PIXIES – Beneath the Eyrie (Infectious)  

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Ormai appurato un po’ da tutti i vecchi leoni della scena alternative-rock (Dream Syndicate, Violent Femmes, Dinosaur Jr., Long Ryders e chi più ne ha più ne metta) che una volta sciolto il branco il loro ruggito non ha messo paura quasi a nessuno, ecco che dopo qualche lustro vissuto in solitaria quei leoni in parte sdentati hanno sentito l’esigenza di serrare i ranghi e rimettersi in cammino per la savana discografica (giungla, l’avremmo chiamata una volta, ma di foreste oramai ne sono rimaste ben poche, NdLYS).

I Pixies hanno tentato (con successo, come tutti gli altri, che la nostalgia è malattia dalla quale quasi mai si guarisce) questa operazione ormai sei anni fa e sono giunti ora al terzo capitolo della loro seconda vita, che provano a reinventare simile alla prima: On Graveyard Hill, Los Surfer Muertos, Long Rider, Catfish Kate o St. Nazaire ad esempio abbondano della chincaglieria che arredava dischi come Surfer Rosa o Trompe le Monde. Melodia, rumore, qualche schitarrata surf e western.

Belle, ma il rock ‘n’ roll è un po’ come il porno. E se attori e attrici hanno trent’anni di meno è meglio.

Meglio a questo punto quando i Pixies scelgono di non fare i Pixies e suonano un po’ ambigui, quasi come dei Monty Python che si divertano a prendere in giro i Blonde Redhead: This Is My Fate, Bird of Prey, In the Arms of Mrs. Mark of Cain sono insolite bizzarrie, non del tutto riuscite ma perlomeno coraggiose nel tentare il salto dal recinto.

Ma Beneath the Eyrie è anche pieno di canzoni di un pallore artistico assoluto: Silver Bullet, Daniel Boone, Ready for Love, Death Horizon torna all’idea della savana iniziale: un semideserto dove, sotto l’ombra di qualche baobab, ogni tanto il branco si ferma stremato e invece che riposare pensa sia una buona idea strimpellare una canzone. Una canzone qualsiasi. Non necessariamente una dei Pixies. Non necessariamente una che possa essere ricordata. Non necessariamente una che valesse un pubblico, per quanto nostalgico sia.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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GIRLS AGAINST BOYS – Cruise Yourself (Touch and Go)  

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Nel 1994, all’epoca di Cruise Yourself, i Girls Against Boys sono la piccola compagnia di ventura destinata a conquistare parecchie, parecchie terre sul tavolo del Risiko della musica alternativa.

All’epoca sono in giro già da un po’. Hanno fatto la cosiddetta gavetta. E non sono più delle reclute. Hanno appreso come usare le armi anche per offendere, non solo per pararsi il culo dagli attacchi nemici mentre sono nel buio fumoso del loro fortino.

Potevi trovarteli schierati davanti in formazione doppio basso/chitarra/batteria.

Oppure disposti secondo lo schema tastiera/basso/chitarra/batteria.

Ed in entrambi i casi non potevi trattenere un sussulto che si sarebbe presto trasformato in una sequenza di scatti epilettici capaci di spettinarti. A meno che non usavi il loro stesso trucco e ti impomatavi i capelli.   

Loro erano i ragazzi in perenne lotta con le donne.

Bellocci e carichi di un erotismo sensuale e virile. Tonici come la loro musica. Ma mai volgare. Mai ostentata. Sibillina, piuttosto. E anche un po’ perversa, ammiccante, audace.

Che stavolta siano arrivati per conquistare lo si capisce già dal passo risoluto di Tucked-in, con le voci dei due sergenti che si sovrappongono, impartiscono ordini, imprecano, aggrediscono. La truppa percorre uno stretto cunicolo, finché il tunnel non si apre su una palude che fuma ancora di bivacchi sonicyouthiani. È l’inizio dell’offensiva.

Cruise Your New Baby Fly Self e Kill the Sexplayer, con le loro doppie linee di basso, sono le teste di ariete usate per sfondare le mura.

Poi è un susseguirsi di attacchi psicologici, strategie d’azione e rese simulate che si chiamano [I] Don’t Got a Place, The Royal Lowdown, My Martini, Psychic Know-How, From Now On con cui i Girls Vs. Boys fanno centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di prigionieri.

Me e voi compresi.       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

SCREAMING TREES – Buzz Factory (SST)

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Come per il TIR guidato dai fratelli Gary Lee e Van Connor, se sfogliate un qualsiasi catalogo illustrato della musica rock sulla carrozzeria degli Screaming Trees troverete appiccati un sacco di adesivi: psichedelia, grunge, hard-rock, punk.  

Poi magari, aperti i portelloni, dentro ci trovate solo una gran confusione.

Perché il TIR degli Screaming Trees viaggiava lungo il confine. Raccoglieva e caricava ad ogni fermata quello che voleva. E continuava la sua marcia, mostrando il dito medio ai posti di blocco.

Per Buzz Factory si erano fermati nelle officine Reciprocal, per una messa a punto del motore. Si erano affidati alle mani di Jack Endino, il meccanico che aveva sistemato il superfuzz scassato dei Mudhoney e i coglioni di Dio che gli avevano portato i Tad. Quando ripartono, il motore ruggisce. Mastro Endino ha lasciato intatte le incrostature della carrozzeria ma ha messo tra i pistoni un fluido miracoloso. Il suono crespo e grezzo delle chitarre che si agitano inquiete su Flower Web, Subtle Poison, Where the Twain Shall Meet, Revelation Revolution, Windows, Too Far Away, Wish Bringer, Black Sun Morning, Too Far Away sembra un rigurgito acido del punk dei Wipers e del desert-rock dei Thin White Rope. A volte, come abbagliate dal lampeggiare del crybaby, sembrano andare leggermente fuori tono, ovalizzarsi attorno alle note del basso e alla splendida voce di Mark Lanegan. Poi rientrano in carreggiata.

Fino alla prossima fermata.

Fino al prossimo carico.          

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE CELIBATE RIFLES – Piranhas nella baia di Sydney

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L’Italia è un paese pigro.

Il 7 Agosto 2019, ovvero quattro giorni dopo la notizia della morte per cancro del loro leader Damien Lovelock che tanto sgomento ha generato nei social, la pagina italiana di Wikipedia dei Celibate Rifles, “gruppo musicale esponente principale della scena punk rock australiana”, appare così:

cr

No, non è una fake.

Appare proprio così.

Nessuno si è preso la briga di scrivere più di una riga sulla band di Sydney.

Ci finisco quasi per caso mentre cerco su internet notizie circa qualche eventuale ristampa. E me ne rammarico, perché è evidente che nonostante una serratissima serie di dischi e di relative recensioni entusiaste che la stampa italiana fu pronta a sottoscrivere, quel che resta dei Celibate Rifles è una memoria annoiata. Peccato, perché la band australiana era tenutaria di un eccentrico e sarcastico punk-rock già evidente dal nome che si era data, in buffa risposta alle “pistole del sesso” inglesi.

Sul campo di gioco questo si traduceva in liriche spesso cariche di sense of humour e in una musica che del punk manteneva velocità e sporcizia ma non necessariamente lo stile, infischiandosene altamente di rispettarne le limitazioni, sconfinando nel suono detroitiano quando si tratta di imbrattare tutto con dei lick chitarristici dal sapore quasi metallico. Il filone di riferimento è insomma quello dei Radio Birdman, da cui i Celibate Rifles prendono in adozione anche una chiara ammirazione per l’artigianato garage, magari leggermente inacidito. Su Sideroxylon il tentativo di non lasciarsi intrappolare dal clichè punk si ravvisa anche su ballate come Back on the Corner o Ice Blue o nei deflagranti sei minuti di God Squad che sembrano anticipare di un decennio il primo E.P. dei Monster Magnet.

Tutto un po’ acerbo, val la pena dirlo, con un amalgama sonoro non pienamente riuscito (i suoni delle chitarre sono “sovrapposti” piuttosto che fusi assieme), ma indicativo di un rock, quello australiano, che si diverte a scombinare le carte di un mazzo che ha tanti assi da non riuscire a tenerli in una mano.

Prima di mettere mano al secondo, omonimo album dei Celibate Rifles album Kent Steedman e Damien Lovelock si concedono un diversivo dando vita all’effimero progetto No Dance, assieme a Louis Tillet dei Wet Taxis e Brett Myers degli End.

Avete presente quella Just Skin che poi finirà assieme ad altri otto capolavori dentro la scaletta di Free Dirt dei Died Pretty? Ecco, è una delle cose nate in questo laboratorio acustico.

Ma nel 1984 Kent e Damien serrano le fila per tirare su il nuovo album della loro band, annunciandone l’uscita in cinque lingue diverse. Il salto di qualità rispetto al debutto, sia in fase di scrittura che in fase di pre e post-produzione è evidente, con gli strumenti che finalmente riescono a dare zampate ai visitatori, dalle gabbie in cui sembravano rinchiuse sul disco precedente.

Provate a passare davanti a Back in the Red o Kiss Me Deadly.

Tuttavia i pezzi più riusciti sono quelli dove la furia è mitigata e il suono e la voce si caricano di quel sapore di ferro liquido che caratterizza Darlinghurst Confidencial e Pretty Colours, piccole grotte di zolfo australiane dove è possibile trovare rannicchiati i corpi di Iggy Pop e Lou Reed. O il bel romanzo on the road condotto a due voci di Thank You America.

Altrove (Netherworld) quel ferro si fa arrugginito, carico di ossido.

Puntando alle tempie, i fucili celibi impongono al mondo la loro legge.

Dedicato allo sfortunato James Darroch (il bassista del disco di debutto e poi, fino alla notte del tragico incidente che se lo portò via, leader degli Eastern Dark, NdLYS), The Turgid Miasma of Existence è il disco destinato a consacrare la band australiana nel giro underground mondiale, grazie anche alla sovraesposizione che il rock australiano sta vivendo in seguito all’esplosione di Hoodoo Gurus e Died Pretty. Come molte delle band australiane, i Rifles hanno il dono di saper tagliare “trasversalmente” il rock dei due decenni precedenti andando a sporcarsi le mani con le musiche abrasive di Iggy and The Stooges, MC5, Lou Reed, Only Ones, Stranglers, Patti Smith Group, Television, Ramones, New York Dolls e di glorie locali come Saints e Radio Birdman. Il risultato è un suono scosceso che deriva dal punk ma secondo un’ottica progressista che deve molto al rock acido degli anni Sessanta così come all’hard rock, con progressioni spesso elementari ma “deviate” da orge di assoli fumanti e stacchi ritmici che ne accentuano il delirio e che trovano una via di fuga in ballate equivoche come No Sign o Glasshouse che si ricollegano a doppia mandata alle visioni decadenti dell’Iggy di Kill City e al Lou Reed più vizioso ed umorale. Le canzoni di Turgid Miasma of Existence sono carcasse di auto lasciate ad arrugginire al sole, ossidate e roventi.

Il 10 Luglio del 1987 i Celibate Rifles affrontano un festoso concerto sulla spiaggia di Capocotta, la stessa del famoso e controverso caso Montesi. È una delle esibizioni migliori della band, a detta dei musicisti e del pubblico che assistette a quello spettacolo. A quei ricordi è affidato il titolo del quarto album che esce proprio dopo un disco dal vivo incendiario intitolato Kiss Kiss Bang Bang e registrato in studio ad un passo da Amsterdam nei ritagli di tempo del suo primo tour europeo. Il suono di Roman Beach Party è sempre “ferroso” punk imbastardito con l’hard rock ed orgogliosamente privo di qualsiasi uso, finanche d’arredo, di tastiere, finendo a volte per suonare quasi come un preludio alle alchimie grunge che sono lì da venire (come nella lunga e mesmerica Ocean Shore o nelle tirate Downtown e Invisible Man che percorrono strade analoghe a quelle tentate dai Miracle Workers nello stesso periodo).

Durante le date americane il gruppo ha dovuto fare sosta per cambiare in corsa la sezione ritmica, che viene confermata anche in studio. Ma sono ovviamente le chitarre, fra cui debutta la Stratocaster di Steedman, a fare il lavoro sporco, ad illuminare pezzi come Jesus on TV o la mia preferita I Still See You, a confermare i Rifles come una delle migliori band australiane del dopo-Birdman e a fare degli anni Ottanta un posto dove, nell’era della plastica e dei bagni sterilizzati dei fast food, puoi sempre scegliere un rifugio di ferro arrugginito con dentro una latrina dove beccarti la sifilide.

Il primo disco dei Celibate Rifles ad avere un suono organico e una produzione che non ti costringa ad alzare il culo dalla sedia per ri-settare l’amplificatore dello stereo ad ogni pezzo si intitola Blind Ear e suona come un convoglio elettrico lanciato a gran velocità.

I primi quattro pezzi sono suonati a rotta di collo, con la lunga Electravision Mantra che sembra all’inizio evocare i That Petrol Emotion dei tempi d’oro, cosa che potrebbe essere letta come un omaggio all’Irlanda che non è l’unico su questo che è il disco più schierato politicamente tra i dischi dei Rifles. Poi il riff si spacca in due diventando l’archetipo su cui Kurt Cobain costruirà il suo hit più celebre.

La nuova versione di Wonderful Life offre un primo pit-stop. E qualcuno accende la radio mentre passano i Fleshtones. O forse sono gli Hoodoo Gurus. Qualcun altro abbassa i finestrini, ed ecco entrare lo sciame di api che ronza su Sean O’Farrell, pezzo-capolavoro del disco assieme a quell’altra perla nera che è Cycle e al vortice di El Salvador che chiude l’album come dentro il triangolo delle Bermuda dei Radio Birdman.

Io infilo la testa, mentre il mondo ha già voltato le spalle.

Se tuttavia mi chiedessero qual’è il migliore tra i dischi dei Rifles, non esiterei a trascinare il malcapitato nell’ascolto di Platters du Jour: 23 brani pubblicati tra il 1981 e il 1990 da una delle bands simbolo di tutto l’Aussie rock. Un vero e proprio mausoleo sacro di cosa era il rock ‘n’ roll post-77: elettrico, graffiante, epicamente decadente, furioso. Raramente ho più ascoltato una A-side tanto bella quanto quella Sometimes di ormai venti anni fa o una band confrontarsi con cover inavvicinabili (come definire altrimenti I‘m Waiting for My Man o Dancing Barefoot?) e uscirne viva con la destrezza gagliarda del gruppo di Kent e Damien. Qui dentro c’è il meglio di una storia che sbiadirà leggermente nel decennio successivo ma che risulta indispensabile rileggere con l’entusiasmo con cui la sfogliammo negli anni addietro. Autentici giganti di acciaio. Abbeveratevi alla fonte.

Heaven on a Stick esce quando il pubblico ha definitivamente girato le spalle al rock australiano, volgendo lo sguardo voi sapete dove.

Peccato.

La band è costretta a ripiegare nuovamente sulla Hot Records per pubblicare un nuovo disco, in occasione della cui uscita l’etichetta festeggia rimettendo in circolazione i vecchi dischi del gruppo.

Nessuna delle date del Live Stick Tour che porta in giro per il mondo la band australiana può pareggiare i conti con il pubblico pagante di qualsiasi band grunge, anche la più modesta. Anche perché la EMI (proprietaria della True Tone che aveva pubblicato Blind Ear, si era “dimenticata” di distribuire il disco negli USA, NdLYS).

Heaven on a Stick ce lo godiamo in pochi, dunque. Come fossimo una tribù.

Ma chi se ne frega.

Prodotto da Rob Younger che assieme al gruppo ha da poco licenziato un misconosciuto 7” con quattro cover live, il suono dei cinque ragazzoni di Sydney perfeziona il tiro di Blind Ear e prende quota proprio con un pezzo in perfetto Birdman-style come Light of Life per assestarsi poi su livelli altissimi con pezzi come Cold Wind, Excommunication, Dream of Night, G.D. Absolutely, Electric Flowers, Groovin’ in the Land of Love, Outside My Window, Wild Child. Ballate elettriche intrise nell’inchiostro blues più del solito e che in più di un caso sfiorano il dirigibile degli Hoodoo Gurus proprio mentre sono in volo sul grande cielo d’Australia.

Vittima di ascolti distratti e frettolosi e di “orecchie cieche”, pochi daranno ad Heaven on a Stick le lodi che invece merita più del disco che lo aveva preceduto e di molti che lo seguiranno.

Il suono dei Celibate Rifles si piega (in questo caso a qualche ammiccamento al grunge-rock che pure in qualche modo, ibridando il punk con certo metal e certo rock decadente di scuola Iggy e col loro look logoro e trasandato, hanno anticipato) ma non si spezza: Spaceman in a Satan Suit, ispirato ad un lavoro “space-pop” del loro ex-bassista Rudy Morabito in quel periodo impegnato con i Vanilla Chainsaws, pur confermando lo stile granitico del gruppo potrebbe essere descritto riduttivamente cosí.

Eppure, a ben sentire, questo “accostamento” alla musica del nord-ovest americano è più un riflesso condizionato delle nostre orecchie che un fatto obiettivo. Come se volessimo trovarcelo per forza, qualche indizio, magari depistati dal riff mascolino di City of Hope o da quello arrugginito e sporco di Brickin’ Around.

Invece canzoni come Big World, Kathy Says, Cutting It Fine, Let’s Do It Again, Kev the Head vengono lì a dirci che i Celibate Rifles continuano a suonare quel che gli va, senza mettere paletti alla porta. Lasciando entrare ogni cosa ritengano abbia il diritto di varcare la soglia della loro sala prova. Che abbia la sagoma di un Lou Reed, di un Joey Ramone, di un Iggy Pop, di una Patti Smith, di un Malcolm Young poco importa.

I loro fucili celibinon sono puntati su di loro.

Una provetta di urina è il campione che i Celibate Rifles portano a testimonianza della loro fede nel rock ‘n’ roll.

Chi volesse verificarne l’autenticità potrebbe analizzare quei cento millilitri di piscio che campeggiano sulla copertina di A Mid-Stream of Consciousness.

Oppure, se non ha un laboratorio di analisi casalingo, mettere sul piatto l’ottavo album della band di Damien Lovelock, Kent Steedman e Dave Morris e annusare una ballatona sudicia come G’s Gone che finché ce ne sono avremo sempre un guanciale su cui poggiare la nostra testa dopo una serata andata storta, o un paio di numeri alla Iggy come I Shoulda e Tripping at the Mall oppure ancora farsi fischiare le orecchie dalle chitarre che straripano su Journey by Sledge e The Paddo Sharps o ancora bagnarsi le mutande quando tra la folla riconosce le sagome di Child of the Moon degli Stones e di I Will Dare dei Replacements che ci raccontano di quando eravamo bambini e poi di quando eravamo giovani e di come abbiamo condiviso emozioni prima ancora che i social ci illudessero di avercene dato l’opportunità per primi. Ce lo raccontano senza aver mai abdicato dal ruolo di signori del rock ‘n’ roll che ricoprono da quasi venti anni. Senza aver mai conquistato una classifica ma avendo guadagnato il rispetto che gli spetta per diritto acquisito e per abnegazione.

Appartatisi loro malgrado dalla luce dei riflettori che si erano accesi su loro e sull’intera scena Aussie per tutti gli anni Ottanta, Kent Steedman e i suoi Celibate Rifles continuano la loro tenace e gloriosa avventura musicale e tornano con On the Quiet a ripercorrere, per 2/3 della sua durata, alcune tappe fondamentali della loro incredibile storia rileggendo vecchi classici come Jesus on TV, This Gift o Back in the Corner in una inedita ma non meno fascinosa veste acustica e trasformando consumate cavalcate elettriche in potenti, sanguigne ballate power-pop.

Per nulla intimoriti dalla rampante jungla di suoni cibernetici che affollano l’etere di questi anni, i cinque eroi tornano ad imbracciare i loro strumenti e affondano ancora una volta i denti nel più classico, esplosivo guitar-sound compleatando la scaletta con quattro fragorosi episodi elettrici rubati a vecchie volpi dell’Oz-sound come Rose Tattoo e Lipstick Killers.

Non so quanti tra i nostri giovani lettori abbiano seguito per intero il coerente percorso del combo di Sydney e non me ne frega un cazzo, in tutta onestà. Ma è certo che il loro ruolo di salvaguardia del più crudo, incontaminato, selvaggio spirito rock ‘n’ roll appaia oggi, con il futuro del rock tristemente in mano alle macchine, ancora più importante che negli anni passati.

Anche per questo On the Quiet ci regala un ritemprante tuffo tra le spire ad alto voltaggio del vibrante circo del rock ‘n’ roll salvaguardandoci dal desolante panorama di tanto proto e pseudo rock dei nostri giorni. Chitarre acustiche che tagliano come lame e una voce che vi penetrerà nelle viscere come i dildo nei film della Cicciolina.

Dodici ragioni per continuare a credere nel rock (and roll).

Il dito medio alzato con fierezza a tutti i disseminatori di guerra e ai finti portatori di pace su Salute è un pezzo di grande pathos e di sicuro effetto, pur essendo quello dove le chitarre della band australiana impattano di meno. Merito quasi assoluto della voce di Damien Lovelock, l’ormai affermato istruttore di yoga e giornalista sportivo che, quando veste i panni di Iggy riesce ancora a farci venire i brividi.

Cosa che succede spesso su questo Beyond Respect, ed è quasi un miracolo considerando che questo nono album in studio è quello chiamato a spegnere venticinque candeline sulla torta dei Celibate Rifles, oltre ad essere destinato a diventare l’ultima prova inedita della band fino alla fine dei tempi. Una sorta di “addio al celibato”, se mi passate la battuta da seminarista.

(We All Move to) Buttland, You Won’t Love Me, Dre, Lazy Sunshine, Nobody Knows Return of the Creature with the Atom Brain sono ancora candelotti di dinamite piazzati sotto il culo dei benpensanti, animati da una incazzatura contro le lordure del mondo che nessun’asana è riuscita a placare.

Dimostrando come le aureole della copertina siano solo aure di rabbia e di fede incrollabile e che i fucili siano tutt’altro che caricati a salve.

Franco “Lys” Dimauro

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TY SEGALL – First Taste (Drag City)

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Incontro più Ty Segall che i miei amici. Non sto esagerando.

Non dico per strada o al bar, dove peraltro non incontro neppure quegli altri, ma in questa sorta di mondo metafisico dove tutti ci siamo un po’ tutti rifugiati e nel quale, come in quello reale, la musica regna sovrana. Parlo del mio, ovviamente.

Negli ultimi due anni ho incrociato Ty una mezza dozzina di volte, compreso questo nuovo incontro con First Taste, nuovo disco in studio inciso a suo nome. E ogni volta è un incontro piacevole, mai scontato. Ogni volta Ty mi racconta alcune cose che, come accade un po’ con tutti, si è dimenticato di avermi già raccontato la volta precedente e ci aggiunge qualche aneddoto recente, inedito. In questo caso ad esempio la cosa totalmente nuova riguarda una pianta di ghiaccio. Ed è una storia talmente bella e “gelida” che decide di raccontarmela spegnendo l’amplificatore, perché le parole arrivino forti e avvolgenti, come una sciarpa calda che permetta a quell’albero di non perdere tutte le foglie. Avvolgendo anche me che ne ho perse così tante da non riuscire più a contarle e da non avere più neppure la forza di rinnovarle. Ecco perché quando arriva quella cosa a forma di abbraccio intitolata The Arms le mie difese sono così basse che quasi me la immagino vera, quella stretta amorevole.  

Il resto sono storie familiari. Cui però Ty Segall aggiunge qualche particolare prezioso. Piccoli strumenti desueti ad esempio, come il bouzouki, la cetra giapponese, il mandolino o strumenti a fiato che colorano e “gonfiano” ulteriormente il suo rock decadente, sporcandolo con una sorta di funky soffocato, un groove ritmico insistito che evoca certe perversioni no (Self Esteem, When I Met My Parents) e new wave (RadioThe FallWhatever) che alla fine si spengono nell’epica cavalcata in assenza di gravità di Lone Cowboys che è tutto quello che ci aspettavamo dai Love and Rockets una volta lasciata la stazione spaziale dei Bauhaus e che invece si trasformò in una delle missioni più fallimentari della storia moderna.

Ciao Ty. Bentrovato. Hai più rivisto i miei amici? Quelli che prima si sono rimpiccioliti come Alice in tante piccole figurine circolari sui social che poi si sono sbiadite al sole diventando come il tuo albero di ghiaccio?

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

VIOLENT FEMMES – Hotel Last Resort (Play it again, Sam)  

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Sebbene il contributo dato dalle Violent Femmes alla musica americana sia indubbio, le domande che mi pongo mentre parcheggio all’autorimessa dell’Hotel Last Resort è: perché sono qui? Quanto bisogno ho di un nuovo disco delle Violent Femmes nel 2019? Di chi sono quel pick-up mezzo ammaccato e quella Lamborghini col logo della Nike tra le quali ho parcheggiato la mia Lysmobile?

Mentre gli consegno le chiavi chiedo al guardamacchine in livrea.

Il primo è di un tale dinoccolato e secco come una cavalletta che di nome fa Tom Verlaine. La seconda è di un tal Stefan Janoski che sta sui piedi da quarant’anni e sulle ruote di uno skate da ventotto.

Sono qui da molto prima di me, seduti al tavolo con Gordon Gano, Brian Ritchie e John Sparrow, il percussionista degli Horns of Dilemma entrato ora ufficialmente in squadra. Hanno preso parte alla festa, il primo invitato ad improvvisare col suo attrezzo da lavoro proprio mentre la band, sul marciapiede, invita i passanti a seguirli in albergo. Suona. Me te ne accorgi solo perché è più alto degli altri. Il secondo chiamato a raggiungere la postazione del karaoke per cantare sulla vecchia filastrocca di I’m Nothing.

E veniamo all’altra domanda: quanto bisogno ho di un nuovo disco delle Violent Femmes? Nessuno, in realtà. Potrei continuare ancora altri trent’anni a riascoltare i loro primi tre/quattro, tentare pure di abbozzarne una versione casalinga per chitarra e voce fingendo di avere anche io le adenoidi e, se proprio non mi riesce di uccidere i fascisti con la mia chitarra, perlomeno farli divertire.

Forse loro devono aver pensato la stessa cosa, ben consapevoli che se non possono più stupirci possono ancora rallegrarci le giornate come succede in Another Chorus, This Free Ride, Sleepin’ at the Meetin’, Not OK. O cantarci una di quelle ninne nanne che non sono gli unici a saper cantare, ma se le canta Gordon Gano è meglio, come nelle dolci I’m Not Gonna Cry o Paris to Sleep.

Cosa ci faccio dunque qui all’Hotel Last Resort?

Canto.

E, considerati i tempi, non è affatto cosa da poco.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

MAD SEASON – Above (Columbia)  

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Lei si chiama Demri Lara Parrott. Ha il cognome di un pappagallo ma quando si poggia sulla spalla di Layne Staley si trasforma in una scimmia.

Lui, il ragazzo con la scimmia sulla spalla, è il cantante di una delle formazioni di punta della scena grunge.

Sono ritratti uno accanto all’altro, in questo disegno che di Staley porta la firma e in cui l’amore assume i contorni di un presagio diabolico che condurrà i due protagonisti sull’orlo di un baratro da cui nessuno dei due uscirà con i propri piedi.

Il disegno viene scelto come copertina di Above, l’unico album di quello che sembra l’ennesimo supergruppo grunge e che invece (e la copertina è lì a dimostrarlo) è il disco in cui Staley indossa il costume di Batman e vola sullo Space Needle di Seattle, a governare la sua città come fosse Gotham.

Dall’alto.

Above, appunto.

Qualche mese dopo, quando si presenterà negli studi di MTV per registrare il set unplugged dei suoi Alice in Chains, sarà vestito proprio così: completamente in nero, occhiali e guanti compresi. C’è pure il mantello. Che è il solito mantello da scimmia che sul disco che ne verrà pubblicato non si nota, ma sul video si vede eccome.

Con lui nei Mad Season ci sono Mike McCready dei Pearl Jam, John Saunders dei Walkabouts, Mark Lanegan e Barrett Martin degli Screaming Trees. Tutta gente che le scimmie le chiama per nome. Insieme, fanno un disco in cui il grunge lo trovate solo se volete trovarlo ad ogni costo.

E non è detto che lo troviate facilmente.

Basta calare la puntina per vedere che in realtà quello che Above vuole dimostrare è che il grunge è uno spettacolo di lacrime e droga. Che le chitarre e le urla sono, erano, necessarie solo per coprire quel rumore di liquidi sottopelle e che ora tornano in superficie, galleggiando su un blues metafisico.  

Above è un disco dove il nero trionfa su tutto.

Nero come Layne Staley.

Nero come il blues.

Nero come i Black Sabbath.

Nero come Batman.

Nero come l’uomo nero che muove il dito sul libro abominevole.

Nero come la scimmia.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE RACONTEURS – Help Us Stranger (Third Man)  

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Help Us Stranger è il disco che riconcilia Jack White col rock ‘n’ roll dopo lo strambo disco solista dello scorso anno.

Lo fa in maniera abbastanza prevedibile ma lo fa.

Perché il rock ‘n’ roll funziona un po’ come le tette: il ricordo delle prime ciucciate ci perseguiterà per tutta la vita, eleggendo quelle ghiandole ad ossessione perenne, nella ricerca inconscia di quel piacere primordiale. Ecco dunque Jack White tirare fuori le tette ed offrirci una di quelle poppate che possono saziarci occhi, mani e palato. Sa bene che quel che cerchiamo dentro un disco è, più o meno, uguale da almeno cinquant’anni: un’apoteosi di riff, qualche ballata che possa farci recuperare, senza disperderla, l’energia, qualche passaggio da mandare a memoria per celebrare solstizi ed equinozi come in una messa pagana, qualche genuflessione al prog e al folk (addirittura la Hey Gyp di Donovan sfigurata in uno stomp degno dei Quicksilver Messenger Service) per stemperare il ruggito hard-rock e quella sensazione che quelle tette sono lì per noi, pur nella consapevolezza che in realtà le divideremo con tantissimi altri fratelli di sangue e di latte. Perché il r&r è onanismo individuale ma anche orgia collettiva e tribale.

Help Us Stranger è candidato a rivestire questo ruolo, perseguendo in maniera egregia il suo scopo.

Pezzi come Sunday Driver, Live a Lie, Thoughts and Prayers, Bored and Razed, Don’t Bother Me, What’s Yours Is Mine, Shine a Light on Me dove echi di Led Zeppelin, MC5, Humble Pie, Gov’t Mule e Jethro Tull rimbalzano l’uno addosso all’altro diverranbo di pubblico dominio prima che voi mettiate il like a questa recensione.

A questo è destinato, Help Us Stranger.

Può sembrare retorico, e forse lo è.

Eppure…come dire no ad un bel paio di tette?   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE FEELIES – Only Life (A&M) 

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Ci sarà un paradiso per i Feelies.

Per raccogliere altrove quel che qui hanno seminato e non han raccolto.

I Feelies calpestano le terre d’America, posano in fattorie, ranch e case coloniche. Sono dentro l’immaginario americano ma non ne fanno parte. Sono quasi un elemento di disturbo. Artisticamente sono l’eterna promessa non mantenuta. Per il terzo album è la A&M ad investire su quella promessa che raccoglie l’eredità dei Velvet e dei Modern Lovers. Anzi no, come dicevo, non raccoglie: semina. Come una famiglia giudea che aspetta la sua terra promessa, una volta che Lou Reed e Jonathan Richman hanno separato i mari.

Nel frattempo continuano a scampanellare le loro chitarre come in una danza della pioggia che invochi una doccia di gocce paisley con cui ci si inzuppa i vestiti già con It’s Only Life e Too Much, fino ad ingrossare le acque del fiume in cui si bagnavano i piedi i primi R.E.M. e riaffiori l’eco di quel “mormorio” su Deep Fascination.

E noi si resta lì, anche quando nelle tracce conclusive del disco quella pioggia si trasforma in una piccola tempesta di spilli velvetiani. A lasciarci stupire e trafiggere.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PGR – D’anime e d’animali (Mercury) 

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Il secondo album dei PGR si riappropria della fisicità e della struttura molecolare dei CSI di Ko de Mondo.

Chitarra/basso/batteria.

BigFamilyMulo house anche se di quella casa ben poca cosa rimane.

Il ricongiungimento più clamoroso è tuttavia quello di Ferretti col suo passato contadino e montanaro che non è solo un afflato nostalgico e moralista come quello del Celentano degli anni Settanta ma che diventa ruota dentata che mette in moto un intero meccanismo di riappropriazione fisica degli spazi e del tempo.

Torna la celebrazione della preziosa virtù del ricordo, già custodita e accarezzata in forme diverse nelle precedenti formazioni ferrettiane e riaffiora la fame d’amore di quell’amore che sazia che venne cantato in Annarella e che adesso viene onorato in S’ostina.

Tornano, seppur a brandelli, i CSI.

Giovanni, Giorgio e Gianni resistono.

Anche davanti al fuoco amico.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro