SMASHING PUMPKINS – Shiny and Oh So Bright #1/LP – No Past, No Future, No Sun (Napalm)             

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L’ultima volta che gli Smashing Pumpkins hanno parlato di volumi 1 e 2, è stato l’inizio del disastro. Era l’alba del nuovo millennio e gli Smashing Pumpkins arrivavano all’appuntamento sgonfi come un palloncino che aveva toccato quasi le stelle e che ora stava ripiombando sulla terra smunto come un profilattico usato.

Un terribile presagio incombe dunque su questo nuovo disco della band di Billy Corgan, una delle star meno simpatiche dello show-biz, uno convinto che avrebbe conquistato il mondo e che invece da quei maledetti due volumi di Machina sopravvive a stento a se stesso e cerca di ricucire il mito degli Smashing Pumpkins con un banale rotolo di scotch, come quando ne mettevi una piccola striscia sulla linguetta staccata della tua cassetta pirata per ri-registrare sui nastri che avevi amato e che adesso ti apprestavi a cancellare per sempre.  

Shiny and Oh So Bright ci riporta sulla terra il disco volante dei Pumpkins e ce li riporta su un disco inconsistente. Davvero, non lo dico perché nutra una qualche antipatia per il loro pilota. O perché odi i Pumpkins per partito preso, anzi: ho amato i loro primi due album alla follia e ho riconosciuto in Mellon Collie mille anime di cui almeno la metà erano in sintonia con le mie.

E del resto anche io non sono un tipo affatto simpatico, per cui dovrei prendere Corgan sottobraccio e, come il Maggiore Campbell davanti all’occhio glaciale di Tommy Shelby, dirgli che il nostro è un destino comune: quello di disprezzare il mondo e, di contro, di risucchiare tutto il disprezzo del mondo come un enorme magnete di odio. Lontani ma simili in qualche modo tragico ed inevitabile. Come quegli infelici che si riuniscono in sette segrete per lasciare detonare il loro malessere comune.

E dunque il mio giudizio non è inquinato in alcun modo da ciò che con la musica c’entra solo relativamente. È solo l’opinione di chi oggi compra un disco e cerca in qualche modo di farlo aderire alla sua anima. O che ne compra uno per tirargliela fuori, quell’anima, anche quando non c’è. E invece si ritrova in mano un trasferello buono per i nostalgici degli anni Novanta, quelli che si ritrovano oggi nelle reunion di band esangui, ai concerti-tributo alla memoria, a celebrare il rito funebre del rock e postandolo su Instagram, per dire al mondo che loro hanno partecipato ad un rituale che tutti sognavano di celebrare quando erano giovani e vivi. Riuscendoci alla fine quando tutti, pubblico ed artisti, erano oramai diventati dei cadaveri ambulanti.   

Eppure, a ben guardare, questo giudizio è viziato in qualche modo. Lo è nella misura in cui l’incapacità di sorprendere di un artista si scontra con la nostra disposizione d’animo nel lasciarci sorprendere, con la nostra pregiudizievole certezza che il già sentito è di per se un assunto difficile da confutare, una corteccia impossibile da scalfire con una lama nuova. Ed è questo che alla fine, seppur nella consapevolezza che qui dentro non troveremo mai una nuova Zero, una nuova Disarm, una nuova Siva, una nuova Tonight Tonight, una nuova Bury Me, una nuova Silverfuck o una nuova Soma, ci fa ammettere controvoglia che l’avarizia di Corgan è perfettamente speculare alla nostra.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE NATIONAL – I Am Easy to Find (4AD)  

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Non deve essere facile per un tipo dalla personalità ingombrante come Matt Berninger riuscire a farsi da parte. Eppure, in questo ottavo disco dei National, Matt decide di provarci. Lasciando che la concentrazione dell’ascoltatore si sposti dal suo mantello nero alle ali di un intero stormo di cherubini sceso per aiutarlo in questa nuova missione, fino a consumare gli eccessi in Underwater, Dust Swirls in Strange Light e Her Father in the Pool.  

Donne che diventano protagoniste, salvo accettare che il fantasma di Matt appaia per accompagnarle come quello di Sam arrivava nella vita ordinaria di Molly in quel capolavoro di romanticismo stucchevole che fu Ghost.

È questa la novità più clamorosa di I Am Easy to Find, ma non l’unica: molto si parlerà del cortometraggio di Mike Mills uscito come compendio visivo al disco, seppur non sia gran cosa. E forse appena un po’ meno, visto che a veder la musica indie abbigliata da gran galà ci hanno ormai abituati in tanti (non ultimi gli Arctic Monkeys, col cui ultimo disco questo dei National condivide anche un bizzarro riferimento agli Strokes) e siamo dunque abituati a sacrificare qualche muta di chitarra in cambio di un set di corde per violini, dei sontuosi abiti da prima teatrale che sono stati scelti per vestire le nuove canzoni. 

Poi però, ad annegare le discussioni da pub, arrivano le canzoni.

Canzoni come Hey Rosey, Oblivions, Light Years o Not in Kansas, intendo. Che ti costringono ad abbassare la voce e raddrizzare le orecchie, perché i National sono uno di quei gruppi che ti danno sempre la sensazione che ti stanno raccontando qualcosa di importante, anche quando ti stanno semplicemente dicendo che ieri hanno trovato fila alla cassa del supermercato. Una capacità di drammatizzazione che in I Am Easy to Find tocca vertici di grandeur assoluta.

Come se i Madrugada, in nomination per la miglior colonna sonora, sfilassero sul red carpet di Cannes.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE DREAM SYNDICATE – These Times (ANTI-) 

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Alla voglia di tornare si aggiunge stavolta la voglia di stupire, aggiornando il proprio suono per rendere più credibile il titolo che informa del secondo disco del nuovo corso dei Dream Syndicate.

These Times, dunque.

Dopo l’incredulità del titolo precedente, la consapevolezza e la voglia di viverli davvero questi tempi, questi posti dove sembravano essere piombati non senza meraviglia. I Dream Syndicate hanno trovato qui, in questi tempi e in questi luoghi, un pubblico pronto ad accoglierli nuovamente ad arti aperti (le braccia di certo, ma non scommetterei sulle gambe). Succede a tutti i reduci, per qualsiasi reunion di ogni latitudine ed epoca, pure per quelle monche come quelle di Alice in Chains e Nirvana. Chi non è pronto a fare una petizione per il ritorno degli Smiths, a parte me?  

C’è da dire che la band di Steve Wynn lo fa con un’ampia dose di coraggio, senza limitarsi a scrollare la polvere dagli abiti e senza ammiccare più di tanto ad un passato glorioso ma lontano. E in questo, These Times va ben oltre al già prodigioso How Did I Find Myself Here?, tentando un azzardo krauto che potrebbe risultare indigesto a quanti vedevano nei Dream Syndicate gli alfieri dell’acid-rock di stampo squisitamente americano. I Wire tornarono in maniera simile, anni fa.

Lo stile acido del gruppo non viene rinnegato (eccolo venire fuori su Recovery Mode o Black Light ad esempio) ma costretto a rincorrere il futuro anziché il passato, a convivere con sintetizzatori e beep elettronici, esposto ad una tempesta che è non solo elettrica ma anche elettronica. Che sono le tempeste di “questi tempi” e di quelli che verranno. Ed è giusto che la saggezza dei vecchi maestri ci prepari a questo, piuttosto che ammorbarci con i “qui una volta era tutta campagna”. Perché quelle campagne, quando e se mai torneranno, saranno una distesa di erba radioattiva.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

JIM JONES AND THE RIGHTEOUS MIND – CollectiV (MaSonic) 

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Da vecchio fanatico degli Stones ho cominciato l’ascolto a rovescio, curioso di sentire al lavoro la Gibson Hummingbird di Keith Richards manovrata da Alan Clayton dei Dirty Strangers sulla conclusiva Shazam.

Quello di Alan non è l’unico “guest” del secondo album di Jones con i suoi Righteous Mind ma è ovviamente quello che incuriosisce di più chi, come me, ha amato alla follia un disco come Exile on Main St.

E il pezzo una roba assolutamente fantastica piena di decadente e sozzo rock ‘n’ roll anni Settanta. Del tipo che Iggy Pop praticava con James Williamson quando tutti lo davano per spacciato, per capirci. Del tipo, ancora, che se Jones avesse fatto fuori un disco di questo tenore saremmo davanti al capolavoro.

(S)fortunatamente non lo fa e CollectiV sfuma spesso in una sorta di gotico tarantiniano a metà fra Chris Isaak e Ry Cooder (Going There Anyway, Dark Secrets, Meth Church), nelle consuete canzoni storpie da bucaniere a lui tanto care come Satan’s Got His Heart Set on You e Out Align o si accende addirittura di flashback delle sue vite passate (vedere alla voce Hypnotics e Black Moses) con pezzi come Attack of the Killer Brainz, il gospel bruciato dal fuzz di I Found a Love e la stramba O Genie con cui il buon Jim Jones avanza ipotesi evolutive sul genere, senza tuttavia trovarne una degna di poter fare ipoteche sul futuro.

Dal funambolico performer inglese che finora non ha quasi mai sbagliato un colpo e dalle fiamme sprigionate dal singolo Sex Robot mi sarei aspettato onestamente molto di più e CollectiV mi suona un po’ come una bella occasione sprecata. Come quando inviti qualcuno “per un caffè”. E bevi solo il caffè.       

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SEBADOH – Act Surprised (Fire)

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Chi lo sa: forse lo skateboard che appare al minuto esatto del loro video più recente è un omaggio dispettoso al vecchio compagno J Mascis e alla sua passione oramai di pubblico dominio per le “tavole”. Ma l’omaggio, supposto che lo sia, ai Dinosaur Jr. finisce lì: il disco che segna il ritorno di Lou Barlow e dei Sebadoh suona piuttosto approssimativamente come se i Pearl Jam avessero avuto i Meat Puppets, i Ween e i Camper Van Beethoven come propri punti di riferimento anziché Neil Young e certo hard-rock.

La capacità di Barlow di fare anche delle ciambelle senza buco le torte migliori del mondo resta immutata e le quindici canzoni di questo Act Surprised sono un buffet di muffin e donut forse un po’ abbondanti di zucchero come Phantom, Sunshine, Battery, Follow the Breath, See-Saw, Medicate ma dal richiamo irrinunciabile.

Poi magari andremo a lavare i denti, quei pochi che ci sono rimasti, prima di andare a dormire. E domani mattina torneremo ad addentarle, perché se non lo faremo saranno loro che verranno ad addentarci, come in passato tutte le altre creature animate e pelose di Barlow.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

WIRE – Send (Pinkflag)    

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Quando torni nel posto da cui eri stato cacciato.

E ci torni per fare male.

Così suona Send dei Wire.

Che è un terzo That Petrol Emotion (Being Watched, ad esempio) e un terzo Ministry (In the Art of Stopping, sempre per esempio).

Il restante terzo sono i Wire, armati di spranghe.

I nuovi pezzi della band inglese suonano dritti come sfilassero via su un treno cyberpunk. Anzi, come fossero essi stessi quei vagoni.

Nice Streets Above, Comet, In the Art of Stopping, Mr. Marx’s Table, Read & Burn, Half Eaten viaggiano tutte così, meccaniche, fredde e traslucide, aggredendo le rotaie e gli audaci che stanno defecando a lato dei binari.  

Il ricompattamento delle “fila” dei Wire sembra quello rigoroso di un plotone militare più che quello di una band. E forse eccedono nel present-arm, finendo anche per mirare e sparare alla fantasia, quando questa passa.

Però Send è un disco senza compromessi, senza ammiccamenti, che non si struscia sulle gambe dei discografici come certi cagnolini di piccola taglia che hanno necessità di eiaculare. Send è un disco dei Wire giovani per la terza volta.

Noi qui, sventoliamo i nostri fazzoletti ben stirati mentre attendiamo che passino i loro vagoni.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE ZEN CIRCUS – Vivi si muore 1999-2019 (Woodworm/La Tempesta)  

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Anche a voler fare i progressisti a tutti i costi il pezzo portato a Sanremo dagli Zen Circus era davvero poca cosa. Rivoluzionario solo nella misura in cui potrebbe essere davvero innovativo sovvertire le classiche rime sanremesi o abolire un ritornello e chiudendo tutto con un finale corale strappato alla Catene dello scorso anno che a sua volta lo strappava a Figlio di puttana di dieci anni prima e via così.

Noiosi come gli altri, insomma.

Solo un po’ più belli da guardare, anche se attraverso le spade sguainate delle guardie svizzere della musica indie levate in loro onore.

Di quel popolo di strenui difensori di quella che una volta, prima che trovasse il modo per penetrarvi e ambire a loro volta al trono, veniva considerata musica “alternativa” gli Zen Circus sono ormai da anni venerati al pari di bovini sacri. Esattamente da quando, prima tentennando e poi in maniera risolutiva, hanno svoltato verso la lingua italiana, come da tradizione ormai consolidata (vedi alla voce Afterhours). Il taglio col passato è diventato così via via più profondo, tanto da tenerlo ben nascosto anche in questo Vivi si muore, fatto salvo per l’omaggio a fine scaletta al loro debutto, negli anni in cui si divertivano a fare le boccacce alle Violent Femmes e a farle talmente bene da riuscire a coinvolgere Brian Ritchie in persona per la realizzazione di Villa Inferno.

Questa raccolta celebrativa ci ricorda di quante canzoni degli Zen Circus abbiamo cantato in venti anni e di quanto molte di queste, soprattutto quelle che hanno sposato il gusto dilagante per la mezza parolaccia e la mezza imprecazione (ma anche quelle che abusano della consueta ovvietà di voler fornire un identikit sociale della propria giovinezza ben sapendo quanto questo abbia dei tratti comuni, condivisibili, sentiti, generazionali che ben fungono da furbo “specchio emozionale” per gli ascoltatori), siano diventate di pubblico dominio.

Canzoni che ho visto cantare in coro in piazza a Faenza proprio nel giorno in cui il mio piccolo sito veniva riconosciuto come il miglior blog personale dell’anno e a cui quindi anche io ho legato qualche bel momento della mia vita.

Canzoni contro qualcosa o qualcuno, come quelle di Alberto Fortis che nel frattempo sono state dimenticate. Perché la nostra memoria ha sempre bisogno di essere rieducata. Anche quella degli Zen Circus, che nel frattempo sembrano si siano dimenticati del tutto di D.Boon e del suo fantasma.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE BEASTS – Still Here (Bang!) 

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Tornano i Beasts, senza Bourbon.

Ma pure senza Brian Hopper, andato a bere un po’ più in là, nei campi elisi dove le nostre menti banali fantasticano sulle reunion perfette e definitive e là dove solo poche settimane dopo la registrazione di questo disco è andato a raggiungerlo Spencer P. Jones, dopo aver fatto testamento olografo qui con At the Hospital, parlandoci di quel posto da lui frequentato con assiduità negli ultimi mesi della sua vita e regalandoci uno dei momenti migliori di questo disco che rappresenta lo sbocco creativo della reunion della reunion della reunion dei BoB che non è forse definitiva e di certo non è perfetta. L’apertura del disco ad esempio si lascia un po’ troppo trascinare dall’entusiasmo finendo per mostrare dei muscoli che non sembrano neppure i loro, quanto piuttosto quelli dei Verve meno svenevoli (On My Back) e della Rollins Band (Pearls Before Swine). Tendenza al culturismo che viene ribadita più avanti su It’s All Lies e che fortunatamente lascia spazio a territori più consoni a quelli della band australiana e che si fanno largo in pezzi come nella cover di The Torture Never Stops, nell’ironica Your Honour, sul rock and roll stonesiano di Drunk on a Train, nella dolente What the Hell Was I Thinking e nella palude sinistra di Don’t Pull Me Over dove davvero, come presi da una suggestione simile a quella dei turisti di Lochness, ci pare di intravvedere la sagoma della Bestia venire su dalle acque luride. Pensando che forse non abbiamo fatto il nostro viaggio invano, quantunque in larga parte lo sia.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

TOM VERLAINE – Cover (Virgin)

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Rumori di ossa e di specchi che si frantumano e poi un ricamo simile ad un pungi mediorientale che appare come un cobra dal cesto di un incantatore di serpenti, prima di venire divorato anch’esso dalla mano assassina di Verlaine.   

Uno dei brani più belli di tutta la new-wave americana è chiuso, come un gioiello in uno scrigno, dentro il quarto album di Tom Verlaine. Si intitola Travelling ed è un funky plastico e finto-persiano buono per la danza del ventre di piccoli gnomi meccanici. Un pezzo che puoi immaginare solo se hai la fantasia di uno come Verlaine e se riesci a far dire alla tua chitarra cose balbuzienti e dislessiche con l’eleganza del culo di un pavone.

Una follia onirica che parla di viaggi e figlie presunte e di talismani che possano fare da scudo all’anima. Una stregoneria.

Varrebbe la pena mettersi in casa Cover anche solo per scavare dentro questi due centimetri di solchi fino a renderli più piatti e logori degli altri, che tuttavia meritano altrettanto di essere arati e mietuti come un campo di grano dorato. Perché già quando parte la pioggia rada di note di Five Miles of You ti senti piccolo, come se quella mano che sparge gocce d’acqua e di cristallo fosse la mano di Dio.

E sai che quando Dio inizia a far piovere, c’è sempre il rischio che arrivi un diluvio a trascinarti via, tu che sei solo un granello di polvere cui ti è stata concessa la bellezza e non l’hai saputa apprezzare.  

E che l’arcobaleno è una menzogna colorata.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI – Sindacato dei sogni (La Tempesta Dischi)  

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Caramella, Bengala e Calamita sono i tre gattini di ceramica immortalati sulla copertina del nuovo album dei 3ARM che allegrissimi non sono stati mai e morti men che meno. E che adesso, dopo più di venti anni di carriera, non sono più neppure ragazzi. Ma sono sempre in tre e sono sempre gli stessi: Davide Toffolo, Enrico Molteni e Luca Masseroni, con turnisti e produttori d’ordinanza. Ruolo, quest’ultimo, affidato stavolta a Matt Bordin dei Mojomatics/Spookies e il cui lavoro (produttivo ma anche come musicista aggiunto) rappresenta la vera novità di questo nono album, avendo in passato messo le sue mani al servizio di band come Pussywarmers, OJM, Rippers, John Woo e altre decine di formazioni lontanissime dall’universo musicale del terzetto di Pordenone.

Se due indizi fanno una prova, allora quello suggerito dal titolo che omaggia chiaramente i Dream Syndicate in aggiunta alla scelta del produttore prova chiaramente che i 3ARM hanno deciso di sterzare verso una direzione più roots. E in effetti canzoni come AAA cercasi (con tanto di armonica a bocca e chitarre slide) o Non ci provare (di chiara derivazione Wynn) vanno a parare proprio da quelle parti. Mentre in altri passaggi ci si sposta addirittura su prismi psichedelici e krauti mai tentati prima, come se i Tre Allegri Ragazzi Morti avessero messo per la prima volta piede sulla Luna.

Claudicando, come tutti gli astronauti.

Perché un po’ zoppicante lo è questo Sindacato dei sogni. Nel senso che a volte la pregevolissima sciarpa sonora (che evoca ricordi non solo americani ma anche squisitezze jangle britanniche di marchio Smiths/Commotions) che potrebbe strozzare quell’ormai un po’ stantio pop adolescenziale/esistenzialista tipico della formazione in realtà finisce per annodarsi su sé stessa lasciando una via di fuga pericolosa per canzoni come Bengala, C’era un ragazzo che come me non assomigliava a nessuno o Mi capirai (solo da morto) che sono i Tre Allegri Ragazzi Morti ancora vivi, se capite il senso dell’ossimoro. E noi, augurando loro lunga vita, aspettiamo che facciano un passo ancora più deciso di questo, che pur nella sua incertezza resta uno dei migliori che abbiano mai compiuto nella loro carriera.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro