scritta Blues Explosion, quantunque le somigli parecchio, non è la faccia di Jagger ma la testa di uno scimmione.

Pare che il primo volesse portarli in tribunale, l’altro nella giungla.

Loro hanno opteranno per la seconda alternativa.

Ma al di là di questo, Controversial Negro è un autentico massacro.

La Blues Explosion fa scempio del rock ‘n roll.

Sono allo stesso tempo la cosa più conservatrice e moderna che il rock ‘n roll abbia in quegli anni e riescono a far suonare R.L. Burnside come fosse i Public Enemy (R.L. Got SoulFuck Shit Up). Entrambi una influenza fortissima per la JSBX di quegli anni (Controversial Negro è infatti rubato al passaggio di una delle più belle canzoni di Flavor Flav e soci, NdLYS), diventata una band sofisticata senza perdere di forza abrasiva, soprattutto dal vivo.

Tanto che Controversial Negro, nei suoi momenti migliori (AfroWatermainFuck Shit UpSkunkThe Vacuum of Loneliness) suona come Metallic KO se ci passasse sopra Fear of a Black Planet. O come una versione sfigurata di Presley.

Poi, verso la fine di questa nuova scaletta, il treno di Elvis deraglia.

Il Re viene sommerso dalla polvere, deturpato dai rottami.

Ai bordi della strada ferrata sono rimasti in pochi ad assistere allo schianto.

Eppure quel momento, quel preciso momento non lo scorderanno più.

 

 

Se è vero che ogni uomo uccide le cose che ama, allora Jon Spencer deve aver amato il blues come pochi altri, un amore viscerale e violento, senza sfumature, un amore incestuoso e brutale, di quelli che ti lasciano senza fiato e senza respiro, se mai si trovasse il tempo per respirare. Jon Spencer ha preso il blues per i capelli e lo ha straziato senza pietà, l’ha violentato e ha goduto del suo annaspare, l’ha visto cianotico e gli ha tappato la bocca col suo sesso per vedere se è proprio vero che ogni bel gioco prima o poi finisce, l’ha strapazzato come una bambola, l’ha punto e trafitto come un feticcio voodoo, gli ha rotto le ossa uno per volta. Infine ha sputato sul suo cadavere decomposto e, come per incanto, egli è risorto, ha ballato con il suo scheletro sorseggiando una bottiglia di bourbon e infine ha affondato le labbra in una bocca che sapeva di morte.

Con Acme Jon ritorna, crudele ma premuroso, a leccare le ferite al suo amante e a curare molto probabilmente le sue. da questo punto di vista il live dell’anno precedente chiudeva un ciclo, quello delle rasoiate elettriche, dei cristalli spaccati, del nichilismo sofferto e sofferente di chi col blues preferiva farci a pugni piuttosto che l’amore. Laddove Controversial Negro infatti risolveva tutto in un delirio orgiastico, Acme si avvicina sfoggiando un’aria di eleganza apparente, come un magnaccia ben vestito ad una festa di alta società, pronto a bestemmiare alla prima macchia sul gessato e il coltello ben nascosto nel gilet.

Il suono è meno contorto e febbrile, incredibilmente cool, un disco conciliante piuttosto che di rottura, gli spilli voodoo hanno lasciato il posto alle spille da balia, infliggendo al diavolo e alla sua musica una tortura meno violenta, forse, ma non per questo meno perversa.

Divelto senza rimpianto ogni residuo di tradizionalismo retorico da cartolina, Spencer si è preso la briga di iniettare allo scheletro ormai ciondolante del blues una nuova puntura di calcio per portare quei macabri resti in giro con la sua macchina del tempo a incontrare vecchi padri (Andre Williams) e pronipoti (Atari Teenage Riot).

La navicella Blues Explosion, col suo carico di debosciato blues mutante ha deciso di prendere il largo. Col serbatoio carico di zolfo, il capitano Spencer ha chiuso i portelli ed impartito ordini alla truppa.

Il compito? Portare il blues oltre la soglia del nuovo millennio dopo avere ingoiato tutta la naftalina del suo baule. nella speranza che, come è accaduto alla Rolling Stones starship anni fa, non rientri sulla terra senza più carburante dopo essere rimasta in balia del vento stellare (e il recente Plastic Fang lancia brutti segnali in questo senso, NdLYS).

Acme farà di voi i prossimi bersagli di lucifero. Vendetevi cara la pelle. Anzi, l’anima.

 

Nel 1999 il pop penetra nel corpo di Cristina Martinez. Esattamente come avreste voluto fare voi: fin dentro le viscere. Ma non è esattamente una penetrazione fallica. Il pop, venato di soul music, ha le sembianze femminili. Quelle di Debbie Harry ad esempio. Ma pure quelle di Kate Pierson, di Siouxsie Sioux, di Shirley Manson, di Nina Persson. Il tentativo di farsi possedere da Tina Turner, già tentato sull’album omonimo e qui sbattuto sfacciatamente in apertura sul numero soul della title track, rimane un fallimento. Come tutto il disco che la contiene del resto. Whiteout è spazzatura musicale che vorrebbe essere moderna ed ammiccante ed è invece del tutto asettica e priva di qualsiasi erotismo, sin dalla copertina degna delle pagine di intimo del Postal Market con cui la mia generazione imparò a masturbarsi e che è in esatta antitesi con la vulva pelosa mostrata sull’album di debutto.
L’imbastardimento elettronico che ha preso il sopravvento sul devastante rumore degli esordi non arricchisce la formula del gruppo ma ne avvilisce l’urgenza animale, malgrado Jon Spencer si diverta a fare lo scimmione del blues-punk (come su Jaguar) o il pappone del ghetto (come su Itchy & Scratchy). Meglio la banalità beat di Trouble che la presunzione ridicola che i vecchi fan accettino di vedere uno dei gruppi più sexy del rock ‘n roll dei ’90 diventare una ridicola caricatura dei Cardigans o dei Garbage. Cristina con le mutandine fresche di bucato è la cosa meno rock and roll degli ultimi dieci anni.

Ditelo a Richard Kern, ditelo alla City Slang, ditelo a Jon Spencer.

 

Col passare degli anni Jon Spencer ha imparato a scrivere dentro i margini, nonostante l’aria sbruffona da belloccio votato alla causa del blues.

Cosicchè malgrado testi, video e copertine di Plastic Fang giochino a Subbuteo con l’immaginario crampsiano di lupi mannari, vampiri, mummie, uomini-insetto e mostri da laguna, il suono cremoso dell’album ha più a che spartire con tutto il blues/rock che dall’uccello di Sticky Fingers è colato giù fin nei pantaloni a zampa dei Black Crowes che con il rockabilly scheletrico di Lux e compagni. Fraseggi essenziali di tutto lo scibile blues che Judah e Jon hanno imparato a farfugliare negli anni. Manca la destrutturazione rumorista di cui la Blues Explosion si era mostrata grande artigiana e mancano le pose eleganti fino al disgusto che avevano reso ammiccante i loro dischi più venduti.

Per questo Plastic Fang non entrerà nella storia e lo si farà scendere dallo scaffale di tanto in tanto senza ricordarne una sola canzone.  

 

                                                                                 

Orribile, come sempre, diventare dei professionisti.

Ricordate i Pussy Galore? Una latrina in cui il rock ‘n roll andava a morire. Jon Spencer era allora un tossicomane che scriveva e incideva i dischi nel cesso. Poi evidentemente la signorina Cristina, nel frattempo diventata signora Spencer deve aver fatto le sue richieste. Una ripulitina alle piastrelle, una toilettina per evitare le sbavature di rossetto, un bidet per prepararsi ai doveri coniugali, magari un box doccia. E Jon  ha finito per trovarsi a imbrattare le mura con lo stick rosso fragola della moglie pur di apparire comunque sovversivo. E diciamo pure che il trucco alla fine ha pure funzionato a lungo. La sua JSBX ha macinato ottimi dischi. Magari non più nella latrina, ma pur sempre dentro un cesso. Jon ha invece deciso adesso di spostare la strumentazione (e la copertina non ne fa mistero, NdLYS) verso la stanza da letto. Il leone va a riposare. E noi con lui. Damage è un disco che fa male perchè è il disco di un declino, la colonna sonora di un fallimento. Damage rimane una pastiglia inzuppata in una soluzione di rock ‘n roll mutante. Ma non sono più pasticche di anfetamina, ma barbiturici. Peccato per lo spreco di ospiti con cui Jon ama far salotto (stavolta si toccano icone come Chuck D e James Chance, tra i tanti altri), Damage è la caricatura stessa della Blues Explosion che amavamo. Il simulacro vuoto della sua retorica Stonesiana.

 

Quando i Blues Explosion sono diventati ormai una istituzione per la scena rock ‘n roll internazionale, Jon Spencer sente il bisogno di costruirsi una casetta rustica. Una sorta di rifugio ecocompatibile dove coltivare le sue vecchie passioni per il rockabilly, la country music, il soul e la musica rurale con cui è in parte cresciuto e di cui si era innamorato durante la sua adolescenza ascoltando Exile on Main Street degli Stones e i dischi di Presley. Quella casetta in legno, sperduta nelle campagne del New Jersey, si chiama Heavy Trash. Ad abitarla sono lui e Matt Verta-Ray, l’amico degli Speedball Baby con cui Jon ha condiviso gli angusti spazi dei camerini in diverse date della sua Blues Explosion parlando della Sun Records, del suono di Memphis e del timbro delle chitarre prodotte in Giappone negli anni Sessanta come Fujigen e Zim-Gar. Quello che i due registrano dentro quella capanna di legno viene pubblicato adesso dalla Yep Roc con lo stesso nome scelto da Spencer e Verta-Ray: Heavy Trash. Che sono in due, ma non sono da soli in questo disco in cui ci sono ben diciotto musicisti e vocalisti di supporto, nascosti chissà grazie a quale macumba dietro le musiche rachitiche dei due musicisti di New York. E che realizzano un disco che piacerà più a chi amava Hasil Adkins, i Beasts of Bourbon o i Gallon Drunk che a chi ha visto la luce quando ha messo sul piatto Acme o Orange. E che pure sarà costretto a farselo piacere, per rispetto del cast.

 

Una ventina di canzoni sono il bottino delle nuove session combinate fra Matt Verta-Ray e Jon Spencer (più diversi musicisti di area new-country, fra cui i Sadies al completo, NdLYS). Tredici di queste finiscono dentro il secondo album degli Heavy Trash Going Way Out mentre le restanti verranno regalate o vendute attraverso il sito della Yep Roc Records.

Fatto salvo che per Spencer gli Heavy Trash sono l’uovo di Colombo, il secondo album del mini-combo è ancora una volta un bel calamaio in cui intingere il pennino del roots rock ‘n’ roll. Quello che si scuote ancora per risonanza con le vibrazioni degli studi Sun e pezzi come She Baby, That Ain’t Right o Pure Gold sembrano proprio un sogno pelvico Presleyano. Ma la tentazione di abbandonarsi al più sano rockabilly, al trash psicopatico di marca Cramps e al più folle garage-punk permette al duo di tirare fuori anche roba come Crazy Pritty Baby, Kissy Baby, Way Out, They Were Kings o I Want Oblivion permettendo di avere un quadro completo delle deviazioni rock ‘n’ roll cui non al solo Spencer piace cedere.   

 

Il terzo Heavy Trash si allontana è molto meno trash dei primi due album realizzati in coppia da Jon Spencer con Matt Verta-Ray. Senza tradire la genuina anima rock ‘n’ roll del progetto, Midnight Soul Serenade mostra uno spettro stilistico più vario e un gusto per l’arrangiamento più ricercato, con un occhio lanciato oltre la frontiera messicana, le isole hawaiiane, New Orleans e una voglia di ibridare il suono come mai prima d’ora, sperimentando con una sfilza di organi vintage (dal Vox Continental all’Hammond passando per l’Acetone e il Wurlitzer) e addirittura aggiungendo beat elettronici e piatti.

Canzoni come The Pill, Pimento, Isolation, Sweet Little Bird sono le canzoni che rivelano questo accostamento non ancora definitivo a certa exotica di marca Cramps/Tarantula, questa coloritura che però sembra più il colore di un appassimento creativo rispetto al disco precedente e alla quale io preferisco i colori meno compassionevoli di pezzi come Bedevilment o della cover di Bumble Bee. Ma io sono daltonico, del resto.

 

La copertina macellaia promette carne e sangue.

E, diciamolo francamente, malgrado il banco frigo del blues-punk sia ormai pieno di ogni ben di Dio, al taglio di Mr. Spencer non rinunciamo mai. Uno che sa dove infilare il coltello, senza dubbio. E quindi eccoci qui, alla riapertura del supermercato, a fare la fila davanti ai tre macellai del blues.

Finite da tempo le scorte di manzo fresco, la Blues Explosion tira fuori un po’ di surgelati. Non merce rafferma, sia chiaro. Ma un po’ stopposa purtroppo si. E che cosa vi aspettavate? Il vitellino da latte con contorno di erbette da pascolo? Meat + Bone suona come un disco della Jon Spencer Blues Explosion, anno 2012. Fermatevi su questa frase e traetene le conclusioni che volete, ognuno per conto proprio.

Le sorprese stanno a zero. La grinta c’è ancora. Le canzoni un po’ meno. Tutto quello che ascolterete qui dentro, se c’eravate quando la JSBX pubblicava Extra WidthOrangeAcme o Now I Got Worry, lo avete già sentito tutto. I ritmi spezzati, le sincopi funky, il blues sporcato di punk, gli Stones con su la saliva di Iggy, James Brown con l’uccello ancora sporco di umori soul, l’invito a tirar giù le mutande, tutto già fatto. E più di una volta. E allora? E allora l’uno-due iniziale Black Mold/Bag of Bones spacca comunque il culo. Poi con Boot Cut si piomba nella normalità del Blues Explosion-pensiero, fino a che le ossa del titolo non vengono fuori completamente da quella massa di carne che schiuma sangue dalla copertina.

La rivoluzione non sarà trasmessa in televisione. E non passerà neppure per i dischi di Jon Spencer. Non più. Lui la sua rivoluzione l’ha già fatta con i Pussy Galore, quando molti di voi ascoltavano i Tears For Fears e i Toto e pensavano di stare sulla faccia luminosa della luna. Ora, se vi serve la novità ad ogni costo, affidatevi a qualche altro macellaio. Oppure diventate vegetariani così vivrete più a lungo di me.

 

Non lasciatevi intimorire. Della No Wave evocata dal titolo dentro il nuovo lavoro della Blues Explosion c’è poco o nulla. Il nuovo disco di Jon Spencer ha dentro tutta quella fottutissima miscela stonesiana e funky dei loro dischi più amati e meno estremi (AcmeNow I Got WorryOrange).

Tredici canzoni con cui Mr. Spencer sembra volersi riappropriare della corona di principe ranocchio del rock ‘n roll che Jack White gli ha sottratto da qualche annetto. E, senza volermi vestire da pubblico ministero ne’ da difensore di nessuno, Freedom Tower le da sul muso a Lazaretto inanellando una serie di numeri funk ‘n roll davvero esplosivi (Wax Dummy, il Biff! Bang! Pow! di Dial Up Doll, l’orgia stradaiola e Richardsiana di Crossroad Hop, il cuore di ferrovia metropolitana che stantuffa sui binari di Betty Vs. The NYPD, quella sorta di Loose umiliata dalle frustate delle veneri in pelliccia di White Jesus, il trascinante soul di Down and Out, la strisciante Cooking For Television e i groove assassini di Tales of Old New York: The Rock Box Born Bad le migliori di tutte) che riciclano all’infinito la formula del terzetto newyorkese, che è comunque ormai talmente consolidata e riconoscibile da potersi autocelebrare fino alla parodia ruffiana e vanitosa di cui Spencer è maestro.   

E così ecco lì tutti i “c’ mon” e i “get down” che vi aspettereste da uno che ha deciso di suonare Elvis mugugnando come Robert Earl Bell.

E i cani, e le galline, e tutte le altre bestiole della fattoria del rock ‘n roll.  

Che puoi sempre sperare in un mondo migliore. Ma poi ti rompi i coglioni e torni a piazzare la tenda nel peggiore.

Che è l’unico che conosci. E quello che ti fa sentire a casa tua: questo.

Quasi come uno spettro delle twin towers, ecco Jon Spencer costruire una gemella alla Freedom Tower della Blues Explosion, stavolta radunando il vecchio plotone dei Boss Hog. Un disco che, come quello, mostra una band, una città, un paese intero in mutazione. Brood X ci offre una band ormai distante anni luce da quella degli esordi, conscia delle proprie capacità, compiaciuta e compiacente. Che dopo aver gattonato nella polvere del noise più fatiscente ha imparato subito ad ancheggiare. E questo era già accaduto moltissimi anni fa, ai tempi di Whiteout. Il disco in cui la Martinez si appropriava completamente dei Boss Hog, tanto da oscurare il ruolo di Jon Spencer che anche in questo caso c’è ma non si sente (Formula X) ma anche quando c’è (Signal, diciamo. Anzi no, diciamo Rodeo Chica) non fa per nulla paura. Non ne fanno del resto neppure i restaurati Boss Hog. Suonano un po’ come dei cani randagi che hanno trovato casa, di quelli che mangiano solo croccantini e cagano piccole strisce di merda profumata. E che abbiano senza mordere, come vuole il detto.   

                                              

A 53 anni suonati Jon Spencer si ricaccia in un bel guaio rock ‘n’ roll. Stavolta simbolicamente da solo. Senza dimenticare che hits in inglese significa successi ma che, analogamente, ha valore verbale di “colpire”. E che, se può certamente verificarsi la prima ipotesi ovvero che queste canzoni diventino dei successi per il pubblico assetato di acque torbide, è certezza assoluta che Mr. Spencer su Spencer Sings the Hits colpisce con maestria. Coadiuvato da una nuova sezione ritmica (Sam Coomes dei Quasi e Mike Gard), il musicista americano si butta col mestiere, l’astuzia e l’energia di cui non ha mai peccato nell’ennesimo, riuscito lifting erotico del blues, lusingandoci con la sua lingua pelvica, come se le nostre orecchie fossero degli apparati sessuali da portare al piacere estremo, delle fiche di cartilagine da lubrificare. Il gorgoglio sensuale di Spencer (che ha in Love Handle il suo capolavoro di libido) rinnova i gorgheggi di Gene Vincent, Lux Interior e di gran parte dei feticisti radunati sotto la bandiera maculata del rock ‘n’ roll (compresi quelli del campionario già esplorato con i suoi stessi Heavy Trash, NdLYS). Una sorta di amplesso orale superamplificato in cui Jon Spencer appare così concentrato da dimenticarsi spesso di costruirci attorno  un’adeguata sovrastruttura libidinosa ed esplosiva, finendo per suonare un po’ come i “kapow” dentro i telefilm di Batman. Un’impressione che la batteria di Wilderness e Time 2 Be Bad, suonata come fossero i bastoni di un nunchaku, tende ad accentuare oltremodo.

Alla fatta dei conti pezzi come Beetle Boots, I Got the Hits o Wilderness non inventano nulla che non abbiamo già sentito dentro qualche disco di Iggy Pop. Nonostante questo continuano ad attrarci, come contenessero nel loro nucleo il magnete eterno del rock ‘n’ roll. O quell’altro magnete che è biologicamente assimilabile al rock ‘n’ roll e che ne identifica la sua versione carnale.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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GRANT-LEE PHILLIPS – Widdershins (Yep Roc)  

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Ho perso le tracce di Grant-Lee Phillips una decina di anni fa. Per mia disattenzione, non per suo dolo. Ma qualche giorno fa ho fatto capolino sul sito della Yep Roc, per vedere come sta una fetta di mondo, quella che sta con un piede ben saldo nella tradizione musicale americana e cerca di trascinarla sulle moderne autostrade del nuovo continente. E così mi è venuta la curiosità di sapere cosa combina l’ex leader dei Grant Lee Buffalo. E nel volgere di qualche giorno mi sono ritrovato fra le mani il suo nuovo disco. Che è il disco di un uomo vivo che tuttavia verrà per sempre ricordato come l’uomo che visse solo due anni, dal 1993 al 1994. E ascoltando Widdershins me ne rammarico un po’, ché anche io faccio parte dei farisei.

Il suo nuovo lavoro, anche prescindendo da quanto di buono o di cattivo abbia fatto in tutta la sua lunga carriera inaugurata ormai più di trenta anni fa, è appunto un disco vivo. Un disco con canzoni tutt’altro che banali come Great Acceleration, Scared Stiffs, Walk in Circles, Liberation, Totally You Gunslinger, The Wilderness, Unruly Mobs che entrano ed escono dalla grande tazza del romanzo americano, qualunque sia la tazza cui stiate pensando. Un paese in cui la caccia alle streghe non è mai finita e che è sempre pronto a spianare i fucili per imporre o difendere una qualche forma di libertà, un paese che ha avuto il coraggio di eleggere un personaggio dei cartoon come Presidente, cortocircuitando la sua storia con quelle di Mickey Mouse e i Simpson, un paese in cui le grandi rivoluzioni tecnologiche si impaludano in grandissimi bacini di acque stagnanti dove il tempo pare essersi fermato in una cartolina di un secolo mai sepolto del tutto, come la Nashville dove Phillips ha cercato rifugio.

Widdershins ci parla di tutto ciò e lo fa senza piangersi addosso, offrendoci un catalogo di canzoni buone anche per le nostre domeniche europee, planando su un folk-rock spazioso come le praterie di Mamma America con un garbo misurato ma non lezioso e una rabbia sempre ben gestita da una pennata appena più vigorosa.   

Grant-Lee Phillips ci dimostra di non essersi ancora trasformato in un mezzo-busto di marmo. Non molti sono riusciti a dissimulare questa pretesa. Non moltissimi si sono salvati da questo destino.

Neppure il Mickey Rourke cui Grant-Lee somiglia tanto sulla copertina.

Neppure molti di noi.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro