MY MIDNIGHT CREEPS – Histamin (EMI)  

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Se nella musica dei Ricochets il blues imbrattato di punk era rimasta poco più che una tentazione, nel nuovo gruppo messo su assieme a Robert Burås dei Madrugada, Alex Kloster-Jensen cede completamente a quella lusinga realizzando prima un disco imperfetto e poi un abominevole leviatano come Histamin dove i My Midnight Creeps suonano come dei pistoleri finiti nel deserto sbagliato, ora alzando nuvole di polvere che coprono l’orizzonte boreale, come su Kitchie Kitchie Ki Me O (Everything’s Gone Wrong), Don’t Let ‘em Bring You Down ebbre della stessa elettricità dei Crazy Horse, ora incalzando il nemico fino a tendergli un’imboscata dentro i cerchi di tamburi dei powwow di Violet e One Last Dance oppure contorcendosi in sabba stoogesiani come quelli di Shakin’ Off My Demons o Speaking in Tongues tentando di schiacciare la testa al serpente come se quel deserto si fosse trasformato nell’aspra radura dello Yeshimon o, ancora, cercando di sedurlo con un lungo rito voodoo come I’ll Let the Light Shine on You in cui sembra di sentire Ry Cooder farsi scivolare tra le dita un qualsiasi brano di Sonic Boom. Fino a fregarlo iniettandogli più veleno di quanto la sua striscia di carne squamosa possa sopportare.

A chi avesse nostalgia dei Ricochets e in generale di tutto quel garage ‘n roll scandinavo di stampo Flaming Sideburns, Histamin offre una cosa come Shot by the Blues che suona come se lo sleaze rock californiano avesse trovato una seconda patria nel Nord Europa e ci avesse fatto dimora.

Per tutti gli altri, gli hobo men che non ne hanno trovata ancora una, questo disco può rappresentare un ispido giaciglio dove sostare senza paura di essere colti dal sonno improvviso o da un improvvido nemico.        

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ROWLAND S. HOWARD – Pop Crimes (Liberation)  

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Quando Rowland S. Howard si mette al lavoro per il suo secondo disco solista ha il fegato in pappa e la faccia verde come una vecchia, stropicciata banconota da due dollari fuori corso, tanto da dover camuffare lo scatto di copertina con un colore innaturale e “pop”.

Si è ammalato dello stesso male della sua musica e non sa se il tempo che gli rimane gli consentirà di subire il trapianto per cui è in lista di attesa. Ma vuole fare di tutto perché gli consenta almeno di completare un nuovo disco. La sua seconda volontà verrà soddisfatta consentendogli di stringere in mano il suo secondo album solista per due mesi, prima che la morte lo trascini via il 30 Dicembre dello stesso anno. Come per quello di dieci anni prima, ci sono Mick Harvey e Brian Hooper alle macchine, più il rumorista John Brooks dei Blackeyed Susans e la cantante degli HTRK Jonnine Standish impegnata nel duetto di apertura, quello che per la seconda volta, dopo i Waterboys, ci parla di una ragazza di nome Johnny.  

Rowland ci lascia addobbando un albero di Natale senza luci festose mentre suona un disco dei Talk Talk che penetra nel suo cervello come un mantra proprio quando Mark Hollis canta “la vita è quel che ne fai, non puoi sfuggire. La vita è quel che ne fai, non guardare indietro”. E Rowland sa che alla fine quel veleno di cui ha cantato si è liberato nel suo corpo fino ad inquinarne la linfa rendendola simile al fiele.

E se si pizzica la carne, di quel veleno ne stilla ancora qualche goccia mista a sangue, che è il calamaio in cui intinge il plettro di quel quadro decadente di Pop Crimes.

Scuro e denso, con le lampade fioche ad illuminare una veglia natalizia che quest’anno è un’attesa di morte anziché una profezia di nascita.

L’asino zoppica come un’anima storpia mentre si inerpica per i sentieri polverosi del Golgota. 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THROWING MUSES – Sun Racket (Fire)  

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I Dream Syndicate, gli Psychedelic Furs, i Rage Against the Machine, gli X, le Bikini Kill, i Supergrass, gli Uzeda, i Pixies, i Cure, i Pavement, i Bauhaus, Al Bano & Romina. Sembra l’estate dell’86 o l’autunno del ’94 e invece siamo a cavallo tra i primi due decenni del XXI Secolo.

A fare ulteriore confusione arrivano adesso i Throwing Muses, con la Hersh ormai unica quota rosa del gruppo, a pubblicare il loro decimo album, primo per la Fire Records che di Kristin aveva pubblicato due anni fa l’ottimo Possible Dust Clouds.

Non vi inganni il nuovo titolo, perché di nuvole gravi è pieno anche questo Sun Racket, con la band che si infila dentro il budello blues (Frosting) o che intona una cavalcata country per cavalli cionchi come Kay Catherine, che striscia ansimante dentro i canali di ventilazione della piscina di PJ Harvey (Upstairs Dan, bellissima)  o che si concede un raro momento di gioia collettiva (Bywater), che si gingilla con le sorprese dell’Happy Meal (Milk at McDonald’s), che inzuppa le dita nel latte rancido della tazza della Magic Band di Capitan Cuoredimanzo (St Charles) o che si concede un attimo di pausa per guardare una puntata de La Casa de Papel (Maria Laguna).

Proiettando un’ombra curva sul pavimento dissestato ovunque vada.

E in quell’ombra noi riconosciamo un po’ loro e un po’ noi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PORRIDGE RADIO – Every Bad (Secretly Canadian)  

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Ci eravamo lasciati più di due anni fa con un singoletto natalizio pieno di campanelline. Poi i/le Porridge Radio hanno saltato a pie’ pari il 2018 e il 2019 per ripresentarsi adesso con il secondo album, a quattro anni dal debutto Rice, Pasta and Other Fillers. Bello come il primo se non di più. Se non li/le avete mai ascoltati/e pensate ad una specie di versione da cameretta dei primi Cranberries o ad una PJ Harvey meno funesta, con gli spigoli tutti arrotondati (siamo pur sempre in una cameretta, NdLYS) così da creare una comfort zone vagamente shoegaze (la meraviglia Lilac, con le sue folate di chitarra, le tastiere oniriche e il passo felpato oppure Pop Song che sono i Cocteau Twins senza Cocteau Twins) che sfrutta la ripetitività come elemento caratterizzante sin dall’iniziale Born Confused con la sua lunghissima coda di “Thank you for making me happy” portata fino allo sfinimento fino alla conclusiva “There’s nothing inside” di Homecoming Song, passando attraverso quell’”you’re wasting my time” di Long.

Se le Savages sono i Banshees degli anni ’20, i/le Porridge Radio possono candidarsi a diventare i nuovi Easy Cure, quando anche Robert Smith stava infilato in cameretta a scarabocchiare sui muri.  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

CONCRETE BLONDE – Bloodletting (I.R.S.)

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I Concrete Blonde furono i Pretenders americani. Johnette Napolitano, la Chrissie Hynde della California. Vendendo però un numero infinitamente più basso di dischi e raccogliendo solo qualche consenso fra i colleghi, tra le cui schiere i Concrete Blonde nutrono di una stima incondizionata, tanto che gente come Steve Wynn, Peter Buck, John Keane, Ann Dorsey e Andy Prieboy offrono i loro servigi su Bloodletting, il disco che aggiunge un tono gotico sui generis al consueto power-rock del gruppo californiano.

Storie di vampiri e di giardini dai frutti velenosi direttamente ispirate ai Vampire Chronicles di Anne Rice ma anche storie di morte e di sofferenza reale (come quella di Tomorrow, Wendy) sono il tema conduttore del terzo album della band che però cede alla tentazione di colorarsi di rosso splatter solo in parte, resistendo alla lusinga con un wall-of-sound sempre poderoso e fin troppo brillante, facendo di Bloodletting un capolavoro goth mancato nonostante canzoni come Bloodletting, Caroline, Darkening of the Night, Lullabye, I Don’t Need a Hero, Tomorrow, Wendy si mostrino capaci di svelare il loro cuore di tenebra.

Bloodletting ci ricorda che il nostro cuore ha la forma di una Luna. E che come la Luna, ha sempre una faccia ben nascosta. Ancora più buia quando l’altra si mostra splendente all’occhio altrui.

C’è sempre un diavolo ad aspettarci, quando la fede in Dio è sfumata. La fede nel male è sempre possibile.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SLIM – Landing on Venus (Suiteside)

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Sono un terzetto cresciuto all’ombra della Torre degli Asinelli i titolari della seconda uscita Suiteside.

Si chiamano Slim e sono un gruppo di rock ‘n’ roll moderno, fortemente intriso di blue s e garage ‘n roll ma allo stesso tempo piegato alle esacerbate lacerazioni del noise. Ed è soprattutto l’equilibrio tra le forme, le radici da una parte e la capacità di filtrarle secondo un’estetica rumori dall’altra a colpire l’ascolto. Il rock ‘n’ roll mantiene intatta la sua carica erotica, esaltata dall’impasto catramoso delle chitarre di Carlo e Luisella (ex-Cut e Barbie’s Dead), non viene incenerito ne’ massacrato ma reso teso e vibrante, materia viva, lucida, abrasiva, polmoni che si aprono e poi si richiudono come soffocati da una esalazione di polveri di fumo, anche se spesso il tono della voce di Carlo tende a “schiacciare” l’impatto sonico pilotandolo con mano troppo ferma e sicura anche laddove bisognerebbe rischiare la manovra pericolosa, lo speronamento azzardato. Se sapranno sviluppare alcune intuizioni che sembrano sedimentare in fase embrionale lungo il disco (l’intro mohicana di Mexican Cafè, l’avvolgente climax di D@b Pigs, il devastante esplodere di feedback e fiati free dell’immensa title track) trasformandole nell’ossatura del loro prossimo lavoro, avremo fra le mani un gruppo capace di far tremare i palazzi e creare voragini. Diamo loro tempo e fiducia.

 

                                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Chicago, IlliNOISE

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I Jesus Lizard sono stati IL GRUPPO degli anni Novanta. Nervosi, spiritati, catastrofici, taglienti, claustrofobici. Portarono il “noise” (ve lo ricordate ancora? O vi siete addormentati definitivamente dopo l’ennesimo ascolto dei solfeggi post dei Mogwai? NdLYS) al suo apice. Lo spinsero su, percorrendo le pareti scoscese del rumore, su su, in alto, fino a lasciarlo in bilico sul baratro, in una situazione da catastrofe imminente. Erano questo, i Jesus Lizard, prima che un disastroso contratto con la Capitol li ammansisse fino a ridurli alla parodia del loro stesso furore. Lo scioglimento che ne seguì fu l’emblema di un collasso che avrebbe affondato un’intera scena di massacratori del rumore. 

 

Il corpo deforme e bitorzoluto del Cristo Lucertola fa capolino sull’ecografia di Pure prima che chiudano le paratoie degli anni Ottanta. Un mini-lp di appena un quarto d’ora dove stridori di chitarra vengono pressati fra grugniti animali e una batteria elettronica dall’impronta industrial, in una sorta di incesto tra i Sonic Youth e gli Einstürzende Neubauten.

Pure mette in scena un suono massacrante e sfigurato che verrà abilmente condotto da Steve Albini nelle fogne metropolitane degli anni Novanta fino a farne la Treccani del noise-rock americano.

Un gigantesco coleottero sviluppatosi tra le macerie del post-core dei Flipper e dei Big Black e delle implosioni rumoriste di Glenn Branca. Rumore parossistico che squarcia il petto dell’America e ne tira fuori chilometri di viscere putrescenti e sanguinolente, le stesse che soffocheranno Kurt Cobain. Una visione antitetica a quella dell’altra band “chiave” del hardcore dei ’90, ovvero i Fugazi, priva di qualunque redenzione e totalmente diseducata al bello.

Un annichilente e reiterato stupro alla salma del rock.

L’ultimo abominio consentito.

 

Il corpo sonoro dei Jesus Lizard prende forma come il David sotto il maglio di Michelangelo, acquisendo consapevolezza di se stesso dopo essere stato partorito con dolore da un blocco di marmo. 

Head ne rappresenta la testa, ovviamente. Dimora del discernimento e del calcolo freddo e razionale. Dopo il tracciato di Pure, il feto con la pelle di coccodrillo è pronto per porgere il suo vagito al mondo. 

Head è la marcatura a fuoco sulla carne di manzo degli anni Novanta. Il ferro rovente con cui i Jesus Lizard impongono il loro stile sul decennio che verrà invece ricordato per la segatura di metallo del grunge.

È David Yow a calarsi nella parte del bovino, rantolando e muggendo sotto la marchiatura della chitarra di Duane Devison e contorcendosi fra l’incudine e il martello che sono serviti a forgiare quel timbro a forma di lucertola.

Head è disco di inaudita barbarie.

Elogio della deformità e della sevizia che sfigura, maschera di ferro che si cala sul viso pulito degli anni Ottanta e li trasforma in una orribile macchina di mutilazione e tortura.

Come dei monarchi accecati dalla brama di potere i Jesus Lizard impongono il loro clima di terrore pur essendo, fondamentalmente, dei Restauratori. Se infatti il noise del decennio precedente aveva in qualche modo fatto delegittimato il riff chitarristico dal ruolo di imperatore sovrano, i Jesus Lizard lo rimettono al centro dell’impero rock, concedendogli il lusso di un trono. Che poi Devison preferisca costruirli usando una smerigliatrice piuttosto che una classica sei corde, cancellando ogni idea di assolo e qualsiasi esercizio onanistico di bending, è del tutto marginale a livello concettuale anche se è nodale ai fini della definizione del suono della band di Chicago, grezzo e prismatico allo stesso tempo.

Benvenuti negli anni Novanta, dove nulla di quello che vedete è vero e niente è dominato dall’amore.

 

Un autentico rigurgito di fiele.

Goat è la raffigurazione Gigeriana dell’abominevole mondo dei Jesus Lizard.  

Un disco dove ogni raccapriccio, ogni fobia, ogni perversione trova una sua rappresentazione fedele nell’orrore e nel godimento sadico che ne deriva.

Il rantolo psicopatico di David Yow, le chitarre invasive di Duane Denison e il martoriante picchiare di Sims e McNeilly creano un universo angoscioso che deve essere simile alle urla strazianti e al percuotere sulle sbarre provenienti dalle camere di isolamento di un ospedale psichiatrico.

Ascoltare Goat è come essere intrappolati nei corridoi su cui quelle prigioni per maniaci seriali si affacciano.  

Si può sentire il proprio corpo annaspare, avvertire tutto l’affanno della paura indotta dalla claustrofobia. Sentirne tutto lo sgomento.

Qualcuno pare stia rivettando il corpo di Cristo su una qualche nuova croce di acciaio e piombo.

Potremmo essere noi.

   

Come il rumore di un gatto a nove code. Come una fustigazione.

Liar porta a compimento il devastante progetto dei Jesus Lizard dandogli la forma di un supplizio definitivo, di uno straziante rosario di umiliazione e dolore.

La chitarra di Duane Denison è una lamiera che si torce dentro le budella di David Yow costringendolo a mugugnare come un animale dilaniato dal dolore (Slave Ship). La musica dei Jesus Lizard è il suono di una tortura, il suono di una scabrosa prostrazione all’angoscia fisica.

David Yow è il cane di I Wanna Be Your Dog, il maiale del doppio bianco dei Beatles, il feto che si tormenta dentro le viscere di Sharon Tate di un 9 Agosto 1969 che annienta il sogno dell’amore universale con una spugna imbevuta nell’odio e nella follia. Anche i Jesus Lizard scrivono col sangue sul muro.

Parole di quattro lettere. Come dei serial killer ossessionati dalla qabbaláh.

Stavolta tocca a Liar: bugiardo.

Quattro, come il numero atomico del berillio.

Un acciaio fragile e tenace che provoca il cancro, come la musica della band di Chicago, il più alto agente cancerogeno della musica indipendente americana degli anni Novanta. Chi lo ingerì allora, non ha più reagito ad alcuna terapia chemioterapica.

 

La sferzante idiosincrasia dei Jesus Lizard non sembra conoscere battute d’arresto ne’ tantomeno concede tempo per qualsiasi tipo di convalescenza. Down rappresenta il quinto capolavoro in cinque anni di produzione. Sul palco e in studio la band di Chicago sembra lavorare con fierezza fino allo sfinimento, con lo stakanovismo di un operaio maoista.

Una rigorosa concentrazione sull’elemento canzone simile a quella del dio Vulcano sulla sua incudine che porta a forgiare forme sempre nuove e sempre robustissime di noise-rock brutale e ieratico.

L’iniziale Fly on the Wall rende musicalmente l’idea di vertigine e di voragine che la bella illustrazione di Malcolm Bucknall trasmette visivamente. Le chitarre che si stendono da subito sul rotolante giro ritmico sembrano un vischioso strato di muschio che rende indeciso fino al cedimento definitivo il passo su quelle rocce che molto probabilmente hanno occupato la diapositiva immediatamente precedente a quello scatto di copertina.

Poi, è il solito campionario di nefandezze. Stavolta però “distorte” da una visione meno iconoclasta. Come se le spire del motore Jesus Lizard si distanziassero per lasciare passare piccoli spifferi d’aria. La musica si fa leggermente più cinematografica, tridimensionale, anamorfica. L’approccio si fa spesso meno aggressivo, più ragionato e articolato e, addirittura, distensivo (HorseElegy) nonostante non manchino bordate di rumore aberrante (MistletoeDin, il garage mutogeno di The Best Parts). Si indugia meno sul voltastomaco e il rigurgito marcio che ne viene. Ma i Jesus Lizard di Head continuano a detenere il loro primato tra gli sfregiati degli anni Novanta.

        

La prima four-letters word che i Jesus Lizard vomitano sulla scrivania della Capitol è Shot.

E viene dopo le PureHeadGoatLiarDown riservate alla Touch and Go.

Nonostante i conati di vomito di David Yow siano adesso più controllati e trattenuti (Mailman Too Bad About the Fire sarebbero state impensabili solo due anni prima) e malgrado Albini abbia abiurato dal banco regia, Shot rimane un album potente e sporco. Ma, per la prima volta nella storia dei Lizard, GRADEVOLE.

Il suono, pur abrasivo, è meno disordinato e scomposto (Trephination), più adatto al palato finto-alternativo del grosso pubblico che ha inghiottito Nevermind e che ha inconsapevolmente distrutto la scena indipendente americana degli anni Novanta, adesso imbellettata e vestita a festa dalle major di turno.

La furia dei vecchi dischi sembra ammansita, impomatata, laccata e l’istinto ferino rabbonito, rieducato al garbo. Non oso pensare a cosa sarebbero state ThumperBlue ShotChurl Skull of a German ai tempi delle guerre puniche di Goat Liar.

Mi tocca immaginarle sgraziate, coperte di cisti e di pustole infette e costretto a vederle indossare il bikini cercando di apparire seducenti. Mi tocca sentire gli assoli  di Now Then Too Bad About the Fire e maledire il giorno che l’indie rock si illuse di poter dominare il mondo.

 

Non Blues ma Blue. Tenendo fede alla fissa della band per i termini bisillabici, la storia dei Jesus Lizard si chiude in tristezza. Nell’ultimo tassello sequenziale del puzzle del gruppo di Chicago poco, pochissimo, rimane del genio folle che ne ha caratterizzato l’intera produzione. Il tentativo di Andy Gill chiamato a rinnovare il sound spingendolo verso derive industrial e dub fallisce miseramente e i pochi sussulti si avvertono quando il vecchio ruggito della band sembra avere la meglio (A Tale of Two WomenPostcoital Glow) anche se la batteria di Jim Kamball non è più quella di Mac McNeilly e il canto di David Yow quando non sembra una bruttissima copia del vecchio guaito cerca di modulare delle armonie che sembrano rubate a un disco dei Gene Loves Jezebel (Happy SnakesHorse Doctor Man).  

Il canto del cigno non è quell’urlo ferale che ci si aspettava ora che sta per essere sgozzato e i Jesus Lizard chiudono la loro storia suonando come i Public Image o i Gang of Four di venti anni prima. Chiudendo il cerchio e l’officina.

   

Bang (quattro lettere, ancora e per l’ultima volta), raccolta postuma e violentissima pubblicata dalla Touch and Go, è l’epitaffio più congeniale per un gruppo estremo come quello di David Yow. Uno sparo. Anzi, tanti spari quanto sono quelli raccolti dalla Touch and Go per salutare il commiato del Cristo Lucertola. In mezzo a singoli, inediti e tracce live, lampeggia il genio folle di un gruppo che ha saputo far scoppiare il rock comprimendolo dapprima in un minimalismo sofferente per poi farlo sprigionare in un’eruzione catartica terrificante.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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JIM JONES – Warewolf of London

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Un debutto dal vivo, come quello degli MC5 di venti anni prima.

Riff stretti stretti, come una costipazione metal-blues, proprio come quello lì.

E la parola rivoluzione che fa capolino, ancora una volta come su Kick Out the Jams. Il suono e l’immaginario estetico degli inglesi Hypnotics è in tutto e per tutto un déjà vu della Detroit a cavallo fra gli anni Sessanta e il decennio successivo, ovvero quelle stesse band cui in molti dopo la sbornia revival del garage-punk stanno adesso guardando con ammirazione e che dentro Live’r than God diventa adulazione/emulazione allo stato puro.

Cinque-canzoni-cinque infette come una siringa sporca di sangue.

Gli Hypnotics sembrano schiantarsi sulla pista del Wayne County Metropolitan Airport di Detroit senza neppure tentare un atterraggio di fortuna. Le lamiere raggiungono una temperatura da altoforno, i fumi esalano, saturi, fino a coprire il cielo.


È l’Inghilterra e sembra il Michigan.

L’ipnosi è riuscita.

 

La foto di copertina di Come Down Heavy sembra uno scarto dai provini di Ed Caraeff per la cover di Fun House. Gli Hypnotics, come gli Stooges venti anni prima, sono bellissimi e maledetti.

Infilarsi dentro questi solchi significa trovarsi nelle strade della Detroit folle di Stooges, MC5, Death, Frijid Pink, Amboy Dukes, Frost.

Blues sfigurato dai volumi altissimi e da distorsioni talmente violente da renderlo deforme, come avevano già fatto nel Michigan ma come avevano pure intuito Hendrix, i Blue Cheer e i New Yardbirds. Se ne accorgono prima Phil May e Dick Taylor dei Pretty Things che accompagnano la band su Bleeding Heart, poi tutti gli altri: Thee Hypnotics sono la cosa più pesante e vicina allo spirito fracassone del rock ‘n’ roll partorita da Albione in quegli anni. Una roba che mette soggezione ancora oggi.


Che disco strepitoso, Soul, Glitter & Sin. Così distante dal vortice stoogesiano dei primi Hypnotics e così cinematico che non a tutti piacque, quando venne pubblicato. Come se Jim Jones e compagni avessero tradito chissà quale promessa, senza che ne avessero mai fatta alcuna. Un disco che, senza rinnegare la forza d’urto del vecchio suono della band (la smerigliatrice di Shakedown sulla quale i lampi dei fiati sembrano evocare i vecchi filmati di Batman, The Big FixPoint Blank MysterySoul Accelerator una sorta di provino di tutto lo space-rock che verrà) si apre a soluzioni diverse offrendo un vastissimo campionario di emozioni che non sono soltanto quelle di un rock ‘n’ roll sguaiato e ultrarumoroso. Le strutture si diradano tirando fuori pezzi atmosferici e Cooderiani come Kissed by the Flames o Cold Blooded Love o pigri stomp noir come Black River Shuffle o Samedi’s Cookbook figli di una sbornia oppiacea che farà scuola (ispirando ad esempio gli Spiritualized più di quanto non abbiano fatto gli Spacemen 3 stessi) per concludersi con due alticce garage-songs come Don’t Let It Get You Down e Coast to Coast che sembrano incrociare i Primal Scream con le nuvole metalliche dei Flaming Lips, senza che nessuno se ne accorgesse, troppo attenti a cercare di capire perché gli Hypnotics avessero deciso di litigare con lo zio Iggy.

 

The Very Crystal Speed Machine. Ovvero di quando Chris Robinson tentò, riuscendoci, di fare degli Hypnotics la versione inglese dei Black Crowes.

Per arrivare al risultato Chris pensò di curare direttamente la produzione e di mettere a fianco della band due corvi in carne e piume. Cosicché brani come If the Good Lord Loves YouCaroline Inside Out e Goodbye sembrano proprio delle outtakes da Amorica., ovvero il più sbiadito dei dischi dei Crowes. Il vecchio suono della band, quello paradossalmente più americano e legato a doppia mandata con il rumore di Stooges, MC5 e Blue Cheer fatica ad uscire fuori in pezzi come Keep Rollin’ On e Heavy Liquid (titolo poi usato proprio per un cofanetto degli Stooges, NdLYS), quasi incapace di mostrare quella cattiveria primordiale che aveva influenzato suo malgrado legioni di futuri grungers e di musicisti stoner.

O forse soltanto troppo attenta a non scontentare chi aveva voluto tirarli fuori dall’oblio cui erano destinati per portarli, in buona fede, all’obitorio.

Jim Jones continua a guardare l’America dal suo alloggio in Camden Town.

Infilato quasi senza clamore fra le avventure degli Hypnotics e quelle della Jim Jones Revue, Emperor Deb dei Black Moses è uno dei più bei dischi su cui il cantante e chitarrista inglese abbia mai messo mano. Autentica polvere elettrica per la quale il buon Beppe Badino farebbe man bassa di tutti gli aggettivi della sua cartucciera per descriverne il potere scorticante. Black Moses sono un power-trio (con Jones sono della partita Graeme Flyint dei Penthouse e il batterista Chuck B.) capace di accendere folgorazioni cariche di flashbacks Hendrixiani e Stoogesiani. Psichedelia ultra pesante investita da impetuose onde fuzz e vicina a certe violenti escursioni care ai Blue Cheer, agli stessi Hypnotics e ai Mudhoney dei primi due dischi.


L’impatto bruciante del singolo di debutto Eye On You, una scossa elettrica che ti tramortisce i sensi con le sue scariche di distorsioni vintage che riprende certi sbrodolamenti stoogesiani già cari agli stessi Hypnotics imbastendoli su un potente lavorìo di riferimenti seventies, è in parte mitigato dalla presenza di ballate sporche e crespose come Slow MamaStrange Life e Yr Friend ma Emperor Deb mantiene in pieno le promesse di quel 7 pollici.

Suoni assolutamente vintage e un odore di valvole Mesaboogie devastante.
ew! Improved! Black Moses!

Avete presente tutto il rawk ‘n’ roll con cui la Scandinavia si è riempita la bocca e le tasche per un decennio? Bene, tutta quella roba lì viene spazzata via dai Black Moses di Royal Stink. Disco cazzutissimo che si muove sulle stesse coordinate di band come Hellacopters, Gluecifer e Flaming Sideburns e sui loro modelli ispiratori e che se fosse uscito per una etichetta come la White Jazz farebbe gridare al miracolo stuoli di giornalisti che invece lo liquideranno con le poche righe con cui hanno liquidato dei Black Moses anche il disco di debutto da cui questo nuovo album si differenzia per un approccio leggermente più “heavy” senza mai sconfinare nel cattivo gusto.

Però sentite cosa fanno le chitarre su Thru You dove si innestano su un boogie alla Down on the Street saettando l’una contro l’altra.

Oppure ancora come cercano di domare i watt sul pezzo che intitola il disco e come strisciano sporche negli sleaze rock di Can’t Breath, Baj e She Got tha Moves.


O se avete voglia di sguazzare nel fango grugnendo come maiali, fate pure qualche vasca nel catrame di Better Believe mentre Jones indossa le vesti del Mosè Nero. Poi tornate qua e fatemi vedere come vi siete conciati.


Un disco che vi mette a soqquadro la casa, Royal Stink. Approfittando della vostra fede.



Jim Jones è un cane bastardo.

Uno che ha scopato con gli spiriti e respirato la condensa dentro i cellophane dei vinili di Stooges, Blue Cheer e Sonics. Con gli Hypnotics prima, con i Black Moses dopo. È ora la volta della sua band più rock ‘n’ roll.


Rock ‘n’ roll marcio per la precisione. Si chiamano Jim Jones Revue e debuttano con un disco omonimo.


Ricordate i Sonics che a Tacoma polverizzavano gli standard di Little Richard o gli Stones che seppellivano il blues dentro le quattro facciate di Exile on Main St.? Ecco, siamo lì. Il feedback degli Hypnotics è definitivamente evaporato e ora Jim gioca con un boogie feroce e massacrante spalleggiato dal picchiettio honky tonk di Elliot Mortimer, un londinese che sfascia il suo piano e ripara quello degli altri, sulla St. Margarets Road di Twickenham.

Fish 2 Fry è l’incontro definitivo tra gli Stray Cats e i Count Five: teddy boys e ragazzini psicotici che abusano di uno standard hillbilly.

Who‘s Got Mine è Northwest-punk suonato dalla gang di Arancia Meccanica dopo uno stupro di branco.

Cement Mixer è uno stomp coperto dalle bave di Jon Spencer e dell’Iguana.


Iggy Pop è Dio. Lemmy è Dio. Jim Jones è Dio.


Il concetto di volume non esiste. È come lo Yeti o la Befana. Mostri inventati per zittire i bambini e illuderli che il cattivo, il male, l’abominevole, sta altrove.

La Jim Jones Revue non controlla il gain, la Jim Jones Revue ficca i jack dentro i pertugi di un quattropiste, alza tutto e suona. Non ama i preliminari. Non porge fiori e baci perugina ma ti violenta le orecchie e ti fa sciogliere il cerume.

Ed è qui per salvarvi l’anima atrofizzata da troppi dischi che suonano come quei raduni proto-evangelici dove tutti si tengono per mano e fanno il saluto al sole dopo aver raccolto margheritine per i campi.

Dentro l’orinale di Here to Save Your Soul trovate le ghigliottine rock ‘n’ roll dei loro primi tre micidiali singoli e due pezzi nuovi di zecca: Burning Your House Down è uno stopposo blues che tira davvero giù il soffitto, lacerato da una chitarra cafona e dagli zampilli alcolici del piano di Elliot Mortimer, Elemental è uno scolo di scorie punk/blues nauseabonde colate giù dalle taniche di Controversial Negro. Un impatto ecologico devastante.

 

Jim Jones è il Jon Spencer inglese. I Revue, la sua Explosion.

Burning Your House Down invece è l’ennesima fellatio al membro ormai rattrappito del rock ‘n’ roll.

Ora che vi hanno fatto credere sia definitivamente morto e vi hanno obbligato a circondarvi di musiche buone per la vendemmia, adesso che vi hanno detto che il meglio da prendere era stato già preso, Jim Jones torna a sputarvi in faccia con un disco che mette assieme sessanta anni di musica morbosa e debosciata: Jerry Lee Lewis, MC5, Bunker Hill, Stooges, Sonics, Birthday Party, Pussy Galore, Stones, Esquerita.

Tempo di tirar giù le tapparelle e mandare a letto i bambini.


Altro che avanguardie canadesi e disco-wave.

La musica della Revue è un fiotto di sperma di Elvis e non conosce le buone maniere. I volumi rimangono eccessivi, l’aria satura di un’elettricità annichilente, il frastuono smisurato. Come se Jerry Lee Lewis suonasse l’intera scaletta di Raw Power al funerale di Lux Interior.


Per tre anni, su Rumore, la Jim Jones Revue fu esclusiva mia. Poi quando lo stato maggiore si presentò con la museruola, io lasciai il canile e diedero una ripulita a tutto. Non so dunque se qualcuno da quelle parti si sia voluto imbrattare il vestito e le scarpe di smalto con The Savage Heart ma è probabile che si, visto che nel frattempo i dischi della band di Jim Jones erano distribuiti da uno che su quel giornale ci scriveva, anche se sotto falso nome.

Ma delle due label, è la Punk Rock Blues quella col nome giusto, ancora una volta.  Titolo e foto di copertina, svelano il resto: Jim Jones è il cuore selvaggio d’Inghilterra, il Jerry Lee Lewis dell’era post-industriale. The Savage Heart non cede di un passo sulla sfrontatezza del quintetto, anche se c’è qualche passo più meditato ma non meno incerto (In and Out of Harm’s Way, Eagle Eye Ball, Midnight Oceans & the Savage Heart).


Le armi sono sempre ben spianate, anche se adesso ogni colpo è ben ponderato.

La Revue cammina come un branco di lupi rinsecchiti e incattiviti dal digiuno. Forse fareste meglio ad indossare il vestito buono pure voi e confondervi con i buoni cristiani, recitando le preghiere prima di ogni pasto e cacciando via gli infedeli.



Dopo gli Hypnotics, i Black Moses e la Revue, ecco Mr. Jim Jones di nuovo al debutto. Ancora una volta con un disco pronto a tirarvi la sedia da sotto il culo e sfasciarvela in testa. Uno che ha ancora fra i suoi dieci dischi preferiti quelli di Stooges, MC5, Jerry Lee Lewis, Sly Stone, Tom Waits, dei Cramps e le storiche registrazioni di Alan Lomax difficilmente può sbagliare. E infatti con Supernatural non sbaglia.

Il nuovo progetto ha, rispetto ai precedenti, una maggior influenza gotica e noir che caratterizza canzoni spettrali come Shallow Grave e Everybody But Me e che si riversa copiosa dalle copertine così come dai tre video fin qui realizzati dalla band ma i nodi con le precedenze esperienze musicali di Jim Jones non sono stati affatto sciolti o recisi. Gli Stooges e il boogie-rock del Killer sono la base acida dentro cui vengono disciolte canzonacce sbronze come DreamBase Is Loaded Something’s Gonna Get Its Hands On You mentre canzoni come No FoolAldecide o Till It’s All Gone perseverano a sfangare nel gusto peccaminoso del blues assordante e ferroso dei Grinderman. Super Natural conferma la caratura di Jim Jones, la sua grande capacità di rinnovarsi senza mai tradire la fede nel rock ‘n’ roll più abbietto ed esagerato per pose e volumi. Daccene ancora, Lord Jim.



Da vecchio fanatico degli Stones ho cominciato l’ascolto a rovescio, curioso di sentire al lavoro la Gibson Hummingbird di Keith Richards manovrata da Alan Clayton dei Dirty Strangers sulla conclusiva Shazam.

Quello di Alan non è l’unico “guest” del secondo album di Jones con i suoi Righteous Mind ma è ovviamente quello che incuriosisce di più chi, come me, ha amato alla follia un disco come Exile on Main St.

E il pezzo una roba assolutamente fantastica piena di decadente e sozzo rock ‘n’ roll anni Settanta. Del tipo che Iggy Pop praticava con James Williamson quando tutti lo davano per spacciato, per capirci. Del tipo, ancora, che se Jones avesse fatto fuori un disco di questo tenore saremmo davanti al capolavoro.


(S)fortunatamente non lo fa e CollectiV sfuma spesso in una sorta di gotico tarantiniano a metà fra Chris Isaak e Ry Cooder (Going There Anyway, Dark Secrets, Meth Church), nelle consuete canzoni storpie da bucaniere a lui tanto care come Satan’s Got His Heart Set on You e Out Align o si accende addirittura di flashback delle sue vite passate (vedere alla voce Hypnotics e Black Moses) con pezzi come Attack of the Killer Brainz, il gospel bruciato dal fuzz di I Found a Love e la stramba O Genie con cui il buon Jim Jones avanza ipotesi evolutive sul genere, senza tuttavia trovarne una degna di poter fare ipoteche sul futuro.

Dal funambolico performer inglese che finora non ha quasi mai sbagliato un colpo e dalle fiamme sprigionate dal singolo Sex Robot mi sarei aspettato onestamente molto di più e CollectiV mi suona un po’ come una bella occasione sprecata. Come quando inviti qualcuno “per un caffè”. E bevi solo il caffè.   


Franco “Lys” Dimauro

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THE RACONTEURS – Broken Boy Soldiers (XL Recordings)  

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Quando nel 2003 i White Stripes scelsero una cover di Good to Me di Brendan Benson come retro per il loro singolo di maggior successo, nessuno avrebbe immaginato che quell’atto d’amore si sarebbe trasformato in una “relazione” artistica. Eppure, eccoli qua: Jack White e Brendan Benson fianco a fianco in questo nuovo progetto chiamato Raconteurs, cercando di adattarsi l’uno nei vestiti dell’altro. L’album che ne viene fuori è un disco che beneficerà di grandissimo battage proprio in virtù della presenza di White che fa da garante per quello che è in realtà un capolavoro di modeste dimensioni.

Pescando un po’ dove cazzo gli pare (dal blues, dal glam rock, da Elton John, dai Beatles, dal prog, dal power-pop) i Raconteurs mettono in piedi un album di sicuro appeal per le nuove generazioni ma un po’ stantio per quanti di cerchi di vinile ne hanno consumati quanti e più degli autori (basti già l’inaugurale Steady, As She Goes, furbetto singolo da classifica alternative che in realtà è un collage Picassiano tra Is She Really Going Out with Him? di Joe Jackson e California Dreamin’ dei Mamas and Papas o l’apatica ballata Together che in realtà suona come un mash-up tra il passo vellutato del Lennon newyorkese e la melodia di Rocket Man di Elton John).

Per carità, nulla di grave. Ci sono fior fiori di musicisti che hanno costruito un’intera carriera su questo meccanismo (Lenny Kravitz in America, in Italia ci facciamo bastare Zucchero Fornaciari) e di certo non metteremo i Raconteurs alla gogna per questo. Ma neppure tra i gruppi che salveremmo da una catastrofe correndo con i loro dischi sotto il braccio e rischiando di inciampare proprio su quell’ostacolo che abbiamo evitato per anni con grande destrezza.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

CRIME & THE CITY SOLUTION – American Twilight (Mute)  

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Rimettersi in strada 23 anni dopo aver smarrito la patente e dimostrare al mondo di saper ancora guidare benissimo.

Non a tutti riesce. Ma ai City Solution riesce benissimo.

E così mentre Nick Cave sembra mostrare un po’ la corda, i vecchi amici/nemici realizzano un discone torvo e cattivo come American Twilight, perfetta colonna sonora per una qualche serie crime girata in qualche periferia americana dove la messa domenicale raduna la peggior specie di criminali avvolti dietro un’aria di apparente vita timorata da Dio. Con mogli e figli al seguito e uno stuolo di mani da stringere all’atto previsto dal cerimoniale.

Pace a te fratello.

Ma pace non c’è, dentro la musica di Crime and The City Solution.

American Twilight è una mantella di pelliccia su cui le tracce del peccato si possono contare una ad una, ad occhio nudo. Un tormento analogo a quello di Jim Morrison si manifesta in tutta la sua cupa drammaticità in un capolavoro come The Colonel, austero e gotico racconto noir che si eleva a capolavoro del disco. Che è uno di quei dischi da avere a tutti i costi. Che c’è pure una madonnina da mostrare ai più cattolici dei vostri amici. Quelli che, dicevo, stringono la mano al momento convenuto. E poi con la medesima si puliscono il culo.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro