CRIME & THE CITY SOLUTION – American Twilight (Mute)  

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Rimettersi in strada 23 anni dopo aver smarrito la patente e dimostrare al mondo di saper ancora guidare benissimo.

Non a tutti riesce. Ma ai City Solution riesce benissimo.

E così mentre Nick Cave sembra mostrare un po’ la corda, i vecchi amici/nemici realizzano un discone torvo e cattivo come American Twilight, perfetta colonna sonora per una qualche serie crime girata in qualche periferia americana dove la messa domenicale raduna la peggior specie di criminali avvolti dietro un’aria di apparente vita timorata da Dio. Con mogli e figli al seguito e uno stuolo di mani da stringere all’atto previsto dal cerimoniale.

Pace a te fratello.

Ma pace non c’è, dentro la musica di Crime and The City Solution.

American Twilight è una mantella di pelliccia su cui le tracce del peccato si possono contare una ad una, ad occhio nudo. Un tormento analogo a quello di Jim Morrison si manifesta in tutta la sua cupa drammaticità in un capolavoro come The Colonel, austero e gotico racconto noir che si eleva a capolavoro del disco. Che è uno di quei dischi da avere a tutti i costi. Che c’è pure una madonnina da mostrare ai più cattolici dei vostri amici. Quelli che, dicevo, stringono la mano al momento convenuto. E poi con la medesima si puliscono il culo.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE FEELIES – Indie Love Gods

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Suona come un paradosso. Ma uno dei dischi chiave dell’indie-rock chitarristico degli anni Ottanta, è registrato senza alcun amplificatore per chitarre. E senza nessun pedale. Dettando la cifra stilistica di moltissimo rock alternativo degli anni a venire senza mai essere ripagati. Restando per sempre un disco di culto. Difficilissimo da replicare anche per loro stessi.

Pennate nervose che corrono veloci come il Beep Beep braccato da Will Coyote. E che ovviamente suonano come quell’altro Road Runner che tutti dovreste conoscere e che rappresenta uno dei primissimi canoni estetici per la band di Haledon, assieme ai Television cui spesso vengono ancora oggi paragonati.

Crazy Rhythms è però, nella sua meccanica robotica, accostabile più alla musica a scatti degli ex-compagni di scuderia Devo e al funky liofilizzato dei Talking Heads. La loro cover di Everybody’s Got Something to Hide dei Beatles, la perfetta controfigura della Satisfaction smontata dal gruppo dell’Ohio.

Musica disadorna, minimale e spasmodica, sketches in forma di canzone privati di qualunque sequenza armonica, spinti da un battito tribale (campanacci e maracas usati al posto dei consueti piatti e charleston) che sembra più intenzionato a volerli condurre sull’orlo di un baratro che sottolinearne l’andatura, cantata con una voce epurata da ogni emozione, racchiusa in una copertina che è mille miglia distante da ogni stereotipo rock. Così si presenta al mondo Crazy Rhythms nel 1980.

Certificando di fatto la nascita del college rock.

Stabilendo che i tre accordi del punk erano troppi e che i due minuti in cui erano imprigionati potevano essere invece troppo pochi.

Crazy Feelies.

 

Dopo l’esordio vitaminico di Crazy Rhythms la musica dei Feelies si flette in direzione di un guitar-rock minimalista influenzato in equal misura dai Beatles e dai Velvet Underground. E si flette in maniera così decisa che i due superstiti del gruppo madre decidono addirittura di cambiare denominazione ad ogni nuova uscita, la prima delle quali è un EP di quattro brani accreditati ai Trypes con Glenn Mercer e Bill Million affiancati da Stanley Demeski, Marc Francia, John Baumgarter, Toni Paruta e Brenda Sauter più un altro paio di collaboratori: una vera mini-truppa fotografata per esteso sulla copertina di Music for Neighbors, il disco che raccoglie quel piccolo parto di vinile assieme agli inediti del periodo. Un esercito che sembra armeggiare con fucili di plastica non appena la puntina tocca i solchi di From the Morning Glories, lunga canzone folk-rock che sembra un provino dei Jefferson Airplane.

Nonostante il gran numero di attori coinvolti, la musica dei Trypes resta disadorna anche quando (nello strumentale che dà il titolo a questa raccolta, ad esempio) sembra volersi trasformare in una mosca che gira attorno alla cacca degli Yes o quando le percussioni si agitano talmente tanto da trasformare un pezzo come The Undertow in una pizzica velvettiana. Un gusto per l’arredamento essenziale che a tratti (Belmont Girl Is Mad at Me, Friends, Force of Habit) sembra di stare nel salotto di Daniel Johnston con la consolle dei videogiochi Atari accesa.

Non molto per desiderare che i Trypes fossero molto più che uno spin-off. Abbastanza però per desiderare un ritorno dei Feelies.

 

Fatta eccezione per un paio di singoli, The Good Earth rappresenta il primo compito impegnativo di Peter Buck dei R.E.M. in veste di produttore. Non è una responsabilità da poco: i Feelies arrivano al secondo album dopo l’onda lunghissima di un disco di debutto per cui la critica musicale ha fatto man bassa di tutti gli aggettivi più lusinghieri del proprio taccuino. Un disco che segnerà l’indie-rock più di quanto si voglia ammettere e più di quanto la band stessa avesse in programma di fare.

Facile dunque?

Eh no.

Perché i Feelies nel frattempo hanno patito la prima importante defezione e la recessione dal contratto che li legava alla Stiff. E i superstiti di quella prima line-up hanno temporaneamente accantonato la sigla Feelies per mettere su un gruppo che come la band-madre suona pochissimo dal vivo ma, quando lo fa, lo fa addirittura accomodandosi su delle sedie posizionate davanti ai microfoni o in penombra, come atto di rifiuto al megalomane egocentrismo vanaglorioso e onanista del rock.

Ad alzarli in piedi e riaccendere su di loro i riflettori ci penserà Jonathan Demme, che li vuole a tutti i costi nel cast di Something Wild (riuscendoci) e che programma di realizzare un’intera pellicola su di loro (non riuscendoci).

Come se non bastasse, dopo più di un lustro, non hanno per nulla voglia di fare un Crazy Rhythms #2 pur essendo tornata la voglia di strapazzare i loro strumenti.

Dunque Peter Buck non ha compito facile. Eppure deve assolverlo. Non per mere esigenze di contratto ma quasi come pegno per aver portato la sua band ad un successo popolare mai sfiorato dai Feelies pur suonando canzoni per tanti versi identiche a quelli del gruppo che adesso sta per partorire il secondo figlio.

Il risultato ha del prodigioso. Perché i Feelies fanno delle loro piccole imperfezioni, il loro cavallo di battaglia. E queste canzoni che sembrano sul punto di sgretolarsi, tenute a malapena insieme da una chitarra acustica e da una voce che sembra quella di Jonathan Richman in un eccesso di timidezza, queste marce per soldatini di piombo e ballerine di danza classica che si corteggiano senza mai potersi scambiare un’effusione, un bacio, una carezza, queste canzoni che sembrano svolazzare nel volo tutto scoordinato e diagonale che è proprio delle farfalle sembrano dirci che la bellezza è nelle piccole cose.

Nelle piccole cose senza senso.

Nelle piccole mosse sgraziate.

Nei sorrisi in cui dei denti si mostra l’asimmetria e non la bianchezza.

Nel bacio che non conosce remore.

Nella folle corsa verso un abbraccio.

Anche quando per raggiungerlo siamo goffi, purchè si sia pronti a cadere.

 

Gli Yung Wu sono i Trypes che tornano a suonare come i Feelies, dietro un separé da ombre cinesi. Però quando passa una cosa come Spinning le riconosci eccome quelle sagome, anche se adesso la voce narrante dello spettacolo è quella di Dave Weckerman.

Shore Leave è a tutti gli effetti una costola strappata a The Good Earth, anche se la scelta della “mascherata” giapponese permette al gruppo di smarcarsi dalle aspettative che il ritorno in scena di quell’altro si era trascinate dietro.

Sempre che ai Feelies, ai Trypes, ai Willies, agli Yung Wu o come diavolo vogliono farsi chiamare interessi qualcosa, cosa di cui non sarei tanto certo.

Però Shore Leave appare più votato al disimpegno rispetto a The Good Earth, alla divertita jam da cantina, con adeguata scelta di cover di circostanza (Big Day, Child of the Moon, Powderfinger) col dito indice che indica la luna e quello medio che indica voi.

Neil Young li guarda dalla spiaggia.

Di spalle.

 

Ci sarà un paradiso per i Feelies.

Per raccogliere altrove quel che qui hanno seminato e non han raccolto.

I Feelies calpestano le terre d’America, posano in fattorie, ranch e case coloniche. Sono dentro l’immaginario americano ma non ne fanno parte. Sono quasi un elemento di disturbo. Artisticamente sono l’eterna promessa non mantenuta. Per Only Life è la A&M ad investire su quella promessa che raccoglie l’eredità dei Velvet e dei Modern Lovers. Anzi no, come dicevo, non raccoglie: semina. Come una famiglia giudea che aspetta la sua terra promessa, una volta che Lou Reed e Jonathan Richman hanno separato i mari.

Nel frattempo continuano a scampanellare le loro chitarre come in una danza della pioggia che invochi una doccia di gocce paisley con cui ci si inzuppa i vestiti già con It’s Only Life e Too Much, fino ad ingrossare le acque del fiume in cui si bagnavano i piedi i primi R.E.M. e riaffiori l’eco di quel “mormorio” su Deep Fascination.

E noi si resta lì, anche quando nelle tracce conclusive del disco quella pioggia si trasforma in una piccola tempesta di spilli velvetiani. A lasciarci stupire e trafiggere.

 

Fra tutti i miei dischi dei Feelies, Time for a Witness è quello che salta di più.

Segno di ripetuti passaggi sul mio impianto stereo.

Disco accesissimo che se parte ancora una volta dai Velvet Underground, è dalle parti dei Modern Lovers che finisce. Anzi, a voler leggere la scaletta, addirittura in zona Stooges. Non vi tragga in inganno però la Real Cool Time scelta per chiudere la scaletta, perché qui siamo pur sempre dentro un disco dei Feelies. A mio parere addirittura dentro il miglior disco dei Feelies, anche se vi vedo già a sfogliare chili e chili di enciclopedie sugli album del secolo e del millennio e vi sorprendo spaesati a masturbarvi ancora con la copertina di Crazy Rhythms in mano.

Ora, fate pure quel che volete col vostro uccello, però concedetevi il piacere di un disco veramente lussurioso, straripante di chitarre e campanacci, di canzoni come Sooner or Later, Time for a Witness, Decide, Doin’ It Again, Waiting che nel frattempo band come R.E.M., Yo La Tengo o Replacements, analogamente a Lou Reed e Jonathan Richman, hanno dimenticato come si scrivono e che invece Bill Million e Glenn Mercer no.

Se i Feelies cercavano un buon testimone per il loro quarto album, eccomi. Sono pronto.

 

“È troppo tardi per farlo di nuovo? O avremmo dovuto aspettare per altri dieci anni? Nessuno lo sa eppure pare importi a tutti, tutti chiedono delle risposte alle loro preghiere”

I primi versi di Here Before sembrano fortemente autobiografici.

Di decenni ne sono passati addirittura due fra Time for a Witness e Here Before. Venti anni in cui, è vero, una risposta a qualche preghiera l’attendevamo.

Il tempo. Una variabile variabilissima nella storia dei Feelies che torna come protagonista assoluto di questo nuovo album, in un intricato labirinto lessicale dove il tempo ha funzione ora di attesa, ora di rinvio, ora di arrivo, ora di ritorno, ora di successione, ora di interruzione di eventi. Ma l’evento nell’evento è ovviamente un nuovo disco dei Feelies, ormai diventati la versione professionale di loro stessi, con canzoni ben curate, dinamiche, energiche, ineccepibili dal punto di vista formale e melodico come ben dimostrano cose come Way Down, Time Is Right, Should Be Gone e Nobody Knows. Che ammiccano ora ai Byrds con uno sguardo appena meno torvo di quello di J Mascis e ai Velvet sempre meno, seppure non si neghino neppure stavolta ad un omaggio velato ai loro raga con On and On.

Resta però, ai margini di un atteso e graditissimo ritorno, un velo di ripetitività nelle soluzioni melodiche, avvertibile soprattutto quando l’impianto sonoro sceglie di fare a meno dell’elettricità che percorre la gran parte del disco, come nelle noiose paludi di Here Before e So Far che lungi da stemperare la piacevolissima corrente che percorre il disco, ne inquina le acque.

 

Facciamo che lo ascoltiamo dalla fine. Che tanto, finita l’era del supporto fisico, con un “disco” puoi farci quello che cazzo vuoi.

Facciamo che prendiamo In Between e lo ascoltiamo dalla title-track. Non mentre passeggia in una giornata di sole ma mentre viene sferzata dalla tempesta. Che anche nel New Jersey il tempo è capriccioso ormai. E l’uragano può essere dietro l’angolo. O alla fine di un album che sembrava destinato ad avere il passo compassato di chi porta il cane a pisciare e nel frattempo si guarda le notifiche sullo smartphone. Che tanto non piove e lo schermo non si bagna.

Facciamo che lo ascoltiamo da lì e che ci piace.

Facciamo che ci sentiamo i Wire e che magari non lo diciamo.

Facciamo che ci sentiamo i Jesus and Mary Chain e non lo diciamo.

Facciamo che poi dal quarto minuto ci sentiamo i Velvet Underground e allora lo diciamo, perché quando si parla dei Feelies che fai, non parli dei Velvet Underground? Dell’eredità lasciata in buone mani, dell’elettricità che esce fuori dai cavi, della nascita del college-rock e dell’attitudine indie?

Facciamo però che poi andiamo a cercare fra le altre dieci canzoni e ci scopriamo a nostro agio dentro un disco di miniature di Lou Reed, di Tom Verlaine, di Josh Haden, di Peter Buck. Che finiamo per cedere alla voglia di camminare dentro un viaggio quieto e senza imprevisti, e abbandonarci alle lusinghe e alle promesse del tempo (non per niente la parola più ricorrente dell’album, assieme al verbo andare e alle sue coniugazioni), pure se sappiamo che verremo presi per il culo ancora una volta.

Non dai Feelies, ma da altri aguzzini con facce ugualmente amichevoli.

 

Franco “Lys” Dimauro

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DIED PRETTY – Every Brilliant Eye (Blue Mosque)  

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All’epoca della sua uscita ho odiato profondamente Every Brilliant Eye. Del resto avevo già odiato Lost e avrei continuato così per ogni album dei Died Pretty successivo a Free Dirt, che giudicavo e ancora giudico la loro vetta inarrivabile.

Ma Every Brilliant Eye lo odiavo ancora più forte, perché quando lo ebbi fra le mani mi accorsi che il nome di Frank Brunetti che sul primo album era indicato, secondo la tradizione che il gruppo a lungo conserverà, primo fra i primi, stavolta non c’era proprio. Neppure quello di Mark Lock c’era, del resto.

I Died Pretty cominciavano a diventare un affare dei soli Ron Peno e Brett Myers.

Ce n’era ancora abbastanza per spettinarsi, certo. Che quando Myers comincia a soffiare forte diventa Ezechiele e noi dei poveri porcellini. E Peno è sempre un po’ la versione da orco di Dylan e di Young.

Però…sai quando avverti che il romanzo sta prendendo una brutta piega? Ecco, Every Brilliant Eye era quel momento lì. Poi con gli anni certe intransigenze si sono smussate, avendo accatastato tante delusioni quanto metà della mia collezione di dischi. E sono diventato più accomodante.

Col senno del poi e la schiena che comincia ad apprezzare più il riposo che la fatica, il terzo disco dei Died Pretty non è affatto male. Anche perché Brunetti è andato via ma, non si sa come, ha lasciato lì le sue tastiere.

Certo, Face Toward the Sun andava sfrondata di almeno due minuti. Che la schiena è diventata quel che dicevo ma le palle sono rimaste sempre uguali. E True Fools Fall e Rue the Day girano un po’ a vuoto, con una “brillantezza” che mal si combina con i toni tempestosi e torvi di cose come Prayer, Sight Unseen, Whitlam Square, From the Belly o del vertice del disco The Underbelly.

Arrivano e portano ancora polvere, i Died Pretty. Anche adesso che la tempesta è passata da un pezzo.

      

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LA CRUS – La Crus (WEA)  

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Il metodo creativo è quello dell’hip-hop.

Ma l’inchiostro che lacrima dal calamaio dei La Crus non ha nulla a che vedere con la musica nera, anche se la loro musica nera lo è per davvero, per certi versi. Anzi, nerissima. C’è innanzi tutto il cupo riverbero della musica d’autore italiana che si consuma e strugge nel vizio, come quella di Tenco (l’amore vissuto con la consapevolezza della sua fugacità, con l’amarezza del rimpianto) e di Ciampi (la fascinazione per la vita scellerata), rivettata alla propria croce dai magli di ferro delle officine industriali mitteleuropee. E c’è poi il nero livore di gente come Nick Cave, Chet Baker, Young Gods, Death in June, Tom Waits, tutti rincorsi dal respiro affannoso e sulfureo dei cavalli dell’Apocalisse, tutti con le mascelle più avvezze alla smorfia che al sorriso.   

La musica dei La Crus si nutre di questo torbido corteggiamento della morte. La copre di lusinghe ed è ricambiata. Vive di questo amore che la imprigiona a sé. Ecco perché il suono chiave del loro disco di esordio è quello di un romanticismo narciso e claustrofobico. Si fustiga nel rumore e si lecca le ferite. Poi si china per specchiarsi in una pozzanghera di alcol e sangue.

Perverse e adulatrici, le musiche di Nera signora, Natura morta, Lontano, Soltanto un sogno, Notti bianche, La giostra, Ricomincio da qui suonano come la solenne promessa di qualcosa che è destinato a finire, scandendo il ticchettio di lancette fra un abbraccio di benvenuto e un addio.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

PIXIES – Beneath the Eyrie (Infectious)  

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Ormai appurato un po’ da tutti i vecchi leoni della scena alternative-rock (Dream Syndicate, Violent Femmes, Dinosaur Jr., Long Ryders e chi più ne ha più ne metta) che una volta sciolto il branco il loro ruggito non ha messo paura quasi a nessuno, ecco che dopo qualche lustro vissuto in solitaria quei leoni in parte sdentati hanno sentito l’esigenza di serrare i ranghi e rimettersi in cammino per la savana discografica (giungla, l’avremmo chiamata una volta, ma di foreste oramai ne sono rimaste ben poche, NdLYS).

I Pixies hanno tentato (con successo, come tutti gli altri, che la nostalgia è malattia dalla quale quasi mai si guarisce) questa operazione ormai sei anni fa e sono giunti ora al terzo capitolo della loro seconda vita, che provano a reinventare simile alla prima: On Graveyard Hill, Los Surfer Muertos, Long Rider, Catfish Kate o St. Nazaire ad esempio abbondano della chincaglieria che arredava dischi come Surfer Rosa o Trompe le Monde. Melodia, rumore, qualche schitarrata surf e western.

Belle, ma il rock ‘n’ roll è un po’ come il porno. E se attori e attrici hanno trent’anni di meno è meglio.

Meglio a questo punto quando i Pixies scelgono di non fare i Pixies e suonano un po’ ambigui, quasi come dei Monty Python che si divertano a prendere in giro i Blonde Redhead: This Is My Fate, Bird of Prey, In the Arms of Mrs. Mark of Cain sono insolite bizzarrie, non del tutto riuscite ma perlomeno coraggiose nel tentare il salto dal recinto.

Ma Beneath the Eyrie è anche pieno di canzoni di un pallore artistico assoluto: Silver Bullet, Daniel Boone, Ready for Love, Death Horizon torna all’idea della savana iniziale: un semideserto dove, sotto l’ombra di qualche baobab, ogni tanto il branco si ferma stremato e invece che riposare pensa sia una buona idea strimpellare una canzone. Una canzone qualsiasi. Non necessariamente una dei Pixies. Non necessariamente una che possa essere ricordata. Non necessariamente una che valesse un pubblico, per quanto nostalgico sia.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

GIRLS AGAINST BOYS – Cruise Yourself (Touch and Go)  

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Nel 1994, all’epoca di Cruise Yourself, i Girls Against Boys sono la piccola compagnia di ventura destinata a conquistare parecchie, parecchie terre sul tavolo del Risiko della musica alternativa.

All’epoca sono in giro già da un po’. Hanno fatto la cosiddetta gavetta. E non sono più delle reclute. Hanno appreso come usare le armi anche per offendere, non solo per pararsi il culo dagli attacchi nemici mentre sono nel buio fumoso del loro fortino.

Potevi trovarteli schierati davanti in formazione doppio basso/chitarra/batteria.

Oppure disposti secondo lo schema tastiera/basso/chitarra/batteria.

Ed in entrambi i casi non potevi trattenere un sussulto che si sarebbe presto trasformato in una sequenza di scatti epilettici capaci di spettinarti. A meno che non usavi il loro stesso trucco e ti impomatavi i capelli.   

Loro erano i ragazzi in perenne lotta con le donne.

Bellocci e carichi di un erotismo sensuale e virile. Tonici come la loro musica. Ma mai volgare. Mai ostentata. Sibillina, piuttosto. E anche un po’ perversa, ammiccante, audace.

Che stavolta siano arrivati per conquistare lo si capisce già dal passo risoluto di Tucked-in, con le voci dei due sergenti che si sovrappongono, impartiscono ordini, imprecano, aggrediscono. La truppa percorre uno stretto cunicolo, finché il tunnel non si apre su una palude che fuma ancora di bivacchi sonicyouthiani. È l’inizio dell’offensiva.

Cruise Your New Baby Fly Self e Kill the Sexplayer, con le loro doppie linee di basso, sono le teste di ariete usate per sfondare le mura.

Poi è un susseguirsi di attacchi psicologici, strategie d’azione e rese simulate che si chiamano [I] Don’t Got a Place, The Royal Lowdown, My Martini, Psychic Know-How, From Now On con cui i Girls Vs. Boys fanno centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di prigionieri.

Me e voi compresi.       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

SCREAMING TREES – Buzz Factory (SST)

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Come per il TIR guidato dai fratelli Gary Lee e Van Connor, se sfogliate un qualsiasi catalogo illustrato della musica rock sulla carrozzeria degli Screaming Trees troverete appiccati un sacco di adesivi: psichedelia, grunge, hard-rock, punk.  

Poi magari, aperti i portelloni, dentro ci trovate solo una gran confusione.

Perché il TIR degli Screaming Trees viaggiava lungo il confine. Raccoglieva e caricava ad ogni fermata quello che voleva. E continuava la sua marcia, mostrando il dito medio ai posti di blocco.

Per Buzz Factory si erano fermati nelle officine Reciprocal, per una messa a punto del motore. Si erano affidati alle mani di Jack Endino, il meccanico che aveva sistemato il superfuzz scassato dei Mudhoney e i coglioni di Dio che gli avevano portato i Tad. Quando ripartono, il motore ruggisce. Mastro Endino ha lasciato intatte le incrostature della carrozzeria ma ha messo tra i pistoni un fluido miracoloso. Il suono crespo e grezzo delle chitarre che si agitano inquiete su Flower Web, Subtle Poison, Where the Twain Shall Meet, Revelation Revolution, Windows, Too Far Away, Wish Bringer, Black Sun Morning, Too Far Away sembra un rigurgito acido del punk dei Wipers e del desert-rock dei Thin White Rope. A volte, come abbagliate dal lampeggiare del crybaby, sembrano andare leggermente fuori tono, ovalizzarsi attorno alle note del basso e alla splendida voce di Mark Lanegan. Poi rientrano in carreggiata.

Fino alla prossima fermata.

Fino al prossimo carico.          

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE CELIBATE RIFLES – Piranhas nella baia di Sydney

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L’Italia è un paese pigro.

Il 7 Agosto 2019, ovvero quattro giorni dopo la notizia della morte per cancro del loro leader Damien Lovelock che tanto sgomento ha generato nei social, la pagina italiana di Wikipedia dei Celibate Rifles, “gruppo musicale esponente principale della scena punk rock australiana”, appare così:

cr

No, non è una fake.

Appare proprio così.

Nessuno si è preso la briga di scrivere più di una riga sulla band di Sydney.

Ci finisco quasi per caso mentre cerco su internet notizie circa qualche eventuale ristampa. E me ne rammarico, perché è evidente che nonostante una serratissima serie di dischi e di relative recensioni entusiaste che la stampa italiana fu pronta a sottoscrivere, quel che resta dei Celibate Rifles è una memoria annoiata. Peccato, perché la band australiana era tenutaria di un eccentrico e sarcastico punk-rock già evidente dal nome che si era data, in buffa risposta alle “pistole del sesso” inglesi.

Sul campo di gioco questo si traduceva in liriche spesso cariche di sense of humour e in una musica che del punk manteneva velocità e sporcizia ma non necessariamente lo stile, infischiandosene altamente di rispettarne le limitazioni, sconfinando nel suono detroitiano quando si tratta di imbrattare tutto con dei lick chitarristici dal sapore quasi metallico. Il filone di riferimento è insomma quello dei Radio Birdman, da cui i Celibate Rifles prendono in adozione anche una chiara ammirazione per l’artigianato garage, magari leggermente inacidito. Su Sideroxylon il tentativo di non lasciarsi intrappolare dal clichè punk si ravvisa anche su ballate come Back on the Corner o Ice Blue o nei deflagranti sei minuti di God Squad che sembrano anticipare di un decennio il primo E.P. dei Monster Magnet.

Tutto un po’ acerbo, val la pena dirlo, con un amalgama sonoro non pienamente riuscito (i suoni delle chitarre sono “sovrapposti” piuttosto che fusi assieme), ma indicativo di un rock, quello australiano, che si diverte a scombinare le carte di un mazzo che ha tanti assi da non riuscire a tenerli in una mano.

Prima di mettere mano al secondo, omonimo album dei Celibate Rifles album Kent Steedman e Damien Lovelock si concedono un diversivo dando vita all’effimero progetto No Dance, assieme a Louis Tillet dei Wet Taxis e Brett Myers degli End.

Avete presente quella Just Skin che poi finirà assieme ad altri otto capolavori dentro la scaletta di Free Dirt dei Died Pretty? Ecco, è una delle cose nate in questo laboratorio acustico.

Ma nel 1984 Kent e Damien serrano le fila per tirare su il nuovo album della loro band, annunciandone l’uscita in cinque lingue diverse. Il salto di qualità rispetto al debutto, sia in fase di scrittura che in fase di pre e post-produzione è evidente, con gli strumenti che finalmente riescono a dare zampate ai visitatori, dalle gabbie in cui sembravano rinchiuse sul disco precedente.

Provate a passare davanti a Back in the Red o Kiss Me Deadly.

Tuttavia i pezzi più riusciti sono quelli dove la furia è mitigata e il suono e la voce si caricano di quel sapore di ferro liquido che caratterizza Darlinghurst Confidencial e Pretty Colours, piccole grotte di zolfo australiane dove è possibile trovare rannicchiati i corpi di Iggy Pop e Lou Reed. O il bel romanzo on the road condotto a due voci di Thank You America.

Altrove (Netherworld) quel ferro si fa arrugginito, carico di ossido.

Puntando alle tempie, i fucili celibi impongono al mondo la loro legge.

Dedicato allo sfortunato James Darroch (il bassista del disco di debutto e poi, fino alla notte del tragico incidente che se lo portò via, leader degli Eastern Dark, NdLYS), The Turgid Miasma of Existence è il disco destinato a consacrare la band australiana nel giro underground mondiale, grazie anche alla sovraesposizione che il rock australiano sta vivendo in seguito all’esplosione di Hoodoo Gurus e Died Pretty. Come molte delle band australiane, i Rifles hanno il dono di saper tagliare “trasversalmente” il rock dei due decenni precedenti andando a sporcarsi le mani con le musiche abrasive di Iggy and The Stooges, MC5, Lou Reed, Only Ones, Stranglers, Patti Smith Group, Television, Ramones, New York Dolls e di glorie locali come Saints e Radio Birdman. Il risultato è un suono scosceso che deriva dal punk ma secondo un’ottica progressista che deve molto al rock acido degli anni Sessanta così come all’hard rock, con progressioni spesso elementari ma “deviate” da orge di assoli fumanti e stacchi ritmici che ne accentuano il delirio e che trovano una via di fuga in ballate equivoche come No Sign o Glasshouse che si ricollegano a doppia mandata alle visioni decadenti dell’Iggy di Kill City e al Lou Reed più vizioso ed umorale. Le canzoni di Turgid Miasma of Existence sono carcasse di auto lasciate ad arrugginire al sole, ossidate e roventi.

Il 10 Luglio del 1987 i Celibate Rifles affrontano un festoso concerto sulla spiaggia di Capocotta, la stessa del famoso e controverso caso Montesi. È una delle esibizioni migliori della band, a detta dei musicisti e del pubblico che assistette a quello spettacolo. A quei ricordi è affidato il titolo del quarto album che esce proprio dopo un disco dal vivo incendiario intitolato Kiss Kiss Bang Bang e registrato in studio ad un passo da Amsterdam nei ritagli di tempo del suo primo tour europeo. Il suono di Roman Beach Party è sempre “ferroso” punk imbastardito con l’hard rock ed orgogliosamente privo di qualsiasi uso, finanche d’arredo, di tastiere, finendo a volte per suonare quasi come un preludio alle alchimie grunge che sono lì da venire (come nella lunga e mesmerica Ocean Shore o nelle tirate Downtown e Invisible Man che percorrono strade analoghe a quelle tentate dai Miracle Workers nello stesso periodo).

Durante le date americane il gruppo ha dovuto fare sosta per cambiare in corsa la sezione ritmica, che viene confermata anche in studio. Ma sono ovviamente le chitarre, fra cui debutta la Stratocaster di Steedman, a fare il lavoro sporco, ad illuminare pezzi come Jesus on TV o la mia preferita I Still See You, a confermare i Rifles come una delle migliori band australiane del dopo-Birdman e a fare degli anni Ottanta un posto dove, nell’era della plastica e dei bagni sterilizzati dei fast food, puoi sempre scegliere un rifugio di ferro arrugginito con dentro una latrina dove beccarti la sifilide.

Il primo disco dei Celibate Rifles ad avere un suono organico e una produzione che non ti costringa ad alzare il culo dalla sedia per ri-settare l’amplificatore dello stereo ad ogni pezzo si intitola Blind Ear e suona come un convoglio elettrico lanciato a gran velocità.

I primi quattro pezzi sono suonati a rotta di collo, con la lunga Electravision Mantra che sembra all’inizio evocare i That Petrol Emotion dei tempi d’oro, cosa che potrebbe essere letta come un omaggio all’Irlanda che non è l’unico su questo che è il disco più schierato politicamente tra i dischi dei Rifles. Poi il riff si spacca in due diventando l’archetipo su cui Kurt Cobain costruirà il suo hit più celebre.

La nuova versione di Wonderful Life offre un primo pit-stop. E qualcuno accende la radio mentre passano i Fleshtones. O forse sono gli Hoodoo Gurus. Qualcun altro abbassa i finestrini, ed ecco entrare lo sciame di api che ronza su Sean O’Farrell, pezzo-capolavoro del disco assieme a quell’altra perla nera che è Cycle e al vortice di El Salvador che chiude l’album come dentro il triangolo delle Bermuda dei Radio Birdman.

Io infilo la testa, mentre il mondo ha già voltato le spalle.

Se tuttavia mi chiedessero qual’è il migliore tra i dischi dei Rifles, non esiterei a trascinare il malcapitato nell’ascolto di Platters du Jour: 23 brani pubblicati tra il 1981 e il 1990 da una delle bands simbolo di tutto l’Aussie rock. Un vero e proprio mausoleo sacro di cosa era il rock ‘n’ roll post-77: elettrico, graffiante, epicamente decadente, furioso. Raramente ho più ascoltato una A-side tanto bella quanto quella Sometimes di ormai venti anni fa o una band confrontarsi con cover inavvicinabili (come definire altrimenti I‘m Waiting for My Man o Dancing Barefoot?) e uscirne viva con la destrezza gagliarda del gruppo di Kent e Damien. Qui dentro c’è il meglio di una storia che sbiadirà leggermente nel decennio successivo ma che risulta indispensabile rileggere con l’entusiasmo con cui la sfogliammo negli anni addietro. Autentici giganti di acciaio. Abbeveratevi alla fonte.

Heaven on a Stick esce quando il pubblico ha definitivamente girato le spalle al rock australiano, volgendo lo sguardo voi sapete dove.

Peccato.

La band è costretta a ripiegare nuovamente sulla Hot Records per pubblicare un nuovo disco, in occasione della cui uscita l’etichetta festeggia rimettendo in circolazione i vecchi dischi del gruppo.

Nessuna delle date del Live Stick Tour che porta in giro per il mondo la band australiana può pareggiare i conti con il pubblico pagante di qualsiasi band grunge, anche la più modesta. Anche perché la EMI (proprietaria della True Tone che aveva pubblicato Blind Ear, si era “dimenticata” di distribuire il disco negli USA, NdLYS).

Heaven on a Stick ce lo godiamo in pochi, dunque. Come fossimo una tribù.

Ma chi se ne frega.

Prodotto da Rob Younger che assieme al gruppo ha da poco licenziato un misconosciuto 7” con quattro cover live, il suono dei cinque ragazzoni di Sydney perfeziona il tiro di Blind Ear e prende quota proprio con un pezzo in perfetto Birdman-style come Light of Life per assestarsi poi su livelli altissimi con pezzi come Cold Wind, Excommunication, Dream of Night, G.D. Absolutely, Electric Flowers, Groovin’ in the Land of Love, Outside My Window, Wild Child. Ballate elettriche intrise nell’inchiostro blues più del solito e che in più di un caso sfiorano il dirigibile degli Hoodoo Gurus proprio mentre sono in volo sul grande cielo d’Australia.

Vittima di ascolti distratti e frettolosi e di “orecchie cieche”, pochi daranno ad Heaven on a Stick le lodi che invece merita più del disco che lo aveva preceduto e di molti che lo seguiranno.

Il suono dei Celibate Rifles si piega (in questo caso a qualche ammiccamento al grunge-rock che pure in qualche modo, ibridando il punk con certo metal e certo rock decadente di scuola Iggy e col loro look logoro e trasandato, hanno anticipato) ma non si spezza: Spaceman in a Satan Suit, ispirato ad un lavoro “space-pop” del loro ex-bassista Rudy Morabito in quel periodo impegnato con i Vanilla Chainsaws, pur confermando lo stile granitico del gruppo potrebbe essere descritto riduttivamente cosí.

Eppure, a ben sentire, questo “accostamento” alla musica del nord-ovest americano è più un riflesso condizionato delle nostre orecchie che un fatto obiettivo. Come se volessimo trovarcelo per forza, qualche indizio, magari depistati dal riff mascolino di City of Hope o da quello arrugginito e sporco di Brickin’ Around.

Invece canzoni come Big World, Kathy Says, Cutting It Fine, Let’s Do It Again, Kev the Head vengono lì a dirci che i Celibate Rifles continuano a suonare quel che gli va, senza mettere paletti alla porta. Lasciando entrare ogni cosa ritengano abbia il diritto di varcare la soglia della loro sala prova. Che abbia la sagoma di un Lou Reed, di un Joey Ramone, di un Iggy Pop, di una Patti Smith, di un Malcolm Young poco importa.

I loro fucili celibinon sono puntati su di loro.

Una provetta di urina è il campione che i Celibate Rifles portano a testimonianza della loro fede nel rock ‘n’ roll.

Chi volesse verificarne l’autenticità potrebbe analizzare quei cento millilitri di piscio che campeggiano sulla copertina di A Mid-Stream of Consciousness.

Oppure, se non ha un laboratorio di analisi casalingo, mettere sul piatto l’ottavo album della band di Damien Lovelock, Kent Steedman e Dave Morris e annusare una ballatona sudicia come G’s Gone che finché ce ne sono avremo sempre un guanciale su cui poggiare la nostra testa dopo una serata andata storta, o un paio di numeri alla Iggy come I Shoulda e Tripping at the Mall oppure ancora farsi fischiare le orecchie dalle chitarre che straripano su Journey by Sledge e The Paddo Sharps o ancora bagnarsi le mutande quando tra la folla riconosce le sagome di Child of the Moon degli Stones e di I Will Dare dei Replacements che ci raccontano di quando eravamo bambini e poi di quando eravamo giovani e di come abbiamo condiviso emozioni prima ancora che i social ci illudessero di avercene dato l’opportunità per primi. Ce lo raccontano senza aver mai abdicato dal ruolo di signori del rock ‘n’ roll che ricoprono da quasi venti anni. Senza aver mai conquistato una classifica ma avendo guadagnato il rispetto che gli spetta per diritto acquisito e per abnegazione.

Appartatisi loro malgrado dalla luce dei riflettori che si erano accesi su loro e sull’intera scena Aussie per tutti gli anni Ottanta, Kent Steedman e i suoi Celibate Rifles continuano la loro tenace e gloriosa avventura musicale e tornano con On the Quiet a ripercorrere, per 2/3 della sua durata, alcune tappe fondamentali della loro incredibile storia rileggendo vecchi classici come Jesus on TV, This Gift o Back in the Corner in una inedita ma non meno fascinosa veste acustica e trasformando consumate cavalcate elettriche in potenti, sanguigne ballate power-pop.

Per nulla intimoriti dalla rampante jungla di suoni cibernetici che affollano l’etere di questi anni, i cinque eroi tornano ad imbracciare i loro strumenti e affondano ancora una volta i denti nel più classico, esplosivo guitar-sound compleatando la scaletta con quattro fragorosi episodi elettrici rubati a vecchie volpi dell’Oz-sound come Rose Tattoo e Lipstick Killers.

Non so quanti tra i nostri giovani lettori abbiano seguito per intero il coerente percorso del combo di Sydney e non me ne frega un cazzo, in tutta onestà. Ma è certo che il loro ruolo di salvaguardia del più crudo, incontaminato, selvaggio spirito rock ‘n’ roll appaia oggi, con il futuro del rock tristemente in mano alle macchine, ancora più importante che negli anni passati.

Anche per questo On the Quiet ci regala un ritemprante tuffo tra le spire ad alto voltaggio del vibrante circo del rock ‘n’ roll salvaguardandoci dal desolante panorama di tanto proto e pseudo rock dei nostri giorni. Chitarre acustiche che tagliano come lame e una voce che vi penetrerà nelle viscere come i dildo nei film della Cicciolina.

Dodici ragioni per continuare a credere nel rock (and roll).

Il dito medio alzato con fierezza a tutti i disseminatori di guerra e ai finti portatori di pace su Salute è un pezzo di grande pathos e di sicuro effetto, pur essendo quello dove le chitarre della band australiana impattano di meno. Merito quasi assoluto della voce di Damien Lovelock, l’ormai affermato istruttore di yoga e giornalista sportivo che, quando veste i panni di Iggy riesce ancora a farci venire i brividi.

Cosa che succede spesso su questo Beyond Respect, ed è quasi un miracolo considerando che questo nono album in studio è quello chiamato a spegnere venticinque candeline sulla torta dei Celibate Rifles, oltre ad essere destinato a diventare l’ultima prova inedita della band fino alla fine dei tempi. Una sorta di “addio al celibato”, se mi passate la battuta da seminarista.

(We All Move to) Buttland, You Won’t Love Me, Dre, Lazy Sunshine, Nobody Knows Return of the Creature with the Atom Brain sono ancora candelotti di dinamite piazzati sotto il culo dei benpensanti, animati da una incazzatura contro le lordure del mondo che nessun’asana è riuscita a placare.

Dimostrando come le aureole della copertina siano solo aure di rabbia e di fede incrollabile e che i fucili siano tutt’altro che caricati a salve.

Franco “Lys” Dimauro

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TY SEGALL – First Taste (Drag City)

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Incontro più Ty Segall che i miei amici. Non sto esagerando.

Non dico per strada o al bar, dove peraltro non incontro neppure quegli altri, ma in questa sorta di mondo metafisico dove tutti ci siamo un po’ tutti rifugiati e nel quale, come in quello reale, la musica regna sovrana. Parlo del mio, ovviamente.

Negli ultimi due anni ho incrociato Ty una mezza dozzina di volte, compreso questo nuovo incontro con First Taste, nuovo disco in studio inciso a suo nome. E ogni volta è un incontro piacevole, mai scontato. Ogni volta Ty mi racconta alcune cose che, come accade un po’ con tutti, si è dimenticato di avermi già raccontato la volta precedente e ci aggiunge qualche aneddoto recente, inedito. In questo caso ad esempio la cosa totalmente nuova riguarda una pianta di ghiaccio. Ed è una storia talmente bella e “gelida” che decide di raccontarmela spegnendo l’amplificatore, perché le parole arrivino forti e avvolgenti, come una sciarpa calda che permetta a quell’albero di non perdere tutte le foglie. Avvolgendo anche me che ne ho perse così tante da non riuscire più a contarle e da non avere più neppure la forza di rinnovarle. Ecco perché quando arriva quella cosa a forma di abbraccio intitolata The Arms le mie difese sono così basse che quasi me la immagino vera, quella stretta amorevole.  

Il resto sono storie familiari. Cui però Ty Segall aggiunge qualche particolare prezioso. Piccoli strumenti desueti ad esempio, come il bouzouki, la cetra giapponese, il mandolino o strumenti a fiato che colorano e “gonfiano” ulteriormente il suo rock decadente, sporcandolo con una sorta di funky soffocato, un groove ritmico insistito che evoca certe perversioni no (Self Esteem, When I Met My Parents) e new wave (RadioThe FallWhatever) che alla fine si spengono nell’epica cavalcata in assenza di gravità di Lone Cowboys che è tutto quello che ci aspettavamo dai Love and Rockets una volta lasciata la stazione spaziale dei Bauhaus e che invece si trasformò in una delle missioni più fallimentari della storia moderna.

Ciao Ty. Bentrovato. Hai più rivisto i miei amici? Quelli che prima si sono rimpiccioliti come Alice in tante piccole figurine circolari sui social che poi si sono sbiadite al sole diventando come il tuo albero di ghiaccio?

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

VIOLENT FEMMES – Hotel Last Resort (Play it again, Sam)  

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Sebbene il contributo dato dalle Violent Femmes alla musica americana sia indubbio, le domande che mi pongo mentre parcheggio all’autorimessa dell’Hotel Last Resort è: perché sono qui? Quanto bisogno ho di un nuovo disco delle Violent Femmes nel 2019? Di chi sono quel pick-up mezzo ammaccato e quella Lamborghini col logo della Nike tra le quali ho parcheggiato la mia Lysmobile?

Mentre gli consegno le chiavi chiedo al guardamacchine in livrea.

Il primo è di un tale dinoccolato e secco come una cavalletta che di nome fa Tom Verlaine. La seconda è di un tal Stefan Janoski che sta sui piedi da quarant’anni e sulle ruote di uno skate da ventotto.

Sono qui da molto prima di me, seduti al tavolo con Gordon Gano, Brian Ritchie e John Sparrow, il percussionista degli Horns of Dilemma entrato ora ufficialmente in squadra. Hanno preso parte alla festa, il primo invitato ad improvvisare col suo attrezzo da lavoro proprio mentre la band, sul marciapiede, invita i passanti a seguirli in albergo. Suona. Me te ne accorgi solo perché è più alto degli altri. Il secondo chiamato a raggiungere la postazione del karaoke per cantare sulla vecchia filastrocca di I’m Nothing.

E veniamo all’altra domanda: quanto bisogno ho di un nuovo disco delle Violent Femmes? Nessuno, in realtà. Potrei continuare ancora altri trent’anni a riascoltare i loro primi tre/quattro, tentare pure di abbozzarne una versione casalinga per chitarra e voce fingendo di avere anche io le adenoidi e, se proprio non mi riesce di uccidere i fascisti con la mia chitarra, perlomeno farli divertire.

Forse loro devono aver pensato la stessa cosa, ben consapevoli che se non possono più stupirci possono ancora rallegrarci le giornate come succede in Another Chorus, This Free Ride, Sleepin’ at the Meetin’, Not OK. O cantarci una di quelle ninne nanne che non sono gli unici a saper cantare, ma se le canta Gordon Gano è meglio, come nelle dolci I’m Not Gonna Cry o Paris to Sleep.

Cosa ci faccio dunque qui all’Hotel Last Resort?

Canto.

E, considerati i tempi, non è affatto cosa da poco.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro